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Sessualità/gravidanze precoci. L’esperto: “Parlare di sesso con il linguaggio dei ragazzi”

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Se vogliamo parlare con i ragazzi dobbiamo avvicinare il nostro linguaggio al loro. Invece il più delle volte i genitori vogliono evitare la fatica e scappano dal loro ruolo di adulti guida. Questa è l’opinione di Anna Oliverio Ferraris pubblicata su Repubblica.it qualche tempo fa.

Sebbene il rapporto UNFPA ci abbia informato che in Italia le gravidanze precoci siano ben inferiori agli standard di Usa e UK, il fenomeno esiste anche da noi e va limitato. L’intervista sottolinea ancora una volta quanto sia importante la relazione tra genitori e figli.

“Quello che manca è un’educazione sia sessuale che sentimentale”

Parla Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia evolutiva all’Università La Sapienza di Roma. “I genitori non hanno il linguaggio giusto per parlare di sesso e lo fanno sempre meno, e sempre meno mettono dei filtri che invece andrebbero imposti”

“Per molti adolescenti il rapporto sessuale è una sorta di rito di passaggio all’età adulta, viene vissuto come un raggiungimento di qualcosa, una ricerca di identità, ed è pericoloso perché il gruppo conta molto in questo tipo di scelta. Se l’ha fatto lei ed è andato tutto bene, allora posso farlo anche io. E’ questo il messaggio che arriva. E invece a volte per la troppa leggerezza può arrivare anche una gravidanza, a 15 anni”. A parlare è Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva e docente all’Università La Sapienza di Roma.

Perché in Italia ci sono tante baby mamme?

“Il problema è che il sesso arriva da tutte le parti, dai media, dalla televisione, da Internet soprattutto, con i siti porno che hanno dell’irreale, dove la sessualità è vissuta solo come strumento di piacere. Quindi i giovani vivono in una maggiore disinibizione rispetto a una volta e, d’altra parte, manca un’educazione sessuale e sentimentale adeguata. Io credo che si dovrebbe cominciare dalle scuole medie, molti paesi europei propongono l’educazione sessuale già nelle scuole secondarie e sarebbe importante avviare questa buona pratica anche in Italia perché ci sono gravi carenze soprattutto nelle famiglie. I genitori non hanno il linguaggio giusto per parlare di sesso e lo fanno sempre meno, e sempre meno mettono dei filtri che invece andrebbero imposti. Andrebbero messi dei filtri a Internet appunto e anche agli orari delle uscite serali. L’adolescenza è un passaggio, è un’età critica e i giovani sono molto esposti. Se non c’è chi li frena con amore, queste gravidanze e altre situazioni a rischio sono sempre più probabili. I genitori insomma devono tornare a fare i genitori e fare attenzione al contesto che c’è attorno al ragazzo”.

Due minori a rischio, la mamma e il neonato. Ma chi avrà più problemi?

“E’ una domanda difficile, forse rischia di più la mamma che improvvisamente deve modificare il suo progetto di vita, ammesso che lo avesse. Adolescenza e maternità sono due momenti di crisi e vissuti contemporaneamente possono portare ad un cortocircuito. La neomamma andrebbe supportata dalla famiglia di origine e da un counselor esterno perché a volte il rischio è che anche che la nonna per aiutare la figlia scavalchi la vera mamma. E invece il bambino ha bisogno di riconoscere un’unica figura materna. Ci vuole molta saggezza, con le neomamme così giovani non bisogna essere troppo invadenti e possessivi e tantomeno avere un giudizio troppo critico. Credo che vada aiutata soprattutto la mamma perché ovviamente se lei ha un approccio sano anche il bambino ne beneficerà. Altrimenti, se lasciata a se stessa, potrebbe avere un rapporto contrastato con il bimbo perché a quell’età, tra i 16 ed i 17 anni non ci sono ancora la maturità e stabilità per affrontare tutte le esigenze di un bambino appena nato. Quindi è necessario farsi aiutare”.

Secondo lei le baby mamme aumenteranno nei prossimi anni?

“Potrebbe accadere se non si educa a una consapevolezza. Io registro una precocizzazione dei comportamenti da adulti degli adolescenti. I ragazzini di 13 anni escono la notte, si vestono da adulti, hanno atteggiamenti da grandi anche le pubblicità da cui siamo bombardati tendono ad adultizzare i bambini, questo può portarli a pensare di essere grandi davvero ma finché è una recita va bene, poi invece capitano fatti reali come una gravidanza e la vita si fa dura improvvisamente”.

(fonte: repubblica.it – nov 2012)

Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Sessualità/abusi su minori: “Il significato dell’incesto”

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di Monica Rizzi, psicoterapeuta

L’incesto ha sicuramente origine dal fallimento di una coppia di genitori e dalla confusione dei ruoli nella famiglia stessa.

Per la psicologia l’incesto costituirebbe un potentissimo regolatore dei conflitti interni alla coppia perché permette alla famiglia di restare “unita” ed alla madre di continuare ad avere un partner accanto a sé.

Questo dovrebbe giustificare, se di giustificazione si può parlare, la tendenza riscontrata frequentemente nelle madri a coprire o a fingere di ignorare le dinamiche incestuose ricorrenti fra il proprio compagno e la propria figlia.

