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Sessualità/adulti deviati. Film: “Little Miss SunShine” di Jonathan Dayton e Valerie Faris– (USA 2006)

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Una famiglia, con nonno drogato al seguito, organizza un viaggio verso la California per far partecipare la figlia minore ad un concorso di bellezza. Durante il viaggio succede di tutto. Al di là delle vicende di ciascun personaggio (padre scrittore fallito, madre al traino del marito, zio omosessuale che ha tentato il suicidio per un amore non ricambiato, figlio maggiore che ha fatto il voto del silenzio) spicca la rivalsa degli adulti attraverso la piccola Olive per mettere a tacere le loro frustrazioni.

Per fortuna, alla fine, capiscono di essere fuori contesto e tornano a casa con le idee più chiare su se stessi e le dinamiche familiari.

Dopo “Bellissima” (Visconti – 1951) c’è Little Miss Sunshine”, un’indagine nel costume americano per capire cosa c’è dietro i concorsi di bellezza per minori.

Adatto a chi vuole ridere delle debolezze dei genitori per agire in modo diverso.

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Sessualità. Film: “Precious” di  Lee Daniels (USA 2009)

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Anni ottanta. Precious è una ragazzina obesa di sedici anni di colore che vive nei bassifondi di una città americana. E’ già mamma di un bambino down e ne sta aspettando un altro, entrambi frutto di un incesto. Oltre a subire gli abusi del padre dall’età di tre anni, non trova nessuna alleanza da parte di una madre arrabbiata e violenta che la sottopone ad ogni tipo di umiliazione. Nonostante ciò, Precious ha la forza di frequentare la scuola perché culla la speranza di uscire da quell’inferno. Un’insegnate la prende sotto le sue ali e l’aiuterà ad allontanarsi da casa non appena intuisce che qualcosa di atroce succede tra le mura domestiche.

Il film è stato criticato per il linguaggio crudele e spinto, come se il problema fosse quello. Stiamo parlando di una ragazzina che nessuno difende e tutela. Quante storie di questo tipo ci sono nel mondo che non conosciamo?

Per chi non si volta dall’altra parte di fronte ad una/un ragazzina/o abusata/o sessualmente e moralmente.

Solitudine papà. Film: “Mio figlio professore” di Renato Castellani (Ita 1946)

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Un sorprendente Aldo Fabrizi nelle vesti di un padre vedovo, bidello di un liceo a Roma che cresce il figlio con il sogno di vederlo un giorno professore di greco e di latino. La gratitudine è una dote rara e non si impara sui banchi di scuola. Una volta cresciuto il ragazzo si dimentica del padre e laureatosi rinnega le sue origini anteponendo le proprie ambizioni ai sacrifici del genitore.

Renato Castellani racconta con eleganza e con misura una vicenda in cui i sentimenti hanno un peso determinante. Sobria ed efficace l’interpretazione di Fabrizi. Sullo sfondo l’Italia durante il periodo fascista.

Per chi vuole meditare sull’amore paterno.

Solitudine papà. Film: “Una famiglia all’improvviso” di Alex Kurtzman (USA 2012)

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Abbiamo parlato di padri assenti. Questo film, il cui titolo originale è “People like us”, parla di un padre che ha dovuto scegliere tra due potenziali famiglie, trascurando, alla fine, entrambi i figli, uno per ciascun nucleo, con effetti pesanti sulle loro vite. Alla sua morte i due fratelli si conoscono e ricostruiscono la trama delle loro esperienze e fallimenti. Finale a sorpresa quasi a voler assolvere un padre sfuggente, vissuto nel rimorso di non aver potuto/voluto comportarsi da vero padre. Il film non ha la profondità del cinema europeo, ma è piacevole da vedere e lascia comunque un messaggio su cui riflettere.

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Per chi crede che la figura del padre sia un optional.

Solitudine papà. Film: “Padre padrone”- F.lli Taviani (Italia 1977)

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Ancora un film tratto da una storia vera, quella di Gavino Ledda, un ragazzino sardo di sei anni che il papà obbliga a lasciare la scuola per governare il gregge in montagna. Siamo negli anni ’40. Il ragazzo cresce nel pieno isolamento e lontano da qualsiasi contatto umano se non con altri ragazzini destinati come lui a questa vita grama. Solo con la leva militare riuscirà a staccarsi dal padre e riprendere in mano la sua vita. Dopo la licenza liceale esploderà la ribellione contro il padre  che l’ha tenuto separato dal mondo.

