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Sessualità/adulti deviati. L’esperto: “Cultura dell’infanzia significa trattare i bambini come bambini”

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da “Seduttività infantile e sfruttamento degli adulti” – di Anna Oliverio Ferraris

Per oltre un secolo l’immagine dell’infanzia tracciata da studiosi ed educatori insigni come Rousseau, Piaget, Maria Montessori e molti altri fu quella di un’età da vivere all’insegna della spontaneità, secondo i tempi della maturazione psicofisica, al di fuori di preoccupazioni relative al proprio aspetto, al possesso di abiti alla moda o gadget che fanno tendenza. Ai bambini veniva riconosciuto il diritto al gioco libero e spontaneo e ad una crescita lenta.

Sesso, seduzione, competitività erano considerate tematiche al di fuori dei loro interessi, tipiche delle età successive. Oggi non è più così. Pubblicità e spettacoli televisivi di ogni genere e per ogni età, possono raggiungere bambini grandi e piccoli e modellare i loro comportamenti. I bambini infatti, molto più degli adulti, imparano per imitazione e “immersione”. Che cosa significa? Significa che negli anni infantili si tende a riprodurre ciò che si vede senza riflettere o porsi dei problemi. Questo tipo di apprendimento consente di assimilare rapidamente molte e diverse informazioni proprio perché colui che impara si appropria di “copioni” di comportamento senza esercitare il senso critico. Si può essere molto intelligenti, come lo sono appunto i bambini che assimilano rapidamente, e al tempo stesso essere del tutto privi di riflessione e senso critico. Il senso critico si sviluppa lentamente in rapporto all’esperienze che si fanno e alla maturazione del sistema nervoso. Confondere intelligenza con maturità può esser pericoloso.

Non dobbiamo perciò stupirci se un bambino che vede scene di seduzione sugli schermi tenderà a ripeterle. I bambini che nei secoli scorsi assistevano alle esecuzioni capitali in piazza, tendevano poi a riprodurle con il gatto o qualche altro animale alla loro portata. Naturalmente, sia in un caso che nell’altro, i bambini non ne comprendono tutti i risvolti (alcuni si e altri no) e non immaginano, per mancanza di esperienza, tutte le possibili conseguenze; soprattutto non immaginano gli effetti che le loro azioni e comportamenti possono avere sugli altri. Poiché i bambini, per questioni anagrafiche, non hanno senso critico sono ovviamente gli adulti che devono selezionare il tipo di informazioni che li raggiungono e creare una sorta di filtro. Realizzare questo filtro però è diventato difficile, oggi, a causa dell’aggressività del mercato e della pervasività degli spettacoli televisivi. Il mercato considera l’infanzia alla stregua di un target e non ha preoccupazioni educative. Gli spettacoli televisivi entrano nell’intimità della casa e proprio per questa ragione possono essere inconsciamente associati alla sicurezza e al calore del nido domestico: una condizione psicologica che facilita l’assimilazione acritica dei messaggi.

I bambini di questi anni che vedono il Grande Fratello, invece di giocare ai cow-boy come facevano i loro genitori giocheranno ad appartarsi in coppia sotto un tavolo mimando una scena di sesso. Le bambine che vedono ogni sera uno show con ballerine in costumi molto succinti, vorranno giocare allo spogliarello invece che alle bambole. E ancora, i bambini che – dalla pubblicità, dai coetanei o dai loro genitori – vengono continuamente sollecitati al possesso di abiti all’ultima moda, scarpe firmate, oggetti status simbols entrano in competizione tra loro per l’acquisizione di questi prodotti, senza i quali si sentono infelici. Giorno dopo giorno essi fanno propria una visione del mondo che non apparterrebbe all’infanzia, modi di pensare e di atteggiarsi che possono avere dei risvolti non soltanto sullo stile di vita presente ma anche futuro. Ciò non significa, tuttavia, che crescendo, riflettendo, acquisendo senso critico e ricevendo stimoli culturali differenti non possano poi rivedere e modificare gli apprendimenti e i condizionamenti dell’infanzia. (…)

La tentazione di accelerare lo sviluppo di un bambino, di trattarlo come se fosse un adulto in miniatura e di usarlo per il proprio piacere o vantaggio è molto forte in alcune persone, soprattutto quando sono prive di una cultura dell’infanzia o quando ci sono delle frustrazioni irrisolte. Costoro proiettano sui bambini i loro desideri, le loro aspirazioni, i loro obiettivi e trovandovi una materia plasmabile e recettiva vi si esercitano senza preoccuparsi del futuro dei loro figli, delle loro esigenze di crescita, della formazione della loro personalità. (…)

(fonte: annaoliverioferraris.it)

 

Della stessa autrice vedi il libro “La sindrome di Lolita. Perchè i nostri figli crescono troppo in fretta”.

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Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

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La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

Per la Pasqua, non dimentichiamo l’altra parte del mondo

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Abbiamo selezionato una parte della lettera che ci ha inviato padre Paolillo, missionario comboniano in Brasile, con i consueti auguri di Pasqua. Ci racconta di uno dei suoi ragazzi di strada e della vita dura quando ci si trova dall’altra parte, dalla parte di chi non ha voce.

LA VITA DI GABRIEL È UN AVVENIMENTO PASQUALE

Gabriel è uno dei nostri ragazzi. Non sappiamo con esattezza la sua età perché non è mai stato registrato all´anagrafe. Non ha il certificato di nascita. Dimostra 12 anni. Abbiamo fatto una richiesta al Tribunale dei Minori perché faccia le dovute pratiche al fine di stabilire l´età e procedere al registro. Ambulava per la strada e sniffava colla di calzolaio. Nei primi mesi del progetto si fermava spesso davanti a uno dei cancelli per osservare gli altri bambini. Lo invitammo varie volte a partecipare. Arrivammo ad iscriverlo, ma vi restava solo per qualche giorno. Finché è avvenuto il miracolo.

Gabriel frequenta regolarmente il Progetto da quasi un anno. Va anche a scuola. È iscritto alla prima elementare. Non sniffa più colla e non perambula per la strada. Vive con una sorella. Ha guadagnato peso. Anche la pelle, fino a qualche tempo fa imbiancata da una micosi, sta riprendendo il colore originale. Il suo volto ha ancora tratti di tristezza. Quando si parla di violenza contro i bambini scoppia in lacrime. È evidente che gli riaffiorano alla memoria tutte le aggressioni subite durante l´infanzia negata. Preferisce non parlarne, i suoi occhi, però, rivelano il suo dolore. Ma poi passa. Ora finalmente sorride. La vita ancora non gli ha dato quello che merita, soprattutto le cure di una famiglia premurosa. Le ferite, cicatrizzate nel corpo, ma ancora aperte nell´anima, lo perturberanno forse per sempre. Ma ha una voglia matta di vivere.

La sua è una storia di superamento. Direi di più: è un avvenimento pasquale. Non potete immaginare lo sforzo necessario per liberarsi dalla dipendenza della colla. Ma lui, da oltre un anno, non la sniffa più. Sta dicendo no alla droga e alla criminalità. Possiamo addebitargli una vittoria parziale sulla morte.

Padre Paolillo

 

AltroNatale: “Un insolito incontro”

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Padre Saverio Paolillo, Missionario Comboniano in Brasile impegnato in progetti con i bambini di strada, ci ha mandato i suoi auguri. Ha condiviso con noi una storia ambientata nella notte di Natale. Il racconto è stato scritto tempo fa da Frei Betto, uno dei fondatori della Teologia della Liberazione. Lo introduciamo con le parole di Padre Paolillo che vive da anni dalla parte degli ultimi.

“Dio è così. Ci sorprende. Lo dico per esperienza personale. Lo trovi dove meno te lo aspetti. Si nasconde quando abbiamo la pretesa di dargli un volto “a nostra immagine e somiglianza”. Sfugge quando cerchiamo di imprigionarlo nella gabbia delle nostre teorie a suo rispetto.  Si mantiene a distanza quando cerchiamo di manipolarlo per fondamentare  le nostre opinioni, per giustificare le nostre azioni e coprire le nostre omissioni. Si rattrista quando cerchiamo di sedurlo con la sontuosità dei nostri riti. Tace e diventa muto quando lo tempestiamo di domande ripetute all’inverosimile ed esigiamo da Lui una risposta ai nostri problemi. Diventa buio quando vogliamo legarlo a “vecchie verità” assolutizzate, senza dare spazio a dubbi e interrogativi che aprono le porte al dialogo, al pluralismo e al rispetto per l’altro. Non interviene quando abdichiamo dalla nostra libertà, buttando sulle sue spalle  la responsabilità di quello che avviene ed esigendo da Lui la soluzione ai nostri problemi. Si fa bambino povero quando lo vogliamo ricco; fragile quando lo desideriamo forte; servizievole quando lo sogniamo rivestito di potere e compassionevole, quando ci aspettiamo da lui la giustizia vendicativa. Dio è Colui che viene quando sappiamo fare silenzio, lo aspettiamo con ansia e lo accogliamo così come Egli é, aprendoci al Suo dono e facendoci dono uno all’altro.”

