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Per la Pasqua, non dimentichiamo l’altra parte del mondo

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Abbiamo selezionato una parte della lettera che ci ha inviato padre Paolillo, missionario comboniano in Brasile, con i consueti auguri di Pasqua. Ci racconta di uno dei suoi ragazzi di strada e della vita dura quando ci si trova dall’altra parte, dalla parte di chi non ha voce.

LA VITA DI GABRIEL È UN AVVENIMENTO PASQUALE

Gabriel è uno dei nostri ragazzi. Non sappiamo con esattezza la sua età perché non è mai stato registrato all´anagrafe. Non ha il certificato di nascita. Dimostra 12 anni. Abbiamo fatto una richiesta al Tribunale dei Minori perché faccia le dovute pratiche al fine di stabilire l´età e procedere al registro. Ambulava per la strada e sniffava colla di calzolaio. Nei primi mesi del progetto si fermava spesso davanti a uno dei cancelli per osservare gli altri bambini. Lo invitammo varie volte a partecipare. Arrivammo ad iscriverlo, ma vi restava solo per qualche giorno. Finché è avvenuto il miracolo.

Gabriel frequenta regolarmente il Progetto da quasi un anno. Va anche a scuola. È iscritto alla prima elementare. Non sniffa più colla e non perambula per la strada. Vive con una sorella. Ha guadagnato peso. Anche la pelle, fino a qualche tempo fa imbiancata da una micosi, sta riprendendo il colore originale. Il suo volto ha ancora tratti di tristezza. Quando si parla di violenza contro i bambini scoppia in lacrime. È evidente che gli riaffiorano alla memoria tutte le aggressioni subite durante l´infanzia negata. Preferisce non parlarne, i suoi occhi, però, rivelano il suo dolore. Ma poi passa. Ora finalmente sorride. La vita ancora non gli ha dato quello che merita, soprattutto le cure di una famiglia premurosa. Le ferite, cicatrizzate nel corpo, ma ancora aperte nell´anima, lo perturberanno forse per sempre. Ma ha una voglia matta di vivere.

La sua è una storia di superamento. Direi di più: è un avvenimento pasquale. Non potete immaginare lo sforzo necessario per liberarsi dalla dipendenza della colla. Ma lui, da oltre un anno, non la sniffa più. Sta dicendo no alla droga e alla criminalità. Possiamo addebitargli una vittoria parziale sulla morte.

Padre Paolillo

 

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Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Fuori dal coro: “Adozione e la scuola che dovrebbe accompagnare i nostri ragazzi”

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Prima ragazzi che studenti. Guai se la scuola lo scorda

(da: Giovani e storie, Avvenire del 19 agosto 2015)

Sono una mamma adottiva ormai da dodici anni. Osservo, a volte con tristezza, quanto la scuola italiana sia avara nei confronti dei nostri figli provenienti da culture diverse, che spesso faticano ad adeguarsi ai canoni di un insegnamento standard.
Eppure, sono menti vivaci, portate al “problem solving” perché abituati a districarsi in ambienti in cui te la devi cavare in qualche modo con i mezzi che hai. Ci sono storie dietro i ragazzi che vanno a scuola, non sono solo studenti. Non ci si può limitare a una valutazione puramente numerica.
Non sto scaricando tutta la responsabilità sugli insegnanti, però posso dire che in presenza di una famiglia disposta a collaborare non sempre gli educatori si fermano ad ascoltare, in particolare alle superiori.
La bocciatura fine a se stessa è inutile, se non dannosa, nel caso di un figlio adottato, perché non risolve i problemi di natura affettiva che rallentano l’apprendimento. La bocciatura ha senso se si accompagnano il ragazzo e la famiglia in un percorso diverso, se si danno delle alternative. La famiglia e il ragazzo, però, andrebbero sostenuti per evitare la bocciatura, per attutire il contraccolpo sul ragazzo. Perché i nostri figli valgono, anche se non sono i migliori secondo un sistema scuola che, non dimentichiamo, è costruito su misura della “classe dominante”, come era stato osservato da don Milani. Che fare? La solitudine della famiglia è grande, soprattutto quando hai di fronte un ragazzo con potenzialità che non sai come incanalare in un contesto scolastico poco flessibile. E il rischio abbandono è davvero molto alto.
Roberta Cellore

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Risponde Luigi Ballerini, psicoanalista e scrittore.

Uno studente è prima un ragazzo che uno studente. Ringrazio di cuore la nostra lettrice per averci ricordato questa verità semplice ed evidente, che come tutte le verità semplici ed evidenti rischia a volte di essere ignorata. Se poi il giovane vive una condizione particolare, come il trovarsi in un tessuto culturale e sociale molto diverso da quello in cui è nato e, magari, cresciuto, l’affermazione è ancora più significativa. L’apprendimento non è mai un processo meccanico, il ragazzo che impara non è assimilabile a una carta assorbente che si imbibisce. È fondamentale per lui sentirsi a proprio agio, compreso e accolto nel contesto in cui ciò accade. L’insegnante pertanto non può essere solo un verificatore, è innanzitutto un compagno di cammino. Sta a lui suscitare la voglia nello studente, innestando la passione che nasce sulla sua propria. Così come sta a lui usare l’affetto e la flessibilità necessari a personalizzare il percorso, riconoscendo e facendo leva su tutte le risorse che si sono già dimostrate attive, seppur in contesti diversi. Nel caso di risultati insoddisfacenti deve poi aiutare il ragazzo in difficoltà non tanto a trovare la sua strada, ma a costruirsela. Anche con creatività. Non esiste infatti una strada predeterminata che andrebbe scovata, la strada viene costruita dagli incontri e dagli accadimenti.
Nella lettera è denunciato un contesto scolastico poco flessibile. Che fare, viene anche chiesto. Innanzitutto, direi, difendere il ragazzo, soprattutto se l’ambiente è davvero sordo alle istanze della persona e non ne riconosce il valore. La difesa è difesa di un pensiero di profitto. Significa lavorare perché il giovane non si scoraggi, non inizi a pensare lui stesso di non valere niente, di non poter costruire nulla. E poi guardarsi intorno: farsi aiutare da altre famiglie, cercare nuovi insegnanti e nuove scuole. L’abbandono scolastico è una sconfitta per tutti. È un atto disperato, perché figlio dell’idea che non possano più darsi frutti. I frutti invece arrivano sempre, con il tempo e il lavoro. Che la nostra certezza al riguardo sostenga i più giovani anche nei momenti più scuri.
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(fonte: http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Giovani%20storie/Prima%20ragazzi%20che%20studenti.

%20Guai%20se%20la%20scuola%20lo%20scorda_20150819.aspx?rubrica=Giovani%20storie)

Comunicazione Adozione Scuola: “Storia familiare – Raccolta firme per i testi scolastici della scuola primaria”

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Facendo seguito alle sollecitazioni di molti genitori adottivi, ADOZIONESCUOLA ha lanciato una raccolta di firme allo scopo di invitare le case editrici di testi per la scuola primaria a modificare le pagine sulla storia personale in modo da renderle inclusive della storia di tutti i bambini. Qui di seguito il testo della petizione.

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UNA STORIA PER TUTTI E TUTTE

Petizione promossa da ADOZIONESCUOLA indirizzata alle case editrici di testi scolastici per la scuola primaria L’approccio allo studio della storia nei primi anni della primaria viene proposto dai libri di testo a partire dalla storia personale e da quella della propria famiglia. Si tratta di un passaggio propedeutico importante per arrivare a comprendere il significato degli indicatori temporali e a riconoscere i rapporti di successione: un passaggio che andrebbe però affrontato con grande attenzione e sensibilità, e soprattutto con modalità che consentano a ciascun bambino di riconoscervisi. Troppo spesso, invece, le schede operative dei libri di testo chiedono ai bambini di raccogliere informazioni o di portare oggetti personali e familiari che alcuni di essi possono non possedere e che rimandano a un’idea di famiglia “standard” e a storie d’infanzia che non sono le uniche presenti nelle nostre classi. Le richieste del peso alla nascita, dell’età del primo dentino o dei primi passi, di portare oggetti dei primi mesi di vita (il bavaglino, il ciuccio…), le foto da neonato e altre foto di famiglia possono mettere in difficoltà i tanti bambini adottati che non conoscono l’inizio della loro storia e anche altri con storie difficili o complesse: bambini in affido, bambini che hanno perduto un genitore, bambini migranti che non hanno portato con sé alcun bagaglio materiale di ricordi. Le insegnanti più sensibili, quando hanno in classe alunni con situazioni complesse, “saltano” queste pagine o propongono modalità alternative che rispettino la storia dei bambini. Anche i libri di testo, senza rinunciare a questo approccio, potrebbero proporre attività più flessibili, che tengano conto delle tante differenze presenti nelle nostre classi e della varietà delle realtà familiari del mondo d’oggi. Le stesse “Linee d’indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati”, emanate dal MIUR il 18-12-2014, invitano del resto gli insegnanti, in occasione delle adozioni dei libri di testo, a “scegliere volumi attenti alla molteplicità delle situazioni familiari e culturali ormai presenti nelle classi”.

SI CHIEDE PERTANTO ALLE CASE EDITRICI DI TESTI PER LA SCUOLA PRIMARIA DI MODIFICARE LE PAGINE SULL’APPROCCIO ALLA STORIA PERSONALE IN MODO DA RENDERLE INCLUSIVE DELLA STORIA DI TUTTI I BAMBINI E BAMBINE

Potete firmare la petizione inviando una mail all’indirizzo petizione@adozionescuola.it indicando: Cognome e nome (obbligatori)

Città (obbligatoria) Chi sei: insegnante, genitore, studente, ecc. (facoltativo ma gradito)

Scuola, associazione, gruppo di appartenenza, ecc. (facoltativo ma gradito)

Commento: “Sottoscrivo questa petizione perché…” (facoltativo ma gradito)

E’ possibile aderire anche come associazione, gruppo, collegio docenti, consiglio d’istituto, ecc. L’elenco dei sottoscrittori verrà pubblicato sul sito www.adozionescuola.it

Petizione lanciata il 11-05-2015 ADOZIONESCUOLA si fa promotrice dell’iniziativa, ma il suo successo potrà venire solo dall’attivarsi di associazioni, gruppi informali, singoli genitori, insegnanti, ecc. che diffonderanno l’informazione ai loro contatti.

