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Brasile. Le minoranze: “La rivincita degli afrobrasiliani”

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di Bernardo Gutierrez – giornalista

Fino a qualche anno fa gli afro brasiliani vivevano nelle zone più povere della città, svolgevano lavori umili e non andavano all’università. Oggi, anche grazie all’ex presidente Lula, sono istruiti e professionalmente affermati. Ma nel paese c’è ancora razzismo diffuso.

Fino a poco tempo fa, nelle serie brasiliane, i neri riuscivano a malapena a trionfare nel calcio e nella musica. I dati degli ultimi anni raccontano l’ascesa sociale dei neri e dei pardos (mulatti). Nel 1999 solo il 7% dei neri studiava all’università. Nel 2009 erano il 28% (…) grazie al programma Pro Uni (Programma Universidade para todos) lanciato nel 2005 dal governo dell’ex presidente Lula. Il programma offre agevolazioni fiscali alle università private che accettano studenti indigeni, neri e poveri. Il Brasile sta maturando. Bianchi e neri cominciano a capire l’importanza della diversità. Ma c’è ancora molto razzismo.

(…) Più della metà dei brasiliani è nera o meticcia. Dieci anni fa quasi nessuno frequentava l’università. (…) Il sistema delle quote è stato adottato da 162 università pubbliche. E’ una misura temporanea ma necessaria. (…) Afrodiscendente è la parola che sta prendendo piede nei circoli politicamente corretti. Ma è interessante notare che si usa molto di più l’eufemismo moreno. (…) Spesso quando un afro brasiliano diventa ricco comincia ad essere trattato come un bianco, In effetti il razzismo in Brasile ha una connotazione economica, è un razzismo mascherato da classismo o viceversa. (…)

(fonte: Internazionale 20/01/2012)

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Brasile. Le minoranze: “Dai media sembrerebbe che…”

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La protesta degli indigeni. Pensavamo che la morìa di indigeni per malattie portate dagli occidentali fosse un triste ricordo della scoperta dell’America. Invece le popolazioni che vivono nell’Amazzonia muoiono ancora oggi di malattie a loro sconosciute a causa della vicinanza con stranieri che costruiscono dighe e strade nelle loro aree incontaminate. Neppure lo stato rispetta i loro territori. Già con il presidente Lula e adesso con Dilma Rousseff sono stati erosi via via i loro diritti. Qualche mese fa lo sciamano Kopenawa ha incontrato la presidenta ma sembra che non ci siano stati esiti positivi. I mezzi di comunicazione più influenti presentano la questione indigena come folclore e le argomentazioni sono trattate con pregiudizio sostenendo gli interessi dei potenti. (Fonte: Missioni Consolata – ottobre 2013).

Settecento indios brasiliani hanno occupato parte del Congresso, a Brasilia, in protesta contro un emendamento che consentirebbe al Parlamento di decidere i confini del territorio degli indigeni. (Fonte: corriere.it – 17/04/2013).

Contro la costruzione di una diga. Gli indios dei fiumi Xingu, Tapajos e Teles Pires sono scesi in strada a Jacareacanga, nello Stato brasiliano del Pará, per protestare contro la costruzione di una diga (Reuters/Lunae Parracho) – (Fonte: corriere.it – 03/05/2013). 

L’ammazzateci tutti degli indios brasiliani. L´8 ottobre 2012, dopo aver ricevuto da un giudice l’ordine di espulsione dalla terra dove vivevano in condizioni estremamente precarie, un gruppo di 170 indigeni Kaiowá/Guarani ha annunciato in una lettera di non voler lasciare quella terra da loro considerata sacra. Si trovano ai margini di un fiume nella città di Iguatemi, nello Stato del Mato Grosso del Sud (centro ovest brasiliano) (…) E mentre per questi índios uscire della propria terra significa migrare nelle città dove probabilmente saranno obbligati a mendicare e prostituirsi, restare dove sono nati significa convivere con la paura. Circondati dai killer assoldati dai fazendeiros per sgomberare le terre, gli índios Kaiowá/Guarani sono vittime di violenza quotidiana. Sembra incredibile, ma la soluzione per molti di loro è il suicidio: dal 1986 a settembre del 1999, 308 indigeni di età fra 12 e 24 anni si sono tolti la vita impiccandosi a un albero o avvelenandosi. E dal 2000 al 2011 più di 500. (Fonte: corriere.it – 29/10/2012).

Awa Guajà, la tribù più minacciata al mondo. Così l’ha definita Survival International, l’associazione che aiuta i popoli indigeni a proteggere le loro vite. Gli indios Awa-Guajà vivono nella foresta dell’Amazzonia brasiliana, ma la loro esistenza è in pericolo, osteggiata dall’avanzare della modernità in quei luoghi ancora incontaminati in cui vivono. (…) sono in tanti, da anni, a battersi affinché la vita degli Awa possa continuare senza che sia snaturata o occidentalizzata. (…) Accerchiati e cacciati indietro dai disboscatori illegali e dagli allevatori, minacciati di morte, in un habitat sempre più ristretto e a rischio distruzione dove non possono più andare a caccia, gli indios Awa-Guajà sono ridotti alla fame. Così hanno indirizzato un messaggio disperato al ministro della giustizia brasiliano: “I bambini piangono e hanno fame, (…) Non possiamo girare per la foresta da soli: potrebbero ucciderci. Ci sono camion, motoseghe e auto fuoristrada ovunque. Non possiamo più andare a caccia. Restiamo tutti a casa. Siamo tristi perché non possiamo più stare nella nostra foresta”. “La caccia ha un ruolo centrale in ogni comunità Awa”, ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “E’ quello che fanno, è il loro modo di sopravvivere. Il Brasile sa di dover mettere gli Awa in cima alle proprie priorità prima che sia troppo tardi. E’ il momento di azioni concrete. Ma è sconfortante constatare che, al momento, le uniche azioni concrete visibili sono quelle degli invasori illegali”, ha aggiunto Corry. (Fonte repubblica.it – 01/10/2012)

Brasile, Shell rinuncia ai biocarburanti coltivati su terre indigene. Grazie a un’assidua campagna di protesta condotta dagli indigeni Guaranì e da Survival International, la Raizen, azienda di biocarburanti di proprietà della Shell in Brasile, ha deciso di non approvvigionarsi più della canna da zucchero proveniente dalle terre rubate a una tribù indigena. Una decisione storica, che crea un precedente importante nelle eterne lotte contro i giganti del petrolio in terre ancestrali.(…). I Guarani che vivono nell’area hanno raccontato che i loro fiumi sono stati inquinati dai pesticidi usati nelle piantagioni. “Potremo ricominciare a bere l’acqua della nostra terra”, ha commentato la donna. “Potremo ricominciare a far tutto.” (…) È arrivato il momento che il mondo prenda coscienza che i biocarburanti brasiliani sono macchiati di sangue indigeno”. (Fonte: elmensile.it – 14/06/2012).

Brasile. Vivere nelle favelas: “Paura e disagio mentale”

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“Ecco cosa significa vivere qui: meglio per te se non vedi, non senti, non parli. Quando scoppia la violenza, ognuno si fa i fatti suoi. È terrificante.”

Elena vive nel Complexo do Alemão, una favela con più di 170.000 abitanti di Rio de Janeiro, Brasile. Il panorama offerta dal Complexo è in netto contrasto con le immagini da cartolina a cui ci ha abituati Rio: un labirinto di vie non asfaltate che si inerpicano su per la collina, fiancheggiate da misere casupole, il tutto racchiuso entro un circolo di posti di blocco improvvisati, che servono a tenere sotto controllo il traffico in entrata. Meno plateale, ma più impressionante, è lo scenario quotidiano della violenza che schiaccia e pervade la vita degli abitanti della favela.

Il Complexo do Alemão, come centinaia di altre favela a Rio de Janeiro, è in mano a gruppi armati che gestiscono il redditizio traffico della droga nella zona. La fiamma della violenza può accendersi ovunque, in ogni momento, basta che la polizia effettui un’incursione o che gruppi rivali si decidano per lo scontro diretto. Anche quando tutto sembra tranquillo, migliaia di persone come Elena vivono soggette all’arbitrio dei gruppi armati, con la costante paura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. (…)

“Qui ci si aspetta che nessuno faccia parola delle violenze a cui abbia avuto la sventura di assistere, perciò tutte queste scene tremende rimangono sepolte dentro la testa della gente.” (…) Tra gli adulti i sintomi più comuni sono riconducibili a malattie psicosomatiche, depressione e ansia; nei bambini aggressività, disturbi del comportamento e difficoltà nell’apprendimento. Dietro questi sintomi si nasconde di solito un episodio di violenza vissuto dal paziente. La metà di tutti i pazienti visitati dagli psicologi di MSF ha alle spalle una storia di violenza. Più di un terzo di questi si è trovato nel mezzo di uno scontro e uno su cinque ha perso un familiare nell’occasione. “Di fronte a tanto orrore, ci aspettavamo un numero più alto di casi di sindrome da stress post-traumatico, come capita di solito alle persone che hanno subito uno shock improvviso,” ha dichiarato Khayat, uno dei medici. “Invece questi casi sono una minoranza. E non è un segnale confortante, perché significa che quello che noi consideriamo un evento straordinario al Complexo è oramai considerato come un fatto di ordinaria amministrazione. Eppure nessuno ne esce senza strascichi,” ha aggiunto Khayat.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)

Brasile. Vivere in campagna o nelle favelas: “Per la gente del popolo la vita è dura dovunque”

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di Fabrizio Mola

Questa è l’esperienza di quindici giovani che hanno speso le loro vacanze a realizzare progetti in Brasile: un’esperienza indimenticabile, a contatto con situazioni disperate e nell’impegno di solidarietà nella lotta silenziosa per rivendicare diritti umani e dignità. Ne riportiamo alcuni passi per capire com’è la vita in campagna e nelle favelas.

 

Inquadriamo la cittadina di Jaoquim Gomes. 

Gli uomini. Di uomini a Joaquim Gomes se ne vedono davvero pochi; la maggioranza di essi, infatti, è costretta a emigrare in altre regioni dove la manodopera è più richiesta, finendo in uno stato di semi schiavitù, in lontane ed estese piantagioni di canna da zucchero, da cui, in molti casi, non riescono più a tornare, lasciando così alla propria sorte moglie e figli. Nel solo anno 2007 da Joaquim Gomes sono partiti più di 3 mila uomini, su una popolazione di 22 mila abitanti, in cerca di un lavoro che permettesse loro di far sopravvivere le proprie famiglie; ma quasi sempre sono diventati vittime del meccanismo messo in atto dai fazendeiros, che, tramite esperti intermediari, riescono a incastrare migliaia di uomini rendendoli debitori dei loro datori di lavoro ancora prima di entrare in servizio. La strategia è molto semplice: a ogni lavoratore viene anticipato il denaro per i costi del viaggio, e per pagarsi il vitto, gli attrezzi di lavoro e il proprio sostentamento; a nessuno è permesso lasciare il posto di lavoro fino a quando non avrà ripianato il debito col padrone. Un impegno quasi impossibile, con un lavoro sottopagato. Anche se qualcuno riesce nell’impresa, rimane ancora il problema di acquistare il biglietto del viaggio di ritorno, che permetta loro di percorrere i tre giorni di pullman che separano il Mato Grosso (terra solitamente di destinazione dei lavoratori stagionali) dalle loro famiglie in Alagoas.

