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Comunicazione ilpostadozione: “Adopnation, una nuova rivista del mondo dell’adozione”

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Quello che ci ha colpito di questo trimestrale è che è stato voluto dai nostri ragazzi. Kim Soo-Bok Cimaschi, il direttore responsabile, è un adottivo internazionale così come le testimonianze raccolte sono di tanti figli adottivi provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le riflessioni e i resoconti di specialisti e genitori, sempre con un occhio di riguardo a ciò che pensano tutti i protagonisti delle nostre speciali famiglie.

Sebbene il moderno approccio all’adozione inviti a non avere una visione adulto centrica, nelle nostre letture e dai confronti in convegni e raduni ci accorgiamo che molto spesso la voce dei diretti interessati non viene ascoltata come dovrebbe. Ringraziamo Kim e i suoi collaboratori di aver pensato ad un confronto vero ragazzi – genitori, ragazzi – operatori, genitori – operatori. Perché se vogliamo crescere come famiglia, non c’è dubbio che dobbiamo crescere insieme.

Il progetto della rivista nasce dal desiderio di dare voce a TUTTI coloro che vivono nel mondo Adozione.

Il trimestrale in vendita su abbonamento in spedizione o online. Per informazioni: redazione.adopnation@gmail.com

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Ira e rabbia. Papà Marco: “La mia opinione sugli adolescenti violenti”

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Le ricerche su come arginare atteggiamenti violenti in famiglia riguardano tutti, famiglie adottive e non, soprattutto quando si devono contenere persone adulte come i nostri ragazzi grandi. Abbiamo inserito questa testimonianza come diverso punto di vista in parte avallato da un esperimento dell’Università di Barcellona sull’aggressività dei maschi violenti verso le donne. Durante l’esperimento si è creato un ambiente virtuale in cui tredici maschi patiscono le angherie e le torture afflitte alle partner in maniera virtuale. Con l’esperienza “immersiva” questi uomini vedono e sentono il proprio corpo come quello di una donna. Direte voi, cosa c’entra con i nostri figli litigiosi? Questi esperimenti sono agli inizi, ma ci potrebbero essere dei risvolti interessanti nelle neuroscienze. Forse anche per loro sarebbe utile conoscere il sentimento della persona che aggrediscono per ricevere degli stop. E sarebbe utile anche per noi per capire cosa provano i ragazzi con i loro particolari vissuti. Per l’articolo completo: http://www.senonoraquando.eu/?p=13322 

Per motivi professionali, conosco il giovane “figlio adottivo”, processato la scorsa settimana a Lugano per violenza e bullismo, conosco la sua famiglia e pure la vittima principale, e so quanto tutti loro, per anni, hanno sofferto. Per anni infatti questa famiglia è stata confrontata all’assenza di una struttura in cui il figlio adolescente potesse veramente essere contenuto, protetto e curato. Negli anni Settanta, a Torricella, un centro del genere esisteva; era il cosiddetto “Centro minorile”, poi è stato chiuso. 

Avendo lavorato per decenni con ragazzi problematici, posso dire con convinzione che la mancanza di mezzi efficaci per il contenimento della prepotenza che i giovani aggressivi manifestano si traduce, oltre che in un danno per le vittime e per la società in genere, anche in un gravissimo danno per il giovane stesso, che non farà che peggiorare i suoi comportamenti. Provate a mettervi per un attimo nei panni del ragazzo che ogni giorno aggredisce qualcuno a parole e con i fatti e che, di fronte ad un adulto che interviene (genitore o educatore, poco importa), lo manda “affa…” senza che gli succeda niente, e va avanti a comportarsi come prima. Quel giovane si convincerà sempre di più di essere onnipotente. Se poi l’adulto, frustrato e impotente, osa minacciarlo di un ceffone, lui risponderà: “Prova a toccarmi che ti denuncio!” L’adulto, per non finire sui giornali e sotto processo, lascerà perdere, e così il giovane si sentirà ancora di più invincibile, come i bulli dei molti film o giochi elettronici che plagiano la sua mente. Soltanto quando il suo bisogno di fare il bullo non potrà più esprimersi liberamente, il giovane sarà in grado di concentrare le proprie energie in altri campi, potrà imparare un mestiere e fare delle esperienze positive e valorizzanti.”