La trasformazione sociale della famiglia e del ruolo della donna sono alcuni fattori indicati come causa dell’incesto. E’ davanti a tutti che la famiglia di oggi è spesso mononucleare o ricomposta, socialmente isolata, ha scarsi riferimenti familiari oltre a risultare delegante rispetto ai suoi compiti supportivi ed educativi. L’altra trasformazione sociale è quella relativa al ruolo della donna che, grazie alle maggiori opportunità di autodeterminazione rispetto al passato, costituisce un nuovo soggetto sociale con cui l’uomo è chiamato a confrontarsi. Non è da sottovalutare la crescente disoccupazione, che può anch’essa essere ritenuta come un fattore di stress che a volte favorisce l’espressione dell’abuso sessuale intra familiare…(…)

Nell’incesto l’abusante tende a stabilire con la figlia un rapporto esclusivo, la elegge a figlia preferita, oppure cerca una particolare vicinanza affettiva mostrandosi incompreso e bisognoso di cure. Solitamente mette in atto delle strategie volte a svalutare la figura materna così da interferire nella relazione madre-figlia.

Per riuscire a dare una misura al danno psicologico del minore abusato è dunque fondamentale comprendere che il fattore psicopatogeno principale nell’incesto è la confusione a lungo termine dei livelli cognitivi, emozionali e sessuali di relazione tra le diverse generazioni. (…) L’adulto lo dovrebbe guidare e proteggere invece allo stesso tempo è la figura da cui deve difendersi.

(…) I bambini abusati imparano ad associare la sessualità alle attenzioni che gli altri possono avere nei loro confronti e spesso tendono ad usare il comportamento sessuale per manipolare gli altri; spesso passano da una posizione passiva ad una attiva in cui cercano di controllare l’ansia e l’angoscia del trauma.

(fonte: Atti del convegno. “Di’ di no! Possiamo proteggere i nostri bambini e le nostre bambine dall’abuso sessuale?” – Commissione Pari Opportunità di Brescia 2002)

Resoconto Convegno ICYC 2015: “Chi è Paco?” – origini, scuola e conflitti tra genitori e figli adottivi

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Ringraziamo Chiara Pironi, una mamma ICYC, che ci ha mandato “pillole di saggezza” dal Convegno che si è tenuto a Tortoreto (TE) il 4 – 5 – 6 settembre 2015. Ancora una volta i nostri ragazzi ci hanno insegnato tanto. Ascoltiamo la loro voce per trovare il nostro punto d’incontro con loro.

 

di Chiara Pironi, mamma adottiva

Quest’anno il Convegno della Pro Icyc ha lasciato spazio, come l’anno scorso, ai ragazzi oggi diventati adulti.

I temi che hanno voluto affrontare sono stati:

1) origini

2) scuola

3) conflitti e interessi.

Prima di analizzare i tre temi, hanno voluto introdurre il convegno con una deliziosa storiella sull’origine di Paco, il protagonista del misterioso titolo scelto quest’anno per il convegno.

“Il piccolo Pesce Rosso, in cerca di sua zia, intraprende un viaggio insieme alla sua famiglia da sud verso nord, ma una notte una forte tempesta costringe suo padre ad affidarlo a Papà Azzurro e alla sua famiglia. Così Pesce Rosso si risveglia alla mattina e vedendo visi sconosciuti attorno a lui si sente sempre più solo e triste. Anche a scuola sta male e viene sempre deriso dai suoi compagni per il colore della pelle. Scappa, scappa e tutte le volte Papà Azzurro lo riporta a casa. Poi un giorno arriva a scuola un nuovo compagno, Pesce Verde. Lui è sempre felice e allegro e a nulla gli importa della sua diversità. Così Paco capisce che la sua famiglia è la sua forza e, anche se non mancano i momenti di sconforto pensando alla sua prima famiglia, immagina quello che sarebbe stato senza la sua famiglia Azzurra, se non fossero passati in quel momento in mezzo alla tempesta, che ne sarebbe stato di lui. E allora la sua pinna rossa diventa un pochino azzurra …. un arcobaleno di  legami è la metafora dell’adozione”

Voi genitori come vi sentite dopo avere sentito questa storia, cosa consigliate a Paco?

G = GENITORE                 F = FIGLIO

G: Il nostro sogno!!!

G: Sicuramente Paco è uno di voi, ma noi non siamo come la famiglia Azzurra, già completa. Noi abbiamo bisogno di voi, perché siete voi i nostri figli. Abbiate la consapevolezza di accettare quello che è successo nella vostra vita, come noi abbiamo accettato che dalla nostra pancia nessun figlio potrà nascere. Accettiamo quello che siamo e nascerà una cosa meravigliosa!

G: Figli silenziosi e famiglie accoglienti in attesa di capire quello che hanno, in attesa di essere adottati da loro..

F: Anche per i genitori, come per noi, non deve essere semplice soprattutto con bimbi più grandi. Ci dobbiamo accettare e sono contento che sia andata così.

F: L’adozione è a doppio senso e viene naturale adottarsi con la condivisione delle cose che ci fanno stare bene.

F: Per me l’adozione è stata fiducia. Io ho cominciato ad avere fiducia della mia famiglia a 20 anni. Genitori dovete sempre esserci.

G: Non mi piace la parola “accettare” perché nessuno ci ha obbligati a fare niente!

G: Dopo 13 anni dall’adozione vi dico che è stata dura, ma bellissimo. Sono al convegno oggi dopo 10 anni perché avevo voglia di vedere i miei “fratelli”. La famiglia nasce prima di tutto dal marito e dalla moglie.

G: I migliori educatori dei genitori sono i figli. “Accettazione”, in questo caso, è inteso come “accettazione della realtà”.