E’ possibile aderire all’iniziativa sia individualmente che in forma collettiva.

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IMPORTANTE: le adesioni vanno inviate unicamente all’indirizzo petizione@adozionescuola.it

Le adesioni sono pubblicate  sul sito www.adozionescuola.it. Sulla lista di discussione Adozionescuola verranno date periodiche informazioni sull’andamento dell’iniziativa.

Sperando che l’iniziativa raccolga la vostra condivisione, cordiali saluti

Per AdozioneScuola Dr.ssa Livia Botta

www.liviabotta.it

www.adozionescuola.it

Colombia. Cesar, 29 anni: “La ricerca delle origini e l’amore per il mio paese”

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Abbiamo incontrato Cesar che è un ragazzo colombiano, adottato, ritornato a vivere nel suo paese natale. Vi raccontiamo la sua storia tratta dal suo sito personale http://cesarbucci.me/. Cesar ama molto il suo paese ed è a disposizione di chi vuole informazioni sulla Colombia.

La mia vita è influenzata da un evento molto importante: la mia adozione. Sono nato a Villavicencio – Colombia – nel 1986 e sono stato lasciato da mia madre prima del mio secondo anno di età. Sono stato adottato nel 1988 e questo evento è stato per me un trauma: da allora sono vissuto cosciente che l’Italia non era il mio paese, che provenivo da un altro posto. Sono cresciuto con una domanda insistente, desideravo sapere perché mia madre mi aveva lasciato. I miei genitori adottivi mi spiegavano che era stata una necessità. In Colombia la vita era dura, la gente povera e affamata. Inoltre mia madre non aveva i mezzi per avere cura di me e per questo ha fatto questa scelta. Nonostante i loro sforzi c’erano ancora dei dubbi che mi giravano nella testa: perché se la gente moriva di fame nella mia famiglia si sprecava cibo? Che cosa avevo perso e che cosa potevo fare io per il mio paese, considerando, adesso, la mia posizione fortunata? Queste domande e il desiderio di conoscere il mio paese natale mi portarono a saperne di più e ad aiutare la mia gente. Inoltre, intorno ai 13 anni, capii che, era vero, mia madre mi aveva lasciato, ma il suo era stato l’atto di amore più grande del mondo: “Lasciare qualcuno che si ama per il suo bene”.

A 21 anni sono partito per la Colombia, assecondando i miei desideri e necessità, per conoscere il mio paese e cercare mia madre biologica. Desideravo ringraziarla per il suo atto di amore. Nei mesi a seguire ho iniziato ad imparare lo spagnolo e da lì a poco iniziai la ricerca. Non l’ho incontrata, ma ho conosciuto la verità: mia madre era una prostituta che era stata messa in carcere. La signora che si occupava di me, allora, decise di portarmi in istituto (ICBF) e da lì sono stato fatto adottare. Mai mi dimenticherò l’incontro con quella signora che si era presa cura di me al posto di mia madre: ero senza parole e incapace di formulare qualsiasi pensiero al di fuori di un martellante “L’ho incontrata”.

Soddisfatto e con desiderio di conoscere di più il mio paese mi sono stabilito a Bogotà per studiare “Trabajo Social” e poi “Cine y Televisión” all’Universidad Nacional de Colombia. In questi ultimi anni ho potuto conoscere meglio la situazione reale della Colombia. Ho potuto apprendere quanto sia difficile per i LGTBI (lesbiche, gay, transgender e bisessuali) essere accettati e come siano spesso associati solo alla prostituzione; ho potuto vedere come la violenza faccia parte della cultura della maggioranza dei colombiani; ho potuto vedere ragazzini di 16 anni indossare divise militari e, dotati di armi, lavorare come ausiliari militari. Questo è un paese dove questi giovani non hanno altra possibilità legale di vita se non entrare nelle Forze Armate. Lo studio è un privilegio, come il lavoro.

Quello del servizio militare obbligatorio in Colombia è un argomento che mi sta molto a cuore. Con l’aiuto di alcune organizzazioni statali e non, sto lavorando ad un documentario di denuncia che si vorrebbe divulgare a livello nazionale e internazionale per creare pressione sociale al fine di velocizzare la eliminazione del servizio militare obbligatorio e di portare la pace al più presto nel nostro paese.

Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

AmLatina. Il personaggio: Oscar Romero

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Postiamo la parte finale di una riflessione sulla figura di Mons. Oscar Romero che la Chiesa,  oggi (23 di maggio), proclama Beato. di P. Saverio Paolillo, missionario comboniano in Brasile

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Mons.Romero è stato l’uomo delle Beatitudini perseguitato da persone che si professavano cristiani

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Egli è stato ucciso per volere di cristiani. All´origine del suo omicidio e delle situazioni di morte che hanno fatto soffrire la sua gente c’erano persone che si professavano cattoliche. A differenza di quello che avveniva nei primi secoli della Chiesa quando i cristiani erano sacrificati da chi rifiutava la proposta di Gesù Cristo in nome del culto all´imperatore, il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero e di molti altri è avvenuto in un contesto prevalentemente cristiano. Chi ha deciso la sua morte, chi ha sponsorizzato le dittature militari e chi ha sporcato de sue mani con il sangue di innocenti provocando danni irreparabili a migliaia di famiglie che hanno visto i loro familiari esecutati ingiustamente o scomparsi definitivamente, chi ha promosso da sempre progetti politici ed economici che hanno scavato solchi sempre più profondi tra poveri e ricchi, nella maggior parte dei casi, ha avuto formazione cristiana.

E, come se non bastasse, i suoi persecutori, oltre ad agire in maniera totalmente contraria al Vangelo, hanno avuto il coraggio di presentarsi come paladini di Dio e difensori della verità e, attarverso il terrorismo delle chiacchiere, hanno infangato il nome di Mons. Romero e di tutte le altre vittime accusandoli di sovversione e di tradimento della Chiesa. Il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero è quindi un atto di odio alla fede vissuta secondo il Vangelo delle Beatitudini. Mons. Romero è stato ucciso perché è stato un autentico discepolo di Gesù. Non è mai andato dietro al prestigio personale e alla carriera, come anche non è mai stato a servizio di interessi politici. Come ha affermato monsignor Paglia, “ha cercato la giustizia, la riconciliazione e la pace sociale. Sentiva l’urgenza di annunciare la buona notizia e proclamare la Parola di Dio ogni giorno. Amava la chiesa povera con i poveri, viveva con loro, soffrì con loro. Ha servito Cristo nelle persone del suo popolo.”

Paradossalmente è stato ucciso per fedeltà al Vangelo. Sua unica colpa è stata quella di aver ridisegnato la sua vita secondo gli insegnamenti di Gesù. La sua maniera radicale di seguire il Maestro smascheró quelli che avevano sempre desiderato destinare al Vangelo un ruolo marginale nella vita delle persone, restringendo la sua azione alla periferia dell´esistenza senza raggiungere i cuori dei credenti, senza muovere le strutture e senza mettere in discussione i comportamenti. Mons. Romero fece scatenare l´ira di chi voleva relegare l’influenza del Vangelo all´ambito del privato, chi desiderava trasformarLo in un addobbo esteriore, chi intendeva utilizzarLo solo per addomesticare le coscienze, benedire i privilegi di pochi e giustificare la miseria delle masse. Mons. Romero ricucí il rapporto tra fede e vita e seminò il Vangelo come fermento di una nuova storia.

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La testimonianza di Mons. Romero è una provocazione a vivere con il profumo del Vangelo

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Nonostante i grandi cambiamenti, l’America Latina è ancora la parte del mondo con la più alta percentuale di cristiani. Ma la vita del continente non esala il profumo del Vangelo. Gli alti tassi di violenza, l’opzione per i progetti economici e politici che approfondiscono sempre di più le disuguaglianze, la devastazione dell´ambiente, la corruzione dilagante, l’affermazione della cultura della morte e la persecuzione sistematica contro coloro che ostinatamente difendeno i diritti umani sono alcuni dei sintomi di uno stile di vita che non prende sul serio i valori del Vangelo.

Lo stesso avviene nel continente europeo, dove ai fenomeni sopra elencati, si aggiungono l´individualismo, l´indifferenza, la chiusura alla differenza, l´inospitalità e l´egoismo. Viene voglia di cheidersi “dove siamo, come cristiani, che cosa stiamo combinando e dove stiamo andando?”. È scandaloso ammettere che molti di coloro che si professano cristiani non vivono come cristiani. L´arcivescovo Oscar Romero era un esempio di coerenza. Si identificò tanto con il Vangelo che la sua vita divenne una teofania, una manifestazione concreta di Dio in mezzo al popolo il Vangelo. Smise di fare discorsi su Dio per essere un segno concreto del suo amore. Non fu più la bocca a spiegare il misterioso disegno del Padre, ma fu la vita a raccontare le meraviglie che Dio compie, quando abbatte i potenti di troni e innalza gli umili, svuota le mani dei ricchi per sfamare i poveri.

“Con Mons. Romero, Dio è passato per El Salvador” disse pochi giorni dopo la sua morte padre Ellacuría. Il popolo latino-americano, anzi, il mondo ha bisogno di persone come Romero, che, ovunque vadano, proclamino la verità, seminino speranza, construiscano la pace, diffondano la tenereza e distribuiscano con giustizia. La Chiesa stessa ha bisogno di ispirarsi nella sua testimonianza per non perdere la sua identità. Non non c’è cristianesimo senza un cambiamento profondo della realtà in linea con la solidarietà e l´impegno per la vita, che comincia dalla conversione personale e trova il suo culmine nell´assumere la proposta di Gesù come progetto di vita, fino al punto di poter dire con l´apostolo Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

“Il cristiano – diceva Mons.Romero -, se non vive questo impegno di solidarietà con i poveri, non è degno di essere chiamato cristiano” e continuava: “Per questo i poveri hanno segnato il vero sentiero della Chiesa. Una Chiesa che non si unisce ai poveri per denunciare, a partire da loro, le ingiustizie commesse contro di loro, non è la vera Chiesa di Gesù Cristo” (omelia, 23 settembre 1979). In questo, ha riconosciuto la sua missione come arcivescovo: “credo che fare questa denuncia, nella mia condizione di pastore di gente che soffre ingiustizie, sia mio dovere. È questo ció che mi impone il Vangelo, per cui sono disposto ad affrontare il processo e il carcere” (omelia, 14 maggio 1978). Con molta chiarezza, l´ 8 luglio 1979 omelia disse: “Se zittiscono la radio, se chiudono il giornale, se non ci lasciano parlare, se uccidono tutti i sacerdoti e anche l’arcivescovo, e rimane un popolo senza sacerdoti, ognuno di voi deve diventare il microfono di Dio, ognuno di voi deve essere un messaggero, un profeta”.

