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STOP ALLA VIOLENZA SULLA DONNA: “Cara Giulietta, ora sto meglio, ma ho ancora paura…”

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Ricordiamo che i nostri figli, a volte, sono il frutto di una violenza. Ricordiamo che, se non l’hanno subita direttamente, a volte, hanno assistito a qualche forma di violenza in famiglia. Ricordiamo che la donna nel mondo, a volte, è vista come figura di serie B. Ricordiamo che non si fa abbastanza per aiutare le donne e i bambini a liberarsi da situazioni di oppressione.

.Risultati immagini per Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

 

A Verona, da più di una settimana sono iniziate le tavole rotonde, gli spettacoli, le presentazioni di libri per dire NO alla violenza sulle donne.

In Veneto, secondo l’indagine ISTAT 2007, il 19,6% delle donne ha subito qualche forma di violenza fisica e il 26% qualche forma di violenza sessuale. Il 15,9% delle donne in Veneto ha subito qualche forma di violenza nella coppia (18,1% è il dato medio italiano). Il 34,3% delle donne in Veneto ha subito qualche forma di violenza al di fuori della coppia (30,2% è il dato medio italiano).

Abbiamo scoperto, poi, che il Club di Giulietta, istituito nella nostra città per raccogliere le lettere degli innamorati di tutto il mondo, ha anche una funzione sociale. Riceve anche lettere che parlano di abusi e violenze sulle donne, come questa che vi proponiamo:

“Cara Giulietta, care Segretarie di Giulietta,

è da tempo che vi volevo scrivere, la mia lettera è una lunga storia. Mi chiamo Sara, ho 34 anni e vivo in Belgio. Fra pochi giorni mi sposerò con Stefan. Lui è talmente meraviglioso che non posso nemmeno credere alla fortuna di averlo al mio fianco. A Stefan devo la vita. Se non lo avessi incontrato alcuni anni fa io forse non sarei più qui oggi. Prima di incontrarlo vivevo con il mio ex fidanzato, a causa del quale la mia vita consisteva in paura e violenza. Non avevo più nessun contatto con il mondo di fuori, nemmeno con la mia famiglia, perché lui mi aveva isolata e mi manipolava completamente.

Quando conobbi Stefan lui si rese conto subito di quello che stavo vivendo e mi aiutò a separarmi dal mio ex. Ho iniziato così una nuova vita, in una città tutta nuova. Qui ho imparato a rimettermi in piedi e ad essere di nuovo indipendente. Anche se quello che ho passato è successo tanti anni fa, ci penso ancora spesso e non lo potrò mai dimenticare. Ogni giorno, ogni minuto che passo con Stefan, mi accorgo di quanto fosse terribile la mia vita prima e mi accorgo di quanto sono fortunata ad avere incontrato il mio salvatore.

Nonostante tutto questo amore, io però ho sempre paura, paura di non essere capace di far durare questa relazione, paura di svegliarmi un giorno e di rendermi conto che la storia con Stefan è solo un sogno. Vorrei solo poter scacciare tutti i fantasmi del passato.

Stefan ti amo.”

(da “Stoccolma e altre sindromi. La dipendenza affettiva come radici di violenza” a cura di Viviana Olivieri – Comune di Verona, Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona, Club di Giulietta e AIF.)

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Sessualità/adulti deviati. L’esperto. “La mancanza di barriere generazionali è una trappola per gli adolescenti”

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Tratto da “Adulti senza riserva” di Philippe Jeammet. Il noto psichiatra francese ci richiama al nostro ruolo di adulti e genitori. La nostra società è intrisa di messaggi e comportamenti ipersessualizzati che, invece di aiutare i nostri ragazzi a spiccare il volo, li schiacciano nell’angolo delle loro paure perché nessun adulto li prende per mano. Molto spesso sono i giovani a sanare le ferite degli adulti. Ciò non è giusto, non sta nell’ordine delle cose.

 

La volgarità non necessaria e manifesta non è tanto piacere quanto paura. Il compito di un adulto, per un adolescente, non è quello di essere un amico bensì di apportare la differenza. E’ l’aspettativa del più giovane nei confronti del più anziano – che si suppone possieda un sapere  e delle capacità che il ragazzo invidia – a fare di ogni adulto un potenziale educatore. Non voler tener conto di tali aspettative non significa farle scomparire, ma equivale ad abbandonare i più giovani alle loro risorse, rifiutando loro quel periodo di appoggio di cui hanno bisogno. (…) Che lo vogliamo o no, tutti i media sono portavoce dell’adulto e costituiscono un modello di ciò che gli adulti rappresentano per i più giovani. (…) C’è abuso sessuale in questa continua effrazione dell’intimità dello spazio psichico dei bambini e degli adolescenti (…) Oggi, tutto il nostro clima sociale è impregnato di una incestualità sempre più manifesta, come se gli adulti non avessero che un’ossessione, il sesso. Il sesso è l’argomento preferito dei pubblicitari (…)

Dietro ai ragazzi che vengono in terapia e si aprono all’intimità terapeutica stanno i  genitori. Dietro ad ogni adulto stanno i genitori. L’ossessione e l’iper rappresentazione dell’elemento sessuale costituiscono un’effrazione dell’intimità ormai già nell’infanzia, costringendo il bambino, ancor prima che ve lo induca la pubertà, a considerare  che ciò che gli adulti presentano continuamente riguarda anche i loro genitori. Non si lascia più ai giovani il tempo e lo spazio per immaginare, con il loro ritmo, secondo la loro convenienza, secondo la loro fantasia, tale relazione nell’ambito della coppia parentale, ma gliela si impone nella forma e nella frequenza che ha, senza che possano dire una parola, senza che possano scegliere. Ed è oggi una violenza quotidiana che viene loro fatta in tal modo. Ora come ho detto, la difficoltà non sta tanto nella sessualità in sé quanto nel suo eccesso. Con questa ipersessualizzazione i genitori perdono una parte della loro funzione tranquillizzante, rassicurante e di contenimento, e diventano a loro volta un fattore di eccitazione e di turbamento il che rende più conflittuale il rapporto con loro.

(…) La maggiore vicinanza tra genitori e figli e l’indebolimento delle barriere, e addirittura delle differenze generazionali, aumentano anche i rischi di una eccessiva deidealizzazione di un genitore o di entrambi, soprattutto se questi si ritengono obbligati, per amore di trasparenza, a dire tutto ai loro figli, a informarli di tutti gli incerti della loro vita di coppia, se non anche a farne gli spettatori e i giudici dei loro rispettivi comportamenti. (…) Non è più una cosa eccezionale che un genitore, per lo più il padre, presenti la sua nuova amica alla figlia adolescente di cui fa così la propria confidente, magari all’insaputa della madre, quando l’amica in questione ha solo qualche anno più della figlia. (…) Col suo esempio, il genitore non è più il vettore che li spinge a voler vivere una loro storia d’amore, bensì colui che li “ancora” maggiormente a sé avvicinandosi a loro e dando loro un posto privilegiato, suscitando eventualmente compassione, ma frenando la loro capacità di immaginare e desiderare una vita amorosa personale.

Sessualità/adulti deviati: “La pedofilia secondo don Gallo”

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Don Gallo ci inchioda davanti alle nostre responsabilità di adulti. Non basta riprovare una certa azione, bisogna combatterla. Uno dei modi, secondo noi, è quello di allargare le nostre braccia ad un bambino che è stato oggetto di attenzioni malsane da parte di un adulto.

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(…) La domanda è: chi è il pedofilo, come individuarlo, come difendersi. E chi sono le sue vittime, su quali basi vengono scelte. E infine, soprattutto, perché questa società, che è composta da noi, partorisce l’orco, lo alleva, lo foraggia? C’è almeno in noi questo desiderio di arginare, fermare l’atroce ripetersi dei fatti?

L’orrore della pedofilia ci riguarda tutti: ha a che fare con i recessi più oscuri dell’animo umano. E se vogliamo cancellarlo, distruggerlo, dobbiamo prima imparare a riconoscerlo, con tanta umiltà, senza pregiudizi, senza moralismi, senza crociate, sconfiggendo i luoghi comuni che sovrappongono l’omosessualità alla pedofilia.

Quante vittime abbiamo lasciato per la strada! E dove dobbiamo andare a guardare prima di tutto? Proprio là dove nasce l’oggetto del desiderio del pedofilo, proprio laddove il bambino muove i primi passi, nella famiglia. Gran parte delle violenze sessuali avviene all’interno delle mura domestiche, almeno il 65 per cento, proprio là dove il fanciullo si sente più protetto. Le persone intorno al pedofilo, anche quando non sanno verbalmente, comunque avvertono, capiscono distintamente. Ripongono il segreto e lo seppelliscono dentro per non venir contagiati, per non essere sporcati. Ci sono tante persone che non svelano neanche a se stessi il buco nero che hanno dentro.

Questo della famiglia è il punto di partenza, il tassello che per primo va a comporre la vittima e il predatore. Il male non è mai radicale, ma soltanto estremo e non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Esso però può invadere e devastare il mondo intero.

Più riflettiamo sul linguaggio con cui un adulto compone la propria narrazione di fatti così violenti, più si ha l’impressione che qualcosa si istalli nella nostra mente. Un’impressione perturbante di sconosciuto e di familiare insieme, che insinua il dubbio che qualcosa di estremamente vicino a noi s’annidi nel male.

I crimini commessi sui bambini mobilitano in noi le emozioni più profonde e arcaiche, e ci invitano a guardare dentro di noi e i nostri fantasmi in cui gli orrori dell’incesto, della violenza hanno spesso trovato una loro rappresentazione ed espressione (sia pure in forma di fantasia).

I milioni di bambini sterminati dei lager nazisti o uccisi nel corso delle pulizie etniche, nella ex Iugoslavia o in Algeria, dalle uccisioni rituali o delle infibulazioni sulle adolescenti commesse nei paesi del terzo mondo sono davanti a noi, ma le nostre coscienze spesso preferiscono tacere o non ricordare.

