Archivi tag: vitavera

Ira e rabbia. Mamma Blog: ”Rage”

Standard

 

Io sono convinta che la rabbia per me non sia una cosa sana.

Per questo mi arrabbio quando sono arrabbiata…

La rabbia non mi fa bene.

Non mi fa bene al corpo (io somatizzo tutto, ma proprio tutto! Ormai ho macchie e malesseri per ogni cosa!) e non fa bene alla mente (la riempie di pensieri raggomitolati che incasinano tutto il contenuto e obnubilano totalmente ogni capacità logico-cognitiva, per lo meno per me!).

Sono davvero poche le certezze che ho per me stessa.

Una è questa. La rabbia mi fa male.

Ora da buona pragmatica passo al secondo punto, ossia: visto che fa male come evitarla o eliminarla?

No idea.

Perché è proprio una di quelle cose che più cerco di far fuori, più crescono, come una pasta del pane quando fa caldo!

Vuuuuuuuff!

Apri il contenitore testa e ci trovi dentro un ammasso di gomitoli di pensieri rabbiosi! Eh merde! E voi da dove diavolo venite? E così numerosi?! E’ mai possibile?

Quindi ultimamente chiudo e lascio lì a decantare nella speranza che tutto si srotoli.

Non si srotola, anzi sappiate, cari amici, che in realtà fa l’effetto pentola a pressione.

Quindi temo che tra breve sentirete il botto.

Uh!

Si allontani chi può!

(fonte: postadozione.bloog.it)

Ira e rabbia. Mamma Giusy: “L’importanza del tono della voce”

Standard

 

“Per quanto riguarda la gestione dell’aggressività, mi sento di dire delle cose molto semplici: tutto può passare nel nostro modo di trasmettere la conoscenza, sia come insegnanti che come genitori.

Al di là della consueta e giusta retorica che non ci vede come “depositari della verità”, o “infallibili esempi viventi”, posso dire che elemento essenziale nella relazione dialogata è il tono di voce….

Un tono leggero, suadente e dolce come il momento in cui Elia, nella Bibbia, capì che si trovava al cospetto di Dio:

“Ecco il Signore passò: ci fu un vento impetuoso, ma il Signore non era nel vento; dopo il vento ci fu il terremoto ed il fuoco, ma il Signore non era né nel terremoto né nel fuoco… Dopo il fuoco ci fu una brezza leggera, la voce di un sottile silenzio. Elia si coprì il volto perché era al cospetto di Dio”.

“La voce di un sottile silenzio”… Dovremmo tener presente questa immagine ogni volta che dialoghiamo con i nostri figli, anche quando dobbiamo trasmettere un disagio, un’incomprensione, una disapprovazione.

Oltre al tono della voce, ci sono le espressioni facciali, la nostra mimica gestuale… E poi mai dimenticare il prezioso consiglio che viene da “chissachì” che è quello di contare sempre fino a 10 prima di prendere parte ad una discussione.”

Ira e rabbia. Papà Piero: “Vorrei trovare un modo diverso di comunicare”

Standard

“La bimba minore non da alcun problema, mentre la maggiore ha un carattere terribile. Per questo, se c’è da iniziare una discussione, io e mia moglie ci accordiamo all’inizio e decidiamo se vale la pena combattere la battaglia fino in fondo per fare passare la nostra idea (avendo coscienza che è la cosa buona e giusta da fare) oppure se rinunciare subito ed accontentarla.

A volte però, la bimba non cede e ci costringe ad usare la forza; non gli sculaccioni (che abbiamo visto non producono benefici perchè li snobba) ma le punizioni attraverso la privazione di qualcosa che a lei piace (per esempio qualche trasmissione per ragazzi alla TV). Vediamo però che col tempo aumentano sempre più i motivi di scontro (e non ha ancora 11 anni).

A volte mi pento di non aver fatto capire con l’autorità gli atteggiamenti sbagliati di mia figlia. Eppure ci dev’essere un modo diverso dalle sberle (che nel nostro caso aumentano la rabbia invece di contenerla).

Forse parlarle non è il modo giusto, ci deve essere una modalità non-verbale e non-violenta di far capire gli atteggiamenti sbagliati.

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. Save the Children: “Caso concreto: ritardo al sabato sera”

Standard

“Avete detto a vostro figlio di 17 anni che nel fine settimana deve rientrare entro le dieci di sera. Sono le 22.30 di sabato sera e vostro figlio non è ancora tornato.

Pensate ad una vostra possibile reazione. La migliore sarebbe la seguente:

Dite a vostro figlio che eravate molto preoccupati e gli spiegate che cosa si prova quando si teme che una persona a cui si vuole bene sia in pericolo. Gli spiegate i rischi che ha corso. Gli chiedete cosa ha intenzione di fare in futuro per evitare di mettersi in pericolo e per tornare all’ora stabilita. Definite insieme una serie di regole condivise e dite a vostro figlio che potrà tornare a casa più tardi se rispetterà queste regole per un mese.”

Con tutta la simpatia per Save the Children e altri che danno suggerimenti su cosa fare nella gestione di un adolescente, vorremmo sapere cosa ci consiglierebbero se dicessimo che il rientro è alle sette del mattino, che tutta notte abbiamo cercato di contattare nostro figlio e lui ha staccato il cellulare, che non è la prima volta che lo fa, che non lo fa solo il fine settimana ma anche durante la settimana, che abbiamo provato a dialogare con lui con le buone, poi con le cattive, ponendo degli aut aut e facendo delle concessioni….niente, un muro di gomma!

In questo caso è chiaro che scatta la premessa alla guida: “Tuttavia, famiglie che vivono delle situazioni particolari come esperienza di traumi, rapporti conflittuali o violenti tra genitori o figli con problemi neurologici o malattie croniche dovranno integrare le informazioni presentate nella guida con ulteriori approfondimenti e supporto specifico.”

E voi, dove vi riconoscete?

Ira e rabbia. Mamma Giulia: “Uso metodi alternativi alla sberla”

Standard

 

“Sulla sberla non sono d’accordo, anche se in passato qualcuna ne è volata. Andava bene quando erano più piccoli e una sculacciata faceva finire un capriccio.

