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Colombia: “La giustizia lenta e la discriminazione delle donne”

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di Lorenzo Cairoli – scrittore, sceneggiatore, blogger globetrotter tratto dall’articolo “Giustizia lenta e a senso unico poca attenzione e spesso totale impunità per i reati di genere”

“In Colombia si sta cercando di riformare una giustizia che fa acqua da tutte le parti, medievale, iniqua, scabrosa. Un esempio. In 350 municipi colombiani non ci sono giudici a cui appellarsi, il che significa che in un municipio su tre non si può avere giustizia diretta. Scordarsi, quindi, lo Stato di Diritto se nel 31% del paese il cittadino non può avere giustizia. E non finisce qui.

Ci lamentiamo con ragione della lentezza sfibrante della giustizia italiana, ma quella colombiana è la sesta più lenta del mondo e la terza nei Caraibi e in America Latina (…) Il 98% dei casi di violenza sessuale restano impuniti. La probabilità che ha un imputato di essere condannato per un crimine è del 20%, per un omicidio solo del 3%.

(fonte: lastampa.it-22/07/2012)

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Fuori dal coro: “Habtamu, viaggio senza ritorno: fra integrazione nella nuova realtà e forte nostalgia delle origini” 

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Questa è l’elaborato di uno studente del corso di laurea magistrale in “Editoria e giornalismo” dell’Università di Verona sulla vicenda di Habtamu, il ragazzino etiope mancato ormai due anni fa. Ci siamo riproposti di ricordarlo ogni anno per non dimenticare che ognuno dei nostri ragazzi ha una storia, ha delle sofferenze che non sempre si riesce a trasformare in azioni positive. Per fortuna in molto casi la spinta alla vita ha la meglio, solo in pochi  il meccanismo s’inceppa. Rimaniamo impotenti di fronte all’accaduto: poteva essere evitato? Abbiamo tralasciato di ascoltare in maniera empatica?  In che cosa abbiamo sbagliato come famiglia, società, gruppo di sostegno? Questo studente ha cercato di dare la sua interpretazione. Ci teniamo ad aggiungere che si tratta di un giovane uomo straniero che quando parla di “integrazione” la vive tutti i giorni sulla sua pelle.

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di François Halyday Mbouangui

Habtamu è un ragazzo tredicenne d’origine etiope. È stato adottato insieme al suo fratellino da una famiglia italiana nel milanese. La sua grande nostalgia dell’Africa l’ha spinto due volte a fuggire da casa poiché nell’ultimo biglietto lasciato ai genitori adottivi, scrive: “Non ce la faccio più a vivere in Italia”. Che cosa potrebbe aver causato questo vuoto?

Habtamu, secondo il Corriere della Sera, era ben inserito a scuola e anche in parrocchia, dove era addirittura nel gruppo scout e chierichetto. Il problema era di sapere se, in tutto questo, la sua integrazione era veramente stata eseguita se non solo a parole. Il ragazzino era sicuramente ben inserito e accettato dai suoi compagni di classe o di gruppo, però durante gli intervalli, lontano dalla scuola o durante la partita di calcio, era un solitario. Il TG4 nel servizio inerente ha detto che Habtamu “non riusciva ad adattarsi perché la nostalgia della famiglia d’origine era troppo forte perciò si è tolto la vita”. Nel servizio del TG di “Studio Aperto”, si è parlato che il ragazzino non si sentiva accettato poiché “la nostalgia fortissima minava ogni possibilità d’inserimento.  La sua nuova famiglia, dice il reportage, l’aveva “circondato di tutto il suo amore”, ma questo non sembra aver cambiato nulla. “Non ce la faccio più a vivere in Italia”, secondo il suo papà adottivo, Habtamu lo diceva spesso e questo era legato alla scoperta delle sue radici nella fase preadolescenziale, afferma Marco. Forte era, dunque, la sua speranza che questo malessere gli passasse.

Habtamu è rappresentato come un ragazzino “etiope” e non ragazzino “italiano” d’origine “etiope”.  Infatti, se consideriamo il processo di naturalizzazione di una persona da uno Stato a un altro, l’identità di questa persona sarebbe quella nuova e non la prima. Per esempio il giocatore Balotelli è “italiano”. L’ex-ministro dell’integrazione Kyenge è “italiana” e non congolese, ma si potrà parlare di Balotelli, italiano d’origine ghanese o della Kyenge, italiana d’origine congolese. A tal punto nel 2008, quando Balotelli ha ricevuto la cittadinanza italiana, ha dichiarato: “Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Forse non era il caso dell’“italiano” Habtamu d’origine etiope, però il fatto di parlare della “vera famiglia” del ragazzino è un altro problema. La domanda che ci poniamo subito è di sapere, qual è la nostra vera famiglia? Nella vita di famiglia, sappiamo che quando una persona è sposata e ha figli, questi sono la sua famiglia che dovrà mettere al primo posto. In questo senso, diciamo che Habtamu non aveva più i suoi genitori naturali, ma aveva comunque i genitori “adottivi”. Toglierei questa qualifica “adottivi” per fare sentire l’adottato non diverso da altri ragazzi della sua età poiché ogni volta che questo termine sarà usato, il ragazzo si sentirà a tutti gli effetti straniero in questa famiglia. A questo, aggiungiamo che “i fratelli maggiori, gli zii e le zie”, di cui parla il Corriere della Sera, non possono sostituire i genitori del ragazzo che hanno cura di lui.

Notiamo che i genitori naturali di Habtamu erano morti a causa della guerra in Etiopia. Si tratta di una delle tante guerre che fa gli interessi di tante persone e dove le vittime sono quelle che spesso o comunemente non centrano niente. In queste guerre, tanti uomini e donne muoiono e lasciano i loro bambini orfani. Tale è il caso di questo ragazzino rimasto orfano e adottato da Marco e Giulia Scacchi. Questo ragazzino poteva “considerarsi fortunato”, scrive ancora il Corriere della Sera, poiché è stato “scelto tra centinaia, forse migliaia di piccoli, neri, orfani di guerra e portato via a vivere lontano, tra i bianchi, al sicuro dalle battaglie, da quelle battaglie almeno”.  Non c’è stato, però, nulla da fare nel senso che Habtamu non ha colto questa “fortuna”. Forse pensava che il suo posto non era in Italia, ma in Etiopia, ma starci occorrebbe chiedere a chi in modo o l’altro “fabbrica” le guerre, di farne a meno. In questo modo, i bambini non rimarranno orfani e potranno vivere in pace. Sappiamo che quando c’è la pace, c’è la possibilità di lavorare per procurarsi qualcosa da mangiare. Allontanare Habtamu da “quelle battaglie” non risolve del tutto il problema di quello Stato poiché ci saranno altri orfani finché le guerre sono in corso. Penso che il miglior modo di fermare questo male consista nel fermare prima di tutto queste inutili “battaglie” e poi in caso di un’adozione, i nuovi genitori dovranno lottare per una vera integrazione e non accontentarsi delle apparenze.

Del ragazzino è detto “di essere un piccolo, solitario uomo nero – dal volto riflessivo, dagli occhi intelligenti – in mezzo a tanti, tantissimi piccoli uomini bianchi”.  Da questo si capisce chiaramente che i problemi c’erano, ma non sono stati circoscritti a fondo per poi affrontarli efficacemente. Sappiamo anche che il caso di Habtamu sembra un caso isolato. Ci sono tanti bambini o ragazzi che sono stati adottati, ma non tutti cercano di tornare nella loro terra. Notiamo però che il problema è più ampio. Nessuna copia prende in adozione un bambino senza una previa preparazione. In Italia e un po’ dappertutto nel mondo, le autorità prevedono che la tutela del bambino o in genere un minore sia garantita preventivamente da una serie di colloqui condotti da esperti, attraverso i quali si può giungere a una valutazione da presentare in seguito al giudice dei minori, che a sua volta potrà, dopo eventuali ulteriori verifiche, certificare o meno l’idoneità della coppia all’adozione. Anche qui, il problema non è del tutto risolto poiché la coppia può essere efficace o ben preparata, ma le difficoltà emergono nella fase adolescenziale.

Ci sono stati dai casi di adozione nazionale, dove l’adottato ha scoperto la sua situazione “fuori di casa” tra amici e, quelli che lui chiama papà e mamma, non sono i suoi “veri” genitori. In tanti casi di questo genere, si è finito davanti al giudice o quando la cosa va un po’ bene, si finisce davanti allo psicologo oppure al consultorio. La vera difficoltà è quando l’adolescente adottato è deriso dai compagni giacché fra i ragazzini il termine “adottato” equivale a “figlio di puttana”. A questo, come nel caso di Habtamu, bisogna aggiungere la differenza della pelle. Non la si può nascondere. I suoi compagni sanno da dov’è originario e dunque le battute, le prese in giro, etc., possono condurre un’anima debole a gesti folli come ha fatto il nostro ragazzino. Il fatto già di fuggire da casa per tentare di tornare in Etiopia, è un atto di disperazione, di grande sofferenza e di disorientamento. Il suo malessere era troppo grande. Aldilà di quello che hanno fatto i suoi genitori Marco e Giulia, forse si poteva fare altro per salvarlo, una vera educazione alla diversità.

Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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adopnation

Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com

Fuori dal coro: “Un’Europa attenta al mondo dell’adozione”

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Proponiamo questo articolo del giornale “L’Arena” dove vengono sintetizzate le richieste dell’Europarlamento in difesa dei diritti dei minori adottati e l’attività portata avanti dalle famiglie adottive in sede CAI rappresentate da Francesco Mennillo (Associazione Coordinamento Nazionale Adozioni).

 

 

NELLE ADOZIONI REGOLE A TUTELA DEI BAMBINI – di Maurizio Corte

La Repubblica di Polonia è in testa alla classifica dei Paesi dell’Unione europea per adozioni internazionali da parte di coppie adottive italiane. Dall’anno 2000 a oggi sono stati 2.476 i bambini polacchi adottati da italiani (43 sono stati adottati nel 2014); seguiti dalla Bulgaria con 1.576 bambini. Nel gennaio 2011, con una Risoluzione sull’adozione internazionale nella Unione europea, il Parlamento europeo ha invitato Commissione Ue e Stati membri a «esaminare la possibilità di coordinare, a livello europeo, le strategie relative allo strumento di adozione internazionale, conformemente alle convenzioni internazionali, al fine di migliorare l’assistenza nei servizi di informazione, la preparazione per l’adozione internazionale, il trattamento delle procedure di candidatura all’adozione internazionale e i servizi post-adozione ». Servizi, come sottolinea il blog italiano http://www.ilpostadozione.org, che sono di primaria importanza per chi ha adottato.

TUTELARE I BAMBINI. L’Europarlamento ritiene poi «che occorra dare priorità all’adozione di un minore nel suo Paese di origine o, in alternativa, a soluzioni di custodia in famiglia, quali l’affido o strutture di accoglienza, oppure trovando una famiglia attraverso l’adozione internazionale conformemente alla legislazione nazionale e alle convenzioni internazionali pertinenti; e che la collocazione in un istituto debba essere utilizzata soltanto come soluzione temporanea ». L’Europarlamento chiede anche alle istituzioni dell’Ue «di svolgere un ruolo più attivo in seno alla Conferenza dell’Aia per esercitare pressioni in tale sede al fine di migliorare, semplificare e agevolare le procedure di adozione internazionale; ed eliminare gli inutili intralci burocratici, pur impegnandosi a salvaguardare i diritti dei minori provenienti da paesi terzi». Chiede inoltre «agli Stati membri di riconoscere le implicazioni psicologiche, emozionali, fisiche e socio-educative che possono verificarsi allorché un bambino viene allontanato dal proprio luogo d’origine e a fornire adeguata assistenza ai genitori adottivi e al bambino adottato ». E di partecipare alla lotta contro la tratta dei minori.

FAMIGLIE ADOTTIVE ITALIANE. Su questa linea si muovono peraltro le famiglie adottive italiane, rappresentate a livello nazionale, nella Commissione per le adozioni internazionali (Cai), da Francesco Mennillo (Associazione coordinamento nazionale adozioni), padre adottivo di due figli originari della Bielorussia. «Stiamo raccogliendo le firme fra i cittadini, genitori adottivi e non, affinché la normativa italiana sia migliorata in un’ottica di trasparenza, equità e considerazione dei diritti dei minori e delle famiglie », spiega Mennillo (f.mennillo.cai@gmail.com). «Proprio nell’ottica della pronuncia del Parlamento europeo, fra le richieste che rivolgiamo al governo e al Parlamento italiano, vi sono quelle di semplificare l’iter per ottenere il decreto di idoneità ad adottare; di riorganizzare la Commissione per le adozioni internazionali, in modo da renderla più efficace nelle attività di controllo e di promozione delle adozioni all’estero; di rendere più trasparenti i costi a carico delle famiglie adottanti; di assicurare la gratuità dell’adozione o il rifanziamento dei fondi per il rimborso delle spese adottive; di sviluppare il sistema dei permessi di studio per minori stranieri; di istituire una giornata nazionale sull’adozione. E di costituire una Unità di Crisi e avviare accordi bilaterali per gestire in tempi rapidi situazioni di difficoltà come quelle delle coppie adottive in Congo o in Bielorussia ».