Padre Saverio Paolillo

Come faceva tutti gli anni, padre Alfonso celebrò la Messa di Natale a mezzanotte. Per non stancare troppo i fedeli, ansiosi di tornare a casa per il cenone, accorciò la predica e saltò le preghiere dei fedeli. Alla fine fece rapidi auguri e diede la benedizione. Alcuni parrocchiani, subito dopo la Messa, entrarono in sacrestia per fargli gli auguri personalmente. Gli portarono anche dei regali. Ormai era consetudine regalargli camicie, libri e altre cose adequate a un sacerdote.

Dopo aver tolto i paramenti, padre Alfonso si guardò attorno e vide che era rimasto da solo. Terribilmente solo, in piena notte di Natale. Nessuno lo aveva invitato. Non era la prima volta che soffriva di solitudine. Era felice per la sua vocazione. Considerava il celibato come un dono di Dio e lui lo viveva con gioia. Ma, lungo i suoi 25 anni di sacerdozio, spesso sentì la mancanza di una famiglia. Quasi sempre sedeva a tavola da solo e il cibo, pur preparato con amore dalla sua cuoca, gli sembrava insipido proprio perché lo consumava in solitudine. La mensa é, soprattutto comunione, condivisione, esperienza della gioia di stare insieme. Tutto ciò gli mancava. Spesso si sorprendeva a sognare ad occhi aperti una tavolata piena di gente.

Quella notte la solitudine gli apparve ancora più dura da sopportare. Alla fine dei conti era la notte di Natale, un momento da vivere in famiglia. Per distrarsi e superare la maliconìa, Padre Alfonso cominciò ad aprire i regali e trovò ciò che gli bastava: un panettone e una bottiglia di spumante. Gli venne un’idea. Prese la borsa usata per portare la comunione agli ammalati, vi infilò dentro la bottiglia dello spumante e il panettone e si recò in una zona malfamata, conosciuta come punto di prostituzione.

Sul marciapiede, in attesa di clienti c’era Shirley. Quella notte aveva gli occhi gonfi.  Non si sentiva bene. Provava un senso di soffocamento.  Sin dalle prime ore del pomeriggio della vigilia di Natale aveva pianto copiosamente ricordando la festa di Natale a casa sua con i parenti e amici. Si ricordò della famiglia che l´aveva cacciata di casa per una gravidanza precoce, del compagno che l´aveva abbandonata appena aveva saputo della gravidanza, del figlio che provava vergogna del “mestiere” che lei faceva, delle umiliazioni vissute sulla strada, dei clienti che abusavano di lei e che, a volte, la aggredivano con estrema violenza… Sentiva schifo di se stessa. Provava odio per la vita. Spesso si arrabbiava con Dio per tanta sfortuna.

Avrebbe voluto tanto fare a meno di “lavorare” quella notte. Ma non aveva alternative. I debiti, le bollette da pagare, un figlio da mantenere la obbligavano a prostituirsi anche la notte di Natale. Ad un certo punto vide un uomo avvicinarsi con una borsa, le scarpe nere e una camicia bianca. Sembrava tornare dal lavoro. Dal suo sguardo si rese conto che era una persona ingenua, di quelle che vanno alla ricerca di sollievo e che sono disposte a pagare qualsiasi prezzo per evitare uno scandalo.

Si scambiarono un’occhiata e lei, facendo un grande sforzo, stampò sulle sue labbra un sorriso seducente. Lui si fermò e la invitò. Lei gli mostrò un piccolo albergo all’angolo. Camminarono lato a lato senza dire niente. Lei cercava di nascondere il suo dolore. Lui si guardava attorno per paura di essere visto da qualche conosciuto. Entrarono nell’albergo furtivamente. Salirono le scale rapidamente e si diressero in una stanza. L’ambiente era orribile. C’era sporcizia da tutte le parti. Gli scarafaggi incrociavano il loro cammino. Luci soffuse cercavano di proteggere l’anonimato dei clienti.

Quando finalmente entrarono in stanza, lei, come faceva solitamente con i clienti, cominciò ad accarezzarlo, ma lui si allontanò. Spiegò che non era lì per un programma, ma in cerca di compagnia. La tranquilizzò. Le disse di non preoccuparsi che le avrebbe pagato ciò che le spettava. Cominciò a raccontare la sua vita sacerdotale, le disse dei momenti di solitudine, ma anche della gioia che provava nel servizio alla sua comunità parrocchiale.  Alla fine della presentazione le chiese se voleva pregare con lui.

Shirley si sedette sul letto, infilò il volto tra le mani e cominciò a piangere dirottamente. Ora era un pianto di sollievo e di gratitudine per una gioa che non sapeva descrivere. Subito si mise a parlare della sua famiglia, della festa di Natale a casa sua quando era bambina, del presepe che montava con i nonni, della Messa solenne e del pranzo che riuniva tutta la famiglia. Parlò del figlio e dell’amore che aveva per lui, come anche del dolore di non essere vicino a lui.

Padre Alfonso, al vedere quelle lacrime che scorrevano lungo il suo volto, si commosse. La sua sensazione di solitudine era niente in relazione al dolore di quella donna. Le propose di pregare. Lei si inginocchiò, ma lui la prese per mano e la invitò a sedersi di nuovo sul letto. Lui occupò l’unica sedia della stanza. Aprì il Vangelo di Luca e lesse piano piano il racconto della nascita di Gesù. In seguito le domandò se voleva ricevere la Comunione. Shirley rimase sorpresa. Come poteva lei, una prostituta, ricevere l’Eucarestia. Padre Alfonso le lesse il testo di Matteo: “Le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio” (Mt 21,28). Dopo le chiese se volesse confessarsi per sentire l´abbraccio misericordioso di Dio. Lei  non ci pensò due volte,

Avrebbe voluto farlo da tanto tempo, ma aveva vergogna. Le poche volte che si era decisa a farlo, difficilmente trovava un sacerdote disponibile. Quasi sempre incontrava le chiese chiuse o sacerdoti senza tempo per ascoltare le confessioni. Così, tra le lacrime, raccontó tutta la sua storia, confessò tutti i suoi peccati e ricevette l’assoluzione. Il gesto più bello fu sentire, attraverso l’abbraccio caloroso di padre Alfonso, l’amore misericordioso di Dio Padre.

Padre Alfonso non riusciva a nascondere la sua emozione. Nel suo cuore c’era una misto di gioia e di dolore. Gli occhi di Shirley brillavano molto di più delle luci artificiali che addobavano gli alberi di Natale. Tutta quella luce gli dava una grande pace nel cuore. Ma provava  anche tristezza per tutto il dolore di quella donna reso ancora più duro dall’indifferenza e ipocrisia della gente. Alla fine dei conti non era solo Shirley che aveva bisogno di confessarsi, ma anche la società cinica, ipocrita e ingiusta che l’aveva abbandonata a una vita così degradante.

Dopo la comunione e la benedizione, padre Alfonso aprì la borsa e tirò fuori il panettone, la bottiglia di spumante e due tazze. Stappò la bottiglia e i due fecero un brindisi all’amore misericordioso di Dio che aveva visitato i due in maniera così insolita. Era l’alba quando i due ancora chiacchieravano, raccontandosi ore le cose belle della vita.

 

Sessualità/abusi su minori. Manuel: “Non capivo che cosa avesse cercato di farmi quell’uomo…”

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C’è festa in paese, la gente sta ballando, mangiando e bevendo. Molti degli uomini sono ubriachi. Manuel ha cinque anni. Si allontana dal gruppo e lungo il suo cammino incontra un uomo.

(…) Passai sotto un arco che univa due case e non mi accorsi che proprio lì, in un angolo, c’era un uomo. Era ubriaco come gli altri, ma stava appartato. E mi stava aspettando. Lo notati solo all’ultimo: sobbalzai, ma sebbene spaventato, non mi misi a correre. Cercai di guardarlo negli occhi, ma teneva la testa bassa, sembrava stordito, quasi assopito. Feci per incamminarmi di nuovo, quando all’improvviso l’uomo mi prese violentemente per un braccio e mi sollevò.

“Lasciami! Lasciami!” urlai, provando a divincolarmi. Ma lui rideva, sprezzante. Mi avvinghiò con un braccio schiacciando il mio sedere contro la sua pancia. Con l’altra mano abbassò la patta, poi con un movimento repentino ed energico mi abbassò i pantaloni fino alle caviglie. Ero nudo e suo prigioniero.

Mi allargò le gambe.

Sentivo il suo coso indurito mentre tentava di entrare dentro di me. Non capivo che cosa stesse accadendo, ma mi faceva male.

“Nooooo, lasciami!” urlai con tutto il fiato che avevo in gola. Iniziai a scalciare e a tirare pugni che però da quella posizione andavano a vuoto. Il suo coso continuava a premere contro le natiche.

Che cosa stava facendo? Perché mi stava facendo male?

Finalmente riuscii a colpirlo con uno schiaffo e la sua presa divenne meno sicura. Mi dimenai furiosamente ed egli non riuscì più a tenermi fermo. Il suo coso sbatteva contro la mia coscia, sulla mia anca, ma non più lì. Allora mi buttò a terra. Io caddi pesantemente sulla schiena e mi alzai subito i pantaloncini, poi arretrai qualche passo.