(fonte: la Regione Ticino – 11/02/2009)

Adozione etica. “L’Italia non adotta più”

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Secondo noi è limitativo spiegare il calo delle adozioni con la paura del futuro. In fondo l’Italia rimane il secondo paese per numero di adozioni dopo gli USA. E’ vero le stime dell’Unicef sull’infanzia abbandonata sono preoccupanti, ma, a nostro avviso, il fenomeno del calo delle adozioni evidenzia un maggiore rispetto dell’adozione da parte di operatori e genitori.

Forse è subentrata anche una certa consapevolezza da parte delle coppie che non si può arrivare all’adozione dopo un numero estenuante di aborti provocati dalla fecondazione assistita. Chi vuole un figlio biologico a tutti i costi è giusto, valutando il peso psicologico, che segua questa strada. Un figlio adottivo è diverso da un figlio biologico: di solito merita più attenzione e un diverso approccio educativo. Ci vuole molta forza e umiltà per adottare. E’ alquanto sconsigliabile indirizzare una coppia verso l’adozione come ultima spiaggia di un desiderio irrealizzabile e allo stremo delle forze (circa il 90% delle coppie arriva all’adozione dopo più tentativi falliti).

Forse si tratta anche di spingere verso una nuova cultura dell’affidamento, che in Italia stenta a decollare. La cosa peggiore è quando questi ragazzi vengono spostati come pacchi postali alla scadenza dei termini di legge sottovalutando la creazione di un rapporto che si è formato in quegli anni con i genitori affidatari.

Di seguito le opinioni di Melita Cavallo e Milena Santerini raccolte da Maria Novella De Luca – giornalista

(…) «È vero – ammette Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i minori di Roma, ed ex presidente della Commissione adozioni internazionali – oggi la tendenza è quella di limitare nei decreti l’età dei bambini, e di essere ancora più attenti nel valutare i genitori. E questo di certo limita le possibilità visto che dall’adozione internazionale arrivano ragazzini sempre più grandi. Ma la nostra severità è data dal fatto che le “restituzioni” di figli adottivi stanno diventando di anno in anno più numerose, proprio perché i bambini arrivano a 8, 9 anche 10 anni, quasi sempre con situazioni gravi alle spalle e i genitori non reggono e li rifiutano. Cioè li riportano a noi, che non possiamo fare altro che metterli in un istituto, nella speranza di trovare loro un’altra famiglia adottiva. E non sempre accade». 

La pagina delle “restituzioni”, ossia dei fallimenti, è l’altra faccia del boom delle adozioni, il lato buio di una storia d’amore, un capitolo quasi sempre censurato. «Da quando dirigo il Tribunale per i minori Roma – aggiunge Cavallo – cioè da due anni e mezzo, ho avuto 10 restituzioni, tra le ultime una bambina indiana di 8 anni e un ragazzino vietnamita quasi adolescente. Troppe. Sintomo di un malessere che non si può ignorare». Un fenomeno nuovo, perché sul numero complessivo delle adozioni in Italia, quelle fallite non superano storicamente l’1,7% del totale, e hanno riguardato nel tempo soprattutto l’adozione nazionale. 

«Non sottovalutiamo però una globale paura del futuro – avverte Milena Santerini, ordinario di Pedagogia all’università Cattolica di Milano, con una lunga esperienza nelle adozioni internazionali – che così come scoraggia i genitori biologici, deprime gli aspiranti genitori adottivi. È l’onda del calo demografico, della cultura della sfiducia. Spesso nelle coppie la scelta adottiva arriva tardi, oltre i 40 anni, dopo molti tentativi falliti di maternità naturale e assistita. Partendo da questa età i tempi oggi sempre più lunghi dell’attesa possono apparire insostenibili». 

E poi c’è il tema controverso della chiusura dei paesi. Alcuni stanno sviluppando un’adozione interna, ma è un fenomeno circoscritto. «Altri invece chiudono per orgoglio nazionale – aggiunge Milena Santerini – per calcolo politico, per alzare il prezzo verso i paesi occidentali, nascondendo il vero stato della loro infanzia». 