(fonte: L’Arena – 21/05/2014)

Cile. Inchiesta CIPER 2013: “La condizione degli istituti per minori”

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Facendo questo resoconto sugli istituti per minori in Cile abbiamo compreso come il tema “minori” sia un argomento tabù un po’ dappertutto. Non è facile avere notizie sugli istituti o sulle case famiglie, neppure qui in Italia. Solo qualche mese fa è stato pubblicato un resoconto sul numero dei bambini istituzionalizzati in Italia (http://www.vita.it/welfare/adozioni-affido/index.html) ma non sappiamo che cosa succede “dentro” e di cosa abbiano bisogno. Perchè anche gli istituti per minori rientrano in quel sociale che, con la scusa della crisi, è stato penalizzato in termini di fondi e non crediamo che se la passi così bene! Le riflessioni e i dubbi sugli istituti cileni possano essere validi anche per altre realtà. Ricordiamoci che i bambini non hanno voce perché non votano, in tutto il mondo.

 

Hogar significa focolare. Dà l’idea di un posto caldo e affettuoso dove ci si può rilassare perché protetti. Purtroppo le intenzioni non vanno di pari passo con la realtà. Gli istituti per i minori cileni sono sotto l’attenzione dei mass media da quando di è cercato di insabbiare alcune tristi verità. Ci si riferisce all’inchiesta del CIPER-Centro de Investigaciòn Periodìstica che ha messo al corrente l’opinione pubblica dell’immobilismo degli organi competenti in fatto di tutela dei minori.

Secondo un’indagine condotta nel 2012 dal Poder Judicial e l’Unicef il 7,8% di minori dai 7-12 anni e il 4,1% degli adolescenti dai 13-18 anni verrebbe molestato all’interno degli istituti. In prevalenza si tratterebbe di molestie da parte di ragazzini anch’essi ospiti e più grandi d’età e solo in pochi casi sarebbero coinvolti adulti. Ciò non giustifica il tentativo di occultare tali informazioni e la passività degli organi interessati. Nessuno, infatti, avrebbe fatto svolgere ulteriori indagini e trovato delle soluzioni, lasciando inalterato lo stato delle cose. Un elemento da segnalare è che le Autorità sarebbero state al corrente di alcune gravi situazioni già nel 2011, attraverso un’indagine condotta dallo stesso SENAME su un campione di istituti più ristretto.

Di fronte a queste imperdonabili inadempienze ci si chiede se sia nell’interesse del minore essere tolto alla sua famiglia perché incapace di vigilare su di lui se poi le stesse strutture pubbliche non garantiscono rimedi migliori del danno. Sembra che metà degli istituti siano a rischio, quattro dei quali sono stati chiusi dal Sename in epoca recente a seguito dell’indagine.Il problema che investe gli istituti cileni non riguarda solo i maltrattamenti e abusi, ma anche la poca professionalità e preparazione degli operatori a contatto con i bambini/ragazzo, gli estenuanti turni di lavoro, il numero elevato di minori da seguire e il basso stipendio.

Allontanare un bambino dalla violenza familiare comporta altre forme di violenza (ad esempio la lontananza dalla madre anche se poco accudente) e ci vogliono anni per ricostruire l’autostima, sempre che si lavori su questo fronte e ci sia la possibilità di reinserire il minore nella famiglia di origine o introdurlo in una nuova famiglia. Troppo spesso la famiglia di origine non è seguita dai servizi sociali e l’iter burocratico per l’adozione è lento tanto che una buona parte dei bambini si ritrovano già adolescenti alla dichiarazione di adottabilità, complicando la ricerca di una famiglia adatta a loro.

Anche l’affidamento sembra poco sviluppato in Cile e andrebbe supportato tramite l’attivazione di una banca dati di famiglie selezionate ad ospitare ragazzi grandi e un incentivo mensile base per la formazione scolastica del ragazzo. Per quanto riguarda poi la tesi che in istituto ci andrebbero i figli di famiglie povere ci sembra purtroppo vicina alla realtà in quanto alla povertà materiale spesso si associa la povertà culturale con inevitabili ricadute sui minori (inhabilidad parental).

Infine, tra le varie considerazioni, ci si chiede se dietro alla non volontà di applicare norme già esistenti (per es.l’obbligo di rimuovere il bambino dalla situazione di rischio entro le 24 ore dalla segnalazione e l’applicazione dei diritti dei minori) non ci siano degli interessi economici che prolunghino la permanenza dei bambini in istituto (ogni anno vengono dati in adozione 600 bambini circa su un totale di 15.000 bambini istituzionalizzati). Inoltre non esiste una mappatura dei bambini con il numero di anni trascorsi in istituto in modo da accelerare le pratiche di chi aspetta da troppo tempo.

Sono domande  che qualsiasi paese civile dovrebbe farsi. In ogni paese il bambino dovrebbe essere al primo posto, venire prima di tutto. Il suo diritto ad una famiglia va interpretato come il diritto di vivere in un posto sicuro dove possa essere dotato degli strumenti per diventare un adulto autonomo.

(sintesi di articoli CIPER dal 31/01/2012 al 19/08/2013)

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Sull’argomento abusi si veda anche un altro articolo pubblicato a suo tempo su questo blog: “Quando l’orco è nel recinto” – riflessioni di  papà Enrico (http://ilpostadozione.org/2013/02/08/adozione-etica-papa-enrico-1-quando-lorco-e-nel-recinto/)

Cile. L’adozione in Cile vista da una coppia

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Abbiamo tralasciato la parte iniziale per concentrarci sull’ultima parte dell’intervista che ci sembrava più significativa.

di Egizia Mondini

 (…) Come avete scelto di adottare una bambina cilena?

La maggior parte dei paesi richiede che le coppie siano sposate da un certo numero di anni. In Cile invece non c’è questo parametro, per questo l’ente che ha seguito la nostra adozione ci ha consigliato questo paese. Un giorno ci hanno chiamato per parlare di quello che viene chiamato ‘abbinamento’. Ci hanno raccontato la storia di questa bambina, il suo background, e poi ci hanno fatto vedere una foto. Quindi c’è tutta una relazione con i servizi sociali che ti fa ‘conoscere’ la bambina prima di vederla. E la stessa cosa avviene per la bambina. Noi abbiamo preparato un dossier fotografico che è stato mostrato alla bambina dal momento che le è stato detto che era stata trovata una coppia di genitori per lei. Un album fotografico che ha fatto mia moglie con le nostre foto, la nostra casa, i nonni, l’auto, la bicicletta, tutto quello che serve a dare un inizio di preparazione per capire con chi andrai a vivere. Una fase preparatoria pensata molto bene che ti permette di arrivare all’adozione gradualmente. Poi siamo partiti per circa due mesi per il Cile. Abbiamo fatto un primo incontro con i servizi sociali di Santiago e poi con la bambina che viveva in un istituto.

Parlaci della prima volta che avete incontrato vostra figlia…
Il primo incontro è una cosa che non è possibile descrivere. È inutile fare giri di parole. Sei in una specie di catalessi, di sogno. Poi lo gestisci, in qualche maniera miracolosa tutto va bene. Siamo state con lei un paio d’ore, abbiamo giocato insieme, ci ha mostrato la sua stanza, abbiamo chiacchierato, ci siamo ambientati. Poi è venuta via con noi, accompagnati da una persona che fa da interprete e da guida, e siamo stati al parco. Poi è tornata a dormire nell’istituto per una notte. Siamo tornati la mattina seguente e poi è venuta a stare con noi.

È stato amore a prima vista?
In realtà ci vuole spesso molto tempo prima che diventi amore padre/madre e figlio/a. Nostra figlia all’inizio era un po’ paralizzata ma dopo poco, essendo una bambina intraprendente e affettuosa, si è aperta a noi. Ci sono bambini che ti saltano subito al collo e altri che piangono e non vogliono venire con te. È una grandissima incognita. Per noi è stato abbastanza amore a prima vista, perché è una bambina simpatica, socievole, che sa farsi voler bene. Poi naturalmente ci sono dei momenti difficili in cui ha avuto paura, è stata frustrata, arrabbiata. Non è sempre tutto facile.

La bimba si ricorda della sua famiglia di origine?
Abbastanza. A volte ne parla, ma non troppo. È una bambina molto intelligente e ha un’ottima memoria, per cui sono certo che si ricorda molte cose, anche se alla sua età non saranno ricordi precisi. Magari ne riparlerà in futuro.

In Italia come si trova?
Mia moglie parla spagnolo. Poi abbiamo imparato il cileno, anche grazie a lei. Parlava bene italiano dopo soli 2 mesi. L’inserimento in Italia è stato assolutamente positivo. Ma anche grazie al suo carattere.

Consiglieresti l’adozione?
L’adozione è abbastanza complicata ma nella maggior parte dei casi non è difficile. Ci sono molte persone che potrebbero affrontare questo percorso se sapessero un po’ di più come funziona. C’è tanta ignoranza su questo argomento, speriamo anche con la nostra storia assolutamente positiva di essere utili e incoraggianti in questo senso.

(fonte: Donna moderna – 20/05/2013)

Cile. La condizione dei popoli indigeni: “L’escalation del conflitto mapuche in Cile”

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Ancora sul popolo mapuche e sulle lotte impari contro le multinazionali e lo stato, informazioni diffuse dalla stampa internazionale.

Da anni i mapuche lottano per riappropriarsi della loro terra. La guerra è impari: i latifondisti potenti da una parte e una popolazione umiliata dall’altra. Il governo ha finora arginato il conflitto schierando forze di polizia ma non è così che si risolve il problema. Siamo arrivati persino a reintrodurre la legge antiterrorismo emanata durante la dittatura militare di Pinochet!

Di conseguenze gli attivisti Mapuche vengono condannati a pene detentive e pecuniarie sproporzionatamente alte, i minorenni vengono processati e condannati come se fossero adulti.

Agli inizi di gennaio 2013 le tensioni sono aumentate a seguito del quinto anniversario della morte di Matìas Catrileo, un ragazzo mapuche ucciso nel 2008 dalla polizia cilena dopo essere entrato senza permesso in una proprietà privata che, secondo lui, apparteneva ai suoi antenati.

Rappresentanti della Chiesa cattolica e il premio Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno chiesto al governo di prendere sul serio le richieste dei Mapuche e di avviare trattative reali. Complessivamente la popolazione e le comunità mapuche chiedono la restituzione di almeno 700.000 ettari di terra che erano già stati loro restituiti con la riforma agraria di Salvador Allende (1970-1973) e subito dopo riespropriati dalla dittatura militare del generale Augusto Pinochet.

L’agenzia statale Conadi, tra i cui compiti figurerebbe anche l’acquisto di terre dai latifondisti e dalle imprese per restituirle ai Mapuche, non dispone dei necessari mezzi finanziari e istituzionali per poter assolvere in modo soddisfacente ai propri compiti.

I Mapuche detenuti continuano a rischiare la propria vita con scioperi della fame prolungati, che sono ormai l’unica possibilità loro rimasta per ottenere l’attenzione sulla situazione delle loro comunità. Inoltre si moltiplicano le denunce di perquisizioni particolarmente brutali, di maltrattamenti e trattamenti umilianti in carcere. I rappresentanti delle comunità mapuche infine lamentano il clima di paura in cui crescono i bambini. Dal 2002 ad oggi 8 esponenti Mapuche sono stati uccisi dalle forze dell’ordine.

Nel 2009 le Nazioni avevano sottolineato la scarsa conoscenza che esiste in Cile del patrimonio di diversità etnica e culturale: «Bisogna iniziare un processo di avvicinamento interculturale, iniziando dalle scuole, dai più piccoli, educando alla differenza» c’era scritto nel rapporto sul Cile. Sempre nello stesso documento si affermava l’obbligo da parte del Cile alla restituzione delle terre ancestrali appartenenti ai popoli indigeni e allo stanziamento di fondi per rendere effettivo il ritorno delle terre alle popolazioni.

Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato

(fonte sintesi di vari articoli pubblicata su carta e sul web)

Cile. La condizione dei popoli indigeni: “I mapuche”

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Si tratta della seconda parte di un articolo apparso sull’Internazionale del 18 gennaio 2012. In breve viene spiegata la discriminazione contro il popolo mapuche.

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Gli occhi neri di Lautaro

gettano migliaia di lampi.

Come soli fanno germogliare i solchi

come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente

che non vuole essere schiavo

come un puma in gabbia

(Rayen Kvyeh – poetessa mapuche)

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(…) In Cile vive un milione di mapuche, molti dei quali sono discriminati. Avere un cognome mapuche è uno svantaggio quando si cerca lavoro e non è un caso che l’Arauracanìa sia ancora la zona con la maggiore percentuale di cileni poveri. I mapuche, il sei per cento della popolazione del paese, non hanno avuto le stesse opportunità degli altri cittadini. Sono stati segregati e definiti spesso pigri, stupidi, traditori, testardi e ubriaconi.

