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Sessualità/abusi su minori: “Lavorare con il minore e la famiglia adottiva”

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Lettura dello studio “La famiglia adottiva di fronte all’abuso: l’esperienza degli operatori delle équipes adozioni” di Alessandra Simonetto e Marina Farri – Torino, febbraio 2007

Di fronte ad un abuso sessuale la soluzione estrema è un estremo cambiamento nella vita del bambino: i servizi sociali lo affidano ad una coppia adottiva. E’ quello che succede ad un certo numero dei nostri bambini. Le tabelle del link che invitiamo a visionare riepilogano come si individua un abuso (segnali e sintomi dell’abuso espressi dal bambino) e come si sceglie una famiglia adatta a quel bambino.

Si parla poi dei cambiamenti necessari a livello familiare con la scelta oculata di una coppia adottiva consapevole e preparata all’evento. Si richiede, inoltre, l’accettazione del rischio sanitario da abuso, il che presuppone che la coppia sia stata informata dei fatti. Ma il cambiamento deve investire anche gli operatori e il legislatore che dovrebbero mostrare maggiore sensibilità in tema di abuso e fornire strumenti di supporto alla coppia.

Il supporto si esplica sul minore attraverso la facilitazione nel creare nuovi legami all’interno della neo famiglia e l’elaborazione dell’esperienza traumatica; sulla coppia attraverso strumenti atti alla formazione e sostegno del nuovo nucleo familiare; sul contesto allargato che dovrebbe essere in grado di offrire contenimento e cura al minore alla coppia.

Viene sottolineata l’importanza del rispetto dei tempi del bambino nell’elaborazione della vicenda, senza drammatizzare il passato ma aiutandolo nella ricostruzione della sua storia personale. Si insiste più volte sul sostegno della coppia sia da parte degli operatori sia della famiglia allargata.

(fonte: http://www.8ealtro.it/files/11-simonetto.pdf).

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Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Comunicazione AFAIV: “Scuola e adozione – corso formativo per insegnanti” – VA – da sett 2015

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Il prossimo 25 settembre partirà un percorso formativo su Scuola e Adozione, rivolto solo agli insegnanti della Provincia di Varese. Il Percorso formativo è promosso dal Tavolo di Coordinamento Operativo Adozione e Affido Provincia di Varese in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Territoriale.

Formazione insegnanti-volantino finale v 15-07-2015

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Afaiv crede molto in questo progetto e si è impegnata per la realizzazione del progetto anche al fine di favorire l’applicazione delle nuove

LINEE DI INDIRIZZO PER FAVORIRE IL DIRITTO ALLO STUDIO DEGLI ALUNNI ADOTTATI (http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/prot7443_14)

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che sono state anche citate nel testo di Legge “LA BUONA SCUOLA“(vedi: http://www.coordinamentocare.org/public/index.php/component/content/article/53-articoli-del-care/484-comunicato-stampa-ladozione-entra-nella-legge-sulla-buona-scuola.html).

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Le iscrizioni si effettuano sul sito dell’Ufficio Scolastico Territoriale:

http://www.istruzione.lombardia.gov.it/varese/corso-di-formazione-per-insegnanti-sul-tema-inserimento-scolastico-degli-alunni-adottati/

Fuori dal coro: “Adozione e la scuola che dovrebbe accompagnare i nostri ragazzi”

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Prima ragazzi che studenti. Guai se la scuola lo scorda

(da: Giovani e storie, Avvenire del 19 agosto 2015)

Sono una mamma adottiva ormai da dodici anni. Osservo, a volte con tristezza, quanto la scuola italiana sia avara nei confronti dei nostri figli provenienti da culture diverse, che spesso faticano ad adeguarsi ai canoni di un insegnamento standard.
Eppure, sono menti vivaci, portate al “problem solving” perché abituati a districarsi in ambienti in cui te la devi cavare in qualche modo con i mezzi che hai. Ci sono storie dietro i ragazzi che vanno a scuola, non sono solo studenti. Non ci si può limitare a una valutazione puramente numerica.
Non sto scaricando tutta la responsabilità sugli insegnanti, però posso dire che in presenza di una famiglia disposta a collaborare non sempre gli educatori si fermano ad ascoltare, in particolare alle superiori.
La bocciatura fine a se stessa è inutile, se non dannosa, nel caso di un figlio adottato, perché non risolve i problemi di natura affettiva che rallentano l’apprendimento. La bocciatura ha senso se si accompagnano il ragazzo e la famiglia in un percorso diverso, se si danno delle alternative. La famiglia e il ragazzo, però, andrebbero sostenuti per evitare la bocciatura, per attutire il contraccolpo sul ragazzo. Perché i nostri figli valgono, anche se non sono i migliori secondo un sistema scuola che, non dimentichiamo, è costruito su misura della “classe dominante”, come era stato osservato da don Milani. Che fare? La solitudine della famiglia è grande, soprattutto quando hai di fronte un ragazzo con potenzialità che non sai come incanalare in un contesto scolastico poco flessibile. E il rischio abbandono è davvero molto alto.
Roberta Cellore

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Risponde Luigi Ballerini, psicoanalista e scrittore.

Uno studente è prima un ragazzo che uno studente. Ringrazio di cuore la nostra lettrice per averci ricordato questa verità semplice ed evidente, che come tutte le verità semplici ed evidenti rischia a volte di essere ignorata. Se poi il giovane vive una condizione particolare, come il trovarsi in un tessuto culturale e sociale molto diverso da quello in cui è nato e, magari, cresciuto, l’affermazione è ancora più significativa. L’apprendimento non è mai un processo meccanico, il ragazzo che impara non è assimilabile a una carta assorbente che si imbibisce. È fondamentale per lui sentirsi a proprio agio, compreso e accolto nel contesto in cui ciò accade. L’insegnante pertanto non può essere solo un verificatore, è innanzitutto un compagno di cammino. Sta a lui suscitare la voglia nello studente, innestando la passione che nasce sulla sua propria. Così come sta a lui usare l’affetto e la flessibilità necessari a personalizzare il percorso, riconoscendo e facendo leva su tutte le risorse che si sono già dimostrate attive, seppur in contesti diversi. Nel caso di risultati insoddisfacenti deve poi aiutare il ragazzo in difficoltà non tanto a trovare la sua strada, ma a costruirsela. Anche con creatività. Non esiste infatti una strada predeterminata che andrebbe scovata, la strada viene costruita dagli incontri e dagli accadimenti.
Nella lettera è denunciato un contesto scolastico poco flessibile. Che fare, viene anche chiesto. Innanzitutto, direi, difendere il ragazzo, soprattutto se l’ambiente è davvero sordo alle istanze della persona e non ne riconosce il valore. La difesa è difesa di un pensiero di profitto. Significa lavorare perché il giovane non si scoraggi, non inizi a pensare lui stesso di non valere niente, di non poter costruire nulla. E poi guardarsi intorno: farsi aiutare da altre famiglie, cercare nuovi insegnanti e nuove scuole. L’abbandono scolastico è una sconfitta per tutti. È un atto disperato, perché figlio dell’idea che non possano più darsi frutti. I frutti invece arrivano sempre, con il tempo e il lavoro. Che la nostra certezza al riguardo sostenga i più giovani anche nei momenti più scuri.
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(fonte: http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Giovani%20storie/Prima%20ragazzi%20che%20studenti.

%20Guai%20se%20la%20scuola%20lo%20scorda_20150819.aspx?rubrica=Giovani%20storie)

Convegno AiBi: “Adozione Internazionale in cerca di futuro”- Gabicce ago 2015

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CONVEGNO

Adozione Internazionale in cerca di futuro

26 e 27 agosto

Gabicce Mare (PU) – Grand Hotel Michelacci

L’accoglienza familiare continua il suo declino, qui in Italia come negli altri Paesi storicamente accoglienti. Solo a casa nostra, negli ultimi 5 anni, le adozioni internazionali si sono dimezzate. Questo Convegno Internazionale sarà l’occasione per indagare sulle ragioni di tale caduta attraverso il confronto con altre realtà di oltre confine nell’intento di riflettere su quali strade sia necessario incamminarci per far si che uno degli strumenti di protezione più importanti per i minori in stato di abbandono non venga a scomparire.

L’esperienza a tutto campo che verrà presentata nell’arco delle due giornate metterà a fuoco i fattori esogeni, magari comuni a tutti i Paesi accoglienti, ed i fattori endogeni che caratterizzano e diversificano l’esperienza spagnola, da quella francese a quella italiana.

In una sorta di excursus dell’adozione internazionale, locale e globale, raccoglieremo elementi di confronto e crescita. Indagheremo su nuovi strumenti da inventare e sistemi da riorganizzare. Ragioneremo sull’etica dell’adozione internazionale partendo dal rivoluzionario lavoro che la Conferenza de L’Aja sta conducendo per la trasparenza. Approderemo a casa nostra e cercheremo di capire come tali principi possano e debbano declinarsi operativamente al fine di restituire fiducia e speranza alle tante famiglie disposte a divenire casa per i milioni di bambini ancora adottabili.

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Il convegno internazionale si svolge nell’ambito della XXIV settimana delle famiglie di Amici dei Bambini.

L’appuntamento prevede momenti formativi di studio e momenti di svago.

Per programma e scheda iscrizione: 

Allegati

Programma

Comunicazione Adozione Scuola: “Storia familiare – Raccolta firme per i testi scolastici della scuola primaria”

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Facendo seguito alle sollecitazioni di molti genitori adottivi, ADOZIONESCUOLA ha lanciato una raccolta di firme allo scopo di invitare le case editrici di testi per la scuola primaria a modificare le pagine sulla storia personale in modo da renderle inclusive della storia di tutti i bambini. Qui di seguito il testo della petizione.

