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ItaliaAdozioni: Presentazione del libro “Cara adozione” – Mi – 17 ott 2016

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Presentazione del libro

“CARA ADOZIONE”

lunedì 17 ottobre ore 18.00

MILANO – piazza Gae Aulenti (Illy Caffè)

Questo libro è nato dalla collaborazione di tante persone. Contiene un’energia speciale. Spero, la raccolta di lettere è nata per quello, che il passa parola possa portarlo per tutta Italia. Venite, intanto, a Milano e festeggiamo insieme l’evento di tante famiglie colorate che s’incontrano per l’occasione.

“Cara Adozione, scrivo a te, che in quest’ultimo anno sei entrata nella mia vita; io ho bussato alla tua porta e tu mi hai accolto…”  – Greta

Cara Adozione nasce una domenica pomeriggio.

Ci sono fogli sparsi un po’ dappertutto, sulla sedia, sul pavimento e sul tavolo. Mucchi di carta contrassegnati da fermacarte differenti per distinguere i vari capitoli di un ipotetico libro. Con una penna in mano sto annotando i miei pensieri, quello che mi sgorga dal di dentro incontrando ora Enrico, ora Valentina, ora Rosangela, etc. Sono tutti compagni di avventura. Mi ci riconosco. Mi rattristano un po’ certe considerazioni, ma altre sono ironiche e divertenti.

D’istinto prendo il cellulare.

Ivana (Ivana Lazzarini, Presidente di Italiaadozioni), mi ascolta silenziosa mentre le propongo una raccolta di lettere. Il lavoro è impegnativo. Mi conosce da poco. Secondo me pensa che ci sia qualche cellula grigia in avaria nel mio cervello. In fondo, mi dico, è stata sua l’iniziativa di “buttarmi addosso” centinaia di lettere, arrivate a “Lettera a un’adozione” dell’anno prima. Poi, non contenta, ha rincarato la dose. Ne ha aggiunte delle altre, quelle dell’edizione che si stava per concludere.

Da me è stato interpretato come una sorta di battesimo per entrare nel gruppo di ItaliaAdozioni. Una specie di prova di coraggio come nelle confraternite dei college americani. O resta o scappa.

Sono rimasta. Non sono un tipo che fugge, io! Sono o non sono una mamma ado? Ho scelto le lettere. Le ho lette e rilette. Ogni volta ci ho trovato nuove sfumature e messaggi inediti. E mi sono anche divertita.

Ma quello che conta di più è che questo libro, che adesso stringo tra le mani, LA PRIMA COPIA, non è una cosa mia, ma è nato da tutti noi. Dagli autori, da chi l’ha costruito, stampato, sudato e discusso.

Il titolo, ad esempio, è stato ispirato dalla lettera della nostra Greta Bellando, quando studentessa ha incontrato per la prima volta genitori e figli adottati. E si è messa in ascolto.

Ecco, appunto, ascoltate.

Andate oltre le parole, chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare dall’esperienza di un linguaggio diverso. Lontano dall’apatia e dalla diffidenza per l’altro che ci propinano tutti giorni sul posto di lavoro o alla TV o sui mezzi pubblici. Respirate il sentimento. Restate nella vibrazione di un’esperienza unica, e per molti di voi sconosciuta, com’è l’adottare un bambino.

Questo libro parla di incontri.

La parte più interessante del percorso di Cara adozione è stata sentire gli autori. Molti di loro non si aspettavano una nostra telefonata. Non si aspettavano che questo libro nascesse davvero.

Sarà un piacere donare il libro a mia figlia quando sarà grande”.

Leggeremo le lettere nel nostro gruppo di lettura”.

Ne voglio comprare delle copie da donare alla Biblioteca Comunale”.

Siete disponibili a fare delle serate con la nostra Associazione?”.

“A me piace scrivere: anche quest’anno parteciperò al concorso  con “Lettera ad un colore””.

Vorrei anch’io lavorare con voi”.

Comunicare, scrivere, mettersi a disposizione… per il gusto di farlo, senza aspettative. E un giorno bussano alla tua porta e ti dicono che quello che hai scritto e detto è importante, che tanti lo leggeranno, perché hai saputo andare dritto al punto, hai saputo esprimere un concetto altrimenti intricato. Per questo, troppe volte taciuto, sofferto, isolato.

Vorrei che la mia lettera non fosse inserita”.

“Vorrei usare uno pseudonimo”.

Chi non ha paura di aprirsi ed esprimere i propri sentimenti profondi? Non sempre si è capiti. Talvolta si è derisi.

Cara Adozione è condivisione. Con le famiglie adottive. Con gli insegnanti. Con amici e parenti. Con i gruppi di lavoro. Ma parlare al mondo non è facile. Per questo abbiamo bisogno di tutti voi per fare in modo che questa voce non si fermi, ma si espanda per tutta Italia. Perché nessuna famiglia deve rimanere sola e isolata. Cara adozione è nata per questo.

Per chi avesse già letto alcune lettere sparse qua e là sul sito, potrà cogliere la magia che le accomuna e le rende diverse, ma mai banali, perché all’interno di un tutto.

Alla fine del percorso di lettura, ci si sente bene, come in una specie di autoanalisi. Una sorta di costellazione familiare nazionale, in cui ci si può immedesimare e ridere di noi stessi, sconfiggendo lo stress da performance genitoriale o filiale.

Che altro dire? Leggetelo. Potremmo confrontarci. Sarebbe bello che Cara adozione fosse la base per creare nuove collaborazioni e amicizie. Sarebbe bello che da tutto ciò nascessero altri libri e altri incontri.