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1° tema: ORIGINI

F: Chiunque di noi ha bisogno di appartenere a qualcuno, a qualcosa, un paese o una cultura e allora facciamo viaggi sia fisici che mentali. Esistiamo perché ci relazioniamo con altri individui. Chi sono, perché esito? Ho provato a partire e tornare in Cile, ma non l’ho ancora fatto perché ho paura di incontrare la persona che mi ha messo al mondo. I viaggi verso l’ignoto non sempre ci aiutano anzi a volte pregiudicano la nostra vita futura. Non possiamo intraprendere un viaggio senza essere seguiti da qualche specialista, non si può intraprendere un viaggio solo con l’aiuto dei social. E poi non ci sei solo tu, quando decidi di scoprire le tue origini c’è anche un’altra persona e allora per fortuna che ci sono le leggi che tutelano entrambe le parti.

F: Sono tornata in Cile perché non sapevo più chi ero. Sono stata 6 mesi e ho conosciuto la mia famiglia perché dovevo sapere a chi assomigliavo. Solo questo mi interessava. Ora non ho rapporti con loro. Durante il mio viaggio ho visto cose brutte e per la prima volta mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasta lì. Il viaggio in Cile mi ha aiutato a capire i miei genitori e ad avere fiducia in loro.

G: Al rientro dal Cile quando mi dissero: “Abbiate cura di lei”, mi sono sentito responsabile di una cosa talmente grande che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi emoziono.

F: Io contattai direttamente il mio Hogar e sono tornato in Cile per vedere il popolo cileno, conoscere i sapori, i profumi. Sono andato a Quinta ed è stata una esperienza meravigliosa. Finalmente avevo dato una immagine al Cile e al mio Hogar. Tanti occhi bisognosi di una mamma e un papà, un immenso bisogno di essere unici!

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2° tema: LEGAMI E CONFLITTI.

F: La costruzione di un legame nasce attraverso un confronto reagendo ad ogni input. Il rapporto deve cambiare nel tempo con una integrazione reciproca. I nostri “se” molto spesso sfociano in un conflitto che non deve essere vissuto come una negatività, ma come una opportunità di confronto. E’ con l’accettazione dei bisogni di ognuno che nasce il processo di maturazione. Nel mio caso all’inizio fuggivo alle parole, poi sono passato alle aggressioni verbali e poi finalmente ad un dialogo con l’accettazione della realtà. Per noi ragazzi adottati l’adolescenza crea tantissimi conflitti interiori che cerchiamo di allontanare, ma se ne esce solamente avendo il coraggio di affrontarli.

F: Nella mia adolescenza ci sono stati tanti conflitti, ma non perché sono stato adottato. I nostri problemi non devono essere per forza essere sempre associati alla nostra condizione di figlio adottivo. Prima di tutto siamo ragazzi come tutti gli altri.

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3° tema: SCUOLA

F: Sono arrivato in Italia a 7 anni e sono stato inserito a scuola con bimbi più piccoli. In un primo momento mi sono sentito sottovalutato, ma adesso, con il senno di poi, posso dire che è stato meglio così. Però, devo ammettere, che l’ho vissuta male. I bambini adottivi hanno bisogno di un sostegno esterno per l’inserimento.

F: In Cile, nella mia classe avevo i miei amici e i miei punti di riferimento. Poi sono venuta in Italia a 9 anni e mi sono trovata da sola in una classe di sconosciuti e allora reagisci come puoi. Sono stata comunque fortunata perché i miei compagni erano preparati al mio arrivo. Comunque la vivevo male. Un giorno la mia maestra si è inventa un piccolo gioco e mi sono sentita meglio. Durante l’ora di storia aveva disegnato alla lavagna il corpo umano e mentre i miei compagni dicevano il nome di ogni parte in italiano io lo traducevo in spagnolo. Brava la mia maestra che mi ha messo a mio agio!!!

F: A 7 anni quando cominciai la scuola in Italia ancora non sapevo l’italiano e non capivo niente, non volevo socializzare e mi difendevo dai miei compagni anche menando. Odiavo i compiti e piangevo sempre, fortunatamente i miei genitori mi hanno aiutata molto.

G: Sono maestra d’infanzia e ho avuto esperienze con bambini adottati. Quello che posso dire è che questi bimbi scaricano l’aspetto emotivo e la sofferenza sui compagni e sugli insegnanti. Occorre allora dialogo e sensibilizzazione nei confronti degli insegnanti che il più delle volte non sono preparati. I bambini non devono essere diversi, bisogna solo avere la pazienza di aspettare i loro tempi. La scuola deve essere educativa. Non è un voto che fa l’individuo. Bisogna convincere gli insegnanti che questi bambini venuti da lontano “non devono per forza sapere benissimo l’italiano”.

Sessualità/abusi su minori: “L’importanza della narrazione del bambino e dell’ascolto empatico dell’adulto”

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Troviamo disarmante che tra le vittime di abuso solo una piccola percentuale si confidi con i genitori. E’ ovvio che ogni caso va valutato a sé e dipende da contesto familiare in cui si vive. Spesso il bambino vede la madre come una figura fragile su cui non si può far cadere un peso così importante; altre volte si vergogna e si sente responsabile dell’accaduto. Per noi genitori adottivi responsabili significa che il bambino non trova spazio per il suo racconto, forse perchè gli adulti si assumono sempre meno responsabilità e lui lo capisce.“Va ricordato che la comunicazione di un bambino che vive una condizione di forte disagio inizia non dalla sua bocca ma dall’orecchio di chi ascolta.”- questa è la sintesi importante di un articolo di Claudio Foti, psicoterapeuta, apparso su Minori e Giustizia nel 2007 dal titolo “Il negazionismo dell’abuso sui bambini, l’ascolto non suggestivo e la diagnosi possibile” che vi invitiamo a leggere completo (http://www.8ealtro.it/files/1-Negazionismo.pdf)

 

La violenza esiste ma tende ad essere negata. La stessa comunità scientifica è arrivata con forte ritardo e con forti resistenze a studiare e classificare le sindromi post traumatiche, a riconoscere e a considerare le reazioni traumatiche nei bambini.