Colpisce la durezza del racconto, un mondo agreste molto poco bucolico e l’arretratezza dei rapporti umani padre-figlio, madre-figlio, marito-moglie.

Il film è stato premiato con la Palma d’oro al 30° Festival di Cannes ed è stato poi selezionato tra i 100 migliori film italiani da salvare.

Per chi non ha idea di com’è la vita di un bambino tra ristrettezze economiche e cultura autoritaria.

Solitudine papà. Film: “Un gelido inverno” di  Debra Granik (USA 2010)

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Un papà da sempre assente perché in prigione e una figlia diciasettenne che lo cerca per evitare l’esproprio della casa ipotecata per pagare la cauzione. Ree, così si chiama la ragazzina, ha sulle spalle la mamma malata e due fratellini più piccoli. Senza soldi, senza affetti la famiglia catalizza la pietà di una vicina di casa che ogni tanto li aiuta e la collaborazione di una coetanea già madre e moglie. Il film si svolge con ritmo lento nella desolata provincia America. Quello che rimane alla fine è un profondo senso di desolazione. Lo squallore dell’America emarginata non è meglio di certi paesi da dove vengono i nostri figli. La povertà e il degrado colpiscono allo stomaco. Droga, bugie e violenza…un mondo chiuso dove le donne sfornano figli e gli uomini trascorrono le serate a bere per annegare qualsiasi sogno. Film rivelazione di Jennifer Lawrence che si conferma per la sua intensità in un altro film più recente “La parte positiva”.

 

Per conoscere il vuoto derivante dalla mancanza di una figura paterna o di adulti significativi di riferimento.

Cile. Film: “No – I giorni dell’arcobaleno” di Pablo Larraìn (Cile 2012)

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Per completare la nostra indagine sul Cile non poteva mancare questo film fresco e giovane.

“Chile l’alegrìa ya viene” è il tormentone studiato da un giovane pubblicitario, Renè Saavedra, per vincere il referendum del 1988, indetto da Augusto Pinochet, su pressione internazionale, come test sulla sua presidenza dopo 15 anni di dittatura.

E’ un film ottimista dove un gruppo di giovani si mette insieme e cerca di smuovere un paese stanco e triste. Ne esce un’immagine del Cile gioiosa con la popolazione che alla fine ritrova il suo carattere fiero e forte. I documenti televisivi della propagande per il SI e per il NO sono autentici. Sono inventati, invece, i personaggi del film anche se le dinamiche potrebbero avvicinarsi al vero. Colpiscono le immagini di normalità della vita di tutti i giorni della gente comune sotto l’ombra cupa dell’esercito, anche solo per incutere paura.

Al di là dell’indimenticabile vicenda cilena e della dura denuncia contro la dittatura e la sua violenza, il film lascia spazio ad altre chiavi interpretative: rapporto tra politica e media, tra arte e compromesso, tra tv e cinema. Noi preferiamo l’interpretazione dell’”energia del fare” che calza con il nostro tempo italiano: si può sempre riprendere in mano la nostra vita, trasformare il negativo in positivo, in qualsiasi momento. Non a caso il film è stato proiettato all’interno della rassegna “Cinema e Lavoro” su proposta dal Coordinamento Giovani del sindacato.

Il film si è aggiudicato parecchi riconoscimenti ed è il terzo di una trilogia dello stesso regista dopo “Post Mortem” (ambientato nel 1973) e “Tony Manero” (ambientato nel 1978) entrambi collegati ad un discorso politico sul Cile.

 Adatto a chi crede nel cambiamento e nella forza delle parole per avvicinare le persone.

Brasile. Film: “La terra degli uomini rossi” di Marco Bechis (Italia/Brasile 2008)

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Storia di indios e di sfruttamento di un territorio da parte delle multinazionali. Una protesta pacifica inizia dal suicidio di un giovane indio. Ce ne sono stati troppi di giovani che hanno scelto questa strada, per loro l’unica per uscire da una vita senza speranza. I fazenderos, abituati alla loro ricca vita piena di ozio e di agi, reagiscono perché non vogliono cedere niente della terra che una volta apparteneva ai popoli nativi. Le attività economiche della zona sono legate allo sfruttamento in coltivazioni transgeniche dei terreni e alle visite guidate a turisti interessati al birdwatching.