Sempre parte di quel tutto che è l’adozione.

Roberta Cellore

Lunedì 17 ottobre ore 18.30 la partecipazione alla festa per “Cara Adozione” è libera, ma è molto gradita una mail per la conferma della propria presenza a redazione@italiaadozioni.it.

Si ringrazia Illy per la squisita disponibilità.

Chi desidera una copia di Cara Adozione può versare un contributo di 15 euro (comprensivi della spedizione) e scrivere il proprio indirizzo a redazione@italiaadozioni.it.

Per versare la somma si può utilizzare:

 oppure

Bonifico bancario intestato a Associazione ItaliaAdozioni:
IBAN: IT16C0200834070000103385842
per bonifici esteri oltre alla coordinata IBAN, indicare anche il codice BIC:
Codice BIC:  UNICRITM1D12

Sessualità/adulti deviati. Mamma Roberta: “Le responsabilità della pubblicità nell’adultizzazione dei nostri figli”

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E’ parere di chi scrive che l’emancipazione dei nostri figli vada di pari passo con l’emancipazione femminile (e maschile).

In questi giorni mi è capitato di leggere in contemporanea due articoli che avevo archiviato tempo fa, ma sempre attuali. Il primo riguarda la precocità dei nostri figli (“Aiuto ci stanno rubando l’infanzia” – NOI 07/2010) e il secondo parla dell’idea di liberazione delle donne (“Il falso femminismo della pubblicità” – Internazionale 2014). Entrambi puntano il dito sulla società dei consumi e la pubblicità.

“E’ in corso un attacco da più fronti volto all’erosione dell’infanzia, attraverso prodotti di vario genere che anticipano la crescita delle bambine, chiamate ad assumere pose e atteggiamenti adulti e con una spiccata valenza sessuale. (…) proposta di oggetti e accessori da adulti al pubblico delle cosiddette twinagers che comprende bambine dai sei ai dodici anni.“ Nell’articolo si fa l’esempio di reggiseni imbottiti per bambine di sette anni, sette anni!

C’è poi un passaggio che mi ha colpita: “Proteggendo loro, in realtà salviamo anche noi stesse perché promuoviamo un’immagine di donna più fedele alla realtà non rinchiusa in un’impossibile eterna giovinezza, ma dotata di un corpo che cambia lentamente nel tempo, mantenendo la sua bellezza. Per far questo abbiamo bisogno di madri che recuperino il buon senso e siano capaci di proibire ciò che a loro avviso non è adatto alle loro figlie”.

Forse, se ci spendessimo di più nella nostra funzione di educare, avremmo molto meno bambini adultizzati.Ma per fare questo bisogna essere donne (e uomini) emancipati. A questo punto ben si inserisce l’articolo di Laurie Penny sul falso femminismo. Secondo l’autrice, giornalista britannica, noi donne pensiamo di essere emancipate perché fumiamo o usiamo prodotti che la pubblicità ci propina come “femministi”. In realtà è vero il contrario. “Quello della pubblicità è un settore in cui si combattono importanti battaglie culturali. Nella metropolitana di Londra i manifesti che pubblicizzano la chirurgia estetica sono diventati più rari da quando hanno cominciato a essere sfregiati e coperti di adesivi che ne denunciano il sessismo. (…) Anche la pubblicità più provocatoria di solito sfrutta le mode e le tendenze della sua epoca (…) La giustizia sociale in sé è più difficile da vendere  (…) significa permetterci di vivere una vita in cui siamo qualcosa di più del nostro corpo, di quello che compriamo e di quello che abbiamo da vendere. (…) Non c’è niente di male nel farsi propaganda né nell’usare idee femministe per vendere cioccolato o cosmetici. Ma ci sono idee che rimarranno provocatorie e inquietanti per quanto le si voglia camuffare. Non basta entrare in un negozio e comprare una torcia della libertà: devi accenderla tu stessa e passarla.”

Anche Loredana Lipperini nel suo noto libro “Ancora dalla parte delle bambine” – Feltrinelli 2007 – lanciava un SOS. Secondo l’autrice all’eccessiva attenzione degli adulti verso l’infanzia non c’è un’equilibrata difesa della stessa: “Ci si interroga su come sia possibile che i medesimi (bambini) vengano così precocemente sospinti alla pubertà, e perché i loro comportamenti emulino così smaccatamente quelli dei grandi. Colpa dei mass media, si deduce. Invece, almeno una delle risposte possibili dovrebbe suonare come “perché gli è stato chiesto”. Anche lei parla delle tweens a cui sono propinati cosmetici per l’infanzia, biancheria intima, lucidalabbra, paillete per il corpo, ombretti, smalti per unghie.

“Si chiama entry point. E’ il punto d’ingresso della marca, significa abbassare l’età del target. In sostanza significa che i temi, i prodotti , i programmi televisivi rivolti apparentemente ai quattordicenni vengono in realtà fruiti dai bambini di otto anni. (…) A metà degli anni novanta le bambine comprese tra i sei e dieci anni divennero improvvisamente più consapevoli delle etichette. (…) Anche gli stereotipi femminili passano da spot a spot. Lasciando a chi guarda (specie se giovanissima) il dubbio di come si concili la donna delle automobili con quella dei prodotti per la casa, dei cosmetici e del cibo. Perché mettendo in fila tutte queste femmine, viene fuori una storia che non tiene. (…) Nella confusa femmina pubblicitaria la bambina si specchia e a volte si riconosce. (…) Dunque le bambine si osservano allo specchio di una femminilità multipla, ma con due imperativi principali: piacere e accudire.