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Sessualità/gravidanze precoci: “Genitori che accettano in casa la coppia adolescenziale sessuata”

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L’educazione sessuale e il ruolo dei genitori nella crescita della coppia adolescenziale. Stiamo parlando di quei genitori che si definiscono moderni e aperti, e che pensano di esserlo garantendo la sessualità dei loro figli priva di colpa. Molto spesso dietro vi è l’intenzionalità protettiva che non aiuta a crescere. Leggiamo attentamente il paragrafo che segue. Che ne pensate?

“Tuttavia proprio tale intenzionalità protettiva da parte dei genitori rischia di esporre gli adolescenti ad un pericolo forse meno evidente ma certo più diffuso, quello di essere ostacolati nella propria nascita sociale, trattenuti in un’area familiare così accogliente e protettiva da poter accettare al proprio interno anche la coppia adolescenziale sessuata, purché tutto accada lì al sicuro, protetta dalle pareti domestiche, protetti da una coppia parentale assolutamente intenzionata a non dimettersi da tale, a mantenere ancora a lungo un controllo di quello che si riduce così ad un gioco sessuale infantile, che non fa crescere perché responsabilità e potere rimangono altrove.” – Gustavo Pietropoli Charmet, docente di psicologia dinamica, e Elena Riva, psicologa e psicoterapeuta.

(tratto da “Adolescenti in crisi e genitori in difficoltà” – Franco Angeli)

Sessualità/pubertà precoce: “Ipotesi fisiopatogenetiche della pubertà precoce”

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Dott.Giorgio Zavarise, pediatra – Ospedale di Negrar- VR

“Numerose sono le ipotesi che possiamo avanzare per spiegare questo fenomeno, escludendo in partenza che queste bambine fossero già destinate ad una precocità sessuale.

Un ruolo importante è svolto senza dubbio dalla dieta, direttamente e indirettamente tramite le variazioni metaboliche e somatiche che implica. Queste bambine solitamente passano da una alimentazione  povera, spesso vegetariana carente di proteine e calorie, ad una più ricca, bilanciata normo- o ipercalorica con conseguente stimolo alla produzione di sostanze endogene (ormoni, neurotrasmettitori, proteine citoplasmatiche ed extracellulari) e modificazioni corporee importanti per l’avvio dello sviluppo puberale. Il conseguente ingrassamento sottolinea il possibile ruolo del tessuto adiposo, specie nelle bambine adottate dopo i 5 anni, nelle quali si assiste ad un notevole incremento della massa adiposa in breve tempo, come avviene durante lo sviluppo puberale fisiologico. Gli adipociti sono, infatti, in grado di aromatizzare gli androgeni surrenali (già fisiologicamente presenti per l’età ed ulteriormente stimolati dal refeeding) in estrogeni con precoce sensibilizzazione (priming) dei centri ipotalamici. Le migliorate condizioni alimentari aumentano la produzione endogena di somatomedina (insulin-likegrowthfactor 1) (IGF-1) che favorisce la maturazione puberale stimolando direttamente la crescita ovarica, la maturazione follicolare e la produzione di estrogeni, e favorendo tutto il processo puberale tramite un aumentata secrezione di GnRH a livello ipotalamico. Un normale apporto nutritivo favorisce, inoltre, la secrezione di leptina importante regolatore dei processi puberali e regola il peptide Y inibitore degli stessi.

Anche fattori etnici e psicologici sembrano svolgere un certo ruolo nella determinazione di questo fenomeno. Numerose sono, infatti, le bambine indiane che se alimentate bene (come quelle delle classi sociali più ricche) hanno anche in patria un’età media del menarca fra le più basse al mondo (11.2-12.8 anni rispetto a 12.6 delle italiane, 13.0 delle europee del nord, >14 delle indiane povere e della maggior parte delle ragazze dei paesi in via di sviluppo). Inoltre il peso e la statura media presentata dalla popolazione indiana al momento dell’inizio puberale, indipendentemente dall’età e dalla classe sociale, sembrano essere minori di quelli delle bambine occidentali (peso 27 rispetto a 33 kg; statura 137 rispetto a 142 cm), con un peso simile a quello medio delle bambine adottate indiane osservate da noi (25.5 Kg).  L’importanza di fattori psicologici è sottolineato da dalla tempestività dell’inizio puberale subito dopo l’adozione, e dal caso emblematico di una bambina adottata a 2 anni ma  successivamente trascurata e maltrattata al punto da essere tolta alla famiglia adottiva e affidata a 6 anni ad altri genitori, con immediato avvio del processo puberale.”

 

(fonte: giorgiozavarise.it)

Sull’argomento vedi anche:http://www.amicitrentini.it/images/stories/pdf/3_intervento.pdf

Sessualità/adulti deviati. L’esperto. “La mancanza di barriere generazionali è una trappola per gli adolescenti”

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Tratto da “Adulti senza riserva” di Philippe Jeammet. Il noto psichiatra francese ci richiama al nostro ruolo di adulti e genitori. La nostra società è intrisa di messaggi e comportamenti ipersessualizzati che, invece di aiutare i nostri ragazzi a spiccare il volo, li schiacciano nell’angolo delle loro paure perché nessun adulto li prende per mano. Molto spesso sono i giovani a sanare le ferite degli adulti. Ciò non è giusto, non sta nell’ordine delle cose.

 

La volgarità non necessaria e manifesta non è tanto piacere quanto paura. Il compito di un adulto, per un adolescente, non è quello di essere un amico bensì di apportare la differenza. E’ l’aspettativa del più giovane nei confronti del più anziano – che si suppone possieda un sapere  e delle capacità che il ragazzo invidia – a fare di ogni adulto un potenziale educatore. Non voler tener conto di tali aspettative non significa farle scomparire, ma equivale ad abbandonare i più giovani alle loro risorse, rifiutando loro quel periodo di appoggio di cui hanno bisogno. (…) Che lo vogliamo o no, tutti i media sono portavoce dell’adulto e costituiscono un modello di ciò che gli adulti rappresentano per i più giovani. (…) C’è abuso sessuale in questa continua effrazione dell’intimità dello spazio psichico dei bambini e degli adolescenti (…) Oggi, tutto il nostro clima sociale è impregnato di una incestualità sempre più manifesta, come se gli adulti non avessero che un’ossessione, il sesso. Il sesso è l’argomento preferito dei pubblicitari (…)

Dietro ai ragazzi che vengono in terapia e si aprono all’intimità terapeutica stanno i  genitori. Dietro ad ogni adulto stanno i genitori. L’ossessione e l’iper rappresentazione dell’elemento sessuale costituiscono un’effrazione dell’intimità ormai già nell’infanzia, costringendo il bambino, ancor prima che ve lo induca la pubertà, a considerare  che ciò che gli adulti presentano continuamente riguarda anche i loro genitori. Non si lascia più ai giovani il tempo e lo spazio per immaginare, con il loro ritmo, secondo la loro convenienza, secondo la loro fantasia, tale relazione nell’ambito della coppia parentale, ma gliela si impone nella forma e nella frequenza che ha, senza che possano dire una parola, senza che possano scegliere. Ed è oggi una violenza quotidiana che viene loro fatta in tal modo. Ora come ho detto, la difficoltà non sta tanto nella sessualità in sé quanto nel suo eccesso. Con questa ipersessualizzazione i genitori perdono una parte della loro funzione tranquillizzante, rassicurante e di contenimento, e diventano a loro volta un fattore di eccitazione e di turbamento il che rende più conflittuale il rapporto con loro.

(…) La maggiore vicinanza tra genitori e figli e l’indebolimento delle barriere, e addirittura delle differenze generazionali, aumentano anche i rischi di una eccessiva deidealizzazione di un genitore o di entrambi, soprattutto se questi si ritengono obbligati, per amore di trasparenza, a dire tutto ai loro figli, a informarli di tutti gli incerti della loro vita di coppia, se non anche a farne gli spettatori e i giudici dei loro rispettivi comportamenti. (…) Non è più una cosa eccezionale che un genitore, per lo più il padre, presenti la sua nuova amica alla figlia adolescente di cui fa così la propria confidente, magari all’insaputa della madre, quando l’amica in questione ha solo qualche anno più della figlia. (…) Col suo esempio, il genitore non è più il vettore che li spinge a voler vivere una loro storia d’amore, bensì colui che li “ancora” maggiormente a sé avvicinandosi a loro e dando loro un posto privilegiato, suscitando eventualmente compassione, ma frenando la loro capacità di immaginare e desiderare una vita amorosa personale.

Sessualità/adulti deviati. L’esperto: “Cultura dell’infanzia significa trattare i bambini come bambini”

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da “Seduttività infantile e sfruttamento degli adulti” – di Anna Oliverio Ferraris

Per oltre un secolo l’immagine dell’infanzia tracciata da studiosi ed educatori insigni come Rousseau, Piaget, Maria Montessori e molti altri fu quella di un’età da vivere all’insegna della spontaneità, secondo i tempi della maturazione psicofisica, al di fuori di preoccupazioni relative al proprio aspetto, al possesso di abiti alla moda o gadget che fanno tendenza. Ai bambini veniva riconosciuto il diritto al gioco libero e spontaneo e ad una crescita lenta.

Sesso, seduzione, competitività erano considerate tematiche al di fuori dei loro interessi, tipiche delle età successive. Oggi non è più così. Pubblicità e spettacoli televisivi di ogni genere e per ogni età, possono raggiungere bambini grandi e piccoli e modellare i loro comportamenti. I bambini infatti, molto più degli adulti, imparano per imitazione e “immersione”. Che cosa significa? Significa che negli anni infantili si tende a riprodurre ciò che si vede senza riflettere o porsi dei problemi. Questo tipo di apprendimento consente di assimilare rapidamente molte e diverse informazioni proprio perché colui che impara si appropria di “copioni” di comportamento senza esercitare il senso critico. Si può essere molto intelligenti, come lo sono appunto i bambini che assimilano rapidamente, e al tempo stesso essere del tutto privi di riflessione e senso critico. Il senso critico si sviluppa lentamente in rapporto all’esperienze che si fanno e alla maturazione del sistema nervoso. Confondere intelligenza con maturità può esser pericoloso.

