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Comunicazione Raccontiamo l’Adozione Onlus: “Il viaggio delle origini” – Lecco 23 sett 2016

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Raccontiamo l’Adozione Onlus

“IL VIAGGIO DELLE ORIGINI TRA DESIDERI E PAURE”

Venerdì 23 settembre 2016 alle ore 21.00

Sala riunioni del centro civico di Germanedo – Lecco

 

Una famiglia racconta come ha accompagnato il proprio figlio a conoscere le proprie origini

 

Vi chiediamo cortesemente di comunicarci la vostra partecipazione attraverso la seguente scheda, grazie!

 

Per informazioni:

Raccontiamo l’Adozione Onlus – Via Palestro 16, 23900 Lecco

cell: 331-3180311                    info@raccontiamoladozione.net

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Sessualità/adulti deviati: “La pedofilia secondo don Gallo”

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Don Gallo ci inchioda davanti alle nostre responsabilità di adulti. Non basta riprovare una certa azione, bisogna combatterla. Uno dei modi, secondo noi, è quello di allargare le nostre braccia ad un bambino che è stato oggetto di attenzioni malsane da parte di un adulto.

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(…) La domanda è: chi è il pedofilo, come individuarlo, come difendersi. E chi sono le sue vittime, su quali basi vengono scelte. E infine, soprattutto, perché questa società, che è composta da noi, partorisce l’orco, lo alleva, lo foraggia? C’è almeno in noi questo desiderio di arginare, fermare l’atroce ripetersi dei fatti?

L’orrore della pedofilia ci riguarda tutti: ha a che fare con i recessi più oscuri dell’animo umano. E se vogliamo cancellarlo, distruggerlo, dobbiamo prima imparare a riconoscerlo, con tanta umiltà, senza pregiudizi, senza moralismi, senza crociate, sconfiggendo i luoghi comuni che sovrappongono l’omosessualità alla pedofilia.

Quante vittime abbiamo lasciato per la strada! E dove dobbiamo andare a guardare prima di tutto? Proprio là dove nasce l’oggetto del desiderio del pedofilo, proprio laddove il bambino muove i primi passi, nella famiglia. Gran parte delle violenze sessuali avviene all’interno delle mura domestiche, almeno il 65 per cento, proprio là dove il fanciullo si sente più protetto. Le persone intorno al pedofilo, anche quando non sanno verbalmente, comunque avvertono, capiscono distintamente. Ripongono il segreto e lo seppelliscono dentro per non venir contagiati, per non essere sporcati. Ci sono tante persone che non svelano neanche a se stessi il buco nero che hanno dentro.

Questo della famiglia è il punto di partenza, il tassello che per primo va a comporre la vittima e il predatore. Il male non è mai radicale, ma soltanto estremo e non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Esso però può invadere e devastare il mondo intero.

Più riflettiamo sul linguaggio con cui un adulto compone la propria narrazione di fatti così violenti, più si ha l’impressione che qualcosa si istalli nella nostra mente. Un’impressione perturbante di sconosciuto e di familiare insieme, che insinua il dubbio che qualcosa di estremamente vicino a noi s’annidi nel male.

I crimini commessi sui bambini mobilitano in noi le emozioni più profonde e arcaiche, e ci invitano a guardare dentro di noi e i nostri fantasmi in cui gli orrori dell’incesto, della violenza hanno spesso trovato una loro rappresentazione ed espressione (sia pure in forma di fantasia).

I milioni di bambini sterminati dei lager nazisti o uccisi nel corso delle pulizie etniche, nella ex Iugoslavia o in Algeria, dalle uccisioni rituali o delle infibulazioni sulle adolescenti commesse nei paesi del terzo mondo sono davanti a noi, ma le nostre coscienze spesso preferiscono tacere o non ricordare.

Quando la cronaca ci impone l’evidenza dell’abuso sessuale avvenuto su un bambino in una tranquilla provincia italiana o in una degradata periferia metropolitana, siamo subito spinti a ritenerci estranei a quei fatti come se non ci riguardassero, così da allontanare un demone che ci fa paura e ci inquieta, e che per quello vogliamo credere lontano da noi.

Fino a quando continueremo a pensare alla violenza sui minori come il frutto di un male senza accettare l’idea che il germe della violenza si annida invece nella società, cioè in tutti noi, e che le sue manifestazioni non sono mai radicali o definitive ma sono manifestazioni di una data cultura, non saremo in grado di sviluppare politiche sociali realmente efficaci, affannandoci invece nella sterile ricerca del mostro.

Ogni mostro in realtà non è altro che la nostra stessa ombra ovvero la proiezione oscura di una collettività alla continua ricerca di un’assoluzione dalle responsabilità personali.

(…) Ci sembra ingenuo immaginare che i pedofili siano agli angoli delle strade  davanti alle scuole, pronti ad adescare dei bambini inesperti di sesso. Occorrono corsi di educazione ai rapporti e alla relazione tra adulti e bambini, tra genitori e figli, che comprendano anche temi della sessualità, in particolare della sessualità e psicologia infantili, e che sarebbero senz’altro più utili agli adulti affinchè conoscano meglio l’individuo bambino, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue passioni.

(…) Comunicazione virtuale al posto delle carezze, baci e abbracci: che ne sarà di un bimbo allevato così? Si rischia di perdere anche gli odori e i sapori della loro pelle. Il pedofobo, giocando con la loro innocenza, rappresenta nel modo più degradato la quintessenza dell’odio nei confronti del bambino, mentre la falsa riprovazione di non pochi adulti nasconde una sordida, malcelata complicità. (…)

Può sembrare paradossale, ma questa società non riesce ad amare i bambini, esattamente come diffida dei giovani. (…) Forse si vuole negare l’evidenza che molti pedofili sono stati a loro volta bambini violati? Questo è il punto! Non si nasce pedofili, ma lo si diventa e i brutti frutti di questa pianta orrenda a volte si nascondono nella “normale anormalità” delle relazioni affettive di molte famiglie.

(fonte: “Se non ora adesso” di don Andrea Gallo – Chiarelettere 2011)

Resoconto Convegno ICYC 2015: “Chi è Paco?” – origini, scuola e conflitti tra genitori e figli adottivi

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Ringraziamo Chiara Pironi, una mamma ICYC, che ci ha mandato “pillole di saggezza” dal Convegno che si è tenuto a Tortoreto (TE) il 4 – 5 – 6 settembre 2015. Ancora una volta i nostri ragazzi ci hanno insegnato tanto. Ascoltiamo la loro voce per trovare il nostro punto d’incontro con loro.

 

di Chiara Pironi, mamma adottiva

Quest’anno il Convegno della Pro Icyc ha lasciato spazio, come l’anno scorso, ai ragazzi oggi diventati adulti.

I temi che hanno voluto affrontare sono stati:

1) origini

2) scuola

3) conflitti e interessi.

Prima di analizzare i tre temi, hanno voluto introdurre il convegno con una deliziosa storiella sull’origine di Paco, il protagonista del misterioso titolo scelto quest’anno per il convegno.

“Il piccolo Pesce Rosso, in cerca di sua zia, intraprende un viaggio insieme alla sua famiglia da sud verso nord, ma una notte una forte tempesta costringe suo padre ad affidarlo a Papà Azzurro e alla sua famiglia. Così Pesce Rosso si risveglia alla mattina e vedendo visi sconosciuti attorno a lui si sente sempre più solo e triste. Anche a scuola sta male e viene sempre deriso dai suoi compagni per il colore della pelle. Scappa, scappa e tutte le volte Papà Azzurro lo riporta a casa. Poi un giorno arriva a scuola un nuovo compagno, Pesce Verde. Lui è sempre felice e allegro e a nulla gli importa della sua diversità. Così Paco capisce che la sua famiglia è la sua forza e, anche se non mancano i momenti di sconforto pensando alla sua prima famiglia, immagina quello che sarebbe stato senza la sua famiglia Azzurra, se non fossero passati in quel momento in mezzo alla tempesta, che ne sarebbe stato di lui. E allora la sua pinna rossa diventa un pochino azzurra …. un arcobaleno di  legami è la metafora dell’adozione”

Voi genitori come vi sentite dopo avere sentito questa storia, cosa consigliate a Paco?

G = GENITORE                 F = FIGLIO

G: Il nostro sogno!!!

G: Sicuramente Paco è uno di voi, ma noi non siamo come la famiglia Azzurra, già completa. Noi abbiamo bisogno di voi, perché siete voi i nostri figli. Abbiate la consapevolezza di accettare quello che è successo nella vostra vita, come noi abbiamo accettato che dalla nostra pancia nessun figlio potrà nascere. Accettiamo quello che siamo e nascerà una cosa meravigliosa!

G: Figli silenziosi e famiglie accoglienti in attesa di capire quello che hanno, in attesa di essere adottati da loro..

F: Anche per i genitori, come per noi, non deve essere semplice soprattutto con bimbi più grandi. Ci dobbiamo accettare e sono contento che sia andata così.

F: L’adozione è a doppio senso e viene naturale adottarsi con la condivisione delle cose che ci fanno stare bene.

F: Per me l’adozione è stata fiducia. Io ho cominciato ad avere fiducia della mia famiglia a 20 anni. Genitori dovete sempre esserci.

G: Non mi piace la parola “accettare” perché nessuno ci ha obbligati a fare niente!

G: Dopo 13 anni dall’adozione vi dico che è stata dura, ma bellissimo. Sono al convegno oggi dopo 10 anni perché avevo voglia di vedere i miei “fratelli”. La famiglia nasce prima di tutto dal marito e dalla moglie.

G: I migliori educatori dei genitori sono i figli. “Accettazione”, in questo caso, è inteso come “accettazione della realtà”.

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1° tema: ORIGINI

F: Chiunque di noi ha bisogno di appartenere a qualcuno, a qualcosa, un paese o una cultura e allora facciamo viaggi sia fisici che mentali. Esistiamo perché ci relazioniamo con altri individui. Chi sono, perché esito? Ho provato a partire e tornare in Cile, ma non l’ho ancora fatto perché ho paura di incontrare la persona che mi ha messo al mondo. I viaggi verso l’ignoto non sempre ci aiutano anzi a volte pregiudicano la nostra vita futura. Non possiamo intraprendere un viaggio senza essere seguiti da qualche specialista, non si può intraprendere un viaggio solo con l’aiuto dei social. E poi non ci sei solo tu, quando decidi di scoprire le tue origini c’è anche un’altra persona e allora per fortuna che ci sono le leggi che tutelano entrambe le parti.

F: Sono tornata in Cile perché non sapevo più chi ero. Sono stata 6 mesi e ho conosciuto la mia famiglia perché dovevo sapere a chi assomigliavo. Solo questo mi interessava. Ora non ho rapporti con loro. Durante il mio viaggio ho visto cose brutte e per la prima volta mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasta lì. Il viaggio in Cile mi ha aiutato a capire i miei genitori e ad avere fiducia in loro.

G: Al rientro dal Cile quando mi dissero: “Abbiate cura di lei”, mi sono sentito responsabile di una cosa talmente grande che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi emoziono.

F: Io contattai direttamente il mio Hogar e sono tornato in Cile per vedere il popolo cileno, conoscere i sapori, i profumi. Sono andato a Quinta ed è stata una esperienza meravigliosa. Finalmente avevo dato una immagine al Cile e al mio Hogar. Tanti occhi bisognosi di una mamma e un papà, un immenso bisogno di essere unici!

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2° tema: LEGAMI E CONFLITTI.

F: La costruzione di un legame nasce attraverso un confronto reagendo ad ogni input. Il rapporto deve cambiare nel tempo con una integrazione reciproca. I nostri “se” molto spesso sfociano in un conflitto che non deve essere vissuto come una negatività, ma come una opportunità di confronto. E’ con l’accettazione dei bisogni di ognuno che nasce il processo di maturazione. Nel mio caso all’inizio fuggivo alle parole, poi sono passato alle aggressioni verbali e poi finalmente ad un dialogo con l’accettazione della realtà. Per noi ragazzi adottati l’adolescenza crea tantissimi conflitti interiori che cerchiamo di allontanare, ma se ne esce solamente avendo il coraggio di affrontarli.

F: Nella mia adolescenza ci sono stati tanti conflitti, ma non perché sono stato adottato. I nostri problemi non devono essere per forza essere sempre associati alla nostra condizione di figlio adottivo. Prima di tutto siamo ragazzi come tutti gli altri.

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3° tema: SCUOLA

F: Sono arrivato in Italia a 7 anni e sono stato inserito a scuola con bimbi più piccoli. In un primo momento mi sono sentito sottovalutato, ma adesso, con il senno di poi, posso dire che è stato meglio così. Però, devo ammettere, che l’ho vissuta male. I bambini adottivi hanno bisogno di un sostegno esterno per l’inserimento.

