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Per la Pasqua, non dimentichiamo l’altra parte del mondo

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Abbiamo selezionato una parte della lettera che ci ha inviato padre Paolillo, missionario comboniano in Brasile, con i consueti auguri di Pasqua. Ci racconta di uno dei suoi ragazzi di strada e della vita dura quando ci si trova dall’altra parte, dalla parte di chi non ha voce.

LA VITA DI GABRIEL È UN AVVENIMENTO PASQUALE

Gabriel è uno dei nostri ragazzi. Non sappiamo con esattezza la sua età perché non è mai stato registrato all´anagrafe. Non ha il certificato di nascita. Dimostra 12 anni. Abbiamo fatto una richiesta al Tribunale dei Minori perché faccia le dovute pratiche al fine di stabilire l´età e procedere al registro. Ambulava per la strada e sniffava colla di calzolaio. Nei primi mesi del progetto si fermava spesso davanti a uno dei cancelli per osservare gli altri bambini. Lo invitammo varie volte a partecipare. Arrivammo ad iscriverlo, ma vi restava solo per qualche giorno. Finché è avvenuto il miracolo.

Gabriel frequenta regolarmente il Progetto da quasi un anno. Va anche a scuola. È iscritto alla prima elementare. Non sniffa più colla e non perambula per la strada. Vive con una sorella. Ha guadagnato peso. Anche la pelle, fino a qualche tempo fa imbiancata da una micosi, sta riprendendo il colore originale. Il suo volto ha ancora tratti di tristezza. Quando si parla di violenza contro i bambini scoppia in lacrime. È evidente che gli riaffiorano alla memoria tutte le aggressioni subite durante l´infanzia negata. Preferisce non parlarne, i suoi occhi, però, rivelano il suo dolore. Ma poi passa. Ora finalmente sorride. La vita ancora non gli ha dato quello che merita, soprattutto le cure di una famiglia premurosa. Le ferite, cicatrizzate nel corpo, ma ancora aperte nell´anima, lo perturberanno forse per sempre. Ma ha una voglia matta di vivere.

La sua è una storia di superamento. Direi di più: è un avvenimento pasquale. Non potete immaginare lo sforzo necessario per liberarsi dalla dipendenza della colla. Ma lui, da oltre un anno, non la sniffa più. Sta dicendo no alla droga e alla criminalità. Possiamo addebitargli una vittoria parziale sulla morte.

Padre Paolillo

 

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AltroNatale: “Un insolito incontro”

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Padre Saverio Paolillo, Missionario Comboniano in Brasile impegnato in progetti con i bambini di strada, ci ha mandato i suoi auguri. Ha condiviso con noi una storia ambientata nella notte di Natale. Il racconto è stato scritto tempo fa da Frei Betto, uno dei fondatori della Teologia della Liberazione. Lo introduciamo con le parole di Padre Paolillo che vive da anni dalla parte degli ultimi.

“Dio è così. Ci sorprende. Lo dico per esperienza personale. Lo trovi dove meno te lo aspetti. Si nasconde quando abbiamo la pretesa di dargli un volto “a nostra immagine e somiglianza”. Sfugge quando cerchiamo di imprigionarlo nella gabbia delle nostre teorie a suo rispetto.  Si mantiene a distanza quando cerchiamo di manipolarlo per fondamentare  le nostre opinioni, per giustificare le nostre azioni e coprire le nostre omissioni. Si rattrista quando cerchiamo di sedurlo con la sontuosità dei nostri riti. Tace e diventa muto quando lo tempestiamo di domande ripetute all’inverosimile ed esigiamo da Lui una risposta ai nostri problemi. Diventa buio quando vogliamo legarlo a “vecchie verità” assolutizzate, senza dare spazio a dubbi e interrogativi che aprono le porte al dialogo, al pluralismo e al rispetto per l’altro. Non interviene quando abdichiamo dalla nostra libertà, buttando sulle sue spalle  la responsabilità di quello che avviene ed esigendo da Lui la soluzione ai nostri problemi. Si fa bambino povero quando lo vogliamo ricco; fragile quando lo desideriamo forte; servizievole quando lo sogniamo rivestito di potere e compassionevole, quando ci aspettiamo da lui la giustizia vendicativa. Dio è Colui che viene quando sappiamo fare silenzio, lo aspettiamo con ansia e lo accogliamo così come Egli é, aprendoci al Suo dono e facendoci dono uno all’altro.”

Padre Saverio Paolillo

Come faceva tutti gli anni, padre Alfonso celebrò la Messa di Natale a mezzanotte. Per non stancare troppo i fedeli, ansiosi di tornare a casa per il cenone, accorciò la predica e saltò le preghiere dei fedeli. Alla fine fece rapidi auguri e diede la benedizione. Alcuni parrocchiani, subito dopo la Messa, entrarono in sacrestia per fargli gli auguri personalmente. Gli portarono anche dei regali. Ormai era consetudine regalargli camicie, libri e altre cose adequate a un sacerdote.

Dopo aver tolto i paramenti, padre Alfonso si guardò attorno e vide che era rimasto da solo. Terribilmente solo, in piena notte di Natale. Nessuno lo aveva invitato. Non era la prima volta che soffriva di solitudine. Era felice per la sua vocazione. Considerava il celibato come un dono di Dio e lui lo viveva con gioia. Ma, lungo i suoi 25 anni di sacerdozio, spesso sentì la mancanza di una famiglia. Quasi sempre sedeva a tavola da solo e il cibo, pur preparato con amore dalla sua cuoca, gli sembrava insipido proprio perché lo consumava in solitudine. La mensa é, soprattutto comunione, condivisione, esperienza della gioia di stare insieme. Tutto ciò gli mancava. Spesso si sorprendeva a sognare ad occhi aperti una tavolata piena di gente.

Quella notte la solitudine gli apparve ancora più dura da sopportare. Alla fine dei conti era la notte di Natale, un momento da vivere in famiglia. Per distrarsi e superare la maliconìa, Padre Alfonso cominciò ad aprire i regali e trovò ciò che gli bastava: un panettone e una bottiglia di spumante. Gli venne un’idea. Prese la borsa usata per portare la comunione agli ammalati, vi infilò dentro la bottiglia dello spumante e il panettone e si recò in una zona malfamata, conosciuta come punto di prostituzione.

Sul marciapiede, in attesa di clienti c’era Shirley. Quella notte aveva gli occhi gonfi.  Non si sentiva bene. Provava un senso di soffocamento.  Sin dalle prime ore del pomeriggio della vigilia di Natale aveva pianto copiosamente ricordando la festa di Natale a casa sua con i parenti e amici. Si ricordò della famiglia che l´aveva cacciata di casa per una gravidanza precoce, del compagno che l´aveva abbandonata appena aveva saputo della gravidanza, del figlio che provava vergogna del “mestiere” che lei faceva, delle umiliazioni vissute sulla strada, dei clienti che abusavano di lei e che, a volte, la aggredivano con estrema violenza… Sentiva schifo di se stessa. Provava odio per la vita. Spesso si arrabbiava con Dio per tanta sfortuna.

Avrebbe voluto tanto fare a meno di “lavorare” quella notte. Ma non aveva alternative. I debiti, le bollette da pagare, un figlio da mantenere la obbligavano a prostituirsi anche la notte di Natale. Ad un certo punto vide un uomo avvicinarsi con una borsa, le scarpe nere e una camicia bianca. Sembrava tornare dal lavoro. Dal suo sguardo si rese conto che era una persona ingenua, di quelle che vanno alla ricerca di sollievo e che sono disposte a pagare qualsiasi prezzo per evitare uno scandalo.

Si scambiarono un’occhiata e lei, facendo un grande sforzo, stampò sulle sue labbra un sorriso seducente. Lui si fermò e la invitò. Lei gli mostrò un piccolo albergo all’angolo. Camminarono lato a lato senza dire niente. Lei cercava di nascondere il suo dolore. Lui si guardava attorno per paura di essere visto da qualche conosciuto. Entrarono nell’albergo furtivamente. Salirono le scale rapidamente e si diressero in una stanza. L’ambiente era orribile. C’era sporcizia da tutte le parti. Gli scarafaggi incrociavano il loro cammino. Luci soffuse cercavano di proteggere l’anonimato dei clienti.

Quando finalmente entrarono in stanza, lei, come faceva solitamente con i clienti, cominciò ad accarezzarlo, ma lui si allontanò. Spiegò che non era lì per un programma, ma in cerca di compagnia. La tranquilizzò. Le disse di non preoccuparsi che le avrebbe pagato ciò che le spettava. Cominciò a raccontare la sua vita sacerdotale, le disse dei momenti di solitudine, ma anche della gioia che provava nel servizio alla sua comunità parrocchiale.  Alla fine della presentazione le chiese se voleva pregare con lui.

Shirley si sedette sul letto, infilò il volto tra le mani e cominciò a piangere dirottamente. Ora era un pianto di sollievo e di gratitudine per una gioa che non sapeva descrivere. Subito si mise a parlare della sua famiglia, della festa di Natale a casa sua quando era bambina, del presepe che montava con i nonni, della Messa solenne e del pranzo che riuniva tutta la famiglia. Parlò del figlio e dell’amore che aveva per lui, come anche del dolore di non essere vicino a lui.

Padre Alfonso, al vedere quelle lacrime che scorrevano lungo il suo volto, si commosse. La sua sensazione di solitudine era niente in relazione al dolore di quella donna. Le propose di pregare. Lei si inginocchiò, ma lui la prese per mano e la invitò a sedersi di nuovo sul letto. Lui occupò l’unica sedia della stanza. Aprì il Vangelo di Luca e lesse piano piano il racconto della nascita di Gesù. In seguito le domandò se voleva ricevere la Comunione. Shirley rimase sorpresa. Come poteva lei, una prostituta, ricevere l’Eucarestia. Padre Alfonso le lesse il testo di Matteo: “Le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio” (Mt 21,28). Dopo le chiese se volesse confessarsi per sentire l´abbraccio misericordioso di Dio. Lei  non ci pensò due volte,

Avrebbe voluto farlo da tanto tempo, ma aveva vergogna. Le poche volte che si era decisa a farlo, difficilmente trovava un sacerdote disponibile. Quasi sempre incontrava le chiese chiuse o sacerdoti senza tempo per ascoltare le confessioni. Così, tra le lacrime, raccontó tutta la sua storia, confessò tutti i suoi peccati e ricevette l’assoluzione. Il gesto più bello fu sentire, attraverso l’abbraccio caloroso di padre Alfonso, l’amore misericordioso di Dio Padre.

Padre Alfonso non riusciva a nascondere la sua emozione. Nel suo cuore c’era una misto di gioia e di dolore. Gli occhi di Shirley brillavano molto di più delle luci artificiali che addobavano gli alberi di Natale. Tutta quella luce gli dava una grande pace nel cuore. Ma provava  anche tristezza per tutto il dolore di quella donna reso ancora più duro dall’indifferenza e ipocrisia della gente. Alla fine dei conti non era solo Shirley che aveva bisogno di confessarsi, ma anche la società cinica, ipocrita e ingiusta che l’aveva abbandonata a una vita così degradante.

Dopo la comunione e la benedizione, padre Alfonso aprì la borsa e tirò fuori il panettone, la bottiglia di spumante e due tazze. Stappò la bottiglia e i due fecero un brindisi all’amore misericordioso di Dio che aveva visitato i due in maniera così insolita. Era l’alba quando i due ancora chiacchieravano, raccontandosi ore le cose belle della vita.

 

Resoconto Convegno ICYC 2015: “Chi è Paco?” – origini, scuola e conflitti tra genitori e figli adottivi

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Ringraziamo Chiara Pironi, una mamma ICYC, che ci ha mandato “pillole di saggezza” dal Convegno che si è tenuto a Tortoreto (TE) il 4 – 5 – 6 settembre 2015. Ancora una volta i nostri ragazzi ci hanno insegnato tanto. Ascoltiamo la loro voce per trovare il nostro punto d’incontro con loro.