Ero riuscito a sventare il mio stupro. (…)

(fonte: estratto del libro “Il bambino invisibile” di Marcello Foa)

Sessualità/abusi su minori: “L’impatto dell’abuso e maltrattamento sulla famiglia adottiva”

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Sintesi dell’articolo “Il bambino vittima di abuso e maltrattamento – di Cristina Roccia, psicologa e psicoterapeuta.

Non esistono molte ricerche che trattano questo tema. Di solito, se esiste alla base un abuso, sembra che la relazione tra bambino e famiglia adottiva sia più difficile rispetto ad altre forme di maltrattamento. In verità, da un’indagine su una cinquantina di coppie, si è potuto osservare che non è il comportamento del bambino in sé ad essere diverso da altri tipi di maltrattamento, ma il grado di frustrazione della famiglia.

Se da un lato, infatti, si può affermare che la presenza di un abuso può essere un fattore predittivo di fallimento adottivo prima dell’adozione, non è invece automatico il comportamento dell’adottato una volta inserito in famiglia.

I fattori predittivi del fallimento adottivo sono:

  • maltrattamenti e abusi subiti
  • trascuratezza
  • genitori con personalità dipendente
  • spostamenti in diverse famiglie affidatarie
  • età tardiva del bambino

Come si comporta il bambino

L’osservazione si basa su due elementi: l’attaccamento interiorizzato dal bambino e i comportamenti sessualizzati

L’attaccamento avviene nei primi due anni di vita. L’attaccamento disorganizzato deriva da esperienze di stress e ansia che il bambino non riesce a gestire perché la figura negativa di riferimento è anche l’unica fonte potenziale di aiuto, come nel caso di abuso. Nello stesso tempo si manifesta un desiderio di prossimità e di lontananza che comporterà l’assenza di una strategia organizzata nell’affrontare lo stress in qualsiasi situazione della vita.

Il bambino di fronte a questo modello di adulto interpreta qualsiasi adulto come uno che lo vuole fregare. Nelle sue manifestazioni censura il malessere perché è sicuro di venire snobbato come facevano gli adulti passati. Manca la fiducia nell’adulto e i momenti di affettività diventano per il minore fattore di ansia pur desiderandoli e cercandoli.

“Chiunque abbia subito incesto. a prescindere dal sesso di appartenenza. incontra enormi difficoltà a creare rapporti interpersonali” (…) “Le esperienze di abuso generano in chi le subisce un sentimento di diversità dagli altri e minano profondamente in senso di appartenenza”.

Si spegne anche la curiosità verso la vita e molto spesso si incontrano difficoltà a scuola e in ambito lavorativo.

Un modo per tenere lontane le persone sono anche i comportamenti sessualizzati. Adulti e coetanei provano disgusto e imbarazzo di fronte a certi comportamenti ostentati. Invece sono un modo attraverso il quale il minore rivive, inconsciamente, il trauma.

Come si comporta il genitore

Una coppia adottiva desidera un figlio da amare e da accudire. Di fronte si trova invece un bambino che ha paura di essere amato, che rifiuta qualsiasi forma di avvicinamento e se c’è dell’affetto è mescolato alla rabbia come il modello di riferimento passato che gli è stato proposto. Gli adulti accudenti si sentono così rifiutati. Non è facile interpretare comportamenti aggressivi, provocatori e strafottenti come una ricerca di amore. Bisognerebbe tenere a mente che quella che potrebbe essere interpretata come sicurezza e determinazione in realtà nasconde una profonda fragilità. “L’aggressività potrebbe essere una forma di reazione all’estrema situazione di impotenza sperimentata nel corso dell’abuso”. Aggredire è anche un modo per stare soli, per scomparire, per non creare relazioni.

Il comportamento sessualizzato viene mal tollerato dai genitori adottivi o affidatari. “Scarse capacità di controllo degli impulsi limitano ulteriormente le relazioni sociali e causano problemi a scuola.

Che cosa raccontare alla famiglia che sta per adottare

La dottoressa ritiene che sia giusto informare la famiglia. Gli operatori dovrebbero superare la paura di un rifiuto da parte della coppia. A tutto va anteposto il fatto che la storia di questi bambini è delicata e che la famiglie vanno dotate di strumenti interpretativi e gestionali per affrontare al meglio le situazioni di crisi. Crisi tra l’altro gestibili con l’adeguato supporto di persone preparate che siano in grado di fornire una diversa decodificazione della realtà. Non dire niente significa affidarsi alla fortuna, ma in questo caso diventerebbero vittime sia la famiglia che il bambino.

Una cosa è certa. L’amore non basta. E’ molto difficile usare l’amore per superare il trauma del bambino abusato poiché è proprio questo amore che rifiuta.

Farsi raccontare la storia del bambino significa partecipare al suo dolore, essere contagiati dall’orrore della sua esperienza traumatica. I racconti avvengono nei momenti più impensabili e inopportuni, mettendo a dura prova la coppia. I genitori, però, devono sapere che è stato ampiamente dimostrato che parlare del trauma subìto fa star meglio e che la narrazione delle esperienze traumatiche ha dei benefici sulla salute fisica dell’individuo.

Il compito della coppia è valorizzare le parti positive del bambino.

In definitiva, informare la famiglia adottiva del passato del minore e delle difficoltà alle quali andrà incontro è sì un rischio perché potrebbe determinare un rifiuto, ma è anche l’unico modo per garantirgli un percorso di aiuto, sostegno e cure adeguate. Non servono i dettagli, non è la storia del suo passato che conta, ma come questo passato influenzerà il suo futuro. Con un bambino ammalato di epilessia la famiglia sa che cosa deve fare, così una famiglia che accoglie un bambino abusato deve saper leggere i segnali del disagio e intervenire. Non si può dimenticare il passato, ma questo può essere elaborato in un’ottica diversa. Questo è il compito importante dei genitori adottivi: fornire strumenti al bambino per guardare alla sua storia con occhi diversi.

(fonte: http://www.8ealtro.it/files/2-abusoemaltrattamento-roccia.pdf)

Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Comunicazione Ist.degli Innocenti: “Corsi gratuiti per insegnanti su web e nuove tecnologie” – ott 2015

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Corecom Toscana, Istituto degli Innocenti e Coordinamento dei Corecom nazionali con il patrocinio dell’AgCom

hanno dato vita

all’Osservatorio Internet@Minori

che in ottobre/novembre organizza una serie di workshop gratuiti  rivolti a insegnanti, finalizzati a orientare alle nuove opportunità educative rappresentate dal web e dalle nuove tecnologie, sostenere e promuovere la cultura della cittadinanza digitale, favorire l’utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica.

Ogni workshop e’ articolato in un percorso formativo di 12 ore, di cui 8 ore in aula e 4 di formazione a distanza (FAD). Le lezioni in aula si terranno in orario pomeridiano presso l’Istituto degli Innocenti.

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Workshop 1: Crescere con le nuove tecnologie: bambini e ragazzi diventano cittadini digitali

Destinatari: insegnanti in servizio di scuola primaria e secondaria di primo grado

Periodo di svolgimento: 29 ottobre – 11 novembre 2015

Scadenza iscrizioni: 26 ottobre 2015

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Workshop 2: Vivere e comunicare on line: adolescenti e preadolescenti in rete

Destinatari: insegnanti in servizio di scuola secondaria di primo e secondo grado

Periodo di svolgimento: 16 – 26 novembre 2015

Scadenza iscrizioni: 11 novembre 2015.

 

Ulteriori informazioni sono disponibili su http://www.formarsi.istitutodeglinnocenti.it

tel. 055 2037302*273*255; fax 055 2037207

www.facebook.com/Formarsi.agli.Innocenti

Scarica la brochure di dettaglio e la scheda di iscrizione.

 

 

 

Sessualità/abusi su minori. Film: “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini (Ita 2005)

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Mamma e papà insegnanti. Ceto medio, dunque, chi lo avrebbe mai detto? Perversione del papà, silenzio della mamma per non portare squilibri dentro un menage familiare all’apparenza perfetto. La società non si accorge o si volta dall’altra parte. Qualche segnale sarà stato mandato dai piccoli Daniele e Sabina…difficile credere che abbiano recitato tanto bene una parte. In fondo sono bambini.

“La bestia nel cuore” vuole far crollare il mito della famiglia perfetta, del genitore “buono”, denuncia che gli abusi ci sono anche nelle famiglie risparmiate da povertà e ignoranza. Come si diceva in un post precedente, l’abuso può essere dovunque e si può fermare, basta avere occhi per guardare e orecchie per ascoltare.

Per chi vuole allenare la sua sensibilità a tenere aperte le porte del cuore e della mente.

Comunicazione FIABA: “Parliamo di adozione ed affido in Piazza Bra” – 27 sett 2015 a VR

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Durante la Festa del Volontariato, che si terrà a Verona nei giorni 25, 26 e 27 settembre 2015, l’Associazione Famiglie Insieme per l’Adozione di Bambini e Adolescenti (FIABA ONLUS), assieme ad altri gruppi ed enti, parlerà di accoglienza di minori nelle famiglie.