Il Governo dovrebbe avviare dei programmi sociali per le famiglie mapuche più povere, per esempio stanziando un sussidio mensile alle madri a condizione che mandino i figli a scuola e li portino dal medico. Potrebbe anche essere utile concedere ai mapuche delle terre, incentivare tutte le loro iniziative nella regione o autorizzarli ad aprire dei casinò, come hanno fatto gli Stati Uniti in molte riserve indiane. Si potrebbe inoltre aumentare il sistema di quote per i mapuche nelle università ed estendere i programmi di discriminazione positiva prevedendo delle quote riservate ai mapuche nell’amministrazione pubblica.

Tutte queste iniziative possono essere utili, ma non bastano a risolvere il conflitto tra il Cile e l’etnia mapuche. Per trovare una soluzione serve un cambiamento culturale. Per riuscire a integrare i mapuche nella società cilena, ogni cileno dovrà prima accettare che entrino a far parte dell’identità nazionale.

(fonte: Internazionale – 18/01/2013)

Cile. Scuola: “L’importanza degli investimenti nella scuola primaria per colmare le disuguaglianze sociali”

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Sotto l’impulso del movimento studentesco guidato da Camila Vallejo sembra che il Governo cileno abbia maturato una maggiore propensione a supportare il sistema scolastico. L’intervento, però, sarebbe orientato per lo più verso la scuola superiore dove gli studenti stanno dimostrando una maggiore forza. Ciò pone degli interrogativi su quali siano le priorità. Un maggior investimento nella scuola primaria è il passo più importante per permettere a tutti la “mobilità sociale”: se un bambino riceve delle buone basi è probabile che aspiri poi ad andare alla scuola superiore e all’università, al contrario si fermerà al saper a malapena leggere o scrivere.

(fonte: sintesi di un articolo apparso sulla Tercera)

Curiosità. Oggi un corso di laurea in Cile costa tra i 4.000-6.000 dollari all’anno. Metà della popolazione cilena guadagna 500 dollari al mese. Se le famiglie vogliono far studiare i figli si devono indebitare con le banche che applicano tassi d’usura. Tutta la classe media in Cile è indebitata. E’ un dato che non rientra nelle statistiche sulla povertà. Le persone sono senza tutela sociale perché in Cile bisogna pagare per qualsiasi cosa. – fonte internazionale 15/11/2013

Fuori dal coro. Note sulla trasmissione “Che tempo che fa”

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Premesso che non abbiamo visto la trasmissione ma solo il filmato che è stato caricato su you tube (vedi). Non sappiamo quindi se nella presentazione il conduttore Fazio abbia fatto una premessa per inquadrare la situazione in Congo. Fatto rimane che quello che gira sul web è l’intervento di Gramellini che abbiamo trovato parziale, a volte fuorviante, se non addirittura pericoloso.

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Seguiamo la vicenda da un po’ di settimane sui principali giornali e ci sentiamo di dire che:

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1) Il Congo ha attivato questo blocco delle adozioni a seguito di comportamenti scorretti da parte di enti americani e canadesi. Questi, una volta in patria, avrebbero reinserito i bambini sul “mercato dell’adozione”, dando i bimbi a coppie che le autorità congolesi non avevano conosciuto e vagliato. Si parla anche di un’adozione a un coppia gay quando il Congo non autorizza tali adozioni. Il blocco non è, quindi, un capriccio ma l’esigenza di una maggiore tutela dei minori scaturita da comportamenti illeciti di adulti. In questo marasma siamo stati coinvolti anche noi italiani assieme ad altre famiglie di altre nazionalità, americani, canadesi, belgi. Il punto è che dovremmo interrogarci sugli atteggiamenti arroganti di certi “paesi evoluti” che si ripercuote su altri. Invece questo aspetto, a nostro avviso, è passato in sordina.

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2) Sono stati accusati Kyenge, Bonino, Ministero degli esteri etc perchè non sarebbero efficienti-efficaci. Si sono fatti parallellismi con la Francia che è riuscita a far rientrare in patria alcune famiglie. Ebbene anche due famiglie italiane sono riuscite a ritornare. Immaginiamo che l’ente NAAA abbia dato la sua versione dei fatti alla CAI. Noi conosciamo solo il comunicato sul sito secondo il quale il rientro sarebbe avvenuto in modo regolare. Per quanto riguarda la Francia ricordiamo che negli ultimi tempi ha mandato militari in varie zone africane per mantenere la stabilità perchè ha molti affari con questi paesi. Non sempre avere poca voce in capitolo è sinonimo di debolezza. Può significare anche che siamo al di fuori di certi schemi colonialistici ancora in auge, purtroppo.

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3) Gli enti sono poco menzionati e non si indaga sulle loro responsabilità. Secondo il Ministro Kyenge non è stata data nessuna autorizzazione a partire alle famiglie (intervista al Corriere del 20/12/2013). Allora chi ha detto loro di prendere l’areo? Non crediamo che le famiglie l’abbiano fatto di loro iniziativa. Ricordiamoci che le famiglie sono le vittime di questa vicenda. E’ indubbio che fuorvianti sono state le trattative tra Kyenge e Congo che, da quel che ci è dato sapere, le aveva assicurato una procedura lineare. Tra gli enti coinvolti la voce viene data in netta prevalenza all’AiBi che dà la sua versione dei fatti. C’è poi da rilevare che alcune di queste famiglie erano già in Congo, prima del viaggio del Ministro Kyenge.

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4) Nessuno è prigioniero di nessuno. Gli italiani possono tornare in patria quando vogliono. In questi giorni sembra che siano stati prorogati i permessi di soggiorno per andare incontro alle famiglie. Quelli che non possono uscire sono i bambini che, ricordiamocelo, senza quel timbro sono ancora congolesi. Niente a che fare, quindi, con i “sequestri di persona” di cui parla il giornalista.

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5) Usare le vicende personali ci aiuta a non dimenticare che parliamo di persone e non di pezzi di carta. D’altro lato, però, non si possono avallare le idee di fuggire o rapire i bambini: cosa succederebbe a quelli che rimangono, ammesso che una famiglia riuscisse a tornare a casa in maniera irregolare? Gli equilibri sono molto delicati ed è compito di chi è in contatto con queste famiglie calmare gli animi e farle ragionare. Enti, famiglie e associazioni dovrebbero raccordarsi per dare supporto agli interessati e non farsi la guerra tra loro per apparire.

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5) Aggiungiamo che su alcuni giornali, per attaccare le istituzioni, sono stati fatti parallellismi con la vicenda marò in India e ultrà in Polonia. Troviamo fuori luogo parlare di adozioni come si fa per soggetti su cui sono in corso indagini per la presunta uccisione o il presunto pestaggio di persone. Le coppie che adottano portano un messaggio di pace e di fratellanza tra i popoli. Poi, però, succede che, per colpa di pochi, ci vada di mezzo anche la moltitudine onesta. Non dimentichiamo che l’azione inconsulta di uno può riversarsi su molti. E’ una cosa che tutti dovremmo tenere bene a mente.

Sia chiaro, rimane in prima linea la vicenda umana dolorosa. Il momento della formazione di una famiglia dovrebbe essere indimenticabile per il turbinio di emozioni e sentimenti che investe il rapporto genitori e figli. Invece in questo caso è diventato la triste battaglia di timbri e notizie imprecise che cavalcano la disperazione altrui.

Noi del blog ilpostadozione capiamo bene la preoccupazione e le difficoltà di queste famiglie. A loro va tutta la nostra solidarietà. Presentiamoci uniti per una volta per risolvere un grosso problema. Spingiamo le istituzioni a dare un’assistenza dedicata alle adozioni. Soprattutto cerchiamo di non fare marketing sulle disgrazie altrui. Sarebbe un quadro davvero desolante.

Per chi poi sostiene che il compito dei giornali e dei giornalisti sia quello di pressare le autorità e che qualsiasi mezzo possa essere valido, rispondiamo che sarebbe più corretto e costruttivo se lo si facesse con un linguaggio adeguato e senza creare false aspettative. Non ci risulta che l’Italia possa emettere un passaporto per far rientrare queste famiglie senza l’ok del governo congolese. E anche se potesse, cosa ne sarebbe delle altre famiglie che stanno aspettando un abbinamento in quel paese? Nell’adozione ci sono equilibri e sensibilità che vanno sempre rispettati per garantire quelli che vengono dopo.

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Sergio, sentito che parliamo d’Africa, ci segnala questa poesia

che dedichiamo alle bambine del Congo

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Cialtu

Sei solo una bambina
ma nei tuoi occhi neri,
come il carbone, vedo
lo scintillìo delle braci che ardono,
vedo il fuoco delle donne d’Africa.
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Autrice:  Maga.
(fonte: chicredicheiosia.blogspot.it)

Adozione Etica. Intervista a Susan George: “Si ruba ai poveri per dare ai ricchi”

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Con Susan George integriamo la sezione “Adozione Etica” che abbiamo trattato ad inizio anno. Proponiamo l’intervista completa uscita in questi giorni. Ci ha colpito il passaggio dove la studiosa asserisce che c’è troppo scollamento tra le parti sociali (sindacato, femministe, ambientalisti….) quando invece si dovrebbe agire tutti uniti per proporre un modello alternativo. Ebbene crediamo che tale osservazione vada applicata anche al mondo dell’adozione.  Non ci può essere miglioramento se non agiamo tutti assieme verso una direzione comune del “fare sempre meglio e di più”, senza disperdere energie in percorsi solitari.

carta diritti unione europea

I neoliberisti hanno imparato perfettamente la lezione di Gramsci, riuscendo a creare una egemonia culturale inattacabile, che fa passare per ineluttabili scelte che si rivelano disastrose per la stragrande maggioranza della popolazione e che fanno arricchire ancor di più gli straricchi. Un mondo alla rovescia, nel quale i movimenti della società civile – come Occupy! – riescono solo a manifestare la rabbia, senza costruire una reale alternativa.

Intervista a Susan George di Paolo Lambruschi, da Avvenire

La guerra di classe non è morta, ma l’hanno stravinta i ricchi. Anzi, i super ricchi, nuova classe globale che ora si chiama Hnwi, acronimo di High net worth individuals, individui con alto patrimonio finanziario (almeno 35 milioni di dollari). Parola di Warren Buffett, re dei mercati finanziari globali, uno degli uomini più facoltosi del pianeta dunque membro di questo club esclusivo in crescita continua nonostante la crisi, tanto da includere quest’anno la quota record di 200 mila persone e del quale si parla troppo poco.

La lotta di classe al contrario, un mondo paradossale dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi, è il tema trattato dall’economista franco-statunitense Susan George, leader alla fine dello scorso secolo del movimento no global, nel libro “Come vincere la lotta di classe” edito in Italia da Feltrinelli. George, 69 anni, oggi presidente del Transnational Institute di Amsterdam, è considerata una delle massime esperte mondiali di fame nel mondo e di studi sulle disuguaglianze. Ma è anche autorevole animatrice dei gruppi della società civile. A cavallo del 2000 scrisse “Il rapporto Lugano”, un’opera di finzione letteraria basata paradossalmente su fatti veri nel quale immaginava che un gruppo di brillanti economisti venisse convocato da una misteriosa Commissione, espressione del potere economico e finanziario, per disegnare gli scenari adatti alla sviluppo del capitalismo nel XXI secolo. Volume che azzeccò la previsione della crisi finanziaria disastrosa puntualmente verificatasi nel 2007.

Nel suo ultimo volume la studiosa scrive il seguito, riproponendo con una certa ironia la medesima formula di finzione basata su fatti veri e immaginando che il gruppo di consulenti sia stato di nuovo convocato nella quiete di una villa sul lago in Svizzera per stilare un bilancio al termine della crisi e capire come si possa mantenere lo status quo politico, economico e finanziario. Con l’obiettivo di togliere di mezzo i diritti umani e la democrazia, considerati l’ultimo ostacolo (o l’ultimo baluardo) da superare per ricavare profitti più alti senza troppe seccature. Senza dimenticare l’altra profezia azzeccata 13 anni fa dalla studiosa, quella sui disastri ambientali dovuta ai cambiamenti climatici. Nella lettura del mondo al contrario, che rende tragicamente reale la lotta di classe degli ultraricchi di Susan George, viene considerata ormai superata dai consulenti del capitalismo selvaggio la strategia negazionista dell’inquinamento globale da parte delle multinazionali petrolifere. Anzi, occorre considerare seriamente i pericoli (evitare i Paesi colpiti perché politicamente instabili) come le opportunità di investimento e profitto che i mutamenti del clima offrono, come la possibilità di accedere ai giacimenti di combustibile fossile e minerari dell’Artico o di speculare con il land grabbing, l’acquisto di terreni agricoli in Paesi poveri, da destinare alla creazione di riserve di cereali e cibo per i ricchi Paesi del Golfo.