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UNA STORIA PER TUTTI E TUTTE

Petizione promossa da ADOZIONESCUOLA indirizzata alle case editrici di testi scolastici per la scuola primaria L’approccio allo studio della storia nei primi anni della primaria viene proposto dai libri di testo a partire dalla storia personale e da quella della propria famiglia. Si tratta di un passaggio propedeutico importante per arrivare a comprendere il significato degli indicatori temporali e a riconoscere i rapporti di successione: un passaggio che andrebbe però affrontato con grande attenzione e sensibilità, e soprattutto con modalità che consentano a ciascun bambino di riconoscervisi. Troppo spesso, invece, le schede operative dei libri di testo chiedono ai bambini di raccogliere informazioni o di portare oggetti personali e familiari che alcuni di essi possono non possedere e che rimandano a un’idea di famiglia “standard” e a storie d’infanzia che non sono le uniche presenti nelle nostre classi. Le richieste del peso alla nascita, dell’età del primo dentino o dei primi passi, di portare oggetti dei primi mesi di vita (il bavaglino, il ciuccio…), le foto da neonato e altre foto di famiglia possono mettere in difficoltà i tanti bambini adottati che non conoscono l’inizio della loro storia e anche altri con storie difficili o complesse: bambini in affido, bambini che hanno perduto un genitore, bambini migranti che non hanno portato con sé alcun bagaglio materiale di ricordi. Le insegnanti più sensibili, quando hanno in classe alunni con situazioni complesse, “saltano” queste pagine o propongono modalità alternative che rispettino la storia dei bambini. Anche i libri di testo, senza rinunciare a questo approccio, potrebbero proporre attività più flessibili, che tengano conto delle tante differenze presenti nelle nostre classi e della varietà delle realtà familiari del mondo d’oggi. Le stesse “Linee d’indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati”, emanate dal MIUR il 18-12-2014, invitano del resto gli insegnanti, in occasione delle adozioni dei libri di testo, a “scegliere volumi attenti alla molteplicità delle situazioni familiari e culturali ormai presenti nelle classi”.

SI CHIEDE PERTANTO ALLE CASE EDITRICI DI TESTI PER LA SCUOLA PRIMARIA DI MODIFICARE LE PAGINE SULL’APPROCCIO ALLA STORIA PERSONALE IN MODO DA RENDERLE INCLUSIVE DELLA STORIA DI TUTTI I BAMBINI E BAMBINE

Potete firmare la petizione inviando una mail all’indirizzo petizione@adozionescuola.it indicando: Cognome e nome (obbligatori)

Città (obbligatoria) Chi sei: insegnante, genitore, studente, ecc. (facoltativo ma gradito)

Scuola, associazione, gruppo di appartenenza, ecc. (facoltativo ma gradito)

Commento: “Sottoscrivo questa petizione perché…” (facoltativo ma gradito)

E’ possibile aderire anche come associazione, gruppo, collegio docenti, consiglio d’istituto, ecc. L’elenco dei sottoscrittori verrà pubblicato sul sito www.adozionescuola.it

Petizione lanciata il 11-05-2015 ADOZIONESCUOLA si fa promotrice dell’iniziativa, ma il suo successo potrà venire solo dall’attivarsi di associazioni, gruppi informali, singoli genitori, insegnanti, ecc. che diffonderanno l’informazione ai loro contatti.

E’ possibile aderire all’iniziativa sia individualmente che in forma collettiva.

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IMPORTANTE: le adesioni vanno inviate unicamente all’indirizzo petizione@adozionescuola.it

Le adesioni sono pubblicate  sul sito www.adozionescuola.it. Sulla lista di discussione Adozionescuola verranno date periodiche informazioni sull’andamento dell’iniziativa.

Sperando che l’iniziativa raccolga la vostra condivisione, cordiali saluti

Per AdozioneScuola Dr.ssa Livia Botta

www.liviabotta.it

www.adozionescuola.it

Comunicazione UniCatt: “Seminari per professionisti sull’adozione – MI apr-ott-nov 2015

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Università Cattolica di Milano in partnership con l’Istituto degli Innocenti

Tre seminari nell’ambito nel Master di secondo livello su

“Il lavoro clinico e sociale con le famiglie accoglienti: adozione e affido”

Sede dell’Alta Scuola in Psicologia “Agostino Gemelli”

via Nirone 15, Milano –  Aula NI.110

10.00-13.00; 14.00-17.00

Sabato 18 aprile 2015: “L’utilizzo del test della Doppia Luna in contesti clinici, formativi e di ricerca” 

Venerdì 23 ottobre 2015: “La costruzione dell’identità etnica nei legami familiari e sociali”

Venerdì 23 novembre 2015: “Lavorare con i gruppi nei contesti clinici e formativi”

Sono previste agevolazioni per gruppi di operatori provenienti dalla stessa area/èquipe/distretto.

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Due seminari

Sede Istituto degli Innocenti

Piazza SS Annunziata, 12 – Firenze

14.00 – 17.30

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Venerdì 12 giugno 2015: “L’affido a rischio giuridico: criticità, esperienze, modelli d’intervento per la preparazione e il sostegno delle famiglie”

Venerdì 11 dicembre 2015: “Adozione e scuola, come parlarne, come intervenire”


brochure ASAG Formazione Affido e Adozione-2

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Comunicazione c.i.Ps.Ps.i.a.: “Seminario sul disagio in età scolare (6-18 anni)” – Bologna 2015

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I servizi educativi e scolastici sono

osservatori privilegiati di varie forme

di disagio e sono chiamati ad una grossa

sfida nel definire la gestione e l’intervento

sugli stessi e a promuovere percorsi d’aiuto.

 

 

Destinatari

Psicologi, psicoterapeuti, pedagogisti, coordinatori pedagogici, counsellor, educatori, insegnanti, operatori sociali.

Calendario e programma

10/04/2015

– ore 15.00/17.00: “Disturbi dell’apprendimento” (Dott.ssa C. Salerno)
– ore 17.00/20.00: “Instabilità psicomotoria, disturbo da deficit d’attenzione, disturbi del comportamento” (Dott.ssa R. Agosta)

08/05/2015
– ore 17.00/20.00: “Il bullismo” (Dott.ssa A. Naldi)

05/06/2015
– ore 15.00/17.00: “Somatizzazioni e condotte a rischio in preadolescenza ed adolescenza” (Dott.ssa R. Agosta)
– ore 17.00/20.00: “La fobia scolare” (Dott.ssa C. Salerno)

Sede: Bologna: c.i.Ps.Ps.i.a. Via Savena Antico, 17

Modalità di iscrizione

Intero Seminario: 3 incontri (pari a 13 ore)

E’ inoltre possibile partecipare a singoli incontri, scegliendo l’argomento di proprio interesse.

Per informazioni e iscrizioni contattare la segreteria del c.i.Ps.Ps.i.a. al numero 051.6240016 oppure compilare il modulo di contatto oppure vedi il sito.  http://www.cipspsia.it/seminari-disagio-a-scuola.html

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Docenti

Agosta Rosa, Psicoterapeuta e docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica per l’Infanzia e l’Adolescenza del c.i.Ps.Ps.i.a. e psicologo scolastico
Naldi Alessandra, Psicoterapeuta, docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica per l’Infanzia e l’Adolescenza del c.i.Ps.Ps.i.a. e psicologo scolastico
Salerno Cinzia, Psicoterapeuta e psicologo scolastico

 

 

 

Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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adopnation

Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com

Solitudine dei papà: “C’è chi dice che papà non è mamma”

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  • A seguito della recente sentenza del TdM di Roma sull’adozione di una bambina alla partner di una mamma lesbica. proponiamo questa riflessione sul diverso ruolo di padre e madre.

di Roberto Colombo, professore dell’università Cattolica del Sacro Cuore, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Ciò che sorprende maggiormente nell’inconcluso dibattito pubblico sull’adozione da parte di coppie omosessuali – riacceso in questi giorni dalla sentenza del Tribunale dei minorenni di Roma – è la latitanza di una riflessione che (re)introduca a pensare la paternità e la maternità non soltanto come ruolo familiare o sociale e come funzione biologica o psicologica, bensì anche e anzitutto come elemento di una struttura antropologica duale e come paradigma dell’umano che permette una (ri)comprensione delle dinamiche plurali del vivere personale, familiare e sociale. Ad essere in gioco nella questione della bambina di cinque anni che fissa contemporaneamente lo sguardo su due “mamme” non è primariamente un interrogativo etico o un problema giuridico, e neppure uno statuto della famiglia e un concetto di adozione.

C’è qualcosa che viene prima e sta a fondamento del resto. Lo esprimo con un interrogativo: è ancora possibile pensare il padre e la madre?

A ben vedere, in questo caso ad essere assente non è solo il padre, ma la stessa madre, perché nessuna delle due “madri” è in realtà madre. Si può essere madre solo in relazione ad un padre e si può essere padre solo in relazione ad una madre. Relazione ontologica, fondativa dell’esistenza – non meramente biologica, psicologica, affettiva – e accolta dalla libertà dell’uomo e della donna, che riconosce in questo accadimento relazionale il dispiegarsi dell’orizzonte della vita, come vocazione e come destino. Relazione data una volta per tutte (si è madri e padri per sempre se lo si è stati veramente una volta), che né la separazione fisica, né l’odio, il rancore o il disprezzo per l’altro(a), e neppure la stessa morte possono cancellare. Qui no: il riferimento alla “madre” è puramente autoreferenziale perché esclude di principio e di fatto il riconoscimento del padre come elemento coessenziale della dualità antropologica che rende possibile la figura genitoriale.

Anche nel bizzarro surrogato semantico di un discorso che diventa antropologicamente “neutro” pur di essere “politicamente corretto” – quello del “genitore A” e del “genitore B” in luogo di padre e madre – vi è la necessità di identificare con due diverse lettere dell’alfabeto ciò che, altrimenti, non sarebbe identificabile come genitore proprio per l’assenza di un referente che sia altro da sé, ma non senza riferimento a sé.

Per l’essere umano non si dà identità se non nella differenza e differenza se non nell’unità. Del resto, tutta l’esperienza – e la testimonianza che ne trasuda – dell’essere generato e del generare, dell’essere accolto e dell’accogliere, e, ancor prima, dell’essere amato e dell’amare, diventa intelligibile solo dentro alla dinamica della relazione all’altro da sé e della differenza nell’identità di sé che la presuppone.

Con il lessico più familiare, un bambino può chiamare qualcuno “papà” solo perché dice o ha detto “mamma” a una donna che lo ha generato o accolto attraverso una relazione con lui, e può riconoscersi nel rapporto con una mamma solo perché essa non è semplicemente una donna, ma quella donna che lo ha generato o accolto insieme all’uomo che chiama “papà”.

