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AltroNatale. I nostri Padri: “Maria ed Elisabetta, donne di rottura con il sistema patriarcale”

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Il Natale è stato possibile attraverso una donna, Maria. Nelle Sacre Scritture le donne poche volte svolgono un ruolo di primo piano. Eppure, Maria ed Elisabetta hanno fatto, in qualche modo, “opposizione culturale”. Vediamo come.

 

 

Lc 1, 39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!

A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

di don Marco e don Roberto, sacerdoti ed educatori.

Siamo vicini ormai al Natale e questo brano del Vangelo ci parla di un incontro tra due donne. Donne segnate dalla Grazia, dal “miracolo” di Dio. Da una parte, Elisabetta, sterile, avanti negli anni, che aspetta un bambino. E una adolescente, Maria, vergine, che si trova incinta.

Due donne si incontrano e custodiscono entrambe nel loro segreto, la promessa di Dio. Non solo custodiscono la promessa di Dio, ma si confermano l’una con l’altra del loro cammino. Si riconoscono: una riconosce nell’altra la presenza e la benedizione di Dio.

Hanno ricevuto un alfabeto, quello dell’amore. Sanno leggere oltre le apparenze e le convenzioni, e infatti leggono l’una nell’altra la Scrittura che in loro si è fatta carne.

Portano una Parola che hanno meditato. Sono donne delle Thorà. Accolgono la Parola e la meditano nel loro cuore.  Sono due donne che credono. Credono a se stesse. Sanno decifrare il mistero che le avvolge e le spinge verso l’altro.

Maria accoglie la Parola ( l’annuncio dell’Angelo la rivela a lei) e subito si mette in viaggio.  La Parola di Dio mette in movimento, spinge verso il mondo, fa uscire dai “vicoli ciechi del cervello” ( Alda Merini) e ci porta verso la terra dell’altro.

Un viaggio caratterizzato da una spinta verso l’altro.

Alcuni biblisti (Pagola, A. Maggi) immaginano che Maria attraversa una zona impervia e pericolosa. Si può immaginare che parta di sua iniziativa, senza avvisare il marito o il padre. Come se la parola del Vangelo segna una scelta, una autonomia. Questo è un segno di rottura con un sistema patriarcale che non riconosceva alla donna la possibilità di essere libera ed autonoma. Questa Parola fa di Maria una donna emancipata rispetto al sistema chiuso in cui abita. La Parola la spinge a fare una “opposizione culturale” e a trovare la strada per il suo viaggio, quello che la condurrà ad essere la donna e la madre che sarebbe poi diventata. Entrata nella casa di Elisabetta, non saluta Zaccaria, il sacerdote, il “padrone di casa” ma saluta un’altra donna, Elisabetta.

Anche qui sembra sovvertire una convenzione sociale. La stessa Elisabetta si oppone ad una rigida tradizione, rifiutando che il suo bambino prendesse il nome del padre, ma indicando quello ispirato da Dio, “Giovanni”.

Quanto la Parola crea in noi un modo nuovo, responsabile, libero di vivere?

Quanto la Parola ci emancipa rispetto ad un sistema sociale che chiede obbedienza a convenzioni, luoghi comuni, stereotipi? Persone non dipendenti da un sistema.

Persone capaci di scelte nuove.

Il bambino di Elisabetta sussulta nel grembo.

Queste donne riconoscono l’una nell’altra l’opera di Dio.

Che cosa crea la Parola : la parola è relazione e crea relazioni.

Quando diciamo “Il Signore sia ( è ) con te e si risponde “ e con il tuo spirito”, in fondo noi ci diciamo gli uni agli altri : io riconosco il divino che è in te, che dimora in te.

La Parola ci spinge verso l’altro con un atteggiamento di ascolto e di ospitalità.

Ognuna riconosce che Dio ha piantato nel cuore dell’altro la sua tenda.

La Parola ci fa riconosce nell’altro la presenza di Dio.

Maria come l’antica Arca, custodisce la Parola che ora si è fatta carne.

Elisabetta dirà “ Benedetta colei che ha creduto nell’adempimento della Parola”.
E indirettamente sembra rimproverare il marito, la classe sacerdotale a cui egli appartiene, la religione come sistema. Una religione che come Zaccaria non ha più parole, e diventa muta perché non sa dire l’amore.

La donna a differenza di questo sistema è la migliore ambasciatrice di Dio. E la parente più prossima di Dio, in quanto come Dio, genera, mette alla luce…

Il corpo della donna come spazio del divino.

Non è paradossale quanto la religione e la chiesa abbiamo visto nel corpo della donna il luogo dell’impurità e del peccato? O forse, proprio perché la donna è portatrice del divino, il sistema del sacro la deve emarginare e sopprimere?

Ermanno Olmi dice che la donna è “complice di Dio”.

Nel 1964 quando sono nato, mia mamma dovette fare il rito della purificazione. Cosa poteva sottendere un rito come questo? Se quel bambino era stato generato dall’amore, da cosa bisognava purificarsi? dall’amore?

E per questo fare un gesto sacro?

Mentre la donna crede, perché vive la vita…

Il prete, Zaccaria, dice di credere, ma essendo fuori dalla vita, non riesce ad entrare nel mistero di Dio. Perché tra l’amore e il sistema, sceglie prima il sistema.

Siamo spesso figli di una classe sacerdotale che ci ha preservato… dall’amore.

Mentre Dio – Amore ci spinge verso l’amore.

Alda Merini dice di Gesù che “ era donna nel cuore”.

Dove ci porta la Parola? E’ una parola che ci rende pensanti, liberi. Ci spinge questa Parola verso le relazioni? Ci aiuta a rompere con le convenzioni di un sistema religioso che sembra più incline al potere che all’amore?

Concludiamo con un testo di una preghiera della nostra comunità di san Nicolò:

Dio della donne fa rinascere il mondo..

Voi donne siete il futuro del mondo, madri sempre incinte di Dio

con voi tutta la creazione si fa grembo per partorire un mondo nuovo

attraversate senza timore le montagne perché è l’amore che vi porta in alto,

perché è l’amore che vince la paura.

Nessuno più vi ferisca donne, nessuno più vi tolga la voce

perché senza di voi il mondo si spegne, la terra appassisce e muore.

Siano come voi anche le Chiese, incinte di Dio, gravide d’amore, lontane dai palazzi del potere.

Nel vostro incontro si prepara il tempo nuovo, nel vostro abbraccio si racchiude un nuovo sogno e Dio rinasce dentro il cuore della terra…

 

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AltroNatale. I Nostri Padri: “L’Avvento è compito di Dio. Il futuro è compito nostro”

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“State attenti…vegliate…vigilate… sperate…non addormentatevi…”

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di don Marco e don Roberto, sacerdoti ed educatori

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“Ecco i verbi che ci accompagneranno per tutto questo periodo di Avvento.

L’Avvento è un piccolo viaggio della speranza.

E’ proprio il profeta Isaia che esprime il lamento di un popolo disperato con un grido a Dio: : “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”!

Oggi dietro quella preghiera di tanta gente stanca e sfiduciata ci sono anche le nostre crisi, le nostre paure, le nostre delusioni della vita, della politica, della possibilità di cambiare.

L’Avvento ancora una volta ci ricorda che il cielo si apre e Dio “avviene” verso di noi, si avvicina  per abbracciare la terra e l’umanità.

Il Dio del Vangelo è il Dio che non delude, non abbandona, non disattende le nostre attese.

Quindi l’Avvento non è semplicemente un prepararsi a vivere il Natale, un far finta che Cristo rinasca un’altra volta, ma un imparare a cogliere ogni giorno nella nostra vita i segni della presenza di Dio.

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Anche noi vorremmo conoscere il futuro. Anche noi, nei momenti di crisi, vorremmo un Dio che potesse risolvere i nostri problemi con un tocco magico, con qualche miracolo.

Ma Gesù non ci dice nulla su come sarà la fine del mondo.

Ci offre invece una lettura profetica della storia.

“Quanto a quel giorno o all’ora, nessuno ne sa niente, neppure gli angeli del cielo e neppure il figlio, se non il Padre” (Marco 13,32).

Sposta il problema del “quando” avverrà la fine, al “come” dobbiamo vivere questo temo dell’ attesa. Invece di fantasticare sul futuro, Gesù ci esorta a tenere gli occhi ben aperti sul presente.

Gesù ci esorta soprattutto a prestare attenzione e a vigilare.

Ecco l’originalità dell’Avvento.

Non siamo invitati a cercare Dio, ma ad attenderlo.

Il Vangelo ci dice che dobbiamo metterci nell’atteggiamento di lasciarci cercare da Dio. Dobbiamo imparare ad “aspettarlo”. E’ lui che ci sorprende. E’ lui l’imprevedibile. Noi dobbiamo attendere il “Dio che viene”.

Prima del nostro  “fare”, c’è il nostro “attendere”.

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Ma dove lo possiamo incontrare?

L’Avvento ci regala un messaggio originale: Lascialo entrare …. dentro di te!

Se vuoi incontrare Dio nell’altro, nella natura, nella vita, prima lo devi accogliere dentro di te.

Sant’ Agostino nelle sue Confessioni scrive:

“Eppure Signore, tu eri dentro di me ed io ero fuori”.

Un famoso detto ebraico dice:

“Dio entra soltanto là dove lo si lascia entrare”.

Gesù entra nella storia di ognuno di noi attraverso i piccoli gesti di tenerezza e di umanità che reciprocamente ci regaliamo nelle relazioni con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana.

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In queste ultime settimane, grazie ad un film sulla vita di Leopardi,  si è parlato molto di questo grande poeta. Tutti ricordiamo la sua bellissima poesia  Il sabato del villaggio. Parla proprio delle emozioni della vigilia della festa.

E’ soprattutto la vigilia che ci fa vivere degli stati d’animo straordinari. Tutti siamo stati studenti e ricordiamo  come il sabato sera era il momento più bello della settimana. Era la serata libera. Il tempo in cui si poteva uscire, stare con gli amici, mangiare una pizza, divertirsi. Una serata piena di emozioni, di attese.

Potremmo dire un piccolo Avvento settimanale.

Il mondo non è cambiato.  Ancora oggi la nostra città, il sabato sera  è invasa di giovani che hanno voglia di vivere, che sognano un futuro, che desiderano un mondo migliore.