Signora George, nel suo libro denuncia che l’establishment economico e finanziario non ha sensi di colpa per quello che è accaduto nel mondo negli ultimi sei-sette anni. Nemmeno un dubbio?
«Assolutamente no. È uno dei paradossi di quest’epoca, i neoliberisti hanno capito il significato del concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci e l’hanno applicato benissimo. La loro ideologia è penetrata negli Stati Uniti, poi si è diffusa in tutte le organizzazioni internazionali e vanta un supporto intellettuale mai visto. Prendiamo l’Ue. Sono riusciti a ottenere consenso e supporto proponendo misure di austerità per uscire dalla crisi convincendo tutti che il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia sono la stessa cosa per cui si può spendere solo in base alle entrate. Non è così, il debito pubblico storicamente finanzia la crescita, è altra cosa dagli sprechi. Per fare un esempio due economisti della Bocconi di Milano, Alesina e Ardeagna, a mio avviso hanno fornito una errata base teorica alla Banca centrale europea, ai governi e alle istituzioni europee proponendo l’austerità per fronteggiare la depressione. E la gente è stata convinta dell’ineluttabilità delle scelte. La prova? In Grecia non hanno fatto la rivoluzione».

Perché è una teoria sbagliata?
«Dipende da cosa si taglia. Se tagli gli sprechi, va bene. Ma un euro tagliato ai servizi sociali come alla scuola ha un impatto che produce costi tre volte più alti».

Liberismo o no, le banche occidentali sono state salvate dall’intervento pubblico…
«I lavoratori hanno pagato e stanno pagando i costi della crisi provocata da altri. Mi pare obiettivo dire che chi lavora oggi non riesca a guadagnare abbastanza mentre i manager della finanza si sono elargiti subito i lauti bonus derivanti da questi salvataggi. E che la ricchezza accumulata in poche mani ammonti a 45 triliardi di dollari e sia posseduta, da 200 mila persone. Trovo immorale tutto ciò. Ma è ancor più immorale l’ideologia che consente loro di accumulare queste smisurate ricchezze e di manipolare le persone facendo loro credere che tutto ciò sia giusto e che le ricette per combattere la povertà siano quelle della Banca mondiale o del Fondo monetario».

Ovvero?
«Si continua a credere che ogni dollaro detassato alle grandi aziende e ai più ricchi venga reinvestito produttivamente. Invece la ricchezza finisce nei paradisi fiscali. E aldilà dei proclami nulla è stato fatto per illuminare gli angoli bui di queste giurisdizioni segrete e controllare i profitti di aziende e singoli. Le grandi corporation sono ormai troppo forti e determinano il pensiero unico che ci racconta un mondo bello, quello della globalizzazione, che crea occasioni per tutti. Peccato sia così solo sulla carta».

Il movimento di Occupy contestava le grandi disuguaglianze. Perché non ha fatto breccia?
«Aveva buoni contenuti, ma è stato anarchico. Hanno consentito a tutti di parlare in un momento di rabbia collettiva, ma non hanno mai preso una sola decisione per passare all’azione. Il problema della società civile è la mancanza di una visione globale: gli ecologisti pensano solo all’ambiente, i sindacati al lavoro, le femministe alle donne, altri a finanza e tasse».

C’è un’alternativa percorribile al pensiero unico?
«Non credo alle rivoluzioni, Ad esempio il modello non profit, quello cooperativistico, è una via praticabile se cooperative e imprese sociali trovano sistemi di finanziamento per crescere».

Nel libro lei prevede che democrazia e diritti siano a rischio. Qual è il pericolo?
«Il pericolo è che la gente, il 99% di chi non detiene nulla, venga convinta dal restante 1% dell’inutilità della politica. Prenda l’Ue. Credo nell’Unione e nell’euro, ma a patto che siano partecipate dai cittadini. Ormai l’85% delle leggi in Paesi come Italia e Francia recepiscono le direttive della Commissione europea, un organismo non eletto democraticamente e influenzato dalle lobby. Ma gli europei non si ribellano, preferiscono astenersi dal voto. Così garantiscono lunga vita al sistema ingiusto che ho descritto».

(fonte: MicroMega – 7 ottobre 2013)

 

Ira e rabbia. L’esperto: ”La proprietà di linguaggio aiuta a gestire la rabbia”

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I nostri bambini adottivi arrivano qui con un idioma diverso e la loro proprietà di linguaggio non sempre è all’altezza delle situazioni. Si può considerare che un’esplosione d’ira possa essere collegata ad una incapacità di esprimerla. Così almeno sembra secondo uno studio pubblicato su “Child Development”: le competenze linguistiche aiutano i più piccoli a sviluppare maggior autocontrollo. La tappa successiva è quella di insegnare loro a controllare le emozioni e gestire le frustrazioni. L’articolo che proponiamo  (http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_aprile_04/rabbia-infantile-linguaggio_366b7766-54ed-11e2-bf2b-52f2ccd54966.shtml ) ci è sembrato perspicace e utile al nostro caso.

(…) LO STUDIO – I ricercatori del Dipartimento di psicologia dell’Università della Pennsylvania hanno monitorato 120 bambini, dall’età di 18 mesi fino a 4 anni. E, attraverso visite a casa e test in laboratorio, ne hanno misurato lo sviluppo del linguaggio e la capacità di far fronte ad attività frustranti, come per esempio aspettare, prima di scartare un regalo, che le loro mamme terminassero il lavoro in cui erano indaffarate. Hanno constatato che i bambini di tre anni con migliori competenze linguistiche tendono con più calma a chiedere supporto alla mamma («hai finito?», «chissà cosa c’è?») rispetto ai coetanei meno chiacchieroni, e a quattro anni esprimono meno rabbia riuscendo a distrarsi facendo qualcos’altro. «Il linguaggio e un ricco vocabolario aiutano infatti i bambini a verbalizzare le emozioni e a usare l’immaginazione per sopportare un’attesa che a quell’età può essere frustrante» sottolinea Pamela Cole, docente di psicologia alla Pennsylvania State University.

ESPRIMERE LA RABBIA – Il controllo delle emozioni è considerato cruciale per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini. Se reazioni di rabbia, istintive e intense, possono essere frequenti nei primi anni di vita, tendono poi a diminuire in età scolare, perché a sei-sette anni i bambini sviluppano altre abilità, cognitive e linguistiche, utili per gestire il proprio stato emotivo. «E i bambini che imparano a parlare precocemente e bene riescono meglio a esprimere i propri bisogni con le parole, a pensare prima di agire, anche alle regole (“mamma ha detto di aspettare”), e a spostare l’attenzione dall’oggetto o dall’attività desiderata. Insomma, manifestano maggior capacità di autocontrollo» ribadiscono i ricercatori. «Infatti, i bambini che hanno capacità linguistiche poco sviluppate tendono ad agire più impulsivamente e aggressivamente perché, non riuscendo a spiegarsi con le parole, tendono a parlare con i fatti» spiega Giorgio Rossi, neuropsichiatra infantile all’Istituto neurologico Mondino di Pavia, che aggiunge: «Anche i bambini iperattivi tendono a controllarsi meno, non riuscendo a contenere la propria impulsività». In ogni caso, come scrive Deborah Plummer nel libro “Esprimere la rabbia” (Erickson, 2010), la rabbia infantile non va negata, temuta o repressa perché è una normale e salutare emozione umana. I bambini piccoli, però, hanno bisogno di aiuto per poter imparare a gestire con successo i propri sentimenti. Il controllo cosciente è infatti un’operazione complessa, influenzata da diversi fattori: dal temperamento del bambino ma anche dall’ambiente familiare. «Se l’ambiente sociale in cui vive è segnato dal disagio e dal degrado, così come se i genitori rivendicano il diritto e la validità pedagogica delle percosse, può essere più difficoltoso imparare a trasformare la propria rabbia in emozioni più gestibili e comunicabili con le parole» spiega Rossi. Capacità che si conquista anche grazie ai limiti e alle regole date dai genitori. «Eppure oggi si è sempre pronti a soddisfare le richieste dei bambini, sottovalutando che i no aiutano a crescere, come recita il titolo del libro di Asha Phillips». (…)

(fonte: corriere.it – 04/04/2013)

Ira e rabbia: “Esiste un razzismo sottile per i diversi”

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Parliamo di nuovo di razzismo sotterraneo. Riprendiamo questo articolo e questo argomento con piacere per evitare inutili allarmismi e per affrontare la situazione nella vita di tutti i giorni con decisione e risolutezza. Quello che intendiamo dire è che non si risolve il problema dicendo che il razzismo a scuola, per la strada, nei negozi non esiste, Quel sottile razzismo, come lo abbiamo definito, noi famiglie adottive più sensibili e attente lo sentiamo, eccome! Dobbiamo fornire ai nostri figli gli strumenti per difendersi e stoppare da subito chi con barzellette, battute e buonismo tratta questo argomento con superficialità.

La star TV Oprah vittima dell’ordinario razzismo

di Maurizio Corte

La star della televisione Usa, Oprah Winfrey, afroamericana, davanti alla boutique «Trois Pommes», di Zurigo, è stata attirata da una borsa in vetrina del costo di 38 mila dollari. Entrata nel negozio, ha chiesto di poterla vedere. La risposta della commessa italiana è stata, secondo la denuncia di Oprah, razzista: «È troppo costosa per lei. Non se la può permettere».

Una scena analoga sarebbe accaduta a Torino a una donna italiana, 33 anni, di origine indiana e con la pelle olivastra: una commessa di negozio le avrebbe negato l’acquisto di un paio di scarpe di montagna. Per entrambe le clienti un comune denominatore: il razzismo. La Winfrey ha potuto denunciarlo al mondo intero, grazie alla sua notorietà di star televisiva. La giovane donna di Torino, adottata quando aveva 4 anni, ha potuto confidarlo solo a un giornale locale.

Chi ha il colore della pelle diverso – oppure chi ha un figlio o un conoscente con la pelle scura – sa che scene di questo tipo purtroppo accadono nelle nostre città. In un negozio non ti urlano «sporco negro»: quello lo fanno, o lo pensano, i razzisti e i nazifascisti più rozzi. In un negozio ti lasciano indietro nella fila; oppure ti dicono o ti fanno capire che tu un certo prodotto non te lo puoi permettere.

Sono episodi che accadevano a noi italiani in Germania o in Svizzera, quando eravamo migranti. Ora capita, come a Zurigo, che sia un´italiana a compiere un atto di razzismo. Sono fenomeni che vanno da un lato puniti con severità; mentre dall’altro occorre fare un’azione educativa. Tutti noi, infatti, siamo in qualche cosa «diversi» dagli altri:  vuoi per l’età, l’estrazione sociale, il genere sessuale, il colore della pelle o la lingua che parliamo.

A tutti noi può capitare di essere discriminati. Nessuno può sentirsi al sicuro, in una società che tratta con razzismo il «diverso».
È naturale che la diversità possa a volte far paura, intimorire o infastidire. Ma non autorizza a discriminare, a sfruttare, a violentare e a compiere atti di razzismo. In questo, i mass media (giornali, radio, tv) e i nuovi media (con Facebook, i blog) svolgono un ruolo importante. Per questo noi giornalisti ci siamo dati un codice – la Carta di Roma – che ci invita a un´informazione rispettosa della diversità di pelle, di religione, di nazionalità e di cultura.