Quando la cronaca ci impone l’evidenza dell’abuso sessuale avvenuto su un bambino in una tranquilla provincia italiana o in una degradata periferia metropolitana, siamo subito spinti a ritenerci estranei a quei fatti come se non ci riguardassero, così da allontanare un demone che ci fa paura e ci inquieta, e che per quello vogliamo credere lontano da noi.

Fino a quando continueremo a pensare alla violenza sui minori come il frutto di un male senza accettare l’idea che il germe della violenza si annida invece nella società, cioè in tutti noi, e che le sue manifestazioni non sono mai radicali o definitive ma sono manifestazioni di una data cultura, non saremo in grado di sviluppare politiche sociali realmente efficaci, affannandoci invece nella sterile ricerca del mostro.

Ogni mostro in realtà non è altro che la nostra stessa ombra ovvero la proiezione oscura di una collettività alla continua ricerca di un’assoluzione dalle responsabilità personali.

(…) Ci sembra ingenuo immaginare che i pedofili siano agli angoli delle strade  davanti alle scuole, pronti ad adescare dei bambini inesperti di sesso. Occorrono corsi di educazione ai rapporti e alla relazione tra adulti e bambini, tra genitori e figli, che comprendano anche temi della sessualità, in particolare della sessualità e psicologia infantili, e che sarebbero senz’altro più utili agli adulti affinchè conoscano meglio l’individuo bambino, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue passioni.

(…) Comunicazione virtuale al posto delle carezze, baci e abbracci: che ne sarà di un bimbo allevato così? Si rischia di perdere anche gli odori e i sapori della loro pelle. Il pedofobo, giocando con la loro innocenza, rappresenta nel modo più degradato la quintessenza dell’odio nei confronti del bambino, mentre la falsa riprovazione di non pochi adulti nasconde una sordida, malcelata complicità. (…)

Può sembrare paradossale, ma questa società non riesce ad amare i bambini, esattamente come diffida dei giovani. (…) Forse si vuole negare l’evidenza che molti pedofili sono stati a loro volta bambini violati? Questo è il punto! Non si nasce pedofili, ma lo si diventa e i brutti frutti di questa pianta orrenda a volte si nascondono nella “normale anormalità” delle relazioni affettive di molte famiglie.

(fonte: “Se non ora adesso” di don Andrea Gallo – Chiarelettere 2011)

Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

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La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

Sessualità/abusi sui minori. L’esperto: “Come aiutare i bambini”

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Fondamentale è mettere il bambino in condizione di aprirsi tenendo presente che difficilmente i bambini raccontano false storie di abuso sessuale.

I primi passi da fare:

(di Ivana Giannetti, Telefono Azzurro)

  • ascoltare con reale attenzione, autentico interesse per ciò che dice o non dice
  • credere a quel che il bambino raccolta e rassicurarlo
  • tradurre in parole semplici sentimenti complicati come la loro tristezza, rabbia, paura, ansia o depressione
  • meglio non improvvisarsi intervistatori ma farsi aiutare da chi lo sa fare

 

Ricordare inoltre che:

(di Anna Grasso Rossetti, esperta di comunicazione non verbale)

  • Il disagio prima si percepisce , poi si vede, se si sa che cosa guardare
  • Un segnale da focalizzare è il cambiamento di abitudini
  • Quando si coglie il disagio è perché il bambino vuole parlare
  • Mai far capire che si è spaventati
  • Sempre far capire che siamo disponibili all’aiuto, qualsiasi cosa sia accaduto (non giudizio, non punizione: ma aiuto e conforto)

(fonte: Atti del Convegno “Di’ di no! Possiamo proteggere i nostri bambini e le nostre bambine dall’abuso sessuale? – Commissione Pari Opportunità di Brescia 2002)

Per la Pasqua, non dimentichiamo l’altra parte del mondo

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Abbiamo selezionato una parte della lettera che ci ha inviato padre Paolillo, missionario comboniano in Brasile, con i consueti auguri di Pasqua. Ci racconta di uno dei suoi ragazzi di strada e della vita dura quando ci si trova dall’altra parte, dalla parte di chi non ha voce.

LA VITA DI GABRIEL È UN AVVENIMENTO PASQUALE

Gabriel è uno dei nostri ragazzi. Non sappiamo con esattezza la sua età perché non è mai stato registrato all´anagrafe. Non ha il certificato di nascita. Dimostra 12 anni. Abbiamo fatto una richiesta al Tribunale dei Minori perché faccia le dovute pratiche al fine di stabilire l´età e procedere al registro. Ambulava per la strada e sniffava colla di calzolaio. Nei primi mesi del progetto si fermava spesso davanti a uno dei cancelli per osservare gli altri bambini. Lo invitammo varie volte a partecipare. Arrivammo ad iscriverlo, ma vi restava solo per qualche giorno. Finché è avvenuto il miracolo.

Gabriel frequenta regolarmente il Progetto da quasi un anno. Va anche a scuola. È iscritto alla prima elementare. Non sniffa più colla e non perambula per la strada. Vive con una sorella. Ha guadagnato peso. Anche la pelle, fino a qualche tempo fa imbiancata da una micosi, sta riprendendo il colore originale. Il suo volto ha ancora tratti di tristezza. Quando si parla di violenza contro i bambini scoppia in lacrime. È evidente che gli riaffiorano alla memoria tutte le aggressioni subite durante l´infanzia negata. Preferisce non parlarne, i suoi occhi, però, rivelano il suo dolore. Ma poi passa. Ora finalmente sorride. La vita ancora non gli ha dato quello che merita, soprattutto le cure di una famiglia premurosa. Le ferite, cicatrizzate nel corpo, ma ancora aperte nell´anima, lo perturberanno forse per sempre. Ma ha una voglia matta di vivere.

La sua è una storia di superamento. Direi di più: è un avvenimento pasquale. Non potete immaginare lo sforzo necessario per liberarsi dalla dipendenza della colla. Ma lui, da oltre un anno, non la sniffa più. Sta dicendo no alla droga e alla criminalità. Possiamo addebitargli una vittoria parziale sulla morte.

Padre Paolillo

 

Sessualità/abusi su minori: “L’ascolto empatico del genitore adottivo o affidatario”

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Proponiamo la riflessione integrale di Alessandro Bruni, genitore bio e affidatario, sull’ascolto empatico dei genitori adottivi o affidatari di un bambino abusato.

LEGGERE I SILENZI, LEGGERE IL CORPO

Il silenzio. Ascoltare richiede attenzione e presuppone una scelta, infatti è il “concentrarsi della mente su un determinato oggetto, distogliendosi momentaneamente da ogni altro pensiero. L ‘ascolto, mette al centro il bambino, che per vari motivi, può non essere in grado di parlare, eppure con la sua sola presenza, con il suo solo esserci, racconta di sé. Leggere i silenzi è dunque ascoltare il corpo.

Il silenzio è un modo di vivere inosservati, così come fanno i cuccioli, gli animali, gli uomini che nel percepire il pericolo si acquattano e si fingono morti, così si puo’ ascoltare questo tipo di silenzio che racconta il terrore, lo sperare di non essere presi in considerazione, ”se taccio non mi vede “, ma vi è anche il silenzio della riflessione o della confusione, della regressione al pre-verbale, del mutismo traumatico o selettivo.

Eppure al bambino abusato noi chiediamo di parlare di raccontare, di rinnovare il dolore per avere una prova inconfutabile: per permetterci di costruire la così detta prova-provata deve parlare in modo giuridicamente accettabile, altrimenti si archivia il caso!

Ecco perché bisogna imparare ad ascoltare il silenzio del dolore e della vergogna di un bambino, frugato e lacerato nell’intimo della carne e spesso nella fiducia dei sentimenti. Silenzio che può comparire all’improvviso, anche durante un fluente racconto di fatti pertinenti, in quel momento bisogna cogliere il significato di quel ritirarsi, forse si è toccato un argomento non ancora maturo, forse un ricordo improvviso è esploso nella memoria, forse bisogna fermarsi ed aspettare, intuire, prevenire, rassicurare, intervenire, stringere una mano o lasciarla andare, questo è saper ascoltare il silenzio.

Il corpo. Cosa racconta la fobia di essere toccato, quale esperienza penosa scatena l’attacco asmatico, il vomito? Perché quell’odore, quel profumo o quella puzza sconvolgono il bambino? Ricordo il terrore di una bambina al mio tentativo di farle una carezza, l’urlo di terrore di un bambino al mio avvicinarmi. Perché?

Dicono che non vogliono il latte e poi si lasciano sfuggire che è ”perché il latte di papà era cattivo“, non vogliono aprire la bocca perché temono di soffocare, spesso non si reggono in piedi, hanno una vera e propria ipotonia, forse così facendo hanno evitato ulteriori violenze.
Non hanno più il controllo degli sfinteri, si sono arresi alle penetrazioni, non sono più in grado di trattenere nulla, contrarre i muscoli comporta ulteriore sofferenza perché a questo sono stati obbligati ed abituati, violando e forzando l’etica psicosomatica del loro corpo. Si lavano le mani e il corpo in modo ossessivo con espressioni di disgusto: in modo inconscio si purificano.

In molti casi vi è una forte riattualizzazione psicosomatica, oppure compare una risposta stereotipata, come in quei bambini che di fronte ad una macchina fotografica o ad una cinepresa si muovono senza imbarazzo ed inibizione, con mosse seduttive, mimando comportamenti erotici, perché utilizzati per riprese pedopornografiche, forse in un istinto di sopravvivenza hanno imparato ad essere docili per evitare attacchi sadici.