(fonte: repubblica.it – 10/01/2012)

Adozione etica. L’esperto: “Adozione, un progetto condiviso della coppia in cui è necessario un inarrestabile allenamento”

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di Emilio Masina – psicologo

Come tutte le questioni di cuore che implicano affetti profondi il tema dell’adozione non è facile da trattare perché si presta a tante considerazioni positive ma anche a rilievi critici. Sono spinto ad occuparmene dalla crescente banalizzazione dell’argomento, di moda nei salotti televisivi, che trasmettono un’immagine tutta rose e fiori, dove le uniche difficoltà sono i limiti imposti dalla legge e da giudici e psicologi considerati ingiusti, se non persecutori.

Diciamolo subito: l’adozione di un bambino è una delle avventure più belle e affascinanti che una coppia possa intraprendere ma, al tempo stesso è, sempre, un percorso difficile e sofferto, che richiede preparazione e una grande mole di investimenti: economici ma soprattutto psicologici e affettivi.

Le motivazioni per cui si adotta sono molteplici: alcune sono conosciute dalla coppia, mentre altre sono inconsce. Alla base c’è un intento altruistico: aiutare un bambino che soffre ad uscire dalla condizione di abbandono e a trovare una famiglia che se ne prenda cura. C’è anche la motivazione di dare alla propria coppia, che il più delle volte non è fertile, per cause organiche riconosciute oppure per motivi inesplicabili (si dice “sine causa” in gergo tecnico), un orizzonte più ampio, la possibilità di arricchire la propria sfera affettiva e di sperimentarsi nel compito evolutivo di diventare genitori.

Sappiamo infatti come la dimensione a due, se non è nutrita da un progetto condiviso rischia di impoverirsi affettivamente o di ripiegare su sostituti (un cane, una barca, una casa), che non soddisfano né i propri bisogni di intimità e di condivisione né quelli di realizzare più compiutamente la propria identità di uomo e di donna. L’adozione, inoltre, è un progetto sensato quando corrisponde alla scelta della coppia di non insistere in modo onnipotente ad avere un figlio biologico quando tutte le condizioni sono avverse, rinunciando a ricorrere a procedure tecniche che, con l’andare del tempo, diventano pratiche disumane.
E tuttavia l’adozione rimane un progetto a rischio. In Italia, negli ultimi quattro anni, secondo una ricerca dell’Istituto degli Innocenti, sono stati restituiti 331 bambini ma sono molte di più le famiglie che approdano agli studi degli psicoterapeuti perché non riescono a creare un’armonica relazione con il figlio adottivo. Chi sono allora i protagonisti del processo adottivo? E quali difficoltà cercano di superare?

Solitamente c’è una coppia, ferita nel proprio desiderio di avere un bambino, di fronte alla necessità di fare un lutto con le proprie aspettative. Questo lutto viene elaborato dalla coppia? Si riesce, cioè, a pensare la sofferenza e a stabilire collegamenti fra i vari pensieri, oppure dare corpo ai propri vissuti smuove troppo dolore? Il partner responsabile, per così dire, dell’infertilità si sente, oltre che inadeguato personalmente, di aver tradito le aspettative del coniuge? E quest’ultimo rinforza questa sensazione, tagliando corto, oppure la smentisce, mostrando comprensione per il dolore dell’altro? O invece, paradossalmente, vi è nella coppia un sollievo condiviso perché uno o tutti e due i partners si sentivano inadeguati nell’assumere l’identità di genitori e si sentono meno in ansia all’idea che il bambino che educheranno è già stato partorito? I coniugi appaiono talmente occupati a nutrire reciprocamente il bambino interiore dell’altro da non avere spazio per i bisogni di un bambino reale? L’adozione si configura come un progetto che, quasi magicamente, rimetterà tutto a posto?

E poi c’è un bambino. Ancora non lo conosciamo ma sappiamo che è stato ferito nella sua esigenza più elementare, quella di avere un padre e una madre, che deve superare la perdita e ritrovare la speranza. Spesso egli ha subìto altri traumi, ha provato più volte a riaprirsi alla vita ed è stato sconfitto. Con quali risorse e quali difese psicologiche è sopravvissuto a queste difficoltà? E’ diventato diffidente? Ha imparato a mettere alla prova la tenuta degli adulti che gli si propongono, a sfidarli, a saggiarne, facendo il diavolo a quattro, le risorse e le competenze? Oppure è diventato compiacente perché deve garantirsi di essere preso e di non essere più cacciato? E’ buono, anche affettuoso ma ha sviluppato un falso Sé che, con la crisi dell’adolescenza spesso non tiene, perché è diventato come un’ ingessatura troppo stretta e soffocante?