Il film scava dentro il dolore senza parole di un popolo che ha perso la sua identità e invita alla partecipazione emotiva contro l’ingiustizia. Il dramma delle popolazioni native è che ogni giorno vivono l’umiliazione di non possedere più una terra che per loro non significa solo cibo ma anche (e soprattutto) radici e cultura.

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Ucciso Ambrosio Vilhalva: ispirò film Terra uomini rossi di Bechis
Nella notte tra l’1 e il 2 dicembre Ambrosio Vilhalva è stato ucciso a coltellate. La battaglia del suo popolo, i Guaranì, ispirò il film di Bechis “La terra degli uomini rossi” con Claudio Santamaria“.  Per articolo completo http://www.today.it/mondo/ucciso-ambrosio-vilhalva-terra-uomini-rossi.html

 

Ricerca delle origini. Film: “Fratelli” di Angelo Longoni (Ita 2006)

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Alla morte del padre, Anna scopre di avere un fratello in Canada. La madre non ne vuole parlare ma alla fine cede e racconta la storia di una famiglia in difficoltà, dopo la seconda guerra mondiale, e del raggiro di un sacerdote del luogo. I due coniugi erano convinti di dare il figlio in affidamento, ma al momento di riabbracciarlo non hanno più avuto sue notizie. Anna rimane sconvolta dalla rivelazione e decide di assoldare un investigatore privato per cercare il fratello, contro il volere della madre.

Il film è semplice ma evidenzia lo scombussolamento di una notizia così importante nella vita di Anna e il desiderio di conoscere il fratello, lei che pensava di essere figlia unica. Interessante anche l’atteggiamento della madre che, pur non avendo colpe, preferisce lasciare chiusa quella porta per non avere e creare nuovi dissesti interiori. Il padre, invece, alla morte aveva predisposto di non portarsi quel segreto nella tomba quasi a significare che un figlio, una madre o un fratello non sono semplici pedine, ma tracce profonde che non si possono cancellare mai del tutto e che nei momenti importanti riaffiorano.

AmLatina. Film: “Il tempo delle farfalle” di Mariano Barroso (USA-Mex 2001)

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Ci pare giusto aggiungere questo film perché la storia delle sorelle Mirabal, assassinate nella Rep.Domenicana su mandato del dittatore Rafael Leònidas Trujillo Molina, è famosa in tutto il mondo da quando il 25 novembre, in loro onore, è stata istituita la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Le tre donne partecipavano al movimento di dissenso contro il dittatore e agivano con il nome di battaglia “Le farfalle”. Nel gennaio del 1960, il movimento venne scoperto dalla polizia segreta e i membri vennero perseguitati e incarcerati, tra cui le sorelle Mirabal e i loro mariti. Molti dei prigionieri vennero inviati al carcere di “La 40” (carcere di tortura e morte).

Le sorelle vennero liberate alcuni mesi dopo, ma i loro coniugi restarono reclusi. Il 25 novembre 1960 le tre sorelle viaggiavano per far visita ai mariti. L’auto viene intercettata e costretta ad entrare in un luogo appartato. Qui, in una piantagione di canne da zucchero, le tre sorelle vengono ammazzate a bastonate. L’assassinio causò grande movimento nella popolazione che culminò con l’uccisione del dittatore Trujilo nel 1961.

Il film è tratto dal libro di Julia Alvarez “Il tempo delle farfalle” dove vengono ricordati questi episodi.

Le sorrelle Mirabal

AmLatina. Film: “Bordertown” di Gregory Nana (2006)

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Un film per parlare delle donne di Ciuda Juarez, città di confine (bordertown) tra il Messico e gli USA in cui avviene una serie di omicidi su donne che escono di sera dal lavoro. In questa città sono sorte parecchie fabbriche manifatturiere che impiegano in prevalenza donne, in gran parte giovani, che godono di poche garanzie sul piano lavorativo e di nessuna su quello della dignità della persona. Centinaia di loro sono state infatti rapite, stuprate e uccise senza che le autorità locali andassero oltre le formalità di rito. Colpisce l’atteggiamentio della polizia che invece di aiutare le indagini cerca di ostacolarle. Il film denuncia la mancanza di attenzione ad un fenomeno sociale che si perpetua dal 1993.