Le persone di riferimento, nuovi genitori, psicologi, assistenti sociali, devono essere preparate al cercare del bambino di sessualizzare il rapporto personale: è un’esperienza sconvolgente, ma il bambino utilizza l’unico modo che conosce per entrare in relazione con l’adulto.

Il padre affidatario che deve affrontare una bimba abusata dovrà agire con molta forza d’attenzione in modo che i suoi gesti non siano male interpretati: lei tenterà un approccio fortemente sessualizzato, soprattutto per ottenere piccoli regali o riconoscimenti di preferenza. Correggere è possibile con molta pazienza e fermezza, ma sempre con la giusta affettuosità.

Bisogna ricordare che il minore abusato esprime i suoi sentimenti come fa il mimo nell’arte scenica: sostituendo la parola con il gesto e l’atteggiamento. I genitori accoglienti devono tenere presente la loro funzione di specchio in cui il bambino può riconoscersi, controllando il loro stato emotivo, sapendo che ciò che sta accadendo è l’inizio della riparazione del trauma della giovane vittima.

Concludendo, questo post è doloroso. Le parole dette su silenzio e corporalità fanno comprendere come silenzio e corpo siano fortemente indicativi di drammaticità di abuso e come i genitori accoglienti devono essere preparati a comprendere o a individuare silenzi e atteggiamenti sospetti. Se in campo professionale si ritiene necessaria una preparazione specifica dello psicologo tramite un training psicosomatico, a maggior ragione questa preparazione deve essere fatta sui genitori accoglienti per renderli più capaci di comprendere e di correggere amorevolmente.

LEGGERE IL GIOCO E LE PAROLE

Nulla è più vero ed immediato della rappresentazione psicodrammatica del gioco che il bambino abusato compie. Attraverso il gioco racconta situazioni, fatti, atti compiuti o subiti, identifica persone, luoghi, indica terrori e consolazioni, compie vendette e passaggi all’atto, vive crisi abreattive (termine della psicanalisi per indicare l’improvvisa scarica emotiva per mezzo della quale il paziente si libera di antichi traumi inconsci e repressi), modifica in termini difensivi o enfatizza in termini aggressivi,  punisce se stesso e l’altro da sé (classico lo scaricare davanti allo specchio il vissuto dei traumi o l’imprecazione solitaria e improvvisa ad alta voce al ricondo di un fatto ritenuto spiacevole, ma non raccontabile).

Il bambino lasciato nel silenzio del suo rappresentarsi racconta cose che altrimenti non saprebbe come trasmettere. Come quella bambina che continuamente denudava le Barbie e con il rossetto disegnava i capezzoli e il pube…; come quel bambino che metteva gli elefantini uno dietro l’altro e diceva che era il gioco del pisello che facevano con lui il papà e i suoi amici …; come il gioco del dottore fatto con un signore vecchio che “infilava le supposte nel sederino”…; come la mamma che “giocava a farle male per farla piangere, per poi fare la pace con tanti baci sulla passerotta“…

Le parole servono per indicare le cose ed esprimere le idee in modo chiaro e diretto, se si ha liberta’ intellettuale, e in modo criptico o  simbolico  se vi è soggezione o si è subita violenza con riduzione in schiavitù, come spesso accade ai bambini abusati, resi oggetti pedofili .

E’ nell’ascolto delle parole  del bambino, che il genitore deve essere duttile, empatico, tranquillo,  non suggestivo, non direttivo, non manipolatorio. In sintesi, non deve ingabbiare la comunicazione spontanea del minore e deve trovare identità di linguaggio: solo in questo modo potranno dialogare in termini paritari. E’ una operazione molto difficile per un genitore e senza ogni dubbio è bene che venga svolta da un professionista. La cosa migliore è non far trasparire le proprie emozioni, valutare con delicatezza e razionalmente. Nel sospetto, rivolgersi ad uno psicologo specialista del servizio pubblico.

Quando il bambino parla è perché ha deciso di fidarsi, il genitore o la sua persona di riferimento, è divenuta di sua fiducia. Quell’adulto può ascoltare e sapere la sua storia, basta che stia ai suoi patti, inutile insistere nel voler sapere di più, se in quel momento il bambino dice basta.

Mai fare domande, sempre essere pronti ad accogliere anche la più sconvolgente delle rivelazioni, o la più banale fabulazione. Il piccolo abusato compie sempre una sorta di messa alla prova nei confronti di quell’adulto che vuole sapere i suoi segreti. In lui scatta il meccanismo di chi essendo stato sottoposto a regole altrui, con chi si fida e pensa di poterlo fare, è lui a dettare le regole di quando dire e cosa dire.

Ascoltandolo, il nostro fare tranquillo e sereno, permette, in una dinamica identificatoria, che il bambino non si senta destrutturato, inizia così ad introiettare una capacità riparatoria che già nell’atto dell’essere ascoltato  assume un aspetto  terapeutico, catartico (purificante), cosi facendo l’ascoltatore esplica una funzione psicologica, riportando il minore alla corretta percezione di sé e degli adulti.

Si crea la magia del contenitore concentrico, l’adulto (ad esempio la mamma, ma potrebbe essere l’operatore) contiene le ansie e le paure, le ferite e i ricordi traumatici del bambino. Avviene il trasporto ansiogeno da lui al contenitore più ampio, scaricandolo in parte della tensione, della colpa, della paura.

Si viene così a creare il momento dell’ascolto empatico, ogni minimo errore può pregiudicare  il prosieguo della narrazione, la vittima ora è recettiva ad ogni stimolo ed è in questa fase che il disegno può prendere il posto della verbalizzazione, il disegno può dire, raccontare descrivere ciò che con le parole non si sa dire. Questo significa che il bambino può iniziare un racconto senza concluderlo poiché quando diviene troppo doloroso parlare continua la sua narrazione con un disegno, con un gioco, con un atteggiamento.

Quando  la vittima racconta si può apprezzare direttamente il suo stato di agitazione, la ritrosia a tornare su argomenti evidentemente sollecitanti vergogna, tensione interiore e sofferenza, che si traducono in risposte brevi, in parole sommesse o urlate e in ricorrenti e manifesti tentativi di eludere  i temi ansiogeni, anche con i disegni o i comportamenti gestuali. E’ questo il momento della rivelazione, caratterizzato da processualità, progressività e segmentazione della narrazione. Questo avviene nel momento in cui la vittima percepisce il consolidarsi del rapporto di fiducia instaurato con la persona  cui viene affidato il ricordo.

Concludendo, sono consapevole di aver portato i lettori verso la soglia di un inferno che non vorremmo mai conoscere. Tuttavia, non dobbiamo fermarci al nostro disagio e rivolgere le nostre cure al bambino abusato e accolto. Dobbiamo riflettere sulla paura, l’angoscia, il dolore, la vergogna, la solitudine che quel bambino tradito deve aver provato da parte di chi doveva proteggerlo e amarlo. In questa condizione, il genitore accogliente deve imparare ad aiutare in modo adeguato, con l’aiuto e a supporto di professionisti, con un ascolto sensibile e competente.

Missione impossibile? Non è così, l’esperienza di molte famiglie accoglienti e di bambini abusati dicono che è possibile.

 

(fonte: crescerefiglialtrui – blog)

Sessualità/abusi su minori: “Lavorare con il minore e la famiglia adottiva”

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Lettura dello studio “La famiglia adottiva di fronte all’abuso: l’esperienza degli operatori delle équipes adozioni” di Alessandra Simonetto e Marina Farri – Torino, febbraio 2007

Di fronte ad un abuso sessuale la soluzione estrema è un estremo cambiamento nella vita del bambino: i servizi sociali lo affidano ad una coppia adottiva. E’ quello che succede ad un certo numero dei nostri bambini. Le tabelle del link che invitiamo a visionare riepilogano come si individua un abuso (segnali e sintomi dell’abuso espressi dal bambino) e come si sceglie una famiglia adatta a quel bambino.

Si parla poi dei cambiamenti necessari a livello familiare con la scelta oculata di una coppia adottiva consapevole e preparata all’evento. Si richiede, inoltre, l’accettazione del rischio sanitario da abuso, il che presuppone che la coppia sia stata informata dei fatti. Ma il cambiamento deve investire anche gli operatori e il legislatore che dovrebbero mostrare maggiore sensibilità in tema di abuso e fornire strumenti di supporto alla coppia.

Il supporto si esplica sul minore attraverso la facilitazione nel creare nuovi legami all’interno della neo famiglia e l’elaborazione dell’esperienza traumatica; sulla coppia attraverso strumenti atti alla formazione e sostegno del nuovo nucleo familiare; sul contesto allargato che dovrebbe essere in grado di offrire contenimento e cura al minore alla coppia.

Viene sottolineata l’importanza del rispetto dei tempi del bambino nell’elaborazione della vicenda, senza drammatizzare il passato ma aiutandolo nella ricostruzione della sua storia personale. Si insiste più volte sul sostegno della coppia sia da parte degli operatori sia della famiglia allargata.

(fonte: http://www.8ealtro.it/files/11-simonetto.pdf).

Sessualità/abusi su minori. Manuel: “Non capivo che cosa avesse cercato di farmi quell’uomo…”

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C’è festa in paese, la gente sta ballando, mangiando e bevendo. Molti degli uomini sono ubriachi. Manuel ha cinque anni. Si allontana dal gruppo e lungo il suo cammino incontra un uomo.

(…) Passai sotto un arco che univa due case e non mi accorsi che proprio lì, in un angolo, c’era un uomo. Era ubriaco come gli altri, ma stava appartato. E mi stava aspettando. Lo notati solo all’ultimo: sobbalzai, ma sebbene spaventato, non mi misi a correre. Cercai di guardarlo negli occhi, ma teneva la testa bassa, sembrava stordito, quasi assopito. Feci per incamminarmi di nuovo, quando all’improvviso l’uomo mi prese violentemente per un braccio e mi sollevò.