L’incontro fra questi interlocutori che la vita ha messo a dura prova è un incontro aperto. Sapranno i “nuovi” genitori lenire le ferite del bambino oppure chiederanno, in modo inconsapevolmente egoistico, un risarcimento affettivo per quanto hanno subìto, che diventerà per il “nuovo” figlio una pesante e incondizionata aspettativa da soddisfare? Saprà il bambino, specie se grandicello, apprezzare le qualità di chi lo ha così intensamente cercato e voluto oppure proietterà loro addosso le immagini dei genitori “cattivi” che lo hanno abbandonato?
Fortunatamente, in molti casi dopo le prime difficoltà la paura dell’estraneo è superata e la “nuova famiglia” può cominciare il suo cammino con un grado sufficientemente buono di fiducia e di affetto reciproco.

Altre volte le cose vanno meno bene: le difficoltà di inserimento si prolungano oppure la coppia dei partners, incapace di fronteggiare il difficile passaggio dal due al tre, si separa. O, ancora, tutto sembra procedere per il meglio ma, con l’avvento dell’adolescenza, si presentano problemi mai nemmeno immaginati: il ragazzo scappa di casa alla ricerca dei suoi veri genitori, oppure diventa violento, o comincia a drogarsi…

Insomma, meglio prepararsi. Nel senso di non dare nulla per scontato ma anche di allenarsi all’impresa di crescere insieme con un bambino che non sarà mai, come non lo è nemmeno il figlio biologico, completamente “tuo”. I magistrati, gli psicologi, gli assistenti sociali che si occupano della selezione delle coppie adottive non devono essere sentiti (non devono farsi sentire) giudici della “bontà” o della “cattiveria” della coppia che vuole adottare; non devono essere sentiti (non devono farsi sentire) come genitori castranti o detentori del potere di dare o non dare un bambino, disinteressati ai bisogni e alle difficoltà di quella specifica famiglia.

Non sempre i genitori adottivi chiedono aiuto ma è compito degli operatori competenti, che conoscono il processo adottivo, offrirsi come compagni di strada. Che possono, come una guida in un territorio sconosciuto, facilitare il viaggio.

(fonte: rifornimentoinvolo.it)

Adozione etica. Uno mattina: “L’importanza della formazione e del sostegno delle coppie nel post-adozione per prevenire il fallimento adottivo”

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Proponiamo, per chi non l’avesse visto, questo servizio del 21 gennaio 2013 che, secondo noi, è onesto.  Basta guardare con quale garbo è trattato il caso del bambino di Treviso che ha guidato per 900 km per ritrovare la sorella in Polonia. La puntata pone l’accento sulla necessità di preparare con maggiore attenzione  le coppie ad accogliere bambini grandi e con bisogni speciali (in aumento negli ultimi anni) e di supportare la nuova famiglia con impegno da parte di tutti (scuola, vicinato, famiglia allargata…). Non è, secondo noi, un manifesto contro l’adozione di bambini grandicelli, ma una responsabilizzazione per genitori, enti e operatori a fare sempre meglio per evitare duplici sofferenze. Chi non è disposto a guardare la realtà e a sentire la versione di tanti per rendersi conto in quale avventura si sta addentrando, forse non è del tutto  pronto a questa importante missione che richiede persone stabili e convinte della loro scelta. Dall’altra parte c’è la necessità di operatori sempre più preparati per aiutare le coppie nel post adozione. Non crediamo che sia un azzardo affermare che spesso si arriva al fallimento adottivo anche perchè la coppia è lasciata sola.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-40cbe6e6-1a44-4acd-86a8-4ab6d9050b75.html#p=

In sintesi alcune riflessioni espresse da  Luigi Cancrini – psichiatra:

– Non ci sono studi precisi sulla frequenza di fallimenti. Noi del settore vediamo solo le cose cha vanno male. Certo stiamo osservando un aumento e c’è uno stato di sofferenza altissimo delle famiglie, in particolare quelle che non sono in grado di sostenere i conflitti.

– Se la coppia capisce che l’adozione è un processo di cura di un bambino che ha avuto esperienze traumatiche, che è un compito diverso da quello del genitore biologico, la coppia è già a buon punto.

–  Negli studi per l’idoneità bisognerebbe essere in grado di capire quanto la coppia sa mantenere l’equilibrio di fronte al contrasto e se ha la modestia e disponibilità a farsi aiutare.