La negazione è intrinseca alla violenza: dopo l’azione c’è la negazione. A ciò si aggiunga che la mente umana tende a negare un evento che travalica la possibilità di elaborazione. Questa è la ragione per cui le atrocità della storia umana tendono a non essere credute, ricordate, documentate da parte degli storici. L’ultima ipotesi che un’équipe di operatori prende in considerazione nella diagnosi del malessere di un bambino è quella della violenza ai suoi danni.

Anche nella società c’è una difficile ammissione dell’abuso sessuale. Il soggetto sociale potente cerca di squalificare la vittima. La vittima in quanto donna, in quanto bambino è già soggetto debole e socialmente svalutato, la squalifica e l’isolamento rendono l’esperienza incomunicabile. Se la vittima non trova un ambiente sociale supportivo, soccombe.

“La vittima deve trovare un ambiente sociale supportivo”

Una società basata sulla forza e sul privilegio tende a non valutare il soggetto traumatizzato. Sviluppare, allora, l’attenzione clinica verso questi soggetti significa riprendere valori democratici e solidaristici. Ma prima bisogna riconoscere che l’abuso sessuale sui minori è un fenomeno che ha dimensioni endemiche nella nostra cultura e che nonostante le sue dimensioni massicce, il fenomeno è destinato per molti aspetti a restare sommerso ed impensabile. C’è poi l’immagine della famiglia felice e accudente, difficile mito da sfatare.

Il trauma emerge e riemerge nei momenti meno impensabili se non viene elaborato anche solo attraverso la narrazione. E’ la solitudine in cui si trova il bambino ad rendere più grave il trauma. Difficilmente un bambino racconta ciò che non ha vissuto. Sebbene i ricordi degli eventi originari possano subire delle distorsioni, il fatto che i sopravvissuti ricordino l’essenza della questione è in definitiva quello che conta. Ma ciò che racconta non dà una buona immagine della società in cui viviamo e ciò non è conveniente. La vittima evoca la fragilità e debolezza della condizione umana.

Tutto s’innesta nella cultura dell’esaltazione della carne senza pensare alle conseguenze. L’attivazione prematura della pulsione sessuale nel bambino produce alterazioni neurobiologiche molto gravi, sollecita la vittima al ricorso a forme dissociative per tentare di difendersi dal richiamo confuso e disorganizzante dell’eccitazione precocemente sperimentata. Per questo va combattuta l’idea sempre più largamente accettata che la ricerca del piacere sessuale sia sempre giustificata.

“Una società sessualizzata come la nostra tende ad esaltare il piacere sessuale come valore sempre e comunque positivo

Un caposaldo del negazionismo è la rappresentazione di un bambino compiacente dell’adulto incapace di trasmettere la sua autonomia comunicativa. La dominazione attraverso il sesso ha sempre accompagnato il rapporto tra padrone e schiavo, fra dominatore e dominato, fra vincitore e vinto, fra potente e suddito – Ida Magli. Va invece detto, per sottolineare il significato di adulto che

“La capacità di domare gli impulsi non è un optional, ma un ingrediente insostituibile della maturità umana e spirituale”

Ciò che risulta sempre deleterio è il rapporto relazionale con l’adulto su cui ricade la responsabilità morale e giuridica dell’accaduto. Purtroppo quando ci s’imbatte in casi di abuso si tende a delegare a qualcun altro le responsabilità. Invece dovremmo parlarne sempre e di più perché ciò aiuta gli adulti attenti e sensibili ad aiutare i bambini in difficoltà. Ricordiamo che il silenzio aiuta a perpetuare l’abuso. In molti casi i bambini non vengono messi nella condizione di comunicare all’esterno il loro malessere. Si preferisce “la suggestione negativa” che altro non è che un comportamento degli adulti che scoraggia il bambino ad avvicinarsi alla propria debolezza e sofferenza per elaborarle.

“Come possiamo stare con un bambino che è stato traumatizzato, cosa possiamo fare per lui come adulti?”

Qui entra in campo il rapporto empatico:

“Il bambino cerca un interlocutore che si interessa a lui come persona e che non lo giudicherà dalla sua storia.”

Cerca un adulto che gli possa far riguadagnare la fiducia nel mondo degli adulti che l’ha così profondamente tradito. Non esiste ascolto senza un impegno dell’adulto a manifestare al bambino capacità di accettazione della sua condizione, disponibilità di tempo e mentale a rapportarsi con lui e vicinanza emotiva. L’obiettivo è quello di tranquillizzarlo, di fargli capire che sei un adulto sicuro. E’ necessario che il suo ascoltatore contenga le emozioni del bambino. L’atteggiamento dialogico alterna atteggiamenti di comprensione empatica con atteggiamenti di curiosità, intesa come interessamento rispettoso e non pressante.

Comunicazione Adozione Scuola: “Storia familiare – Raccolta firme per i testi scolastici della scuola primaria”

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Facendo seguito alle sollecitazioni di molti genitori adottivi, ADOZIONESCUOLA ha lanciato una raccolta di firme allo scopo di invitare le case editrici di testi per la scuola primaria a modificare le pagine sulla storia personale in modo da renderle inclusive della storia di tutti i bambini. Qui di seguito il testo della petizione.