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La memoria di Mons. Romero, finalmente, è un’opportunità per superare lo scoraggiamento, la paura e la disperazione

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Mons. Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di San Felix di Araguaia in Brasile, durante una celebrazione in memoria dei martiri dei nostri tempi, ha detto: “C’è un sacco di amarezza, molta delusione, stanchezza e paralisia: questi atteggiamenti costituiscono un´eresia, un peccato. Siamo il popolo della speranza, il popolo della Pasqua, l’altro mondo possibile siamo noi, dobbiamo fare di tutto per stimolare, agitare, impegnarci, come se ognuno di noi fosse una cellula madre, diffondendo vita, provocando vita.” Desidero, pertanto, che la memoria del Beato Oscar Romero e di tutti gli altri martiri motivi gli attivisti dei diritti umani perché continuino il loro servizio nella difesa e nella promozione della vita.

Che nessuna cosa al mondo ci faccia perdere l’indignazione per   le violazioni dei diritti umani. La fermezza delle nostre posizioni non si curvi davanti a interessi privati. Il coraggio dei nostri atteggiamenti non si lasci intimorire dalle minacce. La generosità della nostra dedicazione non ceda mai il passo a atteggiamenti freddi e burocratici. La profezia delle nostre parole non si faccia ammutolire dall’offerta di posti di lavoro e di stipendi. La nostra ambizione non ci porti mai a tradire la causa e i fratelli. Gli appelli dei deboli e degli oppressi abbiano sempre la meglio sugli argomenti dei potenti. Le storie delle vittime siano preferite alle versioni ufficiali sofisticatamente truccate dagli operatori di marketing. I rischi di emarginazione e isolamento non ci facciano mai rinunciare ai nostri principi. Le calunnie pronunciate dai torturatori e dai loro sostenitori suonino como complimenti alle nostre orecchie. Le incomprensioni da parte di coloro che sono complici del sistema oppressore ci confermino nel nostro cammino. Che in qualsiasi circostanza e nonostante tutto siamo sempre difensori dei diritti umani.

Colombia. Amnesty International: “Le minoranze etniche”

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Il rapporto a cui ci si riferisce è del 2009. Viene citato per far capire i danni provocati dalla guerriglia, e gli effetti che ancora permangono, sui gruppi etnici della zona.

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(…) “Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato “La lotta per la sopravvivenza e la dignità: le violazioni dei diritti umani contro le popolazioni native della Colombia” (2009), chiama in causa i gruppi della guerriglia, le forze di sicurezza e i paramilitari, responsabili di omicidi, sparizioni, sequestri di persona, minacce, abusi sessuali contro le donne, arruolamento di bambini soldato, espulsioni dalle terre e persecuzione ai danni degli attivisti.

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Secondo i dati forniti dall’Organizzazione nazionale indigena della Colombia, solo nel 2009 almeno 114 nativi, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e migliaia costretti a lasciare le proprie terre. I crimini commessi nei loro confronti vengono raramente sottoposti a indagini da parte delle autorità. Le migliaia di nativi espulsi dalle terre vivevano spesso in aree dove erano in corso violenti scontri militari o su terre ricche dal punto di vista della biodiversità e delle riserve minerarie e petrolifere. Molti altri nativi sono stati costretti a rimanere perché i gruppi armati hanno minato le zone circostanti.

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L’accesso al cibo e alle cure mediche essenziali è stato a sua volta bloccato dalle forze in conflitto, con l’argomento che altrimenti sarebbero stati consegnati al “nemico”. Tutti i protagonisti di questo scontro hanno occupato scuole usandole come basi militari, negando l’accesso all’istruzione alle comunità native e mettendo in pericolo l’incolumità degli insegnanti. (…)
Oltre la metà dei nativi uccisi nel 2009 apparteneva alla comunità awá. Questa comunità possiede collettivamente il terreno e i fiumi del “resguardo” (riserva indigena) di El Gran Rosario, situato nella municipalità di Tumaco, nel dipartimento sudoccidentale di Nariño. La zona riveste un’importanza strategica per le parti in conflitto e vede l’attiva presenza dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) e dell’Esercito di liberazione nazionale, delle forze di sicurezza e dei narcotrafficanti.

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(fonte: Amnesty International.it 23/02/2010)

Fuori dal coro: “Habtamu, viaggio senza ritorno: fra integrazione nella nuova realtà e forte nostalgia delle origini” 

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Questa è l’elaborato di uno studente del corso di laurea magistrale in “Editoria e giornalismo” dell’Università di Verona sulla vicenda di Habtamu, il ragazzino etiope mancato ormai due anni fa. Ci siamo riproposti di ricordarlo ogni anno per non dimenticare che ognuno dei nostri ragazzi ha una storia, ha delle sofferenze che non sempre si riesce a trasformare in azioni positive. Per fortuna in molto casi la spinta alla vita ha la meglio, solo in pochi  il meccanismo s’inceppa. Rimaniamo impotenti di fronte all’accaduto: poteva essere evitato? Abbiamo tralasciato di ascoltare in maniera empatica?  In che cosa abbiamo sbagliato come famiglia, società, gruppo di sostegno? Questo studente ha cercato di dare la sua interpretazione. Ci teniamo ad aggiungere che si tratta di un giovane uomo straniero che quando parla di “integrazione” la vive tutti i giorni sulla sua pelle.

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di François Halyday Mbouangui

Habtamu è un ragazzo tredicenne d’origine etiope. È stato adottato insieme al suo fratellino da una famiglia italiana nel milanese. La sua grande nostalgia dell’Africa l’ha spinto due volte a fuggire da casa poiché nell’ultimo biglietto lasciato ai genitori adottivi, scrive: “Non ce la faccio più a vivere in Italia”. Che cosa potrebbe aver causato questo vuoto?

Habtamu, secondo il Corriere della Sera, era ben inserito a scuola e anche in parrocchia, dove era addirittura nel gruppo scout e chierichetto. Il problema era di sapere se, in tutto questo, la sua integrazione era veramente stata eseguita se non solo a parole. Il ragazzino era sicuramente ben inserito e accettato dai suoi compagni di classe o di gruppo, però durante gli intervalli, lontano dalla scuola o durante la partita di calcio, era un solitario. Il TG4 nel servizio inerente ha detto che Habtamu “non riusciva ad adattarsi perché la nostalgia della famiglia d’origine era troppo forte perciò si è tolto la vita”. Nel servizio del TG di “Studio Aperto”, si è parlato che il ragazzino non si sentiva accettato poiché “la nostalgia fortissima minava ogni possibilità d’inserimento.  La sua nuova famiglia, dice il reportage, l’aveva “circondato di tutto il suo amore”, ma questo non sembra aver cambiato nulla. “Non ce la faccio più a vivere in Italia”, secondo il suo papà adottivo, Habtamu lo diceva spesso e questo era legato alla scoperta delle sue radici nella fase preadolescenziale, afferma Marco. Forte era, dunque, la sua speranza che questo malessere gli passasse.

Habtamu è rappresentato come un ragazzino “etiope” e non ragazzino “italiano” d’origine “etiope”.  Infatti, se consideriamo il processo di naturalizzazione di una persona da uno Stato a un altro, l’identità di questa persona sarebbe quella nuova e non la prima. Per esempio il giocatore Balotelli è “italiano”. L’ex-ministro dell’integrazione Kyenge è “italiana” e non congolese, ma si potrà parlare di Balotelli, italiano d’origine ghanese o della Kyenge, italiana d’origine congolese. A tal punto nel 2008, quando Balotelli ha ricevuto la cittadinanza italiana, ha dichiarato: “Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Forse non era il caso dell’“italiano” Habtamu d’origine etiope, però il fatto di parlare della “vera famiglia” del ragazzino è un altro problema. La domanda che ci poniamo subito è di sapere, qual è la nostra vera famiglia? Nella vita di famiglia, sappiamo che quando una persona è sposata e ha figli, questi sono la sua famiglia che dovrà mettere al primo posto. In questo senso, diciamo che Habtamu non aveva più i suoi genitori naturali, ma aveva comunque i genitori “adottivi”. Toglierei questa qualifica “adottivi” per fare sentire l’adottato non diverso da altri ragazzi della sua età poiché ogni volta che questo termine sarà usato, il ragazzo si sentirà a tutti gli effetti straniero in questa famiglia. A questo, aggiungiamo che “i fratelli maggiori, gli zii e le zie”, di cui parla il Corriere della Sera, non possono sostituire i genitori del ragazzo che hanno cura di lui.

