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Sessualità/pubertà precoce. “Le mamme dicono che…”

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Mamma Flora: “R. si è sviluppata a 11 anni e mezzo. Non mi sono inquietata più di tanto. Il pediatra mi ha rassicurata che era in linea con la sua età e la sua etnia. Mi sono poi ricordata che una mia compagna di scuola delle elementari, italiana, ha avuto le prime mestruazioni in quinta elementare.”

Mamma Renata: “La mia bambina è seguita da un endocrinologo. Ogni 28 giorni fa un puntura per bloccare la pubertà precoce. Abbiamo prima fatto ecografia, lastre al polso e misurazione del cranio oltre agli esami del sangue per controllare gli ormoni. Ha 7 anni. Il tutto durerà per circa 2/3 anni dopodiché nel giro di un anno avverrà lo sviluppo. Finora non abbiamo avuto nessuna controindicazione.”

Mamma Lia: “Mia figlia è arrivata in Italia da un anno. Dai 9 ai 10 anni è cresciuta ben 15 cm e continua a crescere. Inoltre sta sviluppando curve femminili. La pediatra non ci ha messo in allarme. Da insegnante posso dire di aver visto bambine italiane svilupparsi in quarta elementare. Penso che un grande impulso sia dato dall’alimentazione più ricca e dalla serenità. Insomma, qui da noi possono permettersi di crescere!”

Mamma Carla: “La mia piccola A., di origine polacca, ha iniziato a sviluppare il bottoncino mammario a 7 anni e dopo 6 mesi l’endocrinologa ha ritenuto opportuno iniziare la cura ormonale per evitare i problemi connessi a questa “patologia”, soprattutto per un corretto sviluppo osseo. La cura da circa un anno e mezzo e spero che tra 6 mesi potremo smettere questa “tortura”. Secondo me a nove anni è del tutto normale che si inizino a vedere i primi segni dello sviluppo.”

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“I colori del vuoto”, un libro che diventa spettacolo

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Racconti di adottati, genitori adottivi e naturali

 

di e con Ramona Parenzan

Lo spettacolo è una declinazione drammaturgica in forma di monologhi che si susseguono, dei racconti presenti nella raccolta (Autori vari, a cura di Ramona Parenzan) I COLORI DEL VUOTO, edito da Libere Edizioni

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Spazio scenico in ombra. Sei sedie vuote. Accanto ad ogni sedia, in basso, si trovano degli “oggetti speciali”, un po’ curiosi: una balena rosa, una lampadina, un paio di scarpe con la zeppa anni settanta, un vecchio disco in vinile, un paio di scarpette da danza… Sono i preziosi oggetti simbolici che hanno “salvato” dal vuoto i protagonisti delle storie. Una voce fuori campo introduce il tema attraverso delle domande ripetute. Sul telo scorrono immagini. Poi, lentamente, quasi per magia, arriva cantando la narratrice. Sedia dopo sedia, oggetto dopo oggetto, fotografia dopo fotografia, illustrazione dopo illustrazione, prendono corpo, colore e voce le storie e i racconti presenti nel libro. Lo spettacolo diventa così  un delicato, e a tratti anche surreale, susseguirsi di voci rappresentative di adottati, genitori adottivi e genitori biologici alla ricerca dei propri figli, desiderosi di comunicare agli spettatori, le loro più profonde emozioni. Il tema centrale dei racconti è l’abbandono e la perdita, ma anche i vari modi in cui i protagonisti sono riusciti, nel tempo, a trovare risposte e a ridipingere il vuoto.  

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Note tecniche   Durata:  60 min, più dibattito con il pubblico per un totale di circa due ore

Montaggio scenografia: quindici minuti circa

Spazio scenico: teatro, aula magna, auditorium, biblioteche, palestre e spazi aperti

Dispositivi richiesti: pc, telo bianco, proiettore, 6 sedie, casse acustiche

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Costi 120 Euro nette (più eventuali spese di viaggio e di pernottamento)

Performer Ramona Parenzan, autrice di vari libri, racconta storie

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Per informazioni Ramona Parenzan 339 1622954;  ramona.parenzan@libero.it

Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

Solitudine papà: “Manuel Antonio Bragonzi scrive ad ilpostadozione”

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Abbiamo raggiunto Manuel Antonio Bragonzi, protagonista del libro “Il Bambino invisibile” (vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/). Facendo seguito al post precedente, dove abbiamo estratto una parte dal suo libro che parla di paternità e modelli maschili, ci ha risposto come segue:

“Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.”

È questo il senso vero del messaggio che volevo esprimere in questo pezzo. Quando guardo i miei bambini penso proprio a questo, potrei fare loro qualsiasi male, picchiarli, percuoterli, urlare, ma loro mi ameranno sempre, come io amavo mio nonno che ammazzò mia madre e mi frustava tutti i giorni. Come posso quindi io tradire la loro fiducia, come posso io quindi approfittare del loro bene? Come posso fregarmene del loro amore incondizionato? Sarei disumano a farlo, non umano, perciò malato. Non penso al male che ho ricevuto io per non fare loro la stessa cosa, ma penso a quanto volevo bene a mio nonno nonostante tutto.
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Purtroppo non ho mai conosciuto mio padre e non ho mai sentito la sua mancanza. Per i miei figli vorrei essere presente, ma non come il padre possessivo che pensa di amare il figlio proteggendolo da ogni esperienza negativa ma accompagnandolo, dando a lui gli strumenti per superare gli ostacoli che incontrerà sulla SUA strada cercando di essere un maestro, poco invadente ma presente. Un amorevole distacco.

Solitudine papà: “Il modello paterno nei figli adottivi

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La paternità di un uomo adottato, come la maternità, può rappresentare un momento di riflessione sul passato e mettere insieme i punti della propria vita per costruire un futuro più forte e stabile.

Crediamo che non sia un caso se i figli maschi, nella ricerca dei propri genitori biologici, trascurano meno la figura paterna. Attraverso l’attesa e la nascita del figlio si può cercare di ripercorrere ciò che può aver provato/pensato il papà sconosciuto. Ci auguriamo che non ci sia molto in comune con certi uomini. Ci riferiamo a quelli che ingravidano una donna e la lasciano subito dopo per non prendersi responsabilità. Purtroppo, ciò succede in molto paesi da cui provengono i nostri figli dove spesso imperversa una cultura machista, vuoi per ignoranza, vuoi per comodità. 

Sarebbe auspicabile che, pensando alla figura paterna non avuta, il figlio padre cercasse di mostrarsi migliore. Ricorrente è il desiderio dei giovani padri di voler trascorrere più tempo con i bambini per poter condividere le esperienze che non hanno avuto da piccoli, specie se istituzionalizzati o adottati grandi. (Vedi Convegno ICYC 2014).

Più tenero è invece pensare che attraverso il viso del proprio bambino si possa leggere una storia più ampia, dove famiglia di nascita e famiglia adottiva si ritrovano insieme nei tratti somatici e nell’educazione di una nuova vita tutta da costruire. 

Di seguito un estratto che parla di figure maschili e paternità assente, quella che tanti dei nostri figli, purtroppo, hanno subito.

 (…) Ero un bambino, e come tutti i bambini avevo bisogno di essere curato, nutrito, educato e …amato. Amato. Che parola magica.

Mio nonno mi amava? Dopo tutte le frustrate e l’odio che ogni giorno aveva riversato su di me, mi chiedevo se egli potesse volermi bene, come un genitore. In quell’istante avevo già smesso di odiarlo; anzi, mi sentivo ancora attratto da lui, perché non c’è sentimento più forte di quello che lega un bimbo a chi gli ha dato la vita, alla sua famiglia. Il figlio di un alcolizzato non rinnega mai suo padre, nemmeno se costui rende la sua vita un inferno tempestato di insulti, botte e angherie. Talvolta scappa o viene messo in orfanatrofio, ma torna sempre da lui, fedele e con lo sguardo sovente adorante, mosso da un impulso irrazionale oppure insopprimibile. Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.

Solo raggiunta la pubertà quella necessità svanisce e l’uomo riesce a staccarsi, dimenticandosi, per una strana legge del contrappasso, di essere stato bambino. E quando diventa a propria volta padre, i sentimenti vissuti nell’infanzia riaffiorano inconsapevolmente ed egli educherà i suoi figli come lui è stato educato. Se è stato amato, amerà. Se è stato picchiato, picchierà, scordandosi delle sofferenze subite e pretendendo, anzi, di essere stato felice da piccolo. A meno che il suo cuore non batta così forte da liberarlo dal rancore riaprendolo allo stupore della vita. (…)

(fonte: estratto da “Il bambino invisibile” di Marcello Foa)

Solitudine papà. Papà Rocco: “Nessuno nasce imparato nel ruolo di padre”

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Rocco è uno degli adulti che supporta la petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini” per consentire la ricerca dei genitori naturali da parte di quei bambini non riconosciuti alla nascita. Abbiamo dato ampio spazio a questo tema su questo blog nella sezione “ricerca delle origini”. Lo abbiamo raggiunto e ci ha parlato della sua esperienza di figlio diventato a sua volta padre.

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“Sono stato adottato già piuttosto grandicello, quindi come si può dimenticare il proprio passato pieno di solitudine e fame di affetto!?

Quando sono diventato papà di due figli, maschio e femmina, nati a 20 mesi di distanza, mi sono semplicemente reso conto di quanto ho sicuramente perso in modo irreparabile nel non esser potuto crescere insieme ai miei fratelli e sorelle di sangue. Per fortuna, in quel periodo mi ero già ricongiunto con una sorellina che era stata in collegio con me e che era stata adottata da un’altra famiglia separandoci. E’ stato un ricongiungimento, definiamolo, “tardivo”, dopo ben 16 anni. Infatti, nonostante i genitori di mia sorella fossero informati della mia esistenza sin dall’inizio, ci hanno tenuti volutamente separati con mio grande rammarico. Così quando ci siamo rivisti mia sorella era in piena adolescenza e per me ormai una perfetta sconosciuta, come del resto io per lei!

Quando ti nasce un figlio, quando diventi papà per la prima volta, nessuno nasce imparato ed è a parer mio assolutamente normale sentirsi scombussolati, quasi impauriti da questo nuovo ruolo di grande responsabilità. Chi in un primo momento non prova certe emozioni, ahimè, forse non riuscirà mai ad essere un buon padre.