Non dobbiamo perciò stupirci se un bambino che vede scene di seduzione sugli schermi tenderà a ripeterle. I bambini che nei secoli scorsi assistevano alle esecuzioni capitali in piazza, tendevano poi a riprodurle con il gatto o qualche altro animale alla loro portata. Naturalmente, sia in un caso che nell’altro, i bambini non ne comprendono tutti i risvolti (alcuni si e altri no) e non immaginano, per mancanza di esperienza, tutte le possibili conseguenze; soprattutto non immaginano gli effetti che le loro azioni e comportamenti possono avere sugli altri. Poiché i bambini, per questioni anagrafiche, non hanno senso critico sono ovviamente gli adulti che devono selezionare il tipo di informazioni che li raggiungono e creare una sorta di filtro. Realizzare questo filtro però è diventato difficile, oggi, a causa dell’aggressività del mercato e della pervasività degli spettacoli televisivi. Il mercato considera l’infanzia alla stregua di un target e non ha preoccupazioni educative. Gli spettacoli televisivi entrano nell’intimità della casa e proprio per questa ragione possono essere inconsciamente associati alla sicurezza e al calore del nido domestico: una condizione psicologica che facilita l’assimilazione acritica dei messaggi.

I bambini di questi anni che vedono il Grande Fratello, invece di giocare ai cow-boy come facevano i loro genitori giocheranno ad appartarsi in coppia sotto un tavolo mimando una scena di sesso. Le bambine che vedono ogni sera uno show con ballerine in costumi molto succinti, vorranno giocare allo spogliarello invece che alle bambole. E ancora, i bambini che – dalla pubblicità, dai coetanei o dai loro genitori – vengono continuamente sollecitati al possesso di abiti all’ultima moda, scarpe firmate, oggetti status simbols entrano in competizione tra loro per l’acquisizione di questi prodotti, senza i quali si sentono infelici. Giorno dopo giorno essi fanno propria una visione del mondo che non apparterrebbe all’infanzia, modi di pensare e di atteggiarsi che possono avere dei risvolti non soltanto sullo stile di vita presente ma anche futuro. Ciò non significa, tuttavia, che crescendo, riflettendo, acquisendo senso critico e ricevendo stimoli culturali differenti non possano poi rivedere e modificare gli apprendimenti e i condizionamenti dell’infanzia. (…)

La tentazione di accelerare lo sviluppo di un bambino, di trattarlo come se fosse un adulto in miniatura e di usarlo per il proprio piacere o vantaggio è molto forte in alcune persone, soprattutto quando sono prive di una cultura dell’infanzia o quando ci sono delle frustrazioni irrisolte. Costoro proiettano sui bambini i loro desideri, le loro aspirazioni, i loro obiettivi e trovandovi una materia plasmabile e recettiva vi si esercitano senza preoccuparsi del futuro dei loro figli, delle loro esigenze di crescita, della formazione della loro personalità. (…)

(fonte: annaoliverioferraris.it)

 

Della stessa autrice vedi il libro “La sindrome di Lolita. Perchè i nostri figli crescono troppo in fretta”.

Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

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La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

Comunicazione FIABA: “Gruppo di mutuo aiuto a Villafranca – VR”

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Mettiamo in evidenza l’invito di Cristina Serpelloni, presidente dell’associazione Fiaba, per la formazione di un gruppo di mutuo aiuto a Villafranca di Verona. Sono invitate famiglie adottive e affidatarie.

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Buongiorno a tutti.
Ho il piacere di comunicarvi che Antonella Ugolini, che ha seguito un gruppo di famiglie adottive di un progetto di auto-mutuo-aiuto organizzato dall’associazione FIABA ONLUS alcuni anni fa, intende proporre alle famiglie adottive interessate un nuovo percorso in cui lei si offre come facilitatrice per lo scambio e la comunicazione tra gli adulti.
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Vi indico qui di seguito un abstract del percorso:
“Aiutarsi formando un gruppo per sostenersi, per condividere e fare pratica di comunicazione congruente (comunicare chiaramente…cooperazione piuttosto che competizione…dare potere piuttosto che soggiogare…aumentare l’unicità individuale piuttosto che fare delle categorie…usare l’autorità per realizzare ciò che serve piuttosto che forzare il consenso con la tirannia del potere…amare valutare e rispettare se stessi completamente…essere responsabili personalmente e socialmente…usare i problemi come sfide e opportunità per soluzioni creative).
L’arte di essere congruenti e cambiare la modalità dominante/sottomesso. Sviluppare un alto stato di autostima: la sorgente dell’energia personale.
Cambiare le nostre percezioni da negative a positive: i Rimedi del Dott. Bach per riarmonizzare il proprio equilibrio emotivo.
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Questa traccia  permetterebbe di fare un percorso per aumentare il nostro valore personale, al fine di vedere il valore dell’altro e rivedere lo schema familiare da implosivo ad esplosivo. Tutti questi temi toccano la relazione interpersonale e intrapersonale, questo potrebbe essere il contenitore per contenere tutti i temi di cui si vorrà parlare.  “
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Rimango in attesa di un vostro riscontro e, in base al numero delle persone interessate, programmeremo date, orari e luogo degli incontri.
A presto.
Cristina Serpelloni
FIABA ONLUS
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F.I.A.B.A Onlus – FAMIGLIE INSIEME per l’ADOZIONE di BAMBINI e ADOLESCENTI

Contatti

Via Spallanzani, 20
37069 Villafranca di Verona
Tel: +39 3453770186
Email: info@fiabaonlus.it

Sessualità/abusi sui minori. L’esperto: “Come aiutare i bambini”

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Fondamentale è mettere il bambino in condizione di aprirsi tenendo presente che difficilmente i bambini raccontano false storie di abuso sessuale.

I primi passi da fare:

(di Ivana Giannetti, Telefono Azzurro)

  • ascoltare con reale attenzione, autentico interesse per ciò che dice o non dice
  • credere a quel che il bambino raccolta e rassicurarlo
  • tradurre in parole semplici sentimenti complicati come la loro tristezza, rabbia, paura, ansia o depressione
  • meglio non improvvisarsi intervistatori ma farsi aiutare da chi lo sa fare

 

Ricordare inoltre che:

(di Anna Grasso Rossetti, esperta di comunicazione non verbale)

  • Il disagio prima si percepisce , poi si vede, se si sa che cosa guardare
  • Un segnale da focalizzare è il cambiamento di abitudini
  • Quando si coglie il disagio è perché il bambino vuole parlare
  • Mai far capire che si è spaventati
  • Sempre far capire che siamo disponibili all’aiuto, qualsiasi cosa sia accaduto (non giudizio, non punizione: ma aiuto e conforto)

(fonte: Atti del Convegno “Di’ di no! Possiamo proteggere i nostri bambini e le nostre bambine dall’abuso sessuale? – Commissione Pari Opportunità di Brescia 2002)

Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Sessualità/abusi su minori: “Il significato dell’incesto”

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di Monica Rizzi, psicoterapeuta

L’incesto ha sicuramente origine dal fallimento di una coppia di genitori e dalla confusione dei ruoli nella famiglia stessa.

Per la psicologia l’incesto costituirebbe un potentissimo regolatore dei conflitti interni alla coppia perché permette alla famiglia di restare “unita” ed alla madre di continuare ad avere un partner accanto a sé.

Questo dovrebbe giustificare, se di giustificazione si può parlare, la tendenza riscontrata frequentemente nelle madri a coprire o a fingere di ignorare le dinamiche incestuose ricorrenti fra il proprio compagno e la propria figlia.

La trasformazione sociale della famiglia e del ruolo della donna sono alcuni fattori indicati come causa dell’incesto. E’ davanti a tutti che la famiglia di oggi è spesso mononucleare o ricomposta, socialmente isolata, ha scarsi riferimenti familiari oltre a risultare delegante rispetto ai suoi compiti supportivi ed educativi. L’altra trasformazione sociale è quella relativa al ruolo della donna che, grazie alle maggiori opportunità di autodeterminazione rispetto al passato, costituisce un nuovo soggetto sociale con cui l’uomo è chiamato a confrontarsi. Non è da sottovalutare la crescente disoccupazione, che può anch’essa essere ritenuta come un fattore di stress che a volte favorisce l’espressione dell’abuso sessuale intra familiare…(…)

Nell’incesto l’abusante tende a stabilire con la figlia un rapporto esclusivo, la elegge a figlia preferita, oppure cerca una particolare vicinanza affettiva mostrandosi incompreso e bisognoso di cure. Solitamente mette in atto delle strategie volte a svalutare la figura materna così da interferire nella relazione madre-figlia.

Per riuscire a dare una misura al danno psicologico del minore abusato è dunque fondamentale comprendere che il fattore psicopatogeno principale nell’incesto è la confusione a lungo termine dei livelli cognitivi, emozionali e sessuali di relazione tra le diverse generazioni. (…) L’adulto lo dovrebbe guidare e proteggere invece allo stesso tempo è la figura da cui deve difendersi.

(…) I bambini abusati imparano ad associare la sessualità alle attenzioni che gli altri possono avere nei loro confronti e spesso tendono ad usare il comportamento sessuale per manipolare gli altri; spesso passano da una posizione passiva ad una attiva in cui cercano di controllare l’ansia e l’angoscia del trauma.

(fonte: Atti del convegno. “Di’ di no! Possiamo proteggere i nostri bambini e le nostre bambine dall’abuso sessuale?” – Commissione Pari Opportunità di Brescia 2002)

Resoconto Convegno ICYC 2015: “Chi è Paco?” – origini, scuola e conflitti tra genitori e figli adottivi

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Ringraziamo Chiara Pironi, una mamma ICYC, che ci ha mandato “pillole di saggezza” dal Convegno che si è tenuto a Tortoreto (TE) il 4 – 5 – 6 settembre 2015. Ancora una volta i nostri ragazzi ci hanno insegnato tanto. Ascoltiamo la loro voce per trovare il nostro punto d’incontro con loro.