Non si costruisce una figura genitoriale dal nulla, da un’affermazione astratta che proietta sulla realtà un desiderio o una pretesa, e neppure da una sentenza che cristallizza nel diritto quello che è ancora fluido nella cultura e nella prassi. L’origine di ogni identità sorge da una differenza e non si afferma nella negazione di essa attraverso un’emancipazione dalla relazione costitutiva che la pone in essere.  A dispetto delle apparenze, la consistenza dell’identità non è subordinata alla negazione, alla propria negazione o a quella dell’altro. Ogni genitore (naturale o adottivo) può dire paternamente “tu” a suo figlio solo perché dice “tu” alla donna che si rivolge maternamente con lo stesso “tu” al figlio, e viceversa. I due “tu” restano asimmetrici, senza confondersi né annullarsi a vicenda. La relazione materna e paterna manifesta un’esperienza dell’asimmetria costitutiva del vivere personale e sociale, e il padre si presenta come simbolo di alterità rispetto alla madre. Nella dinamica familiare, la figura del padre acquista una valenza metaforica assolutamente originale e insostituibile rispetto a quella della madre. Il padre, nella metafora della differenza originale e originante, diviene catalizzatore della relazionalità dell’esistenza, testimone di una gratuità dell’esistere che è al tempo stesso grazia e grazie: il padre non è gestazionalmente né nutrizionalmente necessario al figlio, meno dipendente da lui che dalla madre. Ma non per questo meno grato al padre per il suo esserci, condizione di possibilità dell’esistere della madre in quanto madre.

Il tentativo di dare stabilità educativa, sicurezza e prospettive di benessere e “felicità” ad un bambino che non può crescere insieme alla donna e all’uomo che lo hanno generato non si realizza attraverso la cancellazione della drammaticità insita nella differenza antropologica uomo-donna cui fanno riferimento la figura paterna e materna. Al contrario, solo assumendo fino in fondo questa intrinseca e irriducibile drammaticità è possibile accogliere il bisogno del bambino di crescere come figlio (si è sempre figli, anche quando si nasce o si diventa orfani, ma è bene vivere da figli).

Una società senza madre non è sinora possibile: potrebbe diventarlo con la gestazione ectobiotica, un azzardo biologico oltre che una mostruosità etica. Una società senza padre è tecnicamente realizzabile (il donatore anonimo del seme è puro strumento di riproduzione) ma antropologicamente inconcepibile, perché viene meno la condizione di possibilità del sorgere della consapevolezza del figlio come figlio e dell’uomo come fratello di altri uomini.

(fonte: ilsussidiario.net – 09/2014)

Solitudine papà. L’esperto: “Essere genitore in una società articolata“

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Quando si parla di genitorialità non sono importanti i legami biologici. Nella genitorialità, un adulto con la sua storia si pone davanti ad un bambino e fa delle proposte adatte a quel bambino, cerca di farne un uomo o una donna. Un genitore si può considerare efficace quando è sufficientemente sano e forte, quando già prima di diventare genitore era in grado di guardare dentro di sé e impostare rapporti chiari con gli altri.

di Gabriella Cappellaro – psicologa

(…) che cosa significa diventare genitori in una società, quella attuale, in cui il concetto di famiglia è tanto articolato? E infatti riconosciamo, oltre la famiglia d’origine, quella adottiva, quella affidataria, quella ricomposta, e anche quella costituita dalla famiglia allargata, tutte come famiglie proponibili, a determinate condizioni, all’allevamento e all’educazione dei bambini. Anche da qui dunque un richiamo al tema della genitorialità. Un primo pensiero allora: per la genitorialità può non essere sufficiente il legame di sangue e contemporaneamente si può raggiungere una genitorialità piena senza alcun legame biologico.

Il legame di sangue può essere la premessa di un vincolo di genitorialità, una premessa straordinariamente efficace, in quanto biologicamente fondata, ma solo comunque una premessa, perché il vincolo di genitorialità, quale patto di alleanza adulto/bambino, va mantenuto e dimostrato nel tempo della crescita del figlio attraverso continui comportamenti di genitorialità, che la sola biologia non è in grado di promuovere. (…) E così come si sottolineano le esigenze di crescita del bambino, parallelamente si deve riflettere sulla capacità della genitorialità ad allargare la propria competenza. Via via che il figlio cresce, ecco che il vincolo di sangue perde comunque quel significato assoluto che molti vorrebbero ancora attribuirgli e comunque non basta più dire ad un figlio “sono tuo padre, siamo dello stesso sangue!” per essere credibili, bisogna dimostrarlo.

Non tutti i genitori sono all’altezza del compito: “Al compito genitoriale è necessaria la maturità psicologica, l’adultità.” (…)

In che cosa consiste la funzione genitoriale? Funzione genitoriale è il diritto di attuare proposte educative con uno specifico individuo-bambino. L’adulto in grado di esprimere una funzione genitoriale compiuta è l’adulto che ha raggiunto l’adultità, ha raggiunto una propria competenza autobiografica, ed è perciò capace di prendere in mano la propria personale esperienza di infanzia, il proprio essere stato bambino, con le rabbie, i dolori, le umiliazioni patite, le attese deluse, per essere sereno, riconciliato, se del caso, con il proprio passato e non correre il rischio di farlo rivivere sul bambino di cui si occupa.

Chi è il genitore educatore? Perché e come si è educatori? Se educare nel suo significato di “trarre fuori”, va inteso sia come “venir fuori” che “menar fuori” partendo da quello che ciascuno è per sé, bisogna convenire che l’atto educativo è scambio, rapporto, in cui entrambi gli attori sono contemporaneamente, anche se a livelli diversi, protagonisti del ruolo di educatore ed educando. L’adulto educa se, prima ancora di sentirne l’attitudine, di conoscerne le strategie, è una persona dinamica, in crescita, in grado di guardare dentro se stessa e di impostare rapporti chiari con gli altri. L’educazione si riconosce come dialogo che impegna reciprocamente, che vive e si alimenta nella reciprocità delle relazioni, dove il dare e l’avere non sono da una parte o dall’altra, ma si intersecano continuamente in un processo di crescita scambievole.

(…) Ma è ancora più importante capire gli aspetti positivi della genitorialità, e non solo fare una stima dei danni inflitti ad un figlio. Proprio il ritenere che è l’accertamento del danno inflitto al bambino a sconfermare la genitorialità ha portato per lungo tempo, e ancora porta, ad un concetto molto riduttivo dei diritti del bambino. Così, per esempio, non è ancora per nulla chiaro e/o condiviso che il più grave maltrattamento cui può essere sottoposto un figlio è la mancanza di una figura materna nei primi giorni di vita. Si pensa che le cure di allevamento (quelle dirette alla specie) siano bastevoli, mentre fin dal primo giorno il bambino, che peraltro non è in grado di protestare il pregiudizio che patisce, ha bisogno di cure di accudimento, di genitorialità (quelle dirette alla persona).

Valutare l’adeguatezza di una “relazione di cura” diventa molto di più che accertare come stanno i singoli individui, diventa l’accertamento del livello di positività dell’intreccio relazionale degli individui. (…) Il modello teorico di riferimento è quindi relazionale. Per inquadrarlo valgano le parole di Winnicott secondo cui «non esiste qualcosa come un neonato», vale a dire genitori e figli esistono solo in relazione reciproca: i sentimenti e i comportamenti degli uni influenzano i sentimenti e i comportamenti degli altri secondo un modello di causalità circolare. D’altra parte, se è vero che ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da genitore e i bambini hanno la capacità di innescarla, è anche vero che la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (Bowlby). Innanzi tutto per assumere la funzione di genitore è importante attuare un passaggio di identità, da quello di figlio (dei propri genitori) a quello di genitore (dei propri figli). Questo passaggio non è detto si compia pacificamente, perché a volte risveglia alcuni conflitti irrisolti relativi alla propria famiglia di origine, e questo avrà sicuramente una ricaduta sulla relazione di coppia dei genitori. Inoltre se il bambino reale, con i suoi bisogni, non corrisponde al bambino atteso, possono nascere altri gravi conflitti psicologici.

Segue una spiegazione del concetto di “base sicura” e delle teorie di attaccamento che influenzano tutta la vita dei singoli individui.

Genitorialità come attribuzione di senso al bambino. Il tracciato della genitorialità, che parte dal riconoscimento della qualità della relazione sperimentata nella propria infanzia, si indirizza verso un figlio come occasione privilegiata, dotata di stile proprio, di relazionalità, perché sicuramente a quel figlio si attribuisce un significato psicologico. (…) Attribuire un significato al proprio figlio è operazione molto delicata, alla quale tuttavia non ci si può sottrarre, perché comunque viene svolta. Attribuire un senso al figlio (biologico, adottato, affidato: è lo stesso) è infatti, nell’accezione letterale del termine, dare una direzione alla sua vita, e questo lo si fa senza bisogno di rifletterci. Ma se non ci si riflette, si può correre il rischio di sbagliare direzione. Il che è tanto più grave, in quanto le direzioni sono solo due. Nel primo caso il figlio cresce per dare soddisfazione al genitore, nel secondo caso il figlio cresce per essere pienamente se stesso. (…) Genitorialità, allora, come patto di alleanza adulto/bambino che è molto di più della capacità di procreare, perché si sostanzia della propria raggiunta adultità, si declina via via nel tempo della crescita del figlio, si qualifica come legame che affronta le transizioni, si giustifica nel compito di aiutare il figlio a diventare Se stesso.

(fonte: http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/137/137_i_fondamenti_della_genito.htm)

Comunicazione ilpostadozione: “Raccontiamo la nostra storia, denunciamo le irregolarità nel mondo dell’adozione”

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Lo scorsa settimana ho incontrato un’amica. Tra i serio e il faceto, mi ha spiegato che il mondo è diviso in tre categorie di persone: i vincitori, i vinti e i banali. Non mi soffermerò sui “banali” che tutti incontriamo nella vita di tutti i giorni. Gli altri due gruppi li avrei tradotti in “persone che hanno voglia di cambiare le cose” e gli “indifferenti”, quelli che non si scomodano e danno per scontato che il mondo sia così, senza alternative.

Adesso vi racconto in breve che cosa è successo ad una mia conoscente. Non entrerò nei dettagli per una questione di privacy, ma la situazione la potrete capire comunque. Parliamo di adozione.