Purtroppo c’è una società, una politica e una chiesa che per troppo tempo si è addormentata e si è dimenticata di loro. I dati sono sempre più allarmanti. Un giovane su due è senza lavoro e questo, come di papa Francesco, vuol dire senza futuro e senza dignità.

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C’è un altro particolare molto importante della parabola. Ci racconta  che il padrone :

 «è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi».

Quei servi siamo noi. Dio si mette nelle nostre mani.

L’Avvento è compito di Dio. E’ lui che viene.

Il futuro invece è compito nostro.

Siamo noi i responsabili del nostro futuro. Siamo noi che dobbiamo costruirlo giorno per giorno. Il futuro è il frutto delle nostre fatiche, del nostro impegno.

Ecco il compito straordinario che Dio ci affida: siamo chiamati a riempire il mondo   “della speranza che è in noi”. Noi dobbiamo portare avanti il suo sogno. Ognuno con un ruolo unico ed originale e nessuno può essere sostituito. Siamo noi che dobbiamo trasformare l’attesa in festa, l’Avvento in un tempo di speranza.

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Vivere l’Avvento vuol dire imparare a vivere il nostro Natale tutti i giorni.

Vivere con passione e responsabilità la nostra piccola avventura quotidiana

Dio non viene nella mia vita una volta all’anno. Viene tutti i giorni.

Forse anche noi dobbiamo imparare a … lasciarLo entrare e a sentirci sempre, come dice il profeta Isaia (64,7), dei vasi di argilla nelle mani di Dio.

Lasciamo che ogni giorno ci plasmi, ci accarezzi e ci dia forma.”

Solitudine papà. I Nostri Padri: “La parabola del buon Samaritano e l’invito di Gesù ad immergerci nel mondo”

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Ci sembra questo il giusto luogo d’inserire la spiegazione della parabola del buon Samaritano per le conclusioni a cui arrivano i nostri due sacerdoti: bisogna educare lo sguardo se vogliamo vedere. E’ l’augurio che facciamo a tutti i genitori che si avvicinano al mondo dell’adozione, educare lo sguardo e il cuore a prendersi cura dell’altro nel modo giusto, senza pietismi, mettendoci in gioco, come ci viene spiegato nel testo che segue.


di don Roberto e don Marco – sacerdoti ed educatori.

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E’ una parabola quella del Buon Sammaritano tra le più belle del Vangelo. Chissà quante volte è risuonata nei nostri orecchi. Al punto tale da abituarci forse alla sua rivoluzionaria novità. (…)
Gesù racconta questa parabola a seguito di una domanda di uno zelante dottore della legge. Tale dottore sembra preoccupato di come si possa “avere la vita eterna”.
La risposta finale di Gesù: “Fa questo e vivrai” sembra inaugurare un’ottica diversa: il passaggio dalla preoccupazione per sé stessi, fosse altro per la “propria vita eterna”, al volto dell’altro per trovare in questo viaggio sulla terra il senso della propria vita.

Nella parabola possiamo notare, nella traiettoria che va dall’inizio alla fine, un passaggio dall’oggetto dell’amore (chi è il mio prossimo) al soggetto dell’amore (chi di questi è stato il prossimo per…).
La parabola è plastica e si svolge come un dramma dentro il quale gli ascoltatori si possono facilmente identificare. Un uomo (l’umanità, nuda e cruda senza titoli e privilegi) passa per la strada. Dei briganti lo assalgono (c’è tutta un’ “accurata” operazione di sottrazione nei confronti del malcapitato). Ed ecco tre figure che passando una dopo l’altra.
-Il sacerdote: l’uomo della religione. Che sta andando al tempio. Non può contaminarsi il sacerdote toccando un cadavere o un candidato a diventarlo… e tira diritto. Sembra, il primo passante, espressione di una religione che anestetizza la vita. Un sistema religioso che fornisce molte giustificazioni rigorosamente religiose per stare lontano dalla vita.
– Il levita: E’ l’uomo che conosce le regole ma non vive la vita, la giustizia (i centinaia di precetti saputi a memoria sono tutti nella “testa” ma scollegati dal cuore). E’ il burocrate che sa trovare mille giustificazioni “legali” per non intervenire dove la sua coscienza dovrebbe rispondere. Come a dire “ dura lex sed lex” ….)
– Il samaritano (non possiamo dimenticare che era considerato un eretico, un irreligioso, uno “di fuori” dal cerchio religioso). E’ quello più fuori ma che sorprendentemente si rivela più dentro al Vangelo.

Anche noi come il dottore della legge possiamo essere sollecitati ad identificarci con uno dei personaggi.
A parte chi colto da permanente pessimismo si ritrova sempre in quello “battuto” dai briganti, tutti possiamo ritrovarci un po’ nei tre passanti…In ciascuno di noi c’è qualcosa di tutti e tre….
Questi tre passanti fanno la stessa strada, tutti e tre vedono… qual è allora la differenza?
Chi di questi tre è stato compagno, prossimo per l’altro? Dirà Gesù capovolgendo la prospettiva dall’io al tu.
Forse la prima differenza è proprio nello sguardo … tutti e tre infatti passano per la strada, tutti e tre vedono ma è diverso lo sguardo, l’orizzonte che le persone hanno davanti.

L’uomo “religioso” meglio l’uomo “clericale”, il prete, non vede; l’uomo della ideologia, della burocrazia, del sistema (il levita) non vede…Il samaritano vede con compassione…La compassione si potrebbe dire è già nello sguardo. La cura prima che “arrivare alla mani” tracima già dagli occhi.
Il termine …. compassione (viscere materne) dice il sentimento più profondo di Dio per l’umanità. Bella coincidenza che il sentimento più profondo di Dio coincida con quello più profondo dell’umanità, in particolare della dimensione femminile dell’umanità.

Ma che rapporto c’è tra le viscere e lo sguardo, tra il cuore e gli occhi? Solo se si educa il cuore si può vedere l’altro…. Solo se si educano gli occhi si può “sentire” l’altro….

“La compassione richiede anzitutto la disponibilità alla conversione della sguardo – ossia quel cambiamento di sguardo al quale le storie bibliche e in particolare le storie di Gesù invitano continuante tutti noi” ( JB Metz)
Questa parabola è un capolavoro di laicità. Dio non è ostaggio delle lobby religiose. Nell’amore gratuito, nella compassione autentica, nell’azione politica di prendersi cura dell’altro c’è il sentire e l’agire di Dio.
Questa parabola non parla solo di un corpo messo di traverso sulla strada, quello del malcapitato… parla anche di un altro corpo, quello del samaritano che si mette di traverso rispetto a noi che leggiamo e ci chiede di dare carne alla Parola, di non trasformare tutto in principi, ideologie, sistemi….(…)

Cosa dice a noi oggi questa parabola? Quale messaggio per il mondo?
Il libro del Deuteronomio da cui abbiamo letto oggi la prima lettura dice che la Parola non è lontana… non nell’alto dei cieli, non al di là del mare… ma sulla nostra bocca, nel nostro cuore, affinché possiamo metterla in pratica.…La parabola del samaritano oggi sottolinea una cosa ancora più rivoluzionaria: la Parola oggi è nell’altro… negli occhi di chi incontri …. Ma anche: questa parabola inizia dagli occhi, dal modo di vedere il mondo…Sembra ricordarci che l’altro è la dimora di Dio, la casa lungo la via, dove egli ci invita a stare …

Solitudine papà. I Nostri Padri: “Il sottile spazio lasciato ai genitori per educare”

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Riflessione sulla vita, sulla morte, sul significato di educare i nostri figli. Tutti noi siamo chiamati a lasciare una traccia nel mondo, attraverso i nostri figli, prendendoci le nostre responsabilità di uomini e donne adulti.

 

 

di Padre Maurizio Patriciello,  coraggioso prete che lotta contro la camorra in Campania

 

(…)  Maria ha da poco raggiunto la maggiore età. Sul volto porta i segni di un dolore e di una delusione grandi. Maria è incinta e deve abortire. La intercettiamo per caso. Ha conosciuto il padre del suo bambino solo pochi mesi fa. Un amore a prima vista. Maria gli dona il meglio di se stessa. Gli offre il suo cuore e anche il suo corpo. La menzogna che “ quando si ama tutto è permesso” prende sempre più piede nel mondo giovanile. Maria si accorge di aspettare un figlio e, felice, lo rivela al suo grande amore. Lui, il grande amore, udita la notizia sbianca in volto. Balbetta. Lui voleva solo “ scherzare” un poco, come fanno tutti. Lui il figlio non lo vuole. Anzi, a dire il vero, non vuole nemmeno Maria. Ed eccola qua, la povera ragazza, delusa e disperata. Che fare? L’aborto è l’unica ancora di salvezza. Lei lo sa che è una cosa orribile. Lo sa che l’ombra di quel bambino mai nato le tormenterà la vita. Maria sa tutto. Ma non vuole assolutamente quel figlio che le ricorderebbe e la legherebbe in qualche modo a quel giovane che tanto l’ha ingannata.

Il bambino non è nato. Come tanti altri è stato gettato via. Ancora una volta gli innocenti pagano colpe mai commesse. Una riflessione si impone. Una riflessione senza sconti. Senza ipocrisie. Senza inutili giri di parole. Occorre essere con i giovani onesti fino a farci male. Ricordando, però, che loro – i bambini, gli adolescenti, i giovani – badano poco alle chiacchiere e guardano molto alla vita di chi si propone di fare da maestro. Non sono disposti a perdonare chi li prende in giro. Vanno alla ricerca di testimoni credibili. Succede invece che gli adulti chiedono loro ciò che non son disposti a fare. Il padre che non vuole smettere di fumare sigarette, pretende dal figlio che la smetta di fumare l’erba. Il padre che non sa essere fedele alla sua donna, pretende fedeltà dal marito della figlia. Gli adulti del mio paese che all’imbrunire riempivano la sala cinematografica con le falde del cappello abbassate, non volevano che in quel luogo vi andassero i figli.