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FESTA DEL VOLONTARIATO

PERCORSI DI ACCOGLIENZA, ADOZIONE, AFFIDO E SEMIAFFIDO

PIAZZA BRA – VERONA

 ore 16.00

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Accogliere un minore in famiglia non è solo un gesto d’amore. È un “cammino” che richiede l’attivazione di risorse personali e pubbliche, necessita sostegno e collaborazione tra famiglie, istituzioni e associazioni del privato sociale. Come mettere in circolo tali risorse per una crescita umana e sociale serena e diffondere la cultura dell’accoglienza e della cura?

– Associazione Apertamente ONLUS

– Associazione di Volontariato Spazio Ragazzi

– Famiglie per l’Accoglienza Regione Veneto ONLUS

– NADIA Nuova Associazione di Genitori Insieme per l’Adozione

– FIABA – Famiglie per l’Adozione di Bambini e Adolescenti

– Associazione VeronettAmica

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Per saperne di più sull’intera manifestazione: FestaVolontariatoPieghevole

Resoconto Convegno ICYC 2015: “Chi è Paco?” – origini, scuola e conflitti tra genitori e figli adottivi

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Ringraziamo Chiara Pironi, una mamma ICYC, che ci ha mandato “pillole di saggezza” dal Convegno che si è tenuto a Tortoreto (TE) il 4 – 5 – 6 settembre 2015. Ancora una volta i nostri ragazzi ci hanno insegnato tanto. Ascoltiamo la loro voce per trovare il nostro punto d’incontro con loro.

 

di Chiara Pironi, mamma adottiva

Quest’anno il Convegno della Pro Icyc ha lasciato spazio, come l’anno scorso, ai ragazzi oggi diventati adulti.

I temi che hanno voluto affrontare sono stati:

1) origini

2) scuola

3) conflitti e interessi.

Prima di analizzare i tre temi, hanno voluto introdurre il convegno con una deliziosa storiella sull’origine di Paco, il protagonista del misterioso titolo scelto quest’anno per il convegno.

“Il piccolo Pesce Rosso, in cerca di sua zia, intraprende un viaggio insieme alla sua famiglia da sud verso nord, ma una notte una forte tempesta costringe suo padre ad affidarlo a Papà Azzurro e alla sua famiglia. Così Pesce Rosso si risveglia alla mattina e vedendo visi sconosciuti attorno a lui si sente sempre più solo e triste. Anche a scuola sta male e viene sempre deriso dai suoi compagni per il colore della pelle. Scappa, scappa e tutte le volte Papà Azzurro lo riporta a casa. Poi un giorno arriva a scuola un nuovo compagno, Pesce Verde. Lui è sempre felice e allegro e a nulla gli importa della sua diversità. Così Paco capisce che la sua famiglia è la sua forza e, anche se non mancano i momenti di sconforto pensando alla sua prima famiglia, immagina quello che sarebbe stato senza la sua famiglia Azzurra, se non fossero passati in quel momento in mezzo alla tempesta, che ne sarebbe stato di lui. E allora la sua pinna rossa diventa un pochino azzurra …. un arcobaleno di  legami è la metafora dell’adozione”

Voi genitori come vi sentite dopo avere sentito questa storia, cosa consigliate a Paco?

G = GENITORE                 F = FIGLIO

G: Il nostro sogno!!!

G: Sicuramente Paco è uno di voi, ma noi non siamo come la famiglia Azzurra, già completa. Noi abbiamo bisogno di voi, perché siete voi i nostri figli. Abbiate la consapevolezza di accettare quello che è successo nella vostra vita, come noi abbiamo accettato che dalla nostra pancia nessun figlio potrà nascere. Accettiamo quello che siamo e nascerà una cosa meravigliosa!

G: Figli silenziosi e famiglie accoglienti in attesa di capire quello che hanno, in attesa di essere adottati da loro..

F: Anche per i genitori, come per noi, non deve essere semplice soprattutto con bimbi più grandi. Ci dobbiamo accettare e sono contento che sia andata così.

F: L’adozione è a doppio senso e viene naturale adottarsi con la condivisione delle cose che ci fanno stare bene.

F: Per me l’adozione è stata fiducia. Io ho cominciato ad avere fiducia della mia famiglia a 20 anni. Genitori dovete sempre esserci.

G: Non mi piace la parola “accettare” perché nessuno ci ha obbligati a fare niente!

G: Dopo 13 anni dall’adozione vi dico che è stata dura, ma bellissimo. Sono al convegno oggi dopo 10 anni perché avevo voglia di vedere i miei “fratelli”. La famiglia nasce prima di tutto dal marito e dalla moglie.

G: I migliori educatori dei genitori sono i figli. “Accettazione”, in questo caso, è inteso come “accettazione della realtà”.

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1° tema: ORIGINI

F: Chiunque di noi ha bisogno di appartenere a qualcuno, a qualcosa, un paese o una cultura e allora facciamo viaggi sia fisici che mentali. Esistiamo perché ci relazioniamo con altri individui. Chi sono, perché esito? Ho provato a partire e tornare in Cile, ma non l’ho ancora fatto perché ho paura di incontrare la persona che mi ha messo al mondo. I viaggi verso l’ignoto non sempre ci aiutano anzi a volte pregiudicano la nostra vita futura. Non possiamo intraprendere un viaggio senza essere seguiti da qualche specialista, non si può intraprendere un viaggio solo con l’aiuto dei social. E poi non ci sei solo tu, quando decidi di scoprire le tue origini c’è anche un’altra persona e allora per fortuna che ci sono le leggi che tutelano entrambe le parti.

F: Sono tornata in Cile perché non sapevo più chi ero. Sono stata 6 mesi e ho conosciuto la mia famiglia perché dovevo sapere a chi assomigliavo. Solo questo mi interessava. Ora non ho rapporti con loro. Durante il mio viaggio ho visto cose brutte e per la prima volta mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasta lì. Il viaggio in Cile mi ha aiutato a capire i miei genitori e ad avere fiducia in loro.

G: Al rientro dal Cile quando mi dissero: “Abbiate cura di lei”, mi sono sentito responsabile di una cosa talmente grande che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi emoziono.

F: Io contattai direttamente il mio Hogar e sono tornato in Cile per vedere il popolo cileno, conoscere i sapori, i profumi. Sono andato a Quinta ed è stata una esperienza meravigliosa. Finalmente avevo dato una immagine al Cile e al mio Hogar. Tanti occhi bisognosi di una mamma e un papà, un immenso bisogno di essere unici!

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2° tema: LEGAMI E CONFLITTI.

F: La costruzione di un legame nasce attraverso un confronto reagendo ad ogni input. Il rapporto deve cambiare nel tempo con una integrazione reciproca. I nostri “se” molto spesso sfociano in un conflitto che non deve essere vissuto come una negatività, ma come una opportunità di confronto. E’ con l’accettazione dei bisogni di ognuno che nasce il processo di maturazione. Nel mio caso all’inizio fuggivo alle parole, poi sono passato alle aggressioni verbali e poi finalmente ad un dialogo con l’accettazione della realtà. Per noi ragazzi adottati l’adolescenza crea tantissimi conflitti interiori che cerchiamo di allontanare, ma se ne esce solamente avendo il coraggio di affrontarli.

F: Nella mia adolescenza ci sono stati tanti conflitti, ma non perché sono stato adottato. I nostri problemi non devono essere per forza essere sempre associati alla nostra condizione di figlio adottivo. Prima di tutto siamo ragazzi come tutti gli altri.

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3° tema: SCUOLA

F: Sono arrivato in Italia a 7 anni e sono stato inserito a scuola con bimbi più piccoli. In un primo momento mi sono sentito sottovalutato, ma adesso, con il senno di poi, posso dire che è stato meglio così. Però, devo ammettere, che l’ho vissuta male. I bambini adottivi hanno bisogno di un sostegno esterno per l’inserimento.

F: In Cile, nella mia classe avevo i miei amici e i miei punti di riferimento. Poi sono venuta in Italia a 9 anni e mi sono trovata da sola in una classe di sconosciuti e allora reagisci come puoi. Sono stata comunque fortunata perché i miei compagni erano preparati al mio arrivo. Comunque la vivevo male. Un giorno la mia maestra si è inventa un piccolo gioco e mi sono sentita meglio. Durante l’ora di storia aveva disegnato alla lavagna il corpo umano e mentre i miei compagni dicevano il nome di ogni parte in italiano io lo traducevo in spagnolo. Brava la mia maestra che mi ha messo a mio agio!!!

F: A 7 anni quando cominciai la scuola in Italia ancora non sapevo l’italiano e non capivo niente, non volevo socializzare e mi difendevo dai miei compagni anche menando. Odiavo i compiti e piangevo sempre, fortunatamente i miei genitori mi hanno aiutata molto.

G: Sono maestra d’infanzia e ho avuto esperienze con bambini adottati. Quello che posso dire è che questi bimbi scaricano l’aspetto emotivo e la sofferenza sui compagni e sugli insegnanti. Occorre allora dialogo e sensibilizzazione nei confronti degli insegnanti che il più delle volte non sono preparati. I bambini non devono essere diversi, bisogna solo avere la pazienza di aspettare i loro tempi. La scuola deve essere educativa. Non è un voto che fa l’individuo. Bisogna convincere gli insegnanti che questi bambini venuti da lontano “non devono per forza sapere benissimo l’italiano”.