Notiamo che i genitori naturali di Habtamu erano morti a causa della guerra in Etiopia. Si tratta di una delle tante guerre che fa gli interessi di tante persone e dove le vittime sono quelle che spesso o comunemente non centrano niente. In queste guerre, tanti uomini e donne muoiono e lasciano i loro bambini orfani. Tale è il caso di questo ragazzino rimasto orfano e adottato da Marco e Giulia Scacchi. Questo ragazzino poteva “considerarsi fortunato”, scrive ancora il Corriere della Sera, poiché è stato “scelto tra centinaia, forse migliaia di piccoli, neri, orfani di guerra e portato via a vivere lontano, tra i bianchi, al sicuro dalle battaglie, da quelle battaglie almeno”.  Non c’è stato, però, nulla da fare nel senso che Habtamu non ha colto questa “fortuna”. Forse pensava che il suo posto non era in Italia, ma in Etiopia, ma starci occorrebbe chiedere a chi in modo o l’altro “fabbrica” le guerre, di farne a meno. In questo modo, i bambini non rimarranno orfani e potranno vivere in pace. Sappiamo che quando c’è la pace, c’è la possibilità di lavorare per procurarsi qualcosa da mangiare. Allontanare Habtamu da “quelle battaglie” non risolve del tutto il problema di quello Stato poiché ci saranno altri orfani finché le guerre sono in corso. Penso che il miglior modo di fermare questo male consista nel fermare prima di tutto queste inutili “battaglie” e poi in caso di un’adozione, i nuovi genitori dovranno lottare per una vera integrazione e non accontentarsi delle apparenze.

Del ragazzino è detto “di essere un piccolo, solitario uomo nero – dal volto riflessivo, dagli occhi intelligenti – in mezzo a tanti, tantissimi piccoli uomini bianchi”.  Da questo si capisce chiaramente che i problemi c’erano, ma non sono stati circoscritti a fondo per poi affrontarli efficacemente. Sappiamo anche che il caso di Habtamu sembra un caso isolato. Ci sono tanti bambini o ragazzi che sono stati adottati, ma non tutti cercano di tornare nella loro terra. Notiamo però che il problema è più ampio. Nessuna copia prende in adozione un bambino senza una previa preparazione. In Italia e un po’ dappertutto nel mondo, le autorità prevedono che la tutela del bambino o in genere un minore sia garantita preventivamente da una serie di colloqui condotti da esperti, attraverso i quali si può giungere a una valutazione da presentare in seguito al giudice dei minori, che a sua volta potrà, dopo eventuali ulteriori verifiche, certificare o meno l’idoneità della coppia all’adozione. Anche qui, il problema non è del tutto risolto poiché la coppia può essere efficace o ben preparata, ma le difficoltà emergono nella fase adolescenziale.

Ci sono stati dai casi di adozione nazionale, dove l’adottato ha scoperto la sua situazione “fuori di casa” tra amici e, quelli che lui chiama papà e mamma, non sono i suoi “veri” genitori. In tanti casi di questo genere, si è finito davanti al giudice o quando la cosa va un po’ bene, si finisce davanti allo psicologo oppure al consultorio. La vera difficoltà è quando l’adolescente adottato è deriso dai compagni giacché fra i ragazzini il termine “adottato” equivale a “figlio di puttana”. A questo, come nel caso di Habtamu, bisogna aggiungere la differenza della pelle. Non la si può nascondere. I suoi compagni sanno da dov’è originario e dunque le battute, le prese in giro, etc., possono condurre un’anima debole a gesti folli come ha fatto il nostro ragazzino. Il fatto già di fuggire da casa per tentare di tornare in Etiopia, è un atto di disperazione, di grande sofferenza e di disorientamento. Il suo malessere era troppo grande. Aldilà di quello che hanno fatto i suoi genitori Marco e Giulia, forse si poteva fare altro per salvarlo, una vera educazione alla diversità.

Colombia. Società: “Madri sole”

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Madri bambine. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, istituzione privata colombiana che ha studiato con attenzione il fenomeno, in Colombia poco meno della metà dei bambini fino ai 2 anni vive in un nucleo familiare completo, la maggior parte solo con la madre, unico punto di riferimento. Il rischio d’abbandono è più alto nel caso di figli di madri adolescenti anche perché, vivendo in contesti di violenza intrafamiliare, sono costrette ad andarsene già in giovane età senza l’aiuto di nessuno. Spesso sono le difficoltà economiche e la necessità di trovare un lavoro lontano da casa che porta la giovane madre a lasciare il suo bambino. A ciò si aggiunga l’allentarsi della rete di solidarietà, attraverso la consuetudine di prendere in casa figli anche non propri, purché infanti.

Mancanza di una rete di solidarietà. La situazione di degrado e di povertà estrema sembra avere almeno in parte intaccato questa forma d’aiuto reciproco, che negli anni aveva caratterizzato la vita dei quartieri periferici attraverso forme di solidarietà che vedevano fra gli attori le madri più anziane e le nonne, che accudivano anche figli non propri.

Mancanza di servizi alle madri ed elevata mortalità materna. Le giovani non sono informate su come gestire una gravidanza e un bambino. Ciò comporta un’elevata percentuale di maternità indesiderate e l’assenza di prevenzione per il cancro del collo uterino, che costituisce la prima causa di morte nelle donne.

Denutrizione e malnutrizione per minori di 2 anni. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, in Colombia il novantacinque per cento dei bambini in età infantile riceve il latte materno ma solo il ventidue arriva al quarto mese. I motivi principali dell’interruzione sono:

  • latte insufficiente, nuova gravidanza
  • malattie della madre
  • problemi di suzione
  • rifiuto da parte del bambino
  • malattie del bambino
  • l’uso d’anticoncezionali

A ciò si aggiunga che l’ignoranza porta ad una scelta degli alimenti sulla base d’informazioni pilotate dai mass media e non su una dieta bilanciata. Spesso nelle famiglie il denaro destinato all’alimentazione è utilizzato per pagare altre spese, come l’affitto dell’abitazione, dato che la maggior parte degli abitanti non possiede una casa di proprietà, e il pagamento dei mezzi di trasporto pubblico. Le pessime condizioni igienico-sanitarie favoriscono la comparsa di malattie infettive che comportano un peggioramento dello stato di nutrizione dei soggetti colpiti.

(fonte: Veneto Adozioni e Profamilia)

Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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adopnation

Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com

Colombia: “Lo stato, la guerriglia e la popolazione civile”

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Sono in corso le trattative tra FARC e stato, ma anni di acerrimo conflitto sociale non si cancellano in un attimo. Secondo i dati del Centro di memoria storica della Colombia, cinquant’anni di conflitto armato hanno provocato 6 milioni e mezzo di vittime: tra esse 5,7 milioni di rifugiati, 220.000 morti, 25.000 scomparsi e 27.000 sequestrati. Segue un resoconto di cosa sono le FARC, come si è evoluta la guerriglia e che cosa stanno trattando sul tavolo della pace a Cuba.

FARC è l’acronimo di Revolutionary Armed Force of Colombia, di ispirazione marxista. Il gruppo è nato negli anni sessanta per combattere contro l’iniqua distribuzione della terra e i latifondisti. In realtà tutti i gruppi coinvolti (milizie ribelli. governo e paramilitari di estrema destra) violano i diritti umani e a farne le spese è la popolazione rurale che è costretta ad abbandonare i villaggi dove si verificano massacri o arruolamenti forzati. Le vittime civili si contano a migliaia ogni anno, così come i rapimenti o le mutilazioni provocate dalle mine antiuomo. Si stima che le mine siano presenti su circa il 45 per cento del territorio colombiano: Antioquia, Meta e Norte de Santander sono le zone che hanno registrato il maggior numero di casi. Le mine sono posizionate lungo le principali vie di comunicazione, nei pressi di ponti, fonti d’acqua, coltivazioni di coca e lungo gli oleodotti.
La guerriglia è da sempre finanziata tramite rapimenti e traffico di droga. Molto spesso le persone rapite sono state uccise, nonostante il pagamento del riscatto, oppure si sono unite ai guerriglieri. Intere comunità si rifugiano nei sobborghi delle città aumentando il numero di rifugiati e le sacche di povertà.

Gravi violazioni si consumano anche ai danni delle comunità indigene che, nonostante abbiano espressamente richiesto di non essere coinvolte nella guerra, subiscono assassini, stragi, deportazioni e arruolamenti forzati, talvolta anche ad opera delle multinazionali del petrolio. Le minoranze etniche, afro-colombiani e indios-colombiani, sono infatti le popolazioni più duramente colpite dal conflitto.

Lo stato combatte contro le FARC ma anche contro l’ELN (National Liberalisation Army), un piccolo gruppo di guerriglieri. Negli ultimi tempi ha trovato collaborazione da parte di Venezuela ed Ecuador per isolare i ribelli. Inoltre gli USA hanno sempre sostenuto la Colombia per la guerra contro i narcotrafficanti.

Il tasso di corruzione che affligge il sistema amministrativo raggiunge livelli scandalosi, così come il suo grado di connessione col paramilitarismo e col narcotraffico. I giornali in Colombia sono in mano alle oligarchie di potere filo-governative. I guerriglieri si servono di metodi alternativi per diffondere i propri comunicati stampa e le proprie versioni dei fatti.

Dopo 50 anni di conflitti, nell’ottobre 2012 ad Oslo è stato aperto un tavolo di pace anche a seguito della morte di alcuni leader del movimento. Sorgono alcune domande sul reinserimento dei guerriglieri nella società civile dopo essersi comportati da carnefici con le popolazioni locali. Dal 2003 a Bogotà è stato iniziato un programma di reinserimento, ma i successi, dopo 10 anni, sono ancora molto scarsi e poco monitorati.

(fonte: bbc.co.uk/news/world-latin-america-19994289)

A giugno 2013 sono riprese le trattative tra FARC e stato: sul tema agrario ci hanno impiegato sei mesi per trovare un accordo. All’ordine del giorno c’è la partecipazione politica dei gruppi armati. Anche se la partecipazione dei guerriglieri è legata alla loro situazione giudiziaria, la popolazione è restìa ad accettare che persone che hanno ucciso, sequestrato e torturato possano sedersi in Parlamento. L’accordo di pace entrerà in vigore solo quando tutti i punti saranno stati accettati dalle parti (sintesi: “Il futuro dei negoziati di pace in Colombia” – Internazionale 14 giugno 2013)

Il primo luglio 2013 le due maggiori guerriglie della Colombia, le FARC e l’ELN hanno annunciato la possibilità di unirsi per raggiungere la pace. Questo significa che l’ELN vuole partecipare al negoziato in corso a Cuba tra Governo e FARC. Dal 1985 più dell’11% della popolazione colombiana ha sofferto direttamente a causa del conflitto (Internazionale giugno-luglio 2013).