 

di Chiara Pironi, mamma adottiva

Quest’anno il Convegno della Pro Icyc ha lasciato spazio, come l’anno scorso, ai ragazzi oggi diventati adulti.

I temi che hanno voluto affrontare sono stati:

1) origini

2) scuola

3) conflitti e interessi.

Prima di analizzare i tre temi, hanno voluto introdurre il convegno con una deliziosa storiella sull’origine di Paco, il protagonista del misterioso titolo scelto quest’anno per il convegno.

“Il piccolo Pesce Rosso, in cerca di sua zia, intraprende un viaggio insieme alla sua famiglia da sud verso nord, ma una notte una forte tempesta costringe suo padre ad affidarlo a Papà Azzurro e alla sua famiglia. Così Pesce Rosso si risveglia alla mattina e vedendo visi sconosciuti attorno a lui si sente sempre più solo e triste. Anche a scuola sta male e viene sempre deriso dai suoi compagni per il colore della pelle. Scappa, scappa e tutte le volte Papà Azzurro lo riporta a casa. Poi un giorno arriva a scuola un nuovo compagno, Pesce Verde. Lui è sempre felice e allegro e a nulla gli importa della sua diversità. Così Paco capisce che la sua famiglia è la sua forza e, anche se non mancano i momenti di sconforto pensando alla sua prima famiglia, immagina quello che sarebbe stato senza la sua famiglia Azzurra, se non fossero passati in quel momento in mezzo alla tempesta, che ne sarebbe stato di lui. E allora la sua pinna rossa diventa un pochino azzurra …. un arcobaleno di  legami è la metafora dell’adozione”

Voi genitori come vi sentite dopo avere sentito questa storia, cosa consigliate a Paco?

G = GENITORE                 F = FIGLIO

G: Il nostro sogno!!!

G: Sicuramente Paco è uno di voi, ma noi non siamo come la famiglia Azzurra, già completa. Noi abbiamo bisogno di voi, perché siete voi i nostri figli. Abbiate la consapevolezza di accettare quello che è successo nella vostra vita, come noi abbiamo accettato che dalla nostra pancia nessun figlio potrà nascere. Accettiamo quello che siamo e nascerà una cosa meravigliosa!

G: Figli silenziosi e famiglie accoglienti in attesa di capire quello che hanno, in attesa di essere adottati da loro..

F: Anche per i genitori, come per noi, non deve essere semplice soprattutto con bimbi più grandi. Ci dobbiamo accettare e sono contento che sia andata così.

F: L’adozione è a doppio senso e viene naturale adottarsi con la condivisione delle cose che ci fanno stare bene.

F: Per me l’adozione è stata fiducia. Io ho cominciato ad avere fiducia della mia famiglia a 20 anni. Genitori dovete sempre esserci.

G: Non mi piace la parola “accettare” perché nessuno ci ha obbligati a fare niente!

G: Dopo 13 anni dall’adozione vi dico che è stata dura, ma bellissimo. Sono al convegno oggi dopo 10 anni perché avevo voglia di vedere i miei “fratelli”. La famiglia nasce prima di tutto dal marito e dalla moglie.

G: I migliori educatori dei genitori sono i figli. “Accettazione”, in questo caso, è inteso come “accettazione della realtà”.

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1° tema: ORIGINI

F: Chiunque di noi ha bisogno di appartenere a qualcuno, a qualcosa, un paese o una cultura e allora facciamo viaggi sia fisici che mentali. Esistiamo perché ci relazioniamo con altri individui. Chi sono, perché esito? Ho provato a partire e tornare in Cile, ma non l’ho ancora fatto perché ho paura di incontrare la persona che mi ha messo al mondo. I viaggi verso l’ignoto non sempre ci aiutano anzi a volte pregiudicano la nostra vita futura. Non possiamo intraprendere un viaggio senza essere seguiti da qualche specialista, non si può intraprendere un viaggio solo con l’aiuto dei social. E poi non ci sei solo tu, quando decidi di scoprire le tue origini c’è anche un’altra persona e allora per fortuna che ci sono le leggi che tutelano entrambe le parti.

F: Sono tornata in Cile perché non sapevo più chi ero. Sono stata 6 mesi e ho conosciuto la mia famiglia perché dovevo sapere a chi assomigliavo. Solo questo mi interessava. Ora non ho rapporti con loro. Durante il mio viaggio ho visto cose brutte e per la prima volta mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasta lì. Il viaggio in Cile mi ha aiutato a capire i miei genitori e ad avere fiducia in loro.

G: Al rientro dal Cile quando mi dissero: “Abbiate cura di lei”, mi sono sentito responsabile di una cosa talmente grande che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi emoziono.

F: Io contattai direttamente il mio Hogar e sono tornato in Cile per vedere il popolo cileno, conoscere i sapori, i profumi. Sono andato a Quinta ed è stata una esperienza meravigliosa. Finalmente avevo dato una immagine al Cile e al mio Hogar. Tanti occhi bisognosi di una mamma e un papà, un immenso bisogno di essere unici!

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2° tema: LEGAMI E CONFLITTI.

F: La costruzione di un legame nasce attraverso un confronto reagendo ad ogni input. Il rapporto deve cambiare nel tempo con una integrazione reciproca. I nostri “se” molto spesso sfociano in un conflitto che non deve essere vissuto come una negatività, ma come una opportunità di confronto. E’ con l’accettazione dei bisogni di ognuno che nasce il processo di maturazione. Nel mio caso all’inizio fuggivo alle parole, poi sono passato alle aggressioni verbali e poi finalmente ad un dialogo con l’accettazione della realtà. Per noi ragazzi adottati l’adolescenza crea tantissimi conflitti interiori che cerchiamo di allontanare, ma se ne esce solamente avendo il coraggio di affrontarli.

F: Nella mia adolescenza ci sono stati tanti conflitti, ma non perché sono stato adottato. I nostri problemi non devono essere per forza essere sempre associati alla nostra condizione di figlio adottivo. Prima di tutto siamo ragazzi come tutti gli altri.

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3° tema: SCUOLA

F: Sono arrivato in Italia a 7 anni e sono stato inserito a scuola con bimbi più piccoli. In un primo momento mi sono sentito sottovalutato, ma adesso, con il senno di poi, posso dire che è stato meglio così. Però, devo ammettere, che l’ho vissuta male. I bambini adottivi hanno bisogno di un sostegno esterno per l’inserimento.

F: In Cile, nella mia classe avevo i miei amici e i miei punti di riferimento. Poi sono venuta in Italia a 9 anni e mi sono trovata da sola in una classe di sconosciuti e allora reagisci come puoi. Sono stata comunque fortunata perché i miei compagni erano preparati al mio arrivo. Comunque la vivevo male. Un giorno la mia maestra si è inventa un piccolo gioco e mi sono sentita meglio. Durante l’ora di storia aveva disegnato alla lavagna il corpo umano e mentre i miei compagni dicevano il nome di ogni parte in italiano io lo traducevo in spagnolo. Brava la mia maestra che mi ha messo a mio agio!!!

F: A 7 anni quando cominciai la scuola in Italia ancora non sapevo l’italiano e non capivo niente, non volevo socializzare e mi difendevo dai miei compagni anche menando. Odiavo i compiti e piangevo sempre, fortunatamente i miei genitori mi hanno aiutata molto.

G: Sono maestra d’infanzia e ho avuto esperienze con bambini adottati. Quello che posso dire è che questi bimbi scaricano l’aspetto emotivo e la sofferenza sui compagni e sugli insegnanti. Occorre allora dialogo e sensibilizzazione nei confronti degli insegnanti che il più delle volte non sono preparati. I bambini non devono essere diversi, bisogna solo avere la pazienza di aspettare i loro tempi. La scuola deve essere educativa. Non è un voto che fa l’individuo. Bisogna convincere gli insegnanti che questi bambini venuti da lontano “non devono per forza sapere benissimo l’italiano”.

Fuori dal coro: “Adozione e la scuola che dovrebbe accompagnare i nostri ragazzi”

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Prima ragazzi che studenti. Guai se la scuola lo scorda

(da: Giovani e storie, Avvenire del 19 agosto 2015)

Sono una mamma adottiva ormai da dodici anni. Osservo, a volte con tristezza, quanto la scuola italiana sia avara nei confronti dei nostri figli provenienti da culture diverse, che spesso faticano ad adeguarsi ai canoni di un insegnamento standard.
Eppure, sono menti vivaci, portate al “problem solving” perché abituati a districarsi in ambienti in cui te la devi cavare in qualche modo con i mezzi che hai. Ci sono storie dietro i ragazzi che vanno a scuola, non sono solo studenti. Non ci si può limitare a una valutazione puramente numerica.
Non sto scaricando tutta la responsabilità sugli insegnanti, però posso dire che in presenza di una famiglia disposta a collaborare non sempre gli educatori si fermano ad ascoltare, in particolare alle superiori.
La bocciatura fine a se stessa è inutile, se non dannosa, nel caso di un figlio adottato, perché non risolve i problemi di natura affettiva che rallentano l’apprendimento. La bocciatura ha senso se si accompagnano il ragazzo e la famiglia in un percorso diverso, se si danno delle alternative. La famiglia e il ragazzo, però, andrebbero sostenuti per evitare la bocciatura, per attutire il contraccolpo sul ragazzo. Perché i nostri figli valgono, anche se non sono i migliori secondo un sistema scuola che, non dimentichiamo, è costruito su misura della “classe dominante”, come era stato osservato da don Milani. Che fare? La solitudine della famiglia è grande, soprattutto quando hai di fronte un ragazzo con potenzialità che non sai come incanalare in un contesto scolastico poco flessibile. E il rischio abbandono è davvero molto alto.
Roberta Cellore

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Risponde Luigi Ballerini, psicoanalista e scrittore.

Uno studente è prima un ragazzo che uno studente. Ringrazio di cuore la nostra lettrice per averci ricordato questa verità semplice ed evidente, che come tutte le verità semplici ed evidenti rischia a volte di essere ignorata. Se poi il giovane vive una condizione particolare, come il trovarsi in un tessuto culturale e sociale molto diverso da quello in cui è nato e, magari, cresciuto, l’affermazione è ancora più significativa. L’apprendimento non è mai un processo meccanico, il ragazzo che impara non è assimilabile a una carta assorbente che si imbibisce. È fondamentale per lui sentirsi a proprio agio, compreso e accolto nel contesto in cui ciò accade. L’insegnante pertanto non può essere solo un verificatore, è innanzitutto un compagno di cammino. Sta a lui suscitare la voglia nello studente, innestando la passione che nasce sulla sua propria. Così come sta a lui usare l’affetto e la flessibilità necessari a personalizzare il percorso, riconoscendo e facendo leva su tutte le risorse che si sono già dimostrate attive, seppur in contesti diversi. Nel caso di risultati insoddisfacenti deve poi aiutare il ragazzo in difficoltà non tanto a trovare la sua strada, ma a costruirsela. Anche con creatività. Non esiste infatti una strada predeterminata che andrebbe scovata, la strada viene costruita dagli incontri e dagli accadimenti.
Nella lettera è denunciato un contesto scolastico poco flessibile. Che fare, viene anche chiesto. Innanzitutto, direi, difendere il ragazzo, soprattutto se l’ambiente è davvero sordo alle istanze della persona e non ne riconosce il valore. La difesa è difesa di un pensiero di profitto. Significa lavorare perché il giovane non si scoraggi, non inizi a pensare lui stesso di non valere niente, di non poter costruire nulla. E poi guardarsi intorno: farsi aiutare da altre famiglie, cercare nuovi insegnanti e nuove scuole. L’abbandono scolastico è una sconfitta per tutti. È un atto disperato, perché figlio dell’idea che non possano più darsi frutti. I frutti invece arrivano sempre, con il tempo e il lavoro. Che la nostra certezza al riguardo sostenga i più giovani anche nei momenti più scuri.
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(fonte: http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Giovani%20storie/Prima%20ragazzi%20che%20studenti.