Ira e rabbia. Film: “Affliction” di Paul Schrader (USA 1997)

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Storia di una famiglia con padre alcolizzato e violento e madre sottomessa. Con il tempo, nei due figli ormai adulti, riaffiorano i traumi. Da ragazzini hanno assistito a scene brutali e subìto le angherie del papà. Si parla di legami familiari malati, di un padre e di una madre che non lasciano un’eredità positiva, il primo per la carica di ira e terrore scaricato all’interno delle mura domestiche, l’altra per non aver saputo ribaltare la storia proponendo una figura di donna alternativa. E’ una visione pessimistica ambientata nell’America lontana da Wall Street. Oscar all’attore che impersonifica il padre (J. Coburn), ma Niki Nolte sa trasmettere molto bene l’inquietudine di fratello maggiore che si è fatto carico dei mali familiari. Grazie al suo sacrificio il fratello minore riesce a costruirsi una vita normale. Tratto dal romanzo “Tormenta” (Affliction, 1989) di Russel Banks. E’ un film che trasmette molta amarezza.

Per capire le ferite profonde che lasciano rapporti familiari malsani.

Ira e rabbia. Film: “Il ragazzo con la bicicletta” di Jean-Pierre Dardenne (Belgio, Italia e Francia 2011)

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Film suggerito da papà Enrico

Cyril è un ragazzino di 12 anni che vive in una casa d’accoglienza da quando la madre è mancata e suo padre ha rinunciato a prendersi cura di lui. Durante un suo tentativo di fuga per cercare il padre incontra, per caso, una giovane parrucchiera che si affeziona al ragazzino e accetta un affidamento temporaneo. La loro relazione procede per tentativi ed errori, come ogni processo di apprendimento. Il film è realistico e ben riproduce il malessere di questo ragazzino che  infierisce contro se stesso e gli altri come un cucciolo ferito, alla ricerca del filo conduttore della sua vita. Le scorribande e la frequentazione di personaggi dubbi descrivono bene alcune situazioni che a volte viviamo nelle nostre famiglie.

Per chi vuole capire da dove nasce la rabbia autolesionista dei nostri ragazzi.

Ira e rabbia: “L’importanza del giudizio dei coetanei”

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Noi genitori pensiamo di conoscere le amarezze e difficoltà dei nostri figli, ma non è mai del tutto vero perché certe situazioni bisogna viverle in prima persona per capirle nella loro profonda crudeltà.  Di mira vengono presi i “diversi” vuoi  per difetti fisici, caratteri docili o elementi che li estraniano dal gruppo omologato. Persino il modo di vestire può influire nell’idividuare la vittima. Ricordo su un testo dedicato agli adolescenti la testimonianza di un genitore di ragazzino disabile che era riuscito ad inserirsi nella nuova scuola perchè attrezzato con marchi e look simile agli altri studenti. Solo per questo – affermava il papà con lucida e triste consapevolezza – il  figlio non era stato oggetto di scherno. Leggiamo di seguito e riflettiamo su quanto la nostra società, che non tollera “l’originale”, possa essere deleteria sui nostri ragazzi

(…) Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti. Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano anarchicamente rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità. Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali.

E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine. Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni. Molti libri e film affrontano questo problema: penso ad esempio al fortunatissimo ciclo del “Diario di una schiappa” di Jekk Kinney, sessanta milioni di copie vendute nel mondo, la storia di un ragazzino gettato nel tritacarne della scuola media. Oppure il romanzo “Cate, io” di Matteo Cellini, la vicenda di una giovanissima obesa, incastrata all’ultimo banco, emarginata, lucidissima nell’analisi della sua situazione disperata. O ancora il bel film “Noi siamo infinito”, nelle sale in queste settimane, ritratto poetico della vita di un adolescente alle prese con la brutalità della scuola americana, dove ogni sensibilità viene guardata con sospetto, dove solo i bruti sembrano dettare legge.

I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità, l’incapacità di stendersi sul letto di Procuste e di uscirne uguali agli altri. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio. L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza. E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone. Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.