I ragazzi, invece, vogliono essere presi sul serio, perché loro si prendono sul serio, e un ceffone non fa altro che sottolineare il nostro potere e la nostra superiorità fisica (nel mio caso devo stare attenta perchè avrei la peggio in uno scontro fisico). La sberla chiude il discorso, non lo apre. Non so neppure io quante volte mi prudono le mani e quante volte sono uscita dalla stanza per non alzarle in faccia alle mie figlie, ma cerco di trattenermi.

Sono d’accordo invece sull’affrontare temi anche pesanti. Con un 15enne si può parlare della parte più dura della vita e se possibile anche mostrarla. Con giusto modo, per non scioccarlo, ma abbastanza da “svegliarlo”.

Ad esempio a mia figlia dopo che era scappata per un intero giorno, ho fatto leggere un articolo su un ragazzo scappato di casa e morto tragicamente, non perchè ha incontrato il mostro, che avrebbe potuto incontrare, ma di stenti e di freddo. Ho cercato qualcosa che non assomigliasse troppo alla sua avventura, che non si spaventasse troppo, e non è stato facile parlare di morte e stupidità allo stesso tempo. Non so se ho fatto bene ma credo le sia servito.

Ho iniziato a parlare di droga e di quanto anch’io (come tutti quelli nati dopo gli anni 50) fossi nella facile condizione di avvicinarmici. E quali tremende porte ho visto aprirsi ad un paio di compagni delle superiori. Quelle del carcere minorile non sono le peggiori, ma si può comunque visitare, basta prendere appuntamento.

Anche i campi estivi organizzati da associazioni di volontariato non sono male. Accettano ragazzi dai 15 anni in su e una delle mie figlie trascorrerà sicuramente un paio di settimane l’estate prossima. Secondo me avvicinano alla realtà e aiutano il ragazzo a ragionare sulla sua condizione.”

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. Mamma Mercedes e papà Guido: “Le ombre (oltre la luce) dell’adozione”

Standard

Questi due genitori hanno adottato in India una bambina di 6 anni. Loro sono già genitori di una figlia di 11 anni. La testimonianza, da cui traiamo la sezione che riguarda il tema da noi trattato, è molto interessante perchè si tratta di considerazioni sulle adozioni e difficoltà dei bambini in età scolare. Per chi volesse completare la lettura: http://www.mehala.org/it/adozione/testimonianze_dettaglio.aspx?year=2002&IDAttestation=4

“In genere leggiamo testimonianze molto belle e incoraggianti. Mi sono sempre chiesta se eravamo soltanto noi a vivere l’adozione con difficoltà oppure se c’era nelle coppie un certo pudore a condividere le ombre della nostra esperienza di adozione. Ci siamo fatti coraggio e abbiamo pensato di condividere con voi la nostra esperienza, meno “rosea” di altre, nella speranza che altri forse possano rispecchiarsi e confrontarsi con noi. E anche se il nostro percorso non è ancora concluso in nessun senso (siamo ancora nella proroga dell’anno pre-adottivo) credo che alcune cose che abbiamo imparato possano essere utili a tutti. (…)

Punizioni/limiti. Molti dei nostri figli adottivi, quando arrivano da noi, sono abituati a riconoscere i limiti attraverso le punizioni e i castighi corporali.

A noi occidentali queste pratiche sembrano assurde e facciamo molta fatica a marcare i limiti con le punizioni, e ancora più fatica con i castighi corporali. Eppure per i bambini è tutto uno stravolgimento cambiare di colpo i codici imparati durante anni e passare a codici molto più ragionati, razionali, difficilmente riconoscibili da parte loro. Ad un tratto il NO che veniva espresso con una botta adesso viene soltanto spiegato a parole. A loro risulta tanto difficile riconoscerlo, e noi ci innervosiamo di dover ripetere mille volte la stessa cosa.

Devo dire di essere stupita dal fatto che a volte mi è parso chiarissimo che Rosy stesse chiedendomi un castigo. Mi sono sentita in colpa per l’utilizzo di punizioni e sculacciate (non necessarie con la figlia naturale) finché mi è stato fatto capire come per Rosy il fatto di ricevere punizioni potesse essere la possibilità di riconoscere la genitorialità: “qualcuno si occupa di me, del mio bene, qualcuno ci pensa, non sono sola.”

(fonte: mehala.org)

Ira e rabbia. Mamma Patty: “Vorrei capire la sua sofferenza”

Standard

“Il mio piccolo principe è entrato nelle nostre vite a maggio del 2011 a poco meno di tre anni. E’ un bambino molto intelligente e molto coccoloso… vuole essere aiutato a fare tutto … ha molta paura di essere nuovamente lasciato. Continua a chiedere:”Mamma non scappa vero? Mamma vuole bene anche se faccio tanti capricci?” e si mette il mio pigiama perchè è magico e fa passare tutti i brutti pensieri le paure e le cose brutte…

Però ragazze… ci sono giornate in cui piange per 5-6 ore di fila; giornate in cui ha crisi di rabbia paurose incontrollabili dove picchia scalcia sputa dove riesce a dirti le peggio cose che una mamma può sentire.

E’ molto arrabbiato… fatica a lasciarsi andare. A volte davvero è dura… perchè talvolta perdo la pazienza e mi sento davvero la peggiore mamma del mondo. Ho deciso di stare a casa dal lavoro fino ad ottobre. Le giornate a volte sono interminabili e niente sembra consolarlo. Mi ha detto che io l’ho lasciato quando è nato e poi sono andata a riprenderlo… mi ha detto: “Mamma io sono tanto arrabbiato con te perchè io ti chiamavo e piangevo e tu non sei mai venuta”… vorrei prendere un po’ della sua sofferenza e caricarla sulle mie spalle…”

(fonte: forum AIBI)

Ira e rabbia. Mamma Patty: “AAA cercasi soluzioni urgentemente”

Standard

“Per i genitori adottivi uno dei compiti più ardui può essere quello di riuscire a domare e governare le crisi di rabbia dei propri figli.

E’ un compito che può protrarsi anche a lungo, per anni.

Anzi, a dire il vero mi sto chiedendo se mai finirà, visto come si stanno mettendo le cose ultimamente.

Vi ho già raccontato che è un periodo un po’ difficile, un periodo di conflitti tra fratelli che vanno a discapito della serenità familiare.

Preso atto che la divisione con un muro di Berlino non può essere praticata, tocca alla sottoscritta mettersi in mezzo quando le cose degenerano, anche a rischio dell’incolumità personale.

Eh sì, non sto scherzando! Qualche giorno fa, per sedare una rissa fra il più grande e il secondo, sono dovuta intervenire con “modi un po’ bruschi” nei confronti del maggiore, che rischiava di far male al fratello.