Sessualità/abusi su minori: “L’importanza della narrazione del bambino e dell’ascolto empatico dell’adulto”

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Troviamo disarmante che tra le vittime di abuso solo una piccola percentuale si confidi con i genitori. E’ ovvio che ogni caso va valutato a sé e dipende da contesto familiare in cui si vive. Spesso il bambino vede la madre come una figura fragile su cui non si può far cadere un peso così importante; altre volte si vergogna e si sente responsabile dell’accaduto. Per noi genitori adottivi responsabili significa che il bambino non trova spazio per il suo racconto, forse perchè gli adulti si assumono sempre meno responsabilità e lui lo capisce.“Va ricordato che la comunicazione di un bambino che vive una condizione di forte disagio inizia non dalla sua bocca ma dall’orecchio di chi ascolta.”- questa è la sintesi importante di un articolo di Claudio Foti, psicoterapeuta, apparso su Minori e Giustizia nel 2007 dal titolo “Il negazionismo dell’abuso sui bambini, l’ascolto non suggestivo e la diagnosi possibile” che vi invitiamo a leggere completo (http://www.8ealtro.it/files/1-Negazionismo.pdf)

 

La violenza esiste ma tende ad essere negata. La stessa comunità scientifica è arrivata con forte ritardo e con forti resistenze a studiare e classificare le sindromi post traumatiche, a riconoscere e a considerare le reazioni traumatiche nei bambini.

La negazione è intrinseca alla violenza: dopo l’azione c’è la negazione. A ciò si aggiunga che la mente umana tende a negare un evento che travalica la possibilità di elaborazione. Questa è la ragione per cui le atrocità della storia umana tendono a non essere credute, ricordate, documentate da parte degli storici. L’ultima ipotesi che un’équipe di operatori prende in considerazione nella diagnosi del malessere di un bambino è quella della violenza ai suoi danni.

Anche nella società c’è una difficile ammissione dell’abuso sessuale. Il soggetto sociale potente cerca di squalificare la vittima. La vittima in quanto donna, in quanto bambino è già soggetto debole e socialmente svalutato, la squalifica e l’isolamento rendono l’esperienza incomunicabile. Se la vittima non trova un ambiente sociale supportivo, soccombe.

“La vittima deve trovare un ambiente sociale supportivo”

Una società basata sulla forza e sul privilegio tende a non valutare il soggetto traumatizzato. Sviluppare, allora, l’attenzione clinica verso questi soggetti significa riprendere valori democratici e solidaristici. Ma prima bisogna riconoscere che l’abuso sessuale sui minori è un fenomeno che ha dimensioni endemiche nella nostra cultura e che nonostante le sue dimensioni massicce, il fenomeno è destinato per molti aspetti a restare sommerso ed impensabile. C’è poi l’immagine della famiglia felice e accudente, difficile mito da sfatare.

Il trauma emerge e riemerge nei momenti meno impensabili se non viene elaborato anche solo attraverso la narrazione. E’ la solitudine in cui si trova il bambino ad rendere più grave il trauma. Difficilmente un bambino racconta ciò che non ha vissuto. Sebbene i ricordi degli eventi originari possano subire delle distorsioni, il fatto che i sopravvissuti ricordino l’essenza della questione è in definitiva quello che conta. Ma ciò che racconta non dà una buona immagine della società in cui viviamo e ciò non è conveniente. La vittima evoca la fragilità e debolezza della condizione umana.

Tutto s’innesta nella cultura dell’esaltazione della carne senza pensare alle conseguenze. L’attivazione prematura della pulsione sessuale nel bambino produce alterazioni neurobiologiche molto gravi, sollecita la vittima al ricorso a forme dissociative per tentare di difendersi dal richiamo confuso e disorganizzante dell’eccitazione precocemente sperimentata. Per questo va combattuta l’idea sempre più largamente accettata che la ricerca del piacere sessuale sia sempre giustificata.

“Una società sessualizzata come la nostra tende ad esaltare il piacere sessuale come valore sempre e comunque positivo

Un caposaldo del negazionismo è la rappresentazione di un bambino compiacente dell’adulto incapace di trasmettere la sua autonomia comunicativa. La dominazione attraverso il sesso ha sempre accompagnato il rapporto tra padrone e schiavo, fra dominatore e dominato, fra vincitore e vinto, fra potente e suddito – Ida Magli. Va invece detto, per sottolineare il significato di adulto che

“La capacità di domare gli impulsi non è un optional, ma un ingrediente insostituibile della maturità umana e spirituale”

Ciò che risulta sempre deleterio è il rapporto relazionale con l’adulto su cui ricade la responsabilità morale e giuridica dell’accaduto. Purtroppo quando ci s’imbatte in casi di abuso si tende a delegare a qualcun altro le responsabilità. Invece dovremmo parlarne sempre e di più perché ciò aiuta gli adulti attenti e sensibili ad aiutare i bambini in difficoltà. Ricordiamo che il silenzio aiuta a perpetuare l’abuso. In molti casi i bambini non vengono messi nella condizione di comunicare all’esterno il loro malessere. Si preferisce “la suggestione negativa” che altro non è che un comportamento degli adulti che scoraggia il bambino ad avvicinarsi alla propria debolezza e sofferenza per elaborarle.

“Come possiamo stare con un bambino che è stato traumatizzato, cosa possiamo fare per lui come adulti?”

Qui entra in campo il rapporto empatico:

“Il bambino cerca un interlocutore che si interessa a lui come persona e che non lo giudicherà dalla sua storia.”

Cerca un adulto che gli possa far riguadagnare la fiducia nel mondo degli adulti che l’ha così profondamente tradito. Non esiste ascolto senza un impegno dell’adulto a manifestare al bambino capacità di accettazione della sua condizione, disponibilità di tempo e mentale a rapportarsi con lui e vicinanza emotiva. L’obiettivo è quello di tranquillizzarlo, di fargli capire che sei un adulto sicuro. E’ necessario che il suo ascoltatore contenga le emozioni del bambino. L’atteggiamento dialogico alterna atteggiamenti di comprensione empatica con atteggiamenti di curiosità, intesa come interessamento rispettoso e non pressante.

Sessualità/abusi su minori: “Gli adulti evitano il discorso”

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Parlare di un argomento che ci mette a disagio può aiutarci, a nostro avviso, a smontarlo e ad affrontarlo meglio. L’idea di questa sezione è nata nel negozio di una parrucchiera che abbassando la voce ci ha detto: “Sto sentendo cose terribili sui bambini adottati. Molti di loro sono stati abusati”. Qualche anno fa c’è stata la vicenda di Maria (nome di fantasia), la bambina bielorussa ospite in Italia in una delle vacanze sanitarie annuali, che “è stata rapita” dalla coppia affidataria per evitarle di tornare nell’istituto dove subiva abusi.

Come stupirsi? Sappiamo bene che gli istituti non sempre sono oasi di felicità. Sappiamo anche che, a seconda del paese di provenienza dei nostri figli, ci possono essere adulti deplorevoli locali o provenienti da altri luoghi. Ci riferiamo, ad esempio, al turismo sessuale in Brasile e Tailandia. Pensiamo forse di “tutelarci” dicendo no, non voglio un bambino abusato? Ci sembra un’affermazione che non tiene conto della realtà dei fatti.

Infatti, non sempre i servizi sociali sono al corrente di ciò che è accaduto al bambino. A volte le famiglie si ritrovano a gestire i racconti dei propri figli senza un’adeguata preparazione. Per questo abbiamo attivato questa sezione, per non entrare nel panico di fronte a racconti imprevisti che potrebbero metterci in difficoltà, ma che, se opportunatamente gestiti, possono rappresentare un passo molto importante nell’avvicinamento tra coppia e bambino.

Tutte le coppie adottive consapevoli hanno al loro interno una loro specialità. C’è chi si fa carico di neonati malnutriti e sottopeso; chi accoglie tre bambini senza fiatare; chi accetta bambini grandicelli domandandosi se sarà all’altezza, ma poi è felice e gratificato dal frutto che quella pianta saprà dare; chi apre il suo cuore a bambini di altra carnagione in un contesto culturale non sempre facilitante; chi ha energie per far fronte ad un handicap con il sorriso sulle labbra. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano coppie disposte ad aggiustare la ferita di un bambino abusato solo perché tale marchio è ancora infamante per la nostra società.

Lo scopo di questa sezione è quello di:

  • sdrammatizzare (che non significa sottovalutare) l’eventuale riconoscimento del trauma
  • smontare la credenza che un abuso sia “per sempre” perchè uscire dal trauma si può, se opportunatamente gestito
  • avvisare che adottare un bambino di tre o quattro anni non significa essere “salvi” da tale pericolo, perché i pedofili si stanno interessando a bambini sempre più piccoli
  • ricordare che in alcuni casi le violenze avvengono all’interno dell’istituto
  • informare le coppie perché non si trovino sprovviste di una piccola guida per gestire l’imprevisto

 

Ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che:

IL BAMBINO E’ LA VITTIMA E NOI ABBIAMO IL DOVERE DI AIUTARLO. 