Le donne. In assenza degli uomini, che raramente riescono a inviare denaro alle proprie famiglie, sono le donne che lottano per la sopravvivenza dei loro figli, portando avanti la casa e provvedendo alle loro necessità. Sono donne forti e provate dalla fatica giornaliera. Fin dalle cinque del mattino le sentiamo passare per le vie, fuori dalla porta della casa che ci ospita; le vediamo scendere al fiume; in testa portano enormi bacinelle con i vestiti da lavare, in mano qualche pentola e attorno i figli più grandi con in braccio quelli più piccoli, pronti per il bagno nell’acqua torbida che scorre lenta tra le colline del paese.

Vita di tutti i giorni. Ancora prima dell’alba, gli uomini rimasti nel paese ci svegliano mentre, seduti in piazza, colpiscono con lunghe e forti strisciate del machete le pietre della pavimentazione, per preparare la lama alla lunga giornata nel taglio della canna. Poco dopo, passano vecchi pullman per caricarli e portarli nelle piantagioni, dalle quali torneranno soltanto quando farà notte. Dopo una giornata di lavoro, chi è più forte riesce a guadagnare di più, portando a casa appena un euro per ogni tonnellata di canna tagliata, sotto il sole cocente e con i vestiti che li coprono da capo a piedi per proteggersi dalle foglie taglienti.
Li si vede scendere dai pullman uno ad uno e diramarsi nei vari quartieri, con passo rapido, machete in mano e borraccia a spalle; raggiungono le loro case di fango dove, consumato un misero pasto, torneranno finalmente a riposarsi per riacquistare le energie da consumare nella dura giornata successiva.

Questa è la vita di un numero infinito di uomini, donne e bambini in centinaia e migliaia di paesi che sono sparsi, come Joaquim Gomes, nelle aree rurali di questa estesa regione del Brasile. E proprio da questa situazione siamo partiti e abbiamo potuto conoscere le altre differenti realtà che impregnano di contrasti questa terra. Tuttavia abbiamo potuto scorgere, al tempo stesso, barlumi di intensa speranza, a partire dalle favelas della caotica capitale fino agli accampamenti di senza terra, isolati nella sperduta area del sertão.

Visita ad una favela. La capitale dello stato di Alagoas è Maceio, città con circa 800 mila abitanti, che si estende a metà tra l’oceano e la laguna. Verso l’oceano sorgono i quartieri più ricchi, dove si trovano palazzi e alberghi di lusso, boutique di alta moda e design, ristoranti e club, palestre e scuole, dove autisti privati attendono i figli delle famiglie benestanti alla fine delle lezioni. A pochissimi chilometri di distanza, verso la laguna, inizia invece l’ininterrotta serie di favelas dove migliaia di famiglie vivono in baracche costruite con pannelli di legno, cartoni, cartelli pubblicitari, lamiere e teli di nylon recuperati nelle aree circostanti. Visitiamo una di queste favelas, quella di Sururù de capote, così chiamata dal nome del mollusco che vive nella laguna lungo la quale sono situate le baracche.

Vediamo adulti e bambini che si immergono continuamente in acqua, anche per alcuni metri, e portano in superficie masse di fango putrido, mischiato alle conformazioni di molluschi che, portate a riva, vengono passate alle donne per la pulitura. Piegate sull’acqua, immerse fino alle ginocchia, esse passano giornate intere a scrostare questa specie di cozze, che, una volta ripulite, vengono vendute ai ristoratori di lusso per un prezzo irrisorio: un secchio pieno di tali molluschi, frutto del lavoro giornaliero di un’intera famiglia, viene pagato l’equivalente di un euro circa. (…)

La storia di Vania. Presentandosi subito con il suo fare deciso e fiero, Vania ci racconta la sua storia: è nata nella favela; sin da ragazzina è stata coinvolta nei giri della droga, prostituzione e narcotraffico; ha avuto 12 figli, di cui sei morti prima ancora di nascere a causa della denutrizione e delle sostanze stupefacenti da lei assunte in gravidanza. Ma ora Vania è cambiata, il suo carattere e la sua voglia di lottare hanno fatto di lei una leader della favela: ha creato intorno a sé una comunità che si sostiene reciprocamente, forte nelle rivendicazioni per i propri diritti, superando la lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza in un crescente desiderio di rimanere uniti e solidali.

Mentre giriamo nella favela, Vania interrompe i suoi racconti per richiamare i bambini che litigano, per leggere un documento a un uomo analfabeta che chiede il suo aiuto e consiglio, per spiegare alla gente chi siamo; nel frattempo il suo sguardo è sempre attento nell’osservare e vigilare su ogni cosa che succede intorno. Vania conosce la gente della favela e non ha paura di raccontarcene la vita: ci indica bambine di nove anni che, per un piatto di riso o di fagioli, si prostituiscono con i taxisti che passano nell’avenida, bambini drogati con la colla, che tornano dal centro della città, dove hanno passato la giornata a vagare e a borseggiare i passanti; ci racconta la storia di una ragazza che, dopo anni di lavoro come domestica in una famiglia benestante, è stata licenziata appena i padroni hanno scoperto che viveva nella favela. (…)

La piaga della droga. Nella nostra visita siamo accolti in un’abitazione dove si consuma un altro dramma di sofferenza e disperazione. Un genitore, rimasto solo con due bambini piccoli, dopo aver perso la moglie e le figlie in morti violente, è costretto a sprangare la porta della baracca per impedirne l’entrata alla figlia di 12 anni, poiché la ragazza, che vive in strada, ogni volta che torna a casa cerca di portare via qualcosa, oggetti o alimenti, per scambiarli con una dose di droga.

Prima di lasciare la favela e salutare le frotte di bambini che ci hanno seguito nella nostra visita, ci aspetta l’incontro più inatteso. Nell’ultima baracca in cui siamo invitati a entrare ci attende infatti l’impatto con il paradosso più grande dell’amore materno, un incontro che, pur passando attraverso i nostri occhi, rimane incredibile per i nostri schemi mentali, sviluppati in un mondo che da qui sembra ancora più distante.
Sdraiato per terra, su un sottile pezzo di gommapiuma, Thiago, un ragazzo di 13 anni, ci accoglie subito con un sorriso di felicità, ma il suo sguardo è perso nei drammi di una vita bruciata da droga e violenza. Un suo polpaccio è avvolto da una grossa catena, chiusa con un lucchetto, che lo tiene legato al tavolo di casa. La madre è al suo fianco e ci spiega che sono ormai venti giorni da quando ha deciso di tenere il figlio così legato per cercare in qualche modo di salvargli la vita.

Thiago aveva solo nove anni quando cominciò a fare uso di crack e essere coinvolto nei traffici di droga; ora, minacciato di morte a causa di conflitti e lotte tra bande, la sua vita è a rischio.La madre è sicura che se il figlio uscisse di casa, sarebbe ucciso in brevissimo tempo. Per proteggerlo e per allontanarlo dalla droga, ha chiesto aiuto ai servizi sociali, ma non ha ricevuto alcun aiuto; per cui ha messo in atto una soluzione così drastica, già usata con la sorella e sperimentata da altre madri nella favela verso i propri figli. Thiago ci racconta col sorriso in faccia la sua vita e, salutandoci, augura a se stesso di poterci vedere ancora; ci confida che vorrebbe andare in giro per il mondo, ma ammette con le sue stesse parole che tutto ciò rimarrà nei suoi sogni, confessando di essere ben consapevole che o a causa della droga o per mano dei suoi nemici la sua vita sarà davvero breve.

Un ragazzo così giovane, ma con occhi e sogni privi di speranza, richiama alla mente tutti gli altri contrasti e sofferenze incontrate nella breve esperienza in Brasile. Il suo volto rimarrà scolpito in modo indelebile nei nostri ricordi, insieme al senso di impotenza e ingiustizia che si prova di fronte a certi drammi.

(fonte: rivistamissioniconsolata.it)

Comunicazione Comune di Verona: “Il mercato e la dignità delle persone”

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Nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Comune di Verona e le Associazioni Femminili locali in occasione della Giornata contro la violenza sulle Donne, evidenziamo un incontro che parla di intercultura, mercato e rispetto degli uomini e donne di questo pianeta. 

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mercoledì 27 novembre

Diritti umani, trasformazione o estinzione? Libertà, eguaglianza, dignità di fronte ai cambiamenti imposti dal Mercato e dalla globalizzazione, con presentazione del saggio “Nelle mani di Golia”, a cura di Paolo Moiola, Gabrielli editori

ore 18.00 –  Gran Guardia Auditorium – VR

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria

Interventi di:
Alessandra Algostino, docente Diritto Pubblico-Università di Torino
Paolo Moiola, giornalista, coautore del libro
Aldo Antonelli, sacerdote, coordinatore di Libera a L’Aquila, collabora con “L’Huffington Post”
Cécile Kyenge, Ministra per l’integrazione e le Politiche giovanili

Modera: Jessica Cugini, giornalista di “Combonifem”

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Informazioni e contatti:

Servizio Cultura delle Differenze Pari Opportunità
tel. 045 8077701
e-mail: pariopportunita@comune.verona.it

Brasile. Renan, 17 anni: “L’importanza della famiglia e degli amici speciali”

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“Ci sono dei giorni, dei giorni in cui è difficile credere in se stessi, quando il mondo per primo non crede in te e tanto meno alle tue parole. Quando ti guardi allo specchio e vorresti ridurlo in briciole perché riflette un’immagine diversa da quella delle persone intorno a te, quando a scuola qualcuno ti deride perché gli insegnanti per primi, non capiscono la tua realtà, il tuo animato rifiuto dell’ingiustizia che ben conosci perché l’hai dovuta conoscere troppo presto.

A questi atteggiamenti la gente risponde in modo superficiale, non comprendendo una realtà come la tua perché semplicemente fuori dagli schemi mentali. La presa in giro, il considerarti lo zimbello della scuola o del quartiere, l’additarti come qualcosa di strano che non si colloca né tra gli Italiani nè tra gli stranieri: tutto ciò ti fa soffrire e tu cominci a rispondere a modo tuo, prendendo a calci o a pugni qualcuno, usando l’ironia, urlando al mondo l’ingiustizia. Altre volte ancora tieni il tuo dolore per te, chiudendoti nell’apatia, creando un mondo tuo dove nessuno può entrare perché il mondo interiore fa meno male di quello esterno e soprattutto non ti delude mai.

Ciò che comunque ti aiuta è la speranza che la tua famiglia ti venga in aiuto, ti protegga, ti dia le armi giuste, quelle di cui un bambino non dispone e che solo una mamma e un papà sensibili e attenti, ti possono dare e così…

Se i tuoi genitori comprendono, finalmente ti comprendono, così non ti senti più solo e diverso nella società bensì ti senti parte di un nucleo che cambia il mondo a partire dal tuo: i tuoi genitori diventano catalizzatori, portavoce dei tuoi problemi e delle tue richieste ma soprattutto diventano prolungamenti di te stesso, persone forti come alberi a cui si appoggia un piccolo innesto: io.