Educare è cosa del cuore, diceva san Giovanni Bosco. Possibile che non riusciamo a far comprendere ai nostri ragazzi che un incontro può rovinare o rendere felice una vita? Possibile che ancora non riusciamo a insegnare ai figli che per la strada si trova di tutto? Dal giovane drogato all’alcolista, dall’ipocrita all’egoista. Da chi ha un progetto da realizzare nella vita a chi invece vive alla giornata? Possibile che tanti, invece di reagire, tirano i remi in barca e depongono le armi? Aiutiamo i giovani a convincersi che per capire chi è e che vuole la persona che sta loro accanto ci vuole tempo, pazienza e intelligenza. Gli uomini sono immensi come Dio e miserabili come il suo peggior nemico. Ricordarlo non può che fare bene a tutti.

(fonte: facebook 2014)

Comunicazione ilpostadozione: “Buona Pasqua!”

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Riflessioni di don Roberto e don Marco sulla Pasqua, la nostra, nella vita di tutti i giorni.

Questa domenica non abbiamo fatto l’omelia.

Più che alle parole abbiamo lasciato spazio al silenzio e alla meditazione.

Il lungo racconto della Passione di Gesù parla da solo.

Abbiamo invitato tutti, durante la  “Settimana santa”, a trovare qualche momento per rileggersi alcuni passi di quelle pagine che sono il “cuore” di tutto il Vangelo.

Il racconto della Passione non è una semplice cronaca di avvenimenti accaduti più di duemila anni fa.

E’ invece il “fare memoria” di fatti che ancora oggi riguardano ognuno di noi.

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La Passione continua. I protagonisti della Passione siamo noi.

Dietro le figure di Pietro, di Pilato, di Giuda, dei Sommi sacerdoti, della folla, possiamo vedere il volto di ognuno di noi.

Anche oggi ci sono ancora tanti “poveri cristi innocenti” che soffrono e muoiono ingiustamente.

Pensiamo …

agli anziani soli e abbandonati,

alle tante donne vittime della violenza,

ai nostri giovani senza lavoro e senza futuro,

alle migliaia di disperati che finiscono annegati in mare … ,

E noi quale ruolo abbiamo nella Passione di oggi?

Da che parte stiamo?

Forse anche noi, come Pietro qualche volta siamo presi dalla paura.

Forse spesso come Pilato ce ne laviamo le mani e rimaniamo nella nostra indifferenza.

Ma possiamo fare anche noi come “le donne” che si sono prese cura del corpo di Gesù.

Cercare di stare accanto ai “poveri cristi” che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada.

Cercare di tener viva la speranza di poter rendere un po’ più bella e più vivibile questa nostra vita.

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“M’immagino che certe persone

preghino con gli occhi rivolti al cielo:

esse cercano Dio fuori di sè.

Ce ne sono altre che chinano il capo

nascondendolo fra le mani,

credo che cerchino Dio dentro di sè”.

 

Etty Hillesum – Diario 1941 – 1943

Fuori dal coro: “Pagare le tasse per avere più servizi e aiutare chi non ce la fa”

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Di fronte alle preoccupazioni delle giovani coppie all’innalzarsi dei costi delle adozioni internazionali, non possiamo che rammaricarci e partecipare al loro sdegno. Vedi http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2013/13-novembre-2013/coppia-fa-mutuo-adottare-bambino-2223636971790.shtml)..

Fino al 2011 c’era un Fondo gestito dalla CAI che consentiva, a coloro che non raggiungevano un certo reddito, di avere un rimborso extra agli sgravi fiscali previsti nel 730. Sulle sorti del fondo ci sembra di capire dalle voci sul web che sia stato prosciugato e che le attuali casse dello stato non siano in grado di ricostituirlo.

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Nei mesi passati girava anche l’ipotesi di eliminare gli sgravi fiscali. Adesso sul facebook gira una raccolta fondi per supportare i bambini rimasti in Congo, figli delle coppie che stanno rientrando a casa.

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Per aiutare le coppie e le famiglie servono fondi (vedi http://www.vita.it/welfare/adozioni-affido/arriva-adozionebenecomune.html). I fondi vengono dalle tasse che non vanno demonizzate se ritornano ai cittadini sotto forma di servizi. Impariamo in questo senso dai paesi nordici dove a tasse elevate corrispondono servizi di qualità che supportano famiglie e imprese. Cominciamo, per favore, a ragionare in maniera diversa dai soliti luoghi comuni. A questo proposito invitiamo alla lettura di stralci di un articolo scritto da un biblista, Paolo Farinella, che fa le pulci ai cattolici. E non solo. 

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Quando parliamo di tasse intendiamo tasse per tutti, non solo per i cittadini onesti. E’ sottinteso che va in parallelo una ferrea lotta agli sprechi e punizioni severe ai politici corrotti. Avete a questo riguardo firmato la petizione di don Ciotti contro la corruzione? Cercatela sul web.

Ghandi: “Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo”

di Paolo Farinella – biblista

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Cattolici finti e politica evangelica

Ogni volta che tra i cattolici, e oggi tra chiunque, si accenna a «politica» o, peggio ancora, ai «politici», ci si trova di fronte a un senso di ribrezzo e di nausea, perché «politica» è diventata sinonimo di corruzione, di sporcizia, di malaffare, e nel caso più benevolo di furbizia. Il merito principale è dei politici professionisti che si professano cattolici, ma i cui comportamenti e le cui scelte sono sistematicamente in contraddizione con la loro asserita appartenenza religiosa.Essi non hanno scelto di servire il loro popolo in nome di una superiore carità che ha come obiettivo il «bene comune», al contrario, essi si servono del loro stato di credenti per approfittare dei benefici ideologici e materiali che la loro condizione di eletti offre loro senza che essi facciano alcuna fatica.La cronaca è piena di questi cultori di «sistemi di peccato» che trafficano tra il diavolo e l’acqua santa con noncuranza e senza problemi di coscienza: la maggior parte degli inquisiti, dei condannati con sentenze di tribunali sono cattolici dichiarati. Cattolici che si vantano di essere tali e non perdono occasione di mettersi in mostra come praticanti e osservanti religiosi, che addirittura fanno parte di associazioni e movimenti religiosi «impegnati», qualcuno anche con «voti» espliciti, e che al tempo stesso militano alacremente in partiti dove la corruzione scorre con dovizia, sostengono governi che legiferano a favore di mafiosi e delinquenti, votano contro gli arresti di camorristi, rubano direttamente e sostengono sistemi perversi, dove l’economia è a favore dei più forti e potenti e a danno dei più poveri e indifesi.Per un cristiano, «la Politica» dovrebbe essere il prolungamento del Vangelo, l’ambito e l’obiettivo della propria azione di testimone del Regno (…) perché Gesù non ci ha insegnato a pregare dicendo «Padre Mio», ma sempre e solo «Padre Nostro», forma inclusiva dei singoli individui, senza esclusione di alcuno. (…) Don Lorenzo Milani traduceva tutto questo principio in una affermazione lapidaria di altissima pedagogia: «Politica è sortirne tutti insieme. Sortirne da soli è l’avarizia» (Lettera ad una professoressa, Lef Firenze 1966, 14). Il Cristianesimo è per sua natura «assemblea», cioè il contrario di individualismo; è progetto d’insieme, che è il contrario dell’interesse privato; è convenire insieme, che è il contrario di vagare da soli. (…).

Gesù politico-servo

Gesù fu un grande politico perché non guardò mai al suo interesse, ma ad esso antepose sempre il benessere materiale e spirituale delle folle che lo cercavano. Gesù esercita in sommo grado la politica come servizio e disponibilità verso i bisogni della povera gente, come sfamare gli affamati, guarire i malati, consolare i dubbiosi, prendersi cura dei piccoli e dei deboli. Nello stesso tempo, egli prende le distanze dai potenti che fanno della politica lo strumento della loro sete di onnipotenza per avere sempre più potere per i propri interessi. In tutto il Vangelo, Gesù opera prevalentemente lontano dalle grandi città, specialmente se sono centri di potere e predilige i villaggi, anche non ebrei, ma abitati da pagani, ai quali offre lo stesso servizio e gli stessi segni che opera per i Giudei. è il criterio della «Politica generale», quella che non fa preferenze, ma guarda all’umanità nella sua globalità di creatura del Padre. (…)

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La politica come credibilità di Dio

Un credente che evade le tasse, che non svolge con competenza e impegno il proprio lavoro, che approfitta delle proprie conoscenze per prevaricare sugli altri, che usa la religione per avere contatti «importanti» o leggi o denaro o qualsiasi altro vantaggio per sé e la propria istituzione, tradisce il Regno di Dio e allontana la città degli uomini dal volto divino di Dio perché solo con la propria non coerenza rende visibile l’incredibilità di Dio. Questo, infatti, è il compito della religione: rendere credibile Dio, che non si vede, attraverso le azioni, le scelte, le parole (pensieri, parole, opere e omissioni) di chi dice di credere. La persona religiosa è una persona condannata a essere coerente fino allo spasimo perché ogni suo gesto, ogni suo respiro testimonia Dio o lo nega. (…)

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Tasse

L’esempio delle tasse è devastante. Si è diffusa la mentalità che siccome la tassazione è alta, in un certo senso, sarebbe «morale» autodetassarsi, cioè evadere, come ha addirittura incitato a fare un presidente del consiglio dei ministri in campagna elettorale per guadagnare qualche voto in più (Il Corriere della Sera, 17-02-2004). Nessuna reazione da parte del mondo cattolico a questo invito che guardava con benevolenza agli evasori costringendo gli onesti a pagare sempre di più. Chi sta al governo dovrebbe educare al senso dello stato e della partecipazione come condivisione dei servizi per lo sviluppo della personalità, la tutela della famiglia, il progresso ordinato e congruo della comunità. Quando manca il senso di Dio, è fortemente carente anche l’etica dello stato. Si ha un bel dire di essere cristiani o d’ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa, ma se si evadono le tasse, ci si mette fuori dall’amore di Dio, che s’incarna nell’amore del prossimo, e dal diritto di pretendere dallo stato servizi essenziali (sanità, scuola, assistenza, trasporti, pensioni, ecc.).Chi non paga le tasse, non solo costringe chi le paga onestamente a pagarne sempre di più, ma non ne ha nemmeno lui stesso un beneficio diretto, in quanto alla fine deve pagare di più i servizi che lo stato non può erogare per mancanza di fondi. Pagare le tasse è condivisione evangelica oltre che dovere civile di altissima responsabilità. Per questo bisogna mandare al governo persone oneste che garantiscano non i privilegi in nome della religione, ma che amministrino con grande senso di responsabilità il denaro di tutti, verso il quale dovrebbero, se credenti, avere lo stesso rispetto che hanno per il Corpo di Cristo perché sono chiamati a servire e curare i corpi e gli spiriti di coloro con i quali Cristo si è identificato in tutti i tempi (cf Mt 25, 31-46). Il mondo del diritto e della trasparenza, dell’onestà e della condivisione è il mondo proprio dei credenti che devono anche farlo diventare il mondo proprio della politica e dello stato.