“I colori del vuoto”, un libro che diventa spettacolo

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Racconti di adottati, genitori adottivi e naturali

 

di e con Ramona Parenzan

Lo spettacolo è una declinazione drammaturgica in forma di monologhi che si susseguono, dei racconti presenti nella raccolta (Autori vari, a cura di Ramona Parenzan) I COLORI DEL VUOTO, edito da Libere Edizioni

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Spazio scenico in ombra. Sei sedie vuote. Accanto ad ogni sedia, in basso, si trovano degli “oggetti speciali”, un po’ curiosi: una balena rosa, una lampadina, un paio di scarpe con la zeppa anni settanta, un vecchio disco in vinile, un paio di scarpette da danza… Sono i preziosi oggetti simbolici che hanno “salvato” dal vuoto i protagonisti delle storie. Una voce fuori campo introduce il tema attraverso delle domande ripetute. Sul telo scorrono immagini. Poi, lentamente, quasi per magia, arriva cantando la narratrice. Sedia dopo sedia, oggetto dopo oggetto, fotografia dopo fotografia, illustrazione dopo illustrazione, prendono corpo, colore e voce le storie e i racconti presenti nel libro. Lo spettacolo diventa così  un delicato, e a tratti anche surreale, susseguirsi di voci rappresentative di adottati, genitori adottivi e genitori biologici alla ricerca dei propri figli, desiderosi di comunicare agli spettatori, le loro più profonde emozioni. Il tema centrale dei racconti è l’abbandono e la perdita, ma anche i vari modi in cui i protagonisti sono riusciti, nel tempo, a trovare risposte e a ridipingere il vuoto.  

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Note tecniche   Durata:  60 min, più dibattito con il pubblico per un totale di circa due ore

Montaggio scenografia: quindici minuti circa

Spazio scenico: teatro, aula magna, auditorium, biblioteche, palestre e spazi aperti

Dispositivi richiesti: pc, telo bianco, proiettore, 6 sedie, casse acustiche

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Costi 120 Euro nette (più eventuali spese di viaggio e di pernottamento)

Performer Ramona Parenzan, autrice di vari libri, racconta storie

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Per informazioni Ramona Parenzan 339 1622954;  ramona.parenzan@libero.it

“I colori del vuoto”: intervista alla curatrice del libro, Ramona Parenzan

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Ramona parla del vuoto che ragazzi adottati, genitori adottivi e genitori biologici si portano dentro. Un vuoto che può essere colmato se solo lo si vuole e non si ergono barriere. Se si comunicano le emozioni e si decide di non viverle più in solitudine.

L’intervista mette in luce gli obiettivi del libro e come è nato. Ramona, inoltre, legge stralci di tre racconti che spaziano dal significato di abbandono per una ragazza adottata, all’importanza dell’incontro con la mamma biologica, tutto condito dal sentimento di chi ci è passato davvero.

Buon ascolto.

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Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

Incontro con le famiglie adottive: “L’adozione ai tempi dei social network” – BO 25 mag 2015

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CITTÀ METROPOLITANA DI BOLOGNA
Coordinamento adozione Città metropolitana di Bologna
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Adolescenti nativi digitali: l’adozione ai tempi dei social network
25 maggio 2015 – ore 16.00/18.00
Sala Zodiaco – Via Zamboni, 13 Bologna
Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta
L’incontro, gratuito, è rivolto a tutti i genitori adottivi interessati ad approfondire le tematiche legate all’adolescenza e al mondo dei social network in relazione alla costruzione dell’identità dei figli.
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Locandina: adolesc ado genitori def (2) (1)

Info: ilaria.folli@cittàmetropolitana.bo.it

Colombia: “I bambini special needs hanno bisogno di attenzioni speciali”

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Ci teniamo a sottolineare che addentrarsi nell’ambito bambini con bisogni speciali (special needs) non è da tutti. Non si possono infatti sottovalutare le difficoltà che dovrà affrontare la coppia. Non si può vender come facile un tragitto che potrebbe essere molto doloroso per coppia e minore. Siamo, però, convinti che con un’adeguata preparazione molte coppie ce la possano fare. Ma, è necessario sottolinearlo, che la coppia non vada mai lasciata sola né nel pre adozione, tantomeno nel post. Di seguito le riflessioni della dott.ssa Donatella Simonini (psicologa) e del dott.Mauro Zaffaroni (pediatra) di ARAI – Regione Piemonte.

Negli ultimi anni sono aumentate le proposte di abbinamento con bambini special needs. Dall’esperienza e osservazione le coppie e gli operatori che le seguono necessitano di una specifica preparazione. C’è il rischio, infatti, che le coppie siano troppo disponibili a ricevere bambini con problemi particolari senza valutare attentamente le loro personali attitudini a sostenere una situazione di stress. Potrebbero essere allettate dai tempi inferiori dell’adozione o dalla tenera età di un bambino con problemi sanitari. Il compito dell’operatore è quello di accompagnare la coppia nel riconoscere limiti e potenzialità nel loro interno.

Lo scopo ultimo è quello di non banalizzare né demonizzare le schede sanitarie dei ragazzini, bilanciando eccessivo entusiamo o panico. In un unico termine bisogna PONDERARE attentamente ciò che ci viene proposto.

La riflessione aggiunge: “Non tutte le situazioni possono essere ugualmente affrontabili, tra le coppie c’è chi appare più sensibile alle malattie visibili, chi va più in crisi se la parte più fragile del bambino è quella cognitiva, ovvero dell’adeguatezza scolastica, chi più spaventato dalle cure ospedaliere, chi fatica a presentare alla rete parentale la particolare appartenenza etnica del bambino che si è accolto. Ancora, c’è chi non riuscirebbe a garantire nel tempo il mantenimento di rapporti tra fratelli separati e adottati da famiglie diverse.”

Ancora: “Sembra che l’interesse prioritario delle coppie sia maggiormente concentrato sulle questioni sanitarie, meno sulla dimensione delle fratrie, (anche per la specifica realtà del Tribunale per i minorenni di Torino che concede pochissime idoneità per fratelli) e sulle conseguenze del grave pregiudizio, come il maltrattamento grave o l’abuso sessuale, non perché eventi sottovalutabili o trascurabili, ma perchè l’impressione è che ci sia già stato per esse uno spazio ed un luogo di pensiero e di riflessione all’interno del processo valutativo con le equipe di territorio.”

Prosegue con: “In presenza di possibili abbinamenti di bambini affetti da patologie importanti si rendono necessari colloqui di approfondimento con le singole coppie al fine di chiarire il quadro clinico e le difficoltà che si dovranno eventualmente affrontare, senza sottovalutare quanto segnalato e spesso con diagnosi parziali e informazioni carenti al momento dell’abbinamento e spesso rivelate in seguito.”

Per l’articolo completo: http://www.glnbi.org/documenti/1709bb151ac4608d1a00810c4f8d1608.pdf

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Per avere una visione più chiara su cosa s’intende per bambini special needs vedi anche http://www.italiaadozioni.it/?p=6655

Comunicazione Univ.Macerata: “Costruzione dell’identità dei giovani adottati”

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Noi del ilpostadozione appoggiamo sempre il lavoro di chi può aiutare le famiglie e i nostri figli a capire e vivere meglio. Ci auguriamo che le università dialoghino tra loro e raccordino i loro studi in modo da usare in modo oculato i soldi pubblici. Ma soprattutto esigiamo che, supportate dall’analisi oggettiva dei dati, vengano formate sempre più persone in grado di aiutare le famiglie in difficoltà. Partecipiamo numerosi e chiediamo servizi concreti.

RICERCA SULL’ADOZIONE

L’Università degli Studi di Macerata e l’Universidad Nacional de San Luis (Argentina) stanno svolgendo una ricerca su adozione, adolescenza e giovinezza. L’argomento della ricerca riguarda, in particolare, la costruzione dell’identità in adolescenti e giovani che sono stati adottati sia in Italia che in Argentina.

Partecipanti: gli adolescenti e giovani (fino a 30 anni di età ) che sono stati adottati, sono invitati a compilare un questionario strettamente confidenziale e anonimo in formato digitale

Protezione dei dati personali: il questionario è strettamente confidenziale e anonimo. Per preservare la privacy dei partecipanti, le risposte dei questionari saranno salvate in un database protetto da password e qualsiasi informazione e/o dati personali saranno eliminati.

Vi chiediamo di dare massima diffusione e vi ringraziamo per la vostra disponibilità e collaborazione!

CLICCA SUL LINK PER PARTECIPARE ALLA RICERCA!
https://docs.google.com/…/1nAvJvjVougDVsSwuS0NOuXK…/viewform

Colombia. “Vacaciones en el extranjero”

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Da alcuni anni la Colombia sta supportando l’adozione dei bambini grandi attraverso programmi di ospitalità estiva già attivi in Francia, Germania e USA dal 2003. In media, su 100 minori, il 76% è stato adottato dopo la conoscenza con la famiglia. Rimane qualche dubbio sulle ripercussioni sui minori interessati alle adozioni che non vanno a buon fine. Mentre Marco Griffini difende il progetto, si esprime Donata Micucci, presidente dell’ANFAA.