Ciò nonostante capita a volte di avere bisogno di qualcosa di più, o meglio qualcuno che comprenda cosa hai nel cuore, senza dover continuamente spiegare che la tua storia è simile a quella di Mario Balotelli, perché la gente capisce solo quello.

Succede poi che ad una festa incontri dei ragazzi veramente speciali come Hercules, Carol, Lucas e Agatha che sono originari del tuo stesso Paese ma da una zona diversa e che, di primo acchito, sembrano semplicemente dei normali adolescenti con la passione per il rap ma poi ti accorgi che loro ti guardano in modo diverso dagli altri; sì, questi fratelli ti fanno sentire speciale, ti regalano un sorriso che ti scalda il cuore e capiscono che tu avevi proprio bisogno di avere accanto persone speciali, AMICI SPECIALI come loro che ti incoraggiano, ti spronano, che fanno di te una mascotte, che ti aiutano a fare COSE che né tu né tanto meno gli altri pensavano mai avresti potuto fare come: giocare a calcio o arrampicarsi a una spalliera. Così ho cominciato a credere che ce la potevo fare e di questo RINGRAZIO QUESTI MIEI AMICI SPECIALI!!!!!!!!!!!!!!!!!”

(fonte: aipaergapueros.wordpress.com/brasile)

Brasile. OECD: “Scuola, maggiore attenzione alle famiglie povere e agli indigeni”

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English: The logo of the Organisation for Econ...

Anche la scuola ha risentito della crescita economica. Tra il 2000 e il 2009 sono stati fatti molti investimenti sebbene ancora inferiori alla media OECD. Ancora nel 2009 un brasiliano su cinque, dai 15 ai 29 anni, non aveva un’istruzione né un impiego.

Le autorità hanno concentrato gli sforzi sulla scuola primaria. Nel 2010 il 92% dei bambini di sei anni frequentavano la scuola (erano l’83% del 2003). In certe aree la presenza femminile a scuola è paritaria anche se poi le donne adulte seguono modelli ancora legati all’accudimento di figli ed anziani, invece di entrare nel mondo del lavoro.

Da alcuni studi nell’area di Santa Caterina, una delle zone ricche del Brasile, si è osservato che uno dei limiti della scuola era la dispersione di fondi perché non c’era una piano organico statale per l’educazione scolastica. Inoltre la formazione degli insegnanti lasciava piuttosto a desiderare e il tasso di assenteismo era molto elevato. Mancavano per di più delle linee guida per la valutazione e i programmi scolastici.

Il programma Bolsa Familia ha dato un notevole contributo spezzando un destino segnato, che i figli di analfabeti fossero analfabeti.

Oggi anche gli insegnati sono più preparati  e le scuole si sono attrezzate di materiale didattico. Questo grazie alla creazione di FUNDEF (Fondo de Desenvolvimento do Ensino Fundamental) che garantisce una spesa per studente equa in tutte le regioni.

Il programma porta avanti anche piani di scolarizzazione per gruppi indigeni e adulti analfabeti.

Risulta interessante l’attenzione verso le famiglie povere con dei piani di finanziamento per invitarle a mandare i figli a scuola e il bancomat alle madri per rafforzare il loro ruolo genitoriale.

Se gli incentivi possono funzionare per la scuola primaria e secondaria, più difficile è l’accesso alle università dove i ragazzi poveri arrivano in numero limitato.

Possiamo concludere che la spesa statale per l’educazione sta progressivamente aumentando, ma che la qualità dei risultati è ancora bassa, in particolare per le materie scientifiche e la matematica. Come nota positiva gli studenti risultano adesso più in linea con il percorso di studio, fatto  non scontato alcuni anni fa quando un ragazzo ripeteva una classe più volte.

Il programma di riforma della scuola continua e si sta orientando anche al rafforzamento degli istituti tecnici per avere personale qualificato da inserire nel sistema produttivo.

(fonte: “Achieving world class education in Brasil”  – World Bank 11/2011)

NonsoloAmLatina. Adozione e approccio interculturale: “Oltre i pregiudizi e le chiusure”

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La riflessione che segue si adatta a qualsiasi etnia o cultura di provenienza dei nostri figli. Il diverso aspetto fisico e il diverso sentire, soprattutto quando parliamo di bambini non neonati, è una sfida che tutti i genitori adottivi devono essere pronti ad affrontare nel modo più naturale possibile.

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale Università degli Studi di Verona

L’adozione si misura comunque con la diversità. Una diversità spesso culturale, a volte persino religiosa, quando si adottano bambini e bambine di altri Paesi. Proprio per questo misurarsi con la diversità culturale, possiamo considerare l’adozione un percorso di dialogo e di esperienza interculturale ai più alti livelli. Proprio in quanto esperienza “interculturale”, l’adozione deve a mio avviso evitare un duplice rischio: quello dell’assimilazione e quello del multiculturalismo.

Il rischio dell’assimilazione lo corriamo là dove vogliamo che i nostri figli adottivi diventino come noi; che crescano secondo i nostri standard. L’assimilazione c’è là dove puntiamo a “plasmare” i nostri figli, convinti che – specie se piccolissimo possano crescere a nostra immagine e somiglianza. In un’azione di questo genere, rischiamo di fare gli apprendisti stregoni: ignoriamo la cultura d’origine, le radici dei nostri figli e puntiamo a costruire personalità finte, che sono frutto solo della nostra immaginazione e non di un incontro fecondo.

Il rischio del multiculturalismo lo corriamo là dove pensiamo che – specie per i bambini grandicelli – vi sia una sorta di loro “estraneità” che non ci appartiene, che non appartiene alla nostra cultura e che è incorreggibile. Ricordo, a questo proposito, un padre adottivo che anni fa mi diceva: “Vedi, si capisce che nostro figlio è di un’altra cultura e che non abbiamo nulla in comune. E’ un altro mondo, che non si concilia con il nostro”. Ecco, nel suo pessimismo multiculturalista c’è un pregiudizio che è anche un errore: l’idea che la cultura sia qualcosa di dato, qualcosa di statico, qualcosa di immutabile.

Rifuggiamo l’idea del poter plasmare l’altro. Rifuggiamo l’idea dell’altro – di nostro figlio o figlia adottivi – immutabili e impossibili da educare. Evitiamo soprattutto di cadere nella sciocchezza e nell’errore del “mito del Dna”: quasi che tutto sia scritto nel codice genetico e che tutto sia ormai definitivo, immodificabile, irrecuperabile (nel bene e nel male). Gli studi scientifici ci dicono che persino il Dna viene mutato, con processi molto lunghi, dal nostro stile di vita: alimentazione, ambiente, relazioni. Gli studi sociali ci dicono che siamo frutto sia dell’ambiente che del patrimonio fisico che ci portiamo dietro: basti del resto osservare due gemelli monozigoti, per verificare che nascono uguali (almeno all’apparenza) ma poi hanno destini molto diversi, anche quando crescono nella stessa famiglia.

Se riusciamo ad andare oltre il pregiudizio dell’assimilazione, oltre il pregiudizio del multiculturalismo; se riusciamo a entrare in una prospettiva interculturale, allora siamo sulla strada giusta per costruire con i nostri figli adottivi una relazione che può portare
frutti positivi. La strada spesso non è facile. Il fallimento dei nostri sogni e dei nostri progetti è dietro l’angolo. Ma possiamo contare sul fatto che abbiamo delle carte da giocare: nelle relazioni con i nostri figli adottivi, nella loro educazione, nella semina di valori ed esempi di comportamento che un giorno potranno essere proficui per loro.

Su questo concetto dell’approccio interculturale, al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona, dal 2003 abbiamo un master in mediazione e comunicazione interculturale diretto dal professor Agostino Portera, pedagogista e psicologo, che ha formato sin qui oltre 300 specialisti. Proprio l’esperienza del master, dove insegno Giornalismo Interculturale e dove mi occupo della programmazione didattica, mi ha consentito di verificare come l’impegno interculturale, la fatica dell’andare oltre i pregiudizi, gli stereotipi, i conflitti sterili, porti frutti positivi anche nella mia vita quotidiana di padre adottivo.

Brasile. World Bank: “Uno sguardo d’insieme”

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Il Brasile è uno dei paesi con maggior numero di bambini in difficoltà familiare e sociale. Nel pieno rispetto della Convenzione dell’Aja l’Italia è il paese che riceve più minori brasiliani, età media 7,4 anni. Cerchiamo di capire qualcosa di più di questo paese per avvicinarci in punta di piedi ai nostri figli.

Il Brasile è l’area più vasta dell’America Latina e con la popolazione più numerosa. Negli ultimi anni ha beneficiato di una crescita economica stabile che però ha messo in evidenza i limiti delle sue infrastrutture e servizi. Il divario tra nord più povero e sud più ricco rimane soprattutto se si guarda ad indicatori come la salute, la mortalità infantile e la nutrizione.

Dal 2003 la povertà è diminuita (21% nel 2003 all’11% del 2009) e anche la povertà estrema (dal 10 al 2,2%).

La classe media è cresciuta del 50% in America Latina e il Brasile è il paese che ha contribuito con il 40% della crescita regionale. Oggi la classe media brasiliana rappresenta più del 30% della popolazione. Si noti, tuttavia, che lo studio “Economic Mobility and the Rise of the Latin American Middle Class” definisce classe media la popolazione che guadagna tra $10 e 50 al giorno. Il che significa che, considerato il basso tasso di risparmio e l’elevata propensione al consumo, al minimo rallentamento dell’economia per una buona parte della popolazione c’è il rischio di ricadere nella povertà.

Nonostante un indubbio miglioramento, le disuguaglianze sono elevate e ci sono ancora forti disparità all’accesso della scuola basica e secondaria. Ricordiamo che l’America Latina è una dei continenti con la redistribuzione più iniqua, rivale solo a certe zone dell’Africa Sub-Sahariana.

Per disuguaglianza s’intende la possibilità di accedere ai servizi di base (scuola, salute…). Le disparità hanno raggiunto l’apice negli anni ’90. Negli ultimi 15 anni l’indice GINI che misura l’inequality si è abbassato confermando che la crescita economica ha contribuito in qualche modo a livellare l’indice verso il basso. La crescita della scolarità e il progresso tecnologico sono tra i motori della diminuzione della povertà. Sono stati fatti passi avanti anche della diminuzione della deforestazione.

(fonte: “Lesson from the recent decline in income inequality in Brasil” – World Bank 01/2012)

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Da inizio giugno 2013 continua la protesta nel paese. E’ bastato l’aumento del prezzo del biglietto degli autobus per innescare la rivolta dei poveri e del ceto medio che chiedono più servizi (sanità e scuola) per tutti. La presidenta Dilma Roussef si è impegnata a realizzare riforme politiche ma oggi solo il 30% dei brasiliani approva la sua gestione. Per la prima volta dopo decenni gli abitanti delle favelas hanno protestato in maniere indipendente.Preoccupa il tasso di criminalità (Internazionale 05/07/2013). 