Questo mio intervento ha fatto esplodere in lui tutta la rabbia accumulata, contro il fratello, contro di me, contro il mondo intero…

Risultato: mi si è avventato contro come un pazzo, strappandomi un bel mazzo di capelli! Per fortuna in quel momento in casa c’era un’altra persona che, sentite le grida, mi ha aiutato a liberarmi dalla morsa senza costringermi a gesti antipatici, che avrebbero peraltro degenerato ancora di più la situazione.

Per non essere da meno, alcuni giorni dopo Number2, ripreso per voler uscire sotto la pioggia battente senza la giacca e con un paio di scarpette di tela estive, ha pensato bene di sfogarsi rompendo un tavolo da giardino, frantumando il vetro di un quadro, riempiendo di sapone liquido (o gel, non ho capito) i miei vasetti di crema, nascondendo e strappando le pagine dei quaderni del suo fratellino, accartocciando i disegni di educazione tecnica e strappando le pagine del libro di antologia del fratello più grande.

Conclusione: cercasi rimedio per governare le rabbie di questi amatissimi e tremendissimi figli…”

(fonte: adozionebambini.noiblogger.com)

Ira e rabbia. Mamma Blog: “Il peggio e i tulipani”

Standard

Capire che tuo figlio riesce a tirar fuori da te il peggio, ma davvero tutto il peggio che tu possa dare è qualcosa di spiazzante e triste.

Ci provo, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo a cercare nelle pieghe più nascoste di me stessa le cose buone, belle che servono a lui, ma anche a me – per metterle su un vassoio di parole e dargliele – leggere – perché possa servirsene per star meglio e affrontare le cose con serenità.

Ma mentre cerco il bello, trovo il brutto, il meschino, il gretto che mi disgusta e mi fa paura.

E sento fallire il mio progetto di vita.

Non riesce a consolarmi il fatto che intorno a me nessuno sembri farci caso, ormai nemmeno lui che ci dà solo il peggio e riceve da noi solo il peggio, in un circolo vizioso di brutture ed incapacità, di terapie senza alcun risultato se non quello di lasciarci senza soldi.

Sento la fatica, grande, ho l’impressione che mi voglia schiacciare. Sollevo le braccia, la fermo tenendola in alto con entrambe le mani, paonazza per lo sforzo.

Spero nella primavera, che tra poco arriverà.

Spero in una rinascita del cuore, del cervello, dell’energia.

Nuova vita di cui ho un grande, grandissimo bisogno – per ritemprarmi e rinnovare le risorse.

Domani pianterò i tulipani.

(fonte: postadozione.bloog.it)

Adozione etica. Mamma Alessandra: “L’adozione comincia quando il bambino arriva in famiglia”

Standard

“Cosa direi ad una coppia che sta per adottare? Niente di particolare perché tanto non serve a nulla. Anche a noi avevano raccontato varie storie e hanno cercato di farci aprire gli occhi sulle difficoltà, ma niente, noi avanti imperterriti. Quando sei all’inizio hai solo voglie di realizzare il tuo sogno. Le parole passano da una parte all’altra e ci rifletti fino ad un certo punto. Poi arriva il bambino ed è lì che si comincia a ballare! Per lo meno sulla base della nostra esperienza di genitori di una bambina arrivata qui a nove anni”

Adozione etica. Mamma Gio: “Solo dopo aver riconosciuto le nostre frustrazioni possiamo goderci appieno l’esperienza adottiva”

Standard

“Alle coppie che intendono avvicinarsi al percorso dell’adozione io, basandomi su un’esperienza che dura da più di 25 anni (mia figlia è arrivata che aveva pochi mesi), consiglierei di non farsi scoraggiare dalle difficoltà e dai timori, ma di non chiudere neppure gli occhi di fronte ai problemi, perché poi il tempo ci presenta sempre il conto e se non ce lo aspettavamo pagarlo è molto più doloroso.

Cosa intendo dire?

Che l’esperienza dell’adozione è straordinaria ed estremamente gratificante: è meraviglioso per chi da tempo ha il desiderio frustrato della genitorialità avere un cucciolo da accudire, seguirne la crescita, trasmettergli tutto ciò che si ritiene degno di essere trasmesso, immaginarne il futuro e seguirlo poi mentre si attua, avere quello scambio affettivo che solo con un figlio si può realizzare, sentirsi davvero utili ed importanti per qualcuno.

Tuttavia bisogna sempre essere consapevoli che si tratta di un’esperienza diversa da quella della genitorialità naturale, un’esperienza che dovrebbe essere affrontata prima di tutto dopo aver elaborato il lutto della propria sterilità. Non intendo dire che si debba pensare all’adozione quando non si soffre più per il fatto di non poter procreare (allora forse non ci si arriverebbe mai), ma che ci si deve giungere quando si è accettata questa realtà e dopo aver preso coscienza il fatto che l’adozione non potrà mai toglierci alcune frustrazioni di fondo: ad esempio, per la donna la mancata esperienza della gravidanza e del parto, per entrambi i genitori adottivi il fatto di non potersi fisicamente e spesso anche caratterialmente riconoscere nel proprio figlio, nonché il fatto di dover accettare che quest’ultimo, da adulto, probabilmente desidererà incontrare o ritrovare i genitori naturali e che forse, nonostante la nostra dedizione, vivrà un rapporto affettivamente conflittuale con noi.

Non che molti di questi “rischi” non esistano con un figlio naturale, ma certamente sono più probabili nel caso dell’adozione.

Inoltre bisogna essere consapevoli del fatto che un bambino adottato generalmente ha più difficoltà scolastiche e relazionali rispetto agli altri e che perciò richiederà un impegno elevato e una dedizione spesso frustrata dai risultati.

Insomma, adottare un bambino è una sfida esistenziale importante, che va affrontata con entusiasmo, ma anche con grande consapevolezza.

In base alla mia esperienza, è comunque una sfida che vale mille volte la pena di affrontare.”

Adozione etica. Papà Giancarlo: ”Oltre le nuvole ci sono mille soli che ci aspettano”

Standard

Papà Giancarlo ha pubblicato un libro “Oltre le nuvole” (ilmiolibro.it – 2010) dove racconta il viaggio in India per incontrare Prema, la figlia adottiva. Oggi Prema ha più di vent’anni. Dal libro abbiamo selezionato questa parte che è attinente al tema che stiamo trattando.