Elisa e suo marito hanno aspettato per più di quattro anni l’abbinamento con un bambino. L’ente a cui si sono rivolti ha fatto loro cambiare il paese in corso d’opera con aumento delle spese. Partono per il paese predestinato e scoprono che il bambino a cui sono stati abbinati ha seri problemi di salute. Quando dico seri, intendo seri, di quelli che solo una coppia incosciente o votata ad un grande sacrificio può affrontare, se li può affrontare, e comunque non risolvibili. La coppia rinuncia ma rimane molto scossa. Tutti li hanno lasciati soli in questo percorso difficilissimo. Non hanno avuto il supporto di nessuno. Solo attenzione ai soldi, soldi e soldi. Nessun rispetto per l’etica, nessun rispetto per la coppia. Solo mucche da mungere.

Ne racconto un’altra. Una coppia viene abbinata a due bambine. Quando le sentono al telefono parlano solo con la maggiore. Al momento dell’incontro capiscono perché. La piccola è affetta da un leggero autismo che però peggiora con l’arrivo dell’adolescenza. L’ente non si è preoccupato di avvisarli. Nessuno li aiuta nel post adozione. L’ente nel frattempo è stato chiuso per altre irregolarità. Gli stessi servizi sociali sembrano non aver dato un ausilio concreto.

Di fronte a questi due casi come vi ponete? Siete tra quelli che vogliono cambiare le cose o gli indifferenti?

Sono due situazioni diverse: il primo riguarda il pre adozione/abbinamento, il secondo l’abbinamento/post adozione. Sono uguali nella mancanza di trasparenza, nel giro di denaro e nella solitudine in cui è lasciata la coppia.

Eppure rimango convinta che cambiare le cose si può, tutti assieme, denunciando tali soprusi.

Ho scoperto su facebook un nuovo gruppo che raccoglie testimonianze negative sull’adozione. Usiamolo per fare sentire la voce del malcontento e della voglia di cambiare. “Storie di adozioni e di ingiustizie” è il nome della comunità.

Se non siete su facebook contattatemi su questo blog. Vi guiderò a questo gruppo di genitori che si sono fatti parte attiva per difendere i nostri diritti nel mondo dell’adozione.

Grazie a tutti voi che avete voglia di cambiare le cose.

Corso per operatori: “Effetti a medio e lungo termine del trauma infantile” – 12 dic 2014

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Giornata di studio con Marie Rose Moro*

“CLINICA TRANSCULTURALE: EFFETTI A MEDIO E LUNGO TERMINE DEL TRAUMA INFANTILE”

Venerdì 12 dicembre 2014 – ore 9.00-18.00

Auditorium Stella Maris

Viale del Tirreno 341 A/B/C – Calambrone (Pisa)

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Le ricerche sull’impatto a medio e lungo termine del trauma infantile sono relativamente recenti e mostrano gli effetti delle violenze sulla costruzione psichica della soggettività. Partendo da situazioni traumatiche nel periodo infantile e nell’adolescenza è oggi possibile capire come queste si iscrivano nel vissuto dei bambini e nel loro sviluppo, quali siano i legami con le loro storie familiari e con le storie dei paesi da cui le famiglie provengono.

L’etnopsicoterapia offre strumenti utili per riconoscere, curare e trasformare gli eventi traumatici in conoscenza e creatività.

La pratica clinica con bambini e adolescenti offre anche possibilità di prevenzione, cura e prospettive per la presa in carico sociale delle situazioni traumatiche.

 

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Costo del seminario: € 60 (€ 50 per studenti)

Per info e iscrizioni: info@centrosagara.it

cell. 349.4504186

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*Marie Rose Moro (Università Paris Descartes; Ospedale Cochin, Parigi)

Psichiatra dell’età evolutiva, ricercatrice nel campo della psicopatologia transculturale propone un modo diverso di

capire e curare bambini e adolescenti in situazioni traumatiche individuali o collettive, qui e altrove.

 

ORISS

Organizzazione Interdisciplinare Sviluppo e Salute

Comunicazione Ist.Innocenti. Corso per operatori: “Una formazione specifica per professionisti dell’affido e dell’adozione”

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Master universitario di II livello

Alta scuola di Psicologia Agostino Gemelli dell’Università del Sacro Cuore di Milano in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti.

Il lavoro clinico e sociale con le famiglie accoglienti: affido e adozione

 

Sono aperte le iscrizioni.

Durata. Il Master, della durata di due anni.

Obiettivo. Formazione d’eccellenza per la costruzione di una competenza specifica nel campo dell’affido e dell’adozione. Il contatto con le più innovative esperienze italiane e la conoscenza dei più recenti contributi di ricerca internazionale favoriranno lo sviluppo delle capacità di leggere ed intervenire in queste situazioni complesse. Il percorso formativo inoltre prevede anche l’apporto di studiosi riconosciuti in campo internazionale, come J. Palacios (Spagna), D. Brodzinsky (Stati Uniti) e F.Juffer (Olanda). La didattica del Master si fonda sull’attivazione personale, volta a stimolare la riflessione e a favorire l’apprendimento dall’esperienza e dal confronto in gruppo.

Patrocinio. Il Master è patrocinato dal Coordinamento Nazionale Servizi d’Affido (CNSA) e dalla Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI) e si avvale di costanti collaborazioni con importanti realtà del sistema dei servizi italiano, offrendo interessanti esperienze di stage utili a costruire competenze da spendere nel mondo del lavoro.

Tirocini. Nelle edizioni precedenti sono stati organizzati tirocini presso CIAI, Cometa, Cifa Onlus, AiBi, C.ED.Ro e alcune ASL, Regioni e Comuni.

Target. Il percorso è rivolto a laureati con laurea magistrale o di vecchio ordinamento, provenienti da diverse culture professionali (psicologica, pedagogica, sociologica, sociale, giuridica…) e a professionisti che già operano nel settore. L’inizio del master è previsto nell’autunno del 2014. I moduli avranno cadenza mensile nelle giornate di venerdì e sabato.

Dove. La maggior parte dei moduli si terrà presso la sede dell’Università Cattolica di Milano (via Nirone 15), gli altri presso la sede dell’Istituto degli Innocenti a Firenze, Piazza ss. Annunziata, 12.

Per informazioni Università Cattolica del Sacro Cuore
Mail: master.affidoadozione@unicatt.it, dott.ssa Luisa Roncari

Comunicazione UniCatt.: “Convegno sull’adozione e affido” – 13/14 feb 2015

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il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia sta organizzando per il 13-14 febbraio 2015 il Convegno Internazionale dal titolo “Allargare lo spazio familiare: essere figli nell’adozione e nell’affido “.
Tale iniziativa mette a frutto il patrimonio culturale del Centro di Ateneo che si pone come autorevole punto di riferimento a livello nazionale e internazionale per quanto riguarda lo studio dei legami familiari nell’adozione (in particolare internazionale) e nell’affido. Ricercatori ed operatori direttamente impegnati sul campo avranno modo di confrontarsi sui risultati delle ricerche nazionali e internazionali e sulle implicazioni pratiche che ne derivano rispetto alle modalità di intervento e supporto nelle diverse fasi dell’itinerario dell’adozione e dell’affido.

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Parteciperanno al Convegno anche relatori di fama internazionale:  J. Palacios (Università si Siviglia, Spagna) e W. Tieman (Università di Rotterdam, Paesi Bassi) hanno già  confermato la propria presenza.
Vorremmo che questa occasione possa costituire una effettiva opportunità di scambio per quanti sono coinvolti nella ricerca e/o nell’intervento nel campo dell’adozione e dell’affido e in modo da creare un network e avviare contatti e collaborazioni.
Per questo abbiamo pensato di  organizzare una sessione poster, in cui poter presentare progetti di intervento particolarmente innovativi e  lavori di ricerca conclusi o avviati.
I poster resteranno esposti per tutta la durata del convegno.

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Gli abstract (vedi regole allegate) dovranno pervenire alla segreteria organizzativa entro e non oltre martedì 21 ottobre, inviandoli a:laura.ferrari1@unicatt.it.
Entro il 28 novembre sarà comunicata l’eventuale accettazione.

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Per qualsiasi informazione potete rivolgervi a: laura.ferrari1@unicatt.it
Nella segreteria scientifica: Rosa Rosnati e Raffaella Iafrate

Regole per l’invio delle proposte
Gli abstract andranno redatti secondo le seguenti regole:
1)  Formato Microsoft Word o Open Office;
2)  Carattere Times New Roman, corpo 12;
3) Interlinea singola;
4) Titolo Abstract  in CARATTERI MAIUSCOLI
5)  Autori: Nome puntato, Cognome, Ente di Appartenenza, Città
6) Testo dell’abstract: non più di 500 parole
7)  Struttura per gli abstract di ricerca: Introduzione, Obiettivi,  Metodi, Risultati, Conclusioni
Struttura per gli abstract di intervento: Introduzione, Obiettivi,  Partecipanti, Descrizione dell’intervento e di eventuali strumenti utilizzati, Valutazione.

Solitudine papà. L’esperto: “Come cambia il ruolo dei padri”

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I papà di oggi sono diversi dai papà di ieri. La solitudine dei padri è nella mancanza di modelli che gli uomini hanno per affrontare la paternità in maniera consapevole. C’è tutto da inventare. In questo senso i papà adottivi sono sullo stesso piano dei papà biologici. Anzi, spesso la traversia della sterilità di coppia li rende da subito più consapevoli del loro compito di sostegno alla compagna e di educazione del bambino che entrerà in famiglia. Lo studio che segue è in alcune parti riportato integralmente, in altre abbiamo preferito fare una sintesi.

di Tamara Marchetti – da Psico-Pratika anno 2012

 

Definizione di padre e paternità

“Il padre è quell’uomo che, insieme a una donna, procrea un figlio oppure quell’uomo che, facendo richiesta insieme alla propria consorte, ottiene dalla legge l’affido e/o l’adozione di un minore.

La paternità invece è un processo inter e intra-soggettivo che si costruisce prima sul rapporto intrapsichico del padre nei confronti del figlio, poi nella relazione interpersonale che egli instaura con la prole. Possiamo pertanto affermare che la paternità inizia con la gestazione della compagna, o comunque con l’attesa del figlio; ad esempio quando non è un figlio naturale la paternità si costruisce a partire dal principio dell’iter burocratico (facendo domanda di affido e adozione).

L’uomo prossimo a diventare padre non “vive” le modificazioni corporee legate alla gravidanza. Tuttavia, dal momento in cui riceve la comunicazione dell’attesa del nascituro, comincia a percepire che il figlio “cresce” dentro di sé. È nel solco di questa attesa che va via via costruendosi la paternità.