I miei genitori adottivi, ma anche i miei suoceri, sono stati molto presenti dopo la nascita dei nostri figli. Non potevo pretendere di più. Davano, sia fisicamente sia economicamente, tutto il supporto necessario. Nonni fantastici. In quel periodo ero impegnato sul lavoro per cercare di portare un buono stipendio a casa visto che mia moglie aveva il suo bel da fare con due figli a distanza di venti mesi. La mia consolazione era che i figli, da piccini, hanno molto più bisogno degli accudimenti materni. Comunque al mio rientro a casa non mi risparmiavo mai per i miei bimbi, nei momenti critici anche di notte: la stanchezza svaniva, come per magia, e me li coccolavo ben bene. Molto spesso si addormentavano con me nel letto matrimoniale. Una bellissima esperienza che ti permette di giorno in giorno di crescere insieme ai propri figli!

Mio papà naturale l’ho cercato più tardi, ormai sepolto dal 1990. Mia madre naturale, un fratello e una sorella che vivono ancora con lei, invece, li sento di tanto in tanto per telefono e quando capita l’occasione vado a trovarli.

Non ho la presunzione di dare consigli. Nella vita, lo sappiamo bene, si apprende tutti i giorni. Forse l’unico che posso dare, anche per esperienza di padre naturale con figli ormai adulti, è quello di saper fare sempre autocritica del proprio operato. Un altro elemento importante è la responsabilità e il rispetto verso i figli, cercando soprattutto il dialogo nel quale non deve mai mancare il confronto e il consiglio basato sulla propria esperienza di vita.

Serve anche sapersi imporre quando si tratta di sane regole da rispettare. Ciò non significa escludere l’essere amici con la A maiuscola. Che siano figli adottati o naturali non fa nessuna differenza. E’ sempre compito degli adulti saper ascoltare e saper rispettare opinioni diverse per insegnare lo stesso comportamento a loro.”

Solitudine papà: “Maria Agnese e Maria Rosaria a Uno Mattina raccontano la loro storia di figlie adottive”

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A proposito di padri padroni, Maria Rosaria, la seconda signora che parla nel video, ne dà un’immagine ben definita. E’ anche vero che ascoltando la sua esperienza ci siamo sentiti catapultati indietro nel tempo, in un’Italia diversa dall’attuale. Per lo meno ci auguriamo che l’iter adottivo e la preparazione delle coppie abbia fatto passi avanti, anche grazie all’esperienza e agli errori compiuti in passato. Guardate il video. Si tratta di due esperienze diverse. Maria Agnese esprime parole di apprezzamento per la sua famiglia adottiva, Maria Rosaria ne disegna un quadro più complesso dove il padre diventa la figura dominante.

Unomattina- Storie vere – 07/01/2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-61ef25cc-abcf-402f-8746-60d7665001c4.html

Solitudine papà. Papà Alberto: “Le mamme, a volte, invadono il campo dei papà”

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“Quattro figli nati a distanza di tre anni uno dall’altro, la maggiore di diciotto anni e il minore di sei. Essere un buon padre significa per me, seguirli a distanza, senza troppa intromissione. Controllarli sì, un controllo costante, ma non invadente, per lasciarli liberi di sperimentare. L’ho imparato da mio padre che da giovane mi ha lasciato molta libertà e mi ha dato fiducia. Ripropongo questo modello alle mie due figlie maggiori con non poca sofferenza da parte di mia moglie che vorrebbe una mia presenza più incisiva. In questo mio atteggiamento ho cercato di superare gli atteggiamenti di mio padre che imponeva un’autorità vecchio stampo, con poca elasticità nei dialoghi e dove prevaleva “ho ragione io perché sono tuo padre”.

La crisi dei padri la vedo nell’invadenza della presenza femminile. Per carità la scusa del lavoro c’è ed è un gran bel modo di scantonare. Ma le madri sono troppo invadenti. Ci sarebbe bisogno di una maggiore definizione dei ruoli.

I miei figli, finora, non mi hanno dato particolari preoccupazioni, A scuola filano lisci, Semmai i problemi ci sono con gli orari della primogenita che è nella sua fase di esplorazione notturna. Mia moglie non lo accetta e ci vado di mezzo io sebbene sia disposto a fare da taxista da una discoteca all’altra.

Non ho molti amici con cui confrontarmi perché hanno i figli più piccoli dei miei. Le decisioni le ho sempre prese da solo. Anche con i colleghi non intavolo confronti sulla famiglia.

Ai miei figli piacerebbe lasciare una figura di padre attento, ma amorevole per far loro capire che le regole ci sono e vanno rispettate, ma con un po’ di elasticità, soprattutto se hai a che fare con ragazzi che proseguono lineari sulla loro strada.”

Solitudine papà. Papà Giorgio: “Vieni, piccolo mio, ti mostrerò il mondo”

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Giorgio è marito di una donna adottata e padre di due “bimbi di pancia e di cuore”. La riflessione di un giovane padre di fronte alla continua sfida a non sentirsi solo. 

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Dall’oggi all’indomani ti ritrovi papà. La gestazione vissuta in modo indiretto, come una narrazione lunga qualche mese, di cui ti senti, ogni tanto, autore marginale. Ed è normale che sia così, intendiamoci. Non provi quella gioia e dolore viscerale nel sentire crescere ed uscire dal grembo il frutto dell’amore, e non è poco. Non sai come maneggiare quella pallina di carne e ossa che grida e fa smorfie strane. “Ha fame, si vede…”, dice la mamma. Da che si vede non saprei dire. È un continuo apprendere, giorno dopo giorno, attraverso l’osservazione di quello che fa la mamma, di come parla e accarezza il figlio, di come lo tiene e lo nutre. Anche in quei primi giorni non mi sono sentito propriamente solo, ma spesso ho avuto la naturale sensazione di essere inopportuno e di sbagliare.

Sono un papà che per i canoni occidentali è ritenuto giovane. Il mio primo figlio mi è stato donato a 28 anni, ed è stata una palestra fisica e psicologica che ha avuto, lungo il tempo, un impatto forte. Ho avuto la fortuna di avere accanto una moglie che, principiante anche lei, ha messo a disposizione la sua capacità di empatia materna per aiutarmi a decodificare meglio anche il mio ruolo di padre.

La solitudine dei papà è come la saudade per un brasiliano: ogni tanto si fa sentire. Affiora quando ci sentiamo iper responsabilizzati dalla gestione della famiglia, dai doveri ai quali siamo chiamati a fare fronte, quando ci sentiamo gli “uomini che non devono chiedere mai” e non condividiamo in modo equo la torta di responsabilità che abbiamo fra le mani, e crediamo che siamo “condannati” a prenderci sulle spalle il peso della quotidianità della vita familiare, non poche volte a scapito della nostra libertà (siamo i primi a negarcela). Questo ci fa sentire soli, poco apprezzati, confusi e arrabbiati. E anche le gioie più grandi, quelle di essere partner, genitori, ed educatori diventano più un fardello che un tesoro fra le nostre mani.

Mi permetto, con questo breve identikit, di generalizzare il profilo del “papà solo” ipotizzando, forse in modo presuntuoso, che molti altri “papà di pancia” o “papà di cuore” (parafrasando il titolo di un libro scritto dalla sociologa Anna Genni Miliotti, Mamma di pancia, Mamma di cuore), possano in qualche modo riscontrare delle analogie.

Eppure, cari papà, pochi ci dicono che uno dei nostri compiti a cui siamo chiamati è quello di prendere per mano i nostri figli e condurli verso la scoperta del mondo. Proprio così. Quel nostro essere differenti dalle mamme accoglienti e empatiche, già offre ai nostri piccoli una prima avvisaglia che il mondo forse inizia, ma di certo non finisce nel rapporto madre/figlio.

Quando sento parlare alcuni esperti e professionisti che insistono sull’importantissimo argomento legato all’ “attaccamento”, onestamente mi sento escluso. Hai voglia a sentirti utile e cercare un ruolo chiaro, quando il papà viene, anche in molti manuali di psicologia, estromesso d’ufficio dalla relazione con il figlio. Al massimo ci viene detto che i papà servono per “giocare con i figli”. Quindi davvero non c’è differenza fra noi e un cane!

Allora ci sono due strade che, secondo alcune mie considerazioni, i papà possono percorrere: o si sentono esclusi, quindi si tirano fuori anche da alcune dinamiche relazionali, delegandole totalmente alla mamma ed eclissandosi così in una realtà parallela. Oppure si sentono “mammi” facendo invasione di campo, di ruoli, pestandosi i piedi continuamente con la propria partner.

Posso dire che in alcuni momenti anche io ho percorso una di queste due strade, e mi ha fatto bene attraversarla per capire meglio come posizionarmi all’interno del mio ruolo e non sentirmi solo o un inutile doppione.

Ciò nonostante vivo ancora la continua tensione fra la figura di padre che vorrei essere e quella che ho appreso. Fra il senso del “dovere” che si declina con un certo imprinting autoritario che ho interiorizzato, e il valore dell’autorevolezza, della negoziazione che libera dai SI e i NO assoluti. Negoziazione non certo di ruoli, sia ben chiaro. Ma come strumento ed esercizio costante per stare in relazione, nel qui ed ora, con un figlio che non è un tuo prolungamento, bensì un “altro da te” che un giorno vedrai camminare nei sentieri della vita, e girandosi ti sorriderà. Proprio come fece tanto tempo addietro quando, alzandosi dal pavimento, allineò i suoi piedini tenendosi in equilibrio per la prima volta.

 

 

Solitudine papà. Papà Paolo: ”La vita? Un gioco meraviglioso”

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“In famiglia siamo in quattro: Paolo, padre 53 anni, Rita, moglie 51 anni, Celine figlia 21 anni, Andrea, figlio 18 anni. Celine è italiana ed è stata adottata da noi a Roma quando aveva 40 giorni. Andrea è russo ed è stato adottato nel 1996, quando aveva poco più di due anni.

Non è facile rispondere a che cosa vuol dire essere un buon padre. E’ una domanda da un miliardo… Forse riuscire a infondere fiducia e a dare serenità, autonomia e stima dei propri mezzi ai figli… Non sempre ci si riesce.
Come mio padre credo di essere un padre presente, attento anche ai piccoli aspetti quotidiani della vita dei figli. Rispetto a lui penso di essere meno rigido nelle mie convinzioni e nelle necessità di trasmetterle loro…
Non ho punti di vista assoluti da proporre … forse più esempi da prospettare … ma ciò potrebbe non essere necessariamente un bene.