 

di Chiara Pironi, mamma adottiva

Quest’anno il Convegno della Pro Icyc ha lasciato spazio, come l’anno scorso, ai ragazzi oggi diventati adulti.

I temi che hanno voluto affrontare sono stati:

1) origini

2) scuola

3) conflitti e interessi.

Prima di analizzare i tre temi, hanno voluto introdurre il convegno con una deliziosa storiella sull’origine di Paco, il protagonista del misterioso titolo scelto quest’anno per il convegno.

“Il piccolo Pesce Rosso, in cerca di sua zia, intraprende un viaggio insieme alla sua famiglia da sud verso nord, ma una notte una forte tempesta costringe suo padre ad affidarlo a Papà Azzurro e alla sua famiglia. Così Pesce Rosso si risveglia alla mattina e vedendo visi sconosciuti attorno a lui si sente sempre più solo e triste. Anche a scuola sta male e viene sempre deriso dai suoi compagni per il colore della pelle. Scappa, scappa e tutte le volte Papà Azzurro lo riporta a casa. Poi un giorno arriva a scuola un nuovo compagno, Pesce Verde. Lui è sempre felice e allegro e a nulla gli importa della sua diversità. Così Paco capisce che la sua famiglia è la sua forza e, anche se non mancano i momenti di sconforto pensando alla sua prima famiglia, immagina quello che sarebbe stato senza la sua famiglia Azzurra, se non fossero passati in quel momento in mezzo alla tempesta, che ne sarebbe stato di lui. E allora la sua pinna rossa diventa un pochino azzurra …. un arcobaleno di  legami è la metafora dell’adozione”

Voi genitori come vi sentite dopo avere sentito questa storia, cosa consigliate a Paco?

G = GENITORE                 F = FIGLIO

G: Il nostro sogno!!!

G: Sicuramente Paco è uno di voi, ma noi non siamo come la famiglia Azzurra, già completa. Noi abbiamo bisogno di voi, perché siete voi i nostri figli. Abbiate la consapevolezza di accettare quello che è successo nella vostra vita, come noi abbiamo accettato che dalla nostra pancia nessun figlio potrà nascere. Accettiamo quello che siamo e nascerà una cosa meravigliosa!

G: Figli silenziosi e famiglie accoglienti in attesa di capire quello che hanno, in attesa di essere adottati da loro..

F: Anche per i genitori, come per noi, non deve essere semplice soprattutto con bimbi più grandi. Ci dobbiamo accettare e sono contento che sia andata così.

F: L’adozione è a doppio senso e viene naturale adottarsi con la condivisione delle cose che ci fanno stare bene.

F: Per me l’adozione è stata fiducia. Io ho cominciato ad avere fiducia della mia famiglia a 20 anni. Genitori dovete sempre esserci.

G: Non mi piace la parola “accettare” perché nessuno ci ha obbligati a fare niente!

G: Dopo 13 anni dall’adozione vi dico che è stata dura, ma bellissimo. Sono al convegno oggi dopo 10 anni perché avevo voglia di vedere i miei “fratelli”. La famiglia nasce prima di tutto dal marito e dalla moglie.

G: I migliori educatori dei genitori sono i figli. “Accettazione”, in questo caso, è inteso come “accettazione della realtà”.

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1° tema: ORIGINI

F: Chiunque di noi ha bisogno di appartenere a qualcuno, a qualcosa, un paese o una cultura e allora facciamo viaggi sia fisici che mentali. Esistiamo perché ci relazioniamo con altri individui. Chi sono, perché esito? Ho provato a partire e tornare in Cile, ma non l’ho ancora fatto perché ho paura di incontrare la persona che mi ha messo al mondo. I viaggi verso l’ignoto non sempre ci aiutano anzi a volte pregiudicano la nostra vita futura. Non possiamo intraprendere un viaggio senza essere seguiti da qualche specialista, non si può intraprendere un viaggio solo con l’aiuto dei social. E poi non ci sei solo tu, quando decidi di scoprire le tue origini c’è anche un’altra persona e allora per fortuna che ci sono le leggi che tutelano entrambe le parti.

F: Sono tornata in Cile perché non sapevo più chi ero. Sono stata 6 mesi e ho conosciuto la mia famiglia perché dovevo sapere a chi assomigliavo. Solo questo mi interessava. Ora non ho rapporti con loro. Durante il mio viaggio ho visto cose brutte e per la prima volta mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasta lì. Il viaggio in Cile mi ha aiutato a capire i miei genitori e ad avere fiducia in loro.

G: Al rientro dal Cile quando mi dissero: “Abbiate cura di lei”, mi sono sentito responsabile di una cosa talmente grande che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi emoziono.

F: Io contattai direttamente il mio Hogar e sono tornato in Cile per vedere il popolo cileno, conoscere i sapori, i profumi. Sono andato a Quinta ed è stata una esperienza meravigliosa. Finalmente avevo dato una immagine al Cile e al mio Hogar. Tanti occhi bisognosi di una mamma e un papà, un immenso bisogno di essere unici!

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2° tema: LEGAMI E CONFLITTI.

F: La costruzione di un legame nasce attraverso un confronto reagendo ad ogni input. Il rapporto deve cambiare nel tempo con una integrazione reciproca. I nostri “se” molto spesso sfociano in un conflitto che non deve essere vissuto come una negatività, ma come una opportunità di confronto. E’ con l’accettazione dei bisogni di ognuno che nasce il processo di maturazione. Nel mio caso all’inizio fuggivo alle parole, poi sono passato alle aggressioni verbali e poi finalmente ad un dialogo con l’accettazione della realtà. Per noi ragazzi adottati l’adolescenza crea tantissimi conflitti interiori che cerchiamo di allontanare, ma se ne esce solamente avendo il coraggio di affrontarli.

F: Nella mia adolescenza ci sono stati tanti conflitti, ma non perché sono stato adottato. I nostri problemi non devono essere per forza essere sempre associati alla nostra condizione di figlio adottivo. Prima di tutto siamo ragazzi come tutti gli altri.

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3° tema: SCUOLA

F: Sono arrivato in Italia a 7 anni e sono stato inserito a scuola con bimbi più piccoli. In un primo momento mi sono sentito sottovalutato, ma adesso, con il senno di poi, posso dire che è stato meglio così. Però, devo ammettere, che l’ho vissuta male. I bambini adottivi hanno bisogno di un sostegno esterno per l’inserimento.

F: In Cile, nella mia classe avevo i miei amici e i miei punti di riferimento. Poi sono venuta in Italia a 9 anni e mi sono trovata da sola in una classe di sconosciuti e allora reagisci come puoi. Sono stata comunque fortunata perché i miei compagni erano preparati al mio arrivo. Comunque la vivevo male. Un giorno la mia maestra si è inventa un piccolo gioco e mi sono sentita meglio. Durante l’ora di storia aveva disegnato alla lavagna il corpo umano e mentre i miei compagni dicevano il nome di ogni parte in italiano io lo traducevo in spagnolo. Brava la mia maestra che mi ha messo a mio agio!!!

F: A 7 anni quando cominciai la scuola in Italia ancora non sapevo l’italiano e non capivo niente, non volevo socializzare e mi difendevo dai miei compagni anche menando. Odiavo i compiti e piangevo sempre, fortunatamente i miei genitori mi hanno aiutata molto.

G: Sono maestra d’infanzia e ho avuto esperienze con bambini adottati. Quello che posso dire è che questi bimbi scaricano l’aspetto emotivo e la sofferenza sui compagni e sugli insegnanti. Occorre allora dialogo e sensibilizzazione nei confronti degli insegnanti che il più delle volte non sono preparati. I bambini non devono essere diversi, bisogna solo avere la pazienza di aspettare i loro tempi. La scuola deve essere educativa. Non è un voto che fa l’individuo. Bisogna convincere gli insegnanti che questi bambini venuti da lontano “non devono per forza sapere benissimo l’italiano”.

Sessualità/abusi su minori: “L’importanza della narrazione del bambino e dell’ascolto empatico dell’adulto”

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Troviamo disarmante che tra le vittime di abuso solo una piccola percentuale si confidi con i genitori. E’ ovvio che ogni caso va valutato a sé e dipende da contesto familiare in cui si vive. Spesso il bambino vede la madre come una figura fragile su cui non si può far cadere un peso così importante; altre volte si vergogna e si sente responsabile dell’accaduto. Per noi genitori adottivi responsabili significa che il bambino non trova spazio per il suo racconto, forse perchè gli adulti si assumono sempre meno responsabilità e lui lo capisce.“Va ricordato che la comunicazione di un bambino che vive una condizione di forte disagio inizia non dalla sua bocca ma dall’orecchio di chi ascolta.”- questa è la sintesi importante di un articolo di Claudio Foti, psicoterapeuta, apparso su Minori e Giustizia nel 2007 dal titolo “Il negazionismo dell’abuso sui bambini, l’ascolto non suggestivo e la diagnosi possibile” che vi invitiamo a leggere completo (http://www.8ealtro.it/files/1-Negazionismo.pdf)

 

La violenza esiste ma tende ad essere negata. La stessa comunità scientifica è arrivata con forte ritardo e con forti resistenze a studiare e classificare le sindromi post traumatiche, a riconoscere e a considerare le reazioni traumatiche nei bambini.

La negazione è intrinseca alla violenza: dopo l’azione c’è la negazione. A ciò si aggiunga che la mente umana tende a negare un evento che travalica la possibilità di elaborazione. Questa è la ragione per cui le atrocità della storia umana tendono a non essere credute, ricordate, documentate da parte degli storici. L’ultima ipotesi che un’équipe di operatori prende in considerazione nella diagnosi del malessere di un bambino è quella della violenza ai suoi danni.

Anche nella società c’è una difficile ammissione dell’abuso sessuale. Il soggetto sociale potente cerca di squalificare la vittima. La vittima in quanto donna, in quanto bambino è già soggetto debole e socialmente svalutato, la squalifica e l’isolamento rendono l’esperienza incomunicabile. Se la vittima non trova un ambiente sociale supportivo, soccombe.