“Lasciami! Lasciami!” urlai, provando a divincolarmi. Ma lui rideva, sprezzante. Mi avvinghiò con un braccio schiacciando il mio sedere contro la sua pancia. Con l’altra mano abbassò la patta, poi con un movimento repentino ed energico mi abbassò i pantaloni fino alle caviglie. Ero nudo e suo prigioniero.

Mi allargò le gambe.

Sentivo il suo coso indurito mentre tentava di entrare dentro di me. Non capivo che cosa stesse accadendo, ma mi faceva male.

“Nooooo, lasciami!” urlai con tutto il fiato che avevo in gola. Iniziai a scalciare e a tirare pugni che però da quella posizione andavano a vuoto. Il suo coso continuava a premere contro le natiche.

Che cosa stava facendo? Perché mi stava facendo male?

Finalmente riuscii a colpirlo con uno schiaffo e la sua presa divenne meno sicura. Mi dimenai furiosamente ed egli non riuscì più a tenermi fermo. Il suo coso sbatteva contro la mia coscia, sulla mia anca, ma non più lì. Allora mi buttò a terra. Io caddi pesantemente sulla schiena e mi alzai subito i pantaloncini, poi arretrai qualche passo.

Ero riuscito a sventare il mio stupro. (…)

(fonte: estratto del libro “Il bambino invisibile” di Marcello Foa)

Sessualità/abusi su minori: “L’impatto dell’abuso e maltrattamento sulla famiglia adottiva”

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Sintesi dell’articolo “Il bambino vittima di abuso e maltrattamento – di Cristina Roccia, psicologa e psicoterapeuta.

Non esistono molte ricerche che trattano questo tema. Di solito, se esiste alla base un abuso, sembra che la relazione tra bambino e famiglia adottiva sia più difficile rispetto ad altre forme di maltrattamento. In verità, da un’indagine su una cinquantina di coppie, si è potuto osservare che non è il comportamento del bambino in sé ad essere diverso da altri tipi di maltrattamento, ma il grado di frustrazione della famiglia.

Se da un lato, infatti, si può affermare che la presenza di un abuso può essere un fattore predittivo di fallimento adottivo prima dell’adozione, non è invece automatico il comportamento dell’adottato una volta inserito in famiglia.

I fattori predittivi del fallimento adottivo sono:

  • maltrattamenti e abusi subiti
  • trascuratezza
  • genitori con personalità dipendente
  • spostamenti in diverse famiglie affidatarie
  • età tardiva del bambino

Come si comporta il bambino

L’osservazione si basa su due elementi: l’attaccamento interiorizzato dal bambino e i comportamenti sessualizzati

L’attaccamento avviene nei primi due anni di vita. L’attaccamento disorganizzato deriva da esperienze di stress e ansia che il bambino non riesce a gestire perché la figura negativa di riferimento è anche l’unica fonte potenziale di aiuto, come nel caso di abuso. Nello stesso tempo si manifesta un desiderio di prossimità e di lontananza che comporterà l’assenza di una strategia organizzata nell’affrontare lo stress in qualsiasi situazione della vita.

Il bambino di fronte a questo modello di adulto interpreta qualsiasi adulto come uno che lo vuole fregare. Nelle sue manifestazioni censura il malessere perché è sicuro di venire snobbato come facevano gli adulti passati. Manca la fiducia nell’adulto e i momenti di affettività diventano per il minore fattore di ansia pur desiderandoli e cercandoli.

“Chiunque abbia subito incesto. a prescindere dal sesso di appartenenza. incontra enormi difficoltà a creare rapporti interpersonali” (…) “Le esperienze di abuso generano in chi le subisce un sentimento di diversità dagli altri e minano profondamente in senso di appartenenza”.

Si spegne anche la curiosità verso la vita e molto spesso si incontrano difficoltà a scuola e in ambito lavorativo.

Un modo per tenere lontane le persone sono anche i comportamenti sessualizzati. Adulti e coetanei provano disgusto e imbarazzo di fronte a certi comportamenti ostentati. Invece sono un modo attraverso il quale il minore rivive, inconsciamente, il trauma.

Come si comporta il genitore

Una coppia adottiva desidera un figlio da amare e da accudire. Di fronte si trova invece un bambino che ha paura di essere amato, che rifiuta qualsiasi forma di avvicinamento e se c’è dell’affetto è mescolato alla rabbia come il modello di riferimento passato che gli è stato proposto. Gli adulti accudenti si sentono così rifiutati. Non è facile interpretare comportamenti aggressivi, provocatori e strafottenti come una ricerca di amore. Bisognerebbe tenere a mente che quella che potrebbe essere interpretata come sicurezza e determinazione in realtà nasconde una profonda fragilità. “L’aggressività potrebbe essere una forma di reazione all’estrema situazione di impotenza sperimentata nel corso dell’abuso”. Aggredire è anche un modo per stare soli, per scomparire, per non creare relazioni.

Il comportamento sessualizzato viene mal tollerato dai genitori adottivi o affidatari. “Scarse capacità di controllo degli impulsi limitano ulteriormente le relazioni sociali e causano problemi a scuola.

Che cosa raccontare alla famiglia che sta per adottare

La dottoressa ritiene che sia giusto informare la famiglia. Gli operatori dovrebbero superare la paura di un rifiuto da parte della coppia. A tutto va anteposto il fatto che la storia di questi bambini è delicata e che la famiglie vanno dotate di strumenti interpretativi e gestionali per affrontare al meglio le situazioni di crisi. Crisi tra l’altro gestibili con l’adeguato supporto di persone preparate che siano in grado di fornire una diversa decodificazione della realtà. Non dire niente significa affidarsi alla fortuna, ma in questo caso diventerebbero vittime sia la famiglia che il bambino.

Una cosa è certa. L’amore non basta. E’ molto difficile usare l’amore per superare il trauma del bambino abusato poiché è proprio questo amore che rifiuta.

Farsi raccontare la storia del bambino significa partecipare al suo dolore, essere contagiati dall’orrore della sua esperienza traumatica. I racconti avvengono nei momenti più impensabili e inopportuni, mettendo a dura prova la coppia. I genitori, però, devono sapere che è stato ampiamente dimostrato che parlare del trauma subìto fa star meglio e che la narrazione delle esperienze traumatiche ha dei benefici sulla salute fisica dell’individuo.

Il compito della coppia è valorizzare le parti positive del bambino.

In definitiva, informare la famiglia adottiva del passato del minore e delle difficoltà alle quali andrà incontro è sì un rischio perché potrebbe determinare un rifiuto, ma è anche l’unico modo per garantirgli un percorso di aiuto, sostegno e cure adeguate. Non servono i dettagli, non è la storia del suo passato che conta, ma come questo passato influenzerà il suo futuro. Con un bambino ammalato di epilessia la famiglia sa che cosa deve fare, così una famiglia che accoglie un bambino abusato deve saper leggere i segnali del disagio e intervenire. Non si può dimenticare il passato, ma questo può essere elaborato in un’ottica diversa. Questo è il compito importante dei genitori adottivi: fornire strumenti al bambino per guardare alla sua storia con occhi diversi.

(fonte: http://www.8ealtro.it/files/2-abusoemaltrattamento-roccia.pdf)

Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Sessualità/abusi su minori: “E’ necessaria una rete di operatori a sostegno delle famiglie”

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Il problema non sono i bambini, ma la mancanza di un supporto concreto alle famiglie. Non esiste una causa-effetto tra bambino abusato e comportamenti deviati. Altre fonti di stress possono avere ricadute simili su un minore. Dipende da bambino e bambino. Questa è la sintesi di uno studio del 2007 – “Linee Guida in tema di abuso sui minori” del Gruppo di Lavoro SINPIA – che individua possibili conseguenze sui minori e auspica interventi da parte di operatori preparati. Non si parla del caso specifico di minori adottati.

Il maltrattamento si concretizza in atti o carenze che turbano gravemente i bambini. Quindi può essere una condotta attiva o passiva da parte dell’adulto. Anche l’abuso verbale può essere destabilizzante, alla pari dell’abuso fisico. Un’esperienza fortemente stressante e/o traumatica, se non rilevata, può sfociare in devianza in età adulta.

Le conseguenze possono avere effetti negativi su:

  • organizzazione del sé
  • regolazione degli affetti
  • sviluppo dell’attaccamento
  • sviluppo autostima
  • relazione con i coetanei
  • adattamento sociale (Cicchetti e Rizley 1981)

Il danno procurato è tanto maggiore quanto più:

  1. il maltrattamento resta sommerso
  2. il maltrattamento è ripetuto nel tempo
  3. la risposta di protezione ritarda
  4. il vissuto traumatico resta inespresso o non elaborato
  5. la dipendenza fisica tra vittima e e soggetto maltrattante resta è forte
  6. il legame tra vittima e soggetto maltrattante e di tipo faliliare
  7. lo stadio di sviluppo e i fattori di rischio nella vittima favorisce un’evoluzione negativa (Barnett, Manly e Cicchetti 1993; Wolfe e McGee, 1994; Mullen e Fergusson 1999)

Ogni bambino è un mondo a sè

Esistono tuttavia dei fattori di rischio o protettivi che sono presenti nell’individuo, che ne fanno un soggetto unico che può rispondere in diversi modi all’evento di stress. Ci sono soggetti che evolvono in modo positivo anche se sono stati sottoposti a elevati livelli di stress. La capacità del soggetto di elaborare tali eventi dipende dalla distanza tra reazioni emotive e operazioni di elaborazione; lo sviluppo di una strategia di problem solving; la formazione di meccanismi di difesa normali o nevrotici.

Bambini diversi possono reagire in modo del tutto differente di fronte allo stesso tipo di fattori di rischio in funzione del grado di vulnerabilità personale allo stress e dell’eventuale presenza di mediatori dei fattori di stress; uno stesso fattore di rischio produce effetti diversi anche al variare della fase di sviluppo considerata.