(fonte: tiscali.it – 4/03/2013)

Proponiamo anche: “Mio figlio di 9 anni si rifiuta di andare a scuola, che cosa possiamo fare? http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_maggio_07/figlio-rifiuto-scuola_42f36338-b3fa-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml

e per gli adulti educatori: http://co-moda-mente.com.unita.it/culture/2013/07/03/i-gusti-cambiano/

Adozione etica. Il personaggio: “Will Salas, il Robin Hood del futuro”

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Chi è Will Salas? E’ un Robin Hood del futuro, quello del film di fantascienza “In Time” (2011). Tutto si può comprare ma la nuova moneta è il tempo. Le persone sono programmate per vivere fino a 25 anni poi scatta un timer che, azzerandosi, li uccide. Questo limite può essere esteso con ulteriore tempo, che va però acquistato, e permette di vivere ancora, senza peraltro invecchiare fisicamente. I ricchi possono vivere per sempre, mentre gli altri cercano di negoziare per la loro immortalità. Will e la sua compagna, figlia di un uomo facoltoso, che all’inizio, abituata ad avere tempo in abbondanza, non conosce le sorti della popolazione comune, cercheranno di sradicare il malcostume dilagante di un sistema corrotto da secoli, di combattere le ingiustizie e le disparità sociali.

La frase del film: “Per far vivere pochi immortali, gli altri devono morire”

Adozione etica. Film: “All the invisible children” – sette registi guardano l’infanzia (2006)

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Proposto da Enrico – papà adottivo

Sette storie di bambini: soldati in Africa, ladri in un paese dell’est, ammalati di HIV in America, raccoglitori di lattine in Brasile, i ricordi della guerra in Serbia-Montenegro, di nuovo ladri in Italia, poveri in un paese dell’Asia. Sette registi che si sono messi a disposizione di un progetto i cui proventi sono stati devoluti al World Found Program dell’Unicef.

Sempre fotografie di bambini in sofferenza lasciati a sé stessi, dove la figura dell’adulto è molto spesso misera di spessore. Ci è piaciuto quella della ragazzina ammalata di HIV, dei due fratellini brasiliani seguiti dalla cinepresa in una giornata ordinaria e quella della bimba asiatica lasciata dalla mamma perché storpia e cresciuta da un senza fissa dimora che lei chiama nonno. Ci ha colpito che in almeno due episodi si parli di scuola come posto sicuro e alla portata di bambini, lontano dai giochi perversi e crudeli dei grandi.

Scelta delle superiori. Film: “La schivata” di Abdel Kechiche (2003)

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Ancora una volta un film francese. La Schivata è un film sull’integrazione sociale dei ragazzi dei sobborghi di Parigi. Vi è una scuola presente che cerca di coinvolgerli in una recita. Ci ha ricordato un po’ le scuole sperimentali di Napoli dove i nostri ragazzi per sfuggire alla camorra si appassionano all’arte del teatro o della musica. Ci ha ricordato i maestri di strada che vanno in giro a raccogliere i ragazzini e non li aspettano seduti in cattedra. Insomma un altro modo di fare scuola c’è o si può sperimentare.

Scelta delle superiori. Film: “Stella” di Sylvie Verheyde (2008)

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I film francesi esprimono qualcosa di speciale. Anche in “Stella”, ambientato nella Francia degli anni settanta troviamo una ragazzina dei quartieri operai che viene ammessa a frequentare il primo anno di una prestigiosa scuola media di città. Qui si sente un pesce fuor d’acqua finché non conosce Gladys, la prima della classe,che diventa sua amica.

E’ prima di tutto un film sull’amicizia di queste due ragazzine, ma anche un film sul gap culturale difficile da colmare per una preadolescente cresciuta con le canzonette del juke-box di un bar di periferia. I gestori sono i suoi genitori attorniati da una moltitudine di disadattati e alcolisti che non le trasmettono certo il vero senso della vita. “Stella” è il racconto di un’opportunità offerta ad una ragazzina che altrimenti non avrebbe alternative.

Scelta delle superiori. Film: “Auguri professore – la scuola in Italia” – Riccardo Milani (1997)

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Tante cose spingono i nostri ragazzi ad abbandonare la scuola, tra cui anche programmi scolastici trasmessi alla vecchia maniera che non forniscono strumenti adatti ad interpretare la vita moderna e non catalizzano l’entusiasmo giovanile. “Auguri professore” è un film del 1997, regia di Riccardo Milani, attore protagonista Silvio Orlando.