“La vittima deve trovare un ambiente sociale supportivo”

Una società basata sulla forza e sul privilegio tende a non valutare il soggetto traumatizzato. Sviluppare, allora, l’attenzione clinica verso questi soggetti significa riprendere valori democratici e solidaristici. Ma prima bisogna riconoscere che l’abuso sessuale sui minori è un fenomeno che ha dimensioni endemiche nella nostra cultura e che nonostante le sue dimensioni massicce, il fenomeno è destinato per molti aspetti a restare sommerso ed impensabile. C’è poi l’immagine della famiglia felice e accudente, difficile mito da sfatare.

Il trauma emerge e riemerge nei momenti meno impensabili se non viene elaborato anche solo attraverso la narrazione. E’ la solitudine in cui si trova il bambino ad rendere più grave il trauma. Difficilmente un bambino racconta ciò che non ha vissuto. Sebbene i ricordi degli eventi originari possano subire delle distorsioni, il fatto che i sopravvissuti ricordino l’essenza della questione è in definitiva quello che conta. Ma ciò che racconta non dà una buona immagine della società in cui viviamo e ciò non è conveniente. La vittima evoca la fragilità e debolezza della condizione umana.

Tutto s’innesta nella cultura dell’esaltazione della carne senza pensare alle conseguenze. L’attivazione prematura della pulsione sessuale nel bambino produce alterazioni neurobiologiche molto gravi, sollecita la vittima al ricorso a forme dissociative per tentare di difendersi dal richiamo confuso e disorganizzante dell’eccitazione precocemente sperimentata. Per questo va combattuta l’idea sempre più largamente accettata che la ricerca del piacere sessuale sia sempre giustificata.

“Una società sessualizzata come la nostra tende ad esaltare il piacere sessuale come valore sempre e comunque positivo

Un caposaldo del negazionismo è la rappresentazione di un bambino compiacente dell’adulto incapace di trasmettere la sua autonomia comunicativa. La dominazione attraverso il sesso ha sempre accompagnato il rapporto tra padrone e schiavo, fra dominatore e dominato, fra vincitore e vinto, fra potente e suddito – Ida Magli. Va invece detto, per sottolineare il significato di adulto che

“La capacità di domare gli impulsi non è un optional, ma un ingrediente insostituibile della maturità umana e spirituale”

Ciò che risulta sempre deleterio è il rapporto relazionale con l’adulto su cui ricade la responsabilità morale e giuridica dell’accaduto. Purtroppo quando ci s’imbatte in casi di abuso si tende a delegare a qualcun altro le responsabilità. Invece dovremmo parlarne sempre e di più perché ciò aiuta gli adulti attenti e sensibili ad aiutare i bambini in difficoltà. Ricordiamo che il silenzio aiuta a perpetuare l’abuso. In molti casi i bambini non vengono messi nella condizione di comunicare all’esterno il loro malessere. Si preferisce “la suggestione negativa” che altro non è che un comportamento degli adulti che scoraggia il bambino ad avvicinarsi alla propria debolezza e sofferenza per elaborarle.

“Come possiamo stare con un bambino che è stato traumatizzato, cosa possiamo fare per lui come adulti?”

Qui entra in campo il rapporto empatico:

“Il bambino cerca un interlocutore che si interessa a lui come persona e che non lo giudicherà dalla sua storia.”

Cerca un adulto che gli possa far riguadagnare la fiducia nel mondo degli adulti che l’ha così profondamente tradito. Non esiste ascolto senza un impegno dell’adulto a manifestare al bambino capacità di accettazione della sua condizione, disponibilità di tempo e mentale a rapportarsi con lui e vicinanza emotiva. L’obiettivo è quello di tranquillizzarlo, di fargli capire che sei un adulto sicuro. E’ necessario che il suo ascoltatore contenga le emozioni del bambino. L’atteggiamento dialogico alterna atteggiamenti di comprensione empatica con atteggiamenti di curiosità, intesa come interessamento rispettoso e non pressante.

Fuori dal coro: “Adozione e la scuola che dovrebbe accompagnare i nostri ragazzi”

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Prima ragazzi che studenti. Guai se la scuola lo scorda

(da: Giovani e storie, Avvenire del 19 agosto 2015)

Sono una mamma adottiva ormai da dodici anni. Osservo, a volte con tristezza, quanto la scuola italiana sia avara nei confronti dei nostri figli provenienti da culture diverse, che spesso faticano ad adeguarsi ai canoni di un insegnamento standard.
Eppure, sono menti vivaci, portate al “problem solving” perché abituati a districarsi in ambienti in cui te la devi cavare in qualche modo con i mezzi che hai. Ci sono storie dietro i ragazzi che vanno a scuola, non sono solo studenti. Non ci si può limitare a una valutazione puramente numerica.
Non sto scaricando tutta la responsabilità sugli insegnanti, però posso dire che in presenza di una famiglia disposta a collaborare non sempre gli educatori si fermano ad ascoltare, in particolare alle superiori.
La bocciatura fine a se stessa è inutile, se non dannosa, nel caso di un figlio adottato, perché non risolve i problemi di natura affettiva che rallentano l’apprendimento. La bocciatura ha senso se si accompagnano il ragazzo e la famiglia in un percorso diverso, se si danno delle alternative. La famiglia e il ragazzo, però, andrebbero sostenuti per evitare la bocciatura, per attutire il contraccolpo sul ragazzo. Perché i nostri figli valgono, anche se non sono i migliori secondo un sistema scuola che, non dimentichiamo, è costruito su misura della “classe dominante”, come era stato osservato da don Milani. Che fare? La solitudine della famiglia è grande, soprattutto quando hai di fronte un ragazzo con potenzialità che non sai come incanalare in un contesto scolastico poco flessibile. E il rischio abbandono è davvero molto alto.
Roberta Cellore

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Risponde Luigi Ballerini, psicoanalista e scrittore.

Uno studente è prima un ragazzo che uno studente. Ringrazio di cuore la nostra lettrice per averci ricordato questa verità semplice ed evidente, che come tutte le verità semplici ed evidenti rischia a volte di essere ignorata. Se poi il giovane vive una condizione particolare, come il trovarsi in un tessuto culturale e sociale molto diverso da quello in cui è nato e, magari, cresciuto, l’affermazione è ancora più significativa. L’apprendimento non è mai un processo meccanico, il ragazzo che impara non è assimilabile a una carta assorbente che si imbibisce. È fondamentale per lui sentirsi a proprio agio, compreso e accolto nel contesto in cui ciò accade. L’insegnante pertanto non può essere solo un verificatore, è innanzitutto un compagno di cammino. Sta a lui suscitare la voglia nello studente, innestando la passione che nasce sulla sua propria. Così come sta a lui usare l’affetto e la flessibilità necessari a personalizzare il percorso, riconoscendo e facendo leva su tutte le risorse che si sono già dimostrate attive, seppur in contesti diversi. Nel caso di risultati insoddisfacenti deve poi aiutare il ragazzo in difficoltà non tanto a trovare la sua strada, ma a costruirsela. Anche con creatività. Non esiste infatti una strada predeterminata che andrebbe scovata, la strada viene costruita dagli incontri e dagli accadimenti.
Nella lettera è denunciato un contesto scolastico poco flessibile. Che fare, viene anche chiesto. Innanzitutto, direi, difendere il ragazzo, soprattutto se l’ambiente è davvero sordo alle istanze della persona e non ne riconosce il valore. La difesa è difesa di un pensiero di profitto. Significa lavorare perché il giovane non si scoraggi, non inizi a pensare lui stesso di non valere niente, di non poter costruire nulla. E poi guardarsi intorno: farsi aiutare da altre famiglie, cercare nuovi insegnanti e nuove scuole. L’abbandono scolastico è una sconfitta per tutti. È un atto disperato, perché figlio dell’idea che non possano più darsi frutti. I frutti invece arrivano sempre, con il tempo e il lavoro. Che la nostra certezza al riguardo sostenga i più giovani anche nei momenti più scuri.
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(fonte: http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Giovani%20storie/Prima%20ragazzi%20che%20studenti.

%20Guai%20se%20la%20scuola%20lo%20scorda_20150819.aspx?rubrica=Giovani%20storie)

“I colori del vuoto”, un libro che diventa spettacolo

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Racconti di adottati, genitori adottivi e naturali

 

di e con Ramona Parenzan

Lo spettacolo è una declinazione drammaturgica in forma di monologhi che si susseguono, dei racconti presenti nella raccolta (Autori vari, a cura di Ramona Parenzan) I COLORI DEL VUOTO, edito da Libere Edizioni

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Spazio scenico in ombra. Sei sedie vuote. Accanto ad ogni sedia, in basso, si trovano degli “oggetti speciali”, un po’ curiosi: una balena rosa, una lampadina, un paio di scarpe con la zeppa anni settanta, un vecchio disco in vinile, un paio di scarpette da danza… Sono i preziosi oggetti simbolici che hanno “salvato” dal vuoto i protagonisti delle storie. Una voce fuori campo introduce il tema attraverso delle domande ripetute. Sul telo scorrono immagini. Poi, lentamente, quasi per magia, arriva cantando la narratrice. Sedia dopo sedia, oggetto dopo oggetto, fotografia dopo fotografia, illustrazione dopo illustrazione, prendono corpo, colore e voce le storie e i racconti presenti nel libro. Lo spettacolo diventa così  un delicato, e a tratti anche surreale, susseguirsi di voci rappresentative di adottati, genitori adottivi e genitori biologici alla ricerca dei propri figli, desiderosi di comunicare agli spettatori, le loro più profonde emozioni. Il tema centrale dei racconti è l’abbandono e la perdita, ma anche i vari modi in cui i protagonisti sono riusciti, nel tempo, a trovare risposte e a ridipingere il vuoto.  

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Note tecniche   Durata:  60 min, più dibattito con il pubblico per un totale di circa due ore

Montaggio scenografia: quindici minuti circa

Spazio scenico: teatro, aula magna, auditorium, biblioteche, palestre e spazi aperti

Dispositivi richiesti: pc, telo bianco, proiettore, 6 sedie, casse acustiche

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Costi 120 Euro nette (più eventuali spese di viaggio e di pernottamento)

Performer Ramona Parenzan, autrice di vari libri, racconta storie

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Per informazioni Ramona Parenzan 339 1622954;  ramona.parenzan@libero.it

“I colori del vuoto”: intervista alla curatrice del libro, Ramona Parenzan

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Ramona parla del vuoto che ragazzi adottati, genitori adottivi e genitori biologici si portano dentro. Un vuoto che può essere colmato se solo lo si vuole e non si ergono barriere. Se si comunicano le emozioni e si decide di non viverle più in solitudine.