Quando qualcuno parla della “crisi dei padri”, penso al fatto di essere sballottati tra troppe esigenze, oltre  all’incapacità di cogliere fino in fondo le trasformazioni anche sociali che loro stanno affrontando.

Mi è capitato a volte, per motivi <superiori>, di non riuscire a spiegare il perché di alcune mie richieste o decisioni, creando incomprensioni e mettendomi in difficoltà. Il punto di riferimento per un confronto generalmente è mia moglie. Mettendo insieme i due punti di vista a volte è più facile trovare la soluzione. Mi è capitato anche di sentirmi solo, credo come tutti… anche se poi se metti a fuoco le sensazioni capisci che talvolta  è solo un’illusione ottica.

Ai miei figli, ormai grandi direi di aver fiducia in sé stessi e nelle loro capacità… Non scoraggiarsi davanti alle difficoltà e anche di prendere la vita per quel che è …. Un gioco meraviglioso.”

Solitudine papà. Papà Francesco: “Spendersi per la propria famiglia e per i figli”

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“Sono un papà biologico attempato, mia moglie ed io facciamo parte di quella generazione che ha vissuto la II guerra mondiale da bambini. Adesso viviamo soli, ma c’è stato un tempo in cui avevamo due figli maschi che giravano per casa. Ora hanno le loro famiglie e sono uomini di mezza età. Sì due figli, due esperienze di relazione completamente diversa. Con il maggiore il rapporto è sempre stato conflittuale. Due caratteri diversi il mio e il suo, due modi di vedere le cose agli antipodi. Ci siamo riavvicinati con la maturità ma ancora oggi abbiamo le nostre discussioni e diverbi anche se il rapporto lo considero nel complesso soddisfacente perché parliamo molto, e non è una cosa da poco tra padre e figlio. Il secondo ci ha dato meno problemi anche se ha sempre manifestato un carattere più introverso e difficile da interpretare. Gli riconosco una maggiore concretezza e visione chiara di dove sta andando anche se il nostro dialogo è limitato.

Li guardo mentre gestiscono i loro figli e ho più perplessità per il maggiore che non per il secondo. Essere un buon padre, secondo me, significa vivere la giornata per la famiglia. Invece per il primo essere padre è uno dei tanti momenti della giornata, assieme ai suoi hobby e mille impegni. Secondo me non è così: la famiglia è un valore importante nella vita di un uomo. Ricordo che, quando ancora lavoravo, il mio pensiero per la casa e i vari problemi e incombenze continuavano a girarmi per la testa finchè trovavo le soluzioni. Un uomo, secondo me, trova la sua maturazione nella famiglia.

Mio padre è stato molto importante. Uomo energico e forte ho appreso da lui la manualità e il piacere d’imparare e migliorarmi. Lui era un artigiano e gli piaceva fare. Ho cercato, invece di smussarmi sul piano del carattere. A volte mi sono ritrovato a fare i suoi stessi errori, gli errori che aveva fatto con me da ragazzo, quando il nostro dialogo era pari allo zero perché troppo diversi caratterialmente, un po’ come con mio figlio maggiore. Mio padre era molto poco presente in famiglia e la giustificazione era il lavoro. Sulla mia esperienza posso affermare che, pur avendo un lavoro che mi portava spesso fuori casa, si può cercare di garantire la presenza in famiglia anche quando si è molto stanchi. Ricordo dei bei momenti di fronte alla TV, la sera, con i due figli, uno su un ginocchio, uno sull’altro, con in mezzo un album da disegno per tenerli occupati e interagire con loro.

Quando sento parlare della “crisi dei padri” penso che sia un po’ un alibi. Credo che fuggano per coprire la loro immaturità. Un po’ di responsabilità va a come li abbiamo cresciuti, in un mondo pieno di proposte e svaghi che li porta fuori casa. Manca il momento della riflessione.  Anche una volta c’erano i papà che si assentavano e andavano al bar, ma erano un numero limitato, come erano limitati quelli che tradivano le proprie mogli. Adesso è diventato quasi una cosa di ordinaria amministrazione, fa parte del gioco.

La scuola è sempre stato un punto dolente con mio figlio maggiore, problema che si è accentuato con l’adolescenza. Lui era un tipo autonomo, già indipendente a 12 anni. Non c’è stato verso di inquadrarlo verso un certo tipo di professione. Lo abbiamo iscritto all’istituto tecnico ma sfuggiva da tutte le parti. Lo abbiamo così indirizzato verso un professionale ma anche là sono stati dolori. Alla fine, per fargli prendere il diploma, lo abbiamo supportato in tutti i modi, anche per l’esame finale. Sono contento di averlo aiutato perché il ragazzo era intelligente e molto bravo manualmente. Era, a mio avviso, stupido precludergli la possibilità di intraprendere un certo lavoro, dove per lo più adesso eccelle, per un’eventuale prova d’italiano andata male! In questa fase ho avuto l’appoggio del mio migliore amico. Ho trovato appoggio più sui miei amici e colleghi con figli dai problemi similari, che non con mia moglie. Sì, gli amici sono stati molto importanti, Oggi non vedo questo buon rapporto tra uomini. Risulterò banale, ma non ci sono più valori radicati in noi.

Ho sempre cercato di esserci per la mia famiglia, la famiglia prima di tutto. E’ questo il messaggio che vorrei lasciare ai miei figli: essere il più possibile presenti in casa. Solo spendendosi i genitori possono essere apprezzati e ricordati dai propri figli come buoni genitori.”

Solitudine papà. Papà Michele: “Voi siete i miei figli ed io sarò sempre il vostro papà”

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“La famiglia si è allargata giusto dieci anni fa ed ora i miei tre figli, tutti adottati, hanno rispettivamente 14, 12 e 11 anni. Mia moglie ed io superiamo la quarantina, ma quando abbiamo adottato eravamo una coppia giovane rispetto alla media delle coppie che si avvicinano all’adozione.

Con la mia squadra cerco di esser un buon timoniere. Cosa intendo? Spiegare in maniera chiara che cosa si può fare e che cosa no. In particolare, con il primogenito maschio, ora pre-adolescente, indico la via cercando di fargli capire pro e contro. Nel momento in cui sgarra, intervengo in modo da fermare l’azione che considero dannosa. Adesso posso farlo perché è piccolo e minorenne. Il discorso sarà differente quando raggiungerà la maggiore età. Allora le regole cambieranno: ti dico che cosa ritengo giusto o sbagliato, poi sarai tu a scegliere. Ciò non toglie che se una cosa la riterrò sbagliata continuerò a ripeterlo. Sono sicuro che prima o poi mi ringrazierà perché certi consigli li capisci più tardi, quando sei già un uomo. Al momento posso solo dare delle direttive e degli stop.

La figura di mio padre aveva dei limiti che penso di aver superato. Non scopro niente dicendo che anche i limiti sono una fonte d’insegnamento. Personalmente credo di aver superato quel distacco che mio padre aveva con me, sono molto più vicino ai miei figli. Non voglio dire che sono più amico perché il mio ruolo di padre me lo impedisce, ma mi ritengo più empatico e più vicino ai loro problemi ed esigenze. Per lo meno ci provo.

Nel mio crescere come padre mi sono accorto che certi uomini della mia età, per paura di mostrare la loro vulnerabilità, non prendono posizione con i figli. Prendere posizione significa fare delle scelte e la scelta implica che certe volte puoi sbagliare. Ebbene ho la sensazione che certi papà non vogliano correre il rischio di sbagliare evitando qualsiasi azione. Insomma per non mostrare la loro vulnerabilità non si mettono in gioco. Come fai ad insegnare a vivere a tuo figlio se tu per primo non vivi?

E qui si inserisce la difficoltà di gestire il ragazzino che vuole il cellulare, che fuma di nascosto, vuole provare tutto perché anche i suoi amici fanno così. E dall’altra parte trovi famiglie sempre consenzienti. Puoi spiegarglielo mille volte che il cellulare non gli serve….subito accetta, ma poi cosa fa? Sottrae il cellulare alla mamma per messaggiare con i suoi amici. Subito ti infuri perché non te l’ha chiesto, poi ti incavoli con gli altri genitori che concedono tutto, arrivi al compromesso di fargli usare il tuo, infine arrivi a compragliene uno modello base. Cosa farò quando mi chiederà l’ultimo tipo che costa eur 700?

Il messaggio che cerco di trasmettere è che provare tutto e a tutti i costi è sbagliato. Che se lo fanno tutti non è detto che sia la scelta giusta, che bisogna usare la testa. Di solito agisco d’istinto, parlo, dialogo, mi arrabbio ma i miei figli devono sapere, per lo meno questo è il mio intento, che quando hanno voglia c’è qualcuno, loro padre, disposto ad ascoltarli. Sempre.

Ho un buon rapporto con i miei cognati, più che con i miei fratelli con i quali non riesco ad aprirmi completamente. Con i miei cognati è più facile anche perché hanno parecchi figli, con caratteri diversi. Il confronto con loro mi consente di capire che ci sono punti di contatto tra genitorialità adottiva e biologica, s’incontrano le stesse difficoltà, figli che si lasciano trascinare dalle mode e genitori degli amichetti troppo accondiscendenti che rovinano la piazza a chi vorrebbe mettere un freno.

Il messaggio che vorrei lasciare ai miei figli è il seguente: “Cari amati figli miei, io ci sarò sempre. Qualsiasi scelta voi facciate, anche quelle che non potrò mai condividere, non mi allontanerà da voi. Sappiate comunque che non sarete difesi a tutti i costi. Se sbaglierete pagherete in prima persona. Non godrò certo della vostra sofferenza, ma la considererò un grande insegnamento per voi. Qualsiasi cosa accada vi sarò sempre vicino perché voi siete i miei figli ed io il vostro papà.”

Cile. Intervista ad Ethel – III parte: “Cosa dire o non dire ai figli sui genitori di nascita”

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D. Se tu fossi una mamma adottiva, conoscendo a fondo la realtà delle donne cilene, cosa diresti ad un bambino di 10-12 anni che ti chiede informazioni della mamma biologica? E ad un adolescente?