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Colombia. Cesar, 29 anni: “La ricerca delle origini e l’amore per il mio paese”

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Abbiamo incontrato Cesar che è un ragazzo colombiano, adottato, ritornato a vivere nel suo paese natale. Vi raccontiamo la sua storia tratta dal suo sito personale http://cesarbucci.me/. Cesar ama molto il suo paese ed è a disposizione di chi vuole informazioni sulla Colombia.

La mia vita è influenzata da un evento molto importante: la mia adozione. Sono nato a Villavicencio – Colombia – nel 1986 e sono stato lasciato da mia madre prima del mio secondo anno di età. Sono stato adottato nel 1988 e questo evento è stato per me un trauma: da allora sono vissuto cosciente che l’Italia non era il mio paese, che provenivo da un altro posto. Sono cresciuto con una domanda insistente, desideravo sapere perché mia madre mi aveva lasciato. I miei genitori adottivi mi spiegavano che era stata una necessità. In Colombia la vita era dura, la gente povera e affamata. Inoltre mia madre non aveva i mezzi per avere cura di me e per questo ha fatto questa scelta. Nonostante i loro sforzi c’erano ancora dei dubbi che mi giravano nella testa: perché se la gente moriva di fame nella mia famiglia si sprecava cibo? Che cosa avevo perso e che cosa potevo fare io per il mio paese, considerando, adesso, la mia posizione fortunata? Queste domande e il desiderio di conoscere il mio paese natale mi portarono a saperne di più e ad aiutare la mia gente. Inoltre, intorno ai 13 anni, capii che, era vero, mia madre mi aveva lasciato, ma il suo era stato l’atto di amore più grande del mondo: “Lasciare qualcuno che si ama per il suo bene”.

A 21 anni sono partito per la Colombia, assecondando i miei desideri e necessità, per conoscere il mio paese e cercare mia madre biologica. Desideravo ringraziarla per il suo atto di amore. Nei mesi a seguire ho iniziato ad imparare lo spagnolo e da lì a poco iniziai la ricerca. Non l’ho incontrata, ma ho conosciuto la verità: mia madre era una prostituta che era stata messa in carcere. La signora che si occupava di me, allora, decise di portarmi in istituto (ICBF) e da lì sono stato fatto adottare. Mai mi dimenticherò l’incontro con quella signora che si era presa cura di me al posto di mia madre: ero senza parole e incapace di formulare qualsiasi pensiero al di fuori di un martellante “L’ho incontrata”.

Soddisfatto e con desiderio di conoscere di più il mio paese mi sono stabilito a Bogotà per studiare “Trabajo Social” e poi “Cine y Televisión” all’Universidad Nacional de Colombia. In questi ultimi anni ho potuto conoscere meglio la situazione reale della Colombia. Ho potuto apprendere quanto sia difficile per i LGTBI (lesbiche, gay, transgender e bisessuali) essere accettati e come siano spesso associati solo alla prostituzione; ho potuto vedere come la violenza faccia parte della cultura della maggioranza dei colombiani; ho potuto vedere ragazzini di 16 anni indossare divise militari e, dotati di armi, lavorare come ausiliari militari. Questo è un paese dove questi giovani non hanno altra possibilità legale di vita se non entrare nelle Forze Armate. Lo studio è un privilegio, come il lavoro.

Quello del servizio militare obbligatorio in Colombia è un argomento che mi sta molto a cuore. Con l’aiuto di alcune organizzazioni statali e non, sto lavorando ad un documentario di denuncia che si vorrebbe divulgare a livello nazionale e internazionale per creare pressione sociale al fine di velocizzare la eliminazione del servizio militare obbligatorio e di portare la pace al più presto nel nostro paese.

Colombia. Per le coppie: “Procedure adottive ad oggi”

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ICBF: Risoluzione 4274 del 6 giugno 2013 . A giugno 2013 c’erano più di tremila famiglie in lista d’attesa per bambini nella fascia d’età 0-6 anni. Di fronte ad un periodo di attesa di 7 anni la Colombia ha bloccato per due anni il ricevimento di nuove pratiche per bambini in questa fascia d’età. Detto divieto è partito dal 15 luglio 2013. . Va sottolineato che il divieto non riguarda:

  • i bambini special needs e di conseguenza le adozioni tramite progetto vacaciones en el extranjero (ad oggi non ancora partito ndr)
  • le domande di adozione di famiglie colombiane residenti all’estero
  • le domande di adozione di famiglie che hanno già adottato o hanno espresso la volontà nell’ambito del procedimento di adozione o nella fase post adozione di adottare in ogni momento un fratello/sorella del figlio/della figlia già adottata.

. Inoltre questa decisione non riguarda le domande di famiglie residenti all’estero che alla data del 15 luglio 2013 si trovavano:

  • in lista di attesa
  • di stanza in Colombia o in attesa di avere l’idoneità in Colombia.

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La Colombia sta anche considerando un nuovo programma di adozione con maggiore trasparenza dei costi da parte degli enti, una valutazione della coppia secondo le linee guida dell’ICBF per evitare il doppio costo alle famiglie e lo stop ai progetti di cooperazione internazionale da parte degli organismi accreditati. . Per maggiori dettagli vedi: http://www.coordinamentocare.org/public/index.php/news/190-icbf-risoluzione-4274-del-6-giugno-2013.html http://www.aibi.it/ita/colombia-solarte-icbfoccorre-modificare-la-legge-sulle-adozioni-procedure-troppo-lunghe/

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Nomina del nuovo vicedirettore nel settore adozioni internazionali Il Segretario Generale dell’ICBF ha nominato il nuovo Vicedirettore incaricato del settore Adozioni Internazionali, la dott.ssa Gloria Orozco de Burgos. Avvocato specialista in diritto famigliare, la sua è un’esperienza ventennale nel campo delle adozioni. Il neo vicedirettore subentra alla dott.ssa Cardena Luna. (SOS Bambino 01/2014).

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Lista delle coppie in attesa in Colombia http://www.icbf.gov.co/portal/page/portal/PortalICBF/Bienestar/ProgramaAdopciones 11313115_10204581267267873_7942686237377821371_o Link alla CAI: http://www.commissioneadozioni.it/it/per-una-famiglia-adottiva/paesi/america/colombia.aspx

Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

Colombia. Dai media sembrerebbe che …

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Le prospettive delle vittime nei negoziati di pace in Colombia.

Dopo l’attentato di qualche tempo fa si temeva un’interruzione delle trattative di pace in atto a Cuba ormai dal 2012. Teresita Gravira, senatrice Liberal, rappresenta le vittime di guerra. Nel 1999 ha fondato l’oganizzazione “Madres de la Candelaria”, a seguito della morte del figlio ucciso dal FARC. Secondo la senatrice Gravira il processo deve continuare, nonostante le difficoltà, perchè è l’unico strumento disponibile per fermare la guerriglia e la sofferenza dei civili. Le vittime chiedono lo stop dei reclutamenti e la restituzione dei ragazzi rapiti per essere addestrati nelle linee del FARC.

– fonte: colombia reports.co 04/15

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Il gioverno colombiano e ELN s’incontrano in Equador per un confronto esplorativo sul processo di pace.

L’ELN è un gruppo rivoluzionario, fondato nel 1964, collegato alla Teologia della Liberazione. E’ un’organizzazione minore, molto attiva ad ovest, nella regione di Choco, e a nord est, in quella di Catatumbo. Chiedono che gli USA ammettano le loro responsabilità nell’escalation della guerriglia colombiana.

– fonte: colombia reports.co 05/15

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Amazzonia: assassinato leader indio anti-deforestazione.

Sotto attacco i Ka’apor, che nello scorso settembre avevano catturato e scacciato un gruppo di disboscatori illegali. L’articolo tratta delle minoranze che vivono in Amazzonia, tra cui alcuni gruppi ertnici colombiani, che vengono sacrificati davanti agli affari delle multinazionali. L’articolo è di Paolo Virtuani: http://www.corriere.it/ambiente/15_maggio_05/brasile-amazzonia-deforestazione-indios-kaapor-aacb9a30-f2fe-11e4-a9b9-3b8b5258745e.shtml

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Gruppi neo paramilitari colombiani rapiscono ragazzine per trasformarle in schiave del sesso – di Adriaan Alsema

fonte: colombiareports.co 05/2014

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AmLatina. Il personaggio: Oscar Romero

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Postiamo la parte finale di una riflessione sulla figura di Mons. Oscar Romero che la Chiesa,  oggi (23 di maggio), proclama Beato. di P. Saverio Paolillo, missionario comboniano in Brasile

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Mons.Romero è stato l’uomo delle Beatitudini perseguitato da persone che si professavano cristiani

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Egli è stato ucciso per volere di cristiani. All´origine del suo omicidio e delle situazioni di morte che hanno fatto soffrire la sua gente c’erano persone che si professavano cattoliche. A differenza di quello che avveniva nei primi secoli della Chiesa quando i cristiani erano sacrificati da chi rifiutava la proposta di Gesù Cristo in nome del culto all´imperatore, il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero e di molti altri è avvenuto in un contesto prevalentemente cristiano. Chi ha deciso la sua morte, chi ha sponsorizzato le dittature militari e chi ha sporcato de sue mani con il sangue di innocenti provocando danni irreparabili a migliaia di famiglie che hanno visto i loro familiari esecutati ingiustamente o scomparsi definitivamente, chi ha promosso da sempre progetti politici ed economici che hanno scavato solchi sempre più profondi tra poveri e ricchi, nella maggior parte dei casi, ha avuto formazione cristiana.

E, come se non bastasse, i suoi persecutori, oltre ad agire in maniera totalmente contraria al Vangelo, hanno avuto il coraggio di presentarsi come paladini di Dio e difensori della verità e, attarverso il terrorismo delle chiacchiere, hanno infangato il nome di Mons. Romero e di tutte le altre vittime accusandoli di sovversione e di tradimento della Chiesa. Il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero è quindi un atto di odio alla fede vissuta secondo il Vangelo delle Beatitudini. Mons. Romero è stato ucciso perché è stato un autentico discepolo di Gesù. Non è mai andato dietro al prestigio personale e alla carriera, come anche non è mai stato a servizio di interessi politici. Come ha affermato monsignor Paglia, “ha cercato la giustizia, la riconciliazione e la pace sociale. Sentiva l’urgenza di annunciare la buona notizia e proclamare la Parola di Dio ogni giorno. Amava la chiesa povera con i poveri, viveva con loro, soffrì con loro. Ha servito Cristo nelle persone del suo popolo.”

Paradossalmente è stato ucciso per fedeltà al Vangelo. Sua unica colpa è stata quella di aver ridisegnato la sua vita secondo gli insegnamenti di Gesù. La sua maniera radicale di seguire il Maestro smascheró quelli che avevano sempre desiderato destinare al Vangelo un ruolo marginale nella vita delle persone, restringendo la sua azione alla periferia dell´esistenza senza raggiungere i cuori dei credenti, senza muovere le strutture e senza mettere in discussione i comportamenti. Mons. Romero fece scatenare l´ira di chi voleva relegare l’influenza del Vangelo all´ambito del privato, chi desiderava trasformarLo in un addobbo esteriore, chi intendeva utilizzarLo solo per addomesticare le coscienze, benedire i privilegi di pochi e giustificare la miseria delle masse. Mons. Romero ricucí il rapporto tra fede e vita e seminò il Vangelo come fermento di una nuova storia.