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(fonte: L’Arena – 11/08/2013)

Ira e rabbia. “Disagio psichico dei giovani: dai media sembrerebbe che…”

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Un ragazzo italiano su cinque tra i 18 e i 24 anni dichiara di avere “difficoltà di vita” (i problemi riguardano soprattutto l’ambito familiare) e il 61 per cento accusa sintomi di vario tipo, ovvero disturbi fisici o psichici. Nella fascia di età successiva, 25-34 anni, queste percentuali sono pure più alte, rispettivamente il 72 e l’80 per cento (sondaggio condotto da Sinopia Ricerche nel settembre 2012). Chiedono però aiuto in pochissimi, lo fa soltanto il 15 per cento. Timore di stigma sociale, onnipotenza adolescenziale, ambiente protetto della famiglia e delle strutture accademiche possono essere alcune delle motivazioni alla base di questa resistenza a esprimere il proprio disagio. I giovani che decidono di consultare qualcuno per farsi aiutare vanno in prevalenza dal medico (nel 40 per cento dei casi) oppure si rivolgono a un mix eterogeneo di figure (tra cui farmacisti, sacerdoti e maghi). Ma soltanto il 20 per cento sceglie i servizi di assistenza psicologica. – Vera Martinella –corriere.it 10/12/2012

Depressione, disturbi dell’umore, d’ansia e del comportamento alimentare: nel 2015 saranno le malattie psichiche più diffuse nella popolazione italiana e potrebbero riguardare addirittura un italiano ogni quattro. Questo almeno, stando alle stime rese note durante l’ultimo convegno della Federazione Nazionale delle Strutture Comunitarie Psico-Socio-Terapeutiche (Fenascop), ovvero le comunità che si occupano della cura del disagio psichico. Le categorie considerate più a rischio dagli esperti sono i giovani fino a 25 anni (l’80 per cento dei casi di disagio psichico infatti ha gli esordi entro questa età) e le donne, che hanno il doppio delle probabilità di ammalarsi di depressione rispetto agli uomini, mentre ragazze giovani e giovanissime, tra i 12 e i 20 anni, restano le più esposte al pericolo di manifestare disturbi alimentari. – Vera Martinelli – corriere.it 10/12/2012

Disturbo bipolare, troppe diagnosi sbagliate. Ogni giorno in Italia si verificano migliaia di errori di diagnosi in pazienti affetti da disturbo bipolare scambiati soprattutto per semplici depressi (60%) o per ansiosi (26%), con conseguenti inadeguati trattamenti che possono finire col peggiorare la loro situazione talora al punto da spingerli sull’orlo del suicidio, un rischio che in questi pazienti è 15-30 volte più elevato del normale. (…) Se il paziente arriva da noi nella fase depressiva può ingannarci, per poi virare nella fase maniacale in cui il tono dell’umore è completamente opposto. Purtroppo i pazienti non vanno mai dal medico quando sono in questa fase in cui si sentono dei leoni e pensano di non aver alcun bisogno di cure e si oppongono ai familiari che tentano di convincerli a farsi visitare. Come riconoscerli? L’unica arma di cui disponiamo è un’attenta valutazione clinica perché purtroppo è sempre mancato, in questa come nelle altre malattie psichiatriche, un marker obbiettivo capace di fornire una diagnosi di certezza. (…) all’Università L.U.de.S. di Lugano hanno invece ideato un metodo adatto alla spending review che ha ristretto i fondi della ricerca nell’ultimo anno: al servizio sanitario costerebbe qualcosa come 50 euro a paziente, che potrebbe semmai contribuire con un ticket comunque alla portata di tutti. Può essere effettuato in qualsiasi ospedale e basta un semplice prelievo ematico: si chiama ADAM e si basa sul presupposto, già in parte noto, che la membrana delle piastrine del sangue è lo specchio di quella dei neuroni, cosicché studiando le piastrine possiamo capire cosa succede nelle cellule nervose. Affidabile al 98%. Lo studio nato dall’altra parte delle Alpi ha intanto già varcato i confini elvetici e il prof. Massimo Cocchi, direttore scientifico dell’Istituto Paolo Sotgiu per la ricerca in Psichiatria affiliato all’Università luganese, ha avviato una collaborazione con gli psichiatri dell’Università di Bologna. – Cesare Peccarisi – corriere.it 14/12/2012.

Ira e rabbia: “Balotelli, quando la rabbia è dentro”

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Questo è il testo integrale di un articolo di Concita de Gregorio che ha scritto un libro su Balotelli: “Io vi maledico”. Ci è sembrato giusto riportarlo completo, anche se ci sono affermazioni un po’ dure per noi genitori che abbiamo figli di altre etnie, perché in questo modo possiamo entrare nei pensieri della gente “altra” che non ha rapporti stretti con i nostri figli e non conosce la loro storia. E’ certo che l’incazzatura di Balotelli per i cori razzisti allo stadio la capiamo pienamente. 

ROMA – Due gol a Malta, nuova bandiera della nazionale italiana, per Mario Balotelli sembra aprirsi un capitolo nuovo della sua vita da calciatore dopo le tante polemiche tra campo e gossip. Mario Balotelli è ormai uno dei più forti calciatori del mondo: ce lo racconta Concita De Gregorio nel libro “Io vi maledico”, Einaudi Editore. 

Cristina, la sorella. “Ho perso gli ultimi tre anni della mia vita a parlare di Mario. Ora basta. Non ne posso piú”. 

Giovanni, il fratello. “Da piccolo i miei lo portavano a nuoto, a ginnastica, gli facevano fare anche due sport al giorno. Qualunque cosa, purché si stancasse”. Andrea Ferrarese, amico d’infanzia. “La prima cosa che ho saputo di lui è che faceva la pipí dentro gli zaini degli altri bambini. Non avevamo ancora 10 anni. A scuola ci dicevano che era stato malato, che i suoi veri genitori lo avevano abbandonato e che dovevamo avere pazienza. Mi ricordo che in bagno si lavava le mani con l’acqua bollente. Una volta mi disse: cosí diventano bianche”. 

Mauro Tonolini, ex presidente dell’Uso Mompiano. “Quando è arrivato qui, a 5 anni, era l’unico bambino negro di duecentocinquanta”. 

Tiziana Gatti, maestra della scuola di Torricella.“È stato il caso piú difficile con cui mi sia mai confrontata. Aveva un problema di identità evidente. Si dipingeva la pelle di rosa coi pennarelli. Gli domandavo: è cosí che ti vedi? Mi ha chiesto piú di una volta se anche il suo cuore, dentro, era nero. Gli spiegavo di no ma dopo qualche giorno me lo chiedeva di nuovo. La famiglia in cui viveva per problemi burocratici non poteva adottarlo. Dovevano rinnovare periodicamente la tutela, ricordo che non aveva documenti e che doveva spesso visitare la sua famiglia biologica. Ogni volta che rientrava da quelle visite mi diceva: maestra, domani mi fanno tornare in Africa? Mi ricordo che a ricreazione un giorno gli demmo come a tutti una banana. Uscí di corsa dalla mensa arrabbiatissimo, offeso”.

La signora Maria, barista di Brescia. “Ancora adesso quando passa certe volte lo fischiano dalle finestre, gli tirano oggetti dai balconi”.

Giovanni Valenti, primo allenatore nel Mompiano. “Quando andavamo in trasferta dovevamo sempre parlare con lo speaker per chiedergli che lo annunciasse come Mario e non come Barwuah, il suo cognome. Se questo non accadeva lui si rifiutava di scendere in campo”.

Marco Pedretti, compagno di squadra nel Lumezzane. “Era anche simpatico ma tremendamente pesante. Arrivava un momento in cui non lo potevi piú sopportare. Cambiai di squadra”. 

Andrea Ferrarese. “Mi ricordo una festa di compleanno a casa sua. Tutti i bambini giocavano a giochi organizzati dai suoi genitori, lui stava in corridoio a dare colpi con la palla al muro. Lo consideravano tutti un po’ matto, alle bambine faceva paura”. 

Pierluigi Casiraghi, tecnico dell’Under 21 azzurra. “Credetemi, non è matto. Io ho giocato con Gascoigne”.

Vincenzo Esposito, ex tecnico della giovanile dell’Inter.“È un provocatore. Il problema è che non sa calcolare le conseguenze dei suoi gesti. Una volta parlavo ai ragazzi per prepararli a una partita importante, lui si allontanò e tornò leccando un cono gelato. Si misero a ridere tutti, l’avrei ammazzato”.

Giovanni Valenti. “È sempre stato il piú bravo”. 

Walter Salvioni, allenatore del Lumezzane. “Lo convocai in una partita contro il Padova. Loro secondi, noi penultimi. Mancavano trenta minuti e stavamo perdendo. Lo feci entrare, vincemmo”.

Sergio Viotti, portiere di riserva nell’Under 21, suo amico da quando avevano 6 anni
“Diceva sempre che sarebbe stato il primo negro a giocare in Nazionale e che non festeggiava i gol perché lo avrebbe fatto solo il giorno che avesse segnato per l’Italia, nella finale dei mondiali”. 

Papa Dadson, calciatore ghanese. “Quando i miei amici lo hanno visto buttare a terra la maglia dell’Inter hanno detto: pessimo negro”.

Il barista Giuseppe, marito della signora Maria. “Ormai in giro ci sono tanti ragazzi neri che parlano dialetto, nati e cresciuti qui. Lui poteva essere per loro un esempio. Poteva aprire tante porte a chi ha dei problemi. Invece no, perché è proprio stronzo”.

Marco Pedretti. “Un giorno, nell’epoca in cui era all’Inter, mi chiamò. Era tempo che non lo vedevo. Mi chiese se volevo passare il suo compleanno con lui. Un giro, un bicchiere. Era solo. Andammo. Gli dissi: ma che hai, sei incazzato nero. Poi già mentre lo dicevo mi resi conto… pensai adesso mi tira un cazzotto. Invece mi guardò un  po’ cosí, poi si mise a ridere”. 

Padre Mac Mahon, della chiesa di Saint John a Charlton. “È venuto la notte di Natale con una ragazza e un’altra coppia. È rimasto tutto il tempo in fondo alla chiesa. No, non si è confessato. Un po’ mi è dispiaciuto, mi avrebbe fatto piacere parlarci. Però se devo essere onesto ho anche pensato: il diavolo, per oggi, meglio che se lo tenga per sé”. 

Noel Gallagher, musicista ex frontman degli Oasis, Manchester. “Dimenticatemi gente. La nuova rock star, qui, è Balotelli”

Carlton Myers, padre caraibico e madre italiana, campione europeo di basket e portabandiera olimpico per gli azzurri. “Quando vedo Balotelli mi ricorda me stesso da giovane. Un tipo con una rabbia dentro che lo divora. Mi piacerebbe conoscerlo, parlarci. Tra noi non servirebbero troppe parole. So di cosa si tratta”.

(fonte: repubblica.it – 27 marzo 2013)

Adozione etica: “Famiglie adottive troppo sole, dalla scelta dell’ente al post adozione”

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Ogni anno, ma quest’anno ci è sembrato più aggressivo del solito, dopo la pubblicazione delle anticipazioni CAI vengono creati pacchetti di programmi, articoli e approfondimenti sull’adozione. Ci si è concentrati sul calo delle adozioni. Addirittura si è arrivato a dire che le coppie italiane stanno diventando meno accoglienti. A questo riguardo ricordiamo ancora che l’Italia è al primo posto in Europa e al secondo posto nel mondo, dopo gli USA, come numero di adozioni.

Non ci dovrebbe sorprendere una certa diffidenza delle coppie verso il futuro in tempi di crisi e crediamo sia umano farsi delle domande sulle criticità del processo adottivo che, non finiremo mai di ripeterlo, non si esaurisce nell’iter burocratico e si rivela più complesso nel post adozione. Sarebbero situazioni gestibili se solo la famiglia venisse supportata.

Forse le coppie si parlano, realizzano che oltre alla lunghezza dell’iter e ai costi impegnativi, ci sono anche complessità da gestire. Poi c’è, a volte, l’aggravante di agire in un clima culturale poco accogliente. Ne sono un esempio le infelici esternazioni degli ultimi giorni di qualche politico sul colore della pelle del nuovo ministro Cecile Kyenge. Già, perché l’adozione riguarda tutta la comunità (intendiamo scuola, parrocchia, centri cittadini, famiglie, compagni di classe, vicinato, operatori, educatori etc) non solo la famiglia adottiva.  Invece la famiglia molto spesso è lasciata sola.

Ci domandiamo che cosa possano capire le persone che non conoscono questo mondo.

Noi che lo viviamo dall’interno, che conosciamo famiglie che si muovono prudenti nelle mille prove a cui la vita le mette di fronte, rimaniamo imbarazzati di fronte a certe esternazioni e tanta superficialità. Proviamo in breve a riassumere ciò che, secondo noi, sono le riflessioni che vale la pena chiarire o semplicemente focalizzare.

 

COSTI

Da un servizio visto in TV (Uno Mattina del 31/01/2013) sembra che i costi oscillino tra gli eur 5.000 ai 20.000 euro. Una persona in sala affermava che lei non se lo può permettere. Ci sono enti ed enti, come ribadiva un ospite del programma. Loro si sono rivolti ad un ente di volontari che ha portato a compimento l’iter a costi contenuti.

Nei costi valutiamo anche il post adozione. Forse una struttura costa di più ma ti offre anche di più come servizio alla famiglia. Queste sono valutazioni che devono essere fatte dalla coppia e chieste in maniera esplicita all’ente a cui ci si rivolge. Una volta a casa la famiglia potrebbe aver bisogno di un supporto concreto che l’ente dovrebbe essere in grado di fornire. Altrimenti sei costretto a rivolgerti a professionisti privati, per di più non sempre preparati per le tematiche dell’adozione, che costano molto. Le ASL fanno quello che possono.

Contenimento dei costi da parte degli enti. Sembra che si possano rivedere i compensi con i mediatori all’estero e avvalersi di personale dipendente, pagato dall’ente a mese e non a cottimo. Queste sono considerazioni che devono fare nei loro bilanci i singoli enti. A questo propositi sarebbe interessante conoscere il peso delle Famiglie all’interno del dibattito CAI.