Sulle recenti proteste degli insegnati vedi: http://www.lastampa.it/2013/10/08/blogs/voci-globali/brasile-si-fanno-violente-le-proteste-a-sostegno-degli-insegnanti-9xIQeGe6ESYbucOGrV90HO/pagina.html

Comunicazione Comune Verona: “Rassegna 7 incontri musicali dedicati alle famiglie” – nov 2013/apr 2014

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 Agorà, spazio di incontro, dialogo e scambio tra le famiglie e la città attraverso il linguaggio universale della musica e dell’espressione artistica, è un progetto in collaborazione con la musicista Elisabetta Garilli di Disegnare Musica Ensemble e con l’Associazione Culturale La Foglia e il Vento. L’iniziativa è dell’Assessorato alla Famiglia di Verona con l’obiettivo di prevenire lo svantaggio sociale e di sostenere la genitorialità.

I due spettacoli di Disegnare Musica Ensemble Viaggio nella notte blu e Iuiumanè e la nave del deserto porteranno le famiglie a riflettere sulle emozioni e le paure, ma anche sulla preziosità delle risorse ambientali e sull’importanza di una visione di vita in equilibrio con la natura.

“Agorà. Le famiglie e la città incontrano la musica”

2013-2014 – Teatro Ristori di Verona

Biglietto eur 5

Vedi programma in http://www.teatroristori.org/agorale-famiglie-e-la-citta-incontrano-la-musica

 

Primo appuntamento: 10 novembre 2013, ore 16.30 – Teatro Ristori

Viaggio nella notte blu. Spettacolo musicale.

Testo e illustrazioni dal vivo di Bimba Landmann. Musiche di Elisabetta Garilli. Arrangiamenti e orchestrazione di Francesco Menini. Interpretato da Disegnare Musica Ensemble.

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Nell’ambito del progetto vi è la possibilità di laboratori per le scuole e Associazioni che si occupano dell’infanzia. Sono invitate all’iniziativa:

Famiglie affidatarie afferenti al Centro Affido e della Solidarietà Familiare

– Associazioni Famiglie per l’Accoglienza

– Movimento per l’Affido e l’Adozione

– Associazioni aderenti alla Consulta della Famiglia

– Mamme e bambini stranieri che si incontrano alla Casa di Ramìa e alla Casa Rifugio

– Case Famiglia e Comunità del territorio che accolgono bambini e ragazzi  sotto tutela

– Genitori che si rivolgono ai servizi sociali comunali con la richiesta di sostegno e di accompagnamento nella relazione con i propri figli

– Genitori con figli che frequentano Centri Diurni e Centri Aperti.

Per alcune famiglie che rientrano in certi parametri, nonché per gli operatori che eventualmente accompagnano i bambini, l’ingresso agli spettacoli sarà gratuito.

Per i laboratori e la partecipazione delle Associazioni è necessaria la prenotazione a sportelloinfosociale@comune.verona.it (Claudia Dal Grande).

Comunicazione OGV: “Concerto inaugurale del XXXIII Festival del Cinema Africano” – Verona 8 nov 2013

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Un appuntamento interculturale capace di abbracciare discipline artistiche diverse e di regalare una serata di grande impatto creativo.

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La cinematografia africana incontra la musica dei giovani interpreti scaligeri, offrendo al pubblico uno spettacolo unico, creato mettendo insieme alcuni spezzoni del documentario pluripremiato  Kinshasa Symphony di Claus Wischmann e Martin Baer e l’interpretazione musicale e corale dei musicisti dell’Orchestra Giovanile Veronese

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Concerto inaugurale del XXXIII Festival di Cinema Africano.

Dirige  l’orchestra Stefano Gentili,  maestro del coro Valentino Perera.

Verona – Kinshasa: La musica non ha confini
venerdì 8 novembre alle ore 21
Teatro Filippini, via Dietro Filippini 1, Verona
ingresso: € 5,00

 

 

AmLatina. Sguardo sulla condizione delle popolazioni indigene: “Il rispetto dell’ambiente e la povertà”

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La discriminazione nei confronti delle popolazioni native ha continuato a essere endemica e sistematica in tutta la regione. La retorica non è stata accompagnata da una azione concreta per tutelare i diritti delle popolazioni native. Vi è stata una generale incapacità di prendere in considerazione i loro diritti nelle decisioni riguardanti autorizzazioni per le estrazioni petrolifere, lo sfruttamento di legname e altre concessioni per l’utilizzo delle risorse.

Nell’intera regione, sono stati segnalati sgomberi di popolazioni native dalle loro terre ancestrali. Minacce, intimidazioni e violenze contro leader nativi e membri delle comunità sono risultati fenomeni comuni.

Le popolazioni native di tutta la regione continuano a promuovere campagne durante l’intero anno per l’affermazione dei loro diritti sociali, civili, economici, culturali e politici. Si sono frequentemente scontrate con intimidazioni, vessazioni, uso eccessivo della forza, accuse pretestuose e detenzioni.

Un capitolo a parte merita l’acqua. L’America Latina è ricca d’acqua ma la distribuzione rimane sbilanciata. Non è ancora radicata una cultura dell’acqua e molto spesso viene sprecata.

Parlare di popolazioni native ci riallaccia con la spesa sociale che si è mantenuta estremamente bassa. Sono mancate politiche a lungo termine per combattere le violazioni dei diritti umani sofferte dalle persone che vivono in condizioni di povertà. I più colpiti hanno continuato a essere coloro che già erano vittime di discriminazioni, come le donne, i bambini e appunto le comunità native.

Partorire in maniera sicura, ad esempio, rimane un privilegio delle donne più benestanti. Le più emarginate sono le afroamericane o le donne native americane dove si registra un tasso più elevato di mortalità a seguito di complicazioni durante la gravidanza o il parto.

(estratto da amnestyinternational.it – Rapporto annuale 2010)

Per approfondire vedi http://www.survival.it/

AmLatina. Sguardo sulla condizione dell’infanzia: “Un bambino è importante sempre”

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La condizione dei bambini dipende da quella delle mamme. Educare le giovani generazioni al rispetto del ruolo maschile e femminile dovrebbe essere uno degli obiettivi primari. Poi c’è il diritto alla scuola che non è uguale tra bambini di città e bambini di campagna. L’elemento discriminante è la pessima distribuzione del reddito e la mancanza di rispetto degli elementari  diritti dei minori, lo vedremo in maniera diversa in ognuno dei quattro paesi che analizzeremo in maggiore profondità.

Abbiamo avuto difficoltà a trovare informazioni generali sulla condizione dell’infanzia perché mancano studi e forse perché le varie realtà sono così variegate che è difficile sintetizzare in un dato statistico. D’altronde la condizione dei bambini non può limitarsi ad una tabella con dati numerici. Una bambino conta per uno. Un bambino è importante sempre.

Vorremmo focalizzare l’attenzione sul dramma del turismo sessuale. L’Ecpat, l’organizzazione che in 70 paesi lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini, informa che si tratta di padri di famiglia, tra cui “certi italiani” che sembrano persone a posto…figli, mariti, padri, lavoratori… Eppure quando prendono l’aereo per Santo Domingo, Brasile, Colombia… si trasformano e non si fermano di fronte a bambine tra i 14 e 12 anni. Si tratta di uomini (si possono definire tali?) tra i 20 e i 40 anni, sempre più depravati per scelta e non per malattia. Solo il 5% è, infatti, un caso patologico. Gli altri lo fanno per provate un’emozione nuova, in modo occasionale (60%) oppure abituale (35%). Ma anche qui in Italia non si scherza: ci sono tra i 10-12.000 bambini anche in Italia che si prostituiscono, minori non accompagnati, se solo vogliamo guardare e sapere – (fonte: Il Messaggero 06/06/2013).

Un capitolo a parte meritano le popolazioni indigene e la loro prole. Anche qui le informazioni fornite le abbiamo trovate dai missionari o gruppi umanitari che non trovano spazio sui giornali. Uno dei problemi dei bambini indigeni è la frequenza della scuola. Molto spesso parlano solo l’idioma del gruppo di appartenenza e gli insegnanti non sono preparati per un approccio interculturale. Molto spesso questi bambini vengono discriminati con elevata dispersione scolastica. Nella zona amazzonica sono in atto corsi di formazione di insegnanti indigeni in 52 municipi. L’obiettivo è formare a distanza giovani di differenti etnie che possano insegnare alle comunità indigene le materie scientifiche senza trascurare le conoscenze millenarie e tradizionali dei popoli.

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In questi giorni è uscito il rapporto ILO – International Labour Organization – che dà un’idea del lavoro minorile nel mondo: Anche se in diminuzione, sono ancora tanti i bambini a cui viene tolta l’infanzia per aiutare le loro famiglie povere.

Vedi il report originale in inglese: http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—ed_norm/—ipec/documents/publication/wcms_221513.pdf

AmLatina. Sguardo sulla condizione delle donne: “La violenza sulle donne rimane un’emergenza”

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La violenza contro le donne è una piaga mondiale. Lo sappiamo bene noi che leggiamo tutti i giorni i giornali e seguiamo questo argomento con attenzione. L’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità ha condotto un studio per studiarne i costi economici e sociali (Correre – 21/07/2013). La classifica delle violenze domestiche è guidata da Asia sudorientale, Paesi Arabi del mediterraneo e Africa con percentuali del 37%. In Europa non va meglio: oltre 25 donne su cento sono abusate fisicamente o sessualmente dai partner. In America Latina ritroviamo il noto atteggiamento “machista” degli uomini derivante da una cultura che fatica a cambiare. L’impatto degli abusi sulla salute si tramuta in depressione e alcolismo, che sono due volte più probabili in chi ha subito violenze. Le infezioni trasmissibili sono un’altra piaga (una volta e mezzo più probabili) e l’aborto (due volte maggiore). Anche i bambini che vengono fatti nascere sono meno sani.

Nella nostra ricerca siamo rimasti piacevolmente sorpresi nel verificare che in ciascuno dei paesi dell’America Latina presi in considerazione c’è un organismo statale che si occupa di questo argomento.

Il numero dei casi denunciati di violenza, stupro e abusi sessuali, uccisioni e mutilazioni di corpi di donne dopo lo stupro, è aumentato in Messico, Guatemala, Honduras, Nicaragua e Haiti. In diversi paesi, in particolare in Nicaragua, Haiti e Repubblica Dominicana, i dati suggeriscono che più della metà di queste vittime erano ragazze.

L’applicazione di leggi finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti della donne e a impedire la violenza è rimasta lenta, specialmente in Argentina, Messico, Giamaica e Venezuela. Alcuni paesi, principalmente nei Caraibi, hanno introdotto riforme ma non hanno rispettato gli standard internazionali sui diritti umani, non criminalizzando lo stupro in tutte le circostanze.

Il problema maggiore non è la legislazione che in molto paesi è stata comunque rafforzata, ma l’applicazione della stessa. La Corte interamericana dei diritti umani, ad esempio, ha condannato il Messico per non aver provveduto a impedire con la diligenza dovuta o a indagare in maniera efficace o a fare giustizia in merito al rapimento e all’omicidio di alcune donne. Conosciamo la triste situazione di Ciudad Juarez.

Inoltre le cure mediche per le sopravvissute sono spesso inadeguate, deficitarie o del tutto assenti.