“Possiamo chiamarle vacanze? Nei giorni scorsi è stato lanciato da Ai.Bi. il progetto “Vacanze adottive”, di circa tre settimane, che Ai.Bi. propone “a tutte le coppie già in possesso del decreto di idoneità” con questa motivazione: “Le Vacaciones en el extranjero vengono avviate, per la prima volta, grazie alla collaborazione di Ai.Bi. con la Commissione per le Adozioni Internazionali e l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar, l’Autorità centrale colombiana, per facilitare l’adozione di bambini in stato di abbandono:- di età superiore a 10 anni- di età inferiore a 10 anni, ma con particolari bisogni e condizioni psicofisiche- di fratrie di cui almeno uno dei minori sia di età superiore a 10 anni… al termine della “vacanza”, le famiglie…. possono già manifestare la volontà di proseguire con l’iter che li renderà genitori. Nel caso in cui, invece, non vogliano accogliere definitivamente il bambino come figlio, la coppia ospitante resterà comunque un referente amicale e affettivo, “a distanza”, per il minore, impegnandosi a mantenere i contatti con lui, informandosi sulla sua vita e sui suoi sviluppi.”  (testo tratto dal sito http://www.aibi.it).

L’assemblea dei soci del 2013 dell’Anfaa ha espresso fortissime perplessità su questo progetto: preoccupano moltissimo i riflessi negativi su bambini già duramente segnati da anni di ricovero in istituto e da fortissime deprivazioni affettive se non da maltrattamenti e abusi.

Queste vacanze, che creeranno in loro forti speranze e illusioni, pongono tanti interrogativi che riguardano soprattutto le conseguenze difficilmente riparabili derivanti dal fallimento del possibile “abbinamento”. Questi bambini, che attraverseranno l’oceano per passare “tre settimane di vacanza” con una famiglia in Italia, saranno ben consapevoli delle reali finalità di questa iniziativa, che inevitabilmente creerà in loro forti aspettative. Questa esperienza rappresenterà forse l’unica possibilità di avere una famiglia cui hanno diritto, ma che non hanno mai avuto… Sapranno anche che se questa “prova” non riuscirà, trascorreranno il resto della loro vita da soli, in istituto…

Chi di noi ha adottato bambini grandi sa, dai loro stessi racconti, con quanta angosciante preoccupazione e paura hanno vissuto l’incontro con quegli adulti che sarebbero poi diventati i loro i loro genitori; alcuni di essi, che avevano già vissuto precedenti tentativi di “abbinamento” falliti, al momento dell’incontro hanno manifestato reazioni di vero panico, temendo un nuovo rifiuto…

Siamo allibiti poi dalla soluzione proposta da Ai.Bi., nei casi in cui la coppia “non voglia tenersi il bambino al termine della vacanza”: come può vivere il bambino questa esperienza su cui ha posto tante aspettative?  Come potrà superare questa ennesima frustrazione e accettare di essere un bambino che può andar bene sì per una vacanza, ma non per essere accolto e amato per sempre? Non si può giocare sui sentimenti dei bambini e trattarli come un “giocattolo” o come un elettrodomestico ancora in garanzia che rilevatosi “difettoso”, viene restituito! Questi bambini quanto dovranno simulare per rendersi desiderabili e/o accettabili agli occhi dei loro possibili genitori?

E’ inutile negare che i minori proposti sono bambini “impegnativi”: hanno subito sovente maltrattamenti ed abusi che li hanno segnati nel profondo e che richiedono, in base alle nostre esperienze, non solo tanto, tanto tempo, ma anche tanta pazienza, tante attenzioni e tante cure affettuose e continue da parte dei genitori. Per riuscire a colmare le gravi carenze affettive subite e recuperare il tempo perduto…

Dobbiamo anche operare non solo per trovare queste famiglie, ma soprattutto nel sostenerle nel loro difficile ruolo di genitori: come abbiamo ripetuto tante volte, non si può però pensare che l’adozione di un bambino “diverso” possa riuscire fidando solo sulla loro disponibilità : è necessario creare una rete di rapporti umani e sociali intorno ad esse che arricchisca la vita del nucleo familiare e ne impedisca l’isolamento.

E’ indispensabile anche un sostegno attento e continuativo da parte dei Servizi socio assistenziali e sanitari. Com’è noto il comma 8 dell’art. 6 della legge 184/1083 e s.m. recita: «Nel caso di adozione dei minori di età superiore a dodici anni o con handicap accertato ai sensi dell’articolo 4 della legge 5 febbraio 1992 n.104, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono intervenire nell’ambito delle proprie competenze e nei limiti delle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci, con specifiche misure di carattere economico, eventualmente anche mediante misure di sostegno alla formazione e all’inserimento sociale, fino all’età di diciotto anni degli adottati» e quindi purtroppo non impegna le istituzioni a fornire gli aiuti previsti in quanto gli stessi sono subordinati alle «disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci».

Ai.Bi. e gli altri Enti autorizzati, che mirano all’aumento delle adozioni di minori “con bisogni speciali”, non dovrebbero limitarsi solo a proporre queste adozioni, ma contestualmente attivarsi nei confronti delle Istituzioni competenti affinché vengano assicurati i necessari sostegni, altrimenti si rischia di vedere aumentare il numero dei minori adottati inseriti in comunità perché i loro genitori, lasciati soli dagli Enti autorizzati ed abbandonati dai Servizi, non ce l’hanno più fatta!

Per promuovere e sostenere le ”adozioni difficili”, sarebbe anche necessario che gli Enti autorizzati sostenessero la proposta avanzata dall’Anfaa ai Tribunali per i minorenni, affinché nelle sentenze relative all’adozione dei minori italiani e stranieri ultradodicenni o con handicap accertato, venga precisato  che agli adottanti devono essere estese le provvidenze previste dall’art. 6 della legge n.184/1983 e s.m. sopra citato e vengano indicati  i Servizi sociali incaricati di supportare il nucleo adottivo (analogamente a quanto previsto per l’affidamento dalla legge n. 184/1983 e s.m.): questo monitoraggio consentirebbe di supportare il nucleo adottivo, svolgendo in tal modo un efficace azione preventiva.

Grati per la pubblicazione, porgiamo distinti saluti e restiamo a disposizione per ogni eventuale chiarimento.”

Donata Nova Micucci – Presidente nazionale Anfaa

Torino, 7 giugno 2013

(fonte: anfaa.it – 06/2013)

Fuori dal coro: “Habtamu, viaggio senza ritorno: fra integrazione nella nuova realtà e forte nostalgia delle origini” 

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Questa è l’elaborato di uno studente del corso di laurea magistrale in “Editoria e giornalismo” dell’Università di Verona sulla vicenda di Habtamu, il ragazzino etiope mancato ormai due anni fa. Ci siamo riproposti di ricordarlo ogni anno per non dimenticare che ognuno dei nostri ragazzi ha una storia, ha delle sofferenze che non sempre si riesce a trasformare in azioni positive. Per fortuna in molto casi la spinta alla vita ha la meglio, solo in pochi  il meccanismo s’inceppa. Rimaniamo impotenti di fronte all’accaduto: poteva essere evitato? Abbiamo tralasciato di ascoltare in maniera empatica?  In che cosa abbiamo sbagliato come famiglia, società, gruppo di sostegno? Questo studente ha cercato di dare la sua interpretazione. Ci teniamo ad aggiungere che si tratta di un giovane uomo straniero che quando parla di “integrazione” la vive tutti i giorni sulla sua pelle.

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di François Halyday Mbouangui

Habtamu è un ragazzo tredicenne d’origine etiope. È stato adottato insieme al suo fratellino da una famiglia italiana nel milanese. La sua grande nostalgia dell’Africa l’ha spinto due volte a fuggire da casa poiché nell’ultimo biglietto lasciato ai genitori adottivi, scrive: “Non ce la faccio più a vivere in Italia”. Che cosa potrebbe aver causato questo vuoto?

Habtamu, secondo il Corriere della Sera, era ben inserito a scuola e anche in parrocchia, dove era addirittura nel gruppo scout e chierichetto. Il problema era di sapere se, in tutto questo, la sua integrazione era veramente stata eseguita se non solo a parole. Il ragazzino era sicuramente ben inserito e accettato dai suoi compagni di classe o di gruppo, però durante gli intervalli, lontano dalla scuola o durante la partita di calcio, era un solitario. Il TG4 nel servizio inerente ha detto che Habtamu “non riusciva ad adattarsi perché la nostalgia della famiglia d’origine era troppo forte perciò si è tolto la vita”. Nel servizio del TG di “Studio Aperto”, si è parlato che il ragazzino non si sentiva accettato poiché “la nostalgia fortissima minava ogni possibilità d’inserimento.  La sua nuova famiglia, dice il reportage, l’aveva “circondato di tutto il suo amore”, ma questo non sembra aver cambiato nulla. “Non ce la faccio più a vivere in Italia”, secondo il suo papà adottivo, Habtamu lo diceva spesso e questo era legato alla scoperta delle sue radici nella fase preadolescenziale, afferma Marco. Forte era, dunque, la sua speranza che questo malessere gli passasse.