F: In Cile, nella mia classe avevo i miei amici e i miei punti di riferimento. Poi sono venuta in Italia a 9 anni e mi sono trovata da sola in una classe di sconosciuti e allora reagisci come puoi. Sono stata comunque fortunata perché i miei compagni erano preparati al mio arrivo. Comunque la vivevo male. Un giorno la mia maestra si è inventa un piccolo gioco e mi sono sentita meglio. Durante l’ora di storia aveva disegnato alla lavagna il corpo umano e mentre i miei compagni dicevano il nome di ogni parte in italiano io lo traducevo in spagnolo. Brava la mia maestra che mi ha messo a mio agio!!!

F: A 7 anni quando cominciai la scuola in Italia ancora non sapevo l’italiano e non capivo niente, non volevo socializzare e mi difendevo dai miei compagni anche menando. Odiavo i compiti e piangevo sempre, fortunatamente i miei genitori mi hanno aiutata molto.

G: Sono maestra d’infanzia e ho avuto esperienze con bambini adottati. Quello che posso dire è che questi bimbi scaricano l’aspetto emotivo e la sofferenza sui compagni e sugli insegnanti. Occorre allora dialogo e sensibilizzazione nei confronti degli insegnanti che il più delle volte non sono preparati. I bambini non devono essere diversi, bisogna solo avere la pazienza di aspettare i loro tempi. La scuola deve essere educativa. Non è un voto che fa l’individuo. Bisogna convincere gli insegnanti che questi bambini venuti da lontano “non devono per forza sapere benissimo l’italiano”.

Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

Colombia. Vacaciones en el extranjero: “I pro e contro dai gruppi social”

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Abbiamo girato tra i vari gruppi di FB e abbiamo sintetizzato le riflessioni in favore o contro le vacaciones en el extranjero dei post precedenti.

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  • Conoscere i bambini senza impegno: la cosa potrebbe essere fattibile se le coppie venissero preparate all’accoglienza. In questo caso saremmo davanti a degli adulti in grado di decidere mettendo al primo posto il bene del bambino piuttosto che il loro.
  • Le vacaciones sono una bella opportunità per i bambini grandi. Una mamma dice: “Io sono stata adottata da mio figlio, non viceversa, perché lui era grande. E’ lui che ha accettato me”. Si cambia quindi prospettiva. I ragazzi hanno il diritto di conoscere la famiglia che li accoglierà.
  • Le coppie che si avvicinano a questo progetto non sono coppie qualsiasi: è convinzione che se non vuoi adottare un bambino grande o con bisogni speciali non ti addentri in questa procedura. C’è già una selezione iniziale. Ciò non toglie che ci sia la necessità di formare le coppie in maniera più incisiva rispetto all’adozione ordinaria attuale. Aggiungiamo anche la necessità di attivare un supporto post adozione alla coppia. E’ azzardato e ingiusto nei confronti di coppia e bambino dare avvio a questo progetto se non ci sono le strutture per aiutare la coppia nei momenti di crisi.
  • Sradicamento di bambini grandi o bambini con problemi particolari: ci si chiede quali conseguenze ci possano essere per un ragazzino nella pre adolescenza che lascia il suo porto sicuro per addentrarsi in un’altra cultura senza sicurezza di poter mettere radici. I rischi dovrebbero essere caricati sugli adulti, non sui minori.
  • Sarebbe interessante conoscere l’opinione dei ragazzi di Cernobyl che sono stati adottati dopo le vacanze sanitarie qui in Italia. La Bielorussia preferisce questo tipo di soluzione, conoscenza della famiglia ed eventuale adozione per i ragazzi adottabili.
  • Potrebbe questo iter far diminuire le restituzioni di ragazzini adolescenti? Il fenomeno dei fallimenti adottivi non è abbastanza monitorato qui in Italia ma sembrerebbe in aumento. Non tutte le regioni hanno un osservatorio, per cui i dati sono frammentati, parziali e non confrontabili.
  • Non dimentichiamo i bambini italiani ai quali non vengono proposte queste vacanze che avrebbero su di loro uno shock culturale inferiore. Bisognerebbe chiedersi perché si spinge sull’adozione internazionale e non sulla nazionale a parità di età del bambino.
  • Ogni famiglia ha i suoi tempi di maturazione. L’incontro con l’umano ha mille sfaccettature, noi non siamo nessuno per giudicare e nemmeno per parlare della nostra storia come l’unica possibile. La proposta delle vacaciones è solo una delle tante strade per dare una famiglia ad un bambino grande e con dei problemi che altrimenti sarebbe condannato a rimanere per sempre in istituto.
  • Se solo un bambino raggiungesse la felicità con queste vacaciones forse varrebbe la pena di sperimentare l’approccio per poi migliorarlo passo dopo passo con il minor impatto negativo possibile sui ragazzini coinvolti.
  • Il periodo delle vacaciones potrebbe essere un periodo “snaturato”. Impossibile avere la certezza che i bambini che ritornano a casa non sappiano che cosa succede agli altri compagni di viaggio. Rimangono oscuri troppi aspetti del progetto per abbracciarlo con pieno favore.

Colombia. Papà Francesco: “10 anni di tappe tra Colombia e Italia”

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Ecco la tenera e sensibile testimonianza di un papà che può accompagnare le coppie nelle diverse tappe dell’adozione.

 

Proprio in questi giorni abbiamo festeggiato i 10 anni che Y è arrivato in Italia dalla Colombia.

Quanti ricordi, immagini, situazioni, sentimenti, persone.

L’ATTESA: un forte senso di inadeguatezza e una consapevolezza di non riuscire a mettere in fila tutte le cose che avremmo dovuto affrontare.

LA PRIMA FOTO: Y l’ho visto la prima volta in fotografia, la sua immagine si è materializzata sul pc da li in avanti ho compreso che stavo partecipando a qualche cosa più grande di me, quell’immagine mi ha riempito di responsabilità di aspettative che probabilmente mi ha fatto lo stesso effetto di quello che prova un padre biologico quando vede la prima ecografia…tanto bisogno di silenzio per ascoltarmi per comprendermi.

LA PARTENZA: io arido di sentimenti ho scoperto il calore degli amici, in quei giorni si sono cementificate delle amicizie che dureranno per sempre. La sera prima Don G. mi ha aperto un mondo e mi ha rasserenato ”…un uomo e una donna, forti del loro amore e del progetto divino su di loro, si affidano e vanno addirittura dall’altra parte del mondo per diventare famiglia”.

L’INCONTRO: quando lo abbiamo conosciuto sembrava un piccolo carcerato che aveva ricevuto la grazia, pelato, jeans, camicia blu e scarpe di cuoio nere durissime, per descriverlo ulteriormente un’unica parola INCONTENIBILE. Al pranzo di rito con gli addetti ai lavori Y fa volare un vassoio di patatine, il ns avvocato lo prende in braccio con autorità per farci vedere come si trattano “questi bambini”…lei lo avvicina alla sua faccia e lo ammonisce in colombiano, lui la guarda diritto negli occhi e la centra in pieno viso con una cinquina…cala il silenzio e sale l’imbarazzo…l’avvocato non ha più espresso pareri educativi.

QUIBDO’ LA SUA CITTA’ sperduta nella foresta pluviale, povera ma dignitosa con donne bellissime molto attente all’estetica e uomini lentissimi che sopravvivono.

BOGOTA’ è dove abbiamo trascorso quasi tutto il soggiorno colombiano. Dieci anni fa una metropoli distante dalla nostra concezione di vita…il benessere di pochi viene custodito e preservato dai militari per le strade, dai fucili a pompa davanti ai negozi e i centri commerciali…la povertà la si vede ovunque la si respira ed è  quella più brutta quella priva di dignità, quella che si prostituisce e vive di espedienti, quella che ti viene sbattuta in faccia violentemente ad ogni angolo delle strade. Due immagini non potrò mai cancellare dalla mia mente, una ragazza gravemente handicappata incinta che chiede l’elemosina e una bimba che seduta sul marciapiede nasconde le monetine raccolte dentro una scarpina, il tutto tra la non curanza della gente. Oggi con amarezza dico che l’aria pesante respirata la si inizia a respirare anche nelle nostre città e  l’indifferenza è una brutta malattia che ha contagiato anche noi.

LA PRIMA NOTTE: nel caldo silenzio equatoriale io e mia moglie guardiamo i nostri cuccioli dormire, due angioletti, uno chiaro e uno scuro. Il primo momento di quiete della giornata passata a “contenere” e solo allora abbiamo notato la differenza cromatica e tutte le paure che ci angosciavano nel merito si sono dissolte.

A COLAZIONE due anni dopo Y ha iniziato a sfarfallare (stereotipia dei bimbi autistici)…un tuffo al cuore…da quel giorno abbiamo dovuto resettare la nostra vita , in particolare i sogni.

LE FAMIGLIE DEL MONDO un’associazione composta da tante persone che insieme ti offrono ristoro, riparo, comprensione e condivisione, le consiglio vivamente a chi abita a Milano e d’intorni sia per il preado che per il postado. Durante un loro incontro a mia moglie hanno chiesto se fosse arrabbiata con la Colombia o con l’associazione che ci ha accompagnato, perché forse qualcuno avrebbe dovuto tutelarci. Lei mi ha spaccato il cuore rispondendo serenamente e con un sorriso: “sono felice di non aver saputo nulla prima, perché forse oggi Y non sarebbe mio figlio “

LA SCUOLA, grandi difficoltà nel far valere i diritti di Y, ma anche grandi insegnanti che lo hanno saputo gestire considerandolo DIFFERENTE e non DIVERSO. La sua serenità di oggi la dobbiamo sicuramente anche grazie a loro.

IL PROVERBIO AFRICANO: per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Da quando io e mia moglie abbiamo letto queste poche righe le abbiamo fatte nostre e quindi ci spendiamo per gli altri affinché tutto ci ritorni, ci siamo messi in gioco nel sociale, ci siamo resi visibili perché è fondamentale che tutti sappiano di chi sono figli i tuoi figli e soprattutto per testimoniare la nostra normalità di famiglia e per diffondere un motto che ci sta molto a cuore NESSUNO E’ DIVERSO  TUTTO E’ UNICO.

Fuori dal coro: “Habtamu, viaggio senza ritorno: fra integrazione nella nuova realtà e forte nostalgia delle origini” 

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Questa è l’elaborato di uno studente del corso di laurea magistrale in “Editoria e giornalismo” dell’Università di Verona sulla vicenda di Habtamu, il ragazzino etiope mancato ormai due anni fa. Ci siamo riproposti di ricordarlo ogni anno per non dimenticare che ognuno dei nostri ragazzi ha una storia, ha delle sofferenze che non sempre si riesce a trasformare in azioni positive. Per fortuna in molto casi la spinta alla vita ha la meglio, solo in pochi  il meccanismo s’inceppa. Rimaniamo impotenti di fronte all’accaduto: poteva essere evitato? Abbiamo tralasciato di ascoltare in maniera empatica?  In che cosa abbiamo sbagliato come famiglia, società, gruppo di sostegno? Questo studente ha cercato di dare la sua interpretazione. Ci teniamo ad aggiungere che si tratta di un giovane uomo straniero che quando parla di “integrazione” la vive tutti i giorni sulla sua pelle.

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di François Halyday Mbouangui

Habtamu è un ragazzo tredicenne d’origine etiope. È stato adottato insieme al suo fratellino da una famiglia italiana nel milanese. La sua grande nostalgia dell’Africa l’ha spinto due volte a fuggire da casa poiché nell’ultimo biglietto lasciato ai genitori adottivi, scrive: “Non ce la faccio più a vivere in Italia”. Che cosa potrebbe aver causato questo vuoto?

Habtamu, secondo il Corriere della Sera, era ben inserito a scuola e anche in parrocchia, dove era addirittura nel gruppo scout e chierichetto. Il problema era di sapere se, in tutto questo, la sua integrazione era veramente stata eseguita se non solo a parole. Il ragazzino era sicuramente ben inserito e accettato dai suoi compagni di classe o di gruppo, però durante gli intervalli, lontano dalla scuola o durante la partita di calcio, era un solitario. Il TG4 nel servizio inerente ha detto che Habtamu “non riusciva ad adattarsi perché la nostalgia della famiglia d’origine era troppo forte perciò si è tolto la vita”. Nel servizio del TG di “Studio Aperto”, si è parlato che il ragazzino non si sentiva accettato poiché “la nostalgia fortissima minava ogni possibilità d’inserimento.  La sua nuova famiglia, dice il reportage, l’aveva “circondato di tutto il suo amore”, ma questo non sembra aver cambiato nulla. “Non ce la faccio più a vivere in Italia”, secondo il suo papà adottivo, Habtamu lo diceva spesso e questo era legato alla scoperta delle sue radici nella fase preadolescenziale, afferma Marco. Forte era, dunque, la sua speranza che questo malessere gli passasse.