(fonte: amnestyinternational.it – Rapporto annuale 2010)

Il rapporto di Amnesty International combacia con quello della Chiesa.

(…) La Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’America Latina (CEPAL), nel rapporto “Del dicho al hecho” (dalle parole ai fatti), rileva che in 10 anni sono stati compiuti dei progressi nel riconoscimento dei diritti delle donne, ma i funzionari e le autorità, compresi i giudici, non applicano queste norme, così maltrattamenti, abusi e discriminazione continuano. Mons. Sanchez Martinez ha inoltre osservato che il continente americano è ancora la regione più diseguale e pericolosa per le donne, perché sono soggette a maltrattamenti, abusi sessuali in ambito familiare, mortalità materna e aborti. Nel migliore dei casi, una donna latinoamericana su 10 subisce violenze fisiche. Il tasso di fecondità è sceso da 5,9 figli negli anni 50 a 2,4 nei primi cinque anni del nuovo secolo, ma la gravidanza fra le adolescenti è raddoppiata. In estrema sintesi, il Vescovo ha affermato che “la povertà ha un volto femminile”. Le ragioni oggettive di questa situazione sono la persistenza di pregiudizi trasmessi attraverso la famiglia e l’educazione scolastica, la mancanza di parità tra uomini e donne, la mancanza di protezione alla vita familiare e alla maternità, lo sfruttamento attraverso il traffico di persone e la prostituzione. (CE)

(fonte fides.org – 25/07/2012)

AmLatina. Sguardo sulla società: “La crescita della classe media”

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Nell’ultima decade la classe media è cresciuta del 50%, ma un terzo della popolazione rimane ancora povera. Tra i paesi più promettenti c’è il Brasile. Alcune aree del Brasile dieci anni fa erano favela, adesso ci sono negozi e ristoranti anche se rimane il residuo di cumuli di spazzatura. Non ci sono, però, case eleganti e la gente guadagna meno di $600 con famiglie che superano le quattro persone anche se il tasso di natalità sta gradualmente diminuendo.

Ciò che ha permesso la mobilità sociale sono l’educazione scolastica, il lavoro e il trasferimento nelle città. Ma è una vera classe media? Secondo le banche viene considerato a rischio la persona che guadagna tra $4-10. Adottando questo criterio sarebbe confermato il dato che almeno il 30% della popolazione sarebbe ancora in stato di povertà. Tra il 2000-2010 la disuguaglianza è calata in 12 paesi su 15 grazie alla maggiore scolarizzazione, anche se rimane netta la differenza tra scuole per poveri e per ricchi.

I sociologi preferiscono dire che in AmLatina è nato un nuovo proletariato: la middle class presume una coscienza di classe che rende stabile la società. E’ un’esperienza troppo recente per l’America Latina per vedere un cambiamento reale (fonte: The Economist 10/11/2012)

I quattro paesi da noi analizzati in pillole:

Brasile – Rallenta l’economia. La sfida del futuro sarà di incentivare l’iniziativa privata e rispondere alla richiesta di servizi di qualità nella scuola e sanità da parte della nuova classe media che da giugno 2013 protesta contro le Autorità.

Cile – Moderata crescita del PIL, ma paese stabile ed in evoluzione che si sta diversificando dalla dipendenza dai metalli (80% dell’export). Rimaniamo in attesa delle presidenziali di novembre 2013.

Colombia – Pressioni sociali e lungo conflitto con guerriglieri e gruppi criminali. Trovato un accordo sulla riforma agraria ora si sta trattando sulla possibile partecipazione politica dei gruppi armati, assai poco graditi alla popolazione. Spazi per la crescita economica e per gli investimenti che potrebbero essere stimolati dalla riduzione delle violenza nel paese.

Perù – Economia stabile e il clima positivo supporta la crescita degli investimenti. Prevista una solida crescita per il 2014. Accentuate frammentazioni etniche e sociali; elevata dollarizzazione dell’economia (45%). Un quarto delle esportazioni riguardano il rame. La diffusa povertà e disparità fanno il paese suscettibile al populismo.

AmLatina: “Conoscere la terra dei nostri figli per rispettare le loro origini”

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Da questo anno di attività del blog è emerso un particolare interesse per la sezione “gravidanze precoci”. Uno dei post più cliccati è quello che riguarda la tabella che riassume la condizione della donna nei vari paesi di nostro interesse come osservatori del mondo dell’adozione.

Si è pensato allora di approfondire quest’aspetto per cercare di fornire un’immagine più realistica dei vari paesi.

Partiamo dall’America Latina, in particolare Brasile, Cile, Colombia e Perù da dove arrivano numerosi i nostri figli secondo le tabelle CAI.

Ci siamo avvalsi di dati forniti da organismi internazionali e ONG e ne sono risultati i seguenti focus:

–      condizione dell’infanzia

–      condizione delle donne

–      condizione dei popoli indigeni

Oltre ai dati ufficiali, dove è stato possibile, abbiamo cercato di aggiungere il pensiero di persone che lavorano nei quattro paesi e conoscono da vicino le diverse realtà e popolazioni, consapevoli che una cosa sono i dati statistici e un’altra la vita vera della gente.

Saremmo ben felici di completare il lavoro con il vostro contributo se avete specifiche conoscenze in grado di fornirci una diversa interpretazione da quanto emergerà.

L’intento di questa sezione è quello di mantenere quel filo tra noi, i nostri figli e la loro terra cercando di capirne le diverse sfumature e apprezzandone il sapore più nascosto e profondo.

Appunto quello che non emerge dai dati ufficiali.

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Il 12 e 13 dicembre 2013 Roma ospiterà la sesta Conferenza Italia – America Latina e Caraibi per un confronto tra popoli sotto il profilo culturale e commerciale. A questo  proposito si invita a visionare il portale di LILA – Istituto italo-latino americano. http://www.lila.org

Ira e rabbia. Doc3: “Un caso di adozione in Etiopia”

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Questa è la storia di due bambini etiopi adottati da una coppia danese. In questo documentario gli interessi degli adulti vengono prima di quelli dei piccoli.

Da un lato i genitori etiopi,  a cui viene diagnosticata l’AIDS con prospettiva di pochi anni di vita davanti, che daranno in adozione i figli per garantire loro un futuro certo e pensando di rimanere in contatto con la famiglia allargata da cui si aspettano anche un supporto economico.

Dall’altra la coppia danese, oltre la quarantina, vogliosa di crearsi una famiglia.

Non ne esce pulito l’ente intermediario che promette alla giovane coppia etiope ciò che non può mantenere pur di raggiungere lo scopo.

Nel mezzo due bambini ignari degli accordi tra adulti.

Masho, la maggiore, si ribella da subito  e si stacca sempre di più dai genitori adottivi, dapprima con scatti di rabbia, poi attraverso il rifiuto del cibo.

Stiamo parlando di Danimarca. Ci auguriamo che in Italia prevalga sempre l’interesse del bambino.

E’ un documentario che ci ricollega ad un’altra sezione di questo blog, “Adozione etica”, e che ci colloca in un mondo ben lontano dalle famiglie felici di “Mamma ha preso l’areo”, andato in onda su LA7 qualche anno fa.

Di seguito il link al programma, che dura una cinquantina di minuti, ma che vale la pena di vedere per ribattere a chi crede che l’adozione vada bene sempre e comunque.

http://www.doc3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-102616e0-8bba-46c5-bc86-4099f38db007.html

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Sempre sullo stesso tema dei bambini “rubati” vedi : http://www.vita.it/welfare/adozioni-internazinali/l-adozione-non-fa-pi-audience.html

Traffico di bambini anche nel film trasmesso di recente sulla Rai: “Chi vuole mia figlia? Storia reale: una coppia di coniugi americani adotta una bimba moldava, ma dalla documentazione qualcosa non torna. La madre scopre un traffico di bambini attivato da una pericolosa organizzazione criminale internazionale.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-83e6718c-7e7e-4785-9332-75b4181652ca.html

Ira e rabbia. Mamma Giusy: “A scuola, le frasi sottovoce fanno più male dei pugni”

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“G. ha due occhioni neri e rotondi, capelli ricci, ma non crespi e neppure tanto neri per essere di origini brasiliane. E’ il nostro nuovo alunno iscritto in seconda elementare. I genitori adottivi lo presentano a noi insegnanti durante una riunione formale, c’è anche un mediatore culturale per via dei problemi di lingua, ma loro mettono subito le mani in avanti perchè G. non vuol più sentire una parola nella sua lingua madre. I bambini adottivi hanno una gran “fame” del loro nuovo stato che imparano in fretta la nuova lingua. Così è stato…

Lo abbiamo accolto in classe e lui ha fatto subito amicizia con i compagni e dimostrato affetto verso di noi. L’inserimento ha però avuto qualche ostacolo, comprensibilissimo e già messo in conto data la sua vita passata. Spesso ha avuto crisi di pianto anche solo per uno sguardo che lui interpretava come “giudicante” nei suoi confronti e ogni volta la maggior parte del tempo ruotava intorno a lui per ridargli fiducia e sicurezza, per non assecondare il suo desiderio di tornare a casa…

La sua straordinaria capacità di adattamento lo ha premiato con bei voti in tutte le discipline, così ha conquistato con profitto le sue prime pagelle: in seconda e in terza. Quest’anno però è successo qualcosa che lo ha gradatamente allontanato dalla classe e dalle insegnanti. L’insofferenza verso alcuni compagni si è manifestata anche violentemente con parole pesanti e qualche aggressione fisica. Gli interventi di noi docenti sono sempre stati tempestivi e mirati a consolidare la sua autostima. In quarta si prevede che gli alunni siano anche più propensi ad ascoltare e ad ascoltarsi, così li abbiamo coinvolti anche in esperienze verbali perchè potessero esprimere liberamente la loro opinione e potessero osservare ciò che stava accadendo anche spostando il loro punto di vista….

La calma che si respirava però era sempre tesa a far sì che non succedessero episodi di intolleranza. Ormai G. non stava più bene con i suoi compagni, lui era sempre diffidente perchè tutto quello che succedeva, dalle risatine alle parole dette sottovoce, erano sempre contro di lui. Tante volte abbiamo avuto la conferma che le sue paure erano fondate, abbiamo sentito dire da alcuni compagni “brutto orfanello”, e “perchè non te ne torni in Brasile”… sono frasi che graffiano anche noi insegnanti. Naturalmente abbiamo fatto riunioni su riunioni, con i genitori degli alunni coinvolti, abbiamo sedato tante situazioni “esplosive”, abbiamo cercato di trovare soluzioni ad ogni situazione contingente….

Ma forse non siamo state abbastanza incisive e così G. è stato trasferito dai genitori in un’altra scuola, in un altro paese… Non sappiamo se quella sia stata la soluzione migliore, ma speriamo che la nostra sconfitta sia per lui l’inizio di una nuova, gratificante esperienza.”

Ira e rabbia: “Balotelli, quando la rabbia è dentro”

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Questo è il testo integrale di un articolo di Concita de Gregorio che ha scritto un libro su Balotelli: “Io vi maledico”. Ci è sembrato giusto riportarlo completo, anche se ci sono affermazioni un po’ dure per noi genitori che abbiamo figli di altre etnie, perché in questo modo possiamo entrare nei pensieri della gente “altra” che non ha rapporti stretti con i nostri figli e non conosce la loro storia. E’ certo che l’incazzatura di Balotelli per i cori razzisti allo stadio la capiamo pienamente. 