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UNA STORIA PER TUTTI E TUTTE

Petizione promossa da ADOZIONESCUOLA indirizzata alle case editrici di testi scolastici per la scuola primaria L’approccio allo studio della storia nei primi anni della primaria viene proposto dai libri di testo a partire dalla storia personale e da quella della propria famiglia. Si tratta di un passaggio propedeutico importante per arrivare a comprendere il significato degli indicatori temporali e a riconoscere i rapporti di successione: un passaggio che andrebbe però affrontato con grande attenzione e sensibilità, e soprattutto con modalità che consentano a ciascun bambino di riconoscervisi. Troppo spesso, invece, le schede operative dei libri di testo chiedono ai bambini di raccogliere informazioni o di portare oggetti personali e familiari che alcuni di essi possono non possedere e che rimandano a un’idea di famiglia “standard” e a storie d’infanzia che non sono le uniche presenti nelle nostre classi. Le richieste del peso alla nascita, dell’età del primo dentino o dei primi passi, di portare oggetti dei primi mesi di vita (il bavaglino, il ciuccio…), le foto da neonato e altre foto di famiglia possono mettere in difficoltà i tanti bambini adottati che non conoscono l’inizio della loro storia e anche altri con storie difficili o complesse: bambini in affido, bambini che hanno perduto un genitore, bambini migranti che non hanno portato con sé alcun bagaglio materiale di ricordi. Le insegnanti più sensibili, quando hanno in classe alunni con situazioni complesse, “saltano” queste pagine o propongono modalità alternative che rispettino la storia dei bambini. Anche i libri di testo, senza rinunciare a questo approccio, potrebbero proporre attività più flessibili, che tengano conto delle tante differenze presenti nelle nostre classi e della varietà delle realtà familiari del mondo d’oggi. Le stesse “Linee d’indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati”, emanate dal MIUR il 18-12-2014, invitano del resto gli insegnanti, in occasione delle adozioni dei libri di testo, a “scegliere volumi attenti alla molteplicità delle situazioni familiari e culturali ormai presenti nelle classi”.

SI CHIEDE PERTANTO ALLE CASE EDITRICI DI TESTI PER LA SCUOLA PRIMARIA DI MODIFICARE LE PAGINE SULL’APPROCCIO ALLA STORIA PERSONALE IN MODO DA RENDERLE INCLUSIVE DELLA STORIA DI TUTTI I BAMBINI E BAMBINE

Potete firmare la petizione inviando una mail all’indirizzo petizione@adozionescuola.it indicando: Cognome e nome (obbligatori)

Città (obbligatoria) Chi sei: insegnante, genitore, studente, ecc. (facoltativo ma gradito)

Scuola, associazione, gruppo di appartenenza, ecc. (facoltativo ma gradito)

Commento: “Sottoscrivo questa petizione perché…” (facoltativo ma gradito)

E’ possibile aderire anche come associazione, gruppo, collegio docenti, consiglio d’istituto, ecc. L’elenco dei sottoscrittori verrà pubblicato sul sito www.adozionescuola.it

Petizione lanciata il 11-05-2015 ADOZIONESCUOLA si fa promotrice dell’iniziativa, ma il suo successo potrà venire solo dall’attivarsi di associazioni, gruppi informali, singoli genitori, insegnanti, ecc. che diffonderanno l’informazione ai loro contatti.

E’ possibile aderire all’iniziativa sia individualmente che in forma collettiva.

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IMPORTANTE: le adesioni vanno inviate unicamente all’indirizzo petizione@adozionescuola.it

Le adesioni sono pubblicate  sul sito www.adozionescuola.it. Sulla lista di discussione Adozionescuola verranno date periodiche informazioni sull’andamento dell’iniziativa.

Sperando che l’iniziativa raccolga la vostra condivisione, cordiali saluti

Per AdozioneScuola Dr.ssa Livia Botta

www.liviabotta.it

www.adozionescuola.it

Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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adopnation

Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com

Ira e rabbia. L’esperto: “Dire parolacce allevia il dolore”

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Quando ci troviamo faccia a faccia con i nostri figli, non interpretiamola sempre male. Fa parte dell’evoluzione della specie….;)

Da poco gli scienziati stanno studiando il rapporto tra parolacce e pensieri e stanno scoprendo che dire le parolacce allevia il dolore fisico, attira l’attenzione di chi ci ascolta quando parliamo e potrebbe aver favorito l’evoluzione del linguaggio.

Le parolacce si annidano in regioni che rimangono illese da malattie neurodegenerative o da lesioni cerebrali che possono riguardare la corteccia cerebrale dove risiede la nostra facoltà di elaborare enunciati complessi. Si tratta dell’amigdale e dei gangli che in molte specie sono la sede delle risposte automatiche allo stress. Sembra, infatti, che il nostro linguaggio più volgare sia collegato ai nostri impulsi primitivi.

Da uno studio sul parlare in pubblico è emerso che se gli altri non ti ascoltano basta mettere all’interno del discorso un’oscenità e già catturi la loro attenzione. Dire parolacce diventa allora come dire “ehi stammi a sentire”. Le parolacce però hanno anche il significato di “prendere a schiaffi” qualcuno, è quasi come un atto fisico. Si è osservato allora che diciamo parolacce quando proviamo dolore fisico. Non è un caso che le partorienti si abbandonino al turpiloquio. I soggetti che imprecano abitualmente, però, rendono meno efficace la capacità di abbassare il dolore. Si è inoltre osservato che dire oscenità nella lingua madre suscita reazioni fisiche più marcate rispetto a quelle dette in seconda lingua. La studiosa che ha condotto la ricerca ritiene che il potere delle parolacce provenga da associazioni creatasi nella madre lingua quando eravamo piccoli.