Ogni tanto torna di moda, a seguito di qualche evento, affrontare il tema dell’adozione. L’adozione è ancora vista dai più un atto eroico, un profondo bisogno della coppia: “poverini, non riuscivano ad avere figli,….la colpa è di lui,…..la colpa è di lei,….che bravi che sono stati,….hai visto che brutto che è quel bambino,…di che razza è?,….chissà che tare avrà,….non ti sembra troppo nero?…etc etc.
.
La società è quella che è, non possiamo inventarcela. L’egoismo la fa da padrone, come la rincorsa prima al benessere e poi al superfluo. Come non possiamo nemmeno idealizzare tutte quelle strutture e quindi quelle persone che per lavoro s’interessano alle problematiche dell’adozione, per evitare di farne comunque delle icone. Non può essere, infatti, che manchi, fra i tanti esempi, il bidello che non fa il suo lavoro o l’insegnante lavativo, e non vi sia nell’ambito adottivo colui che non fa il proprio dovere.

D’altra parte non può nemmeno essere che ogni qualvolta qualcuno provoca lo scoop, sia la figura dell’assistente sociale, quasi sempre donna e nubile, l’emblema dell’incapacità e dell’indifferenza, mentre i genitori, rapinati dei loro figli, risultino sempre idealizzati dai media.

Esiste purtroppo anche l’adozione a tutti i costi che è interpretata dalla nostra società come un atto di altruismo estremo e quindi, nel momento in cui chi di dovere tenta di ripristinare la norma, ecco comparire fior di esegeti che si scagliano contro chi ha quest’obbligo, dipingendo costoro a tinte fosche, sorvolando naturalmente sul come questi genitori siano divenuti tali.

C’è poi la società dal palato fine, quella di solito acculturata e ideologizzata, che vede l’adozione internazionale come una rapina nei confronti dei paesi poveri, che vede nei genitori adottivi una cellula piccolo borghese da combattere.

Anche il bambino di colore in braccio ad una donna bianca è visto con curiosità, almeno fino a quando non cresce e comincia a combinare qualche marachella, come tutti. La musica allora cambia e le esternazioni, anche di persone anziane e timorate di Dio, sono alquanto squallide.

E’ in mezzo a questa società, che quasi sempre ci compatisce e a volte ci idealizza, che comunque abbiamo imparato a vivere. Siamo una minoranza consapevole anche di essere discriminati da una normativa statale, una minoranza che va per la propria strada, cosciente di percorrere la via maestra sperando che un giorno non lontano, tutte le strade si uniscano. Perché stiamo parlando dei nostri figli, della società del futuro, che immagino, tutti vogliano foriera di benessere, ma anche più equa e meno egoista.

A distanza di anni, dal viaggio che abbiamo vissuto insieme a Prema, il nostro bilancio era, è e rimarrà, comunque, positivo.

Adozione etica. Mamma Lucia: “Adozione, no grazie!”

Standard

“Dopo mobili sfasciati, qualche pugno mollato qua e là, appostamenti per osservare le pessime frequentazioni di mio figlio, chiamate al 118 per calmare le crisi isteriche…. Beh, faccio un po’ fatica ad essere ottimista. No, non credo che adotterei di nuovo. E’ stata veramente molto dura. Adesso mio figlio ha 25 anni e sembra aver trovato un certo equilibrio. Finalmente, dopo 25 anni, lo sento figlio mio fino in fondo. Non posso, però, dimenticare l’enorme sforzo di mio marito e mio nel gestire la situazione. Noi abbiamo avuto legami e aiuti specialistici che ci hanno sostenuto e che non tutti hanno la fortuna di avere. Si, ci penserei molto bene. Prima di adottare bisogna fare i conti con le forze e i mezzi che si hanno a disposizione in maniera onesta, senza ingannarsi.”

Adozione etica. Mamma Livia: “Pensavo di non farcela più”

Standard

“Eravamo allo stremo con mio figlio adolescente. Battaglie tutti i giorni e tutte le notti. Non so cosa pensassero i miei vicini di casa. Mi aspettavo che chiamassero il 113 tanto era il trambusto che creavamo nel condominio. Un giorno mi arriva a casa un questionario un’indagine sulla situazione delle famiglie adottive con figli adolescenti. C’erano domande molto specifiche che coglievano nel vivo le difficoltà che vivono molte famiglie adottive e gli stati di devianza di alcuni ragazzi. L’indagine era rivolta ai genitori e ragazzi con questionari separati. La sezione dedicata alle madri indagava sulle cause di stress e stanchezza psico-fisica chiedendone il motivo e il peso in un range da 1 a 6. Ormai all’apice della sopportazione, ho risposto al massimo della valutazione negativa a tutte le domande. Poi, però, alla domanda diretta “Adottereste di nuovo?” mi sono ritrovata a rispondere “si”. In quel momento mi sono resa conto che, nonostante le arrabbiature e forti pressioni del momento, rimaneva chiaro che, io, come persona, consideravo l’adozione un’esperienza di vita importante. Devo, infatti, ammettere che mi ha fatto scoprire alcuni lati di me che non conoscevo, da quelli negativi come la facilità all’ira, alla grande forza interiore e determinazione. Certo l’adozione non la consiglio a chi crede di costruire una famiglia patinata.”

Adozione etica. Papà Riccardo: “Non sopporto il senso d’impotenza”

Standard

 

“Ho un rapporto speciale con la mia secondogenita. E’ una ragazzina particolare, chiusa nel suo mondo. Ha evidenti problemi di relazionarsi con le persone e le cose, ma sa anche essere molto dolce. In questi ultimi mesi la sua situazione di disagio è aumentata, forse perchè sta entrando nella pre-adolescenza. Siamo stati costretti a rivolgerci ad uno psichiatra per contenere i suoi scatti d’ira, particolarmente dolorosi per me quando sono rivolti a lei stessa. Mi sento impotente. Non so cosa devo fare.

Quando abbiamo avuto l’abbinamento hanno cercato in tutti i modi di non farci conoscere la verità su di lei. Ci parlavano sempre della sorella maggiore che è una ragazzina solare e intraprendente. Ora mi chiedo se sia giusto nascondere elementi così importanti ad una coppia di genitori. Sia chiaro, delle due, forse, la seconda è la figlia che amo di più. Il problema è che non ho gli strumenti per aiutarla.”