ROMA – Due gol a Malta, nuova bandiera della nazionale italiana, per Mario Balotelli sembra aprirsi un capitolo nuovo della sua vita da calciatore dopo le tante polemiche tra campo e gossip. Mario Balotelli è ormai uno dei più forti calciatori del mondo: ce lo racconta Concita De Gregorio nel libro “Io vi maledico”, Einaudi Editore. 

Cristina, la sorella. “Ho perso gli ultimi tre anni della mia vita a parlare di Mario. Ora basta. Non ne posso piú”. 

Giovanni, il fratello. “Da piccolo i miei lo portavano a nuoto, a ginnastica, gli facevano fare anche due sport al giorno. Qualunque cosa, purché si stancasse”. Andrea Ferrarese, amico d’infanzia. “La prima cosa che ho saputo di lui è che faceva la pipí dentro gli zaini degli altri bambini. Non avevamo ancora 10 anni. A scuola ci dicevano che era stato malato, che i suoi veri genitori lo avevano abbandonato e che dovevamo avere pazienza. Mi ricordo che in bagno si lavava le mani con l’acqua bollente. Una volta mi disse: cosí diventano bianche”. 

Mauro Tonolini, ex presidente dell’Uso Mompiano. “Quando è arrivato qui, a 5 anni, era l’unico bambino negro di duecentocinquanta”. 

Tiziana Gatti, maestra della scuola di Torricella.“È stato il caso piú difficile con cui mi sia mai confrontata. Aveva un problema di identità evidente. Si dipingeva la pelle di rosa coi pennarelli. Gli domandavo: è cosí che ti vedi? Mi ha chiesto piú di una volta se anche il suo cuore, dentro, era nero. Gli spiegavo di no ma dopo qualche giorno me lo chiedeva di nuovo. La famiglia in cui viveva per problemi burocratici non poteva adottarlo. Dovevano rinnovare periodicamente la tutela, ricordo che non aveva documenti e che doveva spesso visitare la sua famiglia biologica. Ogni volta che rientrava da quelle visite mi diceva: maestra, domani mi fanno tornare in Africa? Mi ricordo che a ricreazione un giorno gli demmo come a tutti una banana. Uscí di corsa dalla mensa arrabbiatissimo, offeso”.

La signora Maria, barista di Brescia. “Ancora adesso quando passa certe volte lo fischiano dalle finestre, gli tirano oggetti dai balconi”.

Giovanni Valenti, primo allenatore nel Mompiano. “Quando andavamo in trasferta dovevamo sempre parlare con lo speaker per chiedergli che lo annunciasse come Mario e non come Barwuah, il suo cognome. Se questo non accadeva lui si rifiutava di scendere in campo”.

Marco Pedretti, compagno di squadra nel Lumezzane. “Era anche simpatico ma tremendamente pesante. Arrivava un momento in cui non lo potevi piú sopportare. Cambiai di squadra”. 

Andrea Ferrarese. “Mi ricordo una festa di compleanno a casa sua. Tutti i bambini giocavano a giochi organizzati dai suoi genitori, lui stava in corridoio a dare colpi con la palla al muro. Lo consideravano tutti un po’ matto, alle bambine faceva paura”. 

Pierluigi Casiraghi, tecnico dell’Under 21 azzurra. “Credetemi, non è matto. Io ho giocato con Gascoigne”.

Vincenzo Esposito, ex tecnico della giovanile dell’Inter.“È un provocatore. Il problema è che non sa calcolare le conseguenze dei suoi gesti. Una volta parlavo ai ragazzi per prepararli a una partita importante, lui si allontanò e tornò leccando un cono gelato. Si misero a ridere tutti, l’avrei ammazzato”.

Giovanni Valenti. “È sempre stato il piú bravo”. 

Walter Salvioni, allenatore del Lumezzane. “Lo convocai in una partita contro il Padova. Loro secondi, noi penultimi. Mancavano trenta minuti e stavamo perdendo. Lo feci entrare, vincemmo”.

Sergio Viotti, portiere di riserva nell’Under 21, suo amico da quando avevano 6 anni
“Diceva sempre che sarebbe stato il primo negro a giocare in Nazionale e che non festeggiava i gol perché lo avrebbe fatto solo il giorno che avesse segnato per l’Italia, nella finale dei mondiali”. 

Papa Dadson, calciatore ghanese. “Quando i miei amici lo hanno visto buttare a terra la maglia dell’Inter hanno detto: pessimo negro”.

Il barista Giuseppe, marito della signora Maria. “Ormai in giro ci sono tanti ragazzi neri che parlano dialetto, nati e cresciuti qui. Lui poteva essere per loro un esempio. Poteva aprire tante porte a chi ha dei problemi. Invece no, perché è proprio stronzo”.

Marco Pedretti. “Un giorno, nell’epoca in cui era all’Inter, mi chiamò. Era tempo che non lo vedevo. Mi chiese se volevo passare il suo compleanno con lui. Un giro, un bicchiere. Era solo. Andammo. Gli dissi: ma che hai, sei incazzato nero. Poi già mentre lo dicevo mi resi conto… pensai adesso mi tira un cazzotto. Invece mi guardò un  po’ cosí, poi si mise a ridere”. 

Padre Mac Mahon, della chiesa di Saint John a Charlton. “È venuto la notte di Natale con una ragazza e un’altra coppia. È rimasto tutto il tempo in fondo alla chiesa. No, non si è confessato. Un po’ mi è dispiaciuto, mi avrebbe fatto piacere parlarci. Però se devo essere onesto ho anche pensato: il diavolo, per oggi, meglio che se lo tenga per sé”. 

Noel Gallagher, musicista ex frontman degli Oasis, Manchester. “Dimenticatemi gente. La nuova rock star, qui, è Balotelli”

Carlton Myers, padre caraibico e madre italiana, campione europeo di basket e portabandiera olimpico per gli azzurri. “Quando vedo Balotelli mi ricorda me stesso da giovane. Un tipo con una rabbia dentro che lo divora. Mi piacerebbe conoscerlo, parlarci. Tra noi non servirebbero troppe parole. So di cosa si tratta”.

(fonte: repubblica.it – 27 marzo 2013)

Adozione e luoghi comuni. “Biologici e /o Geneticamente modificati?”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Assieme ad una mia cara amica, Anna Genni Miliotti, scrittrice, formatrice ed esperta di adozione internazionale, più volte ci siamo trovate a riflettere sulla terminologia usata nel complesso mondo legato all’adozione. Oggi pensavo di condividere le nostre riflessioni legate alla parola “Biologico”. Spesso leggiamo o parliamo di “genitori Biologici” oppure di “figli Biologici”.

Biologico? Dove peschiamo questo termine?

Nei supermercati spesso troviamo il bancone del “cibo biologico”: una selezione di cibo di qualità scelta, controllata, oppure di cibo non trattato chimicamente, più naturale, ecc…Adesso esiste, grazie ai ritrovati della scienza, anche il cibo geneticamente modificato, animali geneticamente modificati, ecc…

Ma come mettiamo insieme questa connotazione che diamo al cibo con i genitori o i figli? Come possiamo usare, in modo indiscriminato, un termine che descrive tanto la qualità di un cibo, quanto quella un figlio o di un genitore?

Semplice: “Evitiamo di metterli insieme!”

Allora che significa essere “figlio biologico”? Un figlio nato dalla mia pancia? Oppure un figlio nato dalla pancia di una donna più in generale? Eppure tutti siamo nati dalla pancia di una donna. Allora perché questi distinguo?

Durante una chiacchiera con una mamma che aveva fatto la scelta di adottare, questa donna mi disse: “Si in effetti i figli sono nati tutti dalla pancia di una donna, ma i miei figli non sono nati dalla mia Pancia!”

Mi venne istintivo risponderle: “Quindi lei è una mamma geneticamente modificata!”

Se stiamo con l’etimologia della parola “biologico” è un aggettivo che si riferisce all’agricoltura o al cibo, derivante da prodotti agricoli, il sostantivo è “Biologia” e qui troviamo che “Bios” significa VITA e “logos”: STUDIO; pertanto se ipotizziamo che il compito di un genitore sia quello di “dare vita attraverso la logica e lo studio, ovvero di rendere autonomi i propri figli”, mi chiedo: “Ma questo non è un compito di tutti i genitori, siano essi “Biologici”, oppure coloro che fanno la scelta di adottare un bambino, o ancora coloro che hanno fatto la scelta di prendere in affidamento un bambino, o quanti sono genitori separati?”

Ogni genitore dovrebbe assumersi responsabilmente tale compito.

Eppure una differenza tra la persona che ha un corredo genetico in comune con un bambino e chi non ce l’ha , ci dovrà pur essere. O no? Quindi il primo si chiama biologico e l’altro adottivo o affidatario, giusto?

Personalmente a me non piace essere definita al pari di una zucchina biologica, o di un carciofo o a un sacchetto di cereali! Chiedetevi o chiedete a vostri figli se a loro piace.

Guardandomi attorno mi chiedo se c’è la stessa differenza anche in altre culture. Con la mia amica Anna, abbiamo poi notato una cosa: nei paesi anglosassoni i genitori “Biologici” vengono chiamati: “Birth Parents”= “Genitori di Nascita”, per distinguerli dagli “Adoptive Parents”= “Genitori Adottivi”.

Il termine “Genitore di nascita” trovo che sia appropriato: rispetta la nascita, i figli e i genitori. Attenendoci al termine non c’è una differenza di qualità (migliore o peggiore) tra il genitore di nascita e il genitore adottivo, e non si punta l’attenzione sull’aggettivo. Ma ci si focalizza sul sostantivo che è comune :“genitore”, quindi essere genitore! Meglio di avere in comune le zucchine e le carote, non vi pare?

E se parliamo dei figli? Che impatto ha sapersi biologico come le zucchine? Torniamo a quanto detto precedentemente: siamo tutti figli biologici, ovvero nati da una “logica” naturale che è quella della procreazione. Un mistero tanto fitto, quanto ben regolato nel suo attuarsi.

Ma allora che differenza c’è tra l’essere un figlio biologico e un figlio adottivo?

Il “Figlio Adottivo” è NATO, dalla pancia di una donna che ha SCELTO di darlo alla luce, e poi è stato anche SCELTO da altri genitori che hanno voluto prendersi cura di lui. Quindi è figlio due volte, o meglio è stato scelto due volte!

Un conto è dire al proprio figlio: “Sei stato scelto!” altra cosa è dirgli: “Sei stato scelto due volte!”

Un conto è sentirsi scelti in quanto nati, un conto è sentirsi scelti due volte in quanto nati e adottati!

Questa, credo, sia l’unica differenza, che poi diventa anche sostanziale, esistenziale, ed è comunque reale!

La storia di uno di noi!