Habtamu è rappresentato come un ragazzino “etiope” e non ragazzino “italiano” d’origine “etiope”.  Infatti, se consideriamo il processo di naturalizzazione di una persona da uno Stato a un altro, l’identità di questa persona sarebbe quella nuova e non la prima. Per esempio il giocatore Balotelli è “italiano”. L’ex-ministro dell’integrazione Kyenge è “italiana” e non congolese, ma si potrà parlare di Balotelli, italiano d’origine ghanese o della Kyenge, italiana d’origine congolese. A tal punto nel 2008, quando Balotelli ha ricevuto la cittadinanza italiana, ha dichiarato: “Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Forse non era il caso dell’“italiano” Habtamu d’origine etiope, però il fatto di parlare della “vera famiglia” del ragazzino è un altro problema. La domanda che ci poniamo subito è di sapere, qual è la nostra vera famiglia? Nella vita di famiglia, sappiamo che quando una persona è sposata e ha figli, questi sono la sua famiglia che dovrà mettere al primo posto. In questo senso, diciamo che Habtamu non aveva più i suoi genitori naturali, ma aveva comunque i genitori “adottivi”. Toglierei questa qualifica “adottivi” per fare sentire l’adottato non diverso da altri ragazzi della sua età poiché ogni volta che questo termine sarà usato, il ragazzo si sentirà a tutti gli effetti straniero in questa famiglia. A questo, aggiungiamo che “i fratelli maggiori, gli zii e le zie”, di cui parla il Corriere della Sera, non possono sostituire i genitori del ragazzo che hanno cura di lui.

Notiamo che i genitori naturali di Habtamu erano morti a causa della guerra in Etiopia. Si tratta di una delle tante guerre che fa gli interessi di tante persone e dove le vittime sono quelle che spesso o comunemente non centrano niente. In queste guerre, tanti uomini e donne muoiono e lasciano i loro bambini orfani. Tale è il caso di questo ragazzino rimasto orfano e adottato da Marco e Giulia Scacchi. Questo ragazzino poteva “considerarsi fortunato”, scrive ancora il Corriere della Sera, poiché è stato “scelto tra centinaia, forse migliaia di piccoli, neri, orfani di guerra e portato via a vivere lontano, tra i bianchi, al sicuro dalle battaglie, da quelle battaglie almeno”.  Non c’è stato, però, nulla da fare nel senso che Habtamu non ha colto questa “fortuna”. Forse pensava che il suo posto non era in Italia, ma in Etiopia, ma starci occorrebbe chiedere a chi in modo o l’altro “fabbrica” le guerre, di farne a meno. In questo modo, i bambini non rimarranno orfani e potranno vivere in pace. Sappiamo che quando c’è la pace, c’è la possibilità di lavorare per procurarsi qualcosa da mangiare. Allontanare Habtamu da “quelle battaglie” non risolve del tutto il problema di quello Stato poiché ci saranno altri orfani finché le guerre sono in corso. Penso che il miglior modo di fermare questo male consista nel fermare prima di tutto queste inutili “battaglie” e poi in caso di un’adozione, i nuovi genitori dovranno lottare per una vera integrazione e non accontentarsi delle apparenze.

Del ragazzino è detto “di essere un piccolo, solitario uomo nero – dal volto riflessivo, dagli occhi intelligenti – in mezzo a tanti, tantissimi piccoli uomini bianchi”.  Da questo si capisce chiaramente che i problemi c’erano, ma non sono stati circoscritti a fondo per poi affrontarli efficacemente. Sappiamo anche che il caso di Habtamu sembra un caso isolato. Ci sono tanti bambini o ragazzi che sono stati adottati, ma non tutti cercano di tornare nella loro terra. Notiamo però che il problema è più ampio. Nessuna copia prende in adozione un bambino senza una previa preparazione. In Italia e un po’ dappertutto nel mondo, le autorità prevedono che la tutela del bambino o in genere un minore sia garantita preventivamente da una serie di colloqui condotti da esperti, attraverso i quali si può giungere a una valutazione da presentare in seguito al giudice dei minori, che a sua volta potrà, dopo eventuali ulteriori verifiche, certificare o meno l’idoneità della coppia all’adozione. Anche qui, il problema non è del tutto risolto poiché la coppia può essere efficace o ben preparata, ma le difficoltà emergono nella fase adolescenziale.

Ci sono stati dai casi di adozione nazionale, dove l’adottato ha scoperto la sua situazione “fuori di casa” tra amici e, quelli che lui chiama papà e mamma, non sono i suoi “veri” genitori. In tanti casi di questo genere, si è finito davanti al giudice o quando la cosa va un po’ bene, si finisce davanti allo psicologo oppure al consultorio. La vera difficoltà è quando l’adolescente adottato è deriso dai compagni giacché fra i ragazzini il termine “adottato” equivale a “figlio di puttana”. A questo, come nel caso di Habtamu, bisogna aggiungere la differenza della pelle. Non la si può nascondere. I suoi compagni sanno da dov’è originario e dunque le battute, le prese in giro, etc., possono condurre un’anima debole a gesti folli come ha fatto il nostro ragazzino. Il fatto già di fuggire da casa per tentare di tornare in Etiopia, è un atto di disperazione, di grande sofferenza e di disorientamento. Il suo malessere era troppo grande. Aldilà di quello che hanno fatto i suoi genitori Marco e Giulia, forse si poteva fare altro per salvarlo, una vera educazione alla diversità.

Colombia. Società: “Madri sole”

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Madri bambine. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, istituzione privata colombiana che ha studiato con attenzione il fenomeno, in Colombia poco meno della metà dei bambini fino ai 2 anni vive in un nucleo familiare completo, la maggior parte solo con la madre, unico punto di riferimento. Il rischio d’abbandono è più alto nel caso di figli di madri adolescenti anche perché, vivendo in contesti di violenza intrafamiliare, sono costrette ad andarsene già in giovane età senza l’aiuto di nessuno. Spesso sono le difficoltà economiche e la necessità di trovare un lavoro lontano da casa che porta la giovane madre a lasciare il suo bambino. A ciò si aggiunga l’allentarsi della rete di solidarietà, attraverso la consuetudine di prendere in casa figli anche non propri, purché infanti.

Mancanza di una rete di solidarietà. La situazione di degrado e di povertà estrema sembra avere almeno in parte intaccato questa forma d’aiuto reciproco, che negli anni aveva caratterizzato la vita dei quartieri periferici attraverso forme di solidarietà che vedevano fra gli attori le madri più anziane e le nonne, che accudivano anche figli non propri.

Mancanza di servizi alle madri ed elevata mortalità materna. Le giovani non sono informate su come gestire una gravidanza e un bambino. Ciò comporta un’elevata percentuale di maternità indesiderate e l’assenza di prevenzione per il cancro del collo uterino, che costituisce la prima causa di morte nelle donne.

Denutrizione e malnutrizione per minori di 2 anni. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, in Colombia il novantacinque per cento dei bambini in età infantile riceve il latte materno ma solo il ventidue arriva al quarto mese. I motivi principali dell’interruzione sono:

  • latte insufficiente, nuova gravidanza
  • malattie della madre
  • problemi di suzione
  • rifiuto da parte del bambino
  • malattie del bambino
  • l’uso d’anticoncezionali

A ciò si aggiunga che l’ignoranza porta ad una scelta degli alimenti sulla base d’informazioni pilotate dai mass media e non su una dieta bilanciata. Spesso nelle famiglie il denaro destinato all’alimentazione è utilizzato per pagare altre spese, come l’affitto dell’abitazione, dato che la maggior parte degli abitanti non possiede una casa di proprietà, e il pagamento dei mezzi di trasporto pubblico. Le pessime condizioni igienico-sanitarie favoriscono la comparsa di malattie infettive che comportano un peggioramento dello stato di nutrizione dei soggetti colpiti.

(fonte: Veneto Adozioni e Profamilia)

Colombia. Società: “Le famiglie monoparentali e le relazioni sociali”.

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Nel 2007 Veneto Adozioni ha caricato sul suo sito uno studio sulla società colombiana che ripartiremo in tre post: famiglia, donne e minori.

Faremo una sintesi schematica per facilitare la lettura.

La rapidissima espansione delle periferie delle città, in particolare di Bogotà, è avvenuta soprattutto negli ultimi dieci anni e il selvaggio inurbamento causato dalla fuga dalle campagne ha provocato l’incapacità da parte delle persone di costruire o ricostruire il tessuto sociale ed una trama di relazioni significative, sia a livello intrafamiliare, sia a livello interfamiliare.

I conflitti intrafamiliari costituiscono la prima causa di violenza nella periferia della capitale colombiana e questa situazione si aggrava ulteriormente nelle zone più periferiche in cui gli indicatori di povertà sono più elevati.

Circa il settantacinque per cento dei bambini di strada hanno subito maltrattamenti in famiglia. Il problema dei “bambini di strada” trova una causa importante nella difficoltà delle madri che devono sostenere tutto il peso del sostentamento familiare e nella situazione di povertà estrema della famiglia. In questa situazione, si registrano conflitti nella relazione madre-figli causata, in gran parte, dal peso che deve sopportare la madre per le enormi difficoltà economiche, per lo stato di solitudine e d’indifferenza alla quale è soggetta e per l’assenza di un qualsiasi supporto da parte di istituzioni o di personale specializzato. Secondo le statistiche realizzate, le aggressioni e manifestazioni di violenza intrafamiliare sono direttamente correlate, inoltre, allo stato di sfollamento che vivono le famiglie che si trasferiscono nelle periferie urbane delle grandi città.(…)

(fonte: Veneto Adozioni)

Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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adopnation

Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com