Il 15 giugno 2014 è stato eletto Presidente Juan Manuel Santos. Una parte dei colombiani ha scelto lui perché Santos ha puntato sulla fine negoziata del conflitto armato con le FARC (Internazionale 20 giugno 2014).

Ad ottobre 2014 si annunciava che la trattativa è a buon punto. Sono stati raggiunti accordi sulla riforma agraria, la partecipazione politica dei guerriglieri e il narcotraffico. Nell’accordo ci sono anche una serie di buone intenzioni: eliminare la povertà nelle zone rurali e dare ai contadini acqua potabile, terreni e assistenza sanitaria. (Internazionale 3 ottobre 2014)

Le ultime notizie: http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/20/news/colombia_accordo_governo-farc_per_la_liberazione_del_generale_alzate-100978169/?ref=HREC1-8

Comunicazione: “Giornata di etnopsicologia” – Padova 29 ott.2014

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In un mondo sempre più multietnico è importante avere gli strumenti per dialogare con “gli altri diversi da noi”.

Agli educatori, operatori sociali e genitori proponiamo questo incontro organizzato

da alcune Associazioni di Volontariato che gravitano a Padova. 

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GIORNATA DI ETNOPSICOLOGIA

Mercoledì 29 ottobre. Ore 9:00 – 17:00
Padova, Via San Giovanni da Verdara, Sala Comboni

Ingresso libero

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PROGRAMMA

Mattino
– Percorsi di salute
Dirigente medico da confermare, Ulss 16 Padova

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– Maternità e decentramento culturale
Gabriella Coppola, Associazione Unica Terra

– Adolescenti di origine straniera: costruzione dell’identità negli adolescenti G2
Maria Cosentino, psicologa, psicoterapeuta, Associazione Unica Terra

– Arteterapia e creatività: Un’esperienza con alcune ospiti di Mondo Donna a Bologna
Annalisa Fabbri Bombi, psicologa, psicoterapeuta

Pomeriggio
– Donne immigrate: percorsi migratori e pratiche d’adattamento
Cadigia Hassan, giornalista, Associazione Ridim

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– Antropologia Medica ed Etnopsichiatria: metodologie e impegno civile
Francesco Spagna, Università di Padova

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Buffet etnico a cura dell’Associazione Unica Terra

AI PARTECIPANTI VERRÀ RILASCIATO UN ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE

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Per partecipare alla Giornata è necessario iscriversi inviando l’adesione per mail a:
segreteria@psicologodistrada.it. Le iscrizioni chiuderanno lunedì 27 ottobre.

locandina _etnopsicologia

Solitudine papà. Ricerca antropologica: “Cosa vuol dire educare, confronto tra due culture”

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Ancora sull’educazione dei figli. Si tratta di uno studio condotto su ragazzini senza deprivazioni. Nel nostro caso specifico non va preso alla lettera, ma come base per riflettere su che tipo di educatori intendiamo essere, quesito rivolto sia alle mamme che ai papà.

di Elisabeth Kolbert – articolo tratto da Internazionale 7/06/2013

Sono stati fatti degli studi antropologici (Università Carolina – Los Angelse) su una tribù amazzonica del Perù (matsigenka) e su un campione di famiglie residenti nell’area di Los Angeles della media borgesia. Dalla comparazione è risultato che i matsigenka adolescenti sono in grado di cavarsela meglio degli adolescenti USA. L’approccio dei genitori è diverso perché diversi sono gli obiettivi. Mentre nel primo gruppo i bambini vengono responsabilizzati sin dalla tenera età aiutando in casa, seguendo il papà a caccia o nei lavori dei campi, nel secondo gruppo sono i genitori che si mettono al servizio dei figli ribaltando regole di tradizione educativa.

“I ragazzini statunitensi di oggi sono probabilmente i più viziati nella storia dell’umanità. (…) Viene data loro un’autorità senza precedenti. I genitori vogliono l’approvazione di figli. E’ l’opposto dell’ideale di un tempo, quando i figli si sforzavano di essere approvati dai genitori. In molti casi il modo migliore per dimostrare che vogliamo bene ai nostri figli è imparare a essere meno materne e meno paterni (…) ci diamo troppo da fare per i figli perchè sopravalutiamo la nostra influenza (…) più ci sforziamo di aiutarli e più li ostacoliamo. (…) I genitori controllano il lavoro e i risultati dei figli, che di conseguenza si sentono meno competenti e meno sicuri di sé, il che rende ancora più necessario il controllo dei genitori.”

Diverso è l’atteggiamento dei genitori francesi che adottano il metodo di “ignorare i figli” perché così imparano a gestire la frustrazione. Anche i “no” sono importanti perché li aiutano a capire che al mondo ci sono altre persone con uguali esigenze da rispettare. I genitori “spazzaneve”, invece, sono quelli che rimuovono tutti gli ostacoli dalla vita dei loro figli. Lo scopo ultimo è quello di farli accedere a prestigiose università per garantire loro un futuro ricco e di successo. Non si chiedono a cosa serva un figlio che bighellona per casa con un diploma o una laurea in tasca.

Abbiamo trovato illuminante che i bambini dell’Amazzonia vengano educati tramite favole che mettono in risalto il ruolo positivo di personaggi che combattono la pigrizia. I ragazzi americani, invece, vengono stimolati a ritardare il raggiungimento della maturità. “Da un punto di vista evolutivo, questo ritardo non è così irragionevole. In un mondo sempre più complesso e instabile, ritardare la maturità potrebbe essere un modo per adattarsi. Rimanere per sempre giovani vuol dire essere sempre pronti alla prossima grande novità. O forse l’adultescenza è l’esatto contrario: non seguo il progresso ma la prova di una regressione generale. Lasciar correre è sempre la soluzione più semplice, nell’educazione dei figli come nel mondo bancario, nell’istruzione pubblica e come nella difesa dell’ambiente. L’assenza di disciplina è evidente in quasi tutti gli aspetti della società statunitense di oggi. E’ un problema molto più ampio, su cui meditare mentre portiamo fuori la spazzatura al posto dei nostri figli e allacciamo loro le scarpe anche se sono in grado di farlo da soli.”

Cile. La condizione dei popoli indigeni: “I mapuche”

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Si tratta della seconda parte di un articolo apparso sull’Internazionale del 18 gennaio 2012. In breve viene spiegata la discriminazione contro il popolo mapuche.

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Gli occhi neri di Lautaro

gettano migliaia di lampi.

Come soli fanno germogliare i solchi

come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente

che non vuole essere schiavo

come un puma in gabbia

(Rayen Kvyeh – poetessa mapuche)

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(…) In Cile vive un milione di mapuche, molti dei quali sono discriminati. Avere un cognome mapuche è uno svantaggio quando si cerca lavoro e non è un caso che l’Arauracanìa sia ancora la zona con la maggiore percentuale di cileni poveri. I mapuche, il sei per cento della popolazione del paese, non hanno avuto le stesse opportunità degli altri cittadini. Sono stati segregati e definiti spesso pigri, stupidi, traditori, testardi e ubriaconi.

Il Governo dovrebbe avviare dei programmi sociali per le famiglie mapuche più povere, per esempio stanziando un sussidio mensile alle madri a condizione che mandino i figli a scuola e li portino dal medico. Potrebbe anche essere utile concedere ai mapuche delle terre, incentivare tutte le loro iniziative nella regione o autorizzarli ad aprire dei casinò, come hanno fatto gli Stati Uniti in molte riserve indiane. Si potrebbe inoltre aumentare il sistema di quote per i mapuche nelle università ed estendere i programmi di discriminazione positiva prevedendo delle quote riservate ai mapuche nell’amministrazione pubblica.

Tutte queste iniziative possono essere utili, ma non bastano a risolvere il conflitto tra il Cile e l’etnia mapuche. Per trovare una soluzione serve un cambiamento culturale. Per riuscire a integrare i mapuche nella società cilena, ogni cileno dovrà prima accettare che entrino a far parte dell’identità nazionale.

(fonte: Internazionale – 18/01/2013)

Studi e ricerche. Sangita, 17 anni: “Le origini, i ricordi e la nostra identità”

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Il dolore, la morte, le domande che restano…

Un anno fa parlavamo di Habtamu, il ragazzino africano che non ce l’ha fatta a trovare risposte a domande importanti dentro di sè. Troppo grandi per lui, troppo difficili, troppo …

Allora, a gran voce, sul web si era levata  la richiesta di istituire la giornata sull’adozione. Conosciamo la mamma che ha avuto questa intuizione e interpretiamo le sue intenzioni: parlare di adozione nella società civile per soppiantare il pietismo con la concretezza delle azioni nella scuola, nel vicinato, nella stessa cerchia di parenti e amici. C’è molto da fare per l’accoglienza e l’integrazione dei nostri ragazzi. Ancora di più oggi che discutibili rappresentanti dei cittadini attaccano il “diverso” per coprire la corruzione e il marcio che dilaga nei loro partiti.

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Nel frattempo vi lasciamo con le domande che i nostri figli hanno lanciato al Convegno di International Adoption nel maggio del 2013 tramite la loro rappresentante, Sangita. Sono le domande che sono nella testa dei nostri ragazzi, che spesso non riusciamo a decifrare dai loro comportamenti a volte disorganizzati e inspiegabili.

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Alcune risposte degli operatori le forniremo più avanti, quelle che secondo noi sono state le più significative. Intanto, da genitori, riflettete su questi quesiti. Le domande che restano…nella mente dei nostri figli.

IL VIAGGIO ALLA RICERCA DELLE ORIGINI

Incontrando altri ragazzi che come me condividevano il fatto di essere indiani e di essere stati adottati, mi ha colpito

molto la differenza che si percepiva tra chi era tornato almeno una volta in India e chi quel viaggio non l’aveva

ancora fatto. Tutti condividevamo la sensazione di un viaggio importante, un viaggio non semplicemente turistico

ma un viaggio per scoprire se stessi, un ritorno alle proprie origini.