I costi sono deducibili dal 730. Basta chiedere all’ente con cui siamo in contatto o al nostro commercialista per conoscere gli aggiornamenti del caso. Siamo d’accordo nell’affermare che le coppie andrebbero aiutate in base al reddito ad avere una maggiore deducibilità fiscale. Attualmente il 50% è fiscalmente deducibile; il 50% delle spese restituito dallo stato in misura parametrata alla ricchezza delle coppie viene invece deciso di anno in anno in base ai fondi disponibili (vedi sito della CAI). In questo caso va sottolineato che se tutti pagassero le tasse, ci sarebbero i fondi per aiutare chi più ha bisogno. Quindi,  in un clima di formazione di una maggiore coscienza e partecipazione civile, cerchiamo di non scaricare sullo stato responsabilità che sono di ognuno di noi, anche quando assecondiamo prassi consolidate nel nostro quotidiano come la non emissione dello scontrino fiscale. Siamo consapevoli che l’evasione fiscale (e gli sprechi!) tocca ambiti ben più ampi. Il messaggio è che non possiamo lamentarci senza agire da cittadini onesti.

Si consideri, inoltre, l’età del bambino che entra in famiglia. Potrà sembrare una forzatura, ma non sottovalutiamo il ragionamento. Se un bimbo arriva in media all’età di 6-7-8 anni, in quegli anni noi non l’abbiamo mantenuto. Quanto ci sarebbe costato mantenere un figlio fino a quell’età? Secondo d.repubblica.it del 21 febbraio 2013 (“Caro bimbo, poveri genitori” di Eva Grippa) nel primo anno di vita un bambino costa da 6.585 a 14.110 euro. Certo, siamo consapevoli che una cosa è far fronte ad un esborso in un’unica soluzione e un’altra giorno per giorno. Come sempre nella vita bisogna stabilire dei progetti e delle priorità.

L’inseminazione artificiale non costa meno. Se poi mettiamo in conto i costi in termini psicologici diventa, a nostro avviso, una cifra ben più pesante rispetto ad un’adozione.

TEMPI

Si parla di tempi lunghi, di colloqui estenuanti per la coppia, del tempo dell’attesa che non passa mai (tempi medi 25 mesi secondo il rapporto CAI 2012). Secondo Andrea Speciale, membro CAI dal 2007 e appartenente al Forum delle Associazioni Familiari (oltre 3 milioni di famiglie), la verifica della coppia è necessaria. Semmai quello che deve cambiare è la tempistica e la preparazione dei soggetti che gestiscono l’attuale sistema che “con le note criticità e i diffusi patologici ritardi non riescono a far sentire accolte le famiglie, ma sembrano che facciano di tutto per allontanarle e scoraggiarle.” – Intervista di GSD del 02/01/2013

Le valutazioni delle coppie sono diventate più rigide perché negli ultimi anni ci sono stati ingressi di bambini con bisogni speciali che hanno il diritto di avere genitori speciali. Anche se i fallimenti adottivi sono una percentuale modesta rispetto al numero delle entrate in Italia di bambini dati adozione, negli ultimi anni si è riscontrata una crescita dei rifiuti da parte delle coppie. La fase più critica è quella della preadolescenza e adolescenza quando s’innescano meccanismi aggressivi da parte del ragazzo che la coppia è impreparata a gestire. A questo proposito si consiglia di leggere i due interventi degli psicologi Luigi Cancrini (12 marzo 2013) e Emilio Masina (17 marzo 2013) su questo blog.

La burocrazia all’estero non è direttamente controllabile dalla CAI. I paesi si aprono e si chiudono alle adozioni. E’ difficile da prevedere da parte della coppia. Si può essere molto sfortunati se ci si incanala nella corsia sbagliata e i tempi possono davvero sballare. Certo è che i rapporti con le Autorità Centrali degli altri paesi dipende anche dal comportamento di ciascun ente, con ricadute enormi su tutte le altre adozioni effettuate da altri enti in quel paese. Dipende poi dalla trasparenza del paese collaboratore. La recente sospensione del Kirghizistan per tangenti, da un lato ci fa vivere la sofferenza delle coppie che non sanno se ci sarà davvero una lieta conclusione dell’iter adottivo in corso, dall’altra ci fa nuovamente riflettere sulla necessità di combattere il dilagare di corruzione e lucro sugli esseri umani.

Meglio aspettare di più se questo significa essere sicuri della trasparenza dello stato di adottabilità del bambino. La povertà non dev’essere uno stato di adottabilità, ma la provata incapacità della famiglia biologica a crescere quel bambino. L’adozione internazionale dovrebbe essere l’ultima pedina da giocare.

INSEMINAZIONE ARTIFICIALE

Sembra che sempre più coppie si rivolgano a specialisti per l’inseminazione artificiale e che la scienza abbia alzato le probabilità di successo. Dal 2005 al 2009 il numero delle coppie che si è avvicinato alla procreazione assistita è cresciuto del 37%. Quasi un paziente su quattro ha più di 40 anni. L’età è la prima causa di infertilità. Nell’88% dei casi chi adotta ha sperimentato queste tecniche.

L’adozione non dovrebbe essere l’ultima spiaggia dopo l’inseminazione artificiale. I due percorsi dovrebbero essere separati o almeno distanziati nel tempo. Sarebbe molto meglio e corretto nei confronti del bambino scegliere già all’inizio. Gli aborti multipli non aiutano la coppia psicologicamente. Un bambino già deprivato all’origine si merita molto di più. Secondo  Raffaella Pregliasco, responsabile del Dipartimento Adozioni dell’istituto degli Innocenti di Firenze, considerare l’adozione come ultima spiaggia è un errore. Il ricorso a tecniche di fecondazione assistita può influire negativamente sul giudizio di idoneità di una coppia – L’espresso 15/01/13. E’ importante che la coppia abbia maturato la consapevolezza che un figlio adottato non è il surrogato di un figlio biologico mancato.

Dopo aver aspettato fino alla quarantina per le proprie vicissitudini personali e familiari, non si può poi inveire contro la burocrazia perché i tempi sono lenti. Anche in questo caso si tratta di stabilire delle priorità. Nella vita non si può avere tutto.

CONCLUSIONI

L’adozione non segue le regole di mercato ma ha bisogno di scelte valoriali di grande impegno. Perché nell’adozione è soprattutto il minore a prendere un rischio. La coppia adottiva, da parte sua, adottando compie una scelta di civiltà che ci arricchisce tutti come società. Ma noi tutti dobbiamo aiutarla perché si evolva per il meglio. 

Concludiamo con l’intervento di Anna Guerrieri su GSD del 25/01/2013. “L’adozione (nazionale e internazionale) è uno strumento giuridico fondamentale per dare una famiglia a bambini e bambine che non la hanno. Se non ci fosse l’adozione, tanti bambini resterebbero soli. (..) E’ bene quindi tenere la discussione saldamente su un binario preciso: come far si che l’adozione (nazionale e internazionale) funzioni al meglio. (…) Quello che manca ancora, tuttavia, sono risultati positivi più stabili in materia di accuratezza del processo, di attenzione alle prassi, di aiuto economico alle famiglie che si rendono disponibili, di preparazione prima e di sostegno dopo l’adozione.

Dunque, se abbiamo a cuore l’istituzione dell’adozione, se ci crediamo, abbiamo il dovere di intervenire nel dibattito di questi mesi e di dire che, ben consapevoli dell’intenso lavoro dei tanti che credono fortemente nel bene dell’adozione, si può fare “meglio” e “di più”.

Si può farlo ad esempio in materia di controllo di quelle che sono le strutture all’estero delle controparti Italiane, i referenti esteri. Una normativa esiste ed appare piuttosto chiara, piacerebbe darne per scontata l’attuazione.

Si può farlo nell’investire sulla preparazione di chi si apre all’adozione, aprendo una finestra vera sulle realtà dei bambini che si incontreranno, non minimizzando il significato di “bisogno speciale” dal punto di vista medico, anagrafico o di fratria, bensì aiutando a comprendere l’entità di quello che si sta facendo prendendosi cura di una persona con una propria storia, un proprio vissuto e una propria realtà importanti, forti. Se l’adozione è quello che deve essere, uno strumento per i bambini, si può fare certamente di più.” (…)

Adozione etica: “Anche le nascite sono in calo”

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L’Italia continua a invecchiare. Secondo i dati Istat sulla popolazione residente, sono stati 546.607 gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2011, circa 15 mila in meno rispetto al 2010. Il dato, secondo l’Istat, conferma la tendenza alla diminuzione delle nascite avviatasi dal 2009. Il calo delle nascite è causato per lo più alla diminuzione dei nati da genitori entrambi italiani, quasi 40 mila in meno rispetto al 2008.

I nati da genitori entrambi stranieri, invece, «sono ancora aumentati, anche se in misura più contenuta rispetto agli anni precedenti e ammontano a 79 mila nel 2011 (il 14,5% del totale dei nati). Se a questi si sommano anche i nati da coppie miste si ottengono 106 mila nati da almeno un genitore straniero (il 19,4% del totale delle nascite)». Considerando la composizione per cittadinanza delle madri straniere, ai primi posti per numero di figli si confermano le rumene (18.484 nati nel 2011), al secondo le marocchine (13.340), al terzo le albanesi (9.916) e al quarto le cinesi (5.282).

(fonte: corriere.it 14/11/2012)

Fuori dal coro: “Il dolore, la morte di un figlio, le domande che restano…”

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Oggi la terribile notizia nella morte di Habtamu, il ragazzino quattordicenne di cui avevamo parlato su questo blog il 4/06/2012 nella sezione “fuga da casa”. Le righe che seguono sono state scritte dopo aver letto varie testate giornalistiche e il commento di un blog. Ci sembra un po’ semplicistico affermare che ciò che è successo sia legato al suo desiderio di tornare alla terra madre, che i suoi genitori adottivi avrebbero dovuto capire, essere più umili.

I nostri figli racchiudono dolori e segreti che nessuno potrà decifrare con precisione e certezza. Quello che, invece, ci sentiamo di affermare, perchè nato dall’osservazione di tanti nostri adolescenti in sofferenza, è che, molte volte, una grande fonte di disagio deriva da una falsa accoglienza che la nostra società riserva  loro.

Non è detto che ciò sia stato il caso di Habtamu di cui non conosciamo la storia intima. Noi de ilpostadozione ci limitiamo ad esprimere la nostra vicinanza ai suoi genitori nel timido tentativo di alleviare il loro profondo dolore.

.

Entro nei tuoi occhi neri,

ti vedo sereno e penso di conoscerti.

Quando il vento della tormenta si alza

ti perdo di nuovo.

.

Capisco che noi siamo qui

ma non siamo il tuo mondo.

Il tuo mondo è altro.

Possiamo parlarne

costruire ponti

dare significato a ciò che c’è

e a ciò che è lontano.

Possiamo anche dirti che

quel mondo lo amiamo

che siamo arrivati a te

tramite il rispetto e la stima per la tua gente.

.

Forse capisci,

forse ci compatisci.

Sappi solo che tutto è stato fatto con onestà,

quella onestà che in questo drammatico momento

è la nostra forza.

.

Di fronte alla tua risposta risoluta al dolore

rimane la nostra inconsolabile disperazione

e l’eterna domanda:

perchè a te, nostro figlio,

che abbiamo desiderato e amato tanto?

Adozione etica. Uno mattina: “L’importanza della formazione e del sostegno delle coppie nel post-adozione per prevenire il fallimento adottivo”

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Proponiamo, per chi non l’avesse visto, questo servizio del 21 gennaio 2013 che, secondo noi, è onesto.  Basta guardare con quale garbo è trattato il caso del bambino di Treviso che ha guidato per 900 km per ritrovare la sorella in Polonia. La puntata pone l’accento sulla necessità di preparare con maggiore attenzione  le coppie ad accogliere bambini grandi e con bisogni speciali (in aumento negli ultimi anni) e di supportare la nuova famiglia con impegno da parte di tutti (scuola, vicinato, famiglia allargata…). Non è, secondo noi, un manifesto contro l’adozione di bambini grandicelli, ma una responsabilizzazione per genitori, enti e operatori a fare sempre meglio per evitare duplici sofferenze. Chi non è disposto a guardare la realtà e a sentire la versione di tanti per rendersi conto in quale avventura si sta addentrando, forse non è del tutto  pronto a questa importante missione che richiede persone stabili e convinte della loro scelta. Dall’altra parte c’è la necessità di operatori sempre più preparati per aiutare le coppie nel post adozione. Non crediamo che sia un azzardo affermare che spesso si arriva al fallimento adottivo anche perchè la coppia è lasciata sola.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-40cbe6e6-1a44-4acd-86a8-4ab6d9050b75.html#p=

In sintesi alcune riflessioni espresse da  Luigi Cancrini – psichiatra:

– Non ci sono studi precisi sulla frequenza di fallimenti. Noi del settore vediamo solo le cose cha vanno male. Certo stiamo osservando un aumento e c’è uno stato di sofferenza altissimo delle famiglie, in particolare quelle che non sono in grado di sostenere i conflitti.