(fonte: http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=3264)

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Qualche tempo dopo ha proseguito il Papa: “La doppia vita di un cristiano fa tanto male, tanto male, “Ma io sono un benefattore della Chiesa! Metto la mano in tasca e do alla Chiesa”. Ma con l’altra mano, ruba: allo Stato, ai poveri…ruba. E’ un ingiusto. Questa è doppia vita. E questo merita, dice Gesù, non lo dico io, che gli mettano al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Non parla di perdono, qui” – Repubblica 12/11/2013.

Brasile. I Nostri Padri: “Papa Francesco e la teologia della liberazione”

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di Leonardo Boff – teologo e scrittore brasiliano, uno dei fondatori della teologia della liberazione

Molti si sono chiesti se l’attuale papa Francesco, provenendo dall’America Latina, sia un adepto della Teologia della Liberazione. La questione è irrilevante. L’importante è identificarsi non con la Teologia della Liberazione, ma con la liberazione degli oppressi, dei poveri e dei senza giustizia. E questo lo fa con indubitabile chiarezza.

È stato sempre questo, in realtà, lo scopo della Teologia della Liberazione. Prima viene la liberazione concreta dalla fame, dalla miseria, dalla degradazione morale e dalla rottura con Dio: una realtà che va ricondotta ai beni del Regno di Dio e che era nei propositi di Gesù. Dopo, viene la riflessione su questo dato reale: in quale misura si realizza anticipatamente il Regno di Dio e in che modo il cristianesimo, con il capitale spirituale ereditato da Gesù, può collaborare, insieme ad altri gruppi umanitari, a questa necessaria liberazione.

Tale riflessione successiva, chiamata teologia, può esistere o meno. La cosa decisiva è che avvenga il fatto reale della liberazione. Ci saranno però sempre spiriti attenti che ascolteranno il grido dell’oppresso e della Terra devastata e si chiederanno: sulla base di quanto abbiamo appreso da Gesù, dagli apostoli e dalla secolare dottrina cristiana, come possiamo offrire il nostro contributo al processo di liberazione? È quanto ha fatto tutta una generazione di cristiani, dai cardinali ai laici e alle laiche a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. E che resta valido fino ad oggi, dal momento che i poveri non smettono di crescere e il loro grido si è già trasformato in clamore.

Ora, papa Francesco ha fatto sua questa opzione per i poveri, ha vissuto e vive poveramente in solidarietà con essi e ha detto chiaramente in uno dei suoi primi interventi: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri». In questo senso, papa Francesco sta realizzando l’intuizione originaria della Teologia della Liberazione e sostenendo il suo marchio: l’opzione preferenziale per i poveri, contro la povertà e a favore della vita e della giustizia.

Tale opzione non è per lui solo un discorso, ma un’opzione di vita e di spiritualità. A causa dei poveri, ha avuto problemi con la presidente Cristina Kirchner, esigendo dal suo governo un maggiore impegno politico per il superamento di quei problemi sociali che, dal punto di vista analitico, si configurano come disuguaglianze, da quello etico come ingiustizie e da quello teologico come un peccato sociale che tocca direttamente il Dio vivente, il quale, biblicamente, ha sempre mostrato di essere dalla parte di quelli che meno vita hanno e dei senza giustizia.
Nel 1990 in Argentina i poveri erano il 4%. Oggi, a causa della voracità del capitale nazionale e internazionale, sono saliti al 30%. Non si tratta solo di numeri. Per una persona sensibile e spirituale come papa Francesco, tale fatto rappresenta una via sacra di sofferenze, lacrime di bambini affamati e disperazione di genitori disoccupati.

Ciò mi richiama alla mente una frase di Dostoevskij: «Tutto il progresso del mondo non vale il pianto di un bambino affamato».
Questa povertà, ha insistito con fermezza papa Francesco, non si supera con la filantropia, ma con politiche pubbliche che restituiscano dignità agli oppressi e che rendano questi cittadini autonomi e partecipativi.

Non importa che papa Francesco non usi l’espressione “Teologia della Liberazione”. L’importante è che parli e agisca nella linea della liberazione.
È anche un bene che il papa non si leghi ad alcun tipo di teologia, che sia quella della liberazione o qualunque altra. I suoi due predecessori hanno assunto un certo tipo di teologia che era nelle loro teste e si presentava come espressione del magistero papale, nel cui nome sono stati condannati non pochi teologi e teologhe.

Gli storici sanno che la categoria “magistero” attribuita ai papi è una creazione recente. Cominciò ad essere utilizzata dai papi Gregorio XVI (1765-1846) e Pio X (1835-1914) e diventò comune con Pio XII (1876-1958). Precedentemente, il “magistero” era costituito dai dottori in teologia e non dai vescovi e dal papa. Questi ultimi sono maestri della fede, mentre i teologi sono maestri dell’intelligenza della fede. Pertanto, ai vescovi e ai papi non spetta fare teologia, ma rendere una testimonianza ufficiale e garantire in maniera zelante la fede cristiana. Ai teologi e alle teologhe spettava e spetta approfondire questa testimonianza con gli strumenti intellettuali offerti dalla cultura.

Quando i papi si mettono a fare teologia, come è recentemente avvenuto, non è chiaro se parlano come papi o come teologi, con il risultato che si crea una grande confusione nella Chiesa e che si perde la libertà della ricerca e il dialogo con i diversi saperi.

Grazie a Dio, papa Francesco si presenta esplicitamente come pastore e non come dottore e teologo, sia pure della liberazione. Così è più libero di parlare a partire dal Vangelo, dalla sua comprensione emotiva e spirituale, con il cuore aperto e sensibile, in sintonia con un mondo oggi abitato da una coscienza planetaria. Papa Francesco, poni la teologia in tono minore affinché la liberazione risuoni in tono maggiore: consolazione per gli oppressi e appello alle coscienze dei potenti! Pertanto, meno teologia e più liberazione.

(fonte: teologhe.org – 14/05/2013)

Per avere un’altra interpretazione si consiglia di leggere anche:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ma-bergoglio-non-e-di-sinistra/2210749

AmLatina. I Nostri Padri: ”Dio delle Donne fai rinascere il mondo“

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Chiudiamo con una riflessione sulle donne, tutte le donne, anche quelle che non hanno mai partorito, ma portano in grembo sempre e comunque il seme della vita e il futuro del mondo.

Oggi il nostro pensiero va in particolare a quelle donne (e ai loro compagni di sventura) che sono partite per un viaggio. Pensavano di andare incontro al futuro, ad una vita diversa, lontano da guerre e violenza. Invece, purtroppo, non hanno trovato l’accoglienza degli uomini e delle donne, ma del nostro mare.  Partecipiamo con amarezza al lutto nazionale (nelle scuole si è osservato un minuto di silenzio), chiediamo un’Europa più attenta alle esigenze vere degli uomini e delle donne che intendono viverci e meno schiava degli affari di pochi.

 

Siete voi a portare i vostri figli o i vostri figli vi hanno portato? Quando si è incinte di futuro è la speranza che spinge avanti.

 

I bambini hanno danzato nel vostro grembo come in un giardino fiorito.

 

Nella voce di Giovanni, Elisabetta, c’è il tuo coraggio di scrivere parole nuove, di non piegare la schiena al potere del tempio.

 

Nello sguardo di Gesù, Maria, c’è il tuo canto il Magnificat dei poveri rimessi in piedi e dei potenti rovesciati.

 

Voi donne siete il futuro del mondo, madri sempre incinte di Dio, con voi tutta la creazione si fa grembo per partorire un nuovo mondo.

 

Attraversate senza timore le montagne perché è l’amore che vi porta in alto. Perché l’amore vince la paura.

Nessuno più vi ferisca donne, nessuno più vi tolga la voce, perché senza di voi il mondo si spegne, la terra lentamente muore.

 

Siano come voi anche le Chiese, incinte di Dio, gravide d’amore, lontane dai palazzi del potere.

 

Nel vostro incontro si prepara il tempo nuovo. Nel vostro abbraccio si racchiude un nuovo sogno e Dio rinasce dentro il cuore della terra…

(fonte: Comunità cristiana di San Nicolò all’Arena – 2012)

Ira e rabbia. I Nostri Padri: “L’amore autentico a volte può dividere”

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A proposito di Chiesa coraggiosa, proponiamo questa riflessione di don Roberto e don Marco che ben si allinea con le posizioni di don Gallo. Il coraggio di dire no per abbracciare una fede autentica e non di facciata ci aiuta a costruire famiglie più unite se solo capaci di dialogare anziché di recitare in una commedia perfetta ma senza anima.

 

Dal Vangelo secondo Luca (12,49-57)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 

di don Marco e don Roberto – sacerdoti ed educatori

Oggi davanti a questo Vangelo sentiamo la fatica di capire queste parole: fuoco, divisione … che sembrano contraddire radicalmente il messaggio di pace, di non violenza di amore di Gesù… Ma cos’è questo fuoco che Gesù viene a gettare sulla terra? (…) Spesso noi anche come chiesa rischiamo di spegnere il fuoco di questa parola, di addomesticarla, di toglierle la passione, la forza amorosa… D’altra parte riaccendere questa parola non significa metterle una armatura, cospargerla di benzina per lanciarla contro qualcuno. Pensiamo all’utilizzo fondamentalista della parola che esplode come una bomba in un mercato, in una strada, una chiesa, una sinagoga, una moschea.

Il fuoco della Parola è amore, è non violenza. E’ un fuoco che riaccende la mente per leggere con intelligenza i segni dei tempi, ma anche un fuoco di passione (come certe pagine della Bibbia e dei grandi mistici ci ricordano…). La Parola amorosa è una parola di fuoco, di passione.