Chi quel viaggio l’aveva fatto sentiva che qualcosa era cambiato. Incontrare l’India ha permesso a molti di noi di

abbandonare tutta una serie di pensieri negativi che avevamo nei confronti di quella terra. E’ emerso che alcuni

di noi prima del viaggio e chi anche il viaggio non l’aveva ancora fatto ritenevamo l’India responsabile di tutto

quello che era accaduto. Ma l’incontro con quel paese ci ha aiutato a liberarci di alcune paure, qualcuno ha detto

a chiudere il cerchio. L’India non ha colpe. Ma c’è una cosa che molti di noi condividevano, sulla quale ci siamo

interrogati e sulla quale vogliamo interrogare voi: il desiderio di voler fare questo viaggio da soli o meglio senza

genitori adottivi.

Perché si desidera tornare da soli? Come dobbiamo interpretare questo desiderio? E’ un atto di rottura o di protezione verso i genitori adottivi? Come possiamo spiegarlo a loro senza ferirli e farli sentire messi da parte in un momento così significativo e importante?

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I RICORDI

Un altro aspetto emerso che non tutti condividevamo, ma molto doloroso per chi lo provava, è quello relativo

ai ricordi. C’era chi ricordi non ne aveva, chi li aveva molto definiti e chiari, i volti dei genitori, dei fratelli e dei

luoghi dell’infanzia e chi ne aveva ma dubitava che fossero reali. Il dubbio era che il ricordo non fosse un prodotto

dell’esperienza vissuta, ma fantasie prodotte dall’immaginazione.

Esiste un modo per uscire dall’ambiguità di non sapere se quello che ti sembra di ricordare sia realmente accaduto o meno? E se non esiste, come si può convivere con la sofferenza legata a quest’ambiguità?

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CITTADINI DEL MONDO

Per alcuni di noi essere indiani è motivo di orgoglio, per altri quasi di vergogna, qualcuno trova la spiegazione alle

proprie scelte e alle proprie azioni in virtù del fatto di essere un indiano, di avere sangue indiano. Quando ci è stata

posta la domanda direttamente, tutti abbiamo risposto che ci sentiamo italiani, siamo cresciuti in Italia, siamo stati

educati da italiani e come italiani parliamo questa lingua ma forse l’essere anche indiani è una questione aperta.

In che modo si possono integrare queste due anime? Siamo apolidi? Siamo cittadini del mondo. Come qualcuno di noi ha detto, siamo stranieri nel nostro paese? Che cosa siamo?

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SENTIRSI IN COLPA VERSO I GENITORI ADOTTIVI

Stiamo crescendo e quindi stiamo cambiando. Quello che un tempo ci piaceva ora non ci piace più ma alcuni di

noi vivono questo cambiamento quasi come un tradimento nei confronti dei genitori adottivi.

Perché ci sentiamo in colpa nel mostrarci ai nostri genitori adottivi per quello che siamo? Perché questa sensazione di tradimento? Appartiene anche ai figli biologici? Come possiamo spiegare loro che stiamo diventando qualcosa di diverso da quello che loro si aspettano senza ferirli? Senza che pensino che noi non li vogliamo più?

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IL VUOTO DENTRO

C’è un’ultima domanda che forse è la più importante ed è quella a cui faceva riferimento Alessandra prima perché

condivisa da tutti noi ed è relativa al vuoto che sentiamo.

Tutti sentiamo un senso di vuoto e questo ci fa soffrire. Ma cos’è questo vuoto? Sono i genitori biologici che non abbiamo conosciuto? I ricordi che non ci sono? Le ragioni dell’abbandono? E soprattutto c’è un modo per riempire questo vuoto, per non sentire più questa dolorosa sensazione?

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(fonte: internationaladoption.it – Atti del Convegno maggio 2013)

Brasile. Bambini di strada: “La testimonianza di padre Saverio Paolillo”

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Saverio Paolillo è un padre comboniano che vive da ormai 20 anni in Brasile occupandosi della condizione dei minori nelle carceri tramite la Pastorale dei Minori fondata nel 1977 e rafforzata nel 1979 per far fronte all’emergenza dei minori a rischio sociale. Questa è la sintesi di una sua relazione al Centro Missionario Comboniano di Verona dell’aprile 2013.

La serata inizia parlando del Brasile. Il Brasile è una nazione immensa, dalle mille sfaccettature e contraddizioni, dice il padre. Da una parte il Brasile punta a diventare entro breve la terza potenza mondiale (è già la sesta dopo la Francia), dall’altra è una delle nazioni con maggiori disuguaglianze e iniqua distribuzione della ricchezza (indice GINI 0,54). La si può vedere dallo sviluppo delle sue città dove da una parte stanno i ricchi con zone residenziali curate valorizzate da parchi e moderni grattacieli, dall’altra ci stanno le case ammassate delle favelas senza servizi e tanta criminalità.

Il Governo di sinistra a causa di alleanze politiche per poter governare, non ha completato nemmeno la Riforma Agraria nelle campagne dove il 2% dei proprietari possiede metà della terra disponibile, molta della quale rimane incolta.

Uno dei problemi più sentiti dall’intera comunità è quello dei bambini di strada. Dai commercianti sono temuti perchè agiscono in gruppo e creano vere proprie bande che colpiscono gli esercizi di loro interesse. Luoghi comuni locali portano a considerare il bambino di strada come portatore di guai perché lui stesso si meriterebbe lo stato di deprivazione  in cui si trova.

Invece quella dei bambini di strada è una storia antichissima. Da almeno 500 anni si perpetua la violenza e lo sfruttamento su certi minori a cui non vengono riconosciuti i diritti più elementari come il diritto alla famiglia e all’istruzione. Le loro stesse famiglie sono condannate perché considerate responsabili della loro povertà e degrado. In verità è il sistema che è ingiusto e non dà a tutti le stesse opportunità perpetuando uno stato di deprivazione e bisogno. Basti pensare che 9 mln di brasiliani vive con meno di un euro al giorno e tra questi il 25% sono bambini fino ai 14 anni; 25 mln di brasiliani vive con meno di due euro al giorno e tra questi c’è un altro 25% di bambini fino ai 14 anni.

Il problema povertà è diffuso e il Governo ha cercato di farvi fronte con il programma “Bolsa Familia” che contribuisce con un vitalizio di eur 50 al mese a famiglia, una misera cifra se si considera che per vivere dignitosamente in Brasile uno dovrebbe guadagnare almeno 1.000 euro al mese.

Molti bambini non vengono registrati all’anagrafe perchè il procedimento non è gratuito ma a pagamento essendo l’anagrafe gestita da un ente privato. Molte mamme non hanno i mezzi per regolarizzare la nascita. Si stima che 250.000 bambini non siano stati iscritti all’anagrafe. Il problema arriva con la frequenza scolastica dove tale certificato è necessaria per l’iscrizione. I bambini di strada rientrano nella categoria dei non regolarizzati per mancanza di mezzi.

Anche a scuola esistono le discriminazioni: ogni cento bambini poveri, solo cinque terminano la scuola all’età giusta. Il resto o è molto in ritardo o si perde.  Inoltre è vero che il Governo ha introdotto programmi per disincentivare il lavoro minorile ottenendo dei risultati, ma il fenomeno è di gran lunga lontano dall’essere debellato.

Il bambino di strada, prosegue Padre Paolillo,

–      vive ai margini della società

–      è  inutile all’economia di mercato

–      è perseguitato dai commercianti

–      è ostaggio della malavita che ne crea bambini soldato per la guerra tra narcotrafficanti

–      è bambola sessuale per i turisti per lo più tedeschi e italiani

–      è espulso dalla scuola che non accetta bambini con comportamenti scorretti dettati dall’uso di crack (80% ne fa uso) e fame

–      è trattato dalla stampa come delinquente usando contro di lui un linguaggio discriminante senza le attenuanti usate per altri bambini o adolescenti della stessa età ma di diversa condizione sociale

Sta succedendo un massacro di tali bambini e adolescenti sotto gli occhi di tutti, quasi come se ci fosse una accordo tacito di eliminarli per pulire le città in prospettiva di tre avvenimenti importanti: visita del Papa, Mondiali e Olimpiadi. Solo nel 2012 sono stati uccisi 9.000 bambini di strada. Qualsiasi scusa è buona per la Polizia. Giustiziano anche ragazzini inermi e arrendevoli.

E’ una guerra contro la gioventù povera, quasi a voler risparmiare sulle politiche sociali. Il paradosso è che da un lato il Brasile si è prodigato per eliminare la mortalità infantile dagli 0-5 anni, dall’altro aumentano gli omicidi di adolescenti. C’è in atto un vero e proprio lavoro di pulizia sociale attraverso

–      l’internamento dei drogati in case apposite

–      spostamento di interi gruppi da una zona all’altra per lasciare libera la speculazione edilizia

–      uccisione di adolescenti di strada

Il destino dei ragazzini di strada è segnato: senza titolo di studio, senza lavoro, possono solo delinquere e finire in carcere. La situazione delle carceri è disastrata e non è certo lì che possono trovare modelli di riferimento per un riscatto: sovraffollamento, torture, abusi sono all’ordine del giorno. Molte volte per protestare ed avere un po’ di attenzione sono gli stessi ragazzi a farsi del male procurandosi delle mutilazioni.

L’unica via per uscirne è quella di cambiare la storia. L’unica via, insiste il padre, è la difesa dei diritti dei minori. I bambini adolescenti meritano la priorità assoluta. Attraverso il riconoscimento della loro condizione di vulnerabilità. Pochi di loro vengono adottati perché troppo grandi. Ma il destino di un bambino non può essere segnato sin da piccolo, senza possibilità di riscatto.

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La REDE AICA (Atendimento Integral à Criança e ao Adolescente = Assistenza Integrale ai Bambini e agli Adolescenti) realizza una serie di progetti destinati al recupero dei ragazzi di strada o che vivono in situazioni di vulnerabilitá sociale, esposti ad ogni tipo di minaccia alla loro identità e dignità, come la negazione dell’accesso ai diritti umani fondamentali, lo sfruttamento nel lavoro infantile, la malavita, lo spaccio e il consumo di droghe, la prostituzione infantile e lo sfruttamento sessuale di adolescenti.