Adozione etica. Mamma Ilaria: “Vuoi metter la soddisfazione!”

Standard

Calano le adozioni, è colpa della crisi, adottare è lungo e difficile, i bambini adottivi sono complicati, ci vogliono molte risorse … tutto vero, ma non è tutto qui!!!!

Io ho adottato due bambini e posso dire che i momenti di difficoltà ci sono e ci saranno, che è più complicato essere un genitore adottivo rispetto alla genitorialità biologica, ma voglio dire a gran voce che tante volte è anche molto più bello e più profondo.

Quando arriva un bambino che ha già fatto un pezzo di vita non facile senza di te, giorno per giorno capisci che lo aiuterai a lenire le sue ferite, a trovare un punto fermo, a sfogare la sua frustrazione, a incanalare le sue emozioni, a trovare fiducia in se stesso e piano piano a fidarsi di te. E’ vero, non sarà semplice e nessun corso pre-adozione ti avrà mai preparato abbastanza, ma la prima volta in cui tuo figlio ti dirà che ti vuol bene (cosa scontata per gli altri genitori) o che si addormenterà tra le tue braccia (perché prima non si lasciava andare) o che ti dirà che dopo averti tanto aspettato è stato molto fortunato a trovare una mamma come te, proverai emozioni così uniche forti che tutto quello che viene prima avrà avuto un senso.

La “conquista” di tuo figlio e il viaggio insieme a lui sono una sfida bellissima oltre che impegnativa e la bellezza dell’adozione non è l’aver salvato un bambino dal suo destino difficile, ma l’aver messo al centro un’idea di famiglia che ama, accoglie ed è plasmata dall’esperienza di crescere insieme

(fonte la 27aOra-corriere.it – 12/01/2012)

Adozione etica. Mamma Renata: “Un sorriso vale qualsiasi sacrificio”

Standard

“Quando mi chiedono perchè consiglierei ad una coppia di adottare, la prima cosa che mi viene in mente è il sorriso di mia figlia. Ho visto alcuni bambini arrivare in Italia. All’inizio sono senza punti di riferimento, magari un po’ intimiditi. Dopo qualche mese cavalcano le loro biciclette e sembrano avere la situazione sotto controllo. Sono come quelle piante mezze rinsecchite cha pensi morte, ma decidi comunque di irrorarle per vedere cosa succede, quasi a sfidare mamma natura. Un goccino d’acqua oggi e un goccino domani, cominciano a far uscire le prime foglioline verdi e, con l‘arrivo della primavera, la pianta si ricopre di un’esplosione di fiori. Sì, io consiglio di adottare perché si ha il privilegio di assistere, in prima fila, ad una rinascita.”

Adozione etica. Mamma Lucrezia: “Ogni bambino ha le sue necessità”

Standard

“In classe di mio figlio c’è un bambino etiope. Lui non ha tutti i problemi di mio figlio. E’ educato, tranquillo e gentile. Anche a scuola va bene. Ha perduto i suoi genitori per l’AIDS. Lui era già abituato ad avere una famiglia. I genitori adottivi sono diventati una seconda possibilità, due genitori da amare e con i quali relazionarsi. Certo ha dovuto essere sostenuto psicologicamente per l’elaborazione del lutto. Per lui, però, è naturale chiamare mamma e papà. Diversa la storia di mio figlio che è vissuto in un istituto e non ha mai saputo cosa vuol dire avere una famiglia. Per Cris è tutto più complesso perchè non sa come funziona avere una mamma e un papà.”

Adozione etica. Mamma Antonella: “Quando iniziai il percorso dell’adozione…”

Standard

“… lo psicologo dei servizi affermò “l’adozione è una relazione riuscita quando al bisogno di un figlio riusciamo a sovrapporre il desiderio di un figlio”. 

La necessità di soddisfare un bisogno porta le coppie a mentire prima di tutto a se stesse e poi alle diverse persone con cui vengono in relazione. Devono raggiungere uno scopo e per far questo si chiedono continuamente  “cosa vorrà lo psicologo, piuttosto che il tribunale o l’ente da me?”  In questa posizione mentale non si risponde ciò che è ma ciò che si crede funzionale. Il giochino si rompe, però, quando la coppia passa dal bambino immaginario a quello reale. Dal pensiero della famigliola alle difficoltà da superare. 

Se invece noi genitori abbiamo il desiderio di un figlio e veniamo a patti con la realtà e i bisogni, tutto il cammino risulta più trasparente, psicologicamente più agevole. Quando abbiamo desiderio di qualcosa siamo disposti a mediare, ad abbassare le aspettative in relazione al reale. Quando dobbiamo soddisfare un bisogno no, il bisogno è un assoluto e come tale non accetta mediazione, ma soddisfacimento. 

Anche da quello che ho letto qui, le persone più serene mi paiono quelle che hanno saputo capire e accettare la realtà dell’adozione della sofferenza dei bambini, quelli che sono riusciti a togliere se stessi dal centro del percorso adottivo per farci entrare anche un bambino. Che non è necessariamente quello immaginato, ma un bambino che esiste già con una propria storia e personalità e dei bisogni. 

Provo amarezza quando vedo coppie che hanno mentito e continuano a farlo. Non cercando un figlio che esiste, ma quel figlio che vogliono o non possono avere. Spero di essermi spiegata.” 

(fonte: it.sociale.adozione – 24/12/2005)

 

Scelta delle superiori. Mamma Gio: “Dalla materna all’università, il faticoso percorso di mia figlia”

Standard

“Mia figlia è arrivata da noi quando aveva 6 mesi, 25 anni fa. Il suo percorso scolastico è stato sempre piuttosto faticoso. Già quando frequentava la Scuola Materna, mostrava difficoltà sul piano grafico: i suoi disegni non godevano dell’approvazione delle insegnanti e lei ne soffriva molto.

Poi è andata alle Elementari ed ha faticato più della media ad imparare a leggere, a scrivere e, soprattutto, a “far di conto”; la matematica era ed è restata il suo scoglio maggiore. Io, che di mestiere  facevo e faccio la maestra elementare, la seguivo quotidianamente per ore e questo era sfinente per entrambe: Me ne rendevo conto, capivo che questo mio pormi con lei nel ruolo di insegnante stava danneggiando il nostro rapporto madre-figlia, ma non riuscivo a lasciarla andare: era una sfida con me stessa. Insegnavo già da tempo ed avevo avuto notevoli soddisfazioni nella mia professione, perciò non riuscivo a rassegnarmi all’idea di fallire con lei. Lei probabilmente percepiva la mia frustrazione e delusione e questo non faceva che bloccarla ancora di più. 