R. In Cile i bambini dati in adozione internazionale hanno più di 5 anni per cui sanno bene di essere stati adottati. Come ho detto prima, sono stati preparati e hanno elaborato la loro storia personale.  Non resta che dire la verità. Alcuni ricordi ritorneranno, ma anche se il piccolo non li ha, mantiene una memoria interiore lontana. Ci sono molti bambini che desiderano  ricominciare e cancellano la loro storia in Cile (hanno ragione, chi vorrebbe ricordare un periodo tanto duro e doloroso?). Altri idealizzano la famiglia biologica. L’importante è mantenere un’immagine accettabile dei loro genitori o familiari di origine, spiegando le cose come stanno, a seconda dell’età del minore. Inizialmente si dovrebbe spiegare che la mamma non aveva i mezzi per tenerlo (economici, psicologici, sociali…). Spiegare che anche la storia della mamma è stata segnata da un abbandono  e che per questo non è stata capace di amare, che non ha avuto l’appoggio di nessuno, che quando questo aiuto le è stato offerto era troppo tardi per farle capire, che non aveva abbastanza autostima per superare questa mancanza.

Qualsiasi sai il motivo dell’abbandono è necessario spiegarlo, con parole semplici, usando le informazioni che vengono fornite dagli operatori. I bambini non perdoneranno mai una bugia, anche se detta con buone intenzioni, i genitori pagheranno caro se nasconderanno la verità o cercheranno di occultare informazioni. Dosando parole e fatti si deve raccontare la vera storia, se è dolorosa si deve accompagnare il bambino nell’accettare la sofferenza. La presenza costante e certa e l’amore incondizionato dei genitori è fondamentale. Alle coppie che accompagno dico che si deve fare chiarezza tra papà e mamma di origine e papà e mamma, spiegandolo ai figli . In questo modo i bambini possono capire molto meglio lo stato di genitori adottivi. 

D. Quali sono, secondo te, le cose importanti che dovrebbe sapere una coppia che sta adottando un bambino cileno per creare un rapporto migliore con il figlio?

R. Per prima cosa devono trattarlo come figlio, senza pensare alle sofferenze che ha patito in precedenza. “Poverino” – è fatale per iniziare una relazione padre e figlio, non finirò mai di ripeterlo. Il minore adottato necessita di genitori che lo accettano per quello che è e questo va espresso attraverso gesti di amore fisici e verbali (contatto fisico, abbracci, baci, parole affettuose..) e attraverso la fermezza nell’impartire norme e regole proprie di ogni famiglia. Devono essere genitori che si assumono il ruolo di genitori sul serio, che si sentono genitori, che ascoltano il loro cuore per trovare la determinazione per relazionarsi con il figlio. Che si sentano sicuri nel loro ruolo, che non abbiano paura di sbagliare (tutti i genitori sbagliano), che ricordino la loro vita, la loro crescita , la relazione con i loro genitori. Ciò li aiuterà a interpretare le decisioni che presero i loro genitori così potranno migliorarle. Inoltre devono giocare molto con i figli e per farlo dovranno recuperare il bambino che è dentro di loro, ridere molto con i loro bambini, ogni tanto uscire dal ruolo serio di adulto per riappropriarsi del ruolo di genitori dopo il gioco (se nel gioco i bambini si manifestano aggressivi, correggerli subito). Animare e  sostenere i figli rafforzandoli nella sicurezza e nel controllo della loro forza , pensiero e azione. E’ importante che il figlio si senta amato. I genitori devono essere uniti  con criteri comuni in fatto di educazione e formazione. La divisione provoca grandi danni: se il papà è permissivo e la mamma più severa ciò permette al bambino di manipolare la relazione. I genitori devono formare un’alleanza in modo da far introiettare questo sentimento nei bambini in modo naturale. I bambini diventeranno come i loro genitori! Se non sono indirizzati verso un fine comune, la relazione con il figlio sarà molto difficile. Penso che quando un minore non trova stabilità sono gli adulti che si devono interrogare, chiedersi dove stanno sbagliando. Un figlio che sin dall’inizio sa che un no è un no, che sa interpretare lo sguardo di mamma e papà, potrà controllare meglio il suo impeto. Sapere che mamma e papà sono più forti di lui significa che sono in grado di proteggerlo, difenderlo e amarlo. Quando i genitori mostrano stabilità  e non si alterano né si spaventano di fronte alle prove, i minori capiscono che qualsiasi cosa facciano non avranno quello che vogliono. In breve, amore e fermezza.

D. Sei in contatto con ragazzi cileni adottati in Italia? Cosa ti raccontano?

R. La maggior parte sta bene, hanno imparato a vivere e superare la loro storia. Mi rallegra molto quando su facebook parlano dei loro genitori con amore. Ciò significa che hanno saputo integrare la loro vita, inclusa l’ombra dell’abbandono. Si sentono accettati!

In alcune occasioni ho dovuto aiutare giovani adulti adottati da piccoli a coniugare la storia personale. E’ una bel compito. Lo considero un onore quello di rafforzare pensieri, di far diventare idee fissate più gestibili e docili in modo da permettere di vedere la storia da un’altra prospettiva, di trasformare la sofferenza che ha pesato per tanti in anni in esperienza positiva. Il grande problema è che nessuno ha insegnato che le esperienze, dolorose o negative, sono insegnamenti da cui c’è sempre qualcosa da imparare e che possono influire positivamente sulla nostra vita e su quella dei nostri cari. Ci sono ragazzi che ancora si trascinano nel pensiero di essere cattive persone o colpevoli di qualcosa, includendo il risentimento per fratelli e sorelle con le quali furono dati in adozione. Nel profondo di se stessi sentono di non meritare di essere amati perché ancora non hanno imparato ad amarsi ed accrescere la loro autostima. Qui c’è l’errore iniziale dei loro genitori che all’inizio non hanno dato loro le cure necessarie per trasformare tale sentimento. Come dicevo, all’inizio sono necessari fermezza, molto amore e supporto per le conquiste fatte. I confronti tra fratelli sono fatali, causano molto danno e separazione.

 

Cile. Intervista ad Ethel – II parte: “Come si forma la nuova famiglia tra aspettative di genitori e figli”

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D. Dopo l’incontro, quali sono le difficoltà, secondo te, che le famiglie incontrano appena costituita la nuova famiglia?

R.Le coppie arrivano con una preparazione teorica, hanno frequentato corsi, ma la realtà ha un altro effetto. Per tutta l’esperienza che possano avere con i loro nipoti, i due coniugi non hanno l’esperienza di “genitori”. I genitori educano e formano, gli zii coccolano. I piccoli  che incontrano non sono come i bambini a cui sono abituati. I due adulti possono aver immaginato comportamenti dettati dalla frustrazione però credo che nessuno abbia spiegato loro in che cosa consistono le scenate, la forza fisica che possiedono questi bambini e la rabbia che in alcune occasioni trasmettono nei loro gesti e parole. Per cui quando lo affrontano per la prima volta è un colpo molto forte. La prima cosa che pensano i due neogenitori è che il minore abbia qualche problema psicologico-psichiatrico. Alcuni cominciano a cercare su internet per avere una spiegazione di queste reazioni. Un’altra cosa che colpisce i due neo genitori è che dopo tali reazioni violente, i bambini diventano molto affettuosi con loro. E’ difficile da capire. Il meccanismo di difesa che usano i piccoli appare in qualsiasi momento, di fronte ad un no, soprattutto nella tappa di provocazione e messa alla prova dei due adulti. Per questo i genitori hanno timore di imporre piccole regole, pensano che insistere possa portare ad un rifiuto da parte del bambino nei loro confronti.

Una delle cose più complicate è contenere un bambino dal comportamento iperattivo poiché non ascolta e sempre fa quello che vuole. Alcuni genitori pensano che sia una problematica ingestibile, ma ho visto dei grandi cambiamenti nei minori soprattutto quando la coppia con pazienza e perseveranza da loro sicurezza e disponibilità incondizionata. Come tutte le nuove relazioni che iniziano ci sono i tempi dell’aggiustamento. Per i genitori è la perdita del loro spazio di coppia dato che nel momento in cui mettono piede in Cile hanno a che fare, per tutto il giorno, con un bambino che tengono sempre al loro fianco. Situazione che da una parte li gratifica, dall’altro li invalida come persone. Per il minore non è da meno: la prima tappa è difficile con due genitori che 24 ore al giorno ti guardano, ti accompagnano e ti insegnano nuove abitudini e comportamenti, per la prima volta nella vita del bambino… Per la prima volta comincia anche a capire che il mondo va al di là delle pareti dell’istituto dove ha trascorso la maggior parte della sua esistenza. E’ un momento di grande scoperta, contrasti, varietà di sensazioni. Capisce che può ottenere molto con un comportamento equilibrato. Imparare a controllare tutta l’ira dell’abbandono trattenuta per anni è difficile, ma non impossibile.

D. Dalla tua esperienza, che cosa si aspetta la coppia? Che cosa si aspetta il bambino?

R. Nei coniugi che arrivano c’è l’idea che il piccolo necessiti di molto amore, abbracci e baci. Talvolta, invece, ci sono bambini che rifiutano tanta dimostrazione di affetto e rispondono con l’aggressività. Senz’altro queste dimostrazioni sono importanti e necessarie, ma devono essere dosate altrimenti si rischia di soffocarli. Tutto si ottiene attraverso il gioco, spazio nel quale si ha l’opportunità di abbracciare, baciare e toccare fisicamente, lasciando spazio, ma emanando senso di sicurezza. Si possono indicare a parole e in teoria le problematiche e reazioni di un bambino che ha sofferto l’abbandono (senza indicare altre vicende di abuso) ma non sarà mai abbastanza per spiegare che nella realtà hanno lasciato una traccia indelebile che rimarrà sempre (attraverso la memoria affettiva). Prima delle risposte verbali o non verbali dei piccoli i genitori adottivi devono scoprire che sentimenti e paure stanno alla radice di tali comportamenti. A volte si aspettano bambini ad immagine dei bambini italiani che conoscono. A volte mi dicono che si aspettavano reazioni forti, ma non con quella intensità e forza che vedono nei loro figli, reazioni che provocano in loro  molto spavento.  Temono che non sia una reazione passeggera, ma un problema psichiatrico permanente.

Si aspettano bambini che dipendano completamente da loro, che chiedano aiuto per vestirsi, per lavarsi e giocare. Invece trovano bambini che insistono ad arrangiarsi, bambini che non accettano consigli per ottenere buoni risultati sebbene abbiano a che fare con giochi o cose che non conoscono. Si aspettano che i bambini siano obbedienti, che capiscano che il buon comportamento verrà ricompensato, ma ci sono bambini che dicono sempre no a quanto proposto dai genitori, per il  solo piacere di opporsi. Questo è un argomento su cui i genitori non vengono preparati.