Tra i vari progetti:
1. tre case famiglia;
2. quattro centri sociali che forniscono assistenza ai ragazzi in situazione di disagio durante il tempo libero dalla scuola, garantendo due pasti al giorno, doposcuola, educazione ai valori, attività sportive, culturali, artistiche, formazione professionale e alla cittadinanza;
3. una casa per l’assistenza a 400 adolescenti disagiati in libertà vigilata con sostegno psicologico e sociale;
4. un’officina per la formazione professionale di 800 adolescenti con corsi di panificazione, pasticceria, taglio e cucito, parrucchiere, manicure, informatica e saldatore
5. eliminazione dello sfruttamento del lavoro infantile per 300 bambini e adolescenti attraverso il sostegno economico mensile alle famiglie;
6. assistenza a 120 famiglie in situazione di difficoltà con due gruppi di lavoro costituiti da psicologi e assistenti sociali;
7. corsi gratuiti di formazione permanente per gli educatori.

Vedi http://www.comboni.org/sottocategoria/view/id/273

Per chi volesse inviare un suo contributo lo faccia esclusivamente tramite i Missionari Comboniani:

 

Mondo Aperto Onlus

Conto Corrente Postale N. 28394377
Bonifico Bancario Unicredit Banca – IBAN: IT 67 M 02008 11708 000005559379
o alla Banca Popolare Etica – IBAN: IT 68 V 05018 12101 000000512250

CAUSALE: PASTORALE DEI MINORI – CARAPINA – BRASILE SUD

per contattare Padre Paolillo: saverio.comboniano@gmil.com

 

Brasile. Le minoranze: “La rivincita degli afrobrasiliani”

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di Bernardo Gutierrez – giornalista

Fino a qualche anno fa gli afro brasiliani vivevano nelle zone più povere della città, svolgevano lavori umili e non andavano all’università. Oggi, anche grazie all’ex presidente Lula, sono istruiti e professionalmente affermati. Ma nel paese c’è ancora razzismo diffuso.

Fino a poco tempo fa, nelle serie brasiliane, i neri riuscivano a malapena a trionfare nel calcio e nella musica. I dati degli ultimi anni raccontano l’ascesa sociale dei neri e dei pardos (mulatti). Nel 1999 solo il 7% dei neri studiava all’università. Nel 2009 erano il 28% (…) grazie al programma Pro Uni (Programma Universidade para todos) lanciato nel 2005 dal governo dell’ex presidente Lula. Il programma offre agevolazioni fiscali alle università private che accettano studenti indigeni, neri e poveri. Il Brasile sta maturando. Bianchi e neri cominciano a capire l’importanza della diversità. Ma c’è ancora molto razzismo.

(…) Più della metà dei brasiliani è nera o meticcia. Dieci anni fa quasi nessuno frequentava l’università. (…) Il sistema delle quote è stato adottato da 162 università pubbliche. E’ una misura temporanea ma necessaria. (…) Afrodiscendente è la parola che sta prendendo piede nei circoli politicamente corretti. Ma è interessante notare che si usa molto di più l’eufemismo moreno. (…) Spesso quando un afro brasiliano diventa ricco comincia ad essere trattato come un bianco, In effetti il razzismo in Brasile ha una connotazione economica, è un razzismo mascherato da classismo o viceversa. (…)

(fonte: Internazionale 20/01/2012)

Comunicazione Comune di Verona: “Il mercato e la dignità delle persone”

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Nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Comune di Verona e le Associazioni Femminili locali in occasione della Giornata contro la violenza sulle Donne, evidenziamo un incontro che parla di intercultura, mercato e rispetto degli uomini e donne di questo pianeta. 

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mercoledì 27 novembre

Diritti umani, trasformazione o estinzione? Libertà, eguaglianza, dignità di fronte ai cambiamenti imposti dal Mercato e dalla globalizzazione, con presentazione del saggio “Nelle mani di Golia”, a cura di Paolo Moiola, Gabrielli editori

ore 18.00 –  Gran Guardia Auditorium – VR

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria

Interventi di:
Alessandra Algostino, docente Diritto Pubblico-Università di Torino
Paolo Moiola, giornalista, coautore del libro
Aldo Antonelli, sacerdote, coordinatore di Libera a L’Aquila, collabora con “L’Huffington Post”
Cécile Kyenge, Ministra per l’integrazione e le Politiche giovanili

Modera: Jessica Cugini, giornalista di “Combonifem”

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Informazioni e contatti:

Servizio Cultura delle Differenze Pari Opportunità
tel. 045 8077701
e-mail: pariopportunita@comune.verona.it

Brasile. Renan, 17 anni: “L’importanza della famiglia e degli amici speciali”

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“Ci sono dei giorni, dei giorni in cui è difficile credere in se stessi, quando il mondo per primo non crede in te e tanto meno alle tue parole. Quando ti guardi allo specchio e vorresti ridurlo in briciole perché riflette un’immagine diversa da quella delle persone intorno a te, quando a scuola qualcuno ti deride perché gli insegnanti per primi, non capiscono la tua realtà, il tuo animato rifiuto dell’ingiustizia che ben conosci perché l’hai dovuta conoscere troppo presto.

A questi atteggiamenti la gente risponde in modo superficiale, non comprendendo una realtà come la tua perché semplicemente fuori dagli schemi mentali. La presa in giro, il considerarti lo zimbello della scuola o del quartiere, l’additarti come qualcosa di strano che non si colloca né tra gli Italiani nè tra gli stranieri: tutto ciò ti fa soffrire e tu cominci a rispondere a modo tuo, prendendo a calci o a pugni qualcuno, usando l’ironia, urlando al mondo l’ingiustizia. Altre volte ancora tieni il tuo dolore per te, chiudendoti nell’apatia, creando un mondo tuo dove nessuno può entrare perché il mondo interiore fa meno male di quello esterno e soprattutto non ti delude mai.

Ciò che comunque ti aiuta è la speranza che la tua famiglia ti venga in aiuto, ti protegga, ti dia le armi giuste, quelle di cui un bambino non dispone e che solo una mamma e un papà sensibili e attenti, ti possono dare e così…

Se i tuoi genitori comprendono, finalmente ti comprendono, così non ti senti più solo e diverso nella società bensì ti senti parte di un nucleo che cambia il mondo a partire dal tuo: i tuoi genitori diventano catalizzatori, portavoce dei tuoi problemi e delle tue richieste ma soprattutto diventano prolungamenti di te stesso, persone forti come alberi a cui si appoggia un piccolo innesto: io.

Ciò nonostante capita a volte di avere bisogno di qualcosa di più, o meglio qualcuno che comprenda cosa hai nel cuore, senza dover continuamente spiegare che la tua storia è simile a quella di Mario Balotelli, perché la gente capisce solo quello.

Succede poi che ad una festa incontri dei ragazzi veramente speciali come Hercules, Carol, Lucas e Agatha che sono originari del tuo stesso Paese ma da una zona diversa e che, di primo acchito, sembrano semplicemente dei normali adolescenti con la passione per il rap ma poi ti accorgi che loro ti guardano in modo diverso dagli altri; sì, questi fratelli ti fanno sentire speciale, ti regalano un sorriso che ti scalda il cuore e capiscono che tu avevi proprio bisogno di avere accanto persone speciali, AMICI SPECIALI come loro che ti incoraggiano, ti spronano, che fanno di te una mascotte, che ti aiutano a fare COSE che né tu né tanto meno gli altri pensavano mai avresti potuto fare come: giocare a calcio o arrampicarsi a una spalliera. Così ho cominciato a credere che ce la potevo fare e di questo RINGRAZIO QUESTI MIEI AMICI SPECIALI!!!!!!!!!!!!!!!!!”

(fonte: aipaergapueros.wordpress.com/brasile)

NonsoloAmLatina. Adozione e approccio interculturale: “Oltre i pregiudizi e le chiusure”

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La riflessione che segue si adatta a qualsiasi etnia o cultura di provenienza dei nostri figli. Il diverso aspetto fisico e il diverso sentire, soprattutto quando parliamo di bambini non neonati, è una sfida che tutti i genitori adottivi devono essere pronti ad affrontare nel modo più naturale possibile.

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale Università degli Studi di Verona

L’adozione si misura comunque con la diversità. Una diversità spesso culturale, a volte persino religiosa, quando si adottano bambini e bambine di altri Paesi. Proprio per questo misurarsi con la diversità culturale, possiamo considerare l’adozione un percorso di dialogo e di esperienza interculturale ai più alti livelli. Proprio in quanto esperienza “interculturale”, l’adozione deve a mio avviso evitare un duplice rischio: quello dell’assimilazione e quello del multiculturalismo.

Il rischio dell’assimilazione lo corriamo là dove vogliamo che i nostri figli adottivi diventino come noi; che crescano secondo i nostri standard. L’assimilazione c’è là dove puntiamo a “plasmare” i nostri figli, convinti che – specie se piccolissimo possano crescere a nostra immagine e somiglianza. In un’azione di questo genere, rischiamo di fare gli apprendisti stregoni: ignoriamo la cultura d’origine, le radici dei nostri figli e puntiamo a costruire personalità finte, che sono frutto solo della nostra immaginazione e non di un incontro fecondo.

Il rischio del multiculturalismo lo corriamo là dove pensiamo che – specie per i bambini grandicelli – vi sia una sorta di loro “estraneità” che non ci appartiene, che non appartiene alla nostra cultura e che è incorreggibile. Ricordo, a questo proposito, un padre adottivo che anni fa mi diceva: “Vedi, si capisce che nostro figlio è di un’altra cultura e che non abbiamo nulla in comune. E’ un altro mondo, che non si concilia con il nostro”. Ecco, nel suo pessimismo multiculturalista c’è un pregiudizio che è anche un errore: l’idea che la cultura sia qualcosa di dato, qualcosa di statico, qualcosa di immutabile.