Il momento della nascita del figlio (o dell’incontro con lo stesso in caso di affido e adozione) coincide, e determina, la nascita del padre.

In altri casi ancora, il padre è solamente biologico, ovvero colui che contribuisce alla procreazione, senza poi assumersi altre responsabilità sul piano relazionale. Sono questi i casi in cui un padre non vive la propria paternità.

 

Le difficoltà nella paternità (sintesi)

Si parla molto della depressione post partum per la donna. Poco si dice del passaggio dell’uomo da compagno a papà, fase che fa parte del ciclo vitale e di una nuova redifinizione del sé. La maggior partecipazione dell’uomo nella gestione del figlio gli può far vivere un profondo senso di inadeguatezza: “Sono paure del cambiamento, ansie di invischiamento, gelosie nei confronti della compagna o difficoltà legate all’assunzione di un nuovo e complesso ruolo che va lasciando alle spalle la leggerezza della giovane età.” Il problema è che nessuno gli ha mai insegnato a prendere contatto con i propri sentimenti ed emozioni.

 

L’identità paterna e i cambiamenti all’interno della coppia e nella famiglia allargata (sintesi)

Continua la dott.ssa Marchetti: “La paternità oggi non è più esclusivamente definita e costretta all’interno di una rigida separazione dei ruoli.” Da subito il padre si prende cura del cucciolo, biologico o adottivo, assumendo molteplici funzioni, non più solo punitive educative o ludico ricreative come in passato.

L’arrivo di un bambino per quella coppia diventa un momento unico e irripetibili che fa scaturire flussi di emozioni: “Diventare genitori significa affrontare una costellazione di cambiamenti che riguardano se stessi, la coppia e la famiglia di origine.

Nel rapporto con se stessi vanno emergendo nuove responsabilità: d’ora in poi non si crescerà più solo per se stessi ma lo si dovrà fare anche “nel nome del figlio”. Questa nuova e piccola vita dipenderà totalmente da noi.

Il rapporto di coppia cambia pelle, da diadico diviene triadico. Lo spazio relazionale si arricchisce di un “terzo” che determina l’assunzione di un nuovo ruolo da parte dei due partner: quello di padre e quello di madre. Il rapporto tra i due diverrà più articolato e complesso, muovendosi lungo le direttrici dell’essere genitori e dell’essere coppia, nella consapevolezza che l’equilibrio tra i due ruoli non deve mai vacillare (né i confini sfumare).

Infine nel rapporto con la propria famiglia d’origine vanno rimodulati gli assetti relazionali. D’ora in poi non si è più solo figli ma anche genitori a propria volta. Tale passaggio evolutivo richiede nuovi “spazi di manovra” in quanto ad autonomia e maturità.”

Inoltre non esiste più una netta suddivisione dei ruoli e i due genitori sono in molti casi intercambiabili nella cura del bambino: “Il biologico prevede che la maternità sia territorio esclusivamente riservato al femminile. L’asse psicologico invece sposta l’attenzione dall’individuo “madre” alla coppia madre-padre. In questa nuova configurazione familiare il padre diventa coprotagonista, insieme alla madre nello stabilire regole intrafamiliari e nella scelta del tipo di educazione da impartire al figlio.”

 

Cosa s’intende allora per “solitudine dei padri”?

Manca un modello a cui rifarsi. La paternità si costruisce allora per tentativi ed errori. Riportiamo l’intera riflessione della dottssa Marchetti : “Il padre di oggi, emotivamente e fisicamente più presente e partecipe fin dal principio nei confronti dei figli, non trova nel proprio padre e nel rapporto avuto con lui uno stile relazionale imitabile, che funga cioè da modello di riferimento. Diventare padri è frutto di un percorso psicologico che si compie attraverso la costruzione del ruolo genitoriale. Questo si tratteggia sulla base di un processo di apprendimento. In tale contesto apprendere significa acquisire modelli comportamentali e far proprie capacità interattive e di pensiero.

L’apprendimento può avvenire attraverso l’insegnamento, nel rapporto “padre-figlio” o “maestro-allievo”, oppure per prove ed errori, quindi per tentativi.
Mettersi alla prova e imparare dai propri errori per acquisire comportamenti adeguati. Inoltre si può apprendere per imitazione. Prendere spunto da quanto visto fare da qualcun per replicare il “modello osservato”.

Nel corso del tempo la paternità si è principalmente sorretta sul modello imitativo: “Sono con te, quello che è stato con me mio padre”. Oggi questo modello di paternità non è più realizzabile in quanto anacronistico. Certamente la nuova generazione dei padri sta sensibilmente prendendone le distanze.
D’altro canto la mancanza di un modello di riferimento esterno (e interiorizzato) da imitare comporta un importante vissuto di solitudine per il neo padre.”

 

Paternità consapevole (sintesi)

“Diventare padri da un punto di vista biologico ha poco a che fare con la maturità psicologica di un uomo. Assumere invece con consapevolezza il ruolo paterno sancisce il passaggio verso la maturità e l’affermazione della propria condizione adulta.”

Per un eventuale aiuto all’uomo in questa fase di passaggio è utile lavorare sull’intrapsichico, partendo dal suo vissuto da bambino. Si invita la persona a immaginare che cosa pensasse suo padre quando lo stava aspettando. In questo modo l’uomo esplora le aspettative, preoccupazioni e paure nel diventare padre e acquista una nuova consapevolezza. (Segue un caso clinico di una paternità difficile).

Per leggere l’articolo completo:  http://www.humantrainer.com/articoli/nascita-del-padre-biologia-psicologia.html

Cile. Intervista ad Ethel – III parte: “Cosa dire o non dire ai figli sui genitori di nascita”

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D. Se tu fossi una mamma adottiva, conoscendo a fondo la realtà delle donne cilene, cosa diresti ad un bambino di 10-12 anni che ti chiede informazioni della mamma biologica? E ad un adolescente?

R. In Cile i bambini dati in adozione internazionale hanno più di 5 anni per cui sanno bene di essere stati adottati. Come ho detto prima, sono stati preparati e hanno elaborato la loro storia personale.  Non resta che dire la verità. Alcuni ricordi ritorneranno, ma anche se il piccolo non li ha, mantiene una memoria interiore lontana. Ci sono molti bambini che desiderano  ricominciare e cancellano la loro storia in Cile (hanno ragione, chi vorrebbe ricordare un periodo tanto duro e doloroso?). Altri idealizzano la famiglia biologica. L’importante è mantenere un’immagine accettabile dei loro genitori o familiari di origine, spiegando le cose come stanno, a seconda dell’età del minore. Inizialmente si dovrebbe spiegare che la mamma non aveva i mezzi per tenerlo (economici, psicologici, sociali…). Spiegare che anche la storia della mamma è stata segnata da un abbandono  e che per questo non è stata capace di amare, che non ha avuto l’appoggio di nessuno, che quando questo aiuto le è stato offerto era troppo tardi per farle capire, che non aveva abbastanza autostima per superare questa mancanza.

Qualsiasi sai il motivo dell’abbandono è necessario spiegarlo, con parole semplici, usando le informazioni che vengono fornite dagli operatori. I bambini non perdoneranno mai una bugia, anche se detta con buone intenzioni, i genitori pagheranno caro se nasconderanno la verità o cercheranno di occultare informazioni. Dosando parole e fatti si deve raccontare la vera storia, se è dolorosa si deve accompagnare il bambino nell’accettare la sofferenza. La presenza costante e certa e l’amore incondizionato dei genitori è fondamentale. Alle coppie che accompagno dico che si deve fare chiarezza tra papà e mamma di origine e papà e mamma, spiegandolo ai figli . In questo modo i bambini possono capire molto meglio lo stato di genitori adottivi. 

D. Quali sono, secondo te, le cose importanti che dovrebbe sapere una coppia che sta adottando un bambino cileno per creare un rapporto migliore con il figlio?

R. Per prima cosa devono trattarlo come figlio, senza pensare alle sofferenze che ha patito in precedenza. “Poverino” – è fatale per iniziare una relazione padre e figlio, non finirò mai di ripeterlo. Il minore adottato necessita di genitori che lo accettano per quello che è e questo va espresso attraverso gesti di amore fisici e verbali (contatto fisico, abbracci, baci, parole affettuose..) e attraverso la fermezza nell’impartire norme e regole proprie di ogni famiglia. Devono essere genitori che si assumono il ruolo di genitori sul serio, che si sentono genitori, che ascoltano il loro cuore per trovare la determinazione per relazionarsi con il figlio. Che si sentano sicuri nel loro ruolo, che non abbiano paura di sbagliare (tutti i genitori sbagliano), che ricordino la loro vita, la loro crescita , la relazione con i loro genitori. Ciò li aiuterà a interpretare le decisioni che presero i loro genitori così potranno migliorarle. Inoltre devono giocare molto con i figli e per farlo dovranno recuperare il bambino che è dentro di loro, ridere molto con i loro bambini, ogni tanto uscire dal ruolo serio di adulto per riappropriarsi del ruolo di genitori dopo il gioco (se nel gioco i bambini si manifestano aggressivi, correggerli subito). Animare e  sostenere i figli rafforzandoli nella sicurezza e nel controllo della loro forza , pensiero e azione. E’ importante che il figlio si senta amato. I genitori devono essere uniti  con criteri comuni in fatto di educazione e formazione. La divisione provoca grandi danni: se il papà è permissivo e la mamma più severa ciò permette al bambino di manipolare la relazione. I genitori devono formare un’alleanza in modo da far introiettare questo sentimento nei bambini in modo naturale. I bambini diventeranno come i loro genitori! Se non sono indirizzati verso un fine comune, la relazione con il figlio sarà molto difficile. Penso che quando un minore non trova stabilità sono gli adulti che si devono interrogare, chiedersi dove stanno sbagliando. Un figlio che sin dall’inizio sa che un no è un no, che sa interpretare lo sguardo di mamma e papà, potrà controllare meglio il suo impeto. Sapere che mamma e papà sono più forti di lui significa che sono in grado di proteggerlo, difenderlo e amarlo. Quando i genitori mostrano stabilità  e non si alterano né si spaventano di fronte alle prove, i minori capiscono che qualsiasi cosa facciano non avranno quello che vogliono. In breve, amore e fermezza.