I bambini, d’altro lato, si aspettano genitori che facciano tutto quello che desiderano, come se fossero Babbi Natale, che comprino tutto, giochi, dolci etc… Sanno che sono i loro genitori ma dovranno guadagnarsi il loro rispetto. Hanno bisogno di genitori in grado di dimostrare amore, ma anche fermezza. Nel loro intimo sta l’idea che se i loro genitori sono troppo accondiscendenti e loro bambini sono troppo forti, nel senso che ottengono tutto quello che desiderano, questi genitori non potranno proteggerli né difenderli. Per questo i genitori  dal primo momento devono mettere in chiaro le regole per formare il proprio figlio, come fa qualsiasi genitore. Il pensieri più sbagliato che un genitore può fare è il seguente: “Poverino, ha sofferto tanto!”. Alle coppie che seguo insisto nello spiegare che ciò conduce a fare solo danni da ambo le parti.

D. Da quello che vedi, quali sono le motivazioni più comuni per cui un bambino viene dato in adozione?

R. In generale i minori arrivano ad un centro di protezione per negligenza materna e paterna, quando esiste un padre, molto spesso legato all’uso di alcool e droghe da parte di entrambi. La maggior parte dei genitori ha avuto le stesse esperienze da piccoli, è una catena. C’è una buona parte di famiglie di origine dove la nonna tiene i i nipoti come è successo a loro. Oggi giorno ci sono casi più gravi di abuso da parte di conviventi delle madri, zii e degli stessi padri biologici. Una volta che il minore è nel centro di protezione, durante i primi mesi alcuni parenti lo vengono a trovare, ma quando le visite diventano controproducenti il Tribunale impone la sospensione su indicazione degli operatori. Nella maggior parte dei casi sono le istituzioni che sollecitano  l’adottabilità del minore per cui questo significa che si deve dimostrare la negligenza e la mancata cura dei genitori di origine.

D. Quanto è importante la figura della donna nella famiglia cilena? Quanto quella dell’uomo?

R. Una famiglia cilena comune, considerando che siamo un paese a maggioranza cattolica, funziona normalmente e con responsabilità, senza distinzione di fasce sociali. E’ usuale che entrambi i genitori lavorino per sostenere le spese. Quando la mamma rimane a casa  è lei che assume maggiore autorità sopra i figli. Ma c’è un gran numero di madri single. In generale i padri di questi minori non li hanno riconosciuti, sono i nonni materni che aiutano figlia e nipoti.

Nel caso dei bambini istituzionalizzati, nella maggior parte dei casi hanno solo una mamma o una nonna di riferimento. In questo tipo di famiglia di origine, il padre è assente. Alcuni uomini riconoscono i figli, ma poi spariscono. Le madri sono giovani, hanno vissuto a loro volta l’abbandono e la mancanza di un padre. Sono nuclei che mancano di una vera forma di educazione, nella povertà estrema, alcolismo, uso di droghe, in presenza di violenza e abusi. Si tratta di donne che non sanno ciò che significa vivere in maniera stabile, e che passano da un partner ad un altro, in un rapporto di coppia dove l’aggressione è molto comune. Non avendo mai sperimentato l’essere amate, non sanno amare a loro volta. Le loro relazioni sono brevi e instabili. Per questo molto spesso hanno figli con uomini diversi. Sono donne che potrebbero ricevere aiuto dallo stato per una maternità gestita ma che non si presentano ai consultori.

Mettere al mondo un bambino non è un fatto che le preoccupa, al contrario, talvolta è un modo per legare a sé un uomo così le mantiene assieme ai figli anche di altri uomini. Così trascorrono la loro vita trasferendosi da un posto all’altro a seconda dell’uomo del momento lasciando i figli da familiari o amici o nei centri di protezione per minori. I bambini che vivono nei centri per minori vengono raccolti per strada o su segnalazione dei vicini che denunciano lo stato di abbandono in casa o di pericolo per la strada, o per denuncia di abusi etc. Di solito non ci sono casi di intervento diretto da parte della famiglia di origine.

I padri non sono punti di riferimento e se ci sono, sono di solito aggressivi con i figli. Tanti delinquono. Molti bambini assistono a scene di violenza sulla madre da parte del padre o convivente. Vivono in piccoli spazi: in una stanza possono dormire due o tre adulti e i piccoli assistono agli incontri sessuali di questi.

D. Potresti spiegarci il ruolo delle donne nella Teologia della Liberazione?

R. In Cile non si parla di Teologia della Liberazione. Siamo un paese che ha saputo uscire velocemente dalle sue difficoltà politiche e sociali. Potremmo dire che nel cammino verso la democrazia le donne sono tornate ad assumere un ruolo centrale nella famiglia. Prima era l’uomo il punto di riferimento che sosteneva la famiglia sotto il profilo economico e che stabiliva le regole, imponeva l’ordine e il rispetto. Ma arrivò un momento che, a causa della mancanza di lavoro, il capo famiglia cadde in depressione, facendo uso di droghe e alcool. In questa decadenza arrivarono anche gli abusi e la violenza, l’abbandono e il disinteresse. Le donne reagirono cercando un lavoro per mantenere i figli. Si cominciarono a vedere madri che uscivano da casa per guadagnare denaro. Alcune riuscirono a crescere i loro figli con dignità.

Altri nuclei rimasero nella devastazione e ignoranza, senza aiuto sociale, cadendo dell’alcolismo e uso di droghe. Ci fu un aumento della delinquenza, nacque la mancanza di responsabilità verso i figli, il pensiero comune che i figli potevano fare quello che volevano.

In Cile le donne cominciano ad avere figli molto giovani e nella loro vita fertile possono metter al mondo numerosi figli.

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(continua…)

Cile. Intervista ad Ethel: “Il Cile, le neo famiglie adottive e il desiderio dei nostri figli di conoscere le loro radici”

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Ethel Araya Geeregat vive a Santiago del Chile. Lavora per un ente autorizzato italiano: accompagna le coppie nel momento della formazione della famiglia, le accoglie all’aeroporto e le fa incontrare con i loro figli. Ha cominciato ad occuparsi di adozioni nel 2001 grazie a Padre Alceste Piergiovanni Ferranti, che abbiamo presentato in uno dei post precedenti. Pioniere delle adozioni in Cile le ha insegnato a guardare alle nuove famiglie con sensibilità e rispetto. L’abbiamo raggiunta e le abbiamo fatto alcune domande sui timori delle coppie che arrivano per adottare in Cile, sui bambini e le loro reazioni iniziali, fino ad arrivare a consigli pratici per i neo genitori. E’ ancora oggi in contatto con ragazzi ormai adulti che vivono da anni in Italia. L’intervista è stata divisa in tre parti.

D. Ci hai detto che segui le coppie italiane che arrivano in Cile per adottare un bambino: potresti descriverci le emozioni che vivono queste coppie e i bambini quando si incontrano? 

R.Quando incontro per la prima volta le coppie, al di là della grande stanchezza per il lungo viaggio, le vedo felici perché si sentono vicine a realizzare il loro progetto di famiglia…però io dico loro: “ Adesso comincia una nuova tappa”. E sarà una fase diversa, piena di sorprese, con momenti di frenesia, frustrazione, affetto, difficoltà e soddisfazione. Certamente, non è facile quello che affronteranno!

Il loro maggiore desiderio  è di  vedere i loro figli il prima possibile. Il maggiore timore è il rifiuto da parte del minore: “ Siamo degli estranei, se non gli piacciamo, se non si avvicina…” Ci sono degli incontri a cui dobbiamo partecipare prima di conoscere i bambini (la Autorità Centrale in Cile riceve la coppia, si presenta, li accoglie e spiega i passi del processo adottivo nel nostro paese). A volte i genitori mi chiedono  perché non si può andare subito dai bambini, questo per spiegare l’ansia e necessità di incontrare i figli subito! Preoccupa il momento dell’incontro, chiedono che cosa devono fare e dire, di stare loro vicino, si interrogano su quello che gli operatori possono pensare …

Durante le prime ore in Cile la coppia è desiderosa di sapere come sono i loro figli, come vivono in Cile, come funzionano i centri di protezione per minori, hanno la necessità di rivedere la loro storia. Immagino che tutto ciò nasca dalla necessità di trovare i loro punti di forza. Per fortuna mi accompagna il dono dell’empatia e poco a poco arriviamo ad un dialogo chiaro e intimo. Mi sorprendo ogni volta quando aprono la porta del loro cuore perché io possa entrare nella loro vita e rendere più piacevole questo periodo di permanenza in Cile.

Se ci caliamo nella prospettiva dei minori dobbiamo pensare che generalmente oscillano tra due sentimenti: l’allegria e l’ira. In Cile i bambini vengono preparati per l’incontro e l’integrazione in famiglia. Conoscono molto bene il significato della solitudine, del non aver nessuno che ti viene a trovare… il sentimento di abbandono è molto forte e dannoso. Non lo sanno esprimere con le parole, per questo hanno certe reazioni non sempre spiegabili. Esistono minori che per i danni inflitti dalla famiglia di origine non possono essere dati in adozione. La società, in questo caso, sceglie il compromesso di prepararli a diventare autonomi.

Il percorso del minore in Cile consiste nel prepararlo ad integrarsi nella famiglia. La maggior parte dei bambini desiderano avere “dei genitori per sempre”. Nel percorso di preparazione per ottenere l’idoneità all’adozione, si elabora una storia di vita in modo terapeutico, lavorando su ricordi e paure, dando significato a quanto accaduto nella esperienza di vita del piccolo. I professionisti cercheranno di sostituire il senso di colpa,  visto che i minori pensano di essere arrivati in istituto per causa loro. A seconda dell’età e usando parole adatte si cerca di far capire che loro non c’entrano, le responsabilità della loro situazione è esclusivamente degli adulti. Questi adulti che non hanno la capacità di proteggerli, difenderli e nutrirli. Quando il minore viene ritenuto idoneo all’adozione, comincia la ricerca della ”migliore famiglia per lui”. Nel frattempo il piccolo è preparato a comprendere cosa significa  vivere in famiglia, in che cosa consiste una famiglia, il ruolo dei genitori e dei figli. Nel momento in cui si individuano i genitori migliori per lui e questi accettano, comincia la tappa di preparazione ad entrare in una famiglia concreta. Si lavora usando fotografie (ogni coppia deve mandare un album con foto loro e della loro famiglia allargata, della casa, della stanza da letto e animali domestici…).