La situazione è continuata così, o quasi, fino alla terza media. Poi si è trattato di scegliere le Superiori e la scelta è avvenuta per esclusione: per i Licei Classico e Scientifico (come gli insegnanti confermavano) non era matura; nell’ambito del Linguistico (corrispondente al vecchio Istituto Magistrale,  da me frequentato prima dell’Università) avrei probabilmente avuto ancora la possibilità di una eccessiva intromissione; scuole come Ragioneria e Geometri, che richiedevano capacità matematiche, erano per lei uno spauracchio; il Liceo Musicale, per il quale forse avrebbe avuto attitudine (ha studiato vari strumenti, sia pure senza alcuna costanza) non c’era nella nostra città; del Liceo Artistico neppure parlarne perché le sue abilità grafiche erano ancora modeste; non rimaneva che rivolgersi all’Istituto Professionale, nell’ambito del quale ha preferito l’indirizzo Turistico. Forse abbiamo scelto il “meno peggio”, comunque non si è trovata bene: probabilmente per parecchi dei suoi compagni si era trattato, come per lei, di una scelta forzosa e non erano studenti brillanti e volenterosi; molti insegnanti sembravano demotivati dal modesto livello medio delle classi e di conseguenza (per quanto ho potuto intuire dall’esterno) non riuscivano ad avanzare proposte davvero stimolanti. I cinque anni sono passati stancamente, è stata sempre promossa, ma  ha preso la Maturità con un voto modesto. 

Poi però ha voluto fare l’Università e noi genitori siamo stati felici di darle questa opportunità di crescita culturale. Sempre in considerazione delle attitudini fino a quel momento manifestate, la scelta è ricaduta su una specie di DAMS, che all’inizio sembrava interessarla molto, poi pian piano si è un po’ disamorata. Si è comunque laureata, con un anno di ritardo e con una valutazione non eccelsa: in ogni caso bisogna dire che ha fatto quasi tutto con le sue forze. Di seguito ha deciso di prendere una Laurea Magistrale in Beni culturali e dovrebbe finire entro l’anno, ma anche qui le cose vanno in modo altalenante e non brillantissimo: quello che più le manca, a mio parere, è un metodo di studio e la capacità di un impegno continuativo e rigoroso; le manca insomma la maturità. 

Come leggo oggi questa esperienza? Ho sicuramente commesso molti sbagli, facilmente intuibili, ma se avessi fatto scelte diverse (ad esempio farla seguire da una persona che non fossi io quando era piccola o farle frequentare un Liceo) le cose sarebbero andate meglio?”

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 6: “Conclusione”

Standard

  

Come ho detto all’inizio ho scritto tutto questo “dalla parte del torto”. E questo mi espone alla sua probabile osservazione che mio figlio non era adatto al suo liceo. So bene che tre ore al giorno di studio a casa, in questa fase della sua vita, non sono la migliore via per consentirgli di fare i conti con la sua storia personale. Ma è certo che avete perduto una risorsa. Avete perduto uno studente indubbiamente impegnativo, difficile, con delle sue lacune e lentezze. E con alcune genialità. Ma che è una sfida per un liceo sociopsicopedagogico che vuole essere tale. 

Non voglio chiedere alla scuola di risolvere i problemi sociali. Mi fa però riflettere un’osservazione di mia moglie: “Cosa sarebbe successo a un altro ragazzo se fosse venuto da una famiglia non preparata a far fronte al suo fallimento scolastico? Dove sarebbe finito questo ragazzo?”. 

Vede, e non se ne abbia a male se qui sarò un filo polemico, ma l’esperienza in questo liceo mi ricorda quell’insegnante della scuola elementare che a Francois Truffaut bambino inflisse una pena severa perché in un tema aveva saccheggiato un intero brano da Balzac. Anziché comprenderne la grandezza interiore, si era fermato alla superficie. Poi Truffaut divenne il grande regista che divenne. Certo, era tutto tranne che uno “scolaro modello”. Ma se non ci pensa un liceo che si definisce delle “scienze umane” ad attrezzarsi per vincere queste sfide, chi ci pensa? 

Ricordo bene la coordinatrice affermare, in un consiglio di classe, che “non siamo più alle medie, siamo al liceo”. Ecco, mi aspetto – come cittadino – che offriate servizi e una didattica all’altezza del liceo delle scienze sociali. Non vorrei che qualche suo insegnante avesse sbagliato scuola. E che qualche altro si fosse dimenticato che la prima e la seconda liceo rientrano nell’ambito dell’obbligo scolastico. E a questo proposito le pongo alcune domande: 

– c’è stata azione di riorientamento per mio figlio? C’è azione di riorientamento per i ragazzi e le ragazze che non sono in grado di finire con successo il biennio? Se mi baso sulla mia esperienza, la risposta è no. Nessuno ci ha detto che c’è un progetto della Provincia per riorientare gli studenti, con test e colloqui psico-attitudinali. L’abbiamo scoperto da soli, grazie alla vicepreside di un istituto tecnico che abbiamo contattato quasi sul filo della disperazione. E trovo che questa lacuna sia gravissima.

– certamente alcuni ragazzi e ragazze (mio figlio incluso) non sono in grado di affrontare tre ore di studio al giorno. Non perché non siano in grado di farlo, a livello cognitivo, ma perché – per vari motivi – non hanno un impegno adatto a un liceo “tradizionale”. Va quindi benissimo se vengono consigliati di frequentare altre scuole o se vengono respinti. Ma credo che dovreste porvi il problema di lasciarli andare facendo loro due doni: un metodo di studio degno di questo nome e la consapevolezza di cosa vogliono e possono fare. 

Chiudo con tre considerazioni, che mi creano molta amarezza.

La prima è che mio figlio ha la fortuna di avere una famiglia culturalmente ed economicamente “equipaggiata”. Mi domando, che sarebbe accaduto se fossimo altri genitori. Mi domando – con mia moglie – che fine fanno i ragazzi e le ragazze in difficoltà che vengono da famiglie meno dotate, a livello economico o culturale. 