L’abuso sessuale

Per quanto riguarda l’abuso sessuale in senso stretto ne esistono di tre categorie: intra-familiare, extra-familiare e peri-familiare (che gravita attorno alla famiglia nella veste di amico o parente) a seconda del rapporto tra bambino e abusante.

“Un numero crescente di studi ha riportato un’associazione debole tra indicatori dello status socioeconomico della famiglia e rischi di abuso sessuale nei bambini. Esistono invece significative connessioni tra l’abuso sessuale e indicatori di malfunzionamento coniugale, cambiamenti familiari (presenza di patrigni e matrigne), difficoltà di adattamento dei genitori (alcolismo e criminalità) e indicatori di pattern di attaccamento tra genitori e figli” – Fergusson 1996.

Tra gli esiti clinici negli abusi sessuali si può annoverare anche la pubertà precoce e come esiti psico-comportamentali dai sei anni in su:

  • disturbi del sonno
  • disturbi nelle condotte alimentari
  • dolori fisici (cefalea, dolori addominali)
  • paure immotivate
  • reattività al contatto fisico, anche con medici
  • esplosione emotiva improvvisa (pianto, rabbia, mutismo)
  • aggressività contro adulti e coetanei
  • autolesionismo
  • interessi sessuali inappropriati
  • passività
  • depressione isolamento
  • difficoltà scolastiche
  • fughe
  • regressioni
  • tentativi di suicidio

Nonostante questo quadro, quello che va sottolineato è che non esistono indici comportamentali ed emotivi patognomonici di abuso sessuale; in un’elevata percentuale di casi non si manifestano condotte problematiche. La letteratura segnala che gli effetti a lungo termine dell’abuso sessuale restano ancora indefiniti e non chiariti da sufficienti ricerche longitudinali. Inoltre in letteratura non esistono pareri concordi e studi che dimostrino l’esclusività di una o più condotte come criterio diagnostico. Questi indici possono essere riscontrati anche in minori che hanno subito traumi o stress familiari/ambientali di natura non sessuale.

I comportamenti sessualizzati

Il comportamento erotizzato appreso è accompagnato da una sorta di piacere erotico senza evidenti segni di ansia e senza ricerca di punizione. Il bambino può mostrare una seduttività esagerata verso l’adulto ed un certo grado di piacere e gratificazione per attività sessuali. L’erotizzazione di tipo non traumatico c’è quando il minore manifesta un interesse per la sessualità, ma i contenuti sessuali  nel gioco e nel disegno sono assenti. La masturbazione compulsiva può essere presente nei bambini deprivati  che la possono utilizzare come forma compensatoria, auto consolatoria. La compulsione normalmente può essere intesa come un segno di distensione interna e può segnalare la presenza di una psicopatologia.

Supporto ai genitori

Si tratta di uno studio del 2007 e si parla di una mancanza di rete e coesione tra i diversi attori dell’intervento. Certo è che non si può pensare di lasciare da soli i genitori che dovrebbero invece essere sostenuti attraversi visite domiciliari. Manca un linguaggio comune tra medici, magistrati, psicologi, insegnanti, forze dell’ordine, avvocati, operatori sociali. Spesso le differenti specificità possono produrre fraintendimenti e divergenze sostanziali su aspetti di primaria importanza. In particolare per gli insegnanti, osservatori privilegiati del fenomeno, lo studio invita ad una formazione specifica per trattare i diversi casi con la dovuta sensibilità.

(fonte: http://www.8ealtro.it/files/12-abuso-linee-guida.pdf)

Comunicazione Ist.degli Innocenti: “Corsi gratuiti per insegnanti su web e nuove tecnologie” – ott 2015

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Corecom Toscana, Istituto degli Innocenti e Coordinamento dei Corecom nazionali con il patrocinio dell’AgCom

hanno dato vita

all’Osservatorio Internet@Minori

che in ottobre/novembre organizza una serie di workshop gratuiti  rivolti a insegnanti, finalizzati a orientare alle nuove opportunità educative rappresentate dal web e dalle nuove tecnologie, sostenere e promuovere la cultura della cittadinanza digitale, favorire l’utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica.

Ogni workshop e’ articolato in un percorso formativo di 12 ore, di cui 8 ore in aula e 4 di formazione a distanza (FAD). Le lezioni in aula si terranno in orario pomeridiano presso l’Istituto degli Innocenti.

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Workshop 1: Crescere con le nuove tecnologie: bambini e ragazzi diventano cittadini digitali

Destinatari: insegnanti in servizio di scuola primaria e secondaria di primo grado

Periodo di svolgimento: 29 ottobre – 11 novembre 2015

Scadenza iscrizioni: 26 ottobre 2015

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Workshop 2: Vivere e comunicare on line: adolescenti e preadolescenti in rete

Destinatari: insegnanti in servizio di scuola secondaria di primo e secondo grado

Periodo di svolgimento: 16 – 26 novembre 2015

Scadenza iscrizioni: 11 novembre 2015.

 

Ulteriori informazioni sono disponibili su http://www.formarsi.istitutodeglinnocenti.it

tel. 055 2037302*273*255; fax 055 2037207

www.facebook.com/Formarsi.agli.Innocenti

Scarica la brochure di dettaglio e la scheda di iscrizione.

 

 

 

Sessualità/abusi su minori: “Il significato dell’incesto”

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di Monica Rizzi, psicoterapeuta

L’incesto ha sicuramente origine dal fallimento di una coppia di genitori e dalla confusione dei ruoli nella famiglia stessa.

Per la psicologia l’incesto costituirebbe un potentissimo regolatore dei conflitti interni alla coppia perché permette alla famiglia di restare “unita” ed alla madre di continuare ad avere un partner accanto a sé.

Questo dovrebbe giustificare, se di giustificazione si può parlare, la tendenza riscontrata frequentemente nelle madri a coprire o a fingere di ignorare le dinamiche incestuose ricorrenti fra il proprio compagno e la propria figlia.

La trasformazione sociale della famiglia e del ruolo della donna sono alcuni fattori indicati come causa dell’incesto. E’ davanti a tutti che la famiglia di oggi è spesso mononucleare o ricomposta, socialmente isolata, ha scarsi riferimenti familiari oltre a risultare delegante rispetto ai suoi compiti supportivi ed educativi. L’altra trasformazione sociale è quella relativa al ruolo della donna che, grazie alle maggiori opportunità di autodeterminazione rispetto al passato, costituisce un nuovo soggetto sociale con cui l’uomo è chiamato a confrontarsi. Non è da sottovalutare la crescente disoccupazione, che può anch’essa essere ritenuta come un fattore di stress che a volte favorisce l’espressione dell’abuso sessuale intra familiare…(…)

Nell’incesto l’abusante tende a stabilire con la figlia un rapporto esclusivo, la elegge a figlia preferita, oppure cerca una particolare vicinanza affettiva mostrandosi incompreso e bisognoso di cure. Solitamente mette in atto delle strategie volte a svalutare la figura materna così da interferire nella relazione madre-figlia.

Per riuscire a dare una misura al danno psicologico del minore abusato è dunque fondamentale comprendere che il fattore psicopatogeno principale nell’incesto è la confusione a lungo termine dei livelli cognitivi, emozionali e sessuali di relazione tra le diverse generazioni. (…) L’adulto lo dovrebbe guidare e proteggere invece allo stesso tempo è la figura da cui deve difendersi.

(…) I bambini abusati imparano ad associare la sessualità alle attenzioni che gli altri possono avere nei loro confronti e spesso tendono ad usare il comportamento sessuale per manipolare gli altri; spesso passano da una posizione passiva ad una attiva in cui cercano di controllare l’ansia e l’angoscia del trauma.

(fonte: Atti del convegno. “Di’ di no! Possiamo proteggere i nostri bambini e le nostre bambine dall’abuso sessuale?” – Commissione Pari Opportunità di Brescia 2002)

Sessualità/abusi su minori. Film: “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini (Ita 2005)

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Mamma e papà insegnanti. Ceto medio, dunque, chi lo avrebbe mai detto? Perversione del papà, silenzio della mamma per non portare squilibri dentro un menage familiare all’apparenza perfetto. La società non si accorge o si volta dall’altra parte. Qualche segnale sarà stato mandato dai piccoli Daniele e Sabina…difficile credere che abbiano recitato tanto bene una parte. In fondo sono bambini.

“La bestia nel cuore” vuole far crollare il mito della famiglia perfetta, del genitore “buono”, denuncia che gli abusi ci sono anche nelle famiglie risparmiate da povertà e ignoranza. Come si diceva in un post precedente, l’abuso può essere dovunque e si può fermare, basta avere occhi per guardare e orecchie per ascoltare.

Per chi vuole allenare la sua sensibilità a tenere aperte le porte del cuore e della mente.

Sessualità/abusi su minori: “Le mamme e i figli dicono…”

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Mamma Daniela: “Angelica è arrivata in Italia devastata. Non mi va di raccontare la sua storia. Posso solo dire che gli abusi provenivano dai fratelli più grandi. Eppure lei continua a difenderli…”

Mamma Ilaria: “Stavo piegando i panni. Mia figlia di 11 anni mi stava aiutando. Ad un certo punto esclama: “Sai mio nonno mi toccava”.

Papà Vincenzo: “Una volta mia figlia, 14 anni, mi ha accusato di molestarla. Poi ho capito che era un modo per dirmi che aveva subìto attenzioni da bambina…”

Raksha: “In istituto c’era una bambina piccola che si appartava con il giardiniere. Noi più grandi l’abbiamo seguita e abbiamo visto cosa accadeva. Non sapevamo che fare. Cercavamo di proteggerla facendola giocare con noi quando lui arrivava. Alla fine l’abbiamo detto alle suore ma non so come sia finita perché io ho cambiato istituto.”