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La testimonianza di Mons. Romero è una provocazione a vivere con il profumo del Vangelo

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Nonostante i grandi cambiamenti, l’America Latina è ancora la parte del mondo con la più alta percentuale di cristiani. Ma la vita del continente non esala il profumo del Vangelo. Gli alti tassi di violenza, l’opzione per i progetti economici e politici che approfondiscono sempre di più le disuguaglianze, la devastazione dell´ambiente, la corruzione dilagante, l’affermazione della cultura della morte e la persecuzione sistematica contro coloro che ostinatamente difendeno i diritti umani sono alcuni dei sintomi di uno stile di vita che non prende sul serio i valori del Vangelo.

Lo stesso avviene nel continente europeo, dove ai fenomeni sopra elencati, si aggiungono l´individualismo, l´indifferenza, la chiusura alla differenza, l´inospitalità e l´egoismo. Viene voglia di cheidersi “dove siamo, come cristiani, che cosa stiamo combinando e dove stiamo andando?”. È scandaloso ammettere che molti di coloro che si professano cristiani non vivono come cristiani. L´arcivescovo Oscar Romero era un esempio di coerenza. Si identificò tanto con il Vangelo che la sua vita divenne una teofania, una manifestazione concreta di Dio in mezzo al popolo il Vangelo. Smise di fare discorsi su Dio per essere un segno concreto del suo amore. Non fu più la bocca a spiegare il misterioso disegno del Padre, ma fu la vita a raccontare le meraviglie che Dio compie, quando abbatte i potenti di troni e innalza gli umili, svuota le mani dei ricchi per sfamare i poveri.

“Con Mons. Romero, Dio è passato per El Salvador” disse pochi giorni dopo la sua morte padre Ellacuría. Il popolo latino-americano, anzi, il mondo ha bisogno di persone come Romero, che, ovunque vadano, proclamino la verità, seminino speranza, construiscano la pace, diffondano la tenereza e distribuiscano con giustizia. La Chiesa stessa ha bisogno di ispirarsi nella sua testimonianza per non perdere la sua identità. Non non c’è cristianesimo senza un cambiamento profondo della realtà in linea con la solidarietà e l´impegno per la vita, che comincia dalla conversione personale e trova il suo culmine nell´assumere la proposta di Gesù come progetto di vita, fino al punto di poter dire con l´apostolo Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

“Il cristiano – diceva Mons.Romero -, se non vive questo impegno di solidarietà con i poveri, non è degno di essere chiamato cristiano” e continuava: “Per questo i poveri hanno segnato il vero sentiero della Chiesa. Una Chiesa che non si unisce ai poveri per denunciare, a partire da loro, le ingiustizie commesse contro di loro, non è la vera Chiesa di Gesù Cristo” (omelia, 23 settembre 1979). In questo, ha riconosciuto la sua missione come arcivescovo: “credo che fare questa denuncia, nella mia condizione di pastore di gente che soffre ingiustizie, sia mio dovere. È questo ció che mi impone il Vangelo, per cui sono disposto ad affrontare il processo e il carcere” (omelia, 14 maggio 1978). Con molta chiarezza, l´ 8 luglio 1979 omelia disse: “Se zittiscono la radio, se chiudono il giornale, se non ci lasciano parlare, se uccidono tutti i sacerdoti e anche l’arcivescovo, e rimane un popolo senza sacerdoti, ognuno di voi deve diventare il microfono di Dio, ognuno di voi deve essere un messaggero, un profeta”.

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La memoria di Mons. Romero, finalmente, è un’opportunità per superare lo scoraggiamento, la paura e la disperazione

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Mons. Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di San Felix di Araguaia in Brasile, durante una celebrazione in memoria dei martiri dei nostri tempi, ha detto: “C’è un sacco di amarezza, molta delusione, stanchezza e paralisia: questi atteggiamenti costituiscono un´eresia, un peccato. Siamo il popolo della speranza, il popolo della Pasqua, l’altro mondo possibile siamo noi, dobbiamo fare di tutto per stimolare, agitare, impegnarci, come se ognuno di noi fosse una cellula madre, diffondendo vita, provocando vita.” Desidero, pertanto, che la memoria del Beato Oscar Romero e di tutti gli altri martiri motivi gli attivisti dei diritti umani perché continuino il loro servizio nella difesa e nella promozione della vita.

Che nessuna cosa al mondo ci faccia perdere l’indignazione per   le violazioni dei diritti umani. La fermezza delle nostre posizioni non si curvi davanti a interessi privati. Il coraggio dei nostri atteggiamenti non si lasci intimorire dalle minacce. La generosità della nostra dedicazione non ceda mai il passo a atteggiamenti freddi e burocratici. La profezia delle nostre parole non si faccia ammutolire dall’offerta di posti di lavoro e di stipendi. La nostra ambizione non ci porti mai a tradire la causa e i fratelli. Gli appelli dei deboli e degli oppressi abbiano sempre la meglio sugli argomenti dei potenti. Le storie delle vittime siano preferite alle versioni ufficiali sofisticatamente truccate dagli operatori di marketing. I rischi di emarginazione e isolamento non ci facciano mai rinunciare ai nostri principi. Le calunnie pronunciate dai torturatori e dai loro sostenitori suonino como complimenti alle nostre orecchie. Le incomprensioni da parte di coloro che sono complici del sistema oppressore ci confermino nel nostro cammino. Che in qualsiasi circostanza e nonostante tutto siamo sempre difensori dei diritti umani.

Colombia. Amnesty International: “Le minoranze etniche”

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Il rapporto a cui ci si riferisce è del 2009. Viene citato per far capire i danni provocati dalla guerriglia, e gli effetti che ancora permangono, sui gruppi etnici della zona.

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(…) “Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato “La lotta per la sopravvivenza e la dignità: le violazioni dei diritti umani contro le popolazioni native della Colombia” (2009), chiama in causa i gruppi della guerriglia, le forze di sicurezza e i paramilitari, responsabili di omicidi, sparizioni, sequestri di persona, minacce, abusi sessuali contro le donne, arruolamento di bambini soldato, espulsioni dalle terre e persecuzione ai danni degli attivisti.

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Secondo i dati forniti dall’Organizzazione nazionale indigena della Colombia, solo nel 2009 almeno 114 nativi, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e migliaia costretti a lasciare le proprie terre. I crimini commessi nei loro confronti vengono raramente sottoposti a indagini da parte delle autorità. Le migliaia di nativi espulsi dalle terre vivevano spesso in aree dove erano in corso violenti scontri militari o su terre ricche dal punto di vista della biodiversità e delle riserve minerarie e petrolifere. Molti altri nativi sono stati costretti a rimanere perché i gruppi armati hanno minato le zone circostanti.

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L’accesso al cibo e alle cure mediche essenziali è stato a sua volta bloccato dalle forze in conflitto, con l’argomento che altrimenti sarebbero stati consegnati al “nemico”. Tutti i protagonisti di questo scontro hanno occupato scuole usandole come basi militari, negando l’accesso all’istruzione alle comunità native e mettendo in pericolo l’incolumità degli insegnanti. (…)
Oltre la metà dei nativi uccisi nel 2009 apparteneva alla comunità awá. Questa comunità possiede collettivamente il terreno e i fiumi del “resguardo” (riserva indigena) di El Gran Rosario, situato nella municipalità di Tumaco, nel dipartimento sudoccidentale di Nariño. La zona riveste un’importanza strategica per le parti in conflitto e vede l’attiva presenza dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) e dell’Esercito di liberazione nazionale, delle forze di sicurezza e dei narcotrafficanti.

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(fonte: Amnesty International.it 23/02/2010)

Colombia. Il personaggio: “Ana Angelica Bello Agudelo”

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È avvolta ancora in un mistero la vicenda della morte di Ana Angélica Bello Agudelo, avvocata e attivista per i diritti delle donne vittime della violenza dei gruppi armati colombiani, dove gli abusi, le aggressioni e la sottrazione dei terreni sono all’ordine del giorno nel silenzio più totale.

Ha lottato per difendere circa seicento donne vittime di violenza in Colombia ma anche lei non ce l’ha fatta. Ana Angélica Bello Agudelo è stata trovata morta nella sua abitazione nel comune di Codazzi, nel distretto di César, a metà febbraio 2013 e il mistero sulle cause della tragica scomparsa deve ancora essere sciolto.

Ana Angélica Bello Agudelo era un’attivista colombiana, direttrice nazionale di Fundhefem ( Fundación Nacional Defensora de los Derechos Humanos de la Mujer), un’organizzazione per la difesa dei diritti umani e delle donne vittime del conflitto armato che dura ormai da mezzo secolo in un silenzio assordante. Dal 2006 si batteva per la restituzione delle terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Una vita spesa per le donne, in un Paese dove la prima forma di aiuto si è rivelata essere la consapevolezza di non essere sole e l’opportunità di rompere il silenzio attraverso la denuncia delle aggressioni subite per cercare giustizia. Tanti i dipartimenti in cui è arrivato il suo contributo: Cartago, Ansermanuevo, Alcalá, El Cairo, Tuluá e San José del Palmar, Meta, Cauca, Nariño, Chocó, Risaralda, Tolima, Quindío, Caldas e Cundinamarca, dove è riuscita a far restituire le terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Potrebbe portare il suo nome la futura legge contro la violenza sessuale al vaglio del Congresso, una norma che aveva fortemente sostenuto fino al giorno della sua morte. Lei stessa e una delle sue tre figlie erano state vittima di abusi, ma ebbe il coraggio di portare alla luce la sua storia personale attraverso i media, incitando le donne a fare altrettanto. Ana Angélica beneficiava di misure cautelari e di uno schema di sicurezza messo a disposizione dal governo perché aveva già denunciato minacce e azioni intimidatorie di cui era vittima in modo sistematico, in particolare da gruppi paramilitari. La chiarezza sulla fine di Ana Angélica è doverosa per tutte le vittime di genere, non solo del Paese che ha perso l’angelo delle sue donne.

(fonte: combonifem.it – 03/2013)

Colombia. Elda, ex guerrigliera delle FARC: “Una vita dopo la guerriglia”

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Sono in stato di avanzamento i negoziati tra le FARC e il governo colombiano, ma nessuno parla delle difficoltà di reinserimento degli ex guerriglieri nella società. Il Programma per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei guerriglieri era stato presentato a Bogotà ancora nel 2003  Di seguito la testimonianza di una ex guerrigliera.

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di Anne Phillips – pseudonimo di una giornalista esperta di diritti umani.

(…) Elda ha deposto le armi nel 2008 consegnandosi volontariamente alle autorità: aveva 45 anni e ne aveva trascorsi ventiquattro nelle FARC. E’ l’unica donna ad aver raggiunto a suo tempo il grado di comandante del fronte, è accusata di aver ucciso duecento persone tra ufficiali, poliziotti e civili, di aver trattato in modo disumano i suoi prigionieri e di aver fatto a pezzi dei cadaveri.

Considerando il maschilismo, il razzismo e il classismo presenti nella società colombiana, il fatto che Elda sia nera e “poco attraente” ha consentito alla stampa colombiana di dipingerla come un mostro. E’ per questo, forse, che la sua presunta crudeltà fa parte della leggenda, mentre quella dei suoi colleghi e superiori maschi no. Conoscendola di persona mi accorgo che Elda non è né pazza né brutta, anche se ha perso un occhio in combattimento.

(…) Quando aveva sei anni i genitori, militanti del Partido Comunista de Colombia (PCC) la mandavano a vendere arepas (focacce di mais) per le strade del suo villaggio nel dipartimento di Antioquia. Con il ricavato Elda si comprava quaderni e matite per la scuola. All’età di 12 anni il padre le disse che, a causa del colore della sua pelle e del suo aspetto fisico, nessun uomo l’avrebbe voluta. Quindi, per sopravvivere, Elda avrebbe dovuto lavorare più degli uomini. Per questo la mando in una finca per l’addestramento della gioventù comunista, pensando che così sarebbe diventata qualcuno. Quando a 15 anni fu reclutata dalle FARC, che all’epoca erano il braccio militare del PCC, ricevette la benedizione dei genitori.