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Un professore in crisi ritrova la voglia di insegnare grazie all’incontro con un’ ex alunna, ora sua collega, che lo ringrazia delle cose che le ha trasmesso durante il percorso scolastico. Umorismo agrodolce. 

Scelta delle superiori. Film: “O’ professore – primo giorno di scuola” – Maurizio Zaccaro (2008)

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“O’ professore” è una serie televisiva in due puntate andata in onda su Canale 5 nel 2008. Protagonista principale è Sergio Castellito, un insegnante  in una scuola di Napoli. I suoi studenti hanno vari problemi (famiglia, soldi, camorra…etc) e lui cerca di aiutarli. Quello che proponiamo è uno spezzone sul primo giorno di scuola e l’impatto con la classa formata da ragazzi “particolari”.

Storia familiare. Film: “La vie en rose” di Olivier Dahan (Francia 2007)

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Storia di Edith Piaf, una grande voce francese degli anni ’40 e ‘50. Questo è un film autobiografico dedicato a questa cantautrice dall’aspetto esile tanto da essere sopranominata  “Passerotto”. L’intensa interpretazione ha valso l’Oscar all’attrice protagonista,  Marion Cotillard.

Vengono ripercorsi l’infanzia cresciuta in un bordello, dopo essere stata abbandonata da madre e padre, una malattia agli occhi che le ha fatto rischiare la cecità e il ritorno con il padre che la faceva cantare per strada per racimolare qualche spicciolo per sopravvivere. Sarà durante una di queste esibizioni che Edith verrà scoperta e lanciata nel mondo dello spettacolo.

Il film ripercorre gli amori e le sconfitte, le grandi soddisfazioni e gli incontri con gli artisti più importanti del tempo. Rimane, però, la colonna sonora un po’ amara di una donna che, per colmare i suoi vuoti affettivi, si è assuefatta tra droghe e uomini non adatti a lei.

Per chi ama la vita vera.

Famiglie imperfette. Film:”La famiglia” di E.Scola (1986)

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Dieci anni dopo il ritratto della famiglia degradata, ecco la versione patinata sulla famiglia girata da Scola, che però non si sottrae al ritratto dei vari personaggi con le loro piccinerie e generosità. Mi ha colpita l’immensa casa, sempre uguale, mentre il tempo passa e gli spazi ora si riempiono, si svuotano, si riempiono di nuovo. Questa è la vita di Carlo, membro di una famiglia borghese romana tra il 1906 al 1986, data di nascita e di compimento dell’ottantesimo compleanno. I due momenti sono immortalati da due foto di gruppo mentre nel mezzo di questi anni si avvicendano battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi. Tra gli attori Vittorio Gassmam, Stefania Sandrelli e Fannie Ardant.

Il tempo passa e le persone diventano più morbide, si levigano i conflitti, rimangono i sentimenti, si allontanano le passioni…

Famiglie imperfette. Film:”Festen-Festa di famiglia” di Thomas Vinterberg (1998)

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Proposto da Enrico – papà adottivo

Una grande famiglia dell’alta borghesia danese si riunisce in una lussuosa residenza di campagna per festeggiare il 60° compleanno del patriarca (Moritzen). Durante il pranzo Christian (Thomsen), il primogenito, pronuncia un discorso in cui denuncia il comportamento pedofilo e incestuoso del padre, accusandolo di essere responsabile del recente suicidio della sua gemella Linda.

Con questa feroce demolizione della figura paterna, è forse il film antiborghese più feroce degli anni ’90. Premio della giuria a Cannes e quello dell’Avvenire del cinema europeo a Strasburgo. Proclamato il miglior film nordico del 1998 (il regista è danese).

 (fonte: mymovies.it)

 Consigliato a chi non sopporta le ipocrisie. E’ un film stu-pen-do!