Mamma Chiara: “Mio figlio quando incontra un ragazzo ben più grande di lui che stava nello stesso istituto e che ha ritrovato qui in Italia fugge e si irrigidisce. Non voglio dire che ci siano stati abusi sessuali, ma certamente atti di bullismo sì. Non so quanto le due cose siano diverse. Entrambe minano l’autostima e ti fanno sentire impotente”.

Sessualità/abusi su minori: “L’importanza della narrazione del bambino e dell’ascolto empatico dell’adulto”

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Troviamo disarmante che tra le vittime di abuso solo una piccola percentuale si confidi con i genitori. E’ ovvio che ogni caso va valutato a sé e dipende da contesto familiare in cui si vive. Spesso il bambino vede la madre come una figura fragile su cui non si può far cadere un peso così importante; altre volte si vergogna e si sente responsabile dell’accaduto. Per noi genitori adottivi responsabili significa che il bambino non trova spazio per il suo racconto, forse perchè gli adulti si assumono sempre meno responsabilità e lui lo capisce.“Va ricordato che la comunicazione di un bambino che vive una condizione di forte disagio inizia non dalla sua bocca ma dall’orecchio di chi ascolta.”- questa è la sintesi importante di un articolo di Claudio Foti, psicoterapeuta, apparso su Minori e Giustizia nel 2007 dal titolo “Il negazionismo dell’abuso sui bambini, l’ascolto non suggestivo e la diagnosi possibile” che vi invitiamo a leggere completo (http://www.8ealtro.it/files/1-Negazionismo.pdf)

 

La violenza esiste ma tende ad essere negata. La stessa comunità scientifica è arrivata con forte ritardo e con forti resistenze a studiare e classificare le sindromi post traumatiche, a riconoscere e a considerare le reazioni traumatiche nei bambini.

La negazione è intrinseca alla violenza: dopo l’azione c’è la negazione. A ciò si aggiunga che la mente umana tende a negare un evento che travalica la possibilità di elaborazione. Questa è la ragione per cui le atrocità della storia umana tendono a non essere credute, ricordate, documentate da parte degli storici. L’ultima ipotesi che un’équipe di operatori prende in considerazione nella diagnosi del malessere di un bambino è quella della violenza ai suoi danni.

Anche nella società c’è una difficile ammissione dell’abuso sessuale. Il soggetto sociale potente cerca di squalificare la vittima. La vittima in quanto donna, in quanto bambino è già soggetto debole e socialmente svalutato, la squalifica e l’isolamento rendono l’esperienza incomunicabile. Se la vittima non trova un ambiente sociale supportivo, soccombe.

“La vittima deve trovare un ambiente sociale supportivo”

Una società basata sulla forza e sul privilegio tende a non valutare il soggetto traumatizzato. Sviluppare, allora, l’attenzione clinica verso questi soggetti significa riprendere valori democratici e solidaristici. Ma prima bisogna riconoscere che l’abuso sessuale sui minori è un fenomeno che ha dimensioni endemiche nella nostra cultura e che nonostante le sue dimensioni massicce, il fenomeno è destinato per molti aspetti a restare sommerso ed impensabile. C’è poi l’immagine della famiglia felice e accudente, difficile mito da sfatare.

Il trauma emerge e riemerge nei momenti meno impensabili se non viene elaborato anche solo attraverso la narrazione. E’ la solitudine in cui si trova il bambino ad rendere più grave il trauma. Difficilmente un bambino racconta ciò che non ha vissuto. Sebbene i ricordi degli eventi originari possano subire delle distorsioni, il fatto che i sopravvissuti ricordino l’essenza della questione è in definitiva quello che conta. Ma ciò che racconta non dà una buona immagine della società in cui viviamo e ciò non è conveniente. La vittima evoca la fragilità e debolezza della condizione umana.

Tutto s’innesta nella cultura dell’esaltazione della carne senza pensare alle conseguenze. L’attivazione prematura della pulsione sessuale nel bambino produce alterazioni neurobiologiche molto gravi, sollecita la vittima al ricorso a forme dissociative per tentare di difendersi dal richiamo confuso e disorganizzante dell’eccitazione precocemente sperimentata. Per questo va combattuta l’idea sempre più largamente accettata che la ricerca del piacere sessuale sia sempre giustificata.

“Una società sessualizzata come la nostra tende ad esaltare il piacere sessuale come valore sempre e comunque positivo

Un caposaldo del negazionismo è la rappresentazione di un bambino compiacente dell’adulto incapace di trasmettere la sua autonomia comunicativa. La dominazione attraverso il sesso ha sempre accompagnato il rapporto tra padrone e schiavo, fra dominatore e dominato, fra vincitore e vinto, fra potente e suddito – Ida Magli. Va invece detto, per sottolineare il significato di adulto che

“La capacità di domare gli impulsi non è un optional, ma un ingrediente insostituibile della maturità umana e spirituale”

Ciò che risulta sempre deleterio è il rapporto relazionale con l’adulto su cui ricade la responsabilità morale e giuridica dell’accaduto. Purtroppo quando ci s’imbatte in casi di abuso si tende a delegare a qualcun altro le responsabilità. Invece dovremmo parlarne sempre e di più perché ciò aiuta gli adulti attenti e sensibili ad aiutare i bambini in difficoltà. Ricordiamo che il silenzio aiuta a perpetuare l’abuso. In molti casi i bambini non vengono messi nella condizione di comunicare all’esterno il loro malessere. Si preferisce “la suggestione negativa” che altro non è che un comportamento degli adulti che scoraggia il bambino ad avvicinarsi alla propria debolezza e sofferenza per elaborarle.

“Come possiamo stare con un bambino che è stato traumatizzato, cosa possiamo fare per lui come adulti?”

Qui entra in campo il rapporto empatico:

“Il bambino cerca un interlocutore che si interessa a lui come persona e che non lo giudicherà dalla sua storia.”

Cerca un adulto che gli possa far riguadagnare la fiducia nel mondo degli adulti che l’ha così profondamente tradito. Non esiste ascolto senza un impegno dell’adulto a manifestare al bambino capacità di accettazione della sua condizione, disponibilità di tempo e mentale a rapportarsi con lui e vicinanza emotiva. L’obiettivo è quello di tranquillizzarlo, di fargli capire che sei un adulto sicuro. E’ necessario che il suo ascoltatore contenga le emozioni del bambino. L’atteggiamento dialogico alterna atteggiamenti di comprensione empatica con atteggiamenti di curiosità, intesa come interessamento rispettoso e non pressante.

Sessualità/abusi su minori: “Gli adulti evitano il discorso”

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Parlare di un argomento che ci mette a disagio può aiutarci, a nostro avviso, a smontarlo e ad affrontarlo meglio. L’idea di questa sezione è nata nel negozio di una parrucchiera che abbassando la voce ci ha detto: “Sto sentendo cose terribili sui bambini adottati. Molti di loro sono stati abusati”. Qualche anno fa c’è stata la vicenda di Maria (nome di fantasia), la bambina bielorussa ospite in Italia in una delle vacanze sanitarie annuali, che “è stata rapita” dalla coppia affidataria per evitarle di tornare nell’istituto dove subiva abusi.

Come stupirsi? Sappiamo bene che gli istituti non sempre sono oasi di felicità. Sappiamo anche che, a seconda del paese di provenienza dei nostri figli, ci possono essere adulti deplorevoli locali o provenienti da altri luoghi. Ci riferiamo, ad esempio, al turismo sessuale in Brasile e Tailandia. Pensiamo forse di “tutelarci” dicendo no, non voglio un bambino abusato? Ci sembra un’affermazione che non tiene conto della realtà dei fatti.

Infatti, non sempre i servizi sociali sono al corrente di ciò che è accaduto al bambino. A volte le famiglie si ritrovano a gestire i racconti dei propri figli senza un’adeguata preparazione. Per questo abbiamo attivato questa sezione, per non entrare nel panico di fronte a racconti imprevisti che potrebbero metterci in difficoltà, ma che, se opportunatamente gestiti, possono rappresentare un passo molto importante nell’avvicinamento tra coppia e bambino.

Tutte le coppie adottive consapevoli hanno al loro interno una loro specialità. C’è chi si fa carico di neonati malnutriti e sottopeso; chi accoglie tre bambini senza fiatare; chi accetta bambini grandicelli domandandosi se sarà all’altezza, ma poi è felice e gratificato dal frutto che quella pianta saprà dare; chi apre il suo cuore a bambini di altra carnagione in un contesto culturale non sempre facilitante; chi ha energie per far fronte ad un handicap con il sorriso sulle labbra. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano coppie disposte ad aggiustare la ferita di un bambino abusato solo perché tale marchio è ancora infamante per la nostra società.

Lo scopo di questa sezione è quello di:

  • sdrammatizzare (che non significa sottovalutare) l’eventuale riconoscimento del trauma
  • smontare la credenza che un abuso sia “per sempre” perchè uscire dal trauma si può, se opportunatamente gestito
  • avvisare che adottare un bambino di tre o quattro anni non significa essere “salvi” da tale pericolo, perché i pedofili si stanno interessando a bambini sempre più piccoli
  • ricordare che in alcuni casi le violenze avvengono all’interno dell’istituto
  • informare le coppie perché non si trovino sprovviste di una piccola guida per gestire l’imprevisto

 

Ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che:

IL BAMBINO E’ LA VITTIMA E NOI ABBIAMO IL DOVERE DI AIUTARLO. 

Colombia. Cesar, 29 anni: “La ricerca delle origini e l’amore per il mio paese”

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Abbiamo incontrato Cesar che è un ragazzo colombiano, adottato, ritornato a vivere nel suo paese natale. Vi raccontiamo la sua storia tratta dal suo sito personale http://cesarbucci.me/. Cesar ama molto il suo paese ed è a disposizione di chi vuole informazioni sulla Colombia.