Se pensassimo a certe lettere d’amore. Non hanno il linguaggio della ragioneria dello Stato, della cancelleria della curia e nemmeno dell’ufficio postale. Sono parole che contengono una visione, un rischio…sono cifra di una relazione. Basterebbe leggere i versi che Pablo Neruda dedica a Matilde

Davanti alla Parola, a questo fuoco si è chiamati ad una scelta, ad una decisione che può portare anche a  dividersi. Il Vangelo non è una istigazione a rompere i legami familiari, ma a renderli più autentici. Sotto una patina esteriore spesso l’immagine della famiglia nasconde molte ipocrisie. Certi legami di sangue possono dettare logiche ristrette, autoreferenziali, talora logiche violente.

L’immagine nel film  Cento passi, in cui  Peppino Impastato risponde no, urlando in faccia a suo padre che buttatolo a terra gli aveva gridato “ onora tuo padre” è l’emblema di una coraggiosa rottura di un legame che l’avrebbe colluso con quella mafia che Peppino stesso  contrastava e che ne ha provocato la morte il 9 maggio del 1978 (stesso giorno del ritrovamento del corpo di Moro).

Ristabilire i legami a partire dalla Parola significa purificarli da tutto quello che li può truccare e falsificare. Anche i legami di tipo sociale. (…) Le chiese sono spesso spente. Le piccole comunità invece dovrebbero tornare ad essere roveti accesi, che ardono dentro una città. Roveti da cui pronunciare parole di divisione. Parole cioè che rompono con logiche disumane, razziste, prepotenti …

E’ il fuoco che David Maria Turoldo vorrebbe accendere, come scrive in una sua poesia, per rompere le false paci dei nostri monasteri. Che cosa ne abbiamo fatto di questo fuoco della Parola? Quante volte l’abbiamo spento davanti al potente di turno, davanti a logiche mondane in cui le stesse chiese sono cadute.

Ma è pur vero che il fuoco di questa Parola ha anche  riscaldato la nostra vita, ci ha liberato da una religione di facciata e ci ha messo in relazione con la nostra coscienza, con la capacità di pensare, di immaginare. Ci ha spinto a fare scelte vere, coerenti. Ci ha aiutato a vincere la paura, a prendere un po’ di coraggio nell’affrontare la vita e le sue sfide.

E un Vangelo quello di oggi che ci chiede di fare un passo in avanti nella maturità della vita, nella libertà della coscienza, nella adultità della fede.

L’immagine dei bagnanti di Siracusa che si tuffano in mare per soccorrere 164 siriani, tra i quali donne e bambini ci parla di un fuoco che brucia ancora dentro di noi, un fuoco che brucia e fa sentire tutta la passione per l’altro, per la dignità della sua vita, per il suo diritto. Persone spente non compirebbero mai questo piccolo-grande gesto.

Concludiamo con una curiosa risposta data da uno scrittore ad una apparentemente bizzarra domanda. Lo scrittore  Jan Cocteau alla domanda “ Se la vostra casa bruciasse, che cosa mettereste in salvo?” rispose “ il fuoco”

Nel contesto di questo Vangelo alla parola fuoco si potrebbe sostituire amore

Adozione etica. I Nostri Padri: “L’adultera e lo sguardo di Gesù verso gli ultimi”

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In vicinanza della Pasqua proponiamo la pagina di Vangelo che parla dell’adultera con l’interpretazione in chiave moderna dello sguardo di Gesù sulle donne e sugli ultimi.  Buona Pasqua a tutti!

di don Marco Campedelli e don Roberto Vinco – sacerdoti ed educatori

“Tutto è soggetto alle categorie degli uomini del sacro. Del potere sacro. Anche Dio “gode in questi ambienti di una libertà limitata” (Luigi Pozzani). La donna ha commesso adulterio – reato punito con la lapidazione. In questo contesto viene posta la questione a Gesù. Volevano metterlo alla prova…

Ma Gesù porta con sé un Dio che non è soggetto alla legge del tempio, è più grande del tempio, più grande della religione, più grande della morale. Ecco quello che fa Gesù: libera Dio dal recinto che lo soffoca, che gli fa recitare la parte del punitore. Il primo ad essere lapidato dalla religione, da ogni religione quando si ammala di fondamentalismo è Dio. Un Dio che si prende a pietre. Una religione malata di narcisismo e di potere uccide Dio per istallarsi sul suo trono. 

La donna viene trascinata nel mezzo, è un oggetto. A suoi giudici non interessa nulla di lei, lei è un pretesto per mettere alla prova Gesù- E’ un sistema patriarcale tremendo quello che agisce: che assolve i maschi e punisce le donne. Gesù pone una domanda ai suoi interlocutori: chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra.

Gesù fa in modo che il dito che gli scribi e farisei hanno puntato sulla donna si rivolga a loro stessi, in direzione della loro coscienza. E ad uno ad uno se ne vanno, lasciano cadere le pietre per terra. Rimane Gesù e la donna: al centro. Ma Gesù trasforma uno spazio di condanna in uno spazio di misericordia, di tenerezza, di perdono. Gesù scrive per terra.. Che cosa avrà scritto? Quanti se lo sono chiesti…! Ma ciò sembra non avere molta importanza . Sembra piuttosto che scriva per terra perché non vuole ferire con lo sguardo la donna che tanti, troppi  sguardi, hanno ferito e umiliato. Solo dopo quando invita la donna a guardarsi intorno Gesù gli rivela il suo sguardo e le dice: “Va in pace e non peccare più”… 

Questo è un Vangelo che ci educa a rovesciare gli spazi: dagli spazi dell’esclusione a quelli della misericordia, dei diritti umani, della dignità della persona. Un Vangelo che ci aiuta a rimettere al centro il Dio del Vangelo e non il dio della religione, il dio della morale, il dio del potere religioso. Un Vangelo che ci chiama a verificare una lunga prassi di pensiero patriarcale che ha creato esclusione anche nella chiesa, che ha ferito molte donne, che ha messo al centro non il diritto ma spesso l’umiliazione. 

Un Vangelo che ci aiuta a comprendere quanto possa essere importante lo sguardo sull’altro, come sia possibile convertire, cambiare lo sguardo. E ci aiuta anche a capire come uno sguardo malato su dio, porti a proiettare uno sguardo malato sul mondo, sugli altri…( uno sguardo patriarcale su dio genera uno sguardo violento sulle donne, sui bambini, sugli stranieri… )

Da questo Vangelo ci possiamo fare delle domande essenziali:

–          Quale Dio è al centro della nostra vita? Il Dio del Vangelo, compassionevole, liberatore, Padre… oppure il dio vendicativo, patriarcale, moralistico?

–          Abbiano cercato di convertire spazi di esclusione in spazi di accoglienza?

–          Abbiamo cercato di cambiare lo sguardo sugli altri? Sulle donne?

La prima lettura dal profeta Isaia è un invito alla speranza, un invito ad alzare lo sguardo : “ Ecco faccio nuova ogni cosa: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” Così con questa speranza andiamo verso la Pasqua.

In questi giorni sono avvenuti fatti che fanno sperare. Sembra che qualcosa germogli… non ce ne accorgiamo?

Viene eletto un Papa che si mette nome Francesco. Entra nelle case di tutti attraverso gli schermi e dice come direbbe chiunque viene a trovarci: Buonasera! Non è questa la sede per fare analisi dettagliate. Ma possiamo registrare un cambiamento di linguaggio. “ Vorrei una chiesa povera per i poveri”: Non eravamo più abituati a queste parole. Per alcuni sarà poco. Ma il germoglio sull’albero sembra essere spuntato. 

Nel nostro Paese una giovane presidente della Camera appena eletta parla dei diritti, della dignità di tutti, della tutela dei deboli. E’ una lingua che da tempo avevamo dimenticato. Per qualcuno sarà poco. Ma questo linguaggio assomiglia molto a quello delle Costituenti e dei Costituenti che ci hanno regalato la “ più bella Costituzione del mondo”. 

Al Senato sale come presidente un uomo che è stato allievo di Giovanni Falcone. Un uomo che ha combattuto la mafia. Per qualcuno sarà poco. Ma in un paese dove la moralità delle politica è precipitata nella vergogna… questo è qualcosa, questo è un segno che qualcosa germoglia.

E germoglia se il bene del Paese è messo al centro, Paese come persone, volti, storie, ferite, sogni… Così si può scoprire di avere una coscienza a cui rispondere che è molto di più che rispondere al proprio “guru”… La primavera e la Pasqua vanno insieme. Pasqua è primavera. Ma questa primavera, incomincia da noi, dal nostro sguardo su Dio, sul mondo, sull’altro…

Ci sono due immagini ispirate a san Francesco che appartengo al patrimonio mondiale ma che sono nate in questo nostro Bel Paese: l’affresco di Giotto, il sogno di papa Innocenzo che vede una chiesa ormai pronta a crollare sorretta dal Poverello di Assisi. L’altra è nelle stupende parole di Dante nell’XI canto del Paradiso: là dove dice che Madonna povertà rimase vedova per millecent’anni e che solo dopo aver incontrato Francesco potè risposarsi. “Questa privata del primo marito, millecent’anni e più diispetta e scura fino a costui si stette senza invito”.

Non sappiamo cosa ci riserverà il domani. Ma l’oggi sembra regalarci un germoglio. Questo ci basta per sperare nella Primavera.

Che la Pasqua ormai vicina possa essere per la chiesa e per il mondo una nuova primavera: così da ascoltare l’invito del salmo: getta via la veste del lutto e indossa l’abito della gioia….

AltroNatale. I Nostri Padri: “Buon Natale a quelli che…”

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di Valeria Poletti – studiosa di teologia e mamma adottiva

Buon Natale a quelli che …..

Buon Natale a quelli che ….. il presepe fa tanto tradizione, senza ricordarsi che quando san Francesco l’ha inventato per poco lo scomunicavano: come è possibile far fare Dio a un bambino vero e per giunta povero.