L’intervista mette in luce gli obiettivi del libro e come è nato. Ramona, inoltre, legge stralci di tre racconti che spaziano dal significato di abbandono per una ragazza adottata, all’importanza dell’incontro con la mamma biologica, tutto condito dal sentimento di chi ci è passato davvero.

Buon ascolto.

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Colombia. Cesar, 29 anni: “La ricerca delle origini e l’amore per il mio paese”

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Abbiamo incontrato Cesar che è un ragazzo colombiano, adottato, ritornato a vivere nel suo paese natale. Vi raccontiamo la sua storia tratta dal suo sito personale http://cesarbucci.me/. Cesar ama molto il suo paese ed è a disposizione di chi vuole informazioni sulla Colombia.

La mia vita è influenzata da un evento molto importante: la mia adozione. Sono nato a Villavicencio – Colombia – nel 1986 e sono stato lasciato da mia madre prima del mio secondo anno di età. Sono stato adottato nel 1988 e questo evento è stato per me un trauma: da allora sono vissuto cosciente che l’Italia non era il mio paese, che provenivo da un altro posto. Sono cresciuto con una domanda insistente, desideravo sapere perché mia madre mi aveva lasciato. I miei genitori adottivi mi spiegavano che era stata una necessità. In Colombia la vita era dura, la gente povera e affamata. Inoltre mia madre non aveva i mezzi per avere cura di me e per questo ha fatto questa scelta. Nonostante i loro sforzi c’erano ancora dei dubbi che mi giravano nella testa: perché se la gente moriva di fame nella mia famiglia si sprecava cibo? Che cosa avevo perso e che cosa potevo fare io per il mio paese, considerando, adesso, la mia posizione fortunata? Queste domande e il desiderio di conoscere il mio paese natale mi portarono a saperne di più e ad aiutare la mia gente. Inoltre, intorno ai 13 anni, capii che, era vero, mia madre mi aveva lasciato, ma il suo era stato l’atto di amore più grande del mondo: “Lasciare qualcuno che si ama per il suo bene”.

A 21 anni sono partito per la Colombia, assecondando i miei desideri e necessità, per conoscere il mio paese e cercare mia madre biologica. Desideravo ringraziarla per il suo atto di amore. Nei mesi a seguire ho iniziato ad imparare lo spagnolo e da lì a poco iniziai la ricerca. Non l’ho incontrata, ma ho conosciuto la verità: mia madre era una prostituta che era stata messa in carcere. La signora che si occupava di me, allora, decise di portarmi in istituto (ICBF) e da lì sono stato fatto adottare. Mai mi dimenticherò l’incontro con quella signora che si era presa cura di me al posto di mia madre: ero senza parole e incapace di formulare qualsiasi pensiero al di fuori di un martellante “L’ho incontrata”.

Soddisfatto e con desiderio di conoscere di più il mio paese mi sono stabilito a Bogotà per studiare “Trabajo Social” e poi “Cine y Televisión” all’Universidad Nacional de Colombia. In questi ultimi anni ho potuto conoscere meglio la situazione reale della Colombia. Ho potuto apprendere quanto sia difficile per i LGTBI (lesbiche, gay, transgender e bisessuali) essere accettati e come siano spesso associati solo alla prostituzione; ho potuto vedere come la violenza faccia parte della cultura della maggioranza dei colombiani; ho potuto vedere ragazzini di 16 anni indossare divise militari e, dotati di armi, lavorare come ausiliari militari. Questo è un paese dove questi giovani non hanno altra possibilità legale di vita se non entrare nelle Forze Armate. Lo studio è un privilegio, come il lavoro.

Quello del servizio militare obbligatorio in Colombia è un argomento che mi sta molto a cuore. Con l’aiuto di alcune organizzazioni statali e non, sto lavorando ad un documentario di denuncia che si vorrebbe divulgare a livello nazionale e internazionale per creare pressione sociale al fine di velocizzare la eliminazione del servizio militare obbligatorio e di portare la pace al più presto nel nostro paese.

Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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adopnation

Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com

Solitudine papà. Zac, 15 anni: “Due papà”

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Non è questa la sede per discutere di adozione agli omossessuali si o no. La lettera che presentiamo è il punto di vista di un ragazzino di 15 anni che vive negli Stati Uniti e quindi in un clima culturale diverso dal nostro. Ci ha colpito la iniziale confusione di Zac e la successiva accettazione di avere due padri. Ma più che altro ci sembra interessante veder come si è evoluto il rapporto nel tempo. E’ entrato in famiglia a 8 anni, una famiglia composta oltre che dai due papà anche dai fratelli Derreck e Nick. Ricordiamo che alla Conferenza di Bilbao (Spagna), tenutasi nel luglio 2013, molte tavole rotonde erano incentrate sull’adozione nella famiglia omosessuale.

“Alla mia famiglia,

Questa è la prima lettera di Natale che abbia mai scritto. Da quando ho iniziato a crescere un po’, ho sempre avuto il desiderio di scrivere una lettera alla mia famiglia o, semplicemente, parlare di come è andato l’anno fino a Natale nella mia famiglia.

Da quando sono arrivato in questa famiglia mi hanno sempre detto che sono fortunato. Ho sempre saputo di esserlo, soprattutto sapendo di avere due padri come Dad e Dadio che mi amano così tanto. La mia famiglia è molto importante per me. Anche quando litighiamo o discutiamo, so che loro mi ameranno per sempre. Sì, sono fortunato ad avere questa famiglia, dopo aver passato così tanti anni in affidamento, senza mai sapere se avrei mai avuto un giorno una famiglia.

Sono cresciuto senza padre. Mia madre naturale ha sempre avuto tanti ragazzi, faceva uso di droga e andava sempre a delle feste. Io e mia sorella siamo stati allontanati da lei a 8 anni. Non è stato bello avere la polizia in camera mia quel giorno. Mi rese triste e questa tristezza che porto da troppi anni mi ha causato molti problemi. Alla fine mi hanno dato in affidamento in un’ottima famiglia, dopo esser passato tra 12 case in 3 anni. E fu proprio quando arrivai in questa casa che l’assistente sociale e la mia nuova madre in affidamento mi dissero che c’era una famiglia che mi voleva. C’era un problema: erano due papà!

Onestamente, non mi importava. Gli dissi: ”Beh, non ho mai avuto un papà, adesso ne avrò due !

All’inizio è stata veramente difficile e gli diedi filo da torcere fino allo stremo delle forze. Mi comportai davvero male con entrambi. Rubai le loro carte di credito e spesi migliaia di euro online. Quando siamo andati in vacanza all’estero per la prima volta, ho rubato della roba da un negozio di souvenir: loro due mi scoprirono e mi fecero tornare indietro al negozio per restituire ciò che avevo rubato e mi fecero pagare ciò che dovevo alla proprietaria del negozio per furto di proprietà. Non riuscivo a capire e pensavo fossero cattivi.

Quando rubai la loro American Express e consumai il plafond in acquisti online avevo 12 anni. Erano davvero arrabbiati, ma Dad si accertò di farmi rendere conto della gravità di ciò che stavo facendo. Mi portò alla polizia locale e dichiararono all’ufficiale di polizia che avevo rubato di nuovo. Mi fecero l’interrogatorio e parlai con tre ufficiali di polizia. Per tutto il tempo in cui stavo lì volevo solo che mio padre arrivasse mi portasse via. Volevo riportare indietro il tempo, a prima di aver commesso il furto, in modo da non esser lì dove mi trovavo e in modo tale da non aver fatto del male a miei genitori. Imparai la mia lezione e non rubai mai più.

Ma Dad e Dadio non adottarono solo me, ma anche mio fratello Derrick. Cosa potrei dire riguardo Derrick? E’ un bravo ragazzo, divertente, un fantastico ragazzo gay, è uno di quei ragazzi fighetti, è il mio fratellone ! Dopo adottarono anche Nick. Lui riesce a farmi innervosire a volte, ma alla fine anche lui è un bravo ragazzo. Impara in fretta se si parla di matematica o moltiplicare numeri. E detto ciò parlerò della routine della mia famiglia.

Dad e Dadio. Sono i miei genitori e ci sono sempre quando ho bisogno di loro.
Nei miei periodi bui loro sono la luce, quando mi sento ansioso e ho paura loro sono il calore,
quando ho fame loro preparano il mio pasto.

Non ho dedicato molto tempo a scrivere questa lettera, ma dentro ci trovate i miei genitori. Le persone che riescono a darmi la luce. Le persone che riscaldano il mio cuore, quando si fa buio. Le persone che mi preparano da mangiare. Se potessi chiedere solo una cosa per Natale, chiederei solo la mia famiglia.

Zac ”

(fonte: huffingtonpost – 01/2012)

Resoconto convegno ICYC 2014: “Conclusioni dalla platea”

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Ci sembra importante riportare le considerazioni di alcuni presenti in sala alla fine del Convegno.
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Michele (papà e nonno)- Siete ancora in pochi. Il Convegno, secondo me, dovrebbe coinvolgere i ragazzi più piccoli. Devono sapere che quello che sentono e stanno vivendo non è un’anomalia, che altri stanno provando quello che stanno vivendo, che non devono aver paura delle loro reazioni, che un giorno potranno trovare il loro equilibrio e giusta dimensione.
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Manuel (figlio e papà; vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/) – Sono stupito di questa vostra libertà nell’esprimervi. E’ la prima volta che mi capita. Giro da due anni per le associazioni. Di solito mi trovavo da solo ad affrontare la platea di genitori. Questa volontà di capirsi tra genitori e figli è nuova per me. Posso solo aggiungere che i genitori hanno paura. Hanno bisogno di esempi positivi per essere rassicurati.
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Alan (figlio e papà) – Abbiamo bisogno di trovarci ed aprirci, ce l’hanno insegnato i nostri genitori. Qui possiamo trovare delle risposte. Anche per essere noi genitori un giorno e riproporre quello che abbiamo imparato in famiglia. Tutto ciò che ho ricevuto lo trasmetto a mio figlio. L’amore si impara da chi ti dà amore. L’ho imparato poi, dopo una fase in cui non l’ho ricevuto. L’ho imparato dai miei genitori e amici.
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Alberto (marito) – La vostra testimonianza mi aiuta a capire mia moglie, i suoi pensieri e il rapporto con la sua famiglia.