La mia vita è influenzata da un evento molto importante: la mia adozione. Sono nato a Villavicencio – Colombia – nel 1986 e sono stato lasciato da mia madre prima del mio secondo anno di età. Sono stato adottato nel 1988 e questo evento è stato per me un trauma: da allora sono vissuto cosciente che l’Italia non era il mio paese, che provenivo da un altro posto. Sono cresciuto con una domanda insistente, desideravo sapere perché mia madre mi aveva lasciato. I miei genitori adottivi mi spiegavano che era stata una necessità. In Colombia la vita era dura, la gente povera e affamata. Inoltre mia madre non aveva i mezzi per avere cura di me e per questo ha fatto questa scelta. Nonostante i loro sforzi c’erano ancora dei dubbi che mi giravano nella testa: perché se la gente moriva di fame nella mia famiglia si sprecava cibo? Che cosa avevo perso e che cosa potevo fare io per il mio paese, considerando, adesso, la mia posizione fortunata? Queste domande e il desiderio di conoscere il mio paese natale mi portarono a saperne di più e ad aiutare la mia gente. Inoltre, intorno ai 13 anni, capii che, era vero, mia madre mi aveva lasciato, ma il suo era stato l’atto di amore più grande del mondo: “Lasciare qualcuno che si ama per il suo bene”.

A 21 anni sono partito per la Colombia, assecondando i miei desideri e necessità, per conoscere il mio paese e cercare mia madre biologica. Desideravo ringraziarla per il suo atto di amore. Nei mesi a seguire ho iniziato ad imparare lo spagnolo e da lì a poco iniziai la ricerca. Non l’ho incontrata, ma ho conosciuto la verità: mia madre era una prostituta che era stata messa in carcere. La signora che si occupava di me, allora, decise di portarmi in istituto (ICBF) e da lì sono stato fatto adottare. Mai mi dimenticherò l’incontro con quella signora che si era presa cura di me al posto di mia madre: ero senza parole e incapace di formulare qualsiasi pensiero al di fuori di un martellante “L’ho incontrata”.

Soddisfatto e con desiderio di conoscere di più il mio paese mi sono stabilito a Bogotà per studiare “Trabajo Social” e poi “Cine y Televisión” all’Universidad Nacional de Colombia. In questi ultimi anni ho potuto conoscere meglio la situazione reale della Colombia. Ho potuto apprendere quanto sia difficile per i LGTBI (lesbiche, gay, transgender e bisessuali) essere accettati e come siano spesso associati solo alla prostituzione; ho potuto vedere come la violenza faccia parte della cultura della maggioranza dei colombiani; ho potuto vedere ragazzini di 16 anni indossare divise militari e, dotati di armi, lavorare come ausiliari militari. Questo è un paese dove questi giovani non hanno altra possibilità legale di vita se non entrare nelle Forze Armate. Lo studio è un privilegio, come il lavoro.

Quello del servizio militare obbligatorio in Colombia è un argomento che mi sta molto a cuore. Con l’aiuto di alcune organizzazioni statali e non, sto lavorando ad un documentario di denuncia che si vorrebbe divulgare a livello nazionale e internazionale per creare pressione sociale al fine di velocizzare la eliminazione del servizio militare obbligatorio e di portare la pace al più presto nel nostro paese.

Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

AmLatina. Il personaggio: Oscar Romero

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Postiamo la parte finale di una riflessione sulla figura di Mons. Oscar Romero che la Chiesa,  oggi (23 di maggio), proclama Beato. di P. Saverio Paolillo, missionario comboniano in Brasile

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Mons.Romero è stato l’uomo delle Beatitudini perseguitato da persone che si professavano cristiani

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Egli è stato ucciso per volere di cristiani. All´origine del suo omicidio e delle situazioni di morte che hanno fatto soffrire la sua gente c’erano persone che si professavano cattoliche. A differenza di quello che avveniva nei primi secoli della Chiesa quando i cristiani erano sacrificati da chi rifiutava la proposta di Gesù Cristo in nome del culto all´imperatore, il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero e di molti altri è avvenuto in un contesto prevalentemente cristiano. Chi ha deciso la sua morte, chi ha sponsorizzato le dittature militari e chi ha sporcato de sue mani con il sangue di innocenti provocando danni irreparabili a migliaia di famiglie che hanno visto i loro familiari esecutati ingiustamente o scomparsi definitivamente, chi ha promosso da sempre progetti politici ed economici che hanno scavato solchi sempre più profondi tra poveri e ricchi, nella maggior parte dei casi, ha avuto formazione cristiana.

E, come se non bastasse, i suoi persecutori, oltre ad agire in maniera totalmente contraria al Vangelo, hanno avuto il coraggio di presentarsi come paladini di Dio e difensori della verità e, attarverso il terrorismo delle chiacchiere, hanno infangato il nome di Mons. Romero e di tutte le altre vittime accusandoli di sovversione e di tradimento della Chiesa. Il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero è quindi un atto di odio alla fede vissuta secondo il Vangelo delle Beatitudini. Mons. Romero è stato ucciso perché è stato un autentico discepolo di Gesù. Non è mai andato dietro al prestigio personale e alla carriera, come anche non è mai stato a servizio di interessi politici. Come ha affermato monsignor Paglia, “ha cercato la giustizia, la riconciliazione e la pace sociale. Sentiva l’urgenza di annunciare la buona notizia e proclamare la Parola di Dio ogni giorno. Amava la chiesa povera con i poveri, viveva con loro, soffrì con loro. Ha servito Cristo nelle persone del suo popolo.”

Paradossalmente è stato ucciso per fedeltà al Vangelo. Sua unica colpa è stata quella di aver ridisegnato la sua vita secondo gli insegnamenti di Gesù. La sua maniera radicale di seguire il Maestro smascheró quelli che avevano sempre desiderato destinare al Vangelo un ruolo marginale nella vita delle persone, restringendo la sua azione alla periferia dell´esistenza senza raggiungere i cuori dei credenti, senza muovere le strutture e senza mettere in discussione i comportamenti. Mons. Romero fece scatenare l´ira di chi voleva relegare l’influenza del Vangelo all´ambito del privato, chi desiderava trasformarLo in un addobbo esteriore, chi intendeva utilizzarLo solo per addomesticare le coscienze, benedire i privilegi di pochi e giustificare la miseria delle masse. Mons. Romero ricucí il rapporto tra fede e vita e seminò il Vangelo come fermento di una nuova storia.

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La testimonianza di Mons. Romero è una provocazione a vivere con il profumo del Vangelo

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Nonostante i grandi cambiamenti, l’America Latina è ancora la parte del mondo con la più alta percentuale di cristiani. Ma la vita del continente non esala il profumo del Vangelo. Gli alti tassi di violenza, l’opzione per i progetti economici e politici che approfondiscono sempre di più le disuguaglianze, la devastazione dell´ambiente, la corruzione dilagante, l’affermazione della cultura della morte e la persecuzione sistematica contro coloro che ostinatamente difendeno i diritti umani sono alcuni dei sintomi di uno stile di vita che non prende sul serio i valori del Vangelo.

Lo stesso avviene nel continente europeo, dove ai fenomeni sopra elencati, si aggiungono l´individualismo, l´indifferenza, la chiusura alla differenza, l´inospitalità e l´egoismo. Viene voglia di cheidersi “dove siamo, come cristiani, che cosa stiamo combinando e dove stiamo andando?”. È scandaloso ammettere che molti di coloro che si professano cristiani non vivono come cristiani. L´arcivescovo Oscar Romero era un esempio di coerenza. Si identificò tanto con il Vangelo che la sua vita divenne una teofania, una manifestazione concreta di Dio in mezzo al popolo il Vangelo. Smise di fare discorsi su Dio per essere un segno concreto del suo amore. Non fu più la bocca a spiegare il misterioso disegno del Padre, ma fu la vita a raccontare le meraviglie che Dio compie, quando abbatte i potenti di troni e innalza gli umili, svuota le mani dei ricchi per sfamare i poveri.

“Con Mons. Romero, Dio è passato per El Salvador” disse pochi giorni dopo la sua morte padre Ellacuría. Il popolo latino-americano, anzi, il mondo ha bisogno di persone come Romero, che, ovunque vadano, proclamino la verità, seminino speranza, construiscano la pace, diffondano la tenereza e distribuiscano con giustizia. La Chiesa stessa ha bisogno di ispirarsi nella sua testimonianza per non perdere la sua identità. Non non c’è cristianesimo senza un cambiamento profondo della realtà in linea con la solidarietà e l´impegno per la vita, che comincia dalla conversione personale e trova il suo culmine nell´assumere la proposta di Gesù come progetto di vita, fino al punto di poter dire con l´apostolo Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

“Il cristiano – diceva Mons.Romero -, se non vive questo impegno di solidarietà con i poveri, non è degno di essere chiamato cristiano” e continuava: “Per questo i poveri hanno segnato il vero sentiero della Chiesa. Una Chiesa che non si unisce ai poveri per denunciare, a partire da loro, le ingiustizie commesse contro di loro, non è la vera Chiesa di Gesù Cristo” (omelia, 23 settembre 1979). In questo, ha riconosciuto la sua missione come arcivescovo: “credo che fare questa denuncia, nella mia condizione di pastore di gente che soffre ingiustizie, sia mio dovere. È questo ció che mi impone il Vangelo, per cui sono disposto ad affrontare il processo e il carcere” (omelia, 14 maggio 1978). Con molta chiarezza, l´ 8 luglio 1979 omelia disse: “Se zittiscono la radio, se chiudono il giornale, se non ci lasciano parlare, se uccidono tutti i sacerdoti e anche l’arcivescovo, e rimane un popolo senza sacerdoti, ognuno di voi deve diventare il microfono di Dio, ognuno di voi deve essere un messaggero, un profeta”.