Per quanto riguarda il ruolo del turpiloquio nell’evoluzione della lingua, Darwin aveva ipotizzato che i primi esseri umani si esprimessero con vocalizzi per comunicare ostilità e libidine. Due studiosi hanno anche avanzato l’ipotesi che erano possibili gare d’insulti, simili ai duelli vocali di altri primati in cui i maschi si scambiano grida assordanti per conquistare la posizione dominante nel branco. Solo in un secondo momento la selezione potrebbe averci spinto ad un’evoluzione linguistica.

(fonte: sintesi di un articolo pubblicato su Internazionale: “Parolacce salutari” – 21 feb 2014)

Ira e rabbia. Il metodo Tomatis: “Esiste una stretta relazione tra orecchio, linguaggio e psiche”

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Il Metodo Tomatis ci è stato segnalato da una mamma che segue il blog. Sempre per la gestione della rabbia nell’adozione il figlio ha seguito questa terapia ottenendo buoni risultati. Com’e’ nostra consuetudine abbiamo fatto una piccola ricerca  e una breve sintesi che mettiamo a disposizione. Per chi fosse interessato consigliamo di contattare direttamente un centro di zona. Ce ne sono vari sul web. 

Il Metodo Tomatis prende il nome da Alfred Tomatis, otorinolaringoiatra e chirurgo, nato a Nizza nel 1920 da famiglia di origine italiana. Nel suo centro di ricerca osservò che le frequenze dei suoni che l’orecchio non riesce a percepire sono le stesse che la voce non riesce ad emettere. Da qui la deduzione che le persone non sono in grado di riprodurre con la voce quelle frequenze che non riescono a sentire. A partire da questa intuizione ha inventato una tecnica di stimolazione sonora e un intervento pedagogico in grado di migliorare il funzionamento dell’orecchio, la comunicazione verbale, il desiderio di comunicare e imparare, la consapevolezza dell’immagine corporea, il controllo audiovocale e quello motorio.

In condizioni normali, l’orecchio umano viene considerato un’unità funzionale “superiore” (nel senso che non è solo organo dell’udito ma interessa altri ambiti della persona) attraverso tre funzioni che si integrano:

  • l’uditiva capace di cogliere i segnali di pericolo (funzione legata al nostro stadio animale)
  • la trasmissione di energia al cervello tramite segnale nervoso (si traduce in una maggiore o minore energia dell’individuo)
  • il mantenimento dell’equilibrio (neurovegetativo e posturale).

Queste funzioni possono essere alterate a qualsiasi età a causa di incidenti, malattie o traumi emotivi. A questo cattivo utilizzo dell’orecchio possono derivare difficoltà di apprendimento, mancanza di motivazione e depressione. Lo sviluppo dell’ascolto condizionerebbe anche lo sviluppo psicocorporeo della persona (immagine corporea del sé) e l’acquisizione del linguaggio. Ripercorrendo le tappe dello sviluppo dell’ascolto dell’individuo si andrebbero a stimolare le frequenze a cui l’orecchio si sarebbe chiuso sia per cause traumatiche che psicologiche.

Una difficoltà di ascolto comporterebbe:

  • difficoltà a gestire la frustrazione
  • mancanza di fiducia in sé
  • timidezza
  • difficoltà ad avere amici
  • irritazione
  • immaturità
  • mancanza d’interesse per scuola e lavoro
  • atteggiamento negativo verso la vita.

“ Una buona voce riflette un buon orecchio e una buona percezione di sè”

In estrema sintesi, per rieducare l’orecchio al buon ascolto il dott.Tomatis utilizza uno strumento speciale chiamato Orecchio Elettronico attraverso cui fa ascoltare in maniera passiva musiche, canti … filtrati elettronicamente per migliorare il potere selettivo dell’orecchio; seguono sedute con esercizi di lettura in modo da raggiungere il pieno controllo audiovocale.

La possibilità di resettare memorie traumatiche permette di guarire paurefobie, insicurezze e risolvere problemi di relazione e comportamento. L’adozione e le perdite affettive precoci trovano nell’Audio Psico Fonologia una risposta efficace.

Curiosità. Scoprendo che il modo di ascoltare condiziona il modo di muoverci e di stare in piedi, attraverso l’osservazione Tomatis era in grado di individuare gruppi linguistici diversi accomunati dalla postura e movimenti.

Ira e rabbia. L’esperto: ”La proprietà di linguaggio aiuta a gestire la rabbia”

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I nostri bambini adottivi arrivano qui con un idioma diverso e la loro proprietà di linguaggio non sempre è all’altezza delle situazioni. Si può considerare che un’esplosione d’ira possa essere collegata ad una incapacità di esprimerla. Così almeno sembra secondo uno studio pubblicato su “Child Development”: le competenze linguistiche aiutano i più piccoli a sviluppare maggior autocontrollo. La tappa successiva è quella di insegnare loro a controllare le emozioni e gestire le frustrazioni. L’articolo che proponiamo  (http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_aprile_04/rabbia-infantile-linguaggio_366b7766-54ed-11e2-bf2b-52f2ccd54966.shtml ) ci è sembrato perspicace e utile al nostro caso.