La seconda considerazione è che trovo vergognoso che una insegnante di sostegno, peraltro di un altro studente, si permetta di trattare con ostilità e disprezzo un ragazzino.  E’ gravissimo che un ragazzino si senta “nel mirino”. E non ho parole educate per esprimere il mio sgomento e la mia irritazione su questo punto. Se lo stesso comportamento lo avessero tenuto due compagni di classe, adesso staremmo ipotizzando un caso di bullismo. Non è un caso se solo due insegnanti si sono ricordati di mio figlio, alla vigilia del suo ritiro: l’insegnante di sostegno nelle materie umanistiche e l’insegnante di storia. A loro va il nostro ringraziamento e la nostra riconoscenza. Gli altri insegnanti sapevano poco o nulla. Erano impegnati in faccende più importanti che chiedersi perché un ragazzino lascia la scuola. Forse non lo reputano un affare loro. Credo invece che lo sia. 

La terza considerazione è che se vi fosse stata la “volontà pedagogica” di seguire nostro figlio,  sarebbe stato probabilmente respinto o rimandato, per poi andare nell’altro istituto dove proseguirà gli studi. Ma avrebbe mantenuto l’amore per la scuola, per la vostra scuola. Mia moglie ed io abbiamo dovuto tenerlo a casa da scuola per evitare che svanisse quel poco che gli rimaneva d’amore per lo studio. Ora, è paradossale che due genitori siano costretti a ritirare un figlio da scuola per evitare che si faccia del male… a livello scolastico. 

Mi sono voluto esprimere in modo sincero e a tratti anche ruvido, in considerazione del fatto che, se mi permette, come cittadino contribuente verso le imposte anche per pagare gli insegnanti della scuola italiana. Anche di quelli “distratti”.

Cordiali saluti.

Un papà

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 5: “Il consiglio di classe”

Standard

Nell’ultima riunione del consiglio di classe – sono stato rappresentante dei genitori – mi hanno colpito alcune cose. La prima è una conferma: non esiste il dibattito. Ci siamo seduti lì solo per ratificare cose già decise.

Quanto ai libri, mi sono reso conto che a nessuno dei suoi insegnanti interessa sapere cosa pensiamo noi genitori. Magari avrei potuto dire che il testo di Economia e Diritto, oltre ad avere qualche penoso passaggio “ideologico” (senza riscontro scientifico), è scritto… coi piedi: hanno proprio sbagliato l’editing. Tanto fumo e tante parole, e poco arrosto. Avrei anche potuto dire che io studio francese, con un’insegnante madrelingua docente alle superiori, su un testo decisamente più interessante e più ricco di esercizi di quello adottato. O avrei potuto osservare che il libro di Storia avrebbe bisogno di una “ripulita” al testo e dell’aggiunta di schemi e grafici. 

La coordinatrice si è lamentata – esprimendo l’opinione di tutti i docenti – del fatto che la classe nell’ultimo mese è “distratta”, poco attenta, si chiacchiera troppo. Non so se è da mettere in relazione con la presenza di mio figlio, a cui la stessa insegnante ha fatto riferimento (senza citarlo) come di un “problema”. Mi lasci dire che la cosa mi ha profondamente turbato e amareggiato. Non ho voluto dire nulla, perché avrei dovuto citare gli episodi che le ho riferito, e questo non sarebbe stato corretto in un rappresentante di classe. 

Peraltro, un mese dopo il ritiro di mio figlio, ho avuto notizia che il clima in classe non era migliorato. Allora pongo a lei e ai suoi insegnanti qualche domanda. A nessuno è venuto in mente che magari la colpa non è solo degli studenti – che ci mettono del loro, sia chiaro, e vanno puniti con severità dove necessario – ma anche di chi non sa appassionare? A nessuno viene il dubbio che non sa affascinare i suoi studenti, non li sa motivare e catturare?  C’è nessuno che osa pensare che si può insegnare divertendo?  Eppure dovrebbe fare riflettere l’ennesima scoperta che le emozioni lasciano segni indelebili nella conservazione dei ricordi. Riuscite ad emozionare i vostri studenti? Ne favorite la creatività? E ancora: riuscite qualche volta a ridere? Perché nel consiglio di classe tira un’aria seria da   vecchio Pcus. Questo avrei voluto chiedere, con modi educati sia chiaro, se solo… si potesse parlare nel consiglio di classe del suo liceo. 

Mi permetto allora di consigliare, a questo proposito, l’interessante intervento – visionabile su Youtube – di Sir Ken Robinson. E’ uno studioso che pone una domanda doverosa per un liceo delle scienze sociali: “Do schools kill creativity?”. Sono 20 minuti di filmato che fanno pensare e che divertono. Divertimento e riflessione non sono nemici…

(continua…)

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 4: “Gli insegnanti di mio figlio”

Standard

Dell’esperienza di mio figlio, mi sembra giusto segnalarle alcuni fatti. E’ un punto di vista “parziale”, ma che fa comunque pensare. 

– A ottobre, mio figlio viene interrogato in Scienze della Terra, la sua materia preferita alle medie. Qualche giorno prima l’avevo interrogato ed era da sufficienza: una sufficienza dovuta alle difficoltà espressive causate dall’emotività. Nell’interrogazione, l’insegnante di Scienze della Terra rileva invece un’insufficienza: 5. Ci può stare. Peccato che intervenga l’insegnante di sostegno nelle materie scientifiche dell’alunna con disabilità, e affermi che per lei il voto giusto è un altro: 4. Da allora mio figlio non ha più voluto sentir parlare di Scienze.

Ora, mi chiedo e le chiedo: è mai possibile che alla prima interrogazione, a ottobre, si possa umiliare in questo modo uno studente? Se poi penso che si tratta di un’insegnante di sostegno, non posso che provare sconcerto.

– Scienze sociali era nel cuore di mio figlio. Tanto che il libro di testo se lo sta leggendo per conto suo. Il libro affronta, del resto, temi su cui dibattiamo in casa. Mio figlio, però, è rimasto turbato – non da solo – dal riferimento all’orsacchiotto della prima infanzia fatto durante una lezione. Vorrei chiedere all’insegnante: non si è resa conto che aveva due figli adottivi in classe e che loro non sanno cosa sia un orsacchiotto, ma sanno molto bene cosa sia “non” avere una mamma e una casa e un papà e una famiglia?