(…) Finora il programma di mobilitazione ha aiutato più di 53mila ex combattenti, ma non ci sono statistiche sulle percentuali di successo. (…) le donne vanno avanti perché possono contare sulla forza della determinazione che hanno sviluppato per sopravvivere nella cultura maschilista delle FARC. Ma purtroppo gli uomini e le donne che non completano il programma sono più numerosi. (…) Molti guerriglieri smobilitati lasciano gli hogares de paz psicologicamente impreparati al trauma della transizione alla vita civile. La conseguenza è che molti spendono il sussidio in alcool e droga.

Alcune donne, soprattutto le più giovani, hanno paura e cercano soldi e protezione lavorando come prostitute per uno sfruttatore. Gli uomini privati delle armi e della loro identità maschilista, entrano nelle bande di narcotrafficanti.

(…) Il programma di disarmo e reinserimento degli ex guerriglieri può rivelarsi esemplare se il paese farà gli investimenti giusti per renderlo più efficace. Servono più consulenti, per affrontare le esigenze degli ex combattenti neri e indigeni.

(fonte: Internazionale 16/11/2012)

Colombia. “S. 15 anni: “Io, vittima di violenza sessuale”

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S.potrebbe essere una delle madri dei nostri figli. La sua testimonianza ci aiuta a calare il significato/peso di un figlio in un certo tipo di società.

 

“Quell’uomo abitava accanto a noi. Usavamo lo stesso bagno, era in comune. Quel giorno io ero a casa da sola, era mattina, prima di uscire per andare a scuola. Mi stavo lavando, lui mi ha vista ed è entrato in casa. Mia sorella più piccola aveva rotto la spina del televisore così lui mi ha detto di entrare in casa sua per guardare la TV. Allora ho portato una sedia e appena mi sono seduta lui mi si è avvicinato, ha afferrato le mie braccia e ha cercato di farmi sedere sul letto. Gli ho risposto che non volevo sedermi sul suo letto perché era irrispettoso. Insisteva e alla fine l’ho fatto: mi sono seduta sul suo letto. Mi è saltato addosso e ha cominciato a tenermi ferme le mani, io allora ho detto: “Non farlo!”

Non volevo raccontarlo a nessuno, ma ho cominciato a stare molto male e a vomitare di continuo. Mi dava la nausea l’odore del cibo, persino l’odore dei fiori al matrimonio di mia sorella mi faceva stare male, poi mia sorella maggiore e mia madre hanno deciso di portarmi da un medico. Durante la visita il dottore mi ha fatto un test e mi ha detto che ero incinta. Mia sorella mi ha chiesto di chi fosse il bambino e io continuavo a dire di non saperlo. Poi mi ha chiesto dell’uomo che abitava accanto a casa nostra e io ho vomitato immediatamente. Mia madre è scoppiata a piangere e io con lei. Allora ho raccontato loro cosa era successo, che mi aveva preso con la forza dopo avermi costretto a sdraiarmi sul letto.

Dopo aver saputo che ero incinta ero distrutta: quell’uomo aveva abusato di me e tutto era finito con una gravidanza! Lo odiavo e piangevo tutto il giorno, non volevo tenere quel bambino. L’unica cosa che volevo era continuare i miei studi, avere un figlio a 13 anni avrebbe distrutto tutti i miei sogni; ma non era una decisione facile da prendere.

Non volevo nemmeno andarmene di casa, le persone mi passavano accanto e mi guardavano incuriosite: tutti sapevano che ero stata violentata. Ho anche pensato di suicidarmi. Dopo quello che era successo, alcune di quelle che prima erano le mie amiche hanno iniziato a chiamarmi “la ragazza dell’aborto”. A scuola nessuno voleva sedersi accanto a me e quando dovevamo svolgere attività di gruppo nessuno mi voleva all’interno del proprio gruppo. Anche una delle mie insegnanti mi disprezzava: diceva che era sbagliato interrompere la gravidanza. Tutto questo non mi piaceva, non mi piaceva che le persone mi giudicassero, perciò ho deciso di cambiare scuola. Ero una studentessa molto brava.

Oggi, una parte di me è felice perché ho potuto continuare i miei studi, la cosa più importante per me; ma l’altra parte è triste per tutto quello che è successo. Ho un nipotino piccolo e quando vedo che tutti lo abbracciano e lo accarezzano, ripenso al bambino che non ho avuto.

Il mio vicino di casa è scomparso. Ho avuto l’impressione di averlo visto una volta sull’autobus mentre andavo a scuola, ma non sono sicura che fosse lui. Stava camminando lungo la strada con una donna e un bambino, quindi forse ha un figlio. Quando l’ho visto, il mio cuore ha cominciato a battere freneticamente. Ero nervosa e sentivo tutta quella rabbia riaffiorare.

Sono passati due anni da quel terribile giorno, ma voglio ringraziare Medici Senza Frontiere per il supporto psicologico che mi sta dando e per avermi dato la forza di raccontare questa storia. Ora mi sento forte e voglio che tutti sappiano cosa mi è accaduto.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)

Colombia. Vacaciones en el extranjero: “A che punto siamo”

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Attenzione, Il progetto non è stato avviato neppure nel 2014, così ci informa un rappresentante de La Maloca, perché i ragazzi proposti erano tanto grandi. Parliamo di quattordicenni. A noi sembra, comunque, importante parlare di questo argomento in prospettiva di un’evoluzione futura. Qualche mese fa avevamo trovato questa informazione e avevamo contattato l’ente per farci spiegare meglio come potrebbe funzionare questo tipo di adozione.

DIAMO L’OPPORTUNITÀ A DEI BAMBINI COLOMBIANI DI PASSARE UNA VACANZA IN UNA VERA FAMIGLIA!

Riceviamo comunicazione che ICBF Colombia ha riattivato il progetto “Vacaciones en el extranjero”, al quale Centro Adozioni La Maloca aveva aderito …anche nel 2013, ma che per problemi burocratici non è stato possibile realizzare in Dicembre 2013. Ora la Nuova dirigenza ICBF ha deciso di rendere attivo il progetto per il 2014, ed è nostra intenzione ripresentare tale Progetto per fare venire in Italia i minori nel mese di Dicembre 2014.

L’obiettivo è dare un’opportunità a uno o più bambini colombiani in stato di abbandono di trascorrere un periodo di vacanza nel nostro Paese, in una famiglia disposta ad accoglierli, con la possibilità che questo si trasformi in un’adozione dei minori accolti. L’invito è rivolto a famiglie italiane in possesso di Decreto di idoneità all’adozione internazionale, sia che abbiano presentato richiesta di adozione in Colombia, sia che non abbiano ancora sviluppato percorsi adottivi in nessun Paese.

Il periodo dei minori in Italia dovrebbe essere di 3 settimane nel Dicembre 2014 (da definire) e i Minori Colombiani coinvolti sono Bambini in stato di adottabilità, con le seguenti caratteristiche: Fratelli di cui uno con più di 9 anni, minori singoli con più di 10 anni, bambini con meno di 8 anni con problematiche fisiche o psichiche.

Chi voglia richiedere informazioni dettagliate contatti le segreterie Maloca di Parma allo 0521944855 info@lamaloca.it o Avellino al 3475822246 sedeavellino@lamaloca.it entro il 3 marzo 2014.Altro…

 

Il progetto vacaciones Colombia è in fase di avviamento. Due enti se ne occupano, La Maloca e AIBI. Il progetto non è andato in porto nel dicembre 2013 per motivi burocratici. Quest’anno si conta di avviarlo per dicembre 2014, dopo le elezioni in Colombia per evitare ritardi e false aspettative per le coppie.

I bambini provengono da tutta la Colombia e per 2 settimane vivranno assieme in un piccolo istituto di Bogotà dove assieme a dei tutor (uno per sette bambini) cominceranno un percorso di avvicinamento alla cultura italiana imparando anche qualche parola della lingua. A loro viene spiegato che si tratta di una vacanza da trascorrere all’interno della famiglia. Dall’altra parte le coppie invece sono contattate dall’ente e, con decreto d’idoneità alla mano, verranno abbinate ai bambini. Il tutor accompagna in Italia i piccoli e soggiornerà con loro per due giorni nella famiglia che li accoglie. Alla fine dell’esperienza i bambini torneranno in Colombia e il tutor redigerà una relazione dove verranno evidenziati i fattori di criticità e potenzialità di un’adozione.

In Italia la coppia dovrà decidere per l’abbinamento definitivo in 15 gg. Dopo di che l’adozione segue l’iter ordinario, con permanenza in Colombia della coppia per l’espletamento dei documenti. Nel frattempo i bambini ritornano nei rispettivi istituti e non sapranno se gli altri sono stati adottati o meno. Lo stesso bambino potrà fare più vacanze sempre con questo spirito di periodo di vacanza all’estero.

Interessati al progetto sono bambini special needs: famiglie di bambini o bambini superiori ai 10 anni, di solito non più di 12 anni. Ci sono poi bambini inferiori agli 8 anni con problematiche fisiche o psicologiche.

A diversità dei bambini di Chernobyl in questo caso si tratta di bambini adottabili e di coppie con decreto d’idoneità. Il progetto non è quindi esteso a single o coppie non intenzionate ad adottare.

L’aspetto positivo è che con questo progetto viene data anche ai bambini grandi la possibilità di conoscere una famiglia e di essere da questa accolti. Ricordiamo che in Italia i bambini di 8 anni sono già considerati special needs.

Secondo noi, un aspetto da valutare sarebbe quello di aprire una corsia preferenziale alle coppie alla seconda adozione che hanno già sperimentato nella prima l’accoglienza di un bambino grande.

Vedi anche: http://www.aibi.it/ita/colombia-da-oggi-sara-piu-facile-dare-una-famiglia-a-6440-bambini-e-adolescenti-adottabili/

http://www.aibi.it/ita/colombia-lautorita-centrale-vuole-reagire-al-calo-delle-adozioni/

Colombia. “Vacaciones en el extranjero”

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Da alcuni anni la Colombia sta supportando l’adozione dei bambini grandi attraverso programmi di ospitalità estiva già attivi in Francia, Germania e USA dal 2003. In media, su 100 minori, il 76% è stato adottato dopo la conoscenza con la famiglia. Rimane qualche dubbio sulle ripercussioni sui minori interessati alle adozioni che non vanno a buon fine. Mentre Marco Griffini difende il progetto, si esprime Donata Micucci, presidente dell’ANFAA.

“Possiamo chiamarle vacanze? Nei giorni scorsi è stato lanciato da Ai.Bi. il progetto “Vacanze adottive”, di circa tre settimane, che Ai.Bi. propone “a tutte le coppie già in possesso del decreto di idoneità” con questa motivazione: “Le Vacaciones en el extranjero vengono avviate, per la prima volta, grazie alla collaborazione di Ai.Bi. con la Commissione per le Adozioni Internazionali e l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar, l’Autorità centrale colombiana, per facilitare l’adozione di bambini in stato di abbandono:- di età superiore a 10 anni- di età inferiore a 10 anni, ma con particolari bisogni e condizioni psicofisiche- di fratrie di cui almeno uno dei minori sia di età superiore a 10 anni… al termine della “vacanza”, le famiglie…. possono già manifestare la volontà di proseguire con l’iter che li renderà genitori. Nel caso in cui, invece, non vogliano accogliere definitivamente il bambino come figlio, la coppia ospitante resterà comunque un referente amicale e affettivo, “a distanza”, per il minore, impegnandosi a mantenere i contatti con lui, informandosi sulla sua vita e sui suoi sviluppi.”  (testo tratto dal sito http://www.aibi.it).

L’assemblea dei soci del 2013 dell’Anfaa ha espresso fortissime perplessità su questo progetto: preoccupano moltissimo i riflessi negativi su bambini già duramente segnati da anni di ricovero in istituto e da fortissime deprivazioni affettive se non da maltrattamenti e abusi.