Habtamu è rappresentato come un ragazzino “etiope” e non ragazzino “italiano” d’origine “etiope”.  Infatti, se consideriamo il processo di naturalizzazione di una persona da uno Stato a un altro, l’identità di questa persona sarebbe quella nuova e non la prima. Per esempio il giocatore Balotelli è “italiano”. L’ex-ministro dell’integrazione Kyenge è “italiana” e non congolese, ma si potrà parlare di Balotelli, italiano d’origine ghanese o della Kyenge, italiana d’origine congolese. A tal punto nel 2008, quando Balotelli ha ricevuto la cittadinanza italiana, ha dichiarato: “Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Forse non era il caso dell’“italiano” Habtamu d’origine etiope, però il fatto di parlare della “vera famiglia” del ragazzino è un altro problema. La domanda che ci poniamo subito è di sapere, qual è la nostra vera famiglia? Nella vita di famiglia, sappiamo che quando una persona è sposata e ha figli, questi sono la sua famiglia che dovrà mettere al primo posto. In questo senso, diciamo che Habtamu non aveva più i suoi genitori naturali, ma aveva comunque i genitori “adottivi”. Toglierei questa qualifica “adottivi” per fare sentire l’adottato non diverso da altri ragazzi della sua età poiché ogni volta che questo termine sarà usato, il ragazzo si sentirà a tutti gli effetti straniero in questa famiglia. A questo, aggiungiamo che “i fratelli maggiori, gli zii e le zie”, di cui parla il Corriere della Sera, non possono sostituire i genitori del ragazzo che hanno cura di lui.

Notiamo che i genitori naturali di Habtamu erano morti a causa della guerra in Etiopia. Si tratta di una delle tante guerre che fa gli interessi di tante persone e dove le vittime sono quelle che spesso o comunemente non centrano niente. In queste guerre, tanti uomini e donne muoiono e lasciano i loro bambini orfani. Tale è il caso di questo ragazzino rimasto orfano e adottato da Marco e Giulia Scacchi. Questo ragazzino poteva “considerarsi fortunato”, scrive ancora il Corriere della Sera, poiché è stato “scelto tra centinaia, forse migliaia di piccoli, neri, orfani di guerra e portato via a vivere lontano, tra i bianchi, al sicuro dalle battaglie, da quelle battaglie almeno”.  Non c’è stato, però, nulla da fare nel senso che Habtamu non ha colto questa “fortuna”. Forse pensava che il suo posto non era in Italia, ma in Etiopia, ma starci occorrebbe chiedere a chi in modo o l’altro “fabbrica” le guerre, di farne a meno. In questo modo, i bambini non rimarranno orfani e potranno vivere in pace. Sappiamo che quando c’è la pace, c’è la possibilità di lavorare per procurarsi qualcosa da mangiare. Allontanare Habtamu da “quelle battaglie” non risolve del tutto il problema di quello Stato poiché ci saranno altri orfani finché le guerre sono in corso. Penso che il miglior modo di fermare questo male consista nel fermare prima di tutto queste inutili “battaglie” e poi in caso di un’adozione, i nuovi genitori dovranno lottare per una vera integrazione e non accontentarsi delle apparenze.

Del ragazzino è detto “di essere un piccolo, solitario uomo nero – dal volto riflessivo, dagli occhi intelligenti – in mezzo a tanti, tantissimi piccoli uomini bianchi”.  Da questo si capisce chiaramente che i problemi c’erano, ma non sono stati circoscritti a fondo per poi affrontarli efficacemente. Sappiamo anche che il caso di Habtamu sembra un caso isolato. Ci sono tanti bambini o ragazzi che sono stati adottati, ma non tutti cercano di tornare nella loro terra. Notiamo però che il problema è più ampio. Nessuna copia prende in adozione un bambino senza una previa preparazione. In Italia e un po’ dappertutto nel mondo, le autorità prevedono che la tutela del bambino o in genere un minore sia garantita preventivamente da una serie di colloqui condotti da esperti, attraverso i quali si può giungere a una valutazione da presentare in seguito al giudice dei minori, che a sua volta potrà, dopo eventuali ulteriori verifiche, certificare o meno l’idoneità della coppia all’adozione. Anche qui, il problema non è del tutto risolto poiché la coppia può essere efficace o ben preparata, ma le difficoltà emergono nella fase adolescenziale.

Ci sono stati dai casi di adozione nazionale, dove l’adottato ha scoperto la sua situazione “fuori di casa” tra amici e, quelli che lui chiama papà e mamma, non sono i suoi “veri” genitori. In tanti casi di questo genere, si è finito davanti al giudice o quando la cosa va un po’ bene, si finisce davanti allo psicologo oppure al consultorio. La vera difficoltà è quando l’adolescente adottato è deriso dai compagni giacché fra i ragazzini il termine “adottato” equivale a “figlio di puttana”. A questo, come nel caso di Habtamu, bisogna aggiungere la differenza della pelle. Non la si può nascondere. I suoi compagni sanno da dov’è originario e dunque le battute, le prese in giro, etc., possono condurre un’anima debole a gesti folli come ha fatto il nostro ragazzino. Il fatto già di fuggire da casa per tentare di tornare in Etiopia, è un atto di disperazione, di grande sofferenza e di disorientamento. Il suo malessere era troppo grande. Aldilà di quello che hanno fatto i suoi genitori Marco e Giulia, forse si poteva fare altro per salvarlo, una vera educazione alla diversità.

Solitudine papà. Il punto

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http://ilpostadozione.org/2012/08/24/famiglie-imperfette-essere-padre-per-chi-non-ha-padre/

http://ilpostadozione.org/2012/08/26/famiglie-imperfette-essere-padre-2-per-poter-dare-bisogna-essere/

http://ilpostadozione.org/2012/08/26/famiglie-imperfette-essere-padre-3-padre-non-si-nasce-ma-si-diventa/

http://ilpostadozione.org/2012/08/28/famiglie-imperfette-essere-padre-4-la-gratuita/

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Tra qualche giorno iniziamo una nuova sezione sulla Colombia.

Solitudine papà: “Decalogo per i papà”

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Di padri parlano psicologi, sociologi….quello che ci ha colpito è che anche molti sacerdoti si interessano della materia. Sebbene non siano padri, sono stati figli. Un osservatore staccato, a volte, può servire. Quello che segue è appunto un decalogo scritto da don Bruno Ferrero, sacerdote e scrittore. A noi pare di buon senso.

1- Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull’amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare. Non si può fare i genitori “per dovere”. E l’educazione è sempre un “gioco di squadra”. Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un’intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in “cambio”, il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po’ di spazio per sé.

2- Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa “voi siete il primo interesse della mia vita”. Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l’assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l’aggressività. Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E’ anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.

3 – Un padre è un modello, che lo voglia o no. Oggi la figura del padre ha un enorme importanza come appoggio e guida del figlio. In primo luogo come esempio di comportamenti, come stimolo a scegliere determinate condotte in accordo con i principi di correttezza e civiltà. In breve, come modello di onestà, di lealtà e di benevolenza. Anche se non lo dimostrano, anche se persino lo negano, i ragazzi badano molto di più a ciò che il padre fa, alle ragioni per cui lo fa. La dimostrazione di ciò che chiamiamo “coscienza” ha un notevole peso quando venga fornita dalla figura paterna.

4 – Un padre dà sicurezza. Il papà è il custode. Tutti in famiglia si aspettano protezione dal papà. Un papà protegge anche imponendo delle regole e dei limiti di spazio e di tempo, dicendo ogni tanto “no”, che è il modo migliore per comunicare: “ho cura di te”.

5 – Un padre incoraggia e dà forza. Il papà dimostra il suo amore con la stima, il rispetto, l’ascolto, l’accettazione. Ha la vera tenerezza di chi dice: “Qualunque cosa capiti, sono qui per te!”. Di qui nasce nei figli quell’atteggiamento vitale che è la fiducia in se stessi. Un papà è sempre pronto ad aiutare i figli, a compensare i punti deboli.

6 – Un padre ricorda e racconta. Paternità è essere l’isola accogliente per i “naufraghi della giornata”. E’ fare di qualche momento particolare, la cena per esempio, un punto d’incontro per la famiglia, dove si possa conversare in un clima sereno. Un buon papà sa creare la magia dei ricordi, attraverso i piccoli rituali dell’affetto. Nel passato il padre era il portatore dei “valori”, e per trasmettere i valori ai figli bastava imporli. Ora bisogna dimostrarli. E la vita moderna ci impedisce di farlo. Come si fa a dimostrare qualcosa ai figli, quando non si ha neppure il tempo di parlare con loro, di stare insieme tranquillamente, di scambiare idee, progetti, opinioni, di palesare speranze, gioie o delusioni?

7 – Un padre insegna a risolvere i problemi. Un papà è il miglior passaporto per il mondo ” di fuori”. Il punto sul quale influisce fortemente il padre è la capacità di dominio della realtà, l’attitudine ad affrontare e controllare il mondo in cui si vive. Elemento anche questo che contribuisce non poco alla strutturazione della personalità del figlio. Il papà è la persona che fornisce ai figli la mappa della vita.

8 – Un padre perdona. Il perdono del papà è la qualità più grande, più attesa, più sentita da un figlio. Un giovane rinchiuso in un carcere minorile confida: “Mio padre con me è sempre stato freddo di amore e di comprensione. Quand’ero piccolo mi voleva un gran bene; ci fu un giorno che commisi uno sbaglio; da allora non ebbe più il coraggio di avvicinarmi e di baciarmi come faceva prima. L’amore che nutriva per me scomparve: ero sui tredici anni… Mi ha tolto l’affetto proprio quando ne avevo estremamente bisogno. Non avevo uno a cui confidare le mie pene. La colpa è anche sua se sono finito così in basso. Se fossi stato al suo posto, mi sarei comportato diversamente. Non avrei abbandonato mio figlio nel momento più delicato della sua vita. Lo avrei incoraggiato a ritornare sulla retta via con la comprensione di un vero padre. A me è mancato tutto questo”.

9 – Il padre è sempre il padre. Anche se vive lontano. Ogni figlio ha il diritto di avere il suo papà. Essere trascurati o abbandonati dal proprio padre è una ferita che non si rimargina mai.

10 – Un padre è immagine di Dio. Essere padre è una vocazione, non solo una scelta personale. Tutte le ricerche psicologiche dicono che i bambini si fanno l’immagine di Dio sul modello del loro papà. La preghiera che Gesù ci ha insegnato è il Padre Nostro. Una mamma che prega con i propri figli è una cosa bella, ma quasi normale. Un papà che prega con i propri figli lascerà in loro un’impronta indelebile.

Solitudine papà: “Manuel Antonio Bragonzi scrive ad ilpostadozione”

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Abbiamo raggiunto Manuel Antonio Bragonzi, protagonista del libro “Il Bambino invisibile” (vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/). Facendo seguito al post precedente, dove abbiamo estratto una parte dal suo libro che parla di paternità e modelli maschili, ci ha risposto come segue:

“Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.”

È questo il senso vero del messaggio che volevo esprimere in questo pezzo. Quando guardo i miei bambini penso proprio a questo, potrei fare loro qualsiasi male, picchiarli, percuoterli, urlare, ma loro mi ameranno sempre, come io amavo mio nonno che ammazzò mia madre e mi frustava tutti i giorni. Come posso quindi io tradire la loro fiducia, come posso io quindi approfittare del loro bene? Come posso fregarmene del loro amore incondizionato? Sarei disumano a farlo, non umano, perciò malato. Non penso al male che ho ricevuto io per non fare loro la stessa cosa, ma penso a quanto volevo bene a mio nonno nonostante tutto.
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Purtroppo non ho mai conosciuto mio padre e non ho mai sentito la sua mancanza. Per i miei figli vorrei essere presente, ma non come il padre possessivo che pensa di amare il figlio proteggendolo da ogni esperienza negativa ma accompagnandolo, dando a lui gli strumenti per superare gli ostacoli che incontrerà sulla SUA strada cercando di essere un maestro, poco invadente ma presente. Un amorevole distacco.

Solitudine papà: “Il modello paterno nei figli adottivi

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La paternità di un uomo adottato, come la maternità, può rappresentare un momento di riflessione sul passato e mettere insieme i punti della propria vita per costruire un futuro più forte e stabile.