Rifuggiamo l’idea del poter plasmare l’altro. Rifuggiamo l’idea dell’altro – di nostro figlio o figlia adottivi – immutabili e impossibili da educare. Evitiamo soprattutto di cadere nella sciocchezza e nell’errore del “mito del Dna”: quasi che tutto sia scritto nel codice genetico e che tutto sia ormai definitivo, immodificabile, irrecuperabile (nel bene e nel male). Gli studi scientifici ci dicono che persino il Dna viene mutato, con processi molto lunghi, dal nostro stile di vita: alimentazione, ambiente, relazioni. Gli studi sociali ci dicono che siamo frutto sia dell’ambiente che del patrimonio fisico che ci portiamo dietro: basti del resto osservare due gemelli monozigoti, per verificare che nascono uguali (almeno all’apparenza) ma poi hanno destini molto diversi, anche quando crescono nella stessa famiglia.

Se riusciamo ad andare oltre il pregiudizio dell’assimilazione, oltre il pregiudizio del multiculturalismo; se riusciamo a entrare in una prospettiva interculturale, allora siamo sulla strada giusta per costruire con i nostri figli adottivi una relazione che può portare
frutti positivi. La strada spesso non è facile. Il fallimento dei nostri sogni e dei nostri progetti è dietro l’angolo. Ma possiamo contare sul fatto che abbiamo delle carte da giocare: nelle relazioni con i nostri figli adottivi, nella loro educazione, nella semina di valori ed esempi di comportamento che un giorno potranno essere proficui per loro.

Su questo concetto dell’approccio interculturale, al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona, dal 2003 abbiamo un master in mediazione e comunicazione interculturale diretto dal professor Agostino Portera, pedagogista e psicologo, che ha formato sin qui oltre 300 specialisti. Proprio l’esperienza del master, dove insegno Giornalismo Interculturale e dove mi occupo della programmazione didattica, mi ha consentito di verificare come l’impegno interculturale, la fatica dell’andare oltre i pregiudizi, gli stereotipi, i conflitti sterili, porti frutti positivi anche nella mia vita quotidiana di padre adottivo.

Ira e rabbia. Doc3: “Un caso di adozione in Etiopia”

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Questa è la storia di due bambini etiopi adottati da una coppia danese. In questo documentario gli interessi degli adulti vengono prima di quelli dei piccoli.

Da un lato i genitori etiopi,  a cui viene diagnosticata l’AIDS con prospettiva di pochi anni di vita davanti, che daranno in adozione i figli per garantire loro un futuro certo e pensando di rimanere in contatto con la famiglia allargata da cui si aspettano anche un supporto economico.

Dall’altra la coppia danese, oltre la quarantina, vogliosa di crearsi una famiglia.

Non ne esce pulito l’ente intermediario che promette alla giovane coppia etiope ciò che non può mantenere pur di raggiungere lo scopo.

Nel mezzo due bambini ignari degli accordi tra adulti.

Masho, la maggiore, si ribella da subito  e si stacca sempre di più dai genitori adottivi, dapprima con scatti di rabbia, poi attraverso il rifiuto del cibo.

Stiamo parlando di Danimarca. Ci auguriamo che in Italia prevalga sempre l’interesse del bambino.

E’ un documentario che ci ricollega ad un’altra sezione di questo blog, “Adozione etica”, e che ci colloca in un mondo ben lontano dalle famiglie felici di “Mamma ha preso l’areo”, andato in onda su LA7 qualche anno fa.

Di seguito il link al programma, che dura una cinquantina di minuti, ma che vale la pena di vedere per ribattere a chi crede che l’adozione vada bene sempre e comunque.

http://www.doc3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-102616e0-8bba-46c5-bc86-4099f38db007.html

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Sempre sullo stesso tema dei bambini “rubati” vedi : http://www.vita.it/welfare/adozioni-internazinali/l-adozione-non-fa-pi-audience.html

Traffico di bambini anche nel film trasmesso di recente sulla Rai: “Chi vuole mia figlia? Storia reale: una coppia di coniugi americani adotta una bimba moldava, ma dalla documentazione qualcosa non torna. La madre scopre un traffico di bambini attivato da una pericolosa organizzazione criminale internazionale.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-83e6718c-7e7e-4785-9332-75b4181652ca.html

Ira e rabbia: “Esiste un razzismo sottile per i diversi”

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Parliamo di nuovo di razzismo sotterraneo. Riprendiamo questo articolo e questo argomento con piacere per evitare inutili allarmismi e per affrontare la situazione nella vita di tutti i giorni con decisione e risolutezza. Quello che intendiamo dire è che non si risolve il problema dicendo che il razzismo a scuola, per la strada, nei negozi non esiste, Quel sottile razzismo, come lo abbiamo definito, noi famiglie adottive più sensibili e attente lo sentiamo, eccome! Dobbiamo fornire ai nostri figli gli strumenti per difendersi e stoppare da subito chi con barzellette, battute e buonismo tratta questo argomento con superficialità.

La star TV Oprah vittima dell’ordinario razzismo

di Maurizio Corte

La star della televisione Usa, Oprah Winfrey, afroamericana, davanti alla boutique «Trois Pommes», di Zurigo, è stata attirata da una borsa in vetrina del costo di 38 mila dollari. Entrata nel negozio, ha chiesto di poterla vedere. La risposta della commessa italiana è stata, secondo la denuncia di Oprah, razzista: «È troppo costosa per lei. Non se la può permettere».

Una scena analoga sarebbe accaduta a Torino a una donna italiana, 33 anni, di origine indiana e con la pelle olivastra: una commessa di negozio le avrebbe negato l’acquisto di un paio di scarpe di montagna. Per entrambe le clienti un comune denominatore: il razzismo. La Winfrey ha potuto denunciarlo al mondo intero, grazie alla sua notorietà di star televisiva. La giovane donna di Torino, adottata quando aveva 4 anni, ha potuto confidarlo solo a un giornale locale.

Chi ha il colore della pelle diverso – oppure chi ha un figlio o un conoscente con la pelle scura – sa che scene di questo tipo purtroppo accadono nelle nostre città. In un negozio non ti urlano «sporco negro»: quello lo fanno, o lo pensano, i razzisti e i nazifascisti più rozzi. In un negozio ti lasciano indietro nella fila; oppure ti dicono o ti fanno capire che tu un certo prodotto non te lo puoi permettere.

Sono episodi che accadevano a noi italiani in Germania o in Svizzera, quando eravamo migranti. Ora capita, come a Zurigo, che sia un´italiana a compiere un atto di razzismo. Sono fenomeni che vanno da un lato puniti con severità; mentre dall’altro occorre fare un’azione educativa. Tutti noi, infatti, siamo in qualche cosa «diversi» dagli altri:  vuoi per l’età, l’estrazione sociale, il genere sessuale, il colore della pelle o la lingua che parliamo.

A tutti noi può capitare di essere discriminati. Nessuno può sentirsi al sicuro, in una società che tratta con razzismo il «diverso».
È naturale che la diversità possa a volte far paura, intimorire o infastidire. Ma non autorizza a discriminare, a sfruttare, a violentare e a compiere atti di razzismo. In questo, i mass media (giornali, radio, tv) e i nuovi media (con Facebook, i blog) svolgono un ruolo importante. Per questo noi giornalisti ci siamo dati un codice – la Carta di Roma – che ci invita a un´informazione rispettosa della diversità di pelle, di religione, di nazionalità e di cultura.

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(fonte: L’Arena – 11/08/2013)

Ira e rabbia. Mamma Giusy: “A scuola, le frasi sottovoce fanno più male dei pugni”

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“G. ha due occhioni neri e rotondi, capelli ricci, ma non crespi e neppure tanto neri per essere di origini brasiliane. E’ il nostro nuovo alunno iscritto in seconda elementare. I genitori adottivi lo presentano a noi insegnanti durante una riunione formale, c’è anche un mediatore culturale per via dei problemi di lingua, ma loro mettono subito le mani in avanti perchè G. non vuol più sentire una parola nella sua lingua madre. I bambini adottivi hanno una gran “fame” del loro nuovo stato che imparano in fretta la nuova lingua. Così è stato…

Lo abbiamo accolto in classe e lui ha fatto subito amicizia con i compagni e dimostrato affetto verso di noi. L’inserimento ha però avuto qualche ostacolo, comprensibilissimo e già messo in conto data la sua vita passata. Spesso ha avuto crisi di pianto anche solo per uno sguardo che lui interpretava come “giudicante” nei suoi confronti e ogni volta la maggior parte del tempo ruotava intorno a lui per ridargli fiducia e sicurezza, per non assecondare il suo desiderio di tornare a casa…

La sua straordinaria capacità di adattamento lo ha premiato con bei voti in tutte le discipline, così ha conquistato con profitto le sue prime pagelle: in seconda e in terza. Quest’anno però è successo qualcosa che lo ha gradatamente allontanato dalla classe e dalle insegnanti. L’insofferenza verso alcuni compagni si è manifestata anche violentemente con parole pesanti e qualche aggressione fisica. Gli interventi di noi docenti sono sempre stati tempestivi e mirati a consolidare la sua autostima. In quarta si prevede che gli alunni siano anche più propensi ad ascoltare e ad ascoltarsi, così li abbiamo coinvolti anche in esperienze verbali perchè potessero esprimere liberamente la loro opinione e potessero osservare ciò che stava accadendo anche spostando il loro punto di vista….

La calma che si respirava però era sempre tesa a far sì che non succedessero episodi di intolleranza. Ormai G. non stava più bene con i suoi compagni, lui era sempre diffidente perchè tutto quello che succedeva, dalle risatine alle parole dette sottovoce, erano sempre contro di lui. Tante volte abbiamo avuto la conferma che le sue paure erano fondate, abbiamo sentito dire da alcuni compagni “brutto orfanello”, e “perchè non te ne torni in Brasile”… sono frasi che graffiano anche noi insegnanti. Naturalmente abbiamo fatto riunioni su riunioni, con i genitori degli alunni coinvolti, abbiamo sedato tante situazioni “esplosive”, abbiamo cercato di trovare soluzioni ad ogni situazione contingente….

Ma forse non siamo state abbastanza incisive e così G. è stato trasferito dai genitori in un’altra scuola, in un altro paese… Non sappiamo se quella sia stata la soluzione migliore, ma speriamo che la nostra sconfitta sia per lui l’inizio di una nuova, gratificante esperienza.”