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Sessualità/pubertà precoce. L’esperto: “Vivere il cambiamento fisico dei nostri figli adottivi con naturalezza”

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Sintesi dell’articolo “Il problema della pubertà precoce nelle bambine adottate da paesi in via di sviluppo” di Raffaele Virdis.

 

Innanzitutto dobbiamo precisare che si definisce pubertà precoce lo sviluppo puberale a sette otto anni. La pubertà precoce preoccupa molti genitori adottivi che si ritrovano ad affrontare entro poco tempo dall’ingresso in famiglia la comparsa del primo menarca. Come effetto diretto ci potrebbe essere la riduzione della statura da adulto rispetto agli standard medi. Il fenomeno interessa molto di più le bambine, soprattutto se arrivate in famiglia grandicelle, ma anche i maschietti non sono completamente esenti da tale fenomeno.

Una delle cause è individuata nelle migliori condizioni di vita. Per un/a bambino/a che arriva in Italia con evidenti segni di denutrizione il benessere psicologico e affettivo unito ad una più corretta alimentazione può accelerare la crescita. La maturità fisica non si accompagna però alla maturità psicologica. Per questo alcuni pediatri preferiscono bloccare, tramite intervento terapeutico, il processo puberale anticipato. Si è osservato, però, che la terapia di blocco non garantisce una crescita sicura dell’altezza anche se l’osservazione su una quarantina di casi porta a concludere che sui soggetti trattati a volte è possibile raggiungere una crescita di 5-6 cm anzichè di 2,5 cm dei soggetti non trattati. Per questo si consiglia di lasciar perdere il trattamento terapeutico nei soggetti che, secondo le tabelle della crescita, riuscirebbero comunque a raggiungere i 157 cm di altezza.

Vorremmo porre maggiore attenzione sulle conseguenze psicologiche. Spesso le bambine già inserite in classi di compagni più giovani, si ritrovano a gestire il cambiamento del proprio corpo quando è in corso l’integrazione in famiglia, a scuola e nella nuova città. Il fatto di trasformarsi in donne è un ulteriore fattore di stress. Vi è poi il timore di venir abbandonate perché non più “bambine”. E’ importante, quindi, da parte dei genitori, non mostrare imbarazzo di fronte alla trasformazione veloce della figlia. L’accettazione del divenire dei nostri figli è la forma più grande di amore. Per questo i genitori devono essere preparati a questi avvenimenti prima dell’arrivo del bambino a casa per non trovarsi spiazzati davanti alla realtà.

Per leggere l’articolo completo vedi: http://www.8ealtro.it/files/9-Il-problema-della-puberta-precoce-….pdf

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Sessualità/adulti deviati. L’esperto. “La mancanza di barriere generazionali è una trappola per gli adolescenti”

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Tratto da “Adulti senza riserva” di Philippe Jeammet. Il noto psichiatra francese ci richiama al nostro ruolo di adulti e genitori. La nostra società è intrisa di messaggi e comportamenti ipersessualizzati che, invece di aiutare i nostri ragazzi a spiccare il volo, li schiacciano nell’angolo delle loro paure perché nessun adulto li prende per mano. Molto spesso sono i giovani a sanare le ferite degli adulti. Ciò non è giusto, non sta nell’ordine delle cose.

 

La volgarità non necessaria e manifesta non è tanto piacere quanto paura. Il compito di un adulto, per un adolescente, non è quello di essere un amico bensì di apportare la differenza. E’ l’aspettativa del più giovane nei confronti del più anziano – che si suppone possieda un sapere  e delle capacità che il ragazzo invidia – a fare di ogni adulto un potenziale educatore. Non voler tener conto di tali aspettative non significa farle scomparire, ma equivale ad abbandonare i più giovani alle loro risorse, rifiutando loro quel periodo di appoggio di cui hanno bisogno. (…) Che lo vogliamo o no, tutti i media sono portavoce dell’adulto e costituiscono un modello di ciò che gli adulti rappresentano per i più giovani. (…) C’è abuso sessuale in questa continua effrazione dell’intimità dello spazio psichico dei bambini e degli adolescenti (…) Oggi, tutto il nostro clima sociale è impregnato di una incestualità sempre più manifesta, come se gli adulti non avessero che un’ossessione, il sesso. Il sesso è l’argomento preferito dei pubblicitari (…)