Crediamo che non sia un caso se i figli maschi, nella ricerca dei propri genitori biologici, trascurano meno la figura paterna. Attraverso l’attesa e la nascita del figlio si può cercare di ripercorrere ciò che può aver provato/pensato il papà sconosciuto. Ci auguriamo che non ci sia molto in comune con certi uomini. Ci riferiamo a quelli che ingravidano una donna e la lasciano subito dopo per non prendersi responsabilità. Purtroppo, ciò succede in molto paesi da cui provengono i nostri figli dove spesso imperversa una cultura machista, vuoi per ignoranza, vuoi per comodità. 

Sarebbe auspicabile che, pensando alla figura paterna non avuta, il figlio padre cercasse di mostrarsi migliore. Ricorrente è il desiderio dei giovani padri di voler trascorrere più tempo con i bambini per poter condividere le esperienze che non hanno avuto da piccoli, specie se istituzionalizzati o adottati grandi. (Vedi Convegno ICYC 2014).

Più tenero è invece pensare che attraverso il viso del proprio bambino si possa leggere una storia più ampia, dove famiglia di nascita e famiglia adottiva si ritrovano insieme nei tratti somatici e nell’educazione di una nuova vita tutta da costruire. 

Di seguito un estratto che parla di figure maschili e paternità assente, quella che tanti dei nostri figli, purtroppo, hanno subito.

 (…) Ero un bambino, e come tutti i bambini avevo bisogno di essere curato, nutrito, educato e …amato. Amato. Che parola magica.

Mio nonno mi amava? Dopo tutte le frustrate e l’odio che ogni giorno aveva riversato su di me, mi chiedevo se egli potesse volermi bene, come un genitore. In quell’istante avevo già smesso di odiarlo; anzi, mi sentivo ancora attratto da lui, perché non c’è sentimento più forte di quello che lega un bimbo a chi gli ha dato la vita, alla sua famiglia. Il figlio di un alcolizzato non rinnega mai suo padre, nemmeno se costui rende la sua vita un inferno tempestato di insulti, botte e angherie. Talvolta scappa o viene messo in orfanatrofio, ma torna sempre da lui, fedele e con lo sguardo sovente adorante, mosso da un impulso irrazionale oppure insopprimibile. Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.

Solo raggiunta la pubertà quella necessità svanisce e l’uomo riesce a staccarsi, dimenticandosi, per una strana legge del contrappasso, di essere stato bambino. E quando diventa a propria volta padre, i sentimenti vissuti nell’infanzia riaffiorano inconsapevolmente ed egli educherà i suoi figli come lui è stato educato. Se è stato amato, amerà. Se è stato picchiato, picchierà, scordandosi delle sofferenze subite e pretendendo, anzi, di essere stato felice da piccolo. A meno che il suo cuore non batta così forte da liberarlo dal rancore riaprendolo allo stupore della vita. (…)

(fonte: estratto da “Il bambino invisibile” di Marcello Foa)

Solitudine papà. L’esperto: “Essere genitore in una società articolata“

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Quando si parla di genitorialità non sono importanti i legami biologici. Nella genitorialità, un adulto con la sua storia si pone davanti ad un bambino e fa delle proposte adatte a quel bambino, cerca di farne un uomo o una donna. Un genitore si può considerare efficace quando è sufficientemente sano e forte, quando già prima di diventare genitore era in grado di guardare dentro di sé e impostare rapporti chiari con gli altri.

di Gabriella Cappellaro – psicologa

(…) che cosa significa diventare genitori in una società, quella attuale, in cui il concetto di famiglia è tanto articolato? E infatti riconosciamo, oltre la famiglia d’origine, quella adottiva, quella affidataria, quella ricomposta, e anche quella costituita dalla famiglia allargata, tutte come famiglie proponibili, a determinate condizioni, all’allevamento e all’educazione dei bambini. Anche da qui dunque un richiamo al tema della genitorialità. Un primo pensiero allora: per la genitorialità può non essere sufficiente il legame di sangue e contemporaneamente si può raggiungere una genitorialità piena senza alcun legame biologico.

Il legame di sangue può essere la premessa di un vincolo di genitorialità, una premessa straordinariamente efficace, in quanto biologicamente fondata, ma solo comunque una premessa, perché il vincolo di genitorialità, quale patto di alleanza adulto/bambino, va mantenuto e dimostrato nel tempo della crescita del figlio attraverso continui comportamenti di genitorialità, che la sola biologia non è in grado di promuovere. (…) E così come si sottolineano le esigenze di crescita del bambino, parallelamente si deve riflettere sulla capacità della genitorialità ad allargare la propria competenza. Via via che il figlio cresce, ecco che il vincolo di sangue perde comunque quel significato assoluto che molti vorrebbero ancora attribuirgli e comunque non basta più dire ad un figlio “sono tuo padre, siamo dello stesso sangue!” per essere credibili, bisogna dimostrarlo.

Non tutti i genitori sono all’altezza del compito: “Al compito genitoriale è necessaria la maturità psicologica, l’adultità.” (…)

In che cosa consiste la funzione genitoriale? Funzione genitoriale è il diritto di attuare proposte educative con uno specifico individuo-bambino. L’adulto in grado di esprimere una funzione genitoriale compiuta è l’adulto che ha raggiunto l’adultità, ha raggiunto una propria competenza autobiografica, ed è perciò capace di prendere in mano la propria personale esperienza di infanzia, il proprio essere stato bambino, con le rabbie, i dolori, le umiliazioni patite, le attese deluse, per essere sereno, riconciliato, se del caso, con il proprio passato e non correre il rischio di farlo rivivere sul bambino di cui si occupa.

Chi è il genitore educatore? Perché e come si è educatori? Se educare nel suo significato di “trarre fuori”, va inteso sia come “venir fuori” che “menar fuori” partendo da quello che ciascuno è per sé, bisogna convenire che l’atto educativo è scambio, rapporto, in cui entrambi gli attori sono contemporaneamente, anche se a livelli diversi, protagonisti del ruolo di educatore ed educando. L’adulto educa se, prima ancora di sentirne l’attitudine, di conoscerne le strategie, è una persona dinamica, in crescita, in grado di guardare dentro se stessa e di impostare rapporti chiari con gli altri. L’educazione si riconosce come dialogo che impegna reciprocamente, che vive e si alimenta nella reciprocità delle relazioni, dove il dare e l’avere non sono da una parte o dall’altra, ma si intersecano continuamente in un processo di crescita scambievole.

(…) Ma è ancora più importante capire gli aspetti positivi della genitorialità, e non solo fare una stima dei danni inflitti ad un figlio. Proprio il ritenere che è l’accertamento del danno inflitto al bambino a sconfermare la genitorialità ha portato per lungo tempo, e ancora porta, ad un concetto molto riduttivo dei diritti del bambino. Così, per esempio, non è ancora per nulla chiaro e/o condiviso che il più grave maltrattamento cui può essere sottoposto un figlio è la mancanza di una figura materna nei primi giorni di vita. Si pensa che le cure di allevamento (quelle dirette alla specie) siano bastevoli, mentre fin dal primo giorno il bambino, che peraltro non è in grado di protestare il pregiudizio che patisce, ha bisogno di cure di accudimento, di genitorialità (quelle dirette alla persona).

Valutare l’adeguatezza di una “relazione di cura” diventa molto di più che accertare come stanno i singoli individui, diventa l’accertamento del livello di positività dell’intreccio relazionale degli individui. (…) Il modello teorico di riferimento è quindi relazionale. Per inquadrarlo valgano le parole di Winnicott secondo cui «non esiste qualcosa come un neonato», vale a dire genitori e figli esistono solo in relazione reciproca: i sentimenti e i comportamenti degli uni influenzano i sentimenti e i comportamenti degli altri secondo un modello di causalità circolare. D’altra parte, se è vero che ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da genitore e i bambini hanno la capacità di innescarla, è anche vero che la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (Bowlby). Innanzi tutto per assumere la funzione di genitore è importante attuare un passaggio di identità, da quello di figlio (dei propri genitori) a quello di genitore (dei propri figli). Questo passaggio non è detto si compia pacificamente, perché a volte risveglia alcuni conflitti irrisolti relativi alla propria famiglia di origine, e questo avrà sicuramente una ricaduta sulla relazione di coppia dei genitori. Inoltre se il bambino reale, con i suoi bisogni, non corrisponde al bambino atteso, possono nascere altri gravi conflitti psicologici.

Segue una spiegazione del concetto di “base sicura” e delle teorie di attaccamento che influenzano tutta la vita dei singoli individui.

Genitorialità come attribuzione di senso al bambino. Il tracciato della genitorialità, che parte dal riconoscimento della qualità della relazione sperimentata nella propria infanzia, si indirizza verso un figlio come occasione privilegiata, dotata di stile proprio, di relazionalità, perché sicuramente a quel figlio si attribuisce un significato psicologico. (…) Attribuire un significato al proprio figlio è operazione molto delicata, alla quale tuttavia non ci si può sottrarre, perché comunque viene svolta. Attribuire un senso al figlio (biologico, adottato, affidato: è lo stesso) è infatti, nell’accezione letterale del termine, dare una direzione alla sua vita, e questo lo si fa senza bisogno di rifletterci. Ma se non ci si riflette, si può correre il rischio di sbagliare direzione. Il che è tanto più grave, in quanto le direzioni sono solo due. Nel primo caso il figlio cresce per dare soddisfazione al genitore, nel secondo caso il figlio cresce per essere pienamente se stesso. (…) Genitorialità, allora, come patto di alleanza adulto/bambino che è molto di più della capacità di procreare, perché si sostanzia della propria raggiunta adultità, si declina via via nel tempo della crescita del figlio, si qualifica come legame che affronta le transizioni, si giustifica nel compito di aiutare il figlio a diventare Se stesso.

(fonte: http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/137/137_i_fondamenti_della_genito.htm)

Solitudine papà. Papà Rocco: “Nessuno nasce imparato nel ruolo di padre”

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Rocco è uno degli adulti che supporta la petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini” per consentire la ricerca dei genitori naturali da parte di quei bambini non riconosciuti alla nascita. Abbiamo dato ampio spazio a questo tema su questo blog nella sezione “ricerca delle origini”. Lo abbiamo raggiunto e ci ha parlato della sua esperienza di figlio diventato a sua volta padre.

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“Sono stato adottato già piuttosto grandicello, quindi come si può dimenticare il proprio passato pieno di solitudine e fame di affetto!?

Quando sono diventato papà di due figli, maschio e femmina, nati a 20 mesi di distanza, mi sono semplicemente reso conto di quanto ho sicuramente perso in modo irreparabile nel non esser potuto crescere insieme ai miei fratelli e sorelle di sangue. Per fortuna, in quel periodo mi ero già ricongiunto con una sorellina che era stata in collegio con me e che era stata adottata da un’altra famiglia separandoci. E’ stato un ricongiungimento, definiamolo, “tardivo”, dopo ben 16 anni. Infatti, nonostante i genitori di mia sorella fossero informati della mia esistenza sin dall’inizio, ci hanno tenuti volutamente separati con mio grande rammarico. Così quando ci siamo rivisti mia sorella era in piena adolescenza e per me ormai una perfetta sconosciuta, come del resto io per lei!

Quando ti nasce un figlio, quando diventi papà per la prima volta, nessuno nasce imparato ed è a parer mio assolutamente normale sentirsi scombussolati, quasi impauriti da questo nuovo ruolo di grande responsabilità. Chi in un primo momento non prova certe emozioni, ahimè, forse non riuscirà mai ad essere un buon padre.

I miei genitori adottivi, ma anche i miei suoceri, sono stati molto presenti dopo la nascita dei nostri figli. Non potevo pretendere di più. Davano, sia fisicamente sia economicamente, tutto il supporto necessario. Nonni fantastici. In quel periodo ero impegnato sul lavoro per cercare di portare un buono stipendio a casa visto che mia moglie aveva il suo bel da fare con due figli a distanza di venti mesi. La mia consolazione era che i figli, da piccini, hanno molto più bisogno degli accudimenti materni. Comunque al mio rientro a casa non mi risparmiavo mai per i miei bimbi, nei momenti critici anche di notte: la stanchezza svaniva, come per magia, e me li coccolavo ben bene. Molto spesso si addormentavano con me nel letto matrimoniale. Una bellissima esperienza che ti permette di giorno in giorno di crescere insieme ai propri figli!

Mio papà naturale l’ho cercato più tardi, ormai sepolto dal 1990. Mia madre naturale, un fratello e una sorella che vivono ancora con lei, invece, li sento di tanto in tanto per telefono e quando capita l’occasione vado a trovarli.