Queste vacanze, che creeranno in loro forti speranze e illusioni, pongono tanti interrogativi che riguardano soprattutto le conseguenze difficilmente riparabili derivanti dal fallimento del possibile “abbinamento”. Questi bambini, che attraverseranno l’oceano per passare “tre settimane di vacanza” con una famiglia in Italia, saranno ben consapevoli delle reali finalità di questa iniziativa, che inevitabilmente creerà in loro forti aspettative. Questa esperienza rappresenterà forse l’unica possibilità di avere una famiglia cui hanno diritto, ma che non hanno mai avuto… Sapranno anche che se questa “prova” non riuscirà, trascorreranno il resto della loro vita da soli, in istituto…

Chi di noi ha adottato bambini grandi sa, dai loro stessi racconti, con quanta angosciante preoccupazione e paura hanno vissuto l’incontro con quegli adulti che sarebbero poi diventati i loro i loro genitori; alcuni di essi, che avevano già vissuto precedenti tentativi di “abbinamento” falliti, al momento dell’incontro hanno manifestato reazioni di vero panico, temendo un nuovo rifiuto…

Siamo allibiti poi dalla soluzione proposta da Ai.Bi., nei casi in cui la coppia “non voglia tenersi il bambino al termine della vacanza”: come può vivere il bambino questa esperienza su cui ha posto tante aspettative?  Come potrà superare questa ennesima frustrazione e accettare di essere un bambino che può andar bene sì per una vacanza, ma non per essere accolto e amato per sempre? Non si può giocare sui sentimenti dei bambini e trattarli come un “giocattolo” o come un elettrodomestico ancora in garanzia che rilevatosi “difettoso”, viene restituito! Questi bambini quanto dovranno simulare per rendersi desiderabili e/o accettabili agli occhi dei loro possibili genitori?

E’ inutile negare che i minori proposti sono bambini “impegnativi”: hanno subito sovente maltrattamenti ed abusi che li hanno segnati nel profondo e che richiedono, in base alle nostre esperienze, non solo tanto, tanto tempo, ma anche tanta pazienza, tante attenzioni e tante cure affettuose e continue da parte dei genitori. Per riuscire a colmare le gravi carenze affettive subite e recuperare il tempo perduto…

Dobbiamo anche operare non solo per trovare queste famiglie, ma soprattutto nel sostenerle nel loro difficile ruolo di genitori: come abbiamo ripetuto tante volte, non si può però pensare che l’adozione di un bambino “diverso” possa riuscire fidando solo sulla loro disponibilità : è necessario creare una rete di rapporti umani e sociali intorno ad esse che arricchisca la vita del nucleo familiare e ne impedisca l’isolamento.

E’ indispensabile anche un sostegno attento e continuativo da parte dei Servizi socio assistenziali e sanitari. Com’è noto il comma 8 dell’art. 6 della legge 184/1083 e s.m. recita: «Nel caso di adozione dei minori di età superiore a dodici anni o con handicap accertato ai sensi dell’articolo 4 della legge 5 febbraio 1992 n.104, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono intervenire nell’ambito delle proprie competenze e nei limiti delle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci, con specifiche misure di carattere economico, eventualmente anche mediante misure di sostegno alla formazione e all’inserimento sociale, fino all’età di diciotto anni degli adottati» e quindi purtroppo non impegna le istituzioni a fornire gli aiuti previsti in quanto gli stessi sono subordinati alle «disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci».

Ai.Bi. e gli altri Enti autorizzati, che mirano all’aumento delle adozioni di minori “con bisogni speciali”, non dovrebbero limitarsi solo a proporre queste adozioni, ma contestualmente attivarsi nei confronti delle Istituzioni competenti affinché vengano assicurati i necessari sostegni, altrimenti si rischia di vedere aumentare il numero dei minori adottati inseriti in comunità perché i loro genitori, lasciati soli dagli Enti autorizzati ed abbandonati dai Servizi, non ce l’hanno più fatta!

Per promuovere e sostenere le ”adozioni difficili”, sarebbe anche necessario che gli Enti autorizzati sostenessero la proposta avanzata dall’Anfaa ai Tribunali per i minorenni, affinché nelle sentenze relative all’adozione dei minori italiani e stranieri ultradodicenni o con handicap accertato, venga precisato  che agli adottanti devono essere estese le provvidenze previste dall’art. 6 della legge n.184/1983 e s.m. sopra citato e vengano indicati  i Servizi sociali incaricati di supportare il nucleo adottivo (analogamente a quanto previsto per l’affidamento dalla legge n. 184/1983 e s.m.): questo monitoraggio consentirebbe di supportare il nucleo adottivo, svolgendo in tal modo un efficace azione preventiva.

Grati per la pubblicazione, porgiamo distinti saluti e restiamo a disposizione per ogni eventuale chiarimento.”

Donata Nova Micucci – Presidente nazionale Anfaa

Torino, 7 giugno 2013

(fonte: anfaa.it – 06/2013)

Colombia. Società: “Situazione dei minori colombiani”

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Scolarizzazione. Non esiste discriminazione tra maschi e femmine tanto che i tassi di ripetizione e abbandono scolastico sono più alti tra i maschi. In Colombia la scolarizzazione è a livelli accettabili, l’istruzione è gratuita e obbligatoria dai cinque ai dieci anni, mentre la scuola secondaria dura dai quattro ai sei anni. Questi indicatori tuttavia peggiorano se ci si sposta nelle aree rurali, e sono ancor più bassi per i bambini appartenenti alle minoranze etniche, come gli indios e gli afrocolombiani, e per i numerosissimi minori sfollati.

Adolescenti. Il numero delle ragazze tra i 15-19 anni rimaste incinte è in aumento. Il 64%deìi queste gravidanze non è pianificato. L’origine della maternità è spesso frutto di violenza ma in Colombia gli adolescenti tendono anche ad avere relazioni sessuali occasionali a un’età sempre più precoce, con il conseguente rischio di contrarre HIV-AIDS e altre malattie sessualmente trasmissibili. Un altro fenomeno correlato è l’alta frequenza con cui le madri adolescenti restano incinte di nuovo dopo il primo figlio. Il 20,5% risulta di nuovo incinta dopo 7-17 mesi dopo il primo parto, mentre un altro 33% tra i 17 e 24 mesi (dati Bienestar Familia 09/14). E’ in aumento anche lo sfruttamento sessuale di minori. Elevato è anche il tasso di ragazzini lavoratori.

Bambini soldato. L’Unicef considera la Colombia uno dei paesi in emergenza umanitaria e gli interventi sono rivolti a ridurre il fenomeno dei bambini soldato. Le attività di reintegrazione sociale dei bambini smobilitati dai gruppi armati avvengono nel quadro del Programma Nazionale per i bambini vittime del conflitto armato, gestito dall’Istituto Colombiano per l’Assistenza alle Famiglie. Il programma si occupa di assicurare al bambino un rientro sicuro in famiglia e nella comunità, oltre a fornire assistenza medica, istruzione e protezione legale.

Bambini di strada (niños en la calle). Sono bambini che pur avendo dei genitori sono lasciati a vivere per strada in assenza di cure e attenzione ai margini delle città tra i più degradati. La loro solitudine li destina ad essere vittime indifese di atti di violenza, abusi sessuali, rapimenti per il traffico d’organi o prostituzione. Nelle zone suburbane sono completamente assenti strutture che possano accogliere bambini dai 0 ai 2 anni e offrire attività di cura e assistenza all’infante e alla madre.

vedi anche:

http://www.icbf.gov.co/portal/page/portal/Descargas1/Prensa1/ColombiaSinMaltatoInfantil_180313.pdf

Colombia. Società: “Le famiglie monoparentali e le relazioni sociali”.

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Nel 2007 Veneto Adozioni ha caricato sul suo sito uno studio sulla società colombiana che ripartiremo in tre post: famiglia, donne e minori.

Faremo una sintesi schematica per facilitare la lettura.

La rapidissima espansione delle periferie delle città, in particolare di Bogotà, è avvenuta soprattutto negli ultimi dieci anni e il selvaggio inurbamento causato dalla fuga dalle campagne ha provocato l’incapacità da parte delle persone di costruire o ricostruire il tessuto sociale ed una trama di relazioni significative, sia a livello intrafamiliare, sia a livello interfamiliare.

I conflitti intrafamiliari costituiscono la prima causa di violenza nella periferia della capitale colombiana e questa situazione si aggrava ulteriormente nelle zone più periferiche in cui gli indicatori di povertà sono più elevati.

Circa il settantacinque per cento dei bambini di strada hanno subito maltrattamenti in famiglia. Il problema dei “bambini di strada” trova una causa importante nella difficoltà delle madri che devono sostenere tutto il peso del sostentamento familiare e nella situazione di povertà estrema della famiglia. In questa situazione, si registrano conflitti nella relazione madre-figli causata, in gran parte, dal peso che deve sopportare la madre per le enormi difficoltà economiche, per lo stato di solitudine e d’indifferenza alla quale è soggetta e per l’assenza di un qualsiasi supporto da parte di istituzioni o di personale specializzato. Secondo le statistiche realizzate, le aggressioni e manifestazioni di violenza intrafamiliare sono direttamente correlate, inoltre, allo stato di sfollamento che vivono le famiglie che si trasferiscono nelle periferie urbane delle grandi città.(…)

(fonte: Veneto Adozioni)

Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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adopnation

Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com

Colombia: “Lo stato, la guerriglia e la popolazione civile”

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Sono in corso le trattative tra FARC e stato, ma anni di acerrimo conflitto sociale non si cancellano in un attimo. Secondo i dati del Centro di memoria storica della Colombia, cinquant’anni di conflitto armato hanno provocato 6 milioni e mezzo di vittime: tra esse 5,7 milioni di rifugiati, 220.000 morti, 25.000 scomparsi e 27.000 sequestrati. Segue un resoconto di cosa sono le FARC, come si è evoluta la guerriglia e che cosa stanno trattando sul tavolo della pace a Cuba.

FARC è l’acronimo di Revolutionary Armed Force of Colombia, di ispirazione marxista. Il gruppo è nato negli anni sessanta per combattere contro l’iniqua distribuzione della terra e i latifondisti. In realtà tutti i gruppi coinvolti (milizie ribelli. governo e paramilitari di estrema destra) violano i diritti umani e a farne le spese è la popolazione rurale che è costretta ad abbandonare i villaggi dove si verificano massacri o arruolamenti forzati. Le vittime civili si contano a migliaia ogni anno, così come i rapimenti o le mutilazioni provocate dalle mine antiuomo. Si stima che le mine siano presenti su circa il 45 per cento del territorio colombiano: Antioquia, Meta e Norte de Santander sono le zone che hanno registrato il maggior numero di casi. Le mine sono posizionate lungo le principali vie di comunicazione, nei pressi di ponti, fonti d’acqua, coltivazioni di coca e lungo gli oleodotti.
La guerriglia è da sempre finanziata tramite rapimenti e traffico di droga. Molto spesso le persone rapite sono state uccise, nonostante il pagamento del riscatto, oppure si sono unite ai guerriglieri. Intere comunità si rifugiano nei sobborghi delle città aumentando il numero di rifugiati e le sacche di povertà.

Gravi violazioni si consumano anche ai danni delle comunità indigene che, nonostante abbiano espressamente richiesto di non essere coinvolte nella guerra, subiscono assassini, stragi, deportazioni e arruolamenti forzati, talvolta anche ad opera delle multinazionali del petrolio. Le minoranze etniche, afro-colombiani e indios-colombiani, sono infatti le popolazioni più duramente colpite dal conflitto.

Lo stato combatte contro le FARC ma anche contro l’ELN (National Liberalisation Army), un piccolo gruppo di guerriglieri. Negli ultimi tempi ha trovato collaborazione da parte di Venezuela ed Ecuador per isolare i ribelli. Inoltre gli USA hanno sempre sostenuto la Colombia per la guerra contro i narcotrafficanti.