– La fase critica inizia nell’adolescenza e diventa acuta quando il ragazzo ha difficoltà a relazionarsi con l’ambiente circostante e i genitori si mostrano delusi del figlio (e mollano..).

Post-adozione. Alcune riflessioni che condividiamo

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da http://spazioadozioneticino.blogspot.com/2011/01/ad-alta-voce_27.html

Ho inserito questi stralci perchè ho vissuto in prima persona le contraddizioni e fastidi elencati in questa riflessione. Se all’inizio pensavo di essere anomala, nel proseguo,  ho capito che sono stati d’animo che si possono manifestare in qualsiasi genitore con una certa propensione a cercare soluzioni e trovare nuove risposte.

“(…) Le numerose situazioni di disagio, più o meno grave, in cui vivono molte famiglie adottive (la nostra è forzatamente una conoscenza parziale a causa dell’eccessivo pudore di molte famiglie a rendere pubblico il loro dolore) ci permette di segnalare quanto sia scarsa, ancora oggi, la consapevolezza dei problemi legati alla costruzione di un saldo legame di appartenenza con i propri figli adottivi.

Viviamo in una società che enfatizza la scelta adottiva (“come siete bravi…”) e pone l’accento quasi esclusivamente sulla gioia del bambino (“come sei fortunato…”). È un grande abbaglio considerare l’adozione un punto d’arrivo, la soluzione di tutti i problemi: della coppia che vuole diventare una famiglia e del bambino che cerca nuove figure di riferimento. Se le cose stanno così, è facile capire che una famiglia con gravi problemi (e che problemi!) verrà facilmente giudicata inadeguata, incapace ad assolvere il proprio ruolo (“siete troppo rigidi.”, oppure, “siete troppo permissivi”, “non mettetela giù dura: i vostri sono i problemi di tutti i genitori!”). Ancor più grave l’atteggiamento nei confronti dei figli adottivi ribelli, facilmente etichettati come “ingrati” o “irriconoscenti”, incapaci di apprezzare la fortuna di essere stati accolti in una famiglia e in una società che ha offerto loro una seconda occasione (“Invece di contestare i tuoi genitori dovresti amarli di più”). La sola ricetta, offerta in tutte le salse, rimane solo e unicamente l’amore. “Con l’amore risolverete tutto!”.

(…) L’amore è fondamentale ma da solo non basta, occorre la consapevolezza e la conoscenza dei problemi che si dovranno affrontare, primo tra tutti costruire un legame di appartenenza con dei bambini/ragazzi traumatizzati dalla rottura del primo e più importante legame: quello con la mamma naturale.
I figli adottati sono figli traumatizzati. Entrare in relazione con una persona traumatizzata non è facile soprattutto se lo si fa da ignoranti, nel senso letterale del termine: ignorando le modalità di approccio e le dinamiche comportamentali…

 (…) Quante volte abbiamo sentito dire :”se prendi un bambino piccolo non si ricorderà certo della sua mamma!” Non è vero che i bambini molto piccoli non hanno ricordi: non essere in grado di verbalizzare non vuol dire non avere ricordi. Questi sono ben presenti nella memoria implicita e influenzano la loro vita di bambini, ragazzi e adulti, soprattutto nelle relazioni interpersonali: con i genitori, con i compagni, con gli insegnanti, con l’innamorata…con il datore di lavoro.

 (…) Adottare un bambino ha cambiato a tutti noi la vita, ne siamo usciti rivoltati come un calzino: è un’esperienza esaltante, ma, va detto subito, molto ma molto difficile. Non vogliamo scoraggiare l’adozione, vogliamo solo dire che trasforma, arricchisce, permette di capire meglio se stessi. È un percorso che dura tutta la vita e che parte dall’elaborazione di tre grandi lutti: la perdita della madre, la sterilità, la perdita del figlio.

 (…) Spesso i nostri ragazzi hanno bisogno di un aiuto per dare un nome alle loro emozioni e per capire le conseguenze che le loro azioni hanno sugli altri. Il fatto di non essere riusciti da bimbi, con le loro urla e con i loro pianti disperati, a far riapparire la mamma, li ha convinti di non avere nessun effetto sugli altri, di essere invisibili.  Sarebbe estremamente utile che i genitori adottivi venissero seguiti anche nella fase post adottiva e venissero informati di tutti questi problemi È importante il lavoro di prevenzione; non bisogna pensare che si possa intervenire, altrettanto efficacemente, quando i problemi sono già esplosi.