Resoconto Convegno ICYC 2014: “Adozione, come la vedono i figli”

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6. E NOI ADOTTATI SAPETE COME CI SIAMO SENTITI DOPO L’ADOZIONE?
P. Mio figlio non ce l’ha fatta a rimanere qui a confrontarsi con gli altri. Mio figlio ha tanto bisogno di parlare con voi ragazzi. Quella che proponete è una domanda fondamentale per le nostre famiglie che dobbiamo imparare a conoscere i nostri figli.
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F. Se ti può consolare io ero sempre arrabbiata, non parlavo con i miei genitori. Non mi facevo avvicinare da loro. Non accettavo di avere una mamma. Non sapevo cosa fosse. Volevo delle risposte. A volte si ha molta paura delle risposte. Vi mettiamo alla prova tanto. E’ il nostro modo di dirvi “Ci sei?”. Ognuno ha i suoi tempi. Piano piano tuo figlio avrà le sue risposte.
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F. Ero triste quando sono arrivato in Italia perché l’istituto era la mia famiglia. Qui, d’altro lato era bello perché avevo una famiglia vera. Un anno fa sono tornato in Cile e ho provato di nuovo una grande tristezza. Sono tornato al mio istituto e tutti i bambini mi venivano addosso per ricevere una carezza o una caramella. Erano bambini soli. Allora ho capito che avere una famiglia è una cosa spettacolare.
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F. Non ho vissuto in istituto. Sono passato dalla solitudine ad una città come Milano. Ho avuto un’infanzia molto difficile. Per questo mi sento di dire che prima del “Perché viviamo?” viene un’altra domanda: “Chi sono io?”.
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F. Padre Pier mi ha chiamata e mi ha detto: “Avrai una mamma e un papà tutti per te”. All’aeroporto, all’arrivo dei miei genitori sono scappata perché avevo paura. Una volta che mi hanno recuperata confrontavo le foto con i loro volti per vedere che cosa combaciava e cosa no. Poi li ho abbracciati. Io sono nata in quell’istante. Una volta in Italia, però, non ero tranquilla. Temevo che la mia mamma cilena venisse a riprendermi. La mia mamma N. mi rassicurava. Sapevo che lei era lì per me. E’ molto importante la presenza della mamma per calmare le paure.
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F. Io invece vivo ancora male qui in Italia. Ora sto meglio ma non del tutto. Per un anno, dal mio arrivo, pensavo di tradire la mia famiglia biologica. A casa mi sentivo sola. Scrivevo lettere in Cile, di nascosto. Poi i miei genitori l’hanno scoperto. E’ stato solo attorno ai 12/13 anni che ho deciso di vivere in Italia. Ma non mi ha ancora abbandonato la sensazione di tradire la mia famiglia di origine. Non riesco a dare delle risposte concrete. La partenza dal Cile rimane per me un avvenimento negativo che mi porto dentro.
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F. Per me l’adozione è stata facile perché avevo una sorella e un punto di riferimento a cui appoggiarmi. Per me è stato un ricongiungimento familiare.
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7. ADOTTARE, ULTIMA SPIAGGIA O BISOGNA CREDERCI?
P. Per me ”ultima spiaggia” significa: passa il tempo e non accade niente. Ma c’è una possibilità che colma una mancanza per recuperare qualcosa che la natura non ci ha dato. C’è la speranza di recuperare su questa assenza di genitorialità. La speranza ti avvicina all’adozione. Per molti è l’ultima spiaggia ma è collegata al bisogno di “crederci”. Per superare il negativo devi crederci.
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Psic. La spiaggia non ha solo una connotazione negativa. Può rappresentare il luogo del naufragio, ma anche il luogo da dove si parte per esplorare altri paesi. Davanti alla spiaggia c’è un mare per arrivare a qualcosa d’altro.
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8. CONFRONTIAMOCI: LUCI ED OMBRE DELL’ADOZIONE
F. Per quanto riguarda l’attesa delle nuove coppie. Sappiate che sono ritornata in Cile e ho vissuto con i bambini e ho dormito con loro. La cosa che mi ha colpita di più è la domenica. Li pettini, li vesti a festa perché è il giorno delle visite dei parenti. A volte arrivano, molte volte no. Allora la domanda ricorrente diventa “Quando avrò una mamma, quando avrò un papà?” Ricordate che loro non hanno nessuno con cui condividere le loro paure, con cui parlare dei loro desideri. Voi avete la coppia, la famiglia, gli amici. Non siete soli.
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Psic. Focalizzando quanto si è detto:
– la sensazione di non sentirsi del tutto legittimati ad essere genitori va di pari passo con il mettere alla prova dei ragazzi.
– in quale momento di crescita pensate di trovarvi? C’è un tempo per rispondere che non è uguale per tutti.
– alla base di questa crescita c’è una domanda a cui si deve necessariamente rispondere: “Chi sono?”
– la solitudine intesa come processo di crescita dell’individuo.
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P. Non sono un genitore adottivo, ma un marito di una figlia adottata. Mi sento di dire che l’inadeguatezza fa parte della vita. Voi genitori non dovete aver paura di sentirvi inadeguati. Anch’io che sono padre biologico mi sento a volte inadeguato. In questi casi dovete usare la stessa determinazione con cui li avete cercati questi figli.
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M. Per me quando parlo di inadeguatezza intendo non sentirsi adeguati di fronte al dolore e alla sofferenza. C’è uno sforzo davvero grande in questo. Sono mamma biologica e adottiva. Anch’io mi sento inadeguata di fronte al figlio naturale. Ma le circostanze e le sensazioni sono diverse.
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Psic. Consideriamo che i genitori adottivi iniziano un percorso in salita con tutto ciò che precede l’adozione. C’è una stanchezza che i genitori biologici non hanno. La determinazione unisce le luci e ombre dell’adozione. Quando uno si sente fragile si sente anche inadeguato. L’impotenza e l’inadeguatezza bisogna trasformarle in potenzialità.
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F. L’ombra mette in moto, non è negativa.
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F. Mi sento impreparato come le coppie in attesa. Ho paura del nuovo, ho tante domande. Ma allo stesso tempo non ho il desiderio di tornare a cercare le mie origini. Non mi frega niente della mia mamma di nascita. Perché sto bene qui, nella mia famiglia. Io una famiglia ce l’ho già. La mia storia passata desidero lasciarmela dietro. E le domande me le faccio ma non aspetto le risposte. Forse perché devo ancora mettere dei punti fermi, sto ancora crescendo.

F. Sono felice oggi. Cercare le mie origini per me è stato importante. Ho fatto il viaggio di ritorno in un momento in cui non sapevo più chi ero. La morte di padre Pier mi ha destabilizzata. Lui stesso mi aveva invitata a tornare in Cile per trovare le risposte che non avevo. “Chi sono?” – per me è stato importante tornare. Nella mia infanzia, a scuola, i bambini dicevano: “Io assomiglio alla mamma. E tu, a chi assomigli?”. Non lo sapevo. Ebbene una volta in Cile ho scoperto che mia nonna era la mia copia con i capelli bianchi. La mia famiglia era una tribù, tanti erano i cugini. Ho anche un fratello e una sorella. Non ero interessata al contatto con la famiglia. La mia famiglia ce l’avevo in Italia. Ma lì ho capito che la mia famiglia di origine aveva continuato la sua vita. Ho incontrato una dura verità. Come mai è successo a me questo? Ebbene ho inteso in quel momento che sono stata fortunata, che ho una famiglia, che sono viva. Adesso avevo le risposte. Adesso sapevo cosa dovevo fare. Ho anche capito mia mamma adottiva. Sono quella che sono grazie a lei che mi ha sempre appoggiata e aiutata quando ne avevo bisogno. Lei c’era sempre. Da quel viaggio ho cominciato ad abbracciare mia mamma. Prima non glielo permettevo. Adesso sono contenta. Ho capito cos’è l’amore di una famiglia.
Vi ho raccontato la mia esperienza perché volevo incitarvi ad “esserci” con i vostri figli. Non mollate.

(continua…)

Resoconto del Convegno ICYC 2014: “Le domande dei nostri ragazzi”

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La voce dei ragazzi è stata la novità del Convegno ICYC tenuto a Gabicce sabato 6 settembre 2014. In occasione del XXV anniversario della fondazione, l’Associazione ha voluto dare una nuova impronta al raduno nazionale annuale delle Famiglie Adottive pro ICYC. Già il titolo “Rott-Amiamoci” esprimeva un cambio di rotta rispetto agli ultimi incontri, però sempre mantenendo la tradizione di amicizia che caratterizza le famiglie dell’Associazione.
I due rappresentanti dei ragazzi, Cesar e Maribel, hanno coordinato i lavori secondo una scaletta studiata nei mesi precedenti e scaturita dagli incontri che i nostri figli più grandi hanno avuto a Milano, Pesaro e Roma. Sono state proposte alla platea delle domande. I genitori presenti hanno accettato la sfida. In questo botta e risposta non sono mancati gli interventi dei ragazzi che sulle diverse tematiche hanno espresso perplessità, paure e titubanze, ma anche evidenziato gli obiettivi raggiunti. Solo poche volte è intervenuta la psicologa dell’ente senza risultare invadente.
Di seguito riportiamo le domande ed alcuni passaggi che riteniamo significativi. Davanti alle sintesi degli interventi porremmo una P per papà, M per mamma, F per figlio/a e Psic per psicologa. Il post sarà diviso in tre parti.