Buon Natale a quelli che ….. per Natale l’atmosfera ci fa sentire più buoni, per poi essere cinici il resto dell’anno

Buon Natale a quelli che ….. i re magi sono le nostre radici culturali: un re extracomunitario l’antichità poteva immaginarlo, il nostro civilizzato mondo fa ancora fatica

Buon Natale a quelli che ….. quanto mi commuovono gli angioletti e poi non li riconoscono nelle mille facce di ogni giorno

Buon Natale a quelli che ….. tanto basta stare insieme e poi non ci sono per nessuno negli altri giorni

Buon Natale a quelli che ….. non se ne può più di questo consumismo e partono per lontane spiagge

Buon Natale a quelli che ….. il bue e l’asino ha detto il Papa non sono mai esistiti, giusto, ma quanto daremmo per un respiro caldo e vicino vicino

Buon Natale a quelli che ….. non sopportano tutta questa melensaggine della stalla e della mangiatoia e magari dimenticano quanti si sentirebbero oggi privilegiati ad avere anche solo una capanna per ripararsi

Buon Natale a quelli che ….. magari gli va pure bene che Dio si faccia uomo, ma bello, simpatico, intelligente, colto, biondo e magari con l’occhio azzurro

 

Buon Natale a quelli che ….. tanto poi passa, vero, ma intanto anche stringere i denti fa male.

Buon Natale a quelli che ….. sono stanchi, perché nella capanna possono trovare un posticino anche per loro

Buon Natale a quelli che ….. si sentono in un buco nero, perché anche nella notte nera potrebbe sbucare una stella

Buon Natale a quelli che …..  non hanno tanta voglia di festeggiare, perché credo che anche per Giuseppe e Maria questi non siano stati giorni facili

Buon Natale a quelli che ….. hanno buona volontà e si ritrovano con pochi risultati: il Signore è venuto per loro. Sono loro gli invitati dagli angeli, perché sanno che solo nelle piccole cose sono nascoste quelle grandi.

Scelta delle superiori: “I messaggi importanti che la scuola deve lasciare ai nostri ragazzi”

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di don Roberto Vinco e don Marco Campedelli – educatori

Care Ragazze e cari Ragazzi,

siete ormai arrivati alla fine del vostro viaggio poi prenderete il largo per la vita. Vorremmo consegnarvi questo breve messaggio, come se fosse contenuto in una bottiglia e affidato alle acque. Nella Bibbia si parla di Decalogo, delle Dieci Parole consegnate a Mosè per il suo popolo. Vorremmo offrirvi un piccolo decalogo, dieci parole (tredici per la verità) che possano accompagnarvi: in un momento di crisi economica come questa, imparate a fare nuovi investimenti.

Investite sulla gentilezza mentre si allarga il margine della prepotenza. Non domandatevi sempre cosa costa una cosa per capirne il valore.

Pensate con la vostra testa. Esercitate il pensiero critico per capire le cose, diffidando di tutti gli stereotipi con cui di solito si valuta la vita e il mondo.

Leggete molto, fonti diverse, per non diventare mono-toni, chiusi dentro piccole o grandi ideologie.

Imparate a immaginare le cose, il mondo. Perché immaginando potrete anche cominciare a cambiarlo. Immaginate gli alberi di domani, i figli e le figlie che avrete, le città nelle quali potrete vivere. Disegnate nuove architetture, nuovi spazi per le idee, gli incontri, la festa.

Prendetevi cura della terra, come se fosse la vostra casa. Indignatevi quando vengono tagliati gli alberi per fare spazio a un centro commerciale. Custodite la memoria che c’è in ogni foglia. Pensate agli occhi che hanno visto prima dei vostri quello che voi ora vedete.

Imparate a guardare dalla parte dei piccoli: non sentitevi ridicoli quando giocate con i bambini, non pensate sia tempo perso rallentare il passo per parlare con i vecchi. Ricordate dei bambini che siete stati e dei vecchi che serenamente diventerete se saprete custodire questo segreto.

Leggete la vita per simboli e non per slogan. Il simbolo crea legami, custodisce il mistero che siete, mantiene aperte le domande della vita. Leggere in modo simbolico la vita significa sottrarla alla banalità. Imparate a dire la vita secondo un ordine diverso. Declinatela secondo l’ ordo amoris.

Occupatevi della vita degli altri. Non abbiate paura ad assumere responsabilità pubbliche, non crediate che la politica sia una “cosa sporca”. L’amore per la polis è amore maturo che sa pensare al futuro del mondo. Ma non c’è una vera politica senza un’autentica poetica che è visione, respiro, orizzonte.

Non cadete in nessuna trappola del potere, dell’economia, della politica, dei media, della religione: tenetevi i piedi liberi come il vento. Non esigete da nessuno genuflessioni. Nessuno deve inchinarsi per avere ciò che gli spetta: i propri diritti.

Siate forti nelle prove della vita, ma anche teneri. Non siate avari di abbracci; datene molti e ricevetene quanto vi è possibile. Non vergognatevi di piangere per le cose vere.

Imparate a raccontare e ascoltare racconti, custodite le storie, fate collezione di sguardi, aprite gallerie in cui esporre gli occhi che avrete incontrato nella vita, il loro colore, le lacrime e il riso che contengono.

Non pensate sia importante credere in Dio, ma piuttosto in quale Dio credere. Non rinchiudete Dio in un concetto astratto, in una regola morale, morirebbe di asfissia. Pensate che Dio è nel vento che vi pettina ogni mattina, nella Parola che risuona e ridisegna il mondo, negli incontri imprevisti che allargano la cerchia delle relazioni, nei sogni che si possono condividere, nei cammini di giustizia e di pace che si aprono davanti a voi.

Se potete siate felici e abbiate a cuore la felicità degli altri. Qualche volta provate a cantare. Il canto allarga il respiro e arriva come una carezza agli orecchi del mondo. Gli stonati sono davvero pochi, di certo non sarete voi. 

(fonte: combonifem.it 09/2012)

Storia familiare. I Nostri Padri: “Ogni vita è degna di una storiografia”

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di Valeria Poletti – studiosa di teologia e mamma adottiva

Secondo il cardinal Martini la linea demarcatoria del mondo non passa fuori da noi ma dentro i nostri cuori: non possiamo dividere il mondo in credenti e non credenti ma, secondo il suo invito, in pensanti e non pensanti. Per questo me la sono sentita di stendere alcuni pensieri: non sono proclami di fede ma letture e riletture, impastate di dubbi, di incertezze, di gioie e di consolazioni. Di umanità dunque.

Vi propongo i primi 18 versetti del vangelo di Matteo. Sono un noiosissimo elenco di avi di Gesù. Sono nomi di emeriti sconosciuti o quasi. Chi si aspetta, per il figlio di Dio, una genealogia di santi, re e conquistatori deve cambiare prospettiva. Non sono versetti che parlano di grandi eroi ma di dimenticati.

E la “buona notizia” sta proprio lì: ciascuna vita è degna di una storiografia. Nessuna vita è mai così piccola da non essere una rivelazione di eterne speranze.

Così in quegli aridi versetti troviamo vite inattese: Tamar bella, intensa ed incestuosa; Raab di professione prostituta e Ruth, candida ed astuta adescatrice. Strana famiglia quella di Gesù, dove si mescolano re ed emarginati.

Ma che bisogno c’era di scrivere questa genealogia: di tutte le cose che si potevano raccontare di lui, proprio una storia di nascita illegittima e di progenitori discutibili dovevano scrivere? Perchè inserire un figlio adottato in un albero genealogico, senza se e senza ma.

Essere figlio è essere parte di una storia. La storia può avere vari rami, grovigli di radici, ma ad un certo punto c’è un innesto che affilia. L’incarnazione di Gesù è un’affiliazione, un’affiliazione che non significa sangue. Non c’è sangue puro nella sua genealogia e nemmeno nella sua nascita, ma c’è appartenenza. Questo è essere figli.

Giuseppe il padre adottivo ci dice qualcosa di definitivo sull’affiliazione: Gesù è della sua famiglia, e basta. Giuseppe, figlio del suo tempo, pensava alla paternità come potenza sessuale, come atto volontario e voleva ripudiare Maria. Poi sogna (nell’antichità dire sogno era dire interiorità e profondità) e capisce che ogni paternità è adottiva e che ogni paternità è percorso e non stato o possesso.

Maria e Giuseppe non sono una coppia sdolcinata e patinata, sono genitori molto molto deprivati. Giuseppe deve perdere la mentalità maschilista del procreatore ed accettare di perdere l’iniziativa. Maria deve abbandonare i sogni infantili di un figlio perfetto. La sua risposta all’angelo «sia fatta la tua volontà» non esprime la rassegnazione di chi capisce che non avrà il figlio che ogni madre desidera, ma è risposta dolorosa di chi accetta un figlio reale e non immaginato, un figlio che non avrà di sicuro la vita che le madri desiderano per i propri ragazzi: testardo, disubbidiente, emarginato, sbeffeggiato, braccato dalle forze dell’ordine. Ma pur sempre amato, anche nella sua incomprensibilità, riconosciuto per quello che era: un figlio.

Se volete approfondire le riflessioni i testi di riferimento sono due: Paul Beauchamp, “Cinquanta ritratti biblici” e Jean Paul Pierron con “I genitori non si scelgono”.

 

Storia familiare. I Nostri Padri: “C’è tanto bisogno di fiducia”

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Il sottotitolo del nostro blog è:  “Genitori adottivi realisti….senza perdere la fiducia”.

Nei momenti difficili si ricordano situazioni di nonni, parenti e amici che si sono trovati ad affrontare vicende simili. Allora mi sono detta: “Perché non partire da più lontano? Dove affondano le nostre radici? Sulla mia strada ho incontrato Valeria, mamma adottiva di due bambini ma anche studiosa di teologia. Mi è sembrata una risposta alle mie domande.

Il blog ha un approccio laico, ma con Valeria abbiamo pensato di calare nella realtà ciò che ci hanno detto i Nostri Padri durante tutta la loro esperienza umana. Certo se fossimo musulmane avremo ripreso il “Corano”. Il nostro punto di riferimento sarà la Bibbia, considerato uno dei testi più completi nel raccontare la nostra storia.

L’idea è nata dalle statistiche del blog. Molte persone hanno cliccato “Una possibile interpretazione della parabola del figliol prodigo” e le riflessioni di don Roberto Vinco che riprendono il figliol prodigo e la parabola del buon Samaritano. Ho capito che c’è sete di speranza, c’è sete di risposte, c’è sete di fiducia.

Lo scopo di questo momento di riflessione è appunto quello di ritrovare le energie e non sentirci soli di fronte al mistero della vita.