Non ho la presunzione di dare consigli. Nella vita, lo sappiamo bene, si apprende tutti i giorni. Forse l’unico che posso dare, anche per esperienza di padre naturale con figli ormai adulti, è quello di saper fare sempre autocritica del proprio operato. Un altro elemento importante è la responsabilità e il rispetto verso i figli, cercando soprattutto il dialogo nel quale non deve mai mancare il confronto e il consiglio basato sulla propria esperienza di vita.

Serve anche sapersi imporre quando si tratta di sane regole da rispettare. Ciò non significa escludere l’essere amici con la A maiuscola. Che siano figli adottati o naturali non fa nessuna differenza. E’ sempre compito degli adulti saper ascoltare e saper rispettare opinioni diverse per insegnare lo stesso comportamento a loro.”

Solitudine papà. “Dialogo di due papà sull’adozione”

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Sul web abbiamo trovato questo dialogo che ci sembra illuminante per chi si sta avvicinando all’adozione ma anche per chi la vive con “imbarazzo”, nel senso che pensa di essere un perseguitato dagli eventi. Tocca i punti cardine che ci siamo prefissati in questo blog: dire la verità, informare su luci ed ombre del rapporto con i figli, non prendere paura, ricordare che gli adulti siamo noi. Siamo noi che dobbiamo dare delle risposte.

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– A casa come va?

– alti e bassi. Lei è sempre nervosa e arrabbiata, fa polemiche per ogni cosa. Per dirti…..ieri sera ho sgridato il piccolo; la sorella era andata da una vicina di casa e quando è rientrata e ha saputo che il fratello era in punizione mi ha detto “meno male che non c’ero, sennò mamma diceva che era colpa mia” e quando gli dico che con loro esagera e non ha misura mi dice che sono io che mi invento le cose.

– capisco….essere genitori è difficile. Io ho un pensiero per la testa….

– quale?

– io credo che l’adozione ci abbia messo con il culo in terra

– che vuoi dire?

– parlo per me, o forse no…. vedo che chi più’ chi meno siamo tutti in crisi. Secondo me non eravamo pronti…o preparati: avere un figlio in età avanzata dopo anni di convivenza e già con una sua personalità… destabilizza…..credo….

– hai ragione, ma quand’è che si è pronti per avere dei figli? Quando finisce la scuola che ti da la patente per adottarne uno? Non ne esistono, amico mio! Tu sei la scuola, tu sei il tuo insegnante, la tua pazienza e la tua voglia di far essere felice tuo figlio è quello che ti muove. Certo, è stancante, snervante, ti succhia l’energia, ti lascia vuoto….ma pensavi potesse essere diverso?

– no io no…. sapevo che era così ma leggendo gli sfoghi di tante persone e raccogliendoli mi son reso conto che tutti credevano una cosa e poi era un’altra… avere i figli è la cosa più bella e stancante del mondo, ci consumiamo per loro ed è giusto così…. però credo che, viste le cose che via via mi son state dette e viste le mie, molto pochi eravamo realmente pronti per adottare.

– credo che il problema sia la paura di sbagliare che ti fa impazzire di ansie e angosce. La chiave sta nel convincersi che non esiste LA SOLUZIONE al problema, ma che l’importante è che uno scelga la SUA soluzione, non quella che forse potrebbe essere giusta. Si cercano in tutti i modi soluzioni da fotocopiare invece di dirsi: “Ok, tocca a me! Il genitore sono io e secondo me si deve fare cosi”. Bisogna non aver paura della responsabilità di essere padre e madre, di scegliere quello che secondo noi è bene per loro in tutta coscienza ed onestà; a quel punto non ci devono essere più ansie o preoccupazioni perché le scelte saranno state fatte, nel bene o nel male, secondo i nostri principi, la nostra esperienza, le nostre convinzioni. Se non abbiamo fiducia in noi stessi, come possiamo pensare di trasmettere serenità e fiducia ai nostri figli?

– giusto secondo me si può anche aggiungere che bisogna anche accettare il fatto che commetteremo inevitabilmente degli sbagli …e se crediamo di poter essere dei genitori infallibili sbagliamo di grosso.

– è tutto lì: avere fiducia in noi significa sapere, essere consapevoli di poter fare degli errori: ma saranno i NOSTRI errori e non quelli di qualcun altro. Certo, se diamo retta agli altri abbiamo qualcuno a cui dare la colpa se le cose non vanno, ma così non stiamo crescendo figli nostri, torneranno a essere i figli di qualcun’altro!

– bravo. per questo non ritengo tanto utile l’ascoltare gli altri e basta…ma semmai il confrontarsi e il mettersi in gioco….pero’ ripeto….credo che l’adozione sia un impegno veramente grosso e totalizzante…

– Il fatto è che comunque è il rapporto fra moglie e marito che viene messo in gioco. Inevitabilmente si pensa che tutta l’attenzione si deve focalizzare sui figli e che la moglie, o il marito, possono aspettare che tutto si tranquillizzi. E invece no, perché non si normalizzerà più nulla secondo quello che pensavamo o facevamo prima. Il modo di vivere è cambiato e bisogna riadeguare tutto: ritmi e attenzioni. Amare questi bambini più di noi stessi non basta! Essere padri e madri non basta! dobbiamo imparare a essere “famiglia” per il nostro e per il loro bene

– si giusto…………..pero’ tutto questo non mi leva il dubbio che forse dovevamo pensarci meglio……ti e’ mai venuto a te?

– Si, spessissimo. Però mi viene anche da pensare che forse potevano capitare peggio. Oramai di persone ne abbiamo conosciute tante e bene o male tutte, tutte, parlano o raccontano le stesse sensazioni di disagio. Se vai a vedere bene, però, né le nostre né le loro sono situazioni limite. Allora forse siamo persone normali con paure e incertezze normali. E se ci avessimo pensato meglio non saremmo diventati padri di questi figli meravigliosi

– si sono d’accordo…pero’ credo che la si debba smettere di parlare di nuvoline rosa e spiegare invece che è un splendido casino da affrontare …ma sempre casino e che quindi è bene premunirsi….

– lo dici a me? l’ho sempre detto che i vari forum dovrebbero servire a questo: a mettere sul piatto tutti gli aspetti dell’adozione; quelli belli, quelli rosa, quelli teneri, le emozioni ma anche i riflessi sulla vita di coppia, sul dover imparare a comportarsi da genitore, sul far capire cosa vuol dire “responsabilizzarsi sul serio”

– appunto…dovrebbero servire a questo invece servono ad illudere e poi ci si trova in crisi…..

– bravo! parole sante…………e bisognerebbe dire le cose come stanno realmente….che quando arrivi a casa con il ”pupo” o la ”pupa” o tutti e due ed incominciano ad urlare e darti calci non è niente di strano ma è fisiologico e normale….invece non lo dicono e questo secondo me è delinquenziale perché porti ad andare avanti anche chi non riuscirebbe a portare sto fardello…

– Eh già….è stupendo quando ti abbracciano, ti cercano, quando SAI di essere il loro punto fermo. Però come fa male quando li vedi rivoltartisi contro per una sciocchezza, per un capriccio. Quando sono arrabbiati e cercano di tirar fuori le cattiverie che potrebbero ferirti di più. E un conto è sentirsi dire, così, quasi sottovoce, che queste cose accadono e che sono normali, un altro è invece vedere e vivere la rabbia di quei momenti e imparare a gestirla, ad assorbirla e a dimenticarla perché sai che non è per colpa tua che sono arrabbiati ma per colpa della vita e tu sei quello che, in quel momento, gli permette di sfogarsi

– appunto…io dico sempre che bisogna farsi pane…hanno fame e per mangiare devono per forza morderci….fino al sangue….

– è quello che abbiamo scelto di essere

– appunto…

(fonte: l’adozioneconimieiocchi.myblog.it)

Solitudine papà. Papà Antonio: ”La paternità non era per me”

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Antonio è una papà biologico. Ha avuto un figlio a 46 anni. La fatica a procreare prima e l’età non più giovane poi lo portano ad allontanarsi dal ruolo di padre, per lo meno per come lo intende lui.

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“Sono papà da tre anni di un bel maschietto vivace e birichino. Ho 49 anni. Mia moglie è più giovane di me. Lei ha insistito molto per avere un figlio. Ci siamo sposati dieci anni fa. Pensavo di poter realizzare il sogno di una famiglia da subito, invece le cose sono andate per le lunghe. E’ arrivato un momento in cui non ne ho più avuto voglia di avere un figlio. L’ho fatto solo per lei, per accontentarla. Ritengo infatti che i figli vadano cercati ad un’età più giovane. Personalmente faccio fatica a seguire il piccolo. Con lui ho un rapporto particolare ma ciò non toglie che il ritmo non sia propriamente alla mia portata. Anche il rapporto con mia moglie si è incrinato.”

Solitudine papà. Papà Maurizio: “Adottare quasi a 50 anni”

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Maurizio è un papà adottivo da dieci anni. Nonostante non si possa definire un papà giovane è convinto che nel rapporto con un figlio la maturità abbia molto da insegnare.


“Sono diventato padre di Svetli quando ormai non ero più proprio considerabile giovane. Avevo quarantasette anni ed una voglia incommensurabile di avere un figlio. Le tensioni, il mancato decreto di idoneità poi il successivo ricorso in corte d’appello e tutti gli ostacoli superati nel percorso adottivo, avevano ulteriormente accresciuto le mie motivazioni. Quindi, quando con mia moglie arrivammo a conoscere il nostro Svetlino, che allora aveva solo due anni, mi accorsi di essere diventato padre solo dopo alcuni giorni. Forse per uno strano processo di autodifesa, mi ero abituato a non considerare l’evento della mia paternità così realizzabile. Ricordo il primo giorno d’incontro in Bulgaria con quell’esserino che finalmente sarebbe diventato mio figlio e che pretese fin da subito di essere il naturale possessore di ogni cosa che mi apparteneva: dalla scheda fotografica, alla telecamera, ai vari attrezzi che continuavo ad armeggiare per rendere indimenticabile il momento del nostro incontro.
Solo dopo un po’ di tempo mi resi veramente conto di essere diventato padre, sia dentro di me che agli occhi della famiglia che finalmente stavo costruendo. Devo confessare che il primo sentimento nei confronti di quelli, che padri lo erano già diventati, molto prima di me, magari anche dieci o venti anni prima, fu una certa invidia. Avevo perso un mucchio di tempo a far che? Anche l’ambiente mi era in un certo senso ostile. Ricordo quel tipo al mercato che un sabato disse al mio Svetli: – Bello eh, andare in giro con il nonno a fare la spesa? – Mi fece provare ulteriore rammarico, ma mi fece anche capire quanto poco valga il commento della gente che non conosci (in fondo avevo solo cinquant’anni e nemmeno portati male…).
Ora che mio figlio è molto malato… di papite acuta, vivo il periodo più bello della mia vita di uomo adulto, come papà, attraversando momenti di grande soddisfazione ed anche periodi di difficoltà e magari scoramento, ma sempre con l’impegno, che questo ruolo comporta. Se è vero, come ho letto da qualche parte, che i figli servono agli adulti per poter maturare, credo anche che diventare padre in età matura, possa essere un valore aggiunto per un figlio arrivato magari un po’ in ritardo. Per questo ho sempre fatto in modo di vivere più tempo possibile con mio figlio, anche sacrificandolo alla mia attività lavorativa. Non mi sono perso un minuto dei suoi anni di piccolo esploratore ed abbiamo scoperto ed osservato insieme le tante novità che apparivano nel suo giovane mondo. Sono orgoglioso del fatto che lui le abbia potute maggiormente apprezzare con l’aiuto del suo papà. Ora che lui è ormai adolescente, sono consapevole che i tempi del distacco sono maturi, ma cercherò di continuare ad essere un padre disponibile, cercando, magari con difficoltà, di non essere troppo presente nella sua futura vita di giovane uomo.
Desidero dire a tutti i papà, che l’arrivo di un figlio è un dono fantastico, che va vissuto nel momento in cui ci viene concesso. Alcune volte altre distrazioni della vita allontanano i padri da questa esperienza unica anche per un uomo: per motivi di carriera o per altri motivi che alla fine non si rivelano così importanti. E di questo quando sei troppo giovane, spesso non te ne rendi conto, come non ti rendi nemmeno conto delle tante cose che si possono rimandare più avanti. Un figlio no, un figlio va vissuto ed accompagnato per mano fino al momento in cui, indicata la strada, correrà con le sue gambe incontro alla vita. Ed oggi fortunatamente, sono sempre di più i papà presenti nelle vite dei propri figli e che non vogliono avere alcun rimpianto, per essersi persi una avventura così meravigliosa”.