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La memoria di Mons. Romero, finalmente, è un’opportunità per superare lo scoraggiamento, la paura e la disperazione

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Mons. Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di San Felix di Araguaia in Brasile, durante una celebrazione in memoria dei martiri dei nostri tempi, ha detto: “C’è un sacco di amarezza, molta delusione, stanchezza e paralisia: questi atteggiamenti costituiscono un´eresia, un peccato. Siamo il popolo della speranza, il popolo della Pasqua, l’altro mondo possibile siamo noi, dobbiamo fare di tutto per stimolare, agitare, impegnarci, come se ognuno di noi fosse una cellula madre, diffondendo vita, provocando vita.” Desidero, pertanto, che la memoria del Beato Oscar Romero e di tutti gli altri martiri motivi gli attivisti dei diritti umani perché continuino il loro servizio nella difesa e nella promozione della vita.

Che nessuna cosa al mondo ci faccia perdere l’indignazione per   le violazioni dei diritti umani. La fermezza delle nostre posizioni non si curvi davanti a interessi privati. Il coraggio dei nostri atteggiamenti non si lasci intimorire dalle minacce. La generosità della nostra dedicazione non ceda mai il passo a atteggiamenti freddi e burocratici. La profezia delle nostre parole non si faccia ammutolire dall’offerta di posti di lavoro e di stipendi. La nostra ambizione non ci porti mai a tradire la causa e i fratelli. Gli appelli dei deboli e degli oppressi abbiano sempre la meglio sugli argomenti dei potenti. Le storie delle vittime siano preferite alle versioni ufficiali sofisticatamente truccate dagli operatori di marketing. I rischi di emarginazione e isolamento non ci facciano mai rinunciare ai nostri principi. Le calunnie pronunciate dai torturatori e dai loro sostenitori suonino como complimenti alle nostre orecchie. Le incomprensioni da parte di coloro che sono complici del sistema oppressore ci confermino nel nostro cammino. Che in qualsiasi circostanza e nonostante tutto siamo sempre difensori dei diritti umani.

Colombia. Amnesty International: “Le minoranze etniche”

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Il rapporto a cui ci si riferisce è del 2009. Viene citato per far capire i danni provocati dalla guerriglia, e gli effetti che ancora permangono, sui gruppi etnici della zona.

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(…) “Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato “La lotta per la sopravvivenza e la dignità: le violazioni dei diritti umani contro le popolazioni native della Colombia” (2009), chiama in causa i gruppi della guerriglia, le forze di sicurezza e i paramilitari, responsabili di omicidi, sparizioni, sequestri di persona, minacce, abusi sessuali contro le donne, arruolamento di bambini soldato, espulsioni dalle terre e persecuzione ai danni degli attivisti.

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Secondo i dati forniti dall’Organizzazione nazionale indigena della Colombia, solo nel 2009 almeno 114 nativi, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e migliaia costretti a lasciare le proprie terre. I crimini commessi nei loro confronti vengono raramente sottoposti a indagini da parte delle autorità. Le migliaia di nativi espulsi dalle terre vivevano spesso in aree dove erano in corso violenti scontri militari o su terre ricche dal punto di vista della biodiversità e delle riserve minerarie e petrolifere. Molti altri nativi sono stati costretti a rimanere perché i gruppi armati hanno minato le zone circostanti.

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L’accesso al cibo e alle cure mediche essenziali è stato a sua volta bloccato dalle forze in conflitto, con l’argomento che altrimenti sarebbero stati consegnati al “nemico”. Tutti i protagonisti di questo scontro hanno occupato scuole usandole come basi militari, negando l’accesso all’istruzione alle comunità native e mettendo in pericolo l’incolumità degli insegnanti. (…)
Oltre la metà dei nativi uccisi nel 2009 apparteneva alla comunità awá. Questa comunità possiede collettivamente il terreno e i fiumi del “resguardo” (riserva indigena) di El Gran Rosario, situato nella municipalità di Tumaco, nel dipartimento sudoccidentale di Nariño. La zona riveste un’importanza strategica per le parti in conflitto e vede l’attiva presenza dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) e dell’Esercito di liberazione nazionale, delle forze di sicurezza e dei narcotrafficanti.

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(fonte: Amnesty International.it 23/02/2010)

Colombia. Il personaggio: “Ana Angelica Bello Agudelo”

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È avvolta ancora in un mistero la vicenda della morte di Ana Angélica Bello Agudelo, avvocata e attivista per i diritti delle donne vittime della violenza dei gruppi armati colombiani, dove gli abusi, le aggressioni e la sottrazione dei terreni sono all’ordine del giorno nel silenzio più totale.

Ha lottato per difendere circa seicento donne vittime di violenza in Colombia ma anche lei non ce l’ha fatta. Ana Angélica Bello Agudelo è stata trovata morta nella sua abitazione nel comune di Codazzi, nel distretto di César, a metà febbraio 2013 e il mistero sulle cause della tragica scomparsa deve ancora essere sciolto.

Ana Angélica Bello Agudelo era un’attivista colombiana, direttrice nazionale di Fundhefem ( Fundación Nacional Defensora de los Derechos Humanos de la Mujer), un’organizzazione per la difesa dei diritti umani e delle donne vittime del conflitto armato che dura ormai da mezzo secolo in un silenzio assordante. Dal 2006 si batteva per la restituzione delle terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Una vita spesa per le donne, in un Paese dove la prima forma di aiuto si è rivelata essere la consapevolezza di non essere sole e l’opportunità di rompere il silenzio attraverso la denuncia delle aggressioni subite per cercare giustizia. Tanti i dipartimenti in cui è arrivato il suo contributo: Cartago, Ansermanuevo, Alcalá, El Cairo, Tuluá e San José del Palmar, Meta, Cauca, Nariño, Chocó, Risaralda, Tolima, Quindío, Caldas e Cundinamarca, dove è riuscita a far restituire le terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Potrebbe portare il suo nome la futura legge contro la violenza sessuale al vaglio del Congresso, una norma che aveva fortemente sostenuto fino al giorno della sua morte. Lei stessa e una delle sue tre figlie erano state vittima di abusi, ma ebbe il coraggio di portare alla luce la sua storia personale attraverso i media, incitando le donne a fare altrettanto. Ana Angélica beneficiava di misure cautelari e di uno schema di sicurezza messo a disposizione dal governo perché aveva già denunciato minacce e azioni intimidatorie di cui era vittima in modo sistematico, in particolare da gruppi paramilitari. La chiarezza sulla fine di Ana Angélica è doverosa per tutte le vittime di genere, non solo del Paese che ha perso l’angelo delle sue donne.

(fonte: combonifem.it – 03/2013)

Colombia. Elda, ex guerrigliera delle FARC: “Una vita dopo la guerriglia”

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Sono in stato di avanzamento i negoziati tra le FARC e il governo colombiano, ma nessuno parla delle difficoltà di reinserimento degli ex guerriglieri nella società. Il Programma per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei guerriglieri era stato presentato a Bogotà ancora nel 2003  Di seguito la testimonianza di una ex guerrigliera.

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di Anne Phillips – pseudonimo di una giornalista esperta di diritti umani.

(…) Elda ha deposto le armi nel 2008 consegnandosi volontariamente alle autorità: aveva 45 anni e ne aveva trascorsi ventiquattro nelle FARC. E’ l’unica donna ad aver raggiunto a suo tempo il grado di comandante del fronte, è accusata di aver ucciso duecento persone tra ufficiali, poliziotti e civili, di aver trattato in modo disumano i suoi prigionieri e di aver fatto a pezzi dei cadaveri.

Considerando il maschilismo, il razzismo e il classismo presenti nella società colombiana, il fatto che Elda sia nera e “poco attraente” ha consentito alla stampa colombiana di dipingerla come un mostro. E’ per questo, forse, che la sua presunta crudeltà fa parte della leggenda, mentre quella dei suoi colleghi e superiori maschi no. Conoscendola di persona mi accorgo che Elda non è né pazza né brutta, anche se ha perso un occhio in combattimento.

(…) Quando aveva sei anni i genitori, militanti del Partido Comunista de Colombia (PCC) la mandavano a vendere arepas (focacce di mais) per le strade del suo villaggio nel dipartimento di Antioquia. Con il ricavato Elda si comprava quaderni e matite per la scuola. All’età di 12 anni il padre le disse che, a causa del colore della sua pelle e del suo aspetto fisico, nessun uomo l’avrebbe voluta. Quindi, per sopravvivere, Elda avrebbe dovuto lavorare più degli uomini. Per questo la mando in una finca per l’addestramento della gioventù comunista, pensando che così sarebbe diventata qualcuno. Quando a 15 anni fu reclutata dalle FARC, che all’epoca erano il braccio militare del PCC, ricevette la benedizione dei genitori.

(…) Finora il programma di mobilitazione ha aiutato più di 53mila ex combattenti, ma non ci sono statistiche sulle percentuali di successo. (…) le donne vanno avanti perché possono contare sulla forza della determinazione che hanno sviluppato per sopravvivere nella cultura maschilista delle FARC. Ma purtroppo gli uomini e le donne che non completano il programma sono più numerosi. (…) Molti guerriglieri smobilitati lasciano gli hogares de paz psicologicamente impreparati al trauma della transizione alla vita civile. La conseguenza è che molti spendono il sussidio in alcool e droga.

Alcune donne, soprattutto le più giovani, hanno paura e cercano soldi e protezione lavorando come prostitute per uno sfruttatore. Gli uomini privati delle armi e della loro identità maschilista, entrano nelle bande di narcotrafficanti.

(…) Il programma di disarmo e reinserimento degli ex guerriglieri può rivelarsi esemplare se il paese farà gli investimenti giusti per renderlo più efficace. Servono più consulenti, per affrontare le esigenze degli ex combattenti neri e indigeni.

(fonte: Internazionale 16/11/2012)