D. Sei in contatto con ragazzi cileni adottati in Italia? Cosa ti raccontano?

R. La maggior parte sta bene, hanno imparato a vivere e superare la loro storia. Mi rallegra molto quando su facebook parlano dei loro genitori con amore. Ciò significa che hanno saputo integrare la loro vita, inclusa l’ombra dell’abbandono. Si sentono accettati!

In alcune occasioni ho dovuto aiutare giovani adulti adottati da piccoli a coniugare la storia personale. E’ una bel compito. Lo considero un onore quello di rafforzare pensieri, di far diventare idee fissate più gestibili e docili in modo da permettere di vedere la storia da un’altra prospettiva, di trasformare la sofferenza che ha pesato per tanti in anni in esperienza positiva. Il grande problema è che nessuno ha insegnato che le esperienze, dolorose o negative, sono insegnamenti da cui c’è sempre qualcosa da imparare e che possono influire positivamente sulla nostra vita e su quella dei nostri cari. Ci sono ragazzi che ancora si trascinano nel pensiero di essere cattive persone o colpevoli di qualcosa, includendo il risentimento per fratelli e sorelle con le quali furono dati in adozione. Nel profondo di se stessi sentono di non meritare di essere amati perché ancora non hanno imparato ad amarsi ed accrescere la loro autostima. Qui c’è l’errore iniziale dei loro genitori che all’inizio non hanno dato loro le cure necessarie per trasformare tale sentimento. Come dicevo, all’inizio sono necessari fermezza, molto amore e supporto per le conquiste fatte. I confronti tra fratelli sono fatali, causano molto danno e separazione.

 

Cile. Intervista ad Ethel – II parte: “Come si forma la nuova famiglia tra aspettative di genitori e figli”

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D. Dopo l’incontro, quali sono le difficoltà, secondo te, che le famiglie incontrano appena costituita la nuova famiglia?

R.Le coppie arrivano con una preparazione teorica, hanno frequentato corsi, ma la realtà ha un altro effetto. Per tutta l’esperienza che possano avere con i loro nipoti, i due coniugi non hanno l’esperienza di “genitori”. I genitori educano e formano, gli zii coccolano. I piccoli  che incontrano non sono come i bambini a cui sono abituati. I due adulti possono aver immaginato comportamenti dettati dalla frustrazione però credo che nessuno abbia spiegato loro in che cosa consistono le scenate, la forza fisica che possiedono questi bambini e la rabbia che in alcune occasioni trasmettono nei loro gesti e parole. Per cui quando lo affrontano per la prima volta è un colpo molto forte. La prima cosa che pensano i due neogenitori è che il minore abbia qualche problema psicologico-psichiatrico. Alcuni cominciano a cercare su internet per avere una spiegazione di queste reazioni. Un’altra cosa che colpisce i due neo genitori è che dopo tali reazioni violente, i bambini diventano molto affettuosi con loro. E’ difficile da capire. Il meccanismo di difesa che usano i piccoli appare in qualsiasi momento, di fronte ad un no, soprattutto nella tappa di provocazione e messa alla prova dei due adulti. Per questo i genitori hanno timore di imporre piccole regole, pensano che insistere possa portare ad un rifiuto da parte del bambino nei loro confronti.

Una delle cose più complicate è contenere un bambino dal comportamento iperattivo poiché non ascolta e sempre fa quello che vuole. Alcuni genitori pensano che sia una problematica ingestibile, ma ho visto dei grandi cambiamenti nei minori soprattutto quando la coppia con pazienza e perseveranza da loro sicurezza e disponibilità incondizionata. Come tutte le nuove relazioni che iniziano ci sono i tempi dell’aggiustamento. Per i genitori è la perdita del loro spazio di coppia dato che nel momento in cui mettono piede in Cile hanno a che fare, per tutto il giorno, con un bambino che tengono sempre al loro fianco. Situazione che da una parte li gratifica, dall’altro li invalida come persone. Per il minore non è da meno: la prima tappa è difficile con due genitori che 24 ore al giorno ti guardano, ti accompagnano e ti insegnano nuove abitudini e comportamenti, per la prima volta nella vita del bambino… Per la prima volta comincia anche a capire che il mondo va al di là delle pareti dell’istituto dove ha trascorso la maggior parte della sua esistenza. E’ un momento di grande scoperta, contrasti, varietà di sensazioni. Capisce che può ottenere molto con un comportamento equilibrato. Imparare a controllare tutta l’ira dell’abbandono trattenuta per anni è difficile, ma non impossibile.

D. Dalla tua esperienza, che cosa si aspetta la coppia? Che cosa si aspetta il bambino?

R. Nei coniugi che arrivano c’è l’idea che il piccolo necessiti di molto amore, abbracci e baci. Talvolta, invece, ci sono bambini che rifiutano tanta dimostrazione di affetto e rispondono con l’aggressività. Senz’altro queste dimostrazioni sono importanti e necessarie, ma devono essere dosate altrimenti si rischia di soffocarli. Tutto si ottiene attraverso il gioco, spazio nel quale si ha l’opportunità di abbracciare, baciare e toccare fisicamente, lasciando spazio, ma emanando senso di sicurezza. Si possono indicare a parole e in teoria le problematiche e reazioni di un bambino che ha sofferto l’abbandono (senza indicare altre vicende di abuso) ma non sarà mai abbastanza per spiegare che nella realtà hanno lasciato una traccia indelebile che rimarrà sempre (attraverso la memoria affettiva). Prima delle risposte verbali o non verbali dei piccoli i genitori adottivi devono scoprire che sentimenti e paure stanno alla radice di tali comportamenti. A volte si aspettano bambini ad immagine dei bambini italiani che conoscono. A volte mi dicono che si aspettavano reazioni forti, ma non con quella intensità e forza che vedono nei loro figli, reazioni che provocano in loro  molto spavento.  Temono che non sia una reazione passeggera, ma un problema psichiatrico permanente.

Si aspettano bambini che dipendano completamente da loro, che chiedano aiuto per vestirsi, per lavarsi e giocare. Invece trovano bambini che insistono ad arrangiarsi, bambini che non accettano consigli per ottenere buoni risultati sebbene abbiano a che fare con giochi o cose che non conoscono. Si aspettano che i bambini siano obbedienti, che capiscano che il buon comportamento verrà ricompensato, ma ci sono bambini che dicono sempre no a quanto proposto dai genitori, per il  solo piacere di opporsi. Questo è un argomento su cui i genitori non vengono preparati.

I bambini, d’altro lato, si aspettano genitori che facciano tutto quello che desiderano, come se fossero Babbi Natale, che comprino tutto, giochi, dolci etc… Sanno che sono i loro genitori ma dovranno guadagnarsi il loro rispetto. Hanno bisogno di genitori in grado di dimostrare amore, ma anche fermezza. Nel loro intimo sta l’idea che se i loro genitori sono troppo accondiscendenti e loro bambini sono troppo forti, nel senso che ottengono tutto quello che desiderano, questi genitori non potranno proteggerli né difenderli. Per questo i genitori  dal primo momento devono mettere in chiaro le regole per formare il proprio figlio, come fa qualsiasi genitore. Il pensieri più sbagliato che un genitore può fare è il seguente: “Poverino, ha sofferto tanto!”. Alle coppie che seguo insisto nello spiegare che ciò conduce a fare solo danni da ambo le parti.

D. Da quello che vedi, quali sono le motivazioni più comuni per cui un bambino viene dato in adozione?

R. In generale i minori arrivano ad un centro di protezione per negligenza materna e paterna, quando esiste un padre, molto spesso legato all’uso di alcool e droghe da parte di entrambi. La maggior parte dei genitori ha avuto le stesse esperienze da piccoli, è una catena. C’è una buona parte di famiglie di origine dove la nonna tiene i i nipoti come è successo a loro. Oggi giorno ci sono casi più gravi di abuso da parte di conviventi delle madri, zii e degli stessi padri biologici. Una volta che il minore è nel centro di protezione, durante i primi mesi alcuni parenti lo vengono a trovare, ma quando le visite diventano controproducenti il Tribunale impone la sospensione su indicazione degli operatori. Nella maggior parte dei casi sono le istituzioni che sollecitano  l’adottabilità del minore per cui questo significa che si deve dimostrare la negligenza e la mancata cura dei genitori di origine.

D. Quanto è importante la figura della donna nella famiglia cilena? Quanto quella dell’uomo?

R. Una famiglia cilena comune, considerando che siamo un paese a maggioranza cattolica, funziona normalmente e con responsabilità, senza distinzione di fasce sociali. E’ usuale che entrambi i genitori lavorino per sostenere le spese. Quando la mamma rimane a casa  è lei che assume maggiore autorità sopra i figli. Ma c’è un gran numero di madri single. In generale i padri di questi minori non li hanno riconosciuti, sono i nonni materni che aiutano figlia e nipoti.

Nel caso dei bambini istituzionalizzati, nella maggior parte dei casi hanno solo una mamma o una nonna di riferimento. In questo tipo di famiglia di origine, il padre è assente. Alcuni uomini riconoscono i figli, ma poi spariscono. Le madri sono giovani, hanno vissuto a loro volta l’abbandono e la mancanza di un padre. Sono nuclei che mancano di una vera forma di educazione, nella povertà estrema, alcolismo, uso di droghe, in presenza di violenza e abusi. Si tratta di donne che non sanno ciò che significa vivere in maniera stabile, e che passano da un partner ad un altro, in un rapporto di coppia dove l’aggressione è molto comune. Non avendo mai sperimentato l’essere amate, non sanno amare a loro volta. Le loro relazioni sono brevi e instabili. Per questo molto spesso hanno figli con uomini diversi. Sono donne che potrebbero ricevere aiuto dallo stato per una maternità gestita ma che non si presentano ai consultori.

Mettere al mondo un bambino non è un fatto che le preoccupa, al contrario, talvolta è un modo per legare a sé un uomo così le mantiene assieme ai figli anche di altri uomini. Così trascorrono la loro vita trasferendosi da un posto all’altro a seconda dell’uomo del momento lasciando i figli da familiari o amici o nei centri di protezione per minori. I bambini che vivono nei centri per minori vengono raccolti per strada o su segnalazione dei vicini che denunciano lo stato di abbandono in casa o di pericolo per la strada, o per denuncia di abusi etc. Di solito non ci sono casi di intervento diretto da parte della famiglia di origine.