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna che accolse nella pancia per nove lunghi mesi, un  dono, un bambino. Questa donna  ha scelto di darlo alla luce, con il dolore di un parto. Dopo aver dato a questo bambino la vita, ha scelto di lasciare suo figlio…

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia di persone che scelsero di diventare genitori di un bambino che era stato lasciato dalla  sua mamma di nascita.

C’era un bambino, a cui una donna scelse di dare la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di persone che diventarono i suoi genitori, e lui è  diventato di nuovo figlio…

To be continued…

Adozione etica. Zygmunt Bauman: “Intercultura significa interagire tra diverse etnie senza perdere la propria identità”

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Zygmunt Bauman, il sociologo e filosofo polacco della «società liquida» sarà domani, lunedì 15 aprile 2013, a Verona per un convegno universitario internazionale. Alla sera ci sarà una conferenza aperta ai non addetti ai lavori alle ore 20.00. Entrambi gli eventi sono organizzati dal Centro Studi Interculturali dell´Università di Verona (http://www.csiunivr.eu/). Nel blog abbiamo riportato la parte dell’intervista a Mr Bauman dove parla di intercultura, visto che i nostri figli e le nostre famiglie possono essere interessati al tema.

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di Agostino Portera e Maurizio Corte  – rispettivamente direttore e docente del Centro Studi Interculturali Università di Verona

Il «diverso» – dice Bauman in questa intervista concessa in esclusiva al nostro giornale – è in casa nostra; e non se ne andrà. La soluzione, allora, è saper trasformare, grazie alle competenze interculturali, quella fonte di rischi e di problemi che può essere la diversità in un´occasione di arricchimento reciproco. Come? «Con la cooperazione e con il dialogo», consiglia il sociologo polacco. (…) 

(…) L´educazione interculturale può essere considerata una rivoluzione copernicana poiché l´identità e la cultura non sono viste come statiche, ma dinamiche e in costante evoluzione. La diversità, l´emigrazione, la vita in una società multiculturale non sono solo fattori di rischio ma anche opportunità di arricchimento e di crescita, per una nuova sintesi, con più ampie occasioni di dialogo, scambio e interazione. Cosa ne pensa?

«Sono assolutamente d´accordo. Noi siamo in effetti sottoposti a qualcosa che ricorda la Rivoluzione Copernicana. Suggerirei anzi che è addirittura qualcosa di più rivoluzionario di quella originale. Copernico rivoluzionò il nostro modo di vedere il mondo in cui abitiamo, mentre il passaggio che lei chiama “educazione interculturale” è sospinto non così tanto da un cambio di visuale, quanto da un cambio del mondo in sé stesso. 

Per gran parte dell´era moderna noi supponevamo, a torto o a ragione, che la diversità culturale fosse un fastidio temporaneo da risolvere; un fastidio e da lasciare indietro nell´ambito di quell´universalismo che noi credevamo fosse la maggiore delle conquiste dell´umanità. Noi pensavamo, inoltre, che questo effetto universalistico sarebbe stato prodotto dalla “assimilazione”: persone “diverse da noi” avrebbero abbandonato la loro alterità per diventare come noi, partecipi dello stesso modello di vita umana. Questo punto di vista non è più sostenibile a lungo, non già perché abbiamo cambiato le nostre menti, ma a causa della continua “diaspora” del pianeta: persone di differente appartenenza etnica, di differenti origini, linguaggi, fedi e scelte culturali ora vivono assieme e interagiscono senza abbandonare le loro differenti identità; e senza rinunciare al loro diritto di affermare sé stessi. 

I diversi modi di essere persona sono qui con noi; e con tutta probabilità non se ne andranno via. Dobbiamo prepararci alla prospettiva di vivere in un mondo culturalmente diversificato in modo permanente. Dobbiamo sviluppare e praticare l´arte del “convivere con la differenza” e trarre beneficio da quel modo di vivere, facendolo non malgrado le nostre differenze, ma grazie ad esse. Noi possiamo davvero diventare tutti più saggi e più ricchi e più umani, imparando ciascuno dai tesori di esperienza e saggezza dell´altro». 

Fra le competenze interculturali una delle più importanti è la gestione dei conflitti. Un´educazione alla pace intesa non come assenza di contrasti (la pace eterna dei cimiteri), non come una finzione diplomatica, non come un qualunquistico «lasciar andare». Al contrario: come un´abilità attiva di gestire i conflitti. Poiché è impossibile eliminare i conflitti, così è necessario imparare a gestirli, senza ricorrere a una schiacciante violenza o distruzione. Cosa ne pensa?

«Concordo anche su questo. Vivere a contatto quotidiano l´un l´altro, conversare, interagire, cercare di conoscersi reciprocamente meglio e conoscersi in modo più profondo, non significa accettare che “tutto va liscio” così. La mia convinzione è, invece, che ciascuno di noi può allo stesso tempo guadagnare in qualità della vita, attraverso la cooperazione con gli altri. Sono convinto che la formula di Richard Sennett di una “aperta e informale cooperazione” indichi la strada per raggiungere quell´effetto. Tutti e tre gli aspetti selezionati in quella formula sono essenziali allo stesso modo. “Informale” significa la rinuncia al fissare delle regole in anticipo e l´essere aperti a che le regole emergano e si mettano alla prova nel corso dell´interazione. “Aperto” significa essere d´accordo sul recitare, quando ne sorga la necessità, sia il ruolo dell´insegnante che quello dell´allievo. E la “cooperazione” ha di diverso dai soliti dibattiti che non mira a persuadere o costringere gli altri ad accettare il mio punto di vista e a rinunciare al loro, ma spinge tutti a condividere qualsiasi cosa sia giusta e utile all´esperienza dei partecipanti alla discussione. Nella cooperazione non ci sono vincitori e sconfitti: ognuno risulta vincitore, guadagnandone in saggezza. Questa è condizione sine qua non per un tipo di coesistenza che esclude le minacce gemelle sia dell´oppressione e che della reciproca indifferenza».

(fonte: L’Arena 14/04/2013)

Adozione etica. Sharal, 23 anni: “La fortuna di vivere in una famiglia gioiosa“

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Dopo lo studio dell’Università Cattolica ci è sembrato appropriato postare questa testimonianza che avvalora la tesi delle due studiose Rosnati e Ferrari: lo stile familiare giocoso ha una sua importanza nella riuscita di un’adozione.

Romanzare la storia della mia vita, in particolare della mia adozione, non mi è mai molto piaciuto. Lo trovo frustrante e anche un po’ ipocrita da parte mia. Perché, in fondo, io non mi sento per niente una “ragazza speciale” per essere stata adottata, come forse credono i media. 

Sono nata a Mangalore, una città a sud-ovest dell’India, e sono stata adottata all’età di un anno. Sono cresciuta in un paese in provincia di Verona, dove vivo tutt’ora con i miei genitori e mio fratello, anche lui adottato. La mia è una storia molto semplice. Inizia in India ma si sviluppa in Italia, la terra che mi ha accolta e amata. A parte il primo anno di vita che ho vissuto “diversamente” rispetto ai miei coetanei, il resto è stato uguale. Scuola, università, relazioni. 

Quella che i media chiamano “sana integrazione” per me non è neanche esistita. Io e mio fratello siamo stati accolti in automatico, proprio come fossimo nati qui. Di certo i nostri genitori hanno contribuito vivere l’adozione in modo sano e spensierato. Casa nostra ha sempre avuto le porte aperte verso il mondo, verso gli amici, il parentado, le persone che avevano bisogno. Così tutte le relazioni sono nate naturalmente e tutti ci hanno conosciuti naturalmente, senza sforzi, senza strani discorsi. I nostri genitori sono sempre stati dentro il mondo, hanno sempre avuto molte persone attorno a loro. Io e mio fratello li riteniamo dei “fighi”. E anche leggermente pazzi.

Ci hanno sempre lasciati liberi di esprimerci, liberi nel pensiero. Prendono la genitorialità come una continua scatola di sorprese. Non si sono mai fatti programmi, né tabelle da seguire. Sono incasinati, anticonformisti e al contempo modaioli e frizzanti. Fanno battute sul fatto che io e mio fratello fisicamente non assomigliamo per niente a loro, e io rido sempre a crepapelle perché mi hanno insegnato la bellezza di essere autoironici e di non prendersi troppo sul serio. 

Non ci hanno mai fatto grandi discorsi sull’adozione, semplicemente ogni tanto raccontano di quando sono venuti a prenderci e ne parlano con grande dolcezza. Raccontano dell’iter durato quattro anni in cui hanno superato sedute psicologiche, incontri in tribunale, burocrazia, per poi essere stati attestati come “idonei” all’adozione.

Raccontano di avere visto molte coppie, che loro ritenevano ottime, non ottenere l’idoneità. Vedendo i miei e conoscendo diversi genitori con figli adottati, sono arrivata alla conclusione che per essere “idonei” non serve essere perfetti o impeccabili, serve invece essere una coppia con mille difetti perché è naturale, con tante paure perché è sana e con tanto amore perché è vera. 

Mamma e papà hanno sempre trattato me e mio fratello come dei figli quali siamo, nel bene e nel male. Non hanno mai giustificato un nostro comportamento sbagliato, né si sono mai sentiti diversi rispetto agli altri genitori, anzi. Sicuramente sono molto aperti di mentalità e molto sensibili a certe tematiche. Anche per questo non hanno mai seguito dogmi imposti, non ci hanno mai dato regole di vita né ci hanno mai fatto grandi discorsi filosofici. Sono sempre stati molto concreti. Ho imparato tutto quello che so dai loro gesti, dal loro comportamento. Si amano ancora alla follia e quando li guardo abbracciarsi come due adolescenti, dopo venticinque anni di matrimonio, sento di avere una famiglia che è una goccia nell’oceano.

E allora penso che non conti essere adottati o biologici, i figli crescono felici se di fronte hanno due genitori felici. Ci sono figli adottati che si imbattono in problemi e che vivono disagi ma sono gli stessi problemi e disagi che può vivere anche un figlio biologico. Quando c’è l’amore c’è tutto, e non è un modo di dire, è la verità. Quando in una famiglia ci si ama davvero, si possono commettere tutti gli sbagli del mondo nei confronti di un figlio ma nessuno sbaglio sarà in grado di dividere, anzi, sarà un ostacolo che rafforzerà tutti i legami. 

La nostra famiglia è un miscuglio di pelli, di idee, di ambizioni e di sogni. È una famiglia in cui ci si aiuta, ci si parla. E si parla davvero di tutto, senza paure né esitazioni. Siamo così diversi, tutti e quattro, e al contempo così uguali. Io e mio fratello ci sentiamo italiani puri, ma al contempo abbiamo, forse geneticamente, un modo di pensare più “orientale”. I miei genitori non hanno fatto di questa nostra diversità un dato di fatto, bensì un valore, una ricchezza. È come se, in un certo senso, ci avessero sempre stimolato ad essere diversi. Diversi dagli altri, capaci di pensare con la nostra testa, di scegliere autonomamente. Di ascoltare la musica che ci piace, di vestirci come ci piace, di amare chi ci piace. Di essere chi vogliamo essere. Ecco che allora la diversità diventa davvero una risorsa, una cosa che ci contraddistingue e ci rende speciali.