Auguriamo a Valeria “Buon Lavoro”. Figli e famiglia permettendo, la ritroveremo alla fine di ogni sezione del blog.

Famiglie imperfette: “Essere padre… 4) La gratuità

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di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

L’esperienza dell’ affido è caratterizzata soprattutto dalla “provvisorietà” e dalla “gratuità”.  L’affido di un minore è sempre a tempo determinato. Il periodo non lo decidi tu, ma un altro. Lo decide il Giudice del Tribunale. Talvolta proprio nel momento in cui il rapporto e il dialogo incomincia a crescere, un provvedimento del Tribunale o un intervento della famiglia di origine rischiano di interrompere tutto bruscamente, compromettendo il lavoro di mesi, di anni.  Inevitabilmente con i ragazzi si crea un profondo legame umano, che se non è vissuto con maturità e all’insegna della gratuità, non è facile poi affrontarlo con serenità ed equilibrio nel momento del distacco.

 Ciò che mi ha aiutato a crescere nella dimensione della “gratuità” è stato soprattutto il confronto quotidiano con la Parola di Dio.

Una delle pagine evangeliche più significative che mettono in risalto come la struttura portante della relazione è la gratuità e non la reciprocità è la parabola del “buon samaritano”.  Il buon samaritano è l’uomo che trova la propria identità soccorrendo l’altro.  Il Samaritano non si ferma a raccogliere l’altro perché l’altro è il suo prossimo. Infatti, non sa neanche chi sia quel povero malcapitato pestato dai briganti. Non vede neppure il suo volto. Per lui è un anonimo, l’ignoto. Eppure si ferma. Il suo gesto è pura gratuità.

In un bellissimo commento a questa pagina di Luca il filosofo e teologo Armido Rizzi vede nella parabola del buon samaritano un concentrato della teologia biblica dell’alterità.  La domanda iniziale che il dottore della legge fa a Gesù “ Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” è una formula biblica per indicare il desiderio di trovare e realizzare la propria identità, scoprire e compiere il senso del proprio esistere.  Che cosa risponde Gesù? “ Va’ e anche tu fa lo stesso” In altre parole, come ha fatto il buon samaritano.  Perciò fare come il samaritano è la condizione per poter capire il senso del proprio esistere, il senso della propria vita.

Ma che cosa ha fatto il samaritano?  La parabola non ci dice “che ha amato il suo prossimo”, ma che “si è fatto prossimo”.

La novità sta proprio in questo. Infatti alla domanda del dottore della legge “ Chi è il mio prossimo?” Gesù contrappone un’altra domanda “ Chi si è fatto prossimo?”.  Questi due verbi: “essere” e “farsi” delineano due modi di essere molto diversi tra loro. L’ ”essere prossimo” indica un dato di fatto e definisce la collocazione dell’altro rispetto a te. Invece il “farsi prossimo” delinea una tua libera scelta, una tua spontanea iniziativa.

Per Gesù la dimensione dell’amore non è la reciprocità, ma la “gratuità”.  Io devo amare l’altro in ragione del suo bisogno, così come Dio-Padre ama ognuno di noi nella nostra radicale povertà.

Lo stesso insegnamento lo ritroviamo anche nell’altra meravigliosa parabola definita, a detta di molti a torto, la parabola del “figliol prodigo”.

Chi è, infatti, il vero protagonista del racconto? Il padre o i figli?  Ciò che scandalizza non è il comportamento dei figli. E’ abbastanza facile identificarsi nel comportamento di uno dei due figli. Chi non ha rifiutato qualche volta la casa del Padre? Chi di noi non si è sentito qualche volta invidioso?

Lo scandalo di questa parabola è l’atteggiamento del padre.

Di fronte alle richieste del figlio, non oppone resistenza. Lo lascia libero di andarsene. Non rompe le sue relazioni, ma continua ad attenderlo. Proprio la parabola sottolinea: “lo vide…,gli andò incontro…, lo baciò…”. Al ritorno non gli rinfaccia le sue colpe, non lo rimprovera, non lo punisce, ma gioisce e fa festa.  E’ un padre che perdona e ama di un amore gratuito.

Famiglie imperfette: “Essere padre… 3) Padre non si nasce, ma si diventa”

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di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Educatori non si nasce, ma si diventa, poco alla volta. Dopo i primi tre mesi dell’esperienza di affido volevo abbandonare tutto. Mi sentivo soprattutto incapace di affrontare certi problemi e situazioni umane così difficili e delicate. L’incontro con un ragazzo che ha subito ogni forma di violenza e che si ritrova con una personalità distrutta, fa crollare ogni schema educativo prefissato e ti costringe ad “inventare” di volta in volta il “che cosa fare” senza falsi preconcetti e con la disponibilità a ricominciare sempre di nuovo. Di fronte ai continui fallimenti sei costretto a recuperare una buona dose di “capacità-autocritica” attraverso una continua verifica dei progetti e dei programmi. Bisogna imparare ad accettare con serenità il proprio limite, la propria debolezza, la propria parzialità, cercando di non lasciarsi sopraffare dall’emotività. La coscienza del tuo limite ti mette in convizione di percepire il mistero che ti circonda.

Qual è la condizione fondamentale che sta alla base di una vera relazione?

Bisogna partire – scrive Lévinas – dall’ascolto dell’altro”.

Il vero atteggiamento perché il soggetto possa scoprire l’altro come soggetto e non come oggetto, è una profonda capacità di “ascolto”.

E “ascoltare” l’appello di chi si trova in difficoltà, vuol dire saper cogliere la negatività della persona che ha subito violenza per cercare di eliminarla, investendovi volontà, intelligenza, cuore, affettività, tempo, soldi. La totalità del mio “io”.

Vuol dire imparare a guardare la realtà dal punto di vista degli “sconfitti”, degli emarginati.

Il volto dell’altro, scrive Lévinas, è la “differenza” che come visitazione, irrompe con la forza della sua nudità di bisogno, e mi convoca alla responsabilità“.

Ciò che mi obbliga eticamente, prima ancora che religiosamente, a fare qualcosa per l’altro, è l’appello che ogni vita gracile e indifesa rivolge a me che le sto accanto.

Quindi più che “conoscere” l’altro bisogna anzitutto rendersi conto delle “responsabilità” che si hanno di fronte all’altro.

I care” aveva scritto don Milani sulla porta della scuola di Barbiana. ” Me ne importa, mi prendo cura“.

L’altro non chiede di essere compreso, conosciuto, posseduto o compatito. Chiede essenzialmente una risposta di “giustizia”, una assunzione di responsabilità.

C’è una espressione di cortesia che spesso diciamo quando incontriamo qualcuno all’ingresso di una porta: “Prego dopo di lei“.

Secondo Lévinas questo “dopo” non è semplicemente una formalità ma esprime qualche cosa di “ontologico-metafisico”: “l’altro ha sempre la precedenza su di me“.

Perchè? Perchè io non ho alcun potere su di lui. Anzi sono chiamato ad occuparmi di lui, del suo benessere, della sua salute.

E me ne devo occupare senza esigere reciprocità, perché la relazione con l’altro non è simmetrica.

La solidarietà non è una conoscenza in più, ma una diversa qualità della relazione con l’altro. Una relazione all’insegna del “dono” della “gratuità”, dell’ “uscire da sé”.

Ed uscire da sé non vuol dire perdersi o rinnegarsi, ma un “crescere”, un aprirsi a possibilità nascoste, imprevedibili. Vuol dire concepire la propria esistenza non più basata sul “conosci te stesso”, sul “potenziamento” del proprio io, ma sulla “relazione”. Una relazione che è un “faccia a faccia”, un entrare in rapporto, un “comunicare”.

Se non viene rispettata questa correlazione, le conseguenze sono tragiche. Infatti se l’io non ammette l’altro come soggetto cercherà di ridurlo ad oggetto. E questo vale non solo per le persone, ma anche per le cose, per la natura, per Dio.

Famiglie imperfette: “Essere padre… 2) Per poter dare, bisogna essere”

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di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

 Le prime difficoltà mi hanno fatto prendere coscienza che “per poter dare veramente, bisogna prima essere”. Di fronte a certi problemi e a certe situazioni, non è sufficiente l’entusiasmo e la buona volontà. Occorrono preparazione, riflessione, maturità. L’incontro con la realtà dell’emarginazione ha infranto tutte le mie sicurezze, le mie certezze, ha messo in questione tutta la mia personalità. L’altro, in particolare l’altro-povero-emarginato, ti interpella, ti provoca, ti educa, ti cambia, ti costringe ad uscire dall’indifferenza, a cercare delle risposte, ad assumere delle responsabilità.

 La relazione con l’altro, dice Lévinas, è il punto di partenza per la ridefinizione di noi stessi. “E’ l’altro che fa scoprire te stesso”.

E il grande scrittore e poeta Pablo Neruda diceva: “Nascere non basta, è per rinascere che siamo nati”.

Ma per riuscire a mettere al primo posto l’altro, scrive Italo Mancini, “ci vuole un vero arrovesciamento di cultura e di mentalità”.

Bisogna passare dall’umanesimo del “soggetto”, dell’ “io”, all’umanesimo dell’altro uomo. Bisogna, dice ancora Ricoeur, deporre l’io dalla sua sovranità per far posto all’altro e ripensare la propria esistenza come “essere per l’altro, con l’altro e grazie all’altro“.

Occorre, come scrive Lévinas, vedere nell’altro “un volto da scoprire, contemplare, accarezzare”.

Ad Ulisse, ideale di uomo del mondo greco-classico, bisogna contrapporre la figura di Abramo, immagine dell’uomo che ha le sue radici nella tradizione ebraico-cristiana.

Ulisse è il simbolo dell’uomo che ricerca se stesso, che ha dei progetti ben delimitati e chiari, che pone la sua fiducia solo nelle sue forze.

Abramo invece è il simbolo dell’uomo che esce da sé, che si fida dell’Altro, che interpreta la vita come un continuo “esodo”.

Impostare la vita secondo gli schemi e i principi ben precisi di Ulisse dà molta sicurezza e tranquillità. Pur in mezzo a tante difficoltà e rischi, Ulisse sa dove va.