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(fonte: italiaadozioni.it – 03/2013)

Resoconto convegno ICYC 2014: “Conclusioni dalla platea”

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Ci sembra importante riportare le considerazioni di alcuni presenti in sala alla fine del Convegno.
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Michele (papà e nonno)- Siete ancora in pochi. Il Convegno, secondo me, dovrebbe coinvolgere i ragazzi più piccoli. Devono sapere che quello che sentono e stanno vivendo non è un’anomalia, che altri stanno provando quello che stanno vivendo, che non devono aver paura delle loro reazioni, che un giorno potranno trovare il loro equilibrio e giusta dimensione.
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Manuel (figlio e papà; vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/) – Sono stupito di questa vostra libertà nell’esprimervi. E’ la prima volta che mi capita. Giro da due anni per le associazioni. Di solito mi trovavo da solo ad affrontare la platea di genitori. Questa volontà di capirsi tra genitori e figli è nuova per me. Posso solo aggiungere che i genitori hanno paura. Hanno bisogno di esempi positivi per essere rassicurati.
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Alan (figlio e papà) – Abbiamo bisogno di trovarci ed aprirci, ce l’hanno insegnato i nostri genitori. Qui possiamo trovare delle risposte. Anche per essere noi genitori un giorno e riproporre quello che abbiamo imparato in famiglia. Tutto ciò che ho ricevuto lo trasmetto a mio figlio. L’amore si impara da chi ti dà amore. L’ho imparato poi, dopo una fase in cui non l’ho ricevuto. L’ho imparato dai miei genitori e amici.
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Alberto (marito) – La vostra testimonianza mi aiuta a capire mia moglie, i suoi pensieri e il rapporto con la sua famiglia.

Resoconto Convegno ICYC 2014: “Adozione, come la vedono i figli”

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6. E NOI ADOTTATI SAPETE COME CI SIAMO SENTITI DOPO L’ADOZIONE?
P. Mio figlio non ce l’ha fatta a rimanere qui a confrontarsi con gli altri. Mio figlio ha tanto bisogno di parlare con voi ragazzi. Quella che proponete è una domanda fondamentale per le nostre famiglie che dobbiamo imparare a conoscere i nostri figli.
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F. Se ti può consolare io ero sempre arrabbiata, non parlavo con i miei genitori. Non mi facevo avvicinare da loro. Non accettavo di avere una mamma. Non sapevo cosa fosse. Volevo delle risposte. A volte si ha molta paura delle risposte. Vi mettiamo alla prova tanto. E’ il nostro modo di dirvi “Ci sei?”. Ognuno ha i suoi tempi. Piano piano tuo figlio avrà le sue risposte.
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F. Ero triste quando sono arrivato in Italia perché l’istituto era la mia famiglia. Qui, d’altro lato era bello perché avevo una famiglia vera. Un anno fa sono tornato in Cile e ho provato di nuovo una grande tristezza. Sono tornato al mio istituto e tutti i bambini mi venivano addosso per ricevere una carezza o una caramella. Erano bambini soli. Allora ho capito che avere una famiglia è una cosa spettacolare.
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F. Non ho vissuto in istituto. Sono passato dalla solitudine ad una città come Milano. Ho avuto un’infanzia molto difficile. Per questo mi sento di dire che prima del “Perché viviamo?” viene un’altra domanda: “Chi sono io?”.
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F. Padre Pier mi ha chiamata e mi ha detto: “Avrai una mamma e un papà tutti per te”. All’aeroporto, all’arrivo dei miei genitori sono scappata perché avevo paura. Una volta che mi hanno recuperata confrontavo le foto con i loro volti per vedere che cosa combaciava e cosa no. Poi li ho abbracciati. Io sono nata in quell’istante. Una volta in Italia, però, non ero tranquilla. Temevo che la mia mamma cilena venisse a riprendermi. La mia mamma N. mi rassicurava. Sapevo che lei era lì per me. E’ molto importante la presenza della mamma per calmare le paure.
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F. Io invece vivo ancora male qui in Italia. Ora sto meglio ma non del tutto. Per un anno, dal mio arrivo, pensavo di tradire la mia famiglia biologica. A casa mi sentivo sola. Scrivevo lettere in Cile, di nascosto. Poi i miei genitori l’hanno scoperto. E’ stato solo attorno ai 12/13 anni che ho deciso di vivere in Italia. Ma non mi ha ancora abbandonato la sensazione di tradire la mia famiglia di origine. Non riesco a dare delle risposte concrete. La partenza dal Cile rimane per me un avvenimento negativo che mi porto dentro.
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F. Per me l’adozione è stata facile perché avevo una sorella e un punto di riferimento a cui appoggiarmi. Per me è stato un ricongiungimento familiare.
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7. ADOTTARE, ULTIMA SPIAGGIA O BISOGNA CREDERCI?
P. Per me ”ultima spiaggia” significa: passa il tempo e non accade niente. Ma c’è una possibilità che colma una mancanza per recuperare qualcosa che la natura non ci ha dato. C’è la speranza di recuperare su questa assenza di genitorialità. La speranza ti avvicina all’adozione. Per molti è l’ultima spiaggia ma è collegata al bisogno di “crederci”. Per superare il negativo devi crederci.
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Psic. La spiaggia non ha solo una connotazione negativa. Può rappresentare il luogo del naufragio, ma anche il luogo da dove si parte per esplorare altri paesi. Davanti alla spiaggia c’è un mare per arrivare a qualcosa d’altro.
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8. CONFRONTIAMOCI: LUCI ED OMBRE DELL’ADOZIONE
F. Per quanto riguarda l’attesa delle nuove coppie. Sappiate che sono ritornata in Cile e ho vissuto con i bambini e ho dormito con loro. La cosa che mi ha colpita di più è la domenica. Li pettini, li vesti a festa perché è il giorno delle visite dei parenti. A volte arrivano, molte volte no. Allora la domanda ricorrente diventa “Quando avrò una mamma, quando avrò un papà?” Ricordate che loro non hanno nessuno con cui condividere le loro paure, con cui parlare dei loro desideri. Voi avete la coppia, la famiglia, gli amici. Non siete soli.
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Psic. Focalizzando quanto si è detto:
– la sensazione di non sentirsi del tutto legittimati ad essere genitori va di pari passo con il mettere alla prova dei ragazzi.
– in quale momento di crescita pensate di trovarvi? C’è un tempo per rispondere che non è uguale per tutti.
– alla base di questa crescita c’è una domanda a cui si deve necessariamente rispondere: “Chi sono?”
– la solitudine intesa come processo di crescita dell’individuo.
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P. Non sono un genitore adottivo, ma un marito di una figlia adottata. Mi sento di dire che l’inadeguatezza fa parte della vita. Voi genitori non dovete aver paura di sentirvi inadeguati. Anch’io che sono padre biologico mi sento a volte inadeguato. In questi casi dovete usare la stessa determinazione con cui li avete cercati questi figli.
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M. Per me quando parlo di inadeguatezza intendo non sentirsi adeguati di fronte al dolore e alla sofferenza. C’è uno sforzo davvero grande in questo. Sono mamma biologica e adottiva. Anch’io mi sento inadeguata di fronte al figlio naturale. Ma le circostanze e le sensazioni sono diverse.
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Psic. Consideriamo che i genitori adottivi iniziano un percorso in salita con tutto ciò che precede l’adozione. C’è una stanchezza che i genitori biologici non hanno. La determinazione unisce le luci e ombre dell’adozione. Quando uno si sente fragile si sente anche inadeguato. L’impotenza e l’inadeguatezza bisogna trasformarle in potenzialità.
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F. L’ombra mette in moto, non è negativa.
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F. Mi sento impreparato come le coppie in attesa. Ho paura del nuovo, ho tante domande. Ma allo stesso tempo non ho il desiderio di tornare a cercare le mie origini. Non mi frega niente della mia mamma di nascita. Perché sto bene qui, nella mia famiglia. Io una famiglia ce l’ho già. La mia storia passata desidero lasciarmela dietro. E le domande me le faccio ma non aspetto le risposte. Forse perché devo ancora mettere dei punti fermi, sto ancora crescendo.

F. Sono felice oggi. Cercare le mie origini per me è stato importante. Ho fatto il viaggio di ritorno in un momento in cui non sapevo più chi ero. La morte di padre Pier mi ha destabilizzata. Lui stesso mi aveva invitata a tornare in Cile per trovare le risposte che non avevo. “Chi sono?” – per me è stato importante tornare. Nella mia infanzia, a scuola, i bambini dicevano: “Io assomiglio alla mamma. E tu, a chi assomigli?”. Non lo sapevo. Ebbene una volta in Cile ho scoperto che mia nonna era la mia copia con i capelli bianchi. La mia famiglia era una tribù, tanti erano i cugini. Ho anche un fratello e una sorella. Non ero interessata al contatto con la famiglia. La mia famiglia ce l’avevo in Italia. Ma lì ho capito che la mia famiglia di origine aveva continuato la sua vita. Ho incontrato una dura verità. Come mai è successo a me questo? Ebbene ho inteso in quel momento che sono stata fortunata, che ho una famiglia, che sono viva. Adesso avevo le risposte. Adesso sapevo cosa dovevo fare. Ho anche capito mia mamma adottiva. Sono quella che sono grazie a lei che mi ha sempre appoggiata e aiutata quando ne avevo bisogno. Lei c’era sempre. Da quel viaggio ho cominciato ad abbracciare mia mamma. Prima non glielo permettevo. Adesso sono contenta. Ho capito cos’è l’amore di una famiglia.
Vi ho raccontato la mia esperienza perché volevo incitarvi ad “esserci” con i vostri figli. Non mollate.

(continua…)

Resoconto del Convegno ICYC 2014: “Le domande dei nostri ragazzi”

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La voce dei ragazzi è stata la novità del Convegno ICYC tenuto a Gabicce sabato 6 settembre 2014. In occasione del XXV anniversario della fondazione, l’Associazione ha voluto dare una nuova impronta al raduno nazionale annuale delle Famiglie Adottive pro ICYC. Già il titolo “Rott-Amiamoci” esprimeva un cambio di rotta rispetto agli ultimi incontri, però sempre mantenendo la tradizione di amicizia che caratterizza le famiglie dell’Associazione.
I due rappresentanti dei ragazzi, Cesar e Maribel, hanno coordinato i lavori secondo una scaletta studiata nei mesi precedenti e scaturita dagli incontri che i nostri figli più grandi hanno avuto a Milano, Pesaro e Roma. Sono state proposte alla platea delle domande. I genitori presenti hanno accettato la sfida. In questo botta e risposta non sono mancati gli interventi dei ragazzi che sulle diverse tematiche hanno espresso perplessità, paure e titubanze, ma anche evidenziato gli obiettivi raggiunti. Solo poche volte è intervenuta la psicologa dell’ente senza risultare invadente.
Di seguito riportiamo le domande ed alcuni passaggi che riteniamo significativi. Davanti alle sintesi degli interventi porremmo una P per papà, M per mamma, F per figlio/a e Psic per psicologa. Il post sarà diviso in tre parti.

F. Ci sono delle domande importanti che ogni essere umano si pone. Una di queste è “Perché viviamo?” Una possibile risposta potrebbe essere “Viviamo per poter crescere”. A volte gli adulti di fronte a queste domande non hanno risposte. Oggi vogliamo raccontare e condividere le nostre esperienze. Per avere e dare risposte.

1.PERCHE’ MI AVETE ADOTTATO?
Avete mai detto ai vostri figli perché avete adottato?
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P. La molla è stata una grande voglia di metter su famiglia
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F. La domanda che spesso mi sono fatta è: “Perché ha scelto proprio me?” Allora mia mamma mi spiegava che i bambini nascono dal cuore e che la mamma è quella che ti sta vicino.
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M. Ho un figlio biologico. Nel nostro caso l’adozione è partita dal desiderio di prendersi cura di un bambino che non ha avuto queste attenzioni nella famiglia di origine. Per me adozione è trasmettere il senso dell’amore gratuito.
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M. Ho adottato perché avevo tanto amore da dare e perché credo nella famiglia.
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P. L’adozione nasce dalla consapevolezza di essere stati fortunati, di essere cresciuti in una famiglia che ti ha dato amore. Trasmettiamo ciò che ci è stato regalato in quanto queste risorse ci sono all’interno di noi come un di più che la vita ci ha regalato.
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P. Per me nasce da un bisogno di colmare un vuoto. Un bisogno da dentro.
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P. C’è uno “spazio per amare” che ti avvicina all’adozione.