Non credo quindi che sia stata l’adozione a rendermi speciale, ma la mia famiglia, così com’è: caotica, creativa, sfrontata, energica e innamorata della vita. “

Ricerche e studi. UniCattolica del Sacro Cuore di Milano: “E’ compito dei genitori facilitare l’integrazione di un figlio di diversa etnia”

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I figli venuti da lontano incontrano difficoltà nel conciliare la doppia appartenenza, quella della famiglia italiana che li accoglie e li cresce e le proprie radici che affondano in paesi con una cultura diversa.

Abbiamo il piacere di pubblicare su ilpostadozione una sintesi della ricerca dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano curata da Rosa Rosnati e Laura Ferrari nel 2011-2012. Lo studio è stato condotto dal centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano sulle relazioni familiari e sulla costruzione dell’identità degli adolescenti e giovani adulti in adozione internazionale e nazionale.

La riflessione che segue sostiene ancora una volta l’importanza che hanno i genitori nel facilitare l’accettazione della doppia appartenenza da parte del figlio. I genitori devono introiettare che una cultura va capita ed amata, non compatita e banalizzata.  Se rispettiamo le origini dei nostri figli, i primi ad aprire le braccia verso il loro mondo dobbiamo essere noi. Da qui la sollecitazione ad enti e operatori a seguire le coppie nell’elaborato compito della fusione dei due mondi.

E’ nostro parere che un’impresa così complessa non debba essere lasciata al caso e alle risorse personali della coppia.

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di Rosa Rosnati e Laura Ferrari, docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che hanno curato la ricerca

Nell’ultimo decennio il fenomeno delle adozioni internazionali in Italia ha assunto una rilevanza significativa sia a livello numerico, addirittura nel 2011 siamo stati il secondo Paese a livello mondiale per numero di adozioni, sia dal punto di vista sociale in quanto tale modalità di diventare famiglia è a tutti gli effetti entrata a far parte del nostro tessuto sociale. In questi anni caratterizzati dalla diffusione e della sempre maggiore attenzione alla legislazione e alla cura delle pratiche adottive, la voce della ricerca si è via via interrogata sull’impatto che possono avere le complessità che l’adozione internazionale porta con sé. 

La ricerca condotta dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, ha cercato di rispondere a questi interrogativi coinvolgendo 161 triadi adottive italiane, composte da padre, madre e figlio adolescente o giovane adulto di età compresa tra i 15 e i 25 anni provenienti in maggior numero dall’America Latina, ma anche dall’Est Europa, Africa e Paesi orientali

In primo luogo, l’adozione internazionale comporta dei rischi per il buon esito dell’adozione inteso in termini di benessere psicologico e adattamento psicosociale?

I risultati hanno messo in luce un quadro positivo: i partecipanti non hanno riportato in media problemi emotivi e comportamentali, bensì soddisfazione per le proprie condizioni di vita e capacità di sviluppo delle potenzialità personali. Se confrontati con un gruppo di non adottati della medesima età, essi sembrano maggiormente aperti e in grado di mettere in atto comportamento prosociali: questo dato conferma i dati della letteratura statunitense e può essere spiegato alla luce dell’esperienza dell’adozione stessa, atto sociale per eccellenza, compiuto dai genitori adottivi e che potrebbe fungere da modello positivo. 

Inoltre, in media la maggio parte di genitori e figli intervistati hanno sviluppato una salda appartenenza tale per cui i figli si sentono a tutti gli effetti figli di quei genitori e i genitori riconoscono i figli come propri a tutti gli effetti. A conferma dell’importanza delle relazioni familiari, buoni livelli di filiazione e genitorialità adottive influenzano e predicono l’adattamento e il benessere dei figli adottivi: quindi gli esiti più adattivi per i figli sono da attribuire a quelle famiglie in cui essi si sentono inseriti a pieno titolo nella storia famigliare. 

A livello identitario, poi, è la dimensione etnica, generalmente riconosciuta come un aspetto centrale nel corso del ciclo di vita (Phinney, 1990), ad assumere una valenza centrale per coloro che sono stati adottati internazionalmente (Lee, 2006). In questi casi infatti i ragazzi non condividono con i propri genitori adottivi il background etnico e culturale di cui sono portatori per nascita. Come possono quindi costruire la propria identità coniugando da un lato la propria appartenenza al contesto culturale dei genitori e al tempo stesso dare valore al proprio background etnico di origine? 

I risultati della ricerca hanno permesso di identificare quattro gruppi caratterizzati da diversi livelli di identificazione con il gruppo etnico e la cultura italiana: i “duali”, mostrano un’elevata valorizzazione della propria etnicità unitamente all’assunzione del patrimonio culturale trasmesso dai genitori adottivi; gli “assimilati”, assumono il riferimento esclusivo al patrimonio culturale dei genitori adottivi; i “separati”, mostrano un livello nullo o estremamente basso di identificazione con la cultura dei genitori adottivi; i “sospesi” restano ai margini di entrambe mostrando sia una bassa identificazione con il background culturale dei genitori adottivi, ma anche nessun riferimento al gruppo etnico del Paese di origine. 

Dall’analisi dei profili di queste tipologie, emerge come sia la tipologia “duale” ad ottenere esiti più adattivi per benessere psicosociale, autostima, accettazione del proprio corpo e qualità delle relazioni familiari: il processo di integrazione che sembrano attivare permetterebbe loro di fare sintesi tra i due riferimenti culturali, rendendoli in grado di mettere radici nella storia familiare e di guardare con fiducia al proprio futuro. 

Alla luce di questi primi interrogativi, se ne apre un terzo significativo dal punto di vista dell’intervento e del quotidiano incontro con i figli adottivi: quale ruolo possono assumere i genitori di fronte alla differenza etnica e culturale dei figli e al difficile compito di integrazione a cui sono chiamati?

I risultati indicano che i genitori possono sostenere e facilitare il processo di costruzione dell’identità etnica nei loro figli adottivi attraverso l’uso di strategie di socializzazione culturale che permettono di acquisire valori, atteggiamenti e ruoli comportamentali della cultura di riferimento, in questo caso delle culture di riferimento

Nella misura in cui i genitori fanno sintesi e attivano per primi un processo di integrazione della doppia appartenenza culturale del figlio, e, nello specifico, comunicano valori, credenze, usanze e comportamenti culturali al figlio, egli sarà maggiormente in grado a sua volta di costruire la propria identità tenendo conto dei “diversi suoli su cui ha poggiato i suoi passi” per poterli ricordare, nel senso etimologico del termine, cioè “metterli nel cuore”.

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Per approfondire:

Rosnati, R., Ferrari, L., Re, E. (2012). L’in-contro tra culture nell’adozione internazionale: identità etnica degli adolescenti e strategie di socializzazione culturale. Interazioni (in press). 

Rosnati R., Ferrari L., Canzi E., (in press), Benessere, competenze scolastiche e relazioni familiari in ragazzi adottati, in D. Bacchini (a cura di), Il ruolo educativo della famiglia nella società contemporanea, Edizioni Erikson, Trento. 

Rosnati R., Ferrari L. (2012). L’identità etnica in adolescenza, in Commissione per le adozioni internazionali, I percorsi formativi del 2009 nelle adozioni internazionali, Istituto degli innocenti, Firenze, pp. 158-168.

Rosnati R., Ferrari L. (2012). So-stare tra due culture: itinerari di costruzione dell’identità etnica negli adolescenti adottati, in M.L. Raineri (a cura di), Atti del convegno la tutela dei minori, Edizioni Erikson, pp. 83-89.

Adozione etica. L’esperto: “Ricchezza e povertà spiegata ai ragazzi”

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Riportiamo una parte dell’articolo di Fabrizio Galimberti apparso sul Sole 24Ore nel novembre 2012.

(…) Bene o male, l’economia ha continuato a crescere ma le diseguaglianze, che si erano attenuate negli anni Sessanta e Settanta, sono aumentate. A cosa è dovuto tutto questo? Alla globalizzazione e alla tecnologia, le due grandi forze che hanno plasmato il mondo negli ultimi vent’anni. Sono entrati nell’economia di mercato di miliardi di lavoratori dall’ex impero sovietico, dalla Cina, dall’India… Il loro costo del lavoro era molto basso e i beni che producevano facevano concorrenza a quelli prodotti dai Paesi occidentali. Questi ultimi, per competere, dovevano tenere sotto controllo stretto i propri costi del lavoro. Allo stesso tempo, le imprese occidentali andavano a produrre nei Paesi nuovi arrivati. Meno costo del lavoro vuol dire più profitti, e questa è una ragione dell’aumento delle diseguaglianze (chi riceve i profitti è di solito più ricco di chi riceve i salari). Secondo, la tecnologia. Siamo nell’economia della conoscenza, e coloro che padroneggiano le nuove tecniche guadagnano di più, allargando il divario fra le loro retribuzioni e quelle dei lavori manuali o più tradizionali (tenuti bassi dalla prima ragione sopra menzionata).

Questo aumento delle diseguaglianze ha tuttavia raggiunto il punto in cui fa più male che bene. Guardiamo alla scuola. I figli dei ricchi hanno sempre avuto un vantaggio rispetto ai figli dei poveri, malgrado l’esistenza di scuole pubbliche aperte a tutti. Ma quando questo vantaggio diventa troppo grande, viene minata la cosidetta “eguaglianza dei punti di partenza”, cioè la possibilità per tutti di correre la gara della vita senza ingiusti vantaggi: per esempio, in America la differenza nei test scolastici fra ragazzi di famiglie ricche e di famiglie povere è del 30-40% a vantaggio dei ricchi; una differenza maggiore di quella che si dava 25 anni fa.

Un altro pericolo: se la diseguaglianza continua a crescere, si faranno sempre più acute le proteste, con conseguente instabilità sociale e politica, e potranno andare al potere partiti portatori dei rimedi sbagliati.

Quali sono allora, i rimedi giusti? La politica può attenuare le diseguaglianze, dando servizi pubblici di base – istruzione, sanità, infrastrutture, giustizia… – eguali per tutti ma soprattutto migliori, e intervenendo sui casi estremi di povertà. La rete di sicurezza sociale in molti casi dà vantaggi anche a chi non ne necessita: sussidi e aiuti dovrebbero invece essere riservati alle situazioni di vero bisogno. Il sistema fiscale è già progressivo (cioè a dire, chi ha un reddito più alto paga proporzionalmente di più di chi ha un reddito più basso). Ma oggi, con la crescente complessità dell’economia e della finanza, ci sono vari modi, per i ricchi, di sfuggire alla progressività con vari espedienti legali: pensate al candidato alla presidenza americana Mitt Romney, i cui redditi milionari finivano col pagare meno tasse (in percentuale del reddito) di quelle che pagava la sua segretaria.

Da ultimo, lotta ai monopoli e alla corruzione: in Cina, le imprese statali godono di vari privilegi e fanno profitti in favore di chi è ammanicato col potere politico; in Russia, nel passaggio all’economia di mercato grosse fette di potere e di reddito sono state appropriate dai cosidetti oligarchi; in altri Paesi, dall’India all’Italia, la corruzione ha creato sacche di ricchezza immorale, con devastanti conseguenze per la tenuta del tessuto sociale…

(fonte: Il Sole 24 Ore – 18/11/2012)