(…) LO STUDIO – I ricercatori del Dipartimento di psicologia dell’Università della Pennsylvania hanno monitorato 120 bambini, dall’età di 18 mesi fino a 4 anni. E, attraverso visite a casa e test in laboratorio, ne hanno misurato lo sviluppo del linguaggio e la capacità di far fronte ad attività frustranti, come per esempio aspettare, prima di scartare un regalo, che le loro mamme terminassero il lavoro in cui erano indaffarate. Hanno constatato che i bambini di tre anni con migliori competenze linguistiche tendono con più calma a chiedere supporto alla mamma («hai finito?», «chissà cosa c’è?») rispetto ai coetanei meno chiacchieroni, e a quattro anni esprimono meno rabbia riuscendo a distrarsi facendo qualcos’altro. «Il linguaggio e un ricco vocabolario aiutano infatti i bambini a verbalizzare le emozioni e a usare l’immaginazione per sopportare un’attesa che a quell’età può essere frustrante» sottolinea Pamela Cole, docente di psicologia alla Pennsylvania State University.

ESPRIMERE LA RABBIA – Il controllo delle emozioni è considerato cruciale per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini. Se reazioni di rabbia, istintive e intense, possono essere frequenti nei primi anni di vita, tendono poi a diminuire in età scolare, perché a sei-sette anni i bambini sviluppano altre abilità, cognitive e linguistiche, utili per gestire il proprio stato emotivo. «E i bambini che imparano a parlare precocemente e bene riescono meglio a esprimere i propri bisogni con le parole, a pensare prima di agire, anche alle regole (“mamma ha detto di aspettare”), e a spostare l’attenzione dall’oggetto o dall’attività desiderata. Insomma, manifestano maggior capacità di autocontrollo» ribadiscono i ricercatori. «Infatti, i bambini che hanno capacità linguistiche poco sviluppate tendono ad agire più impulsivamente e aggressivamente perché, non riuscendo a spiegarsi con le parole, tendono a parlare con i fatti» spiega Giorgio Rossi, neuropsichiatra infantile all’Istituto neurologico Mondino di Pavia, che aggiunge: «Anche i bambini iperattivi tendono a controllarsi meno, non riuscendo a contenere la propria impulsività». In ogni caso, come scrive Deborah Plummer nel libro “Esprimere la rabbia” (Erickson, 2010), la rabbia infantile non va negata, temuta o repressa perché è una normale e salutare emozione umana. I bambini piccoli, però, hanno bisogno di aiuto per poter imparare a gestire con successo i propri sentimenti. Il controllo cosciente è infatti un’operazione complessa, influenzata da diversi fattori: dal temperamento del bambino ma anche dall’ambiente familiare. «Se l’ambiente sociale in cui vive è segnato dal disagio e dal degrado, così come se i genitori rivendicano il diritto e la validità pedagogica delle percosse, può essere più difficoltoso imparare a trasformare la propria rabbia in emozioni più gestibili e comunicabili con le parole» spiega Rossi. Capacità che si conquista anche grazie ai limiti e alle regole date dai genitori. «Eppure oggi si è sempre pronti a soddisfare le richieste dei bambini, sottovalutando che i no aiutano a crescere, come recita il titolo del libro di Asha Phillips». (…)

(fonte: corriere.it – 04/04/2013)

Ira e rabbia: “Adolescenti e insulti ai genitori”

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Sembra sia diventata una prassi insultare i genitori, in particolare la madre. Una signora su un autobus è rimasta allibita dal linguaggio di un ragazzino contro sua madre. Per questo ci è sembrato interessante proporre la sintesi di una ricerca condotta tra i ragazzi delle superiori, di 16-17 anni, per capire come viene interpretato il rapporto con i genitori.

Ebbene non si sono notate variazioni tra ordini di scuole o provenienza geografica. Buona parte dei ragazzi considerano ordinaria amministrazione dare della/o “stronza/o” o esprimersi con un “vaffa” contro i genitori. Solo il 23% non insulta i genitori. Secondo gli studiosi ciò sarebbe scatenato da due fattori: la tendenza all’informalità della cultura giovanile e l’autoreferenzialità dei giovani. Nell’indagine si sottolinea che una grande responsabilità ce l’ha la TV con i programmi di basso livello che propongono rapporti conflittuali e litigiosi (talk show, talent show e reality…). Per otto esperti su 10 sono troppe le scene in cui dominano violenza fisica, parolacce e insulti.

Per chi volesse approfondire il tema: http://www.cppp.it/files/inchiesta_adolescenti_conflitti4-09.pdf

Adozione e luoghi comuni: “Abbandonati o Lasciati?”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Se leggo o ascolto “esperti”, articoli, commenti, libri, o qualsiasi cosa che tratti l’argomento dell’adozione, viene menzionato, almeno una volta il termine abbandono e di seguito il “Trauma dell’abbandono”, da cui le inevitabili domande: Come si supera il trauma dell’abbandono? I bambini abbandonati e poi adottati riusciranno mai ad essere persone equilibrate? Come potranno essere felici sapendo e convivendo con il trauma e la ferita dell’abbandono? E così via…

Cosa significa “Abbandonare”?

Da un punto di vista etimologico abandomun è una parola difficile. Ai giorni nostri è comune il senso derivante dal francese antico del lasciare alla mercé di qualcuno. Altri scompongono la particella Ab-bandum che viene sostituito in tedesco arcaico con ab- handum  cioè togliersi qualcosa dalle mani: “lasciar andare”. Quest’ultima versione sembra essere coerente con la connotazione positiva che si dà a questa parola quando si dice “mi abbandono a te” ovvero “mi lascio andare a te”.