 (…) La condivisione aiuta a placare l’ansia, a ritrovare l’equilibrio. In questo modo siamo di aiuto non solo a noi, ma anche ai nostri figli. (…) In comune hanno una visione ostile del mondo, frutto delle loro prime esperienze e non avendo ricordi felici del passato non sanno che è possibile vivere senza le loro angosce e paure.

 (…) Non stimandosi sono convinti di poter raccogliere solo fallimenti: “ preferiscono fallire e riprendere la solita vita di merda, che affrontare cose che non conosco”, dice alla mamma adottiva un ragazzo apparentemente sicuro di sé. Il terrore del cambiamento immobilizza l’azione, vanifica ogni progetto e conferma nel ragazzo l’errata convinzione che ogni cambiamento, e dunque anche la possibile felicità, porti con sé un male maggiore. “Non sono i loro comportamenti ad essere anormali , è anormale la loro esperienza di figli feriti” (Nancy Newton Verrier, op. cit). È una ferita che ha effetti anche nel corpo e si manifesta con disturbi, talvolta cronici, in molti dei nostri figli: tachicardia, pressione alta, sonno disturbato, irritabilità, problemi gastro-intestinali e altro ancora.

 (…) L’adozione “è una sfida cui si può fare fronte nella misura in cui la famiglia è capace di aprirsi all’esterno, costruire legami e tessere, una rete che possa sostenerla negli inevitabili momenti di difficoltà e il sociale (enti autorizzati, associazioni familiari, scuola, servizi del pubblico e del privato sociale) è in grado di offrire quegli interventi che consentono di attingere pienamente e di mettere a frutto tutte le numerose e preziose risorse (individuali, relazionali e sociali) di cui, come abbiamo visto, le famiglie dispongono” – prof.ssa Rosa Rosnati.”

L’esperto: “Servizi post-adozione”

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Dott.ssa Vera I. Fahlberg, pediatra ed esperta nella terapia dell’attaccamento familiare. I due suoi libri più importanti  sono: “A Child’s Journey through Placement” e “Residential Treatment”.

Di seguito riportiamo i passaggi più significativi di un suo articolo sul post-adozione. L’articolo completo si trova in http://www.perspectivespress.com/servizi-post-adozione.html

(…) I bambini che si uniscono alle famiglie adottive dopo aver subito abusi, sia fisici che sessuali, trascuratezza, separazione dai genitori e perdite, portano con sè un retaggio di rapporti familiari falliti. La nuova famiglia offre nuove speranze e una nuova possibilità di sperimentare con più successo le complessità e i benefici della vita familiare. (…) La rimarginazione avrà luogo nei contesti della quotidianità della vita familiare, giorno dopo giorno.

(…) Sia i bambini, sia i genitori adottivi arrivano all’adozione con alcuni fattori di rischio aggiuntivi rispetto ai bambini che raggiungono la loro famiglia permanente al momento della nascita. I fattori di rischio per i bambini comprendono:

  • comportamenti di sopravvivenza che hanno avuto origine quando vivevano in famiglie disfunzionali ed in un sistema disfunzionale
  • vulnerabilità personali
  • eventi traumatici pregressi
  • separazioni o perdite irrisolte

I fattori di rischio per i genitori possono comprendere:

  • assenza di un senso di empowerment [letteralmente: sentirsi investiti di pieni poteri; senso di controllo derivato dall’inclusione rispettosa nella pianificazione e nelle decisioni] e di entitlement [letteralmente: avere o acquisire il diritto; sentire di aver sviluppato un senso di appartenenza nei confronti del bambino adottato]
  • “echi” dal proprio passato
  • perdite non riconosciute o irrisolte
  • aspettative non realistiche nei confronti del bambino o di se stessi

Elbow individua tre fattori concernenti l’adozione di bambini più grandi che contribuiscono alla difficoltà di riuscita nel padroneggiare i compiti evolutivi della famiglia.