2. L’AVETE MAI SPIEGATO?
M. Non ho mai usato una formula. Ritengo che dalle azioni si dovrebbe capire. Ho adottato mia figlia molto piccola. Da quando l’ho presa in braccio l’ho sentita figlia e non ho ritenuto importante spiegarlo. Mi sembrava una cosa del tutto naturale non dirle niente. E lei non mi ha mai chiesto niente.
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P. Il concetto “papà adottivo” non mi piace. Preferisco pensare che quando si fa famiglia non occorre dare spiegazioni perché il rapporto padre figlio è qualcosa che cresce in modo naturale.
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F. Ognuno la gestisce in maniera diversa.
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P. L’adozione non è stato affatto un ripiego, ma non riesco a spiegarglielo. Come faccio? Forse è ancora piccola.
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M. Adottare significa “scegliere”, quindi non nasce, secondo me, da un bisogno. Mi piace comunicare a mio figlio che la nostra è stata una scelta. Ci sono tante coppie che non possono avere figli e hanno scelto di non adottare. Noi abbiamo scelto di adottare, invece. Noi abbiamo scelto lui e lui ci ha scelti. Ci scegliamo tutti i giorni. Cerchiamo di parlare con lui e di trasmettere gli strumenti perché si senta bene.
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M. Dai miei figli ho imparato che il problema di comunicare è nostro. Chi mi conosce sa che ho due figli grandi molto profondi che formulano domande che mettono in crisi. Una di queste è stata: “Mamma, cosa si prova ad essere genitori adottivi?” Sono dell’opinione che dove ci sono domande occorre rispondere. E le risposte arrivano più facilmente se si è stati bambini felici e amati nella famiglia di origine.
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Psic. L’adozione è un incontro tra due desideri e due bisogni. I bambini fanno domande non solo con la voce. Essi chiedono anche con il loro comportamento o con i loro silenzi. Sta a noi decodificare. Sicuro sentono la disponibilità ad affrontare argomenti importanti. Se questo spazio c’è all’interno della famiglia, le domande vengono. Ogni famiglia costruisce un diverso senso dell’adozione. L’età del bambino porta a cambiare parole e spiegazioni.
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3. COM’ERA LA VOSTRA VITA PRIMA DELLA SCELTA DI ADOTTARE?
P. Sono otto mesi che abbiamo adottato. Prima avevamo un sacco di tempo libero. Oggi c’è R., ma posso affermare che la nostra vita è cambiata decisamente in meglio.
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P. Non ho lasciato i miei hobby che cerco di condividere con i miei figli. Direi che la mia vita è cambiata da un punto di vista fisico. E’ più faticosa, ma più bella.
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M. Anch’io ho cercato di condividere il mio impegno politico con mia figlia ma lei ha un rifiuto totale. Credo che sia perchè ho sottratto molto tempo alla famiglia per questo mio interesse. Così lei ha una totale avversione per la mia attività. Forse la vede come un elemento che ci separa.
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F. Sono adottato e ho due figli. A me piace condividere tutto con i miei figli. Non avendo avuto una famiglia non sono mai stato con mio padre. Se trasmetti amore ai bambini, loro faranno altrettanto. Mi piace essere genitore, mi piace dare amore e avere amore.
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P. Per noi è stata molto duro il pre adozione. Dura l’analisi degli operatori, ma noi non ci siamo scoraggiati. E andremo a prendere i nostri figli perché siamo convinti di questa scelta e niente ci può abbattere.
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M. Abbiamo adottato due anni e mezzo fa. E’ scoppiata una bomba in casa e stiamo mettendo a posto i pezzi. Le domande da parte di nostra figlia ci sono. Una sua espressione significativa è quando mi dice:“ Tu sei quasi mamma, ancora devi lavorare per guadagnartelo”. Certo, mamma è un ruolo che ci dobbiamo conquistare. Tutto si muove verso il cambiamento. Per quanto ti sia preparato attraverso letture, frequentazioni, corsi, incontri etc, la vita reale è tutta un’altra cosa.
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P. La casa era vuota e silenziosa. Ora la mia vita ha un senso.
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P. Noi siamo una coppia in attesa. La nostra vita è bella, ci divertiamo. Ma manca qualcosa.
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P. L’amore di un figlio illumina la casa.
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4. E NEL PERIODO DELLA SCELTA DI ADOTTARE COME VI SENTIVATE?
M. Paura, non sappiamo come andrà, il bambino come sarà, come reagirà…
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P. Vorrei io fare una domanda ai figli. Durante il vostro percorso di crescita familiare i vostri genitori vi hanno proposto di adottare un nuovo bambino?
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F. Quando i miei genitori mi hanno fatto questa proposta, mi ha preso il panico. Ma come, ci sono io, io non ti basto? Tu, mamma, sei mia, e di nessun altro!
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F. Per me è il contrario. Io mi sentivo sola con due estranei e volevo un fratello o una sorella con cui parlare e condividere i miei pensieri. Ma mia mamma non ha voluto adottare di nuovo. Ho sofferto molto di solitudine.

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F. All’inizio ero gelosa e non volevo. Adesso rimpiango un po’ di non aver avuto una sorella. Ma quando mi sono sentita pronta per la seconda adozione mia mamma mi ha risposto “Ormai no”.
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F. Vivo nella solitudine ancora adesso. Penso che un fratello o una sorella potrebbe essere utile per parlare dei propri problemi. Io vorrei adottare almeno due bambini.
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5.DOPO AVER ADOTTATO IN CHE COSA VI SENTITE DIVERSI?

M. Prima di avere figli mi sentivo molto triste. Una volta arrivata mia figlia ho imparato a spostare il baricentro da me a lei. Lei prima di me.
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M. Vedo una luce particolare nei genitori che hanno adottato, quando arrivano i figli.
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(continua…)

Solitudine papà. Ricerca antropologica: “Cosa vuol dire educare, confronto tra due culture”

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Ancora sull’educazione dei figli. Si tratta di uno studio condotto su ragazzini senza deprivazioni. Nel nostro caso specifico non va preso alla lettera, ma come base per riflettere su che tipo di educatori intendiamo essere, quesito rivolto sia alle mamme che ai papà.

di Elisabeth Kolbert – articolo tratto da Internazionale 7/06/2013

Sono stati fatti degli studi antropologici (Università Carolina – Los Angelse) su una tribù amazzonica del Perù (matsigenka) e su un campione di famiglie residenti nell’area di Los Angeles della media borgesia. Dalla comparazione è risultato che i matsigenka adolescenti sono in grado di cavarsela meglio degli adolescenti USA. L’approccio dei genitori è diverso perché diversi sono gli obiettivi. Mentre nel primo gruppo i bambini vengono responsabilizzati sin dalla tenera età aiutando in casa, seguendo il papà a caccia o nei lavori dei campi, nel secondo gruppo sono i genitori che si mettono al servizio dei figli ribaltando regole di tradizione educativa.

“I ragazzini statunitensi di oggi sono probabilmente i più viziati nella storia dell’umanità. (…) Viene data loro un’autorità senza precedenti. I genitori vogliono l’approvazione di figli. E’ l’opposto dell’ideale di un tempo, quando i figli si sforzavano di essere approvati dai genitori. In molti casi il modo migliore per dimostrare che vogliamo bene ai nostri figli è imparare a essere meno materne e meno paterni (…) ci diamo troppo da fare per i figli perchè sopravalutiamo la nostra influenza (…) più ci sforziamo di aiutarli e più li ostacoliamo. (…) I genitori controllano il lavoro e i risultati dei figli, che di conseguenza si sentono meno competenti e meno sicuri di sé, il che rende ancora più necessario il controllo dei genitori.”

Diverso è l’atteggiamento dei genitori francesi che adottano il metodo di “ignorare i figli” perché così imparano a gestire la frustrazione. Anche i “no” sono importanti perché li aiutano a capire che al mondo ci sono altre persone con uguali esigenze da rispettare. I genitori “spazzaneve”, invece, sono quelli che rimuovono tutti gli ostacoli dalla vita dei loro figli. Lo scopo ultimo è quello di farli accedere a prestigiose università per garantire loro un futuro ricco e di successo. Non si chiedono a cosa serva un figlio che bighellona per casa con un diploma o una laurea in tasca.

Abbiamo trovato illuminante che i bambini dell’Amazzonia vengano educati tramite favole che mettono in risalto il ruolo positivo di personaggi che combattono la pigrizia. I ragazzi americani, invece, vengono stimolati a ritardare il raggiungimento della maturità. “Da un punto di vista evolutivo, questo ritardo non è così irragionevole. In un mondo sempre più complesso e instabile, ritardare la maturità potrebbe essere un modo per adattarsi. Rimanere per sempre giovani vuol dire essere sempre pronti alla prossima grande novità. O forse l’adultescenza è l’esatto contrario: non seguo il progresso ma la prova di una regressione generale. Lasciar correre è sempre la soluzione più semplice, nell’educazione dei figli come nel mondo bancario, nell’istruzione pubblica e come nella difesa dell’ambiente. L’assenza di disciplina è evidente in quasi tutti gli aspetti della società statunitense di oggi. E’ un problema molto più ampio, su cui meditare mentre portiamo fuori la spazzatura al posto dei nostri figli e allacciamo loro le scarpe anche se sono in grado di farlo da soli.”

Solitudine papà. La sfida di educare: “Guardami, ti indicherò la strada”

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I papà hanno un ruolo importante per i nostri figli, adottivi e non. In particolare nella fase dell’adolescenza hanno il difficile compito di indicare la via. E’ più facile fuggire di fronte a questa responsabilità, ma si perde l’opportunità di lasciare una traccia indelebile e positiva nella loro vita.

Ci sembra di buon senso affermare che, nonostante ci sforziamo di cercare la perfezione, saremo sempre e comunque genitori imperfetti. Anche i padri. Sembra che la ricerca di questa perfezione sia una delle cause che portano i padri ad allontanarsi dalla famiglia e a non impegnarsi con i figli. Quasi che ci fosse la paura di sfigurare. Tranquilli. I ragazzi hanno solo bisogno di adulti di riferimento, non di eroi. Noi per primi dovremmo solo interrogarci sul significato della nostra vita per trasmettere un valore positivo ai figli.

In un momento di crisi come questo crediamo che il primo compito di un genitore sia di tramettere speranza. Possiamo parlare tra noi delle nostre delusioni e fatiche, ma i ragazzi hanno il diritto di avere un futuro davanti, una luce che li guidi. Per dirla come Nembrini (“Di padre in Figlio”, Ed Ares 2011) i ragazzi hanno bisogno di adulti che amino la loro libertà e, aggiungeremmo, il loro entusiasmo.

E’ in questo contesto che va valorizzata la figura del padre come colui che, con sguardo sicuro, li guida verso le scelte più consone. Questa mansione del padre, come supporto e porto sicuro a cui tornare in caso di tempesta, è già stata proposta dalla mitologia greca con Atena. Atena nacque dalla testa di Zeus quasi a significare uno stretto connubio tra padre e figlia. Per farsi strada i ragazzi hanno bisogno di mentori che li guidino, li sostengano e siano dalla loro parte. Atena è sempre stata sostenuta da Zeus. Grazie all’acutezza della sua intelligenza e ad una giusta dose di autostima, Atena rappresenta quelle figlie che riescono nella vita perché hanno una buona immagine di sé grazie alla sicurezza trasmessa dal padre.

Che cos’è allora l’educazione? Sempre Nembrini: “L’educazione non è una serie di prediche, non è una preoccupazione da avere. E’ un uomo che vive. (…) L’educazione è la capacità che hai o non hai di rendere testimonianza (…) di una certezza e di una positività che i figli possono guardare.”

I ragazzi ci osservano, imparano da noi, dalle nostre reazioni. Le parole contano pochissimo. Secondo molti studiosi l‘emergenza educativa è data dalla mancanza di adulti che si prendono le loro responsabilità, che rifuggono il ruolo di coloro che devono indicare la strada. “Abbiamo ragazzi che crescono pieni di paura e di incertezza: come sulle sabbie mobili perché non hanno davanti adulti capaci di testimoniare certezze….”

Quando ci sentiamo in difficoltà rammentiamoci le parole agli educatori di Baden Powell, il fondatore del movimento scout: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancor di più attraverso ciò che si è.” Ai ragazzi, invece, viene detto: “ Ti hanno insegnato gli elementi generali del sapere e ti è stato insegnato come imparare. Ora spetta a te, come individuo, di andare avanti e di imparare da solo quelle cose che daranno più forza al tuo carattere e ti permetteranno di riuscire nella vita facendo di te un uomo.”