– Se la coppia capisce che l’adozione è un processo di cura di un bambino che ha avuto esperienze traumatiche, che è un compito diverso da quello del genitore biologico, la coppia è già a buon punto.

–  Negli studi per l’idoneità bisognerebbe essere in grado di capire quanto la coppia sa mantenere l’equilibrio di fronte al contrasto e se ha la modestia e disponibilità a farsi aiutare.

– La fase critica inizia nell’adolescenza e diventa acuta quando il ragazzo ha difficoltà a relazionarsi con l’ambiente circostante e i genitori si mostrano delusi del figlio (e mollano..).

Adozione etica: “Le nostre vite in vendita”

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di Michel J.Sandel – estratto dal saggio “Quello che i soldi non possono comprare”

(…) Oggi la logica del comprare e del vendere non è più applicata solo ai beni materiali, ma governa in misura sempre più ampia la vita nella sua interezza. (…) Il più grave cambiamento degli ultimi trent’anni non è stato l’aumento dell’avidità, ma l’estensione dei mercati e dei valori di mercato a sfere della vita tradizionalmente governate da norme diverse. Per affrontare questa situazione, bisogna fare qualcosa di più che inveire contro l’avidità: serve un dibattito pubblico per capire qual è il posto dei mercati. (…)

(…) il fatto che stiamo andando verso una società in cui tutto è in vendita ci deve preoccupare. Per due ragioni: una riguarda la disuguaglianza e l’altra la corruzione. Consideriamo innanzitutto la disuguaglianza. In una società in cui tutto è in vendita, la vita è più difficile per chi dispone di mezzi modesti. (…)Man mano però che il denaro arriva a comprare sempre più cose, la distribuzione del reddito e della ricchezza assume un ruolo molto più rilevante.

La seconda ragione per cui dovremmo esitare a mettere tutto in vendita è più complessa. Non riguarda la disuguaglianza e l’equità, ma gli effetti corrosivi dei mercati. Assegnare un prezzo alle cose che contano nella vita può corromperle, perché i mercati non si limitano a distribuire beni, ma esprimono e promuovono determinati atteggiamenti nei confronti dei beni che vengono scambiati.

Pagare i bambini affinché leggano i libri può spingerli a leggere di più, ma può anche insegnargli a considerare la lettura come un lavoro e non come una fonte di soddisfazione interiore. (…) I mercati lasciano il segno. Talvolta i valori di mercato escludono altri valori di cui varrebbe la pena tener conto. (…) L’esempio più ovvio è l’essere umano. La schiavitù è orribile perché tratta gli esseri umani come una merce da comprare e vendere all’asta. Questo trattamento non considera gli esseri umani come persone che meritano dignità e rispetto, ma come mezzi di guadagno e oggetti da usare. Questo vale anche in altri casi.

Non permettiamo che i bambini siano comprati o venduti, indipendentemente da quanto possa essere difficile il processo di adozione o da quanto siano disposti a fare gli aspiranti genitori. Anche ammesso che i potenziali acquirenti dovessero trattare responsabilmente il figlio, la nostra preoccupazione è che un mercato dei bambini esprimerebbe e promuoverebbe il modo sbagliato di valutarli. Giustamente i bambini non sono considerati beni di consumo, ma vite che meritano amore e cure. (…) alcune delle cose che contano nella vita sono degradate se vengono trasformate in merce.

(…) un’economia di mercato è uno strumento – prezioso ed efficace – per organizzare l’attività produttiva, una società di mercato è un modo di vivere in cui i valori di mercato penetrano in ogni aspetto dell’attività umana. Un luogo dove le relazioni sociali sono trasformate a immagine del mercato. (…) In un’epoca in cui il dibattito politico consiste soprattutto in confronti televisivi dai toni accesi, in un livore fazioso negli interventi alla radio e in battaglie al congresso alimentate dalle ideologie, è difficile immaginare un dibattito pubblico caratterizzato da un ragionamento su questioni morali difficili come il modo giusto di valutare la procreazione, l’infanzia, l’istruzione, la salute, l’ambiente, la cittadinanza e altri beni.

I mercati non rimproverano, non discriminano tra preferenze lodevoli e preferenze spregevoli. Ognuna delle parti di un affare decide autonomamente quale valore attribuire ai beni al centro dello scambio. Questo atteggiamento nei confronti dei valori sta al cuore della logica di mercato e spiega gran parte del suo fascino. Ma la nostra riluttanza a impegnarci nell’argomentazione morale e spirituale, insieme con la nostra adesione ai mercati, ha avuto un prezzo elevato: ha svuotato di energia morale e civile il dibattito pubblico e ha dato un contributo alle politiche manageriali e tecnocratiche che affliggono oggi molte società. Un dibattito sui limiti morali dei mercati potrebbe consentirci, come società, di decidere dove i mercati sono utili al bene comune e dove non devono stare.

(fonte: Internazionale 21/27 dic 2012)

Adozione etica. “Il cibo che sprechiamo. Dai media sembrerebbe che….”

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Metà dei prodotti alimentari viene sprecata. Colpa delle brutte abitudini e di una cattiva gestione. Se pensiamo che quasi un miliardo di persone è denutrito, lo spreco di cibo rientra nell’area dell’”etica”. Da un rapporto della FAO sembrerebbe che le nostre cattive abitudini siano collegate anche alle offerte “prendi due e paghi uno”, che ci portano ad acquistare più del necessario, e da una gestione delle scadenze dei supermercati che andrebbe modificata. I produttori, infatti, metterebbero una data di scadenza con enormi margini di sicurezza per minimizzare il rischio che qualcuno si ammali per cibo avariato e li trascini in tribunale. Al di là della conservazione e gestione dei prodotti in frigorifero, andrebbero valutati anche i quantitativi di acqua ed energia per produrli. Sempre secondo il rapporto della FAO circa il 70% dell’acqua dolce viene usato per la produzione alimentare, di cui il più importante catalizzatore sarebbe la produzione di carne rossa. “Ogni chilo di manzo richiede 15.415 litri d’acqua rispetto ai 237 necessari per produrre un chilo di cavoli”. Il cioccolato ne consuma anche di più: 17.196 litri al chilo! Nei paesi ricchi, inoltre, gran parte dell’energia finisce nei fertilizzanti e pesticidi. Per sfornare riso e patate per 19-22 persone è necessario un ettaro di terra, lo stesso appezzamento servirebbe per sfamare solo due persone che si nutrono di carne – (sintesi dell’articolo “Gli sprechi a tavola” – Internazionale 18/01/2013).

Le responsabilità delle autorità centrali. (…) Tim Fox, responsabile energia ambiente per l’Ime, conclude: “Il quantitativo di cibo sprecato e perso in tutto il mondo è vertiginoso. Questo cibo potrebbe essere usato in prospettiva per alimentare la popolazione mondiale, in costante aumento come per far fronte ai bisogni di chi soffre la fame oggi. E tutto ciò implica anche uno spreco non necessario di terra, acqua e energia….I governi e le agenzie internazionale, e l’Onu in particolare, dovrebbero lavorare di concerto per fare in modo di cambiare la mentalità della gente e scoraggiare le pratiche di spreco di contadini, produttori di cibo, supermercati e consumatori” – (fonte: repubblica.it – 10/01/2013).

Nel laboratorio dei sogni il cibo cresce sul muro di casa. La cucina di casa come un pianeta in miniatura, nel quale far crescere ciò di cui  si ha bisogno, da cui ricavare energia e materiali riciclati, e grazie al quale avere uno stile di vita più sano.  Sta tutta nell’eco-cucina la visione del mondo urbano come realtà sostenibile presentata dal gruppo di ricercatori, ingegneri e designer della Dalian Nationalities University cinese, vincitore del Dream Lab 2012 della Kingston University di Londra. (…) Secondo i vincitori, le pareti della cucina (così come i tetti dei grattacieli) potrebbero essere sfruttate per far crescere legno e vegetali grazie alla tecnologie di coltivazione verticale; ciò che viene prodotto come scarto o rifiuto potrebbe essere riciclato in una specie di stomaco meccanico in grado di produrre energia, e le cattive abitudini alimentari (dalla cottura a ciò che si mette in tavola) potrebbero essere corrette grazie ai consigli di un robot che potrebbe funzionare come coach per il cibo. Per quanto riguarda le ricette, poi, alghe e insetti potrebbero diventare protagonisti di gustose pietanze e avere un ruolo molto più importamte  di quello attuale nell’alimentazione quotidiana – ( fonte: Sole24Ore – 27/01/2013).

In attesa della eco cucina, piccolo comportamento etico. Difficilmente, per la parte del mondo affamata, cambierà qualcosa se buttiamo via meno cibo, ma, personalmente, penso: “Sono una persona fortunata, non mi manca nulla. Quello che ho, però, cerco di utilizzarlo al meglio e fino in fondo. E’ una forma di rispetto per chi non ha niente. Tra l’altro ciò mi avvantaggia anche sotto un profilo salutistico. Utilizzerò per il mio organismo solo quello che serve. Eviterò così malattie come il diabete e l’obesità causate dall’eccesso di cibo”.

Per parlare di come superare la fame del mondo in maniera seria vedi il recente rapporto di Save the Children:  “Metter fine alla povertà in questa generazione” – 2012 http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/Single?id_press=547&year=2013&utm_source=stc&utm_medium=email&utm_content=adv&utm_campaign=e-news

Adozione etica: “Condizione dell’infanzia. Dai media sembrerebbe che…”

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 I bambini continuano a morire per dolo, per motivi e malattie del tutto evitabili, come diarrea, infezioni, malnutrizione. Decessi praticamente vicini allo zero nei paesi ricchi ma che nei paesi poveri provocano ogni anno una strage. Secondo il rapporto 2012 dell’Unicef il numero dei bambini morti, sono ancora troppi, 7,6 milioni, i piccoli con meno di cinque anni morti per povertà e deprivazione. Quasi tutti questi decessi (dato 2010), 7.5 milioni avvengono nei paesi in via di sviluppo. In media, nel mondo muoiono 57 bambini ogni mille nati vivi; vent’anni fa erano 88 e quaranta anni fa 139. (…) I rapporto 2012 concentra sulle aree urbane (“Figli delle città”), dove vive il 50% della popolazione mondiale e dove entro la metà del secolo arriverà ad oltre due terzi (+60 milioni ogni anno) del totale. (…) qui che si concentrano povertà, emarginazione e discriminazione; qui è forte il rischio di abusi e maltrattamenti oltre che di mancanza o carenza di accesso ai servizi socio-sanitari e di istruzione. Nelle grandi città è anche più facile che i bambini e i ragazzi entrino in contatto con droghe ed alcol. (…) Sul traffico di bambini, il rapporto evidenzia che nel mondo 2,5 milioni di persone sono coinvolte nel lavoro forzato, una conseguenza del traffico di essere umani: dal 22 al 50% sono bambini. – di Agnese Malatesta (Fonte: Ansa – 28/02/2012)

Ricerca «Generazione 2025» dell’Unicef. Entro il 2025 un bambino su tre sarà africano. E i minori di 18 anni saranno un miliardo in più. (…) per quanto India e Cina continueranno ad avere una quota significativa della popolazione mondiale, sarà la Nigeria il paese ad avere il maggiore incremento in assoluto della propria popolazione inferiore ai 18 anni, con ben 31 milioni di bambini in più e un incremento del 41% tra il 2010 e il 2025. Ma sempre in Nigeria avverrà un decesso su otto tra quelli che a livello mondiale si registreranno tra i minori di 18 anni. (…) saranno le nazioni del Sud del mondo, quelle con le maggiori difficoltà economiche e sociali, a registrare gli incrementi maggiori (solo gli Stati Uniti, tra quelli che faranno segnare una crescita della percentuale di bambini tra la propria popolazione, rappresenteranno i Paesi più ricchi), sia perché si porrà il problema di come organizzare le risorse in società che tendono ad un sempre maggiore invecchiamento. (…)Dobbiamo fare tutto il possibile perché questi bambini abbiano ogni possibilità di sopravvivere, svilupparsi e raggiungere il loro pieno potenziale». «Ma i bambini non votano, le risorse saranno usate per gli anziani. – di Al.S. @ alex_sala (fonte: corriere.it – 20/11/2012).