I padri non sono punti di riferimento e se ci sono, sono di solito aggressivi con i figli. Tanti delinquono. Molti bambini assistono a scene di violenza sulla madre da parte del padre o convivente. Vivono in piccoli spazi: in una stanza possono dormire due o tre adulti e i piccoli assistono agli incontri sessuali di questi.

D. Potresti spiegarci il ruolo delle donne nella Teologia della Liberazione?

R. In Cile non si parla di Teologia della Liberazione. Siamo un paese che ha saputo uscire velocemente dalle sue difficoltà politiche e sociali. Potremmo dire che nel cammino verso la democrazia le donne sono tornate ad assumere un ruolo centrale nella famiglia. Prima era l’uomo il punto di riferimento che sosteneva la famiglia sotto il profilo economico e che stabiliva le regole, imponeva l’ordine e il rispetto. Ma arrivò un momento che, a causa della mancanza di lavoro, il capo famiglia cadde in depressione, facendo uso di droghe e alcool. In questa decadenza arrivarono anche gli abusi e la violenza, l’abbandono e il disinteresse. Le donne reagirono cercando un lavoro per mantenere i figli. Si cominciarono a vedere madri che uscivano da casa per guadagnare denaro. Alcune riuscirono a crescere i loro figli con dignità.

Altri nuclei rimasero nella devastazione e ignoranza, senza aiuto sociale, cadendo dell’alcolismo e uso di droghe. Ci fu un aumento della delinquenza, nacque la mancanza di responsabilità verso i figli, il pensiero comune che i figli potevano fare quello che volevano.

In Cile le donne cominciano ad avere figli molto giovani e nella loro vita fertile possono metter al mondo numerosi figli.

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Cile. Intervista ad Ethel: “Il Cile, le neo famiglie adottive e il desiderio dei nostri figli di conoscere le loro radici”

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Ethel Araya Geeregat vive a Santiago del Chile. Lavora per un ente autorizzato italiano: accompagna le coppie nel momento della formazione della famiglia, le accoglie all’aeroporto e le fa incontrare con i loro figli. Ha cominciato ad occuparsi di adozioni nel 2001 grazie a Padre Alceste Piergiovanni Ferranti, che abbiamo presentato in uno dei post precedenti. Pioniere delle adozioni in Cile le ha insegnato a guardare alle nuove famiglie con sensibilità e rispetto. L’abbiamo raggiunta e le abbiamo fatto alcune domande sui timori delle coppie che arrivano per adottare in Cile, sui bambini e le loro reazioni iniziali, fino ad arrivare a consigli pratici per i neo genitori. E’ ancora oggi in contatto con ragazzi ormai adulti che vivono da anni in Italia. L’intervista è stata divisa in tre parti.

D. Ci hai detto che segui le coppie italiane che arrivano in Cile per adottare un bambino: potresti descriverci le emozioni che vivono queste coppie e i bambini quando si incontrano? 

R.Quando incontro per la prima volta le coppie, al di là della grande stanchezza per il lungo viaggio, le vedo felici perché si sentono vicine a realizzare il loro progetto di famiglia…però io dico loro: “ Adesso comincia una nuova tappa”. E sarà una fase diversa, piena di sorprese, con momenti di frenesia, frustrazione, affetto, difficoltà e soddisfazione. Certamente, non è facile quello che affronteranno!

Il loro maggiore desiderio  è di  vedere i loro figli il prima possibile. Il maggiore timore è il rifiuto da parte del minore: “ Siamo degli estranei, se non gli piacciamo, se non si avvicina…” Ci sono degli incontri a cui dobbiamo partecipare prima di conoscere i bambini (la Autorità Centrale in Cile riceve la coppia, si presenta, li accoglie e spiega i passi del processo adottivo nel nostro paese). A volte i genitori mi chiedono  perché non si può andare subito dai bambini, questo per spiegare l’ansia e necessità di incontrare i figli subito! Preoccupa il momento dell’incontro, chiedono che cosa devono fare e dire, di stare loro vicino, si interrogano su quello che gli operatori possono pensare …

Durante le prime ore in Cile la coppia è desiderosa di sapere come sono i loro figli, come vivono in Cile, come funzionano i centri di protezione per minori, hanno la necessità di rivedere la loro storia. Immagino che tutto ciò nasca dalla necessità di trovare i loro punti di forza. Per fortuna mi accompagna il dono dell’empatia e poco a poco arriviamo ad un dialogo chiaro e intimo. Mi sorprendo ogni volta quando aprono la porta del loro cuore perché io possa entrare nella loro vita e rendere più piacevole questo periodo di permanenza in Cile.

Se ci caliamo nella prospettiva dei minori dobbiamo pensare che generalmente oscillano tra due sentimenti: l’allegria e l’ira. In Cile i bambini vengono preparati per l’incontro e l’integrazione in famiglia. Conoscono molto bene il significato della solitudine, del non aver nessuno che ti viene a trovare… il sentimento di abbandono è molto forte e dannoso. Non lo sanno esprimere con le parole, per questo hanno certe reazioni non sempre spiegabili. Esistono minori che per i danni inflitti dalla famiglia di origine non possono essere dati in adozione. La società, in questo caso, sceglie il compromesso di prepararli a diventare autonomi.

Il percorso del minore in Cile consiste nel prepararlo ad integrarsi nella famiglia. La maggior parte dei bambini desiderano avere “dei genitori per sempre”. Nel percorso di preparazione per ottenere l’idoneità all’adozione, si elabora una storia di vita in modo terapeutico, lavorando su ricordi e paure, dando significato a quanto accaduto nella esperienza di vita del piccolo. I professionisti cercheranno di sostituire il senso di colpa,  visto che i minori pensano di essere arrivati in istituto per causa loro. A seconda dell’età e usando parole adatte si cerca di far capire che loro non c’entrano, le responsabilità della loro situazione è esclusivamente degli adulti. Questi adulti che non hanno la capacità di proteggerli, difenderli e nutrirli. Quando il minore viene ritenuto idoneo all’adozione, comincia la ricerca della ”migliore famiglia per lui”. Nel frattempo il piccolo è preparato a comprendere cosa significa  vivere in famiglia, in che cosa consiste una famiglia, il ruolo dei genitori e dei figli. Nel momento in cui si individuano i genitori migliori per lui e questi accettano, comincia la tappa di preparazione ad entrare in una famiglia concreta. Si lavora usando fotografie (ogni coppia deve mandare un album con foto loro e della loro famiglia allargata, della casa, della stanza da letto e animali domestici…).

A questo punto del percorso il bambino è molto felice ma allo stesso tempo è in tensione. Ogni giorno il comportamento cambia in istituto e a scuola. Si sente in qualche modo superiore o differente dagli altri bambini. Adesso loro appartengono ad un’altra categoria (“ho genitori perciò non mi daranno ordini nè le operatrici nè le maestre”) e comincia un periodo di instabilità o irrequietezza.

Credo che in loro comincino ad affiorare le paure. Non mancherà di certo chi tra i compagni o i ragazzi più grandi lo intimidirà dicendo che se continua comportarsi così nessuno lo verrà più a prendere.

Arriva il giorno dell’incontro. Sono allegri e euforici e in quel momento non c’è posto per la paura: “Finalmente arrivano i miei genitori!”. I bambini quando vedono i genitori, li riconoscono dalle foto, corrono ad abbracciarli.  Alcuni, i più timidi, se ne stanno tranquilli e fermi finchè i loro genitori li cercano, li abbracciano e li baciano con amore. Di solito i bambini  cominciano ad interagire da subito, fanno domande, mostrano giochi e ridono. Ricevono i regali che portano i genitori, giocano un poco e la maggior parte chiede di andare a casa (intendendo per casa gli aparthotel  dove stanno le famiglie durante la permanenza in Cile). Sono tanto felici, sono così tante le novità! Stare in una casa, vedere tutti gli oggetti che i genitori hanno portato per loro,  si lasciano lavare e mettersi il pigiama. Poi c’è il contatto via skype con i nonni, gli zii e cugini in Italia… 

Alla fine della giornata si deve andare a dormire. Alcuni bambini non ci vogliono andare, resistono, hanno bisogno della luce accesa, della compagnia dei genitori…  Comincia la paura più grande: “Se mi addormento e i miei genitori se ne vanno, mi lasciano? Se questo è un sogno e quando mi sveglio sto ancora in istituto, come sempre?”

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D. Ricordi qualche episodio che ti è rimasto in mente perché un po’ particolare?

R. Mi ricordo di un ragazzino di 12 anni.  Era molto felice di avere due genitori per sempre, ma con il passare dei giorni, dopo due o tre settimane cominciò a comportarsi male, disobbedendo e facendo quello che voleva, arrivando al punto di non tornare a dormire la notte. Rimase a giocare con il pallone da solo oltre alle due del mattino. I genitori erano molto preoccupati perché non capivano il cambio di atteggiamento. Raccomandai a loro di andare a dormire, di spegnere tutte le luci e lasciare la camera aperta e la porta accostata in modo che il ragazzino capisse che lo stavano aspettando. I coniugi dovevano starsene in silenzio se lo avessero sentito ritornare, come se stessero dormendo.

Il giorno dopo ebbi una conversazione profonda con il ragazzo esprimendo quello che sentivano i suoi genitori  che erano venuti fino a qui solo per lui, per nessun altro, che per loro era loro figlio etc… la sorpresa fu la risposta. Dopo avermi ascoltata ed essersi preso un momento di silenzio, mi disse. “ Tìa, i miei genitori sono tanto buoni con me, io non li merito. Io sono cattivo!” Lo abbracciai con tutto l’amore che potevo, gli parlai delle qualità positive che aveva, di tutto quello che aveva superato in quei pochi anni di vita e che, ad ogni modo, era meglio sentire cosa avevano da dire i suoi genitori, che cosa sentivano per lui. Quel momento fu un qualcosa di speciale. Quando i suoi genitori udirono le ragioni del figlio, lo abbracciarono e gli assicurarono che gli stavano dando quello che si meritava perché LUI ERA LORO FIGLIO, che lo amavano molto che avevano sognato da sempre la loro vita con lui, che era un ragazzino splendido, con i suoi difetti e virtù che comunque lo amavano. Da quel momento il suo comportamento cambiò e il ragazzino cominciò il suo processo di crescita in famiglia.

Con delicatezza e affetto seguo le coppie e la cosa più meravigliosa del mio lavoro è esser testimone di come fiorisce nella nuova famiglia l’amore tra papà, mamma e figli, quasi un miracolo.