Secondo Padre Alceste Piergiovanni, religioso e pioniere delle adozioni internazionali in Italia, questa parola si poteva scomporre in “ab-donare”, cioè: donare a qualcuno qualcosa. Infatti diceva, se “quel bambino è stato abbandonato”, e diamo una connotazione negativa a questo termine, è come dire “quel bambino non ha valore!”

Ma “Come può un bambino, o un ragazzo non avere valore?

Infatti quando si parla di bambini abbandonati, l’uso di questa parola suona così fastidioso, a volte tanto dolorosa. Beh, capisco il fastidio o il dolore di essere definiti e quindi considerati come persone che non hanno valore!

Mi chiedo, dunque: “Come si può superare il trauma di sapere ed essere trattati come persone che non hanno valore? Quale persona può avere una vita felice ed equilibrata avendo questo marchio di fabbrica?”

Non hai valore. Quindi non sei nessuno. Forse sei una cosa. Ma di certo, non sei una persona!

Ma se sei una persona, un bambino o un ragazzo, e ti viene detto che sei una cosa senza valore, che non vale niente, come una gomma masticata e sei trattato come tale… probabilmente crescerai pensando che sei solo una gomma da masticare. Ti comporterai nello stesso modo di una gomma masticata, appiccicosa, fastidiosa e difficile da togliere!

Come si possono mettere insieme dei bambini con delle gomme masticate? Come si possono considerare delle persone umane, gomme masticate senza valore? Eppure, a me sembra che sia questo il messaggio che viene dato quando si parla di bambini e ragazzi Abbandonati.

E se invece diamo un nome diverso ma più autentico alle realtà che vedono madri che si separano dai figli, e altre mamme che sono pronte ad accoglierli e ad averne cura, come sarebbe?

Come suonerebbe la frase: “La donna che ti ha dato alla luce ti ha LASCIATO, donando il suo bene più prezioso, suo figlio. E noi abbiamo scelto di accoglierti”. Sembra una affermazione autentica, non vi pare?

La storia di uno di noi

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna che ebbe nella pancia per nove lunghi mesi, un  dono, un bambino. Questa donna  ha scelto di darlo alla luce, con il dolore di un parto. Dopo aver dato a questo bambino la vita, ha scelto di lasciare suo figlio…

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia di persone che scelse di diventare genitori di un bambino che era stato lasciato dalla mamma.

C’era un bambino, a cui una donna aveva scelto di dare la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di genitori, ed è diventato loro figlio…

To be continued…

Adozione e luoghi comuni: “Partiamo dalle origini!”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Usare le parole in modo adeguato evita l’insorgere di malintesi, dubbi, rancori e frustrazioni, soprattutto da parte di coloro che vivono una specifica realtà quale è quella dell’Adozione. Purtroppo spesso mi trovo a “scontrarmi” con gli addetti ai lavori e con gli esperti, quando faccio loro notare che è davvero poco funzionale usare in materia di “adozione”, parole quali: Abbandono, Trauma dell’Abbandono, Genitori Biologici, Veri Genitori, Nuova Famiglia, ritorno alle origini, ecc…

Penso che sia importante costruire un vocabolario adeguato alla realtà adottiva. In questo progetto, oltre all’uso dei termini in un modo che siano il più fedeli possibili a ciò che descrivono, c’è anche il desiderio di cambiare la cultura dell’adozione, o meglio di riportarla al suo significato etico, sociale e umano, in cui si tiene conto che le persone che ne fanno parte, hanno provenienze  geografiche, politiche, sociali, linguistiche e culturali profondamente diverse.

Perché questa scelta di campo? Perché credo che ogni aspetto che appartiene all’essere umano ritorna lì, alle origini, alla base dei significati, siano essi etimologici, di senso, di valori o di affetti.

Vorrei iniziare a parlarvi di che cosa significa la parola “Adottare”: Ad- optare (dal latino), cioè optare per= scegliere.

Ecco perché penso che l’adozione non parta da un sentimento altruistico, o forse anche da questo, ma alla base dell’Adozione c’è una scelta.

La scelta di una famiglia? Si.

La scelta di fare un’avventura indimenticabile? Anche.

La scelta di curare le proprie ferite? Anche.

La scelta di prendersi cura di un bambino… lasciato, anche.

Migliaia di scelte, quante sono le persone coinvolte.

Ma alla base di tutti questi comportamenti, desideri, bisogni, affetti, emozioni c’è una semplice, a volte profonda, altre volte valida e molte volte complessa … scelta!

Se usassimo la parola “Scelti” al posto di “Adottati”, quale impatto pensate che avrebbe sulle persone? Su di voi? Se voi foste definiti come “figli scelti”, oppure come “genitori che fanno una scelta”, come sarebbe?

Non potrei dire che sarebbe bello, ma sentirei queste parole senza dubbio autentiche. Perché rispecchiano la realtà (bella o brutta che sia).

È reale che sono una figlia scelta, è reale che i miei genitori hanno fatto una scelta.

Non sento in queste parole un giudizio di valore, una definizione, una connotazione, né su coloro che hanno fatto una scelta né su coloro che sono stati scelti… Non vi pare?

Raccontiamo, allora, la nostra storia che è…

La storia di uno di noi!

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna …

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia che scelse di prendere un bambino, diventando genitori…

C’era un bambino, a cui una donna aveva dato la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di genitori, ed è diventato loro figlio…

To be continued…