Cresce la disuguaglianza tra bambini ricchi e bambini poveri. E’ ciò che dice il rapporto “Nati Uguali” di Save the Children diffuso in occasione della Giornata Mondiale per l’Infanzia. Una condizione che influisce drammaticamente sulla loro salute, la loro educazione e le possibilità di sopravvivenza, esponendoli maggiormente alle malattie, al ritardo fisico o mentale, e all’abbandono scolastico. (…) Il Rapporto raccoglie i dati relativi a 32 paesi. Il gap tra i bambini poveri e quelli ricchi a livello globale è cresciuto del 35% rispetto al 1990 – un aumento doppio rispetto a quello riscontrato per gli adulti – con la conseguenza che in alcuni paesi la mortalità infantile sotto i 5 anni per i bambini poveri è doppia rispetto a quella dei più ricchi. In linea generale, il rapporto dimostra che i bambini che nascono con maggiori possibilità economiche hanno 35 volte le possibilità di accedere alle risorse rispetto a quelli più poveri e questo riguarda ad esempio l’accesso all’educazione, alle cure sanitarie, ma anche una minore possibilità di dover lavorare in tenera età. (…) La disuguaglianza va combattuta senza tregua se vogliamo dare a tutti i bambini la stessa possibilità di vita e di sviluppo, perché possano beneficiare degli enormi passi fatti dal progresso a livello globale,” ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. In alcuni paesi la distanza tra bambini ricchi e poveri negli ultimi vent’anni è quasi triplicata, come nel caso del Perù dove è aumentata del 179%. Gli altri paesi meno virtuosi sono Bolivia (+170%), Colombia (+87%), Camerun (+84%) e Ghana (+78%). (fonte: savethechildren.it – 04/12/2012).

Un quarto della popolazione europea è a rischio di povertà o esclusione sociale. Il dato è stato diffuso da Eurostat, ed è peggiore rispetto a quello del 2010 (23,4%). L’Italia nel 2010 (il dato 2011 ancora non c’è) era leggermente al di sopra della media, 24,5%. L’indicatore raggruppa le persone che si trovano a rischio di povertà, in uno stato di grave deprivazione o che sono al limite della disoccupazione (lavorano meno del 20% della loro potenziale capacità lavorativa). Si tratta di 119,6 milioni di persone, con un’alta concentrazione in Bulgaria (49%), Romania e Lettonia (40%). – di Rosaria Amato (fonte repubblica.it-04/12/2012).

Scelta delle superiori. La scuola che vorrei e le eccellenze italiane: “Il caso di Monterotondo”

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di Maria Novella De Luca – giornalista 

(…) Da tre anni all’istituto comprensivo “eSpazia”, a Monterotondo, venticinque chilometri da Roma, paese meta di migrazioni della middle class dalla Capitale ma anche di molta immigrazione, si sperimenta una didattica particolare basata sul concetto di comunità. Un polo d’istruzione dove le parole d’ordine sono accoglienza e integrazione, i percorsi sono differenziati per ogni allievo e le lezioni frontali, cioè una per tutti, un ricordo del passato. E i prof sembrano entusiasti del loro lavoro. 

“Le nostre classi vanno dalle sezioni Primavera alla terza media, dai 2 ai 14 anni, con una idea di approccio globale all’insegnamento, e di cooperative learning, chi è più veloce aiuta gli altri, pur nel rispetto e nell’incentivo delle eccellenze”, spiega Caterina Manco, dirigente scolastica dell'”eSpazia” dal 1993, anima e motore di questa scuola dove sempre più docenti chiedono di poter lavorare. L’architettura dei corridoi è scarna ma ingentilita da disegni e murales, l’odore della mensa è buono, e basta entrare nelle classi che adottano il metodo “Senza zaino” per trovarsi in aule luminose, senza cattedre, ricche di materiali di ogni tipo, perché nulla si porta a casa ma tutto resta a scuola, in comune. 

C’è l’angolo dell’agorà (di discussione), l’angolo dell’autocorrezione dei compiti… E poi laboratori, classi aperte, lezioni “lunghe” per i ragazzi delle medie, 90 minuti invece dei soliti 60 per non frammentare il tempo dell’apprendimento, che però avviene in modo creativo, attraverso, anche, teatro, fotografia, grafica, musica, e naturalmente classi 2.0, classi Mac. “Per arrivare al contenuto ogni ragazzo sceglie il medium cioè lo strumento che preferisce, ma attraverso questa flessibilità impara ad imparare”. 

Ma la caratteristica di questo istituto comprensivo, in prima linea nell’accoglienza agli immigrati, ai bambini e ragazzi con handicap, nel riconoscimento dei disturbi dell’apprendimento, è il “tutoraggio” dei professori. Aggiunge con orgoglio Caterina Manco: “Chi arriva in questa scuola viene preso in carico da docenti già esperti nel metodo, e seguito giorno dopo giorno. Questo si traduce spesso in una sorta di ri-motivazione verso l’insegnamento, anche se qui si fanno più ore, viene richiesto più impegno, si passano a scuola intere giornate. E infatti c’è chi dopo qualche settimana chiede il trasferimento, e chi invece fa di tutto per lavorare con noi”. 

Ricorda Marco Barozzi, educatore e fotografo: “Appena arrivato qui mi hanno chiesto di occuparmi di tre ragazzi difficili, anzi difficilissimi… Del mio laboratorio di fotografia non gli importava davvero nulla, erano arrabbiati con il mondo e con la vita, violenti, ma attraverso quel laboratorio si è creato un contatto, una confidenza, che a poco a poco ha vinto le loro diffidenze e sgretolato quel muro. Oggi siamo amici e loro sono ragazzi sereni”. 

(fonte: repubblica.it – 30/03/2012)

Curiosità. A novembre 2012 alla Fiera di Genova si è tenuta la nona edizione di Abcd, il salone italiano dell’educazione con le principali novità nel settore della didattica e nuove tecnologie in classe. Una tre giorni di incontri, dibattiti e laboratori con dimostrazioni aperte a tutti e appuntamenti ad hoc per docenti, dirigenti scolastici, famiglie e studenti. Per saperne di più vedi http://www.repubblica.it/scuola/2012/11/14/news/scuola_digitale_e_lezioni_multimediali_novit_in_mostra_al_salone_di_genova-46606063/

Scelta delle superiori: “La mente imperfetta degli adolescenti”

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di Akison Gopnik – The Wall Street Journal

Secondo lo psicologo Ronald Dahl, i ragazzi sviluppano un acceleratore molto tempo prima di imparare a girare volante e frenare. Di seguito alcuni passaggi dell’articolo che parla del cervello degli adolescenti e delle nuove scoperte scientifiche.

L’adolescenza è sempre stata un periodo difficile ma per ragioni misteriose oggi la pubertà comincia molto prima. Una delle teorie più accreditate spiega questo fenomeno con i cambiamenti del bilancio energetico umano: i bambini di oggi mangiano di più e si muovono meno rispetto al passato. Allo stesso tempo (…) i ragazzi hanno cominciato ad assumere ruoli adulti sempre più tardi.

(…) Cosa succede quando i bambini raggiungono la pubertà in anticipo ma diventano adulti in ritardo? La risposta è: un bel po’ di stranezze adolescenziali. (…) Secondo una nuova tesi, esistono due diversi sistemi neurali e psicologici che interagiscono per trasformare i bambini in adulti. Negli ultimi due secoli la sincronia evolutiva dei due sistemi si è modificata. Questo ha profondamente cambiato l’adolescenza, generando nuovi tipi di turbe adolescenziali. (…) Gli studi hanno dimostrato che gli adolescenti sono spericolati non perché sottovalutano i rischi, ma perché sopravalutano le gratificazioni (cioè gli attribuiscono un valore più alto rispetto a quanto facciano gli adulti).

(…) I giovani desiderano anzitutto le gratificazioni sociali, e in particolare il rispetto dei coetanei.

(…) Una delle caratteristiche che distinguono gli esseri umani dagli animali è un’infanzia straordinariamente lunga e protetta. (…) Questo periodo di protezione prolungato ci permette d’imparare di più rispetto agli animali. (…) Diventare grandi significa lasciare il mondo dei nostri genitori e cominciare farsi largo verso il futuro che vivremo con persone della nostra età.  (…) Il secondo sistema cruciale del nostro cervello ha a che fare con il controllo, perché  incanala e imbriglia tutta quest’energia. (…) E’ il sistema che inibisce gli impulsi e guida il processo decisionale che incoraggia la progettazione a lungo termine e rimanda le gratificazioni. Questo sistema di controllo è legato all’apprendimento. Diventa più efficace nel corso dell’infanzia e continua a svilupparsi durante l’adolescenza e l’età adulta, di pari passo con le nostre esperienze. Facendo scelte imperfette e poi correggendoci, impariamo a prendere decisioni migliori. (…) La competenza viene dall’esperienza.

(…) In passato per diventare un buon raccoglitore e cacciatore, per imparare a cucinare o ad accudire i bambini si esercitava a fare queste cose durante l’infanzia e nella prima adolescenza. Quando arrivava la spinta motivazionale della pubertà i giovani erano pronti a cercare le vere gratificazioni ma avevano anche l’abilità e il controllo necessari per agire con efficacia e ragionevole sicurezza.

(…) Nella vita moderna il rapporto tra questi due sistemi è profondamente cambiato. La pubertà arriva prima e anche il sistema motivazionale si mette in moto in anticipo. Allo stesso tempo i bambini di oggi hanno pochissima esperienza con i compiti che dovranno svolgere da grandi. (…) Gli adolescenti e i preadolescenti di oggi non fanno quasi nulla a parte andare a scuola.

(…) Ci sono diversi modi di essere intelligenti. (…) Un’istruzione ampia e flessibile come quella che riceviamo al liceo e all’università può entrare in conflitto con la capacità di sviluppare una competenza approfondita e mirata in un determinato settore. (…) Molti giovani sono straordinariamente intelligenti e istruiti, ma sono anche disorientati. (…) Sono entusiasti ed esuberanti, ma incapaci di impegnarsi nel lavoro o in un rapporto affettivo prima dei trent’anni. (…) L’esperienza modella il cervello. Con l’evolvere della regione prefrontale del cervello, diventiamo più bravi a controllare gli impulsi.

(…) Secondo questa nuova visione del cervello, il problema degli adolescenti non è legato al fatto che i loro lobi prefrontali non sono abbastanza attivi, ma che i ragazzi non sono correttamente addestrati e non fanno pratica. (…) Invece di limitarci ad offrire ai ragazzi nuove esperienze scolastiche dovremmo concentrarci sulle opportunità di apprendistato. Si parla di volontariato (…), portare il figlio al lavoro dovrebbe diventare un’abitudine per un genitore.

(…) Gli studenti universitari dovrebbero passare più tempo a osservare e aiutare scienziati e studiosi nel lavoro di ricerca invece di limitarsi ad ascoltare le lezioni. Le attività estive come i campi scuola e i viaggi studio potrebbero essere alternate a lavori estivi con responsabilità concrete.

La buona notizia è che non dobbiamo rassegnarci ad accettare modelli di sviluppo del cervello degli adolescenti. Possiamo influenzarli e cambiarli.

(fonte : Internazionale 13/19 aprile 2012)

Per approfondire vedi l’articolo apparso sul Sole24Ore del 13/11/2012 sul sistema duale (imparare tra teoria e pratica) in Germania: http://www.orienta-giovani.com/1123/cosi-berlino-ha-ridotto-i-giovani-disoccupati-all8

Scelta delle superiori: ”Tagli ai Centri di Formazione Professionale del Veneto ”

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“LETTERA APERTA” alle famiglie

Il personale che opera nella Formazione Professionale del Veneto ritiene necessario informare tutte le famiglie della difficile situazione in cui sta versando questo settore educativo/scolastico.

1.La Regione Veneto è fortemente in ritardo nel finanziamento dei Corsi Triennali di Istruzione/ Formazione Professionale.

2.Inoltre, a fronte di un progressivo aumento di iscrizioni, ha già annunciato il taglio del finanziamento di 5 milioni di Euro per il futuro Anno Formativo.

 Nella Regione Veneto si sta distruggendo una eccellenza. Da oltre 60 anni i Centri di Formazione Professionale

  • hanno creato professionalità adeguate alle necessità delle imprese, fornendo reali possibilità di lavoro per i giovani
  • hanno saputo rimotivare ed educare migliaia di ragazzi, fornendo loro le basi per diventare cittadini e lavoratori competenti

Le scelte sviluppate dalla Regione Veneto hanno delle pesanti conseguenze sia sul Personale (alcuni Enti da mesi non erogano regolarmente gli stipendi a causa dei ritardi regionali) sia sulla qualità del servizio che viene erogato agli Allievi e alle loro Famiglie, privando la Formazione di figure indispensabili a gestire situazioni personali e sociali particolarmente delicate.

Nel prossimo futuro, se il numero dei Corsi dovesse essere ridotto, molti ragazzi dopo la Scuola Media non potranno più essere accolti presso i Centri di Formazione Professionale, oggi particolarmente apprezzati dalle famiglie per l’impostazione culturale, didattica e professionale e per il clima razionale/educativo che vi si respira.

Ci associamo allo sciopero generale regionale proclamato dalle Organizzazioni Sindacali per il giorno 12 Novembre 2012, per focalizzare l’attenzione di tutti sul valore educativo, sociale ed occupazionale del nostro servizio scolastico e quindi per difendere il futuro della Formazione Professionale.

Scusandoci per il disagio che siamo costretti a creare a ragazzi e famiglia, auspichiamo la comprensione e la solidarietà di tutti.