Famiglie imperfette. Film:”Brutti, sporchi e cattivi” di E.Scola (1976)

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C’è famiglia imperfetta e famiglia imperfetta. Mamma Carla non si riferiva a questa tipologia. Quella che ci presenta Scola in questo film è lo spaccato di una famiglia allargata che vive al limite della sopravvivenza, tra immondizia e degrado. Patriarca è Nino Manfredi che coordina una tribù di caratteristi in situazioni grottesche. La trama si svolge attorno al tentativo di far entrare in famiglia “puttanona dal cuore di miele” da parte del padre padrone, ma c’è una forte avversità da parte degli altri componenti. Con vari espedienti cercano di avvelenarlo nella speranza di mettere le mani su un milione che lui ha ottenuto come indennizzo per un occhio perso.

 

 

Da vedere perché mostra la vita ai margini, tanto per renderci conto di un mondo che molti di noi non conoscono.

Gravidanze precoci. Un film che ha fatto discutere: “17 ragazze”

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Non ho visto questo film. Riporto un articolo apparso sul web che fornisce degli spunti interessanti sull’ambivalenza del messaggio.

“Essere incinte insieme: saremo libere, felici, autonome. E tutti ci rispetterebbero” in una cittadina della provincia francese 17 liceali tra i 16 e 17 anni rimangono incinte una dopo l’altra. Per la prima di loro, Camille, è stato un incidente, ma nonostante l’incredulità delle amiche decide di tenere il bambino, e non solo, riesce a convincere le altre a fare come lei e insieme, contagiandosi, vanno verso le loro maternità precoci e fuori codice con una certa aria di fiera superiorità, con l’utopia di dar vita anche a un mondo migliore nella loro comune dove andranno a vivere insieme ai nuovi nati.

Succede nel film “17 ragazze”, registe le sorelle Delphine e Muriel Coulin, ispirato da un fatto di cronaca incredibilmente accaduto sul serio, in Massachusets, arrivato nelle sale italiane con divieto a minori di 14, provvedimento motivato per pericolo di emulazione di comportamenti trasgressivi. Provvedimento che fa parlare: “In altri Paesi dall’India agli Stati uniti” sostiene incredula Mouriel Coulin “non abbiamo mai avuto problemi: gli adolescenti ne hanno discusso e avuto reazioni costruttive ovunque”.

Ma forse la faccenda è più delicata e complessa e non è così facile liquidarla con una bella discussione collettiva, perché il film è condito con frasi parecchio ad effetto tipo:  “A 17 anni non si può essere seri, e nessuno può farci niente”, “Perché voi adulti ne avete avuto di idee, che esempi ci avete dato?”,  “Noi non faremo come i nostri genitori” che sembrano costruite apposta per creare una forte identificazione generazionale e risuonare a lungo nelle menti adolescenti.  Per di più il film è stato lanciato con slogan del tipo “soffia un vento meraviglioso di libertà”, “una prova di ribellione e di utopia collettiva”.

Ecco, sulle spalle di queste 17 ragazze che concepiscono il loro piano per sfuggire a una vita noiosa e a famiglie per lo più anonime si carica poi il peso di una scelta rivoluzionaria ed è questo forse l’aspetto delicato di tutta l’operazione, intorno a cui circola un senso di onnipotenza amplificato dal piccolo branco, che si autoesalta fino a coltivare una insidiosa autostima di gruppo.

Una sottesa esaltazione delle piccole madri, proprio come succedeva, ricordate?, nella serie  di Mtv “Sedici anni e incinta e a proposito della quale ci eravamo chiesti se non tendesse a giocare un po’ disinvoltamente con l’effetto emulazione e a riproporre nelle storie delle ragazzine “una sicurezza a tratti superficiale e quasi insolente” . Nel dibattito molto articolato che poi si era sviluppato sul tema avevano scritto parecchie mamme che non nascondevano le perplessità, ma che dicevano di aver tentato di superarle vedendo gli episodi insieme alle figlie e discutendone con loro.

Niente da dire di fronte alla scelta di tenere un bambino se questo bambino ha bussato alla vita in tempi non canonici, ma farne una bandiera di libertà e di affermazione (per quanto ammantata di poesia e di professionalità cinematografica) è rischioso e non rappresenta un progetto educativo strategico per le nuove generazioni. E’ triste se la maternità diventa surrogato di quello che le famiglie e la società non riescono a dare. E forse alle nostre adolescenti potremmo suggerire qualcosa di più.

(fonte: la27a Ora – corriere.it – 28/03/2012)