L’avventura di Abramo invece è molto più dura e piena di incertezze. Abramo non sa dove va, conosce soltanto quello che lascia. Ha il biglietto di sola andata e il suo domani è incerto. Il suo futuro non è “a casa”, ma “altrove”, non è in un ritorno, ma in una “uscita”. 

Ma il “rinascere” ad una nuova cultura, ripensare una nuova antropologia, non è frutto di una semplice decisione razionale. E’ necessario un lungo cammino di ricerca, di tentativi, di progetti, di fallimenti.

(continua…)

Famiglie imperfette: “Essere padre… 1) L’esperienza”

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di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Dall’ottobre del ’78 ho scelto di vivere con un piccolo gruppo di ragazzi in affidamento dal Tribunale dei minorenni.

Ho iniziato quasi per caso. Con molto entusiasmo, ma anche con tanta ingenuità e incoscienza. Con motivazioni umane e di fede maturate da anni, ma senza alcuna preparazione specifica rispetto al problema dei minori in difficoltà e dell’emarginazione.

I ragazzi affidati, sempre di età compresa tra i 13 e i 18 anni, provenivano da situazioni famigliari molto difficili. Problemi di alcolismo, droga, prostituzione, carcere, stato di abbandono. Quindi ragazzi “violentati” fin dalla loro infanzia. Cresciuti fin dai primi anni senza figure “autorevoli” di riferimento, sia dal punto di vista affettivo sia da quello educativo.

La famiglia d’origine è sempre piuttosto “fragile”, con una madre che spesso scambia il bisogno di affetto con l’immediata soddisfazione di bisogni materiali, e con un padre per lo più assente e violento.

La scuola non è assolutamente preparata a rispondere adeguatamente a questi bisogni e di conseguenza li emargina e li rifiuta.

Il quartiere non offre né luoghi né momenti di incontro. Per il tempo libero mancano spazi e proposte e la strada diventa l’unica “scuola” dove imparare a vivere e a sopravvivere.

Raramente nella pastorale parrocchiale rientrano progetti e programmi seri a favore di questi ragazzi. Le uniche iniziative “ecclesiali” sono legate a qualche persona singola, a gruppi di volontariato o a forme tradizionali di assistenzialismo.

Anche se è difficile delineare il ragazzo a rischio “tipo”, in quanto ognuno ha una sua particolare storia che lo rende “unico”, tuttavia c’è una caratteristica che li accomuna. Sono tutti ragazzi alla ricerca disperata di qualcuno disposto a volergli bene, con una personalità “debole”, cresciuti senza “spina dorsale”, che crollano alle prime difficoltà. Con una formula che esprime molto bene la realtà giovanile di oggi potremmo dire che sono “ragazzi senza padre”, cioè senza punti di riferimento, senza quel minimo di sicurezze che sono indispensabili per affrontare le difficoltà della vita.

Fin dall’inizio l’impatto con questa realtà è stato difficilissimo. Gli appoggi esterni (Enti pubblici e Chiesa) erano piuttosto latitanti. Bisognava arrangiarsi con l’aiuto e la solidarietà di qualche amico.

Anche se il problema “ragazzi” spesso mi coinvolgeva in modo stressante, tuttavia non ho mai voluto rinunciare né all’insegnamento, né allo studio e tanto meno agli “spazi personali”.

Credo che siano stati soprattutto questi momenti, accompagnati ad una esperienza di fede costretta a confrontarsi continuamente con la vita concreta, che mi hanno aiutato ad acquisire quell’equilibrio e quella serenità interiore indispensabili per non essere travolti dalle tensioni quotidiane.

Se da una parte la fede evangelica mi ha dato la forza di interpretare la vita come “condivisione” e come “gratuità”, dall’altra le critiche alla religione del Padre da parte di alcuni filosofi del sospetto, come Nietzsche e Freud, mi hanno aiutato a purificare la mia fede.

Inoltre le riflessioni di pensatori come Buber, Lévinas, Ricoeur, don Milani, Mancini, Balducci, mi hanno dato quello spunto per “inventare” di volta in volta il “che fare” di fronte ai tanti dubbi ed agli innumerevoli interrogativi.

Che cosa vuol dire “relazionarsi” con ragazzi con alle spalle esperienze traumatiche di violenza?

Che cosa vuol dire aiutare un adolescente a diventare adulto, quando nella sua infanzia non ha mai conosciuto l’affetto profondo di un padre e di una madre?

Che cosa vuol dire “educare”, “reinserire”, rendere “normale”?

Ma che cosa è la “normalità” in una società dove i valori sono ridotti al successo e al denaro?

Attraverso  dei brevi spunti di riflessione vorrei tentare di far vedere quanto sia importante cercare sempre di coniugare la teoria, cioè quello che si legge e si studia sui libri, con l’esperienza quotidiana.

(continua…)

Famiglie imperfette: “Essere padre per chi non ha padre”

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Don Roberto ci ha inviato questo scritto, nato da un’esperienza diretta nel campo dell’affido, che ben si inserisce a questo punto del blog. Lo ringraziamo della sua testimonianza in cui, per dubbi e difficoltà quotidiane, ma anche per le soddisfazioni, buona parte di noi si può riconoscere.

Per facilitare la lettura il testo sarà diviso in cinque parti.

 

Riflessioni su una esperienza di affido

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario 

Infinite, si dice spesso ironicamente, sono le vie del Signore.

Mi ero preparato per anni al sacerdozio. Mi chiedevo continuamente che cosa volesse dire essere prete oggi. Non mi ero mai pensato come “padre”. Improvvisamente mi sono ritrovato a far da “padre” ad alcuni ragazzi dai 13 ai 18 anni.

Le domande che mi hanno accompagnato in questi venti anni di esperienza di “padre” in un “gruppo-famiglia” con adolescenti in difficoltà sono state innumerevoli. Che cosa vuol dire fare da padre ad un ragazzo che non è tuo figlio? Che cosa vuol dire fare da padre ad un adolescente che ha vissuto la sua infanzia con un genitore spesso violento ed assente? Come conciliare i propri impegni di prete, di insegnante e di “padre”? Come parlare di Dio-Padre a chi non ha mai conosciuto l’amore profondo di un padre?

Se è vero, come ha detto Freud, che per ogni uomo, l’idea di Dio si forma a partire dall’immagine del proprio padre e che quindi il rapporto con Dio dipende dal rapporto avuto con il padre, che idea può avere di Dio un ragazzo con alle spalle una esperienza di un padre alcolizzato o drogato e dal quale ha avuto soltanto botte?

 Gli stessi interrogativi che mi ponevo nei primi mesi della mia esperienza, sono gli stessi che mi hanno sempre accompagnato in tutti questi anni e che mi pongo ancora continuamente. Più che di “risposte” ho vissuto di tentativi, di dubbi, di errori, di crisi, ma anche di grandi soddisfazioni, con qualche piccolo successo e con una fede che mi ha dato la forza di guardare sempre avanti con una profonda serenità interiore. 

Questa esperienza di “padre” mi ha insegnato soprattutto alcune cose essenziali:

–   che padri non si è, ma si diventa;

–   che diventare padri vuol dire essenzialmente diventare adulti;

–   che si cresce soltanto se si ha il coraggio di mettersi sempre in discussione. 

E’ stato l’impatto con il difficile mondo dei “minori in difficoltà”, con ragazzi che subiscono fin dalla loro infanzia diverse forme di violenza, che mi ha costretto a mettermi in discussione e a rivedere tutto me stesso, la mia mentalità, la mia formazione, le mie idee, il mio rapportarmi alla realtà dei “poveri”, degli “ultimi”, degli “emarginati”.

E’ sempre molto difficile parlare della propria esperienza personale. E’ impossibile tradurre in parole, in concetti, l’interiorità, la complessità e la ricchezza di certe esperienze. Più che un discorso articolato o una analisi di una esperienza, vorrei semplicemente offrire degli spunti di riflessione cercando di coniugare assieme tre elementi fondamentali del mio vissuto:

1) la vita quotidiana in famiglia con i ragazzi;

2) lo studio e l’insegnamento della filosofia;

3) la ricerca continua di una fede evangelica autentica.

 (continua..)

La fuga da casa: “Una possibile interpretazione della parabola del figliol prodigo”

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Quando ci si trova in difficoltà ci si appiglia a qualsiasi cosa ed io ho pensato alla “parabola del figliol prodigo” che conosciamo più o meno tutti.

Prima di tutto il padre non ostacola la partenza del figlio. Lo guarda con preoccupazione, ma capisce che non può vivere al posto suo, non può tenerlo sotto una campana di vetro. La vita fuori casa è più pericolosa senza la dovuta preparazione e maturazione, anche più vera e crudele, maestra in tutti i sensi.

Secondo, la porta rimane aperta. Se torni ti accetterò di nuovo perché, se torni,  hai capito che in questa casa ci sono delle regole e hai deciso di accondiscendere, almeno in parte.

Terzo, torni e cominci a fare il gradasso di nuovo? Sai cosa c’è fuori, l’hai già sperimentato. La decisione dipende solo da te.

Queste valutazioni sono riferite al caso di figli maggiorenni.

Ho visto due film di cui non ricordo il titolo. Nel primo c’era un padre preoccupato per il figlio adolescente e un suo amico gli dice: “Guarda che il prossimo anno va al college e là non lo potrai controllare”. Nel secondo una madre vede partire la figlia ventenne con un ragazzo conosciuto da poco. Si sente fallita nel suo ruolo protettivo e una sua amica le dice: “Tu non hai il compito di trattenerla. Hai il compito di preparare la strada per il ritorno”.

Da mamma adottiva posso dire che forse noi genitori adottivi siamo un po’ apprensivi. Ci facciamo carico di proteggere, tra mille equilibrismi, un “bene prezioso”, forte e fragile nello stesso tempo. Forte perché i nostri figli conoscono cose della vita che noi non possiamo neanche immaginare. Fragile perché sono sempre alla ricerca di quell’amore che non hanno avuto nelle prime fasi della loro esistenza e rischiano di farsi plagiare. Il nostro compito è quello di seguirli con occhio vigile, pretendere il rispetto delle regole con la dovuta flessibilità e prepararli all’autonomia.

Ho la speranza che il rapporto tra genitori e figlio si possa ritrovare alla fine di questo percorso quando, uscito di casa il figlio, verranno meno le conflittualità e ci sarà il vero piacere di ritrovarsi e stare insieme.