F. Ci sono delle domande importanti che ogni essere umano si pone. Una di queste è “Perché viviamo?” Una possibile risposta potrebbe essere “Viviamo per poter crescere”. A volte gli adulti di fronte a queste domande non hanno risposte. Oggi vogliamo raccontare e condividere le nostre esperienze. Per avere e dare risposte.

1.PERCHE’ MI AVETE ADOTTATO?
Avete mai detto ai vostri figli perché avete adottato?
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P. La molla è stata una grande voglia di metter su famiglia
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F. La domanda che spesso mi sono fatta è: “Perché ha scelto proprio me?” Allora mia mamma mi spiegava che i bambini nascono dal cuore e che la mamma è quella che ti sta vicino.
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M. Ho un figlio biologico. Nel nostro caso l’adozione è partita dal desiderio di prendersi cura di un bambino che non ha avuto queste attenzioni nella famiglia di origine. Per me adozione è trasmettere il senso dell’amore gratuito.
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M. Ho adottato perché avevo tanto amore da dare e perché credo nella famiglia.
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P. L’adozione nasce dalla consapevolezza di essere stati fortunati, di essere cresciuti in una famiglia che ti ha dato amore. Trasmettiamo ciò che ci è stato regalato in quanto queste risorse ci sono all’interno di noi come un di più che la vita ci ha regalato.
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P. Per me nasce da un bisogno di colmare un vuoto. Un bisogno da dentro.
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P. C’è uno “spazio per amare” che ti avvicina all’adozione.

2. L’AVETE MAI SPIEGATO?
M. Non ho mai usato una formula. Ritengo che dalle azioni si dovrebbe capire. Ho adottato mia figlia molto piccola. Da quando l’ho presa in braccio l’ho sentita figlia e non ho ritenuto importante spiegarlo. Mi sembrava una cosa del tutto naturale non dirle niente. E lei non mi ha mai chiesto niente.
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P. Il concetto “papà adottivo” non mi piace. Preferisco pensare che quando si fa famiglia non occorre dare spiegazioni perché il rapporto padre figlio è qualcosa che cresce in modo naturale.
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F. Ognuno la gestisce in maniera diversa.
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P. L’adozione non è stato affatto un ripiego, ma non riesco a spiegarglielo. Come faccio? Forse è ancora piccola.
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M. Adottare significa “scegliere”, quindi non nasce, secondo me, da un bisogno. Mi piace comunicare a mio figlio che la nostra è stata una scelta. Ci sono tante coppie che non possono avere figli e hanno scelto di non adottare. Noi abbiamo scelto di adottare, invece. Noi abbiamo scelto lui e lui ci ha scelti. Ci scegliamo tutti i giorni. Cerchiamo di parlare con lui e di trasmettere gli strumenti perché si senta bene.
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M. Dai miei figli ho imparato che il problema di comunicare è nostro. Chi mi conosce sa che ho due figli grandi molto profondi che formulano domande che mettono in crisi. Una di queste è stata: “Mamma, cosa si prova ad essere genitori adottivi?” Sono dell’opinione che dove ci sono domande occorre rispondere. E le risposte arrivano più facilmente se si è stati bambini felici e amati nella famiglia di origine.
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Psic. L’adozione è un incontro tra due desideri e due bisogni. I bambini fanno domande non solo con la voce. Essi chiedono anche con il loro comportamento o con i loro silenzi. Sta a noi decodificare. Sicuro sentono la disponibilità ad affrontare argomenti importanti. Se questo spazio c’è all’interno della famiglia, le domande vengono. Ogni famiglia costruisce un diverso senso dell’adozione. L’età del bambino porta a cambiare parole e spiegazioni.
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3. COM’ERA LA VOSTRA VITA PRIMA DELLA SCELTA DI ADOTTARE?
P. Sono otto mesi che abbiamo adottato. Prima avevamo un sacco di tempo libero. Oggi c’è R., ma posso affermare che la nostra vita è cambiata decisamente in meglio.
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P. Non ho lasciato i miei hobby che cerco di condividere con i miei figli. Direi che la mia vita è cambiata da un punto di vista fisico. E’ più faticosa, ma più bella.
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M. Anch’io ho cercato di condividere il mio impegno politico con mia figlia ma lei ha un rifiuto totale. Credo che sia perchè ho sottratto molto tempo alla famiglia per questo mio interesse. Così lei ha una totale avversione per la mia attività. Forse la vede come un elemento che ci separa.
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F. Sono adottato e ho due figli. A me piace condividere tutto con i miei figli. Non avendo avuto una famiglia non sono mai stato con mio padre. Se trasmetti amore ai bambini, loro faranno altrettanto. Mi piace essere genitore, mi piace dare amore e avere amore.
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P. Per noi è stata molto duro il pre adozione. Dura l’analisi degli operatori, ma noi non ci siamo scoraggiati. E andremo a prendere i nostri figli perché siamo convinti di questa scelta e niente ci può abbattere.
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M. Abbiamo adottato due anni e mezzo fa. E’ scoppiata una bomba in casa e stiamo mettendo a posto i pezzi. Le domande da parte di nostra figlia ci sono. Una sua espressione significativa è quando mi dice:“ Tu sei quasi mamma, ancora devi lavorare per guadagnartelo”. Certo, mamma è un ruolo che ci dobbiamo conquistare. Tutto si muove verso il cambiamento. Per quanto ti sia preparato attraverso letture, frequentazioni, corsi, incontri etc, la vita reale è tutta un’altra cosa.
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P. La casa era vuota e silenziosa. Ora la mia vita ha un senso.
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P. Noi siamo una coppia in attesa. La nostra vita è bella, ci divertiamo. Ma manca qualcosa.
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P. L’amore di un figlio illumina la casa.
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4. E NEL PERIODO DELLA SCELTA DI ADOTTARE COME VI SENTIVATE?
M. Paura, non sappiamo come andrà, il bambino come sarà, come reagirà…
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P. Vorrei io fare una domanda ai figli. Durante il vostro percorso di crescita familiare i vostri genitori vi hanno proposto di adottare un nuovo bambino?
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F. Quando i miei genitori mi hanno fatto questa proposta, mi ha preso il panico. Ma come, ci sono io, io non ti basto? Tu, mamma, sei mia, e di nessun altro!
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F. Per me è il contrario. Io mi sentivo sola con due estranei e volevo un fratello o una sorella con cui parlare e condividere i miei pensieri. Ma mia mamma non ha voluto adottare di nuovo. Ho sofferto molto di solitudine.

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F. All’inizio ero gelosa e non volevo. Adesso rimpiango un po’ di non aver avuto una sorella. Ma quando mi sono sentita pronta per la seconda adozione mia mamma mi ha risposto “Ormai no”.
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F. Vivo nella solitudine ancora adesso. Penso che un fratello o una sorella potrebbe essere utile per parlare dei propri problemi. Io vorrei adottare almeno due bambini.
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5.DOPO AVER ADOTTATO IN CHE COSA VI SENTITE DIVERSI?

M. Prima di avere figli mi sentivo molto triste. Una volta arrivata mia figlia ho imparato a spostare il baricentro da me a lei. Lei prima di me.
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M. Vedo una luce particolare nei genitori che hanno adottato, quando arrivano i figli.
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(continua…)

Solitudine papà: “Maria Agnese e Maria Rosaria a Uno Mattina raccontano la loro storia di figlie adottive”

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A proposito di padri padroni, Maria Rosaria, la seconda signora che parla nel video, ne dà un’immagine ben definita. E’ anche vero che ascoltando la sua esperienza ci siamo sentiti catapultati indietro nel tempo, in un’Italia diversa dall’attuale. Per lo meno ci auguriamo che l’iter adottivo e la preparazione delle coppie abbia fatto passi avanti, anche grazie all’esperienza e agli errori compiuti in passato. Guardate il video. Si tratta di due esperienze diverse. Maria Agnese esprime parole di apprezzamento per la sua famiglia adottiva, Maria Rosaria ne disegna un quadro più complesso dove il padre diventa la figura dominante.

Unomattina- Storie vere – 07/01/2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-61ef25cc-abcf-402f-8746-60d7665001c4.html

Studi e ricerche. Sangita, 17 anni: “Le origini, i ricordi e la nostra identità”

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Il dolore, la morte, le domande che restano…

Un anno fa parlavamo di Habtamu, il ragazzino africano che non ce l’ha fatta a trovare risposte a domande importanti dentro di sè. Troppo grandi per lui, troppo difficili, troppo …

Allora, a gran voce, sul web si era levata  la richiesta di istituire la giornata sull’adozione. Conosciamo la mamma che ha avuto questa intuizione e interpretiamo le sue intenzioni: parlare di adozione nella società civile per soppiantare il pietismo con la concretezza delle azioni nella scuola, nel vicinato, nella stessa cerchia di parenti e amici. C’è molto da fare per l’accoglienza e l’integrazione dei nostri ragazzi. Ancora di più oggi che discutibili rappresentanti dei cittadini attaccano il “diverso” per coprire la corruzione e il marcio che dilaga nei loro partiti.

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Nel frattempo vi lasciamo con le domande che i nostri figli hanno lanciato al Convegno di International Adoption nel maggio del 2013 tramite la loro rappresentante, Sangita. Sono le domande che sono nella testa dei nostri ragazzi, che spesso non riusciamo a decifrare dai loro comportamenti a volte disorganizzati e inspiegabili.

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Alcune risposte degli operatori le forniremo più avanti, quelle che secondo noi sono state le più significative. Intanto, da genitori, riflettete su questi quesiti. Le domande che restano…nella mente dei nostri figli.

IL VIAGGIO ALLA RICERCA DELLE ORIGINI

Incontrando altri ragazzi che come me condividevano il fatto di essere indiani e di essere stati adottati, mi ha colpito

molto la differenza che si percepiva tra chi era tornato almeno una volta in India e chi quel viaggio non l’aveva

ancora fatto. Tutti condividevamo la sensazione di un viaggio importante, un viaggio non semplicemente turistico

ma un viaggio per scoprire se stessi, un ritorno alle proprie origini.