Dietro ai ragazzi che vengono in terapia e si aprono all’intimità terapeutica stanno i  genitori. Dietro ad ogni adulto stanno i genitori. L’ossessione e l’iper rappresentazione dell’elemento sessuale costituiscono un’effrazione dell’intimità ormai già nell’infanzia, costringendo il bambino, ancor prima che ve lo induca la pubertà, a considerare  che ciò che gli adulti presentano continuamente riguarda anche i loro genitori. Non si lascia più ai giovani il tempo e lo spazio per immaginare, con il loro ritmo, secondo la loro convenienza, secondo la loro fantasia, tale relazione nell’ambito della coppia parentale, ma gliela si impone nella forma e nella frequenza che ha, senza che possano dire una parola, senza che possano scegliere. Ed è oggi una violenza quotidiana che viene loro fatta in tal modo. Ora come ho detto, la difficoltà non sta tanto nella sessualità in sé quanto nel suo eccesso. Con questa ipersessualizzazione i genitori perdono una parte della loro funzione tranquillizzante, rassicurante e di contenimento, e diventano a loro volta un fattore di eccitazione e di turbamento il che rende più conflittuale il rapporto con loro.

(…) La maggiore vicinanza tra genitori e figli e l’indebolimento delle barriere, e addirittura delle differenze generazionali, aumentano anche i rischi di una eccessiva deidealizzazione di un genitore o di entrambi, soprattutto se questi si ritengono obbligati, per amore di trasparenza, a dire tutto ai loro figli, a informarli di tutti gli incerti della loro vita di coppia, se non anche a farne gli spettatori e i giudici dei loro rispettivi comportamenti. (…) Non è più una cosa eccezionale che un genitore, per lo più il padre, presenti la sua nuova amica alla figlia adolescente di cui fa così la propria confidente, magari all’insaputa della madre, quando l’amica in questione ha solo qualche anno più della figlia. (…) Col suo esempio, il genitore non è più il vettore che li spinge a voler vivere una loro storia d’amore, bensì colui che li “ancora” maggiormente a sé avvicinandosi a loro e dando loro un posto privilegiato, suscitando eventualmente compassione, ma frenando la loro capacità di immaginare e desiderare una vita amorosa personale.

Seminario sull’adozione: “Maltrattamenti e abusi” – Milano – luglio 2016

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Cismai  – Coordinamento Italiano Servizi Maltrattamento all’Infanzia 

L’adozione di bambini

che hanno subìto maltrattamenti e abusi:

cosa deve sapere un genitore.

09 luglio 2016 – 9.30 – 13.00

CTA, via Valparaiso 10/6, Milano

 

family

Il seminario sarà condotto dal dott. Francesco Vadilonga e dalla dott.ssa Mitia Rendiniello del Centro di Terapia dell’Adolescenza.

Per partecipare è necessario iscriversi compilando la scheda di iscrizione e provvedendo al pagamento.

Vi proponiamo il volantino informativo:
http://www.centrocta.it/newsletter/seminario_Adozione_maltrattamento_abuso.pdf

e la scheda di iscrizione:
http://www.centrocta.it/newsletter/M_SCHEDA_ISCRIZIONE_FAM_ADO.doc

Per informazioni e iscrizioni: dott.ssa Sonia Negri famiglieadottive@centrocta.it

Sessualità/adulti deviati. L’esperto: “Cultura dell’infanzia significa trattare i bambini come bambini”

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da “Seduttività infantile e sfruttamento degli adulti” – di Anna Oliverio Ferraris

Per oltre un secolo l’immagine dell’infanzia tracciata da studiosi ed educatori insigni come Rousseau, Piaget, Maria Montessori e molti altri fu quella di un’età da vivere all’insegna della spontaneità, secondo i tempi della maturazione psicofisica, al di fuori di preoccupazioni relative al proprio aspetto, al possesso di abiti alla moda o gadget che fanno tendenza. Ai bambini veniva riconosciuto il diritto al gioco libero e spontaneo e ad una crescita lenta.