Il tasso di corruzione che affligge il sistema amministrativo raggiunge livelli scandalosi, così come il suo grado di connessione col paramilitarismo e col narcotraffico. I giornali in Colombia sono in mano alle oligarchie di potere filo-governative. I guerriglieri si servono di metodi alternativi per diffondere i propri comunicati stampa e le proprie versioni dei fatti.

Dopo 50 anni di conflitti, nell’ottobre 2012 ad Oslo è stato aperto un tavolo di pace anche a seguito della morte di alcuni leader del movimento. Sorgono alcune domande sul reinserimento dei guerriglieri nella società civile dopo essersi comportati da carnefici con le popolazioni locali. Dal 2003 a Bogotà è stato iniziato un programma di reinserimento, ma i successi, dopo 10 anni, sono ancora molto scarsi e poco monitorati.

(fonte: bbc.co.uk/news/world-latin-america-19994289)

A giugno 2013 sono riprese le trattative tra FARC e stato: sul tema agrario ci hanno impiegato sei mesi per trovare un accordo. All’ordine del giorno c’è la partecipazione politica dei gruppi armati. Anche se la partecipazione dei guerriglieri è legata alla loro situazione giudiziaria, la popolazione è restìa ad accettare che persone che hanno ucciso, sequestrato e torturato possano sedersi in Parlamento. L’accordo di pace entrerà in vigore solo quando tutti i punti saranno stati accettati dalle parti (sintesi: “Il futuro dei negoziati di pace in Colombia” – Internazionale 14 giugno 2013)

Il primo luglio 2013 le due maggiori guerriglie della Colombia, le FARC e l’ELN hanno annunciato la possibilità di unirsi per raggiungere la pace. Questo significa che l’ELN vuole partecipare al negoziato in corso a Cuba tra Governo e FARC. Dal 1985 più dell’11% della popolazione colombiana ha sofferto direttamente a causa del conflitto (Internazionale giugno-luglio 2013).

Il 15 giugno 2014 è stato eletto Presidente Juan Manuel Santos. Una parte dei colombiani ha scelto lui perché Santos ha puntato sulla fine negoziata del conflitto armato con le FARC (Internazionale 20 giugno 2014).

Ad ottobre 2014 si annunciava che la trattativa è a buon punto. Sono stati raggiunti accordi sulla riforma agraria, la partecipazione politica dei guerriglieri e il narcotraffico. Nell’accordo ci sono anche una serie di buone intenzioni: eliminare la povertà nelle zone rurali e dare ai contadini acqua potabile, terreni e assistenza sanitaria. (Internazionale 3 ottobre 2014)

Le ultime notizie: http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/20/news/colombia_accordo_governo-farc_per_la_liberazione_del_generale_alzate-100978169/?ref=HREC1-8

Cile. Blog: “Un modo diverso per rispondere alle mille domande sul Cile”

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Questa è un immagine di Valparaìso, una città in fermento da quando nel 2003 è stata dichiarata patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Da allora i cileni hanno capito che la loro città era piena di fascino e la stanno trasformando in un centro di attrazione per i turisti. Il museo delle belle arti ha riaperto nel settembre del 2012 dopo una chiusura di 15 anni. E’ ospitato in una villa dei primi del novecento e ha più di duecento dipinti di artisti cileni ed europei. Nel 2012 i turisti sono raddoppiati rispetto al 2010.

Consigli di viaggio, cultura, folklore e poi foto, libri e cibi da assaggiare se si vuole scoprire il gusto profondo e autentico del Cile. Questo è il blog di Perla Simeone che vive da qualche anno a Santiago e vuole condividere le sue esperienze. Lo fa con entusiasmo accompagnata da un cileno di origine che l’aiuta a sviscerare anche alcuni aspetti burocratici.

http://vivereincile.wordpress.com/

Cile. La condizione dei popoli indigeni: “L’escalation del conflitto mapuche in Cile”

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Ancora sul popolo mapuche e sulle lotte impari contro le multinazionali e lo stato, informazioni diffuse dalla stampa internazionale.

Da anni i mapuche lottano per riappropriarsi della loro terra. La guerra è impari: i latifondisti potenti da una parte e una popolazione umiliata dall’altra. Il governo ha finora arginato il conflitto schierando forze di polizia ma non è così che si risolve il problema. Siamo arrivati persino a reintrodurre la legge antiterrorismo emanata durante la dittatura militare di Pinochet!

Di conseguenze gli attivisti Mapuche vengono condannati a pene detentive e pecuniarie sproporzionatamente alte, i minorenni vengono processati e condannati come se fossero adulti.

Agli inizi di gennaio 2013 le tensioni sono aumentate a seguito del quinto anniversario della morte di Matìas Catrileo, un ragazzo mapuche ucciso nel 2008 dalla polizia cilena dopo essere entrato senza permesso in una proprietà privata che, secondo lui, apparteneva ai suoi antenati.

Rappresentanti della Chiesa cattolica e il premio Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno chiesto al governo di prendere sul serio le richieste dei Mapuche e di avviare trattative reali. Complessivamente la popolazione e le comunità mapuche chiedono la restituzione di almeno 700.000 ettari di terra che erano già stati loro restituiti con la riforma agraria di Salvador Allende (1970-1973) e subito dopo riespropriati dalla dittatura militare del generale Augusto Pinochet.

L’agenzia statale Conadi, tra i cui compiti figurerebbe anche l’acquisto di terre dai latifondisti e dalle imprese per restituirle ai Mapuche, non dispone dei necessari mezzi finanziari e istituzionali per poter assolvere in modo soddisfacente ai propri compiti.

I Mapuche detenuti continuano a rischiare la propria vita con scioperi della fame prolungati, che sono ormai l’unica possibilità loro rimasta per ottenere l’attenzione sulla situazione delle loro comunità. Inoltre si moltiplicano le denunce di perquisizioni particolarmente brutali, di maltrattamenti e trattamenti umilianti in carcere. I rappresentanti delle comunità mapuche infine lamentano il clima di paura in cui crescono i bambini. Dal 2002 ad oggi 8 esponenti Mapuche sono stati uccisi dalle forze dell’ordine.

Nel 2009 le Nazioni avevano sottolineato la scarsa conoscenza che esiste in Cile del patrimonio di diversità etnica e culturale: «Bisogna iniziare un processo di avvicinamento interculturale, iniziando dalle scuole, dai più piccoli, educando alla differenza» c’era scritto nel rapporto sul Cile. Sempre nello stesso documento si affermava l’obbligo da parte del Cile alla restituzione delle terre ancestrali appartenenti ai popoli indigeni e allo stanziamento di fondi per rendere effettivo il ritorno delle terre alle popolazioni.

Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato

(fonte sintesi di vari articoli pubblicata su carta e sul web)

Cile. La condizione dei popoli indigeni: “I mapuche”

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Si tratta della seconda parte di un articolo apparso sull’Internazionale del 18 gennaio 2012. In breve viene spiegata la discriminazione contro il popolo mapuche.

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Gli occhi neri di Lautaro

gettano migliaia di lampi.

Come soli fanno germogliare i solchi

come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente

che non vuole essere schiavo

come un puma in gabbia

(Rayen Kvyeh – poetessa mapuche)

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(…) In Cile vive un milione di mapuche, molti dei quali sono discriminati. Avere un cognome mapuche è uno svantaggio quando si cerca lavoro e non è un caso che l’Arauracanìa sia ancora la zona con la maggiore percentuale di cileni poveri. I mapuche, il sei per cento della popolazione del paese, non hanno avuto le stesse opportunità degli altri cittadini. Sono stati segregati e definiti spesso pigri, stupidi, traditori, testardi e ubriaconi.

Il Governo dovrebbe avviare dei programmi sociali per le famiglie mapuche più povere, per esempio stanziando un sussidio mensile alle madri a condizione che mandino i figli a scuola e li portino dal medico. Potrebbe anche essere utile concedere ai mapuche delle terre, incentivare tutte le loro iniziative nella regione o autorizzarli ad aprire dei casinò, come hanno fatto gli Stati Uniti in molte riserve indiane. Si potrebbe inoltre aumentare il sistema di quote per i mapuche nelle università ed estendere i programmi di discriminazione positiva prevedendo delle quote riservate ai mapuche nell’amministrazione pubblica.

Tutte queste iniziative possono essere utili, ma non bastano a risolvere il conflitto tra il Cile e l’etnia mapuche. Per trovare una soluzione serve un cambiamento culturale. Per riuscire a integrare i mapuche nella società cilena, ogni cileno dovrà prima accettare che entrino a far parte dell’identità nazionale.

(fonte: Internazionale – 18/01/2013)

Studi e ricerche. Sangita, 17 anni: “Le origini, i ricordi e la nostra identità”

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Il dolore, la morte, le domande che restano…

Un anno fa parlavamo di Habtamu, il ragazzino africano che non ce l’ha fatta a trovare risposte a domande importanti dentro di sè. Troppo grandi per lui, troppo difficili, troppo …

Allora, a gran voce, sul web si era levata  la richiesta di istituire la giornata sull’adozione. Conosciamo la mamma che ha avuto questa intuizione e interpretiamo le sue intenzioni: parlare di adozione nella società civile per soppiantare il pietismo con la concretezza delle azioni nella scuola, nel vicinato, nella stessa cerchia di parenti e amici. C’è molto da fare per l’accoglienza e l’integrazione dei nostri ragazzi. Ancora di più oggi che discutibili rappresentanti dei cittadini attaccano il “diverso” per coprire la corruzione e il marcio che dilaga nei loro partiti.

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Nel frattempo vi lasciamo con le domande che i nostri figli hanno lanciato al Convegno di International Adoption nel maggio del 2013 tramite la loro rappresentante, Sangita. Sono le domande che sono nella testa dei nostri ragazzi, che spesso non riusciamo a decifrare dai loro comportamenti a volte disorganizzati e inspiegabili.

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Alcune risposte degli operatori le forniremo più avanti, quelle che secondo noi sono state le più significative. Intanto, da genitori, riflettete su questi quesiti. Le domande che restano…nella mente dei nostri figli.

IL VIAGGIO ALLA RICERCA DELLE ORIGINI

Incontrando altri ragazzi che come me condividevano il fatto di essere indiani e di essere stati adottati, mi ha colpito

molto la differenza che si percepiva tra chi era tornato almeno una volta in India e chi quel viaggio non l’aveva

ancora fatto. Tutti condividevamo la sensazione di un viaggio importante, un viaggio non semplicemente turistico

ma un viaggio per scoprire se stessi, un ritorno alle proprie origini.

Chi quel viaggio l’aveva fatto sentiva che qualcosa era cambiato. Incontrare l’India ha permesso a molti di noi di

abbandonare tutta una serie di pensieri negativi che avevamo nei confronti di quella terra. E’ emerso che alcuni

di noi prima del viaggio e chi anche il viaggio non l’aveva ancora fatto ritenevamo l’India responsabile di tutto

quello che era accaduto. Ma l’incontro con quel paese ci ha aiutato a liberarci di alcune paure, qualcuno ha detto

a chiudere il cerchio. L’India non ha colpe. Ma c’è una cosa che molti di noi condividevano, sulla quale ci siamo

interrogati e sulla quale vogliamo interrogare voi: il desiderio di voler fare questo viaggio da soli o meglio senza

genitori adottivi.

Perché si desidera tornare da soli? Come dobbiamo interpretare questo desiderio? E’ un atto di rottura o di protezione verso i genitori adottivi? Come possiamo spiegarlo a loro senza ferirli e farli sentire messi da parte in un momento così significativo e importante?

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I RICORDI

Un altro aspetto emerso che non tutti condividevamo, ma molto doloroso per chi lo provava, è quello relativo

ai ricordi. C’era chi ricordi non ne aveva, chi li aveva molto definiti e chiari, i volti dei genitori, dei fratelli e dei

luoghi dell’infanzia e chi ne aveva ma dubitava che fossero reali. Il dubbio era che il ricordo non fosse un prodotto

dell’esperienza vissuta, ma fantasie prodotte dall’immaginazione.