Quella stessa insegnante non si è mai ricordata di rispondere a una curiosità di mio figlio che voleva avere dei chiarimenti, dato il suo vissuto, sul tema dell’infanzia. Ora, è deludente che un insegnante non dia risposta alle curiosità personali di uno studente. E’ ancor più deludente che lo faccia l’insegnante di Scienze sociali, di fronte alla richiesta su argomento delicatissimo qual è quello dell’infanzia in un ragazzino adottivo.

– L’insegnante di Diritto, a qualche giorno dal ritiro dalle lezioni, chiede a mio figlio se ha il libro e il quaderno. Lui non li ha, né ha intenzione di eseguire gli ordini dell’insegnante. Grave insubordinazione, concordo. Gravissimo atto di maleducazione. Questo non giustifica, però, l’uscita dell’insegnante: “Tanto sappiamo chi sei e che problemi hai”. Ora, qui le chiedo: chi è il maleducato e chi è l’arrogante? Chi è l’adulto e chi è il ragazzino? Chi dovrebbe cambiare scuola?

(continua…)

Scelta delle superiori. Mamma Giusy: “La mancata empatia della prof e l’insegnamento di mio figlio”

Standard

.imagescaurargn.jpg

“Ieri sono stata convocata dalla prof di francese di mio figlio che frequenta quest’anno la terza media. Sabato scorso è tornato a casa parecchio turbato per una comunicazione negativa della professoressa appunto. L’ho trovato in lacrime e molto risentito perché, secondo lui, “non era giusto”… Insomma, è stato ripreso per aver dato un calcio alla sedia. La nota nel registro di classe e la conseguente comunicazione sul diario per la convocazione dei genitori, ha provocato in lui una reazione spropositata, dando vita ad una specie di “teatrino” patetico di fronte a tutta la classe. Lui dice che proprio perchè non era giusto ha iniziato a pestarsi addosso, al che la prof gli ha detto che era ineducato e che doveva farsi controllare da qualcuno.

Questa sua versione mi ha mandato in bestia. Certo, anche con noi a volte ha queste reazioni, ma nel contesto della sua evoluzione educativa, per noi genitori hanno un senso. Dunque sono andata con l’intenzione più che legittima di difendere mio figlio, non di giustificarlo o assolverlo, ma comunque di sottoporre alla prof almeno le attenuanti del caso. Evidentemente troppo coinvolta ed emotivamente troppo nervosa, ho esternato ciò che avevo da dire con un nodo alla gola e la voce tremante. Hector è stato chiamato davanti a me e continuava a dire che non aveva dato un calcio alla sedia, ma era solo inciampato, inoltre la prof sosteneva di averlo chiaramente sentito dire a lei: “Ma vaffà”…

In mezzo a tutta la discussione precedente e successiva, un fatto mi ha lasciato una densa amarezza: la prof, rivolgendosi a mio figlio, quasi intimandolo, ha detto: “Lo capisci che è la tua parola contro la mia?”…. A quel punto ho pensato che mio figlio poteva avere anche ragione, ma che era inutile continuare la discussione. Sono andata via in lacrime… Mi sono ritrovata inghiottita nell’abisso del dubbio della mia incapacità. Lei ha sicuramente aggiunto cemento alle fondamenta della sua autostima, io e mio figlio invece, dinnanzi a lei, l’abbiamo persa. Di questo lei si farà forte con i suoi colleghi, di questo io mi farò debole davanti a me stessa.

Ma qualcosa è successo dopo. Hector, tornato a casa, mi ha detto: “Mamma, lo so che sei andata via triste, mi dispiace non poter provare la mia innocenza…”. C’è un sentiero che i figli adottivi percorrono scoprendo l’empatia verso i genitori che a 14 anni non tutti hanno…”

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 3: “I servizi per gli studenti, il metodo di studio e lo psicologo”

Standard

Un rilievo importante mi sento di doverlo fare sul vostro corso sul metodo di studio della durata di… sei ore. Non critico gli ottimi insegnanti che lo curano e di cui nostro figlio conserva un positivo ricordo. Il problema è un altro, e ben più serio.

Ho frequentato da poco proprio un corso sul metodo di studio. Ecco quanto è durato: 20 ore di lezione e lavoro in aula durante un weekend, esercizi a casa per mezzora al giorno per altri 20 giorni (con consulenza quando si avevano dubbi) e una giornata di follow-up. 

Il costo? 400 euro a testa. Capisco che una scuola non possa permettersi tanto. Sarebbe allora meglio dire ai genitori: questo è quanto offriamo noi, poi a pagamento se volete c’è anche quest’altro. Oppure, la stessa scuola potrebbe rinunciare ad altre iniziative pur interessanti (ma non essenziali) e puntare molto su un corso, quello sul metodo di studio, che è strategico e talvolta decisivo per la riuscita scolastica. Per non dire degli insegnanti, che potrebbero impararlo a dovere (400 euro sono una cifra inarrivabile?) e trasmetterlo agli studenti. 

Avremmo così, al posto di improbabili e noiosi schemi monocromatici, l’impiego delle “mappe mentali” inventate da Buzan e che in una scuola cittadina già insegnano ad alunni… di otto anni. Imparando un vero metodo di studio, e insegnandolo, qualche vostro insegnante potrebbe fare scoperte interessanti:

– che si può insegnare Diritto in modo molto meno noioso

– che le Scienze della Terra sono piacevoli e che con la scienza ci si può divertire e che divertendosi si apprende

– che i vocaboli di lingua straniera non si imparano ripetendo in modo noioso, ma si imparano utilizzando il lato creativo della nostra mente. 

All’Università abbiamo una dottoressa di ricerca che si occupa di “Cooperative Learning”, tecnica utile sia per l’insegnamento che per la gestione dei conflitti e dei gruppi. Anche questa potrebbe essere una tecnica alternativa alla mera trasmissione di nozioni, specie per quegli studenti che hanno voglia di apprendere, ma sono poco motivati dalle lezioni tradizionali. 

Ecco, da un liceo sociopsicopedagogico mi aspettavo questo. E altro. 

Che dire, poi, dello psicologo? Non lo conosco. Mio figlio non lo conosce e non gli è stato consigliato di contattarlo, quando ha dato i primi segnali di crisi nello studio. Ma, allora, chiedo: se non sono gli insegnanti a consigliare a un alunno disorientato di rivolgersi allo psicologo, chi deve farlo?

E se non è lo psicologo che si interessa di motivazione allo studio e delle ragioni per cui uno studente uscito dignitosamente dalle medie va in crisi, chi deve farlo?

(continua…)