Sesso, seduzione, competitività erano considerate tematiche al di fuori dei loro interessi, tipiche delle età successive. Oggi non è più così. Pubblicità e spettacoli televisivi di ogni genere e per ogni età, possono raggiungere bambini grandi e piccoli e modellare i loro comportamenti. I bambini infatti, molto più degli adulti, imparano per imitazione e “immersione”. Che cosa significa? Significa che negli anni infantili si tende a riprodurre ciò che si vede senza riflettere o porsi dei problemi. Questo tipo di apprendimento consente di assimilare rapidamente molte e diverse informazioni proprio perché colui che impara si appropria di “copioni” di comportamento senza esercitare il senso critico. Si può essere molto intelligenti, come lo sono appunto i bambini che assimilano rapidamente, e al tempo stesso essere del tutto privi di riflessione e senso critico. Il senso critico si sviluppa lentamente in rapporto all’esperienze che si fanno e alla maturazione del sistema nervoso. Confondere intelligenza con maturità può esser pericoloso.

Non dobbiamo perciò stupirci se un bambino che vede scene di seduzione sugli schermi tenderà a ripeterle. I bambini che nei secoli scorsi assistevano alle esecuzioni capitali in piazza, tendevano poi a riprodurle con il gatto o qualche altro animale alla loro portata. Naturalmente, sia in un caso che nell’altro, i bambini non ne comprendono tutti i risvolti (alcuni si e altri no) e non immaginano, per mancanza di esperienza, tutte le possibili conseguenze; soprattutto non immaginano gli effetti che le loro azioni e comportamenti possono avere sugli altri. Poiché i bambini, per questioni anagrafiche, non hanno senso critico sono ovviamente gli adulti che devono selezionare il tipo di informazioni che li raggiungono e creare una sorta di filtro. Realizzare questo filtro però è diventato difficile, oggi, a causa dell’aggressività del mercato e della pervasività degli spettacoli televisivi. Il mercato considera l’infanzia alla stregua di un target e non ha preoccupazioni educative. Gli spettacoli televisivi entrano nell’intimità della casa e proprio per questa ragione possono essere inconsciamente associati alla sicurezza e al calore del nido domestico: una condizione psicologica che facilita l’assimilazione acritica dei messaggi.

I bambini di questi anni che vedono il Grande Fratello, invece di giocare ai cow-boy come facevano i loro genitori giocheranno ad appartarsi in coppia sotto un tavolo mimando una scena di sesso. Le bambine che vedono ogni sera uno show con ballerine in costumi molto succinti, vorranno giocare allo spogliarello invece che alle bambole. E ancora, i bambini che – dalla pubblicità, dai coetanei o dai loro genitori – vengono continuamente sollecitati al possesso di abiti all’ultima moda, scarpe firmate, oggetti status simbols entrano in competizione tra loro per l’acquisizione di questi prodotti, senza i quali si sentono infelici. Giorno dopo giorno essi fanno propria una visione del mondo che non apparterrebbe all’infanzia, modi di pensare e di atteggiarsi che possono avere dei risvolti non soltanto sullo stile di vita presente ma anche futuro. Ciò non significa, tuttavia, che crescendo, riflettendo, acquisendo senso critico e ricevendo stimoli culturali differenti non possano poi rivedere e modificare gli apprendimenti e i condizionamenti dell’infanzia. (…)

La tentazione di accelerare lo sviluppo di un bambino, di trattarlo come se fosse un adulto in miniatura e di usarlo per il proprio piacere o vantaggio è molto forte in alcune persone, soprattutto quando sono prive di una cultura dell’infanzia o quando ci sono delle frustrazioni irrisolte. Costoro proiettano sui bambini i loro desideri, le loro aspirazioni, i loro obiettivi e trovandovi una materia plasmabile e recettiva vi si esercitano senza preoccuparsi del futuro dei loro figli, delle loro esigenze di crescita, della formazione della loro personalità. (…)

(fonte: annaoliverioferraris.it)

 

Della stessa autrice vedi il libro “La sindrome di Lolita. Perchè i nostri figli crescono troppo in fretta”.

Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

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La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

Comunicazione FIABA: “Gruppo di mutuo aiuto a Villafranca – VR”

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Mettiamo in evidenza l’invito di Cristina Serpelloni, presidente dell’associazione Fiaba, per la formazione di un gruppo di mutuo aiuto a Villafranca di Verona. Sono invitate famiglie adottive e affidatarie.

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Buongiorno a tutti.
Ho il piacere di comunicarvi che Antonella Ugolini, che ha seguito un gruppo di famiglie adottive di un progetto di auto-mutuo-aiuto organizzato dall’associazione FIABA ONLUS alcuni anni fa, intende proporre alle famiglie adottive interessate un nuovo percorso in cui lei si offre come facilitatrice per lo scambio e la comunicazione tra gli adulti.
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Vi indico qui di seguito un abstract del percorso:
“Aiutarsi formando un gruppo per sostenersi, per condividere e fare pratica di comunicazione congruente (comunicare chiaramente…cooperazione piuttosto che competizione…dare potere piuttosto che soggiogare…aumentare l’unicità individuale piuttosto che fare delle categorie…usare l’autorità per realizzare ciò che serve piuttosto che forzare il consenso con la tirannia del potere…amare valutare e rispettare se stessi completamente…essere responsabili personalmente e socialmente…usare i problemi come sfide e opportunità per soluzioni creative).
L’arte di essere congruenti e cambiare la modalità dominante/sottomesso. Sviluppare un alto stato di autostima: la sorgente dell’energia personale.
Cambiare le nostre percezioni da negative a positive: i Rimedi del Dott. Bach per riarmonizzare il proprio equilibrio emotivo.
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Questa traccia  permetterebbe di fare un percorso per aumentare il nostro valore personale, al fine di vedere il valore dell’altro e rivedere lo schema familiare da implosivo ad esplosivo. Tutti questi temi toccano la relazione interpersonale e intrapersonale, questo potrebbe essere il contenitore per contenere tutti i temi di cui si vorrà parlare.  “
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Rimango in attesa di un vostro riscontro e, in base al numero delle persone interessate, programmeremo date, orari e luogo degli incontri.
A presto.
Cristina Serpelloni
FIABA ONLUS
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F.I.A.B.A Onlus – FAMIGLIE INSIEME per l’ADOZIONE di BAMBINI e ADOLESCENTI

Contatti

Via Spallanzani, 20
37069 Villafranca di Verona
Tel: +39 3453770186
Email: info@fiabaonlus.it

Sessualità/abusi sui minori. L’esperto: “Come aiutare i bambini”

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Fondamentale è mettere il bambino in condizione di aprirsi tenendo presente che difficilmente i bambini raccontano false storie di abuso sessuale.

I primi passi da fare:

(di Ivana Giannetti, Telefono Azzurro)

  • ascoltare con reale attenzione, autentico interesse per ciò che dice o non dice
  • credere a quel che il bambino raccolta e rassicurarlo
  • tradurre in parole semplici sentimenti complicati come la loro tristezza, rabbia, paura, ansia o depressione
  • meglio non improvvisarsi intervistatori ma farsi aiutare da chi lo sa fare

 

Ricordare inoltre che:

(di Anna Grasso Rossetti, esperta di comunicazione non verbale)

  • Il disagio prima si percepisce , poi si vede, se si sa che cosa guardare
  • Un segnale da focalizzare è il cambiamento di abitudini
  • Quando si coglie il disagio è perché il bambino vuole parlare
  • Mai far capire che si è spaventati
  • Sempre far capire che siamo disponibili all’aiuto, qualsiasi cosa sia accaduto (non giudizio, non punizione: ma aiuto e conforto)

(fonte: Atti del Convegno “Di’ di no! Possiamo proteggere i nostri bambini e le nostre bambine dall’abuso sessuale