Il grande segreto dell’educazione è quello di non aver paura di sbagliare. E’ la qualità del rapporto che conta L’uomo vale per quello che è nell’azione, perché è nell’azione che dimostra a cosa tiene: l’uso del tempo, della casa, dei soldi, delle energie, come gestisce i rapporti… L’invito al disimpegno per essere felici in realtà castra la curiosità innata dei nostri ragazzi.

Per citare Bauman, filosofo del nostro tempo e della società liquida (“Modernità liquida”,  Laterza 2002): “Nel nostro tempo ci sono troppi modelli, in contrasto tra loro. (…) Mancano punti di riferimento certi, tutto appare giustificabile in rapporto all’onda del momento. (…) Mancando un sogno che accomuni tutti, l’individuo annega nella folla delle solitudini, incapaci di comunicare tra loro, e l’ambizione dell’emancipazione cede il posto alla rinuncia del senso del vivere. Trovare punti di riferimento, indicare le linee affidabili è la sfida titanica per governanti e amministratori.”   E noi aggiungiamo: sfida titanica anche per gli educatori!

I figli non diventano grandi da soli. Il rischio di educare consiste nel seguire i figli lasciando la loro libertà di scelta. Non sono le regole e l’osservanza delle regole che fanno il buon educatore o il buon figlio. Il risultato potrebbe essere un figlio adulto che non sa gestire la sua libertà. In questo caso ho creato un burattino non un uomo. Lasciare libertà di scelta non significa buonismo. A questo riguardo Nembrini è molto chiaro: “Il buonismo, il sentimentalismo, le pacche sulle spalle non portano da nessuna parte, bloccano. Sembra bontà e invece è una cattiveria perché impedisce la correzione reale, cioè impedisce di fare dei passi, impedisce il cammino. E’ la malattia più grave. Mi sembra più diffusa nelle famiglie di oggi. Timorosi del proprio compito, spaventati del proprio compito, i genitori sembrano avere il ruolo di eliminare ogni occasione di fatica, e così facendo impediscono la crescita dei figli che restano bambini fino a trent’anni. Il buonismo non paga, il buonismo non c’entra niente con l’educazione.”

Ancora:

“Che i bambini di oggi siano più intelligenti è una menzogna, sono solo iperstimolati ma sono superficiali, non interiorizzano nulla, non hanno giudizi o criteri propri, sono totalmente nelle mani del potere, di chi grida di più, dei giornali che leggono, di quello che ascoltano.”

Anche negli errori educativi non è mai tardi. Si può sempre cominciare da capo. La sfida è di fare la nostra parte. Poi sarà quel che sarà. La partita della vita ognuno la gioca da solo e a modo suo. Non possiamo sostituirci ai nostri figli. Se non ci seguono, pazienza.

Possiamo allora affermare che l’educazione è un modo di essere di fronte alla vita. Ma è anche un trasferimento di conoscenza e testimonianza perché non vada perduto lo sforzo nostro e dei nostri antenati. Nel film Amistad di Spielberg (1997) lo schiavo capo dei ribelli, nel momento in cui deve prendere una decisione importante, esclama. “Allora io chiedo aiuto allo spirito dei miei antenati. Ed essi devono venire in mio aiuto, perchè in questo momento io sono l’unica ragione per cui essi sono esistiti!”

E’ di fronte alla morte del padre che un figlio/una figlia diventano adulti davvero. Ci vuole coraggio per educare e un buon educatore educa continuamente se stesso. Ma un buon padre ha anche il grande compito di lasciare un’importante eredità: “Guarda più lontano, guarda più in alto, guarda più avanti e vedrai una via,…. Ma sappi anche voltarti indietro per guardare il cammino percorso da altri che ti hanno preceduto, essi sono in marcia con noi sulla strada” – Baden Powell.

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Sempre sull’educazione alla libertà e alla voglia dei bambini / ragazzi di vivere attraverso l’esperienza vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-07-14/educare-bambini-liberta-140956_PRN.shtml.

Interessante il passaggio dove si parla del gioco: buona parte dei bambini sa giocare solo con giochi preconfezionati dagli adulti e non è allenata ad inventare nuovi giochi, nuove regole e nuove soluzioni. Che cittadini avremo domani? Forse, in questo senso, i nostri ragazzi sono facilitati nel problem solving visto le loro esperienze variegate, soprattutto quelli che arrivano in Italia già grandi.

Solitudine papà. Papà Marco: ”L’uomo ricco e l’uomo normale, confusione del ruolo unico di padre”

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“A me sembra che a furia di dire quello che un uomo “non deve essere”, la società moderna ha dimenticato che cosa un uomo “deve essere”, o non riesce ad elaborare una risposta valida a questo problema. Tradizionalmente l’essere uomo comporta l’inserirsi in una società (gerarchica) utilizzando tutti gli strumenti possibili: amicizia, diplomazia, compromesso, ma anche, dove necessario, conflitto.

Come i maschi di tanti mammiferi l’essere maschio umano richiede confronti di forza, normalmente risolti verbalmente/emotivamente. Nei mammiferi sociali tutto ciò è funzionale ad attrarre una femmina e la famiglia risultante avrà il posizionamento sociale che il maschio è riuscito ad ottenere da tutti quei confronti. Essere padre significa aiutare l’inserimento dei figli nella società. Essere maschi non è quindi facile: basta vedere un qualunque documentario per capirlo.

(…) In breve, la società occidentale non propone all’uomo modelli di comportamento di successo che non siano la scalata alla posizione elitaria di quell’1% che domina il mondo, con ogni mezzo (arrivato, sarà bravo e buono qualunque cosa avrà fatto). In caso contrario lo aspetta solo umiliazione e sconfitta…”

Solitudine papà. Papà Gaetano: “Vedo carenza di comunicazione”

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“Sono sposato da 50 anni e ho una figlia di 48 anni con due nipoti ormai vicini alla ventina. E’ un po’ difficile comparare i padri di tre generazioni. Mio padre ha conosciuto la guerra e una guerra ti segna per sempre. Durante quel periodo storico difficile a volte dovevi scendere a compromessi per sopravvivere e non sempre le scelte che facevi erano coerenti con i tuoi ideali. Inoltre mio padre non era una persona istruita: anche un diploma, come ho raggiunto io, può fare le differenza nella visione e valutazione degli eventi. Comunque sia, papà Carlo mi ha lasciato l’etica e lo spirito critico. Per etica non intendo la religiosità ma la correttezza dei comportamenti, l’esempio e anche la severità con i figli quando se lo meritavano. C’era allora un’alleanza tra famiglia e scuola indiscutibile: i genitori rispettavano il ruolo degli insegnanti e se il figlio combinava qualche marachella a scuola, a casa si rincarava la dose del rimprovero.

Più che una crisi dei padri oggi vedo una grave crisi di comunicazione. In famiglia non si parla, la TV la fa da regina e il tutto si risolve con un “ciao ciao, com’è andata a scuola?”. La cena assieme, per me, è importantissima, crea coesione, è un momento comunitario.

Anch’io mi sono trovato in difficoltà nel crescere mia figlia. Ci siamo trasferiti in un’altra città per lavoro. Subito Chiara era contenta. Aveva allora 14 anni. A distanza di tre mesi, non mangiava più, non dormiva più…credo che non sia stata capace di inserirsi nel nuovo contesto. Il gruppo degli amici a quell’età è molto importante e lei probabilmente aveva perso i suoi punti di riferimento. In quel frangente mi sono rivolto ad uno specialista che era anche un amico che mi ha consigliato di ritornare da dove eravamo venuti.

Se devo essere onesto ho sempre cercato una relazione aperta con altri padri ma non l’ho trovata, Molto spesso mi sono scontrato con una visione troppo di parte, troppo in difesa dei figli. Anche con mia moglie ho avuto dei dissapori nell’educazione di mia figlia, due modi di vedere le cose. Però in casa siamo sempre riusciti a trovare un punto di contatto e non ho mai sofferto di “solitudine” nel senso di abbandono da tutto e da tutti.

Il messaggio che vorrei lasciare a mia figlia, oltre a quello di comportarsi bene nella vita, è quello di non criticare mai senza offrire una soluzione alternativa. Mi danno fastidio i saputelli fanfaroni che pontificano ma non hanno altre vie da proporti per affrontare un problema.”

Solitudine papà. Papà Flavio: “Gli errori di gioventù li puoi pagare per una vita”

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“Siamo una famiglia composta da tre persone, io (padre) ho 52 anni, mia moglie 42 e nostro figlio 14, vive in Italia da 8 anni.

Essere un “buon padre” per me significa essere una persona consapevole delle proprie responsabilità verso la famiglia, essere un  modello di comportamento nei confronti della prole senza per questo patteggiare, con finte amicizie, ogni decisione per il bene dei figli.

Mi riconosco completamente con la figura di mio padre specialmente oggi a questa età. L’età appiana le distanze della gioventù nella consapevolezza del bene per i figli.

La crisi dei padri penso che sia causata da un approccio sbagliato con i figli. I padri devono fare i padri e non gli amici, necessita sempre fare distinzione fra le due figure onde evitare cattive interpretazioni specialmente da parte dei minori. Questo non vuol dire che bisogna essere burberi e “orsi” ma responsabili e pronti alla comprensione, avendo sempre in mente il bene per i figli.

Per adesso non ho ancora avuto difficoltà così insormontabili anche se l’adolescenza di mio figlio comincia “sensibilmente” ad avanzare. Forse è anche per questo che ancora non ho sentito un grande senso di solitudine anche se qualche volta ci sono andato molto vicino. I confronti con mio figlio sono quotidiani, bisogna inculcargli spesso e ricordargli  le regole di vita e i comportamenti da seguire per essere sempre una persona libera, stimata e amata.

Il messaggio che cerco quotidianamente di far capire a mio figlio e che gli errori che si fanno in gioventù possono compromettere il suo futuro in maniera devastante. Questo un domani gli peserà come un macigno e non lo farà vivere serenamente. Capisco che alla sua età ciò possa non essere ben compreso e percepito.”

Solitudine papà. Papà Vito: “La curiosità per il nuovo mi avvicina a mia figlia”

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“La mia famiglia è composta da me e mia moglie, entrambi sessantenni, da una nonna novantenne  e da un’unica figlia adottiva di 26 anni, arrivata in Italia dal Cile quando aveva 6 mesi.

Per me essere un buon padre vuol dire essere sempre disponibile al dialogo con mia figlia, ascoltarla veramente, esserne il confidente ma senza invadenza, condividere con lei tutto ciò che lei desidera condividere, dare spazio ai suoi sogni e progetti, avere fiducia in lei, ma anche cercare di darle una visione realistica delle sue capacità e delle opportunità che la realtà le offre, responsabilizzarla nei confronti dei suoi doveri e del futuro che deve costruirsi, bilanciare l’atteggiamento eccessivamente protettivo di sua madre, favorirne l’autonomia, farle sentire sempre il calore del mio affetto.

Se penso alla figura di mio padre, penso ad un uomo amorevole ed affettuoso, che aveva fiducia in me e ha sempre cercato di far crescere la mia autostima, colto, intelligente e stimolante, ma anche ad una persona con debolezze caratteriali che lo hanno portato a scelte poco responsabili nei confronti della famiglia: in questo sono e voglio essere totalmente diverso da lui.

Quando sento parlare di “crisi dei padri”, non mi sento molto coinvolto dal problema: se, infatti, con questa definizione si intende la difficoltà a tenere il passo con i tempi che cambiano o a far sentire ai figli la propria autorevolezza, io, che sono molto curioso del nuovo in ogni campo e amo tenermi aggiornato, credo di  comprendere, almeno in genere, ciò di cui mia figlia parla e sento che tuttavia, fortunatamente, lei non mi percepisce come un suo pari, ovvero che sente molto la mia autorità paterna.

In una circostanza mi sono sentito in difficoltà nei confronti di mia figlia: quando lei ha fatto una scelta sentimentale che né io né mia moglie condividiamo; la situazione permane attualmente; con mia moglie ci siamo confrontati sull’argomento in svariate occasioni; la nostra scelta è stata quella di non porci in un atteggiamento di totale opposizione nei confronti del ragazzo e della relazione, ma di far riflettere nostra figlia, di volta in volta, su specifici aspetti, per stimolarne la riflessione, restando anche noi, per quanto ci è  possibile, in una posizione di disponibilità a cambiare idea; è un equilibrio difficile da mantenere, ma per il momento siamo riusciti ad evitare frizioni troppo traumatiche.

A mia figlia non vorrei lasciare uno specifico messaggio; vorrei piuttosto che tutta la vita mia e di mia moglie, che siamo persone comuni ma intellettualmente ed affettivamente oneste, fosse per lei un messaggio di correttezza e di amore.”