Chi quel viaggio l’aveva fatto sentiva che qualcosa era cambiato. Incontrare l’India ha permesso a molti di noi di

abbandonare tutta una serie di pensieri negativi che avevamo nei confronti di quella terra. E’ emerso che alcuni

di noi prima del viaggio e chi anche il viaggio non l’aveva ancora fatto ritenevamo l’India responsabile di tutto

quello che era accaduto. Ma l’incontro con quel paese ci ha aiutato a liberarci di alcune paure, qualcuno ha detto

a chiudere il cerchio. L’India non ha colpe. Ma c’è una cosa che molti di noi condividevano, sulla quale ci siamo

interrogati e sulla quale vogliamo interrogare voi: il desiderio di voler fare questo viaggio da soli o meglio senza

genitori adottivi.

Perché si desidera tornare da soli? Come dobbiamo interpretare questo desiderio? E’ un atto di rottura o di protezione verso i genitori adottivi? Come possiamo spiegarlo a loro senza ferirli e farli sentire messi da parte in un momento così significativo e importante?

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I RICORDI

Un altro aspetto emerso che non tutti condividevamo, ma molto doloroso per chi lo provava, è quello relativo

ai ricordi. C’era chi ricordi non ne aveva, chi li aveva molto definiti e chiari, i volti dei genitori, dei fratelli e dei

luoghi dell’infanzia e chi ne aveva ma dubitava che fossero reali. Il dubbio era che il ricordo non fosse un prodotto

dell’esperienza vissuta, ma fantasie prodotte dall’immaginazione.

Esiste un modo per uscire dall’ambiguità di non sapere se quello che ti sembra di ricordare sia realmente accaduto o meno? E se non esiste, come si può convivere con la sofferenza legata a quest’ambiguità?

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CITTADINI DEL MONDO

Per alcuni di noi essere indiani è motivo di orgoglio, per altri quasi di vergogna, qualcuno trova la spiegazione alle

proprie scelte e alle proprie azioni in virtù del fatto di essere un indiano, di avere sangue indiano. Quando ci è stata

posta la domanda direttamente, tutti abbiamo risposto che ci sentiamo italiani, siamo cresciuti in Italia, siamo stati

educati da italiani e come italiani parliamo questa lingua ma forse l’essere anche indiani è una questione aperta.

In che modo si possono integrare queste due anime? Siamo apolidi? Siamo cittadini del mondo. Come qualcuno di noi ha detto, siamo stranieri nel nostro paese? Che cosa siamo?

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SENTIRSI IN COLPA VERSO I GENITORI ADOTTIVI

Stiamo crescendo e quindi stiamo cambiando. Quello che un tempo ci piaceva ora non ci piace più ma alcuni di

noi vivono questo cambiamento quasi come un tradimento nei confronti dei genitori adottivi.

Perché ci sentiamo in colpa nel mostrarci ai nostri genitori adottivi per quello che siamo? Perché questa sensazione di tradimento? Appartiene anche ai figli biologici? Come possiamo spiegare loro che stiamo diventando qualcosa di diverso da quello che loro si aspettano senza ferirli? Senza che pensino che noi non li vogliamo più?

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IL VUOTO DENTRO

C’è un’ultima domanda che forse è la più importante ed è quella a cui faceva riferimento Alessandra prima perché

condivisa da tutti noi ed è relativa al vuoto che sentiamo.

Tutti sentiamo un senso di vuoto e questo ci fa soffrire. Ma cos’è questo vuoto? Sono i genitori biologici che non abbiamo conosciuto? I ricordi che non ci sono? Le ragioni dell’abbandono? E soprattutto c’è un modo per riempire questo vuoto, per non sentire più questa dolorosa sensazione?

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(fonte: internationaladoption.it – Atti del Convegno maggio 2013)

Adozione e luoghi comuni. Pamela, Katia e Uelita: “Tre modi di sentirsi figlie adottive”

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Nel 2011 sulla TV svizzera è andato in onda questo dossier sulle adozioni che ci avvicina a questo mondo in modo corretto, come sempre si dovrebbe, superando i luoghi comuni e spiegando com’è. Fausta Manini, che ringraziamo, è una delle due mamme intervistate di Spazio Adozione Ticino (Vedi il “chi siamo”).

Nel video vengono toccati temi che sono stati affrontati anche in questo blog: gestione dell’ira, fuga da casa, richiesta di aiuto delle famiglie, paura di essere soli.

All’inizio viene intervistata una coppia che racconta la sua doppia adozione, le perplessità e gioie di due approcci differenti perchè differenti i caratteri e le storie delle due bimbe. Di seguito la testimonianza di tre ragazze adulte provenienti da tre paesi diversi – India, Corea e Brasile –  che raccontano che cosa vuol dire per loro essere figlie adottive, con le  luci e le ombre del caso.

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Noi ci siamo focalizzati sul messaggio principale, condiviso da genitori, figli e operatrici:  le famiglie e i figli non vanno lasciati soli. Serve una maggiore sensibilizzazione dei servizi sociali e la formazione degli addetti ai lavori. Lo dicono anche in Svizzera!

Prendetevi mezz’ora di tempo. Il documentario è davvero esaustivo e parla di adozione in modo serio.

http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=423b8b7d-77db-486a-b47f-f4e14276084a

Abbiamo estratto questi tre concetti espressi da ognuna delle tre ragazze:

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– La prima volta che mi sono sentita figlia è quando mia mamma adottiva mi ha sgridato.

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– Ai ragazzi dico di chiedere aiuto. Non possiamo farcela da soli.

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– Mi sono sentita da sempre diversa, gli altri mi trattano come una straniera. Per questo ho imparato il dialetto, per difendermi. Mi sono tranquillizzata con il matrimonio, tre anni fa. Da allora mi sento più serena e  “integrata”.

Cile. Società: “Giovani e donne uniti dalla difficoltà di trovare un lavoro garantito”

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di Tiziano Ceccarelli – tesi di laurea presso l’Università “La Sapienza” di Roma

Siamo ancora lontani da lavori tutelati e dai diritti sindacali per tutti. Anche in Cile, come in Italia, giovani e donne evidenziano peculiarità simili: lavori saltuari, basso tasso di scolarizzazione e quindi basso inserimento sul mercato del lavoro. 

(…) La questione Giovanile

In Cile, ci sono circa 3 milioni di giovani, di questi 1milione e 350 mila vivono nelle aree più povere del Paese. Nonostante gli sviluppi positivi espressi degli indicatori economici e sociali, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora un valore tre volte più grande del tasso generale con una differenza del salario medio per il gruppo dei giovani tra i 15 ei 29 anni di quasi 100 mila pesos, secondo l’Organzaciòn Internacional del Trabajo. La precarietà del lavoro è la caratteristica che più colpisce nel rapporto dei giovani con il mercato del lavoro. Tra le motivazioni che contribuiscono alla costruzione di questa situazione troviamo, in primo luogo, il basso livello di istruzione che aumenta le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro; in secondo luogo si può notare la riluttanza delle aziende a concedere il reddito minimo ai giovani che si affacciano nel mercato del lavoro ostruendo considerevolmente i meccanismi di accesso al mercato stesso.

Nella fascia di età composta da persone tra i 30 ed i 34 anni, il 48% ha meno di 12 anni di istruzione, dato che ritroviamo leggermente più basso se si analizza il gruppo con età tra i 25 ei 29 anni (43%). Ancora secondo gli ultimi rapporti dell’OIL il 19 % dei giovani non lavora né studia ed un 12% neanche cerca lavoro. Altra caratteristica peculiare della situazione (dis)occuazionale giovanile cilena è un mercato del lavoro estremamente precario. Sempre secondo un rapporto dell’INE il 56,5% dei giovani tra i 15 ed i 24 anni percepisce il salario minimo mentre il 26,7 % riceve un salario inferiore.

A questo punto è necessario aggiungere un altro fenomeno che si sta verificando nel Paese: la sottoccupazione giovanile, ovvero quei giovani che lavorano solo parzialmente – in alcuni casi meno di 5 ore settimanali. Questo scenario ci mostra come la situazione giovanile cilena sia estremamente complessa.

Lungo tutto il 2011 ed in questi primi mesi del 2012 il Cile è stato attraversato da un grande movimento studentesco. I temi di tali mobilitazioni riguardano la situazione dell’impiego giovanile e le sue prospettive. Il mondo dell’istruzione, in Cile come in qualunque altro Paese, è legato a doppio filo con il mondo del lavoro ed i suoi meccanismi di inclusione. Molti giovani, dopo aver terminato tutto il percorso scolastico ed alcuni anche quello universitario, non trovano sbocchi ed il mercato del lavoro sembra non essere adeguato per assorbirli.

Questo porta al fatto che moltissimi giovani abbandonano gli studi con largo anticipo ed anche coloro che riescono a portarli a termine vanno ad alimentare quella già molto elevata percentuale di giovani che viene costretta ad inserirsi nell’economia informale.

Il problema dell’inserimento nell’economia informale riguarda soprattutto i giovani tra i 15 ed i 19 anni per la stragrande maggioranza poveri, disoccupati e con un curriculum scolastico estremamente breve costretti ad accontentarsi di lavorare senza contratto, con salari molto bassi e nessuna tutela.

L’occupazione femminile in Cile

Le differenze di genere nel mondo del lavoro in Cile è osservabile all’interno dei settori in cui le donne sono maggiormente occupate: servizi, commercio, insegnamento (anche se in misura minore) e si concretizza nella differenza del salario percepito per il medesimo impiego, che se svolto da una donna risulta estremamente inferiore (anche fino al 70%).

Le donne, in Cile, sono entrate all’interno del mondo del lavoro senza abbandonare i tradizionali ruoli assegnati loro. Insieme al lavoro restano principali responsabili del mantenimento e la cura della casa e dei bambini. Tale condizione ha portato ad una maggiore accettazione di lavori precari o situazioni di parziale occupazione.

Un altro motivo di preoccupazione rispetto alla situazione occupazionale femminile è la mancanza, quasi totale, di copertura pensionistica dovuta al fatto che solo il 41% delle donne occupate ha un contratto regolare – secondo l’INE. (…)

(fonte: eurasia-rivista.org)