A questo punto del percorso il bambino è molto felice ma allo stesso tempo è in tensione. Ogni giorno il comportamento cambia in istituto e a scuola. Si sente in qualche modo superiore o differente dagli altri bambini. Adesso loro appartengono ad un’altra categoria (“ho genitori perciò non mi daranno ordini nè le operatrici nè le maestre”) e comincia un periodo di instabilità o irrequietezza.

Credo che in loro comincino ad affiorare le paure. Non mancherà di certo chi tra i compagni o i ragazzi più grandi lo intimidirà dicendo che se continua comportarsi così nessuno lo verrà più a prendere.

Arriva il giorno dell’incontro. Sono allegri e euforici e in quel momento non c’è posto per la paura: “Finalmente arrivano i miei genitori!”. I bambini quando vedono i genitori, li riconoscono dalle foto, corrono ad abbracciarli.  Alcuni, i più timidi, se ne stanno tranquilli e fermi finchè i loro genitori li cercano, li abbracciano e li baciano con amore. Di solito i bambini  cominciano ad interagire da subito, fanno domande, mostrano giochi e ridono. Ricevono i regali che portano i genitori, giocano un poco e la maggior parte chiede di andare a casa (intendendo per casa gli aparthotel  dove stanno le famiglie durante la permanenza in Cile). Sono tanto felici, sono così tante le novità! Stare in una casa, vedere tutti gli oggetti che i genitori hanno portato per loro,  si lasciano lavare e mettersi il pigiama. Poi c’è il contatto via skype con i nonni, gli zii e cugini in Italia… 

Alla fine della giornata si deve andare a dormire. Alcuni bambini non ci vogliono andare, resistono, hanno bisogno della luce accesa, della compagnia dei genitori…  Comincia la paura più grande: “Se mi addormento e i miei genitori se ne vanno, mi lasciano? Se questo è un sogno e quando mi sveglio sto ancora in istituto, come sempre?”

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D. Ricordi qualche episodio che ti è rimasto in mente perché un po’ particolare?

R. Mi ricordo di un ragazzino di 12 anni.  Era molto felice di avere due genitori per sempre, ma con il passare dei giorni, dopo due o tre settimane cominciò a comportarsi male, disobbedendo e facendo quello che voleva, arrivando al punto di non tornare a dormire la notte. Rimase a giocare con il pallone da solo oltre alle due del mattino. I genitori erano molto preoccupati perché non capivano il cambio di atteggiamento. Raccomandai a loro di andare a dormire, di spegnere tutte le luci e lasciare la camera aperta e la porta accostata in modo che il ragazzino capisse che lo stavano aspettando. I coniugi dovevano starsene in silenzio se lo avessero sentito ritornare, come se stessero dormendo.

Il giorno dopo ebbi una conversazione profonda con il ragazzo esprimendo quello che sentivano i suoi genitori  che erano venuti fino a qui solo per lui, per nessun altro, che per loro era loro figlio etc… la sorpresa fu la risposta. Dopo avermi ascoltata ed essersi preso un momento di silenzio, mi disse. “ Tìa, i miei genitori sono tanto buoni con me, io non li merito. Io sono cattivo!” Lo abbracciai con tutto l’amore che potevo, gli parlai delle qualità positive che aveva, di tutto quello che aveva superato in quei pochi anni di vita e che, ad ogni modo, era meglio sentire cosa avevano da dire i suoi genitori, che cosa sentivano per lui. Quel momento fu un qualcosa di speciale. Quando i suoi genitori udirono le ragioni del figlio, lo abbracciarono e gli assicurarono che gli stavano dando quello che si meritava perché LUI ERA LORO FIGLIO, che lo amavano molto che avevano sognato da sempre la loro vita con lui, che era un ragazzino splendido, con i suoi difetti e virtù che comunque lo amavano. Da quel momento il suo comportamento cambiò e il ragazzino cominciò il suo processo di crescita in famiglia.

Con delicatezza e affetto seguo le coppie e la cosa più meravigliosa del mio lavoro è esser testimone di come fiorisce nella nuova famiglia l’amore tra papà, mamma e figli, quasi un miracolo.

(continua…)

Cile. L’adozione in Cile vista da una coppia

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Abbiamo tralasciato la parte iniziale per concentrarci sull’ultima parte dell’intervista che ci sembrava più significativa.

di Egizia Mondini

 (…) Come avete scelto di adottare una bambina cilena?

La maggior parte dei paesi richiede che le coppie siano sposate da un certo numero di anni. In Cile invece non c’è questo parametro, per questo l’ente che ha seguito la nostra adozione ci ha consigliato questo paese. Un giorno ci hanno chiamato per parlare di quello che viene chiamato ‘abbinamento’. Ci hanno raccontato la storia di questa bambina, il suo background, e poi ci hanno fatto vedere una foto. Quindi c’è tutta una relazione con i servizi sociali che ti fa ‘conoscere’ la bambina prima di vederla. E la stessa cosa avviene per la bambina. Noi abbiamo preparato un dossier fotografico che è stato mostrato alla bambina dal momento che le è stato detto che era stata trovata una coppia di genitori per lei. Un album fotografico che ha fatto mia moglie con le nostre foto, la nostra casa, i nonni, l’auto, la bicicletta, tutto quello che serve a dare un inizio di preparazione per capire con chi andrai a vivere. Una fase preparatoria pensata molto bene che ti permette di arrivare all’adozione gradualmente. Poi siamo partiti per circa due mesi per il Cile. Abbiamo fatto un primo incontro con i servizi sociali di Santiago e poi con la bambina che viveva in un istituto.

Parlaci della prima volta che avete incontrato vostra figlia…
Il primo incontro è una cosa che non è possibile descrivere. È inutile fare giri di parole. Sei in una specie di catalessi, di sogno. Poi lo gestisci, in qualche maniera miracolosa tutto va bene. Siamo state con lei un paio d’ore, abbiamo giocato insieme, ci ha mostrato la sua stanza, abbiamo chiacchierato, ci siamo ambientati. Poi è venuta via con noi, accompagnati da una persona che fa da interprete e da guida, e siamo stati al parco. Poi è tornata a dormire nell’istituto per una notte. Siamo tornati la mattina seguente e poi è venuta a stare con noi.

È stato amore a prima vista?
In realtà ci vuole spesso molto tempo prima che diventi amore padre/madre e figlio/a. Nostra figlia all’inizio era un po’ paralizzata ma dopo poco, essendo una bambina intraprendente e affettuosa, si è aperta a noi. Ci sono bambini che ti saltano subito al collo e altri che piangono e non vogliono venire con te. È una grandissima incognita. Per noi è stato abbastanza amore a prima vista, perché è una bambina simpatica, socievole, che sa farsi voler bene. Poi naturalmente ci sono dei momenti difficili in cui ha avuto paura, è stata frustrata, arrabbiata. Non è sempre tutto facile.

La bimba si ricorda della sua famiglia di origine?
Abbastanza. A volte ne parla, ma non troppo. È una bambina molto intelligente e ha un’ottima memoria, per cui sono certo che si ricorda molte cose, anche se alla sua età non saranno ricordi precisi. Magari ne riparlerà in futuro.

In Italia come si trova?
Mia moglie parla spagnolo. Poi abbiamo imparato il cileno, anche grazie a lei. Parlava bene italiano dopo soli 2 mesi. L’inserimento in Italia è stato assolutamente positivo. Ma anche grazie al suo carattere.

Consiglieresti l’adozione?
L’adozione è abbastanza complicata ma nella maggior parte dei casi non è difficile. Ci sono molte persone che potrebbero affrontare questo percorso se sapessero un po’ di più come funziona. C’è tanta ignoranza su questo argomento, speriamo anche con la nostra storia assolutamente positiva di essere utili e incoraggianti in questo senso.

(fonte: Donna moderna – 20/05/2013)

Adozione e luoghi comuni. Pamela, Katia e Uelita: “Tre modi di sentirsi figlie adottive”

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Nel 2011 sulla TV svizzera è andato in onda questo dossier sulle adozioni che ci avvicina a questo mondo in modo corretto, come sempre si dovrebbe, superando i luoghi comuni e spiegando com’è. Fausta Manini, che ringraziamo, è una delle due mamme intervistate di Spazio Adozione Ticino (Vedi il “chi siamo”).

Nel video vengono toccati temi che sono stati affrontati anche in questo blog: gestione dell’ira, fuga da casa, richiesta di aiuto delle famiglie, paura di essere soli.

All’inizio viene intervistata una coppia che racconta la sua doppia adozione, le perplessità e gioie di due approcci differenti perchè differenti i caratteri e le storie delle due bimbe. Di seguito la testimonianza di tre ragazze adulte provenienti da tre paesi diversi – India, Corea e Brasile –  che raccontano che cosa vuol dire per loro essere figlie adottive, con le  luci e le ombre del caso.

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Noi ci siamo focalizzati sul messaggio principale, condiviso da genitori, figli e operatrici:  le famiglie e i figli non vanno lasciati soli. Serve una maggiore sensibilizzazione dei servizi sociali e la formazione degli addetti ai lavori. Lo dicono anche in Svizzera!

Prendetevi mezz’ora di tempo. Il documentario è davvero esaustivo e parla di adozione in modo serio.

http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=423b8b7d-77db-486a-b47f-f4e14276084a

Abbiamo estratto questi tre concetti espressi da ognuna delle tre ragazze:

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– La prima volta che mi sono sentita figlia è quando mia mamma adottiva mi ha sgridato.

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– Ai ragazzi dico di chiedere aiuto. Non possiamo farcela da soli.

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– Mi sono sentita da sempre diversa, gli altri mi trattano come una straniera. Per questo ho imparato il dialetto, per difendermi. Mi sono tranquillizzata con il matrimonio, tre anni fa. Da allora mi sento più serena e  “integrata”.

Adozione e luoghi comuni. Anna Genni Miliotti: “Adozione significa capire che cosa è una famiglia”

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Per chi non l’avesse vista proponiamo la puntata “Guerrieri” di LA7 dove viene presentata la famiglia di Anna Genni Miliotti, scrittrice ed esperta di adozioni internazionali. Ci sembra un bel modo per iniziare questo 2014, all’insegna dell’ottimismo e della semplicità.

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Le frasi più significative del video per spiegare l’adozione:

– Non ci assomigliamo per il DNA ma perchè stiamo assieme.