(continua…)

Adozione e luoghi comuni. Pamela, Katia e Uelita: “Tre modi di sentirsi figlie adottive”

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Nel 2011 sulla TV svizzera è andato in onda questo dossier sulle adozioni che ci avvicina a questo mondo in modo corretto, come sempre si dovrebbe, superando i luoghi comuni e spiegando com’è. Fausta Manini, che ringraziamo, è una delle due mamme intervistate di Spazio Adozione Ticino (Vedi il “chi siamo”).

Nel video vengono toccati temi che sono stati affrontati anche in questo blog: gestione dell’ira, fuga da casa, richiesta di aiuto delle famiglie, paura di essere soli.

All’inizio viene intervistata una coppia che racconta la sua doppia adozione, le perplessità e gioie di due approcci differenti perchè differenti i caratteri e le storie delle due bimbe. Di seguito la testimonianza di tre ragazze adulte provenienti da tre paesi diversi – India, Corea e Brasile –  che raccontano che cosa vuol dire per loro essere figlie adottive, con le  luci e le ombre del caso.

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Noi ci siamo focalizzati sul messaggio principale, condiviso da genitori, figli e operatrici:  le famiglie e i figli non vanno lasciati soli. Serve una maggiore sensibilizzazione dei servizi sociali e la formazione degli addetti ai lavori. Lo dicono anche in Svizzera!

Prendetevi mezz’ora di tempo. Il documentario è davvero esaustivo e parla di adozione in modo serio.

http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=423b8b7d-77db-486a-b47f-f4e14276084a

Abbiamo estratto questi tre concetti espressi da ognuna delle tre ragazze:

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– La prima volta che mi sono sentita figlia è quando mia mamma adottiva mi ha sgridato.

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– Ai ragazzi dico di chiedere aiuto. Non possiamo farcela da soli.

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– Mi sono sentita da sempre diversa, gli altri mi trattano come una straniera. Per questo ho imparato il dialetto, per difendermi. Mi sono tranquillizzata con il matrimonio, tre anni fa. Da allora mi sento più serena e  “integrata”.

Comunicazione Univ Ca’ Foscari Venezia. Corso per operatori: “Adolescenti difficili: prevenzione, cura, protezione e tutela in adolescenza” – feb 2014

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Adolescenti difficili: prevenzione, cura, protezione e tutela

Ca’ Foscari Challenge School attiva, per l’anno accademico 2013/2014, il Corso di Alta Formazione in “Adolescenti difficili”: prevenzione, cura, protezione e tutela in adolescenza, un progetto che nasce dalla collaborazione tra Tribunale per i minorenni di Venezia, Tribunale Ordinario di Venezia, Centro per la Giustizia Minorile, Regione del Veneto, Ufficio Scolastico Regionale e Ca’ Foscari Challenge School.

Destinatari

La partecipazione al corso di formazione in Adolescenti difficili: prevenzione, cura, protezione e tutela in adolescenza, riservata ad un massimo di 40 partecipanti, è rivolta agli operatori, appartenenti a discipline e istituzioni diverse, che a vario titolo intervengono nelle situazioni di disagio adolescenziale. Tali operatori, già operanti nell’ambito educativo, socio-sanitario e giudiziario, necessitano di una formazione pluridisciplinare integrata, che si ritiene indispensabile per affrontare con più competenza e maggiore possibilità di confronto interdisciplinare le situazioni complesse che sono chiamati ad esaminare e a gestire nei rispettivi ambiti di appartenenza professionale e istituzionale.

Il corso offre una formazione agli operatori che a vario titolo operano con pre-adolescenti e adolescenti, centrata sullo stato delle conoscenze psicologiche, psicopatologiche, sociologiche, giuridiche ed educative necessarie alla comprensione di questi adolescenti “difficili” e del loro ambiente di vita, familiare e sociale.
Il corso si propone di formare i diversi operatori ad interventi di accompagnamento e sostegno dell’adolescente e di cooperazione tra operatori, mettendo in comune le esperienze significative sviluppatesi nei diversi settori coinvolti.
Il percorso formativo di propone di favorire la costruzione o l’implementazione di una rete multi-professionale utile ad arricchire e sviluppare interventi coerenti tra operatori appartenenti ad Istituzioni diverse.

Durata e sede

Il corso avrà inizio il 14 febbraio 2014 e si concluderà il 29 novembre 2014, per una durata complessiva di 246 ore strutturate in:

  • lezioni: il venerdì dalle ore 14:00 alle ore 18:30
  • seminari: il sabato dalle ore 9.30 alle ore 13.15 e dalle ore 14.00 alle ore 17.45

Le lezioni si tengono presso la sede di Ca’ Foscari Challenge School, Palazzo Moro, Fondamenta Moro 2978, Venezia.
La frequenza è obbligatoria per il 70% delle ore del corso (90% per i Moduli accreditati ECM). L’attestazione della frequenza consisterà nella firma in presenza delle lezioni e dei seminari.

Informazioni

Segreteria organizzativa:
Ca’ Foscari Challenge School, Palazzo Moro, Cannaregio 2978, 30121 Venezia
Barban Silvia
Tutor: Emanuele Ghielmetti, Dario Pettenuzzo
E-mail: adolescenti@unive.it

Comunicazione CTA. Corso per operatori: “Adozione e percorsi di sviluppo. Temi clinici e strategie di intervento”- Milano febb 2014

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Centro Terapia dell’Adolescenza

in collaborazione con la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia IRIS (Insegnamento e Ricerca
Individuo e Sistemi

Adozione e percorsi di sviluppo. Temi clinici e strategie di intervento

1 giornata: 1 febbraio 2014 (ore 9.00-17.00)

Milano – Auditorium “G. Manzu'” della Fondazione Cariplo, Via Romagnosi 8

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Programma
Tematiche affrontate:

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– l’adattamento all’adozione, le problematiche piu’ comuni e le ragioni sottese all’emergere delle
difficolta’

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– il ciclo di vita della famiglia adottiva: impatto dell’adozione sulla relazione genitori-figli nelle differenti fasi dello sviluppo

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– adozione e perdita

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– strategie di intervento focalizzate sui temi dell’adozione, della perdita e della costruzione dell’identita’; presentazione, a partire dall’analisi di casi clinici, degli strumenti: lifebooks, timeline, role play e rituali terapeutici

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Docente
D. Brodzinsky – Professore emerito di Psicologia clinica e dello sviluppo presso la Rutgers
University (New Jersey, USA), e’ noto in tutto il mondo per le sue numerose pubblicazioni di testi e
articoli sul tema dell’adozione, di cui e’ uno dei maggiori esperti internazionali.
Ha studiato in particolare i fattori che influenzano l’andamento dell’adozione, le dinamiche soggettive
e intra-familiari e le peculiarita’ delle tappe della crescita del bambino adottato.

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Costi
Il costo del Seminario e’ di € 90.
Per ex allievi IRIS e Nuovo ICOS, studenti e specializzandi il costo e’ di € 60.

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Modalita’ di iscrizione

Per ulteriori informazioni e iscrizioni contattare l’Istituto

al numero 02.29511150;  fax 02.70057944

Clicca qui per scaricare la locandina.

Comunicazione SPIGA: “Corso per operatori a supporto della genitorialità adottiva” – Roma, genn 2014

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L’evento è riconosciuto dal Ministero della Salute con 50 crediti ECM

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Verso ed oltre l’adozione. I gruppi di supporto alla genitorialità adottiva”.

Roma, a partire dal prossimo 25 gennaio 2014.

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Il corso è rivolto a Psicologi, Medici, Assistenti Sociali e Operatori di Equipe territoriali e di Enti autorizzati.

E’ dunque destinato a chi già opera o intende operare in questo campo, nella libera professione o all’interno di Servizi e Associazioni.

Per maggiori informazioni, consultare il sito www.spigahorney.it

Brasile. Vivere nelle favelas: “Paura e disagio mentale”

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“Ecco cosa significa vivere qui: meglio per te se non vedi, non senti, non parli. Quando scoppia la violenza, ognuno si fa i fatti suoi. È terrificante.”

Elena vive nel Complexo do Alemão, una favela con più di 170.000 abitanti di Rio de Janeiro, Brasile. Il panorama offerta dal Complexo è in netto contrasto con le immagini da cartolina a cui ci ha abituati Rio: un labirinto di vie non asfaltate che si inerpicano su per la collina, fiancheggiate da misere casupole, il tutto racchiuso entro un circolo di posti di blocco improvvisati, che servono a tenere sotto controllo il traffico in entrata. Meno plateale, ma più impressionante, è lo scenario quotidiano della violenza che schiaccia e pervade la vita degli abitanti della favela.

Il Complexo do Alemão, come centinaia di altre favela a Rio de Janeiro, è in mano a gruppi armati che gestiscono il redditizio traffico della droga nella zona. La fiamma della violenza può accendersi ovunque, in ogni momento, basta che la polizia effettui un’incursione o che gruppi rivali si decidano per lo scontro diretto. Anche quando tutto sembra tranquillo, migliaia di persone come Elena vivono soggette all’arbitrio dei gruppi armati, con la costante paura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. (…)

“Qui ci si aspetta che nessuno faccia parola delle violenze a cui abbia avuto la sventura di assistere, perciò tutte queste scene tremende rimangono sepolte dentro la testa della gente.” (…) Tra gli adulti i sintomi più comuni sono riconducibili a malattie psicosomatiche, depressione e ansia; nei bambini aggressività, disturbi del comportamento e difficoltà nell’apprendimento. Dietro questi sintomi si nasconde di solito un episodio di violenza vissuto dal paziente. La metà di tutti i pazienti visitati dagli psicologi di MSF ha alle spalle una storia di violenza. Più di un terzo di questi si è trovato nel mezzo di uno scontro e uno su cinque ha perso un familiare nell’occasione. “Di fronte a tanto orrore, ci aspettavamo un numero più alto di casi di sindrome da stress post-traumatico, come capita di solito alle persone che hanno subito uno shock improvviso,” ha dichiarato Khayat, uno dei medici. “Invece questi casi sono una minoranza. E non è un segnale confortante, perché significa che quello che noi consideriamo un evento straordinario al Complexo è oramai considerato come un fatto di ordinaria amministrazione. Eppure nessuno ne esce senza strascichi,” ha aggiunto Khayat.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)