  1. l’alterazione del ciclo di vita familiare: le famiglie adottive incominciano con la distanza e ci si aspetta che si muovano verso la vicinanza; le famiglie di nascita incominciano con la simbiosi e ci si aspetta che si muovano verso l’individuazione.
  2. lo stress posto sui confini familiari a causa dell’invadenza dell’ente, dell’assenza dell’empowerment della famiglia da parte della società e dell’ente, e delle diverse lealtà in conflitto tra loro nel bambino.
  3. le problematiche personali del bambino e gli echi dal passato per i genitori.

(…) I bambini adottati e le loro famiglie sono serviti nel modo migliore quando esiste una collaborazione tra la famiglia, gli enti di servizi sociali e le risorse di salute mentale. Ciascuno riconosce non solo il proprio potenziale contributo, ma anche quello altrui.

La famiglia

  • (…) il fatto che la famiglia abbia bisogno di aiuto nel soddisfare i bisogni del bambino, non significa che la famiglia non ci tenga o che non sia capace di partecipare al processo decisionale.
  • (…) i membri della famiglia possono essere partner più stabili se gli si riconosca che stanno facendo il meglio che possono in circostanze difficili e che hanno un ruolo importante in qualsiasi percorso di cambiamento.

I servizi post-adottivi possono assumere varie forme:

  • servizi di supporto (gruppi per genitori, per bambini, respite care, formazione e servizi educazionali) possono soddisfare i bisogni di molte famiglie adottive.
  • servizi mirati ad aiutare il bambino e la famiglia a congiungersi in breve tempo in seguito al collocamento
  • terapia preventiva intermittente, la quale viene istituita in concomitanza con il raggiungimento di certi livelli evolutivi ad alta probabilità di far riemergere problematiche del passato (cioè di abuso sessuale, perdita, identità, ecc.)
  • terapia intermittente a breve termine focalizzata sui problemi, mirata all’interruzione dei comportamenti problema
  • interventi di crisi con famiglie minacciate

L’attenzione è focalizzata principalmente sul presente. Il cliente non è né il bambino né i genitori, ma piuttosto il rapporto. (…) Vengono definite “famiglie minacciate”, quelle che di solito hanno uno stabile rapporto adottivo di lunga data, con presenza di ripetuti comportamenti autodistruttivi o violenti da parte del bambino. (…)  i genitori possono aver compiuto vari tentativi per ottenere aiuto ma senza riuscirci e sentono che la situazione è fuori controllo.

(…) Donley e Blechner sottolineano quanto sia importante che chi è chiamato ad intervenire in casi simili non scambi queste famiglie per famiglie con disturbi cronici e senza alcuna esperienza derivante da un periodo di adattamento relativamente calmo alle spalle. Molte volte si tratta di genitori molto competenti, i quali possono avere qualche difficoltà nel convincere gli altri della gravità del problema. Possono essere più qualificati delle persone a cui si stanno rivolgendo per aiuto, le quali possono, a loro volta, essere intimidite da questi genitori.

(…) APPROCCI BASATI ESCLUSIVAMENTE SU TERAPIE TRADIZIONALI NON SI SONO DIMOSTRATI PARTICOLARMENTE EFFICACI CON QUESTA POPOLAZIONE (…)

  • Molti bambini sentono l’impulso di ricostruire le loro precedenti esperienze di vita all’interno del nuovo ambiente familiare
  • Sebbene né il genitore adottivo né il terapeuta possano annullare i primissimi danni causati da trascuratezza o da abusi, entrambi possono minimizzare i segni di cicatrizzazione ed aiutare la persona adottata a compensare tramite l’apprendimento di nuove abilità
  • Qualsiasi intervento che mette a repentaglio il rapporto genitore-figlio mina l’obiettivo di preservare la famiglia come risorsa per il bambino.

(…) Il collocamento fuori casa non dovrebbe essere considerato un fallimento adottivo. Può essere, infatti, un forte indicatore di un’adozione riuscita qualora la famiglia riconosca che il loro giovane ha bisogno di un aiuto maggiore di quanto loro possano dare da soli e sia disponibile e capace di perorare la causa del figlio affinché lui possa ricevere questo aiuto.

I giovani che non godono di successo in nessuna delle principali arene della loro vita (ossia in famiglia, a scuola e nei rapporti con i coetani) sono frequentemente candidati per il collocamento fuori casa. (…) Alcuni giovani riescono a fare un uso migliore della propria famiglia quando non vivono con essa e, a loro volta, i membri della famiglia, essendo meno provati, possono riuscire ad offrire un maggior supporto emotivo anche in questa situazione.