– Ho messo loro al primo posto della mia vita. Non basta la qualità, bisogna esserci quando i figli ne hanno bisogno. E questi ragazzi ne hanno bisogno tanto.

– La sfida di arrivare all’adozione è la prima parte. La seconda sfida è crescerli questi ragazzi. Tra le altre sfide c’è l’affrontare le ferite dei miei figli che non sono poche.

– Mio figlio non aveva mai avuto una famiglia. La cosa più difficile da fargli capire è che cos’era una famiglia.

– Quando i miei due figli sono arrivati ancora non eravamo una famiglia. Eravamo quattro estranei. E’ questa la sfida dell’adozione.

– La mia mamma è grande. E’ stata la prima persona a vedermi anche se venne a prendermi il mio babbo. E’ stata lei che ha preso la decisione di adottarmi.

– Hanno bisogno, oltre all’affetto, che ti dimostri forte perchè hanno bisogno di appoggiarsi a qualcuno. Io ero quella forte.

– La mia famiglia è riuscita a fare cose che non tutti sono in grado di fare. Non solo mi ha adottato, mi ha istruito e staccato. Ed io gliene sono grato. Ora la vita è mia.

– Mi capita di sognare la mia mamma russa. Se penso a lei mi viene sempre da piangere. Lei è la mamma che doveva accompagnarmi fino alla fine del viaggio.

– Se dovessi incontrare i miei genitori biologici chiederei: “Perchè l’avete fatto?”

– L’adozione racchiude dentro di sè il coraggio. Da parte di un figlio di affidarsi. Da parte di un genitore di accogliere un figlio estraneo da te. Ci vuole coraggio a dirgli “ti voglio bene, ecco la tua mamma”.

– Ho capito che l’adozione è un percorso difficile che può essere doloroso sia per i figli che per i genitori. Servono tenacia e forza di volontà. (…) Anna ha combattuto due volte nella sua vita, per crearsi una famiglia e per sanare le ferite dei suoi figli.

Ricerca delle origini. Mamma Giuliana: “Il punto di vista di una madre che non ha riconosciuto il figlio alla nascita.”

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Oltre ai figli ci sono anche le madri che vorrebbero recedere dall’anonimato, ma che per una decisione passata presa in situazione di emergenza e necessità, con la legge attuale non hanno la possibilità di farlo per le vie legali. Ecco la testimonianza di una di loro.

Alle madri naturali che non hanno riconosciuto il figlio alla nascita: è molto difficile scrivere ed esporsi, tanto più quando si è di per sè una persona riservata. Ma io – ed immagino molte di voi – cerco mio figlio e voglio fare tutto il possibile perché questo avvenga. Questa “esposizione” deve avvenire gradatamente, gradualmente, con calma, per non soffrire troppo e sentirsi quasi male…Eppure è necessario: non solo per noi, per raggiungere “l’obiettivo prefissato”, ma soprattutto per un senso di dovere verso i nostri figli, i quali – delle nostre decisioni – non hanno nessuna colpa né responsabilità. Non dobbiamo più’ farli soffrire.

Semplicemente abbiamo deciso noi per loro. E’ terribile , ma è cosi’. Se quella che – al momento – sembrava la soluzione più semplice e definitiva, col passare del tempo, per moltissime di noi, non si è rivelata né semplice né definitiva….Anzi, più passa il tempo, più c’è la piena consapevolezza del gesto che si è compiuto….Con tutte le conseguenze del caso.

Di una sola cosa – positiva – ho anche consapevolezza e orgoglio: mio figlio è vivo perché io l’ho voluto vivo. Sicuramente sarà così anche per moltissime di voi.

Questo gruppo è nato con due obiettivi di fondo: fare pressione non solo perché possa essere modificata la legge sulla possibilità per i figli adottivi non riconosciuti di accedere alla conoscenza delle proprie origini ben prima dei 100 anni (40 sono sempre troppi …) ma soprattutto perché possa essere riconosciuto il nostro “diritto”/possibilita’ a recedere dall’anonimato. La legge potrebbe offrire a noi madri “anonime” una scelta di questo tipo/non obbligo.

Ricerca delle origini: “Emilia Rosati, una delle sostenitrici della Petizione, risponde a ilpostadozione”

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Abbiamo contattato Emilia Rosati, autrice dell’ultima lettera del post precedente e componente del direttivo “Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche” che ha risposto a qualche nostro dubbio. La ringraziamo per la sua apertura e disponibilità.

 Ruota degli esposti – Chiesa dell’Annunziata (Napoli)

D. Ilpostadozione

Fermo restando il vostro diritto alla ricerca dando la possibilità alla mamma di ritrattare il suo anonimato, ci sono alcune perplessità che ci piacerebbe condividere con voi per superarle:

1) timore di destabilizzare un equilibrio conquistato difficilmente nel tempo (sconquasso interiore per il figlio senza un adeguato accompagnamento; sconquasso della madre di nascita – anche lei va accompagnata, secondo noi, come i genitori adottivi);

2) possibili ingerenze destabilizzanti della famiglia di origine (sappiamo di casi di ritrovamento di fratelli maggiori che hanno scaricato sui minori, che li hanno cercati, la responsabilità dello sfascio della famiglia perché loro ultimi nati);

3) ricatti in termini pecuniari;

4) possibili vendette dei figli sui genitori biologici

Ci preoccupa soprattutto la stabilità emotiva dei nostri figli. Il fatto di averli avuti in adozione internazionale potrebbe essere un elemento di maggiore sicurezza per eventuali contatti “fisici” con i parenti lontani. Non si possono, tuttavia, escludere incontri attraverso internet.

Forse c’è un’età più adatta per la ricerca, forse sono due mondi quello dei bambini adottati in fasce e quelli entrati in famiglia già grandi…Lo chiediamo a voi perché siete tanti e avete storie diverse. Insomma, se vi fa piacere, ilpostadozione è a disposizione per chiarire la vostra posizione rispetto ad un tema tanto delicato e personale.

R. Emilia Rosati

Risponderò con ordine seguendo i punti da voi elencati.

1) La ricerca deve nascere da un intimo e profondo desiderio, non da un impulso temporaneo, e tantomeno da una qualsivoglia sollecitazione esterna della madre naturale, che del figlio sa, mentre è il figlio a non conoscere e dunque a desiderare, eventualmente, il completamento della propria identità attraverso le notizie che riguardano la propria origine e la propria storia. Quindi, se ciò avverrà ad una età giusta (che potrebbe essere indicata intorno ai 25 anni, come previsto dalla stessa legge 149/2001 e dopo un percorso di reale interiorizzazione del bisogno, non dovrebbe dare adito a traumi, ma anzi potrebbe sanare il trauma della non conoscenza, che, credetemi, equivale per molti di noi, ad una invalidità permanente.

2 e 3) Se la conoscenza avvenisse attraverso un tribunale, un mediatore familiare, insomma una figura istituzionale, così come le nostre proposte di modifica della legge prevedono, una volta conosciuti i dati anagrafici ciascuno sarebbe libero di procedere come meglio crede, anche eventualmente acquisendo preventive informazioni di carattere privato sulla famiglia in questione per poi stabilire se sia il caso o meno di creare un contatto. Purtroppo non esistendo una legge che regolamenti la questione molti ragazzi si rivolgono a facebook o altri social network, senza il necessario supporto da parte della famiglia adottiva, e rimangono esposti a qualsiasi suggestione o relazione non opportuna, ricattatoria o coercitiva emotivamente e moralmente.

4)Credo che se il percorso nella conoscenza ha seguito la giusta traiettoria, magari con l’aiuto di un counselor, e comunque con il supporto della famiglia adottiva, sottolineando sempre l’importanza di un’età matura, anche la rabbia dovrebbe essere stata elaborata e non lasciare residui spazi alla vendetta o a qualsiasi altra forma di azione che non sia una civile e rispettosa conoscenza/famigliarità. Comprendo benissimo lo stato d’animo di tanti genitori adottivi, la lontananza è una sicurezza, soprattutto se i figli sono giovani, da eccessive ingerenze ed implicazioni di tipo emotivo.

La mia esperienza è stata positiva. A 56 anni ho incontrato i miei fratelli che sono davvero bravi ed onesti. Ci sentiamo spesso telefonicamente e ci incontriamo di rado perchè abitiamo lontano. Mi hanno raccontato la storia di mia madre, ormai morta, ed io provo per lei un sentimento di tenerezza avendo conosciuto la sua esistenza difficile. Prego per lei, ma mai mi viene da considerarla madre, perchè mia madre si chiamava Concetta, ed è quella che ha pianto e gioito insieme a me, nei momenti importanti della mia vita. Purtroppo se ne è andata troppo presto (avevo ventiquattro anni), ma il suo ricordo non mi lascerà mai. Nella mia solitudine la presenza di due fratelli affettuosi mi gratifica……li sento come qualcosa tra amici e parenti, ma il nostro rapporto si costruisce piano piano come in qualsiasi incontro umano.

Ogni caso è diverso: c’è chi di noi più vecchie ha fatto le ricerche solo dopo molti anni dalla morte dei genitori adottivi, chi dopo poco, chi mentre loro sono in vita. Non dipende da quanto ci si voglia bene, ma dall’indole e dalla sensibilità di ciascuno ed anche, forse, da una maggiore o minore modernità ed apertura mentale, sia dei figli che dei genitori.

Ira e rabbia. Mamma Blog: “Dalla teoria alla pratica”

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Ci hanno sempre detto che il pequeño andava rassicurato.

Dovevamo fargli capire con certezza che noi non eravamo parte della famiglia degli stronzi che l’avrebbero di nuovo abbandonato, da solo.

E quindi – nonostante le botte, gli insulti, i cazzotti e i lividi, noi – stoici – siamo sempre stati lì, impassibili, a ripetergli NOI CI SIAMO – tu puoi fare quello che ti pare, puoi essere il peggior pequeño del mondo, ma noi non ti molliamo, né mai ti molleremo, accada quel che accada.

Sette anni di “trattamento pequeño”  vi assicuro non sono stati una passeggiatina, anzi.

Eppure – nonostante i pensieri insistenti e ricorrenti (!) del ma chi me l’ha fatto fare – mai, neanche per un secondo ho pensato di mollare da solo il mio pequeño, mai.

Da un figlio non si torna indietro, non si può. E’ un po’ come pensare: ecco, mi sono stufata, adesso prendo questa gamba, me la taglio e la do a qualcuno. Impossibile. Insensato.