Esiste un modo per uscire dall’ambiguità di non sapere se quello che ti sembra di ricordare sia realmente accaduto o meno? E se non esiste, come si può convivere con la sofferenza legata a quest’ambiguità?

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CITTADINI DEL MONDO

Per alcuni di noi essere indiani è motivo di orgoglio, per altri quasi di vergogna, qualcuno trova la spiegazione alle

proprie scelte e alle proprie azioni in virtù del fatto di essere un indiano, di avere sangue indiano. Quando ci è stata

posta la domanda direttamente, tutti abbiamo risposto che ci sentiamo italiani, siamo cresciuti in Italia, siamo stati

educati da italiani e come italiani parliamo questa lingua ma forse l’essere anche indiani è una questione aperta.

In che modo si possono integrare queste due anime? Siamo apolidi? Siamo cittadini del mondo. Come qualcuno di noi ha detto, siamo stranieri nel nostro paese? Che cosa siamo?

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SENTIRSI IN COLPA VERSO I GENITORI ADOTTIVI

Stiamo crescendo e quindi stiamo cambiando. Quello che un tempo ci piaceva ora non ci piace più ma alcuni di

noi vivono questo cambiamento quasi come un tradimento nei confronti dei genitori adottivi.

Perché ci sentiamo in colpa nel mostrarci ai nostri genitori adottivi per quello che siamo? Perché questa sensazione di tradimento? Appartiene anche ai figli biologici? Come possiamo spiegare loro che stiamo diventando qualcosa di diverso da quello che loro si aspettano senza ferirli? Senza che pensino che noi non li vogliamo più?

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IL VUOTO DENTRO

C’è un’ultima domanda che forse è la più importante ed è quella a cui faceva riferimento Alessandra prima perché

condivisa da tutti noi ed è relativa al vuoto che sentiamo.

Tutti sentiamo un senso di vuoto e questo ci fa soffrire. Ma cos’è questo vuoto? Sono i genitori biologici che non abbiamo conosciuto? I ricordi che non ci sono? Le ragioni dell’abbandono? E soprattutto c’è un modo per riempire questo vuoto, per non sentire più questa dolorosa sensazione?

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(fonte: internationaladoption.it – Atti del Convegno maggio 2013)

Adozione e luoghi comuni. Pamela, Katia e Uelita: “Tre modi di sentirsi figlie adottive”

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Nel 2011 sulla TV svizzera è andato in onda questo dossier sulle adozioni che ci avvicina a questo mondo in modo corretto, come sempre si dovrebbe, superando i luoghi comuni e spiegando com’è. Fausta Manini, che ringraziamo, è una delle due mamme intervistate di Spazio Adozione Ticino (Vedi il “chi siamo”).

Nel video vengono toccati temi che sono stati affrontati anche in questo blog: gestione dell’ira, fuga da casa, richiesta di aiuto delle famiglie, paura di essere soli.

All’inizio viene intervistata una coppia che racconta la sua doppia adozione, le perplessità e gioie di due approcci differenti perchè differenti i caratteri e le storie delle due bimbe. Di seguito la testimonianza di tre ragazze adulte provenienti da tre paesi diversi – India, Corea e Brasile –  che raccontano che cosa vuol dire per loro essere figlie adottive, con le  luci e le ombre del caso.

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Noi ci siamo focalizzati sul messaggio principale, condiviso da genitori, figli e operatrici:  le famiglie e i figli non vanno lasciati soli. Serve una maggiore sensibilizzazione dei servizi sociali e la formazione degli addetti ai lavori. Lo dicono anche in Svizzera!

Prendetevi mezz’ora di tempo. Il documentario è davvero esaustivo e parla di adozione in modo serio.

http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=423b8b7d-77db-486a-b47f-f4e14276084a

Abbiamo estratto questi tre concetti espressi da ognuna delle tre ragazze:

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– La prima volta che mi sono sentita figlia è quando mia mamma adottiva mi ha sgridato.

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– Ai ragazzi dico di chiedere aiuto. Non possiamo farcela da soli.

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– Mi sono sentita da sempre diversa, gli altri mi trattano come una straniera. Per questo ho imparato il dialetto, per difendermi. Mi sono tranquillizzata con il matrimonio, tre anni fa. Da allora mi sento più serena e  “integrata”.

Brasile. Bambini di strada: “La testimonianza di padre Saverio Paolillo”

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Saverio Paolillo è un padre comboniano che vive da ormai 20 anni in Brasile occupandosi della condizione dei minori nelle carceri tramite la Pastorale dei Minori fondata nel 1977 e rafforzata nel 1979 per far fronte all’emergenza dei minori a rischio sociale. Questa è la sintesi di una sua relazione al Centro Missionario Comboniano di Verona dell’aprile 2013.

La serata inizia parlando del Brasile. Il Brasile è una nazione immensa, dalle mille sfaccettature e contraddizioni, dice il padre. Da una parte il Brasile punta a diventare entro breve la terza potenza mondiale (è già la sesta dopo la Francia), dall’altra è una delle nazioni con maggiori disuguaglianze e iniqua distribuzione della ricchezza (indice GINI 0,54). La si può vedere dallo sviluppo delle sue città dove da una parte stanno i ricchi con zone residenziali curate valorizzate da parchi e moderni grattacieli, dall’altra ci stanno le case ammassate delle favelas senza servizi e tanta criminalità.

Il Governo di sinistra a causa di alleanze politiche per poter governare, non ha completato nemmeno la Riforma Agraria nelle campagne dove il 2% dei proprietari possiede metà della terra disponibile, molta della quale rimane incolta.

Uno dei problemi più sentiti dall’intera comunità è quello dei bambini di strada. Dai commercianti sono temuti perchè agiscono in gruppo e creano vere proprie bande che colpiscono gli esercizi di loro interesse. Luoghi comuni locali portano a considerare il bambino di strada come portatore di guai perché lui stesso si meriterebbe lo stato di deprivazione  in cui si trova.

Invece quella dei bambini di strada è una storia antichissima. Da almeno 500 anni si perpetua la violenza e lo sfruttamento su certi minori a cui non vengono riconosciuti i diritti più elementari come il diritto alla famiglia e all’istruzione. Le loro stesse famiglie sono condannate perché considerate responsabili della loro povertà e degrado. In verità è il sistema che è ingiusto e non dà a tutti le stesse opportunità perpetuando uno stato di deprivazione e bisogno. Basti pensare che 9 mln di brasiliani vive con meno di un euro al giorno e tra questi il 25% sono bambini fino ai 14 anni; 25 mln di brasiliani vive con meno di due euro al giorno e tra questi c’è un altro 25% di bambini fino ai 14 anni.

Il problema povertà è diffuso e il Governo ha cercato di farvi fronte con il programma “Bolsa Familia” che contribuisce con un vitalizio di eur 50 al mese a famiglia, una misera cifra se si considera che per vivere dignitosamente in Brasile uno dovrebbe guadagnare almeno 1.000 euro al mese.

Molti bambini non vengono registrati all’anagrafe perchè il procedimento non è gratuito ma a pagamento essendo l’anagrafe gestita da un ente privato. Molte mamme non hanno i mezzi per regolarizzare la nascita. Si stima che 250.000 bambini non siano stati iscritti all’anagrafe. Il problema arriva con la frequenza scolastica dove tale certificato è necessaria per l’iscrizione. I bambini di strada rientrano nella categoria dei non regolarizzati per mancanza di mezzi.

Anche a scuola esistono le discriminazioni: ogni cento bambini poveri, solo cinque terminano la scuola all’età giusta. Il resto o è molto in ritardo o si perde.  Inoltre è vero che il Governo ha introdotto programmi per disincentivare il lavoro minorile ottenendo dei risultati, ma il fenomeno è di gran lunga lontano dall’essere debellato.

Il bambino di strada, prosegue Padre Paolillo,

–      vive ai margini della società

–      è  inutile all’economia di mercato

–      è perseguitato dai commercianti

–      è ostaggio della malavita che ne crea bambini soldato per la guerra tra narcotrafficanti

–      è bambola sessuale per i turisti per lo più tedeschi e italiani

–      è espulso dalla scuola che non accetta bambini con comportamenti scorretti dettati dall’uso di crack (80% ne fa uso) e fame

–      è trattato dalla stampa come delinquente usando contro di lui un linguaggio discriminante senza le attenuanti usate per altri bambini o adolescenti della stessa età ma di diversa condizione sociale

Sta succedendo un massacro di tali bambini e adolescenti sotto gli occhi di tutti, quasi come se ci fosse una accordo tacito di eliminarli per pulire le città in prospettiva di tre avvenimenti importanti: visita del Papa, Mondiali e Olimpiadi. Solo nel 2012 sono stati uccisi 9.000 bambini di strada. Qualsiasi scusa è buona per la Polizia. Giustiziano anche ragazzini inermi e arrendevoli.

E’ una guerra contro la gioventù povera, quasi a voler risparmiare sulle politiche sociali. Il paradosso è che da un lato il Brasile si è prodigato per eliminare la mortalità infantile dagli 0-5 anni, dall’altro aumentano gli omicidi di adolescenti. C’è in atto un vero e proprio lavoro di pulizia sociale attraverso

–      l’internamento dei drogati in case apposite

–      spostamento di interi gruppi da una zona all’altra per lasciare libera la speculazione edilizia

–      uccisione di adolescenti di strada

Il destino dei ragazzini di strada è segnato: senza titolo di studio, senza lavoro, possono solo delinquere e finire in carcere. La situazione delle carceri è disastrata e non è certo lì che possono trovare modelli di riferimento per un riscatto: sovraffollamento, torture, abusi sono all’ordine del giorno. Molte volte per protestare ed avere un po’ di attenzione sono gli stessi ragazzi a farsi del male procurandosi delle mutilazioni.

L’unica via per uscirne è quella di cambiare la storia. L’unica via, insiste il padre, è la difesa dei diritti dei minori. I bambini adolescenti meritano la priorità assoluta. Attraverso il riconoscimento della loro condizione di vulnerabilità. Pochi di loro vengono adottati perché troppo grandi. Ma il destino di un bambino non può essere segnato sin da piccolo, senza possibilità di riscatto.

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La REDE AICA (Atendimento Integral à Criança e ao Adolescente = Assistenza Integrale ai Bambini e agli Adolescenti) realizza una serie di progetti destinati al recupero dei ragazzi di strada o che vivono in situazioni di vulnerabilitá sociale, esposti ad ogni tipo di minaccia alla loro identità e dignità, come la negazione dell’accesso ai diritti umani fondamentali, lo sfruttamento nel lavoro infantile, la malavita, lo spaccio e il consumo di droghe, la prostituzione infantile e lo sfruttamento sessuale di adolescenti.

Tra i vari progetti:
1. tre case famiglia;
2. quattro centri sociali che forniscono assistenza ai ragazzi in situazione di disagio durante il tempo libero dalla scuola, garantendo due pasti al giorno, doposcuola, educazione ai valori, attività sportive, culturali, artistiche, formazione professionale e alla cittadinanza;
3. una casa per l’assistenza a 400 adolescenti disagiati in libertà vigilata con sostegno psicologico e sociale;
4. un’officina per la formazione professionale di 800 adolescenti con corsi di panificazione, pasticceria, taglio e cucito, parrucchiere, manicure, informatica e saldatore
5. eliminazione dello sfruttamento del lavoro infantile per 300 bambini e adolescenti attraverso il sostegno economico mensile alle famiglie;
6. assistenza a 120 famiglie in situazione di difficoltà con due gruppi di lavoro costituiti da psicologi e assistenti sociali;
7. corsi gratuiti di formazione permanente per gli educatori.

Vedi http://www.comboni.org/sottocategoria/view/id/273

Per chi volesse inviare un suo contributo lo faccia esclusivamente tramite i Missionari Comboniani:

 

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