Eppure l’altro giorno dalla terapeuta che da qualche mese segue il nostro pequeño (quella dell’EMDR, per intenderci), ho scoperto che il nostro comportamento non era credibile e quindi destabilizzante e dannoso per la creatura.

PAM!

Giuro che ero basita.

Ma poi – più ci pensavo – più capivo che doveva proprio essere vero.

Eh già. Perché hai voglia a dire ad un piccolo che è stato abbandonato per 8 volte (sì, ha dell’incredibile ogni volta che ci penso, ma noi siamo i noni!):

stai tranquillo, noi non ti lasceremo mai

e lo fai mentre lui ti sta massacrando in tutti i modi che la sua piccola ma fervida mente gli suggerisce…. beh, in effetti è davvero poco credibile.

E quindi crea panico. Paura.

Destabilizza.

Attenzione, questo non significa che bisogna mettergli paura che lo molliamo, no, no.

Solo occorre fargli capire che il legame, anche se non si spezza, così si deteriora e lui così ci fa stare male. E sta male pure lui.

Ecco. Fino a ieri avevamo solo un problema. Oggi abbiamo anche una soluzione, teorica. Adesso dobbiamo trovare il modo per fargli capire nella pratica che è al sicuro, ma non vale tutto!

E già me lo vedo che mi dice: Perché se no cosa mi fai?!! Con quella sua faccetta da professionista della provocazione!

Perché se no siamo tutti infelici. Ecco perché. E basta.

Ho solo una piccolissima domanda:

Ma come ca….volo si fa???

Come si passa dalla teoria alla pratica?

😦

(fonte: postadozione.blogspot.com)

Ira e rabbia. Genitori e figli dicono…

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Mamma Laura: “Mio figlio non riesce a trattenersi. Vive momenti di profonda rabbia. Sta seguendo un iter terapeutico e qualcosa è riuscito a migliorare.”

Benedetta, 16 anni: “Sapessi cosa sento. Ho un peso qui – indica l’area tra il cuore e lo stomaco – che non riesco a buttare via in nessun modo. Ho una rabbia che avrei voglia di picchiare tutti. A scuola è successo varie volte. Non parlarmi dello psicologo, non serve a niente!”

Mamma Elisabetta: “Quando si arrabbia, mia figlia cambia persino d’espressione. I lineamenti diventano tirati in tal modo che mi sembra quasi di non riconoscerla. Non è più lei. Sembra che un urlo di aiuto esca dai suoi occhi e dalla sua bocca. Un urlo di dolore che sembra arrivare da molto lontano. In quel momento mi sento impotente. Dapprima le tenevo testa, ma le cose peggioravano. Così ho imparato a lasciar decantare. Non è stato facile perchè le provocazioni sono tante.”

Ira e rabbia. Mamma Sabri: “L’urlo di mamma (1)”

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“L’incontro con la rabbia è stato immediato e dirompente, soprattutto perchè era un’emozione che fino a quel momento non mi era mai appartenuta. L’incontro con i miei figli mi aveva messa duramente alla prova e aveva portato a galla una parte di me che non sapevo di avere. Non importa quanti libri si sono letti, quanti incontri pre e post adozione si sono fatti, quanto si faccia appello alla propria razionalità e pazienza nei momenti tranquilli, basta un niente e si esplode.

La collera è in gran parte la conseguenza dei nostri pensieri irrazionali e all’inizio del mio percorso adottivo tali pensieri avevano invaso la mia vita. Di fronte ai continui pianti, capricci, provocazioni, disobbedienze, dinieghi, situazione del tutto normale e comprensibile per chi è stato sradicato dal suo ambiente e deve lentamente adattarsi ad un altro contesto e per chi vuole mettere alla prova i nuovi genitori per riacquistare fiducia negli adulti (Pensiero Razionale), prevaleva il senso di inadeguatezza, la consapevolezza di non essere la madre che volevi essere, la sensazione di rifiuto costante da parte dei tuoi figli che preferivano sempre altre figure femminili a te, il senso di colpa (Pensiero Irrazionale). Da qui la rabbia che faticavo a gestire in quanto incolpavo di questo sentimento sempre gli altri e mai me stessa; erano gli altri infatti che avevano minato il mio valore personale facendomi sentire “brutta e cattiva” e che avevano deluso le mie aspettative. In realtà le altre persone non facevano altro che attivare i pensieri irrazionali che già nutrivo.

Anche uno dei miei bambini, che più di altri innescava “l’urlo di mamma”, aveva frequenti crisi di rabbia. Bastava un semplice no per scatenare la sua reazione e il lancio di oggetti. Il contenimento non dava esito positivo ed era meglio allontanarsi per un po’. Sapevo bene quanto fosse difficile fermarsi dopo aver dato inizio allo sfogo che sembra, solo in apparenza, liberatorio. Come uscire da questa situazione? E’ difficile cambiare ciò che non si accetta.

Abbiamo smesso quindi di condannarci e iniziato a lavorare per accettare noi stessi, con i nostri limiti, con le nostre storie, abbiamo imparato a definire le emozioni e ad esprimere il disappunto in altro modo. Come adulto ho iniziato un intenso dialogo interiore che mi ha portato a riconoscere i pensieri irrazionali causa della collera, sorretta e motivata da una forte volontà di cambiamento. Sono sempre stata convinta infatti che per cambiare gli atteggiamenti dei nostri figli dobbiamo cambiare noi per primi. Mio figlio grazie alla psicomotricità, e al cambiamento della mamma, ha iniziato ad aumentare la propria soglia di frustrazione e a scegliere altre vie per esprimere il disaccordo.

Ci hanno anche aiutato buone letture come le favole di Alba Marcoli (2) e un libro per bambini (3) che per anni è stato, come punto di riferimento, sotto il cuscino di mio figlio.

Un altro metodo che mi sento di suggerire è l’utilizzo degli strumenti del metodo Feuerstein di cui già si è parlato in questo sito. In particolare, tra gli strumenti del PAS Basic ve ne sono alcuni come “Conosci ed identifica”, “Dall’empatia all’azione” e “Pensa e impara a prevenire la violenza” che aiutano i bambini/ragazzi ad identificare, con il supporto di una buona mediazione, gli stati emozionali e la relazione tra questi e le possibili reazioni delle persone coinvolte. L’obiettivo cognitivo è quello di pensare anzichè agire d’impulso e aiutare a scegliere la reazione più appropriata e socialmente accettabile in situazioni di conflitto interpersonale (4).

Gli anni bui della rabbia sono svaniti. Guardando al passato ringrazio i miei figli che, dandomi la possibilità di guardarmi dentro, mi hanno resa migliore. Non so se basterà per arginare la crisi dell’adolescenza. Nel frattempo, godiamoci la guadagnata serenità.”

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Bibliografia

(1) Jutta Bauer, Urlo di mamma, Salani editore

(2) Alba Marcoli, Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli, Oscar Mondadori

(2) Alba Marcoli, Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili, Oscar Mondadori

(2) Alba Marcoli, Il bambino perduto e ritrovato. Favole per far la pace col bambino che siamo stati, Oscar Mondadori

(3) Domitille de Pressensè, DOREMI’ è stato adottato, Motta junior

(4) R. Feuerstein, L. Falik, Y. Rand, Il programma di Arricchimento Strumentale di Feuerstein, edizioni Erickson

Ira e rabbia. Papà Mario: “Il maschio ci dà serie preoccupazioni”

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“Sono il genitore di due ragazzi da noi adottati alcuni anni fa in età di 7 e 9 anni. Non abbiamo nessun problema con la ragazzina ormai 13enne mentre stiamo passando bei guai con il maschio ora 15enne, fisico atletico, secondo alle nazionali di atletica…. Questo ragazzo ha una doppia personalità: affettuoso, dolce e molto intelligente quando non viene contraddetto, violento e aggressivo quando contraddetto.

Dall’inizio di quest’anno è peggiorato tantissimo, a scuola ha avuto tre sospensioni. Gli hanno trovato stupefacenti (credo sia scattata la denuncia) ed è stato beccato a rubare profilattici e cioccolata al supermarket mentre io lo pensavo a scuola. Non l’ho mai menato (grazie anche al fatto che ha portato per tre anni l’apparecchio per i denti e avrei rischiato di fargli male). Però quando ho saputo degli stupefacenti gli stavo mollando un ceffone impietoso, ma lui ha avuto la meglio: mi ha gonfiato di pugni (7 giorni di prognosi e denuncia alle autorità competenti), fatto non isolato, già verificatosi in altra circostanza. Lui si giustifica dicendo che quando accumula rabbia non riesce a controllarsi.

Adesso ci siamo arresi e lui fa quel che vuole, sta sempre fuori casa. Con gli assistenti sociali si stava valutando un periodo in comunità. A noi dispiace molto anche perché, quando vuole, è molto bravo e premuroso, ma cosa possiamo fare? Noi abbiamo fallito, speriamo che la comunità riesca a farlo maturare e a far controllare la sua rabbia altrimenti sarà destino che, prima o poi, succederà qualcosa di irreparabile.

Originariamente erano quattro fratelli di sangue, due sono andati in un’altra famiglia. Il fratello maschio ha creato grandi problemi anche all’altra famiglia, è stato in comunità, mentre oggi, maggiorenne, sembra aver messo la testa a posto, anzi rimprovera il fratello più piccolo (mio figlio) dicendo appunto di non fare i suoi stessi errori… Per cortesia non cominciate ad attaccarmi senza aver vissuto questa esperienza. Mi risponda chi ha avuto esperienze analoghe e mi dia speranza su quali scenari potranno aprirsi per il futuro.”

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. Mamma Arianna: “Non vorrei passare per le vie burocratiche”

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“Mio figlio ha 14 anni, adottato in Colombia all’età di un anno e mezzo. E’ stato sempre un bambino vivace ma contenibile. Da circa un anno è diventato irascibile, non rispetta i genitori, è disobbediente, non studia a scuola, se ripreso s’incattivisce e reagisce malamente. Una volta mi ha messo le mani addosso, altre ha mezzo sfasciato la casa e io non so più cosa fare. Con mio marito siamo separati da 3 anni, ho un secondo figlio biologico che oggi ha 12 anni e che è traumatizzato dai comportamenti del fratello. Vorrei un aiuto concreto, ma non so a chi rivolgermi. Ho pensato agli assistenti sociali del tribunale che hanno seguito la pratica di adozione ma non sono ancora sicura di voler passare per queste vie “ufficiali”.”

(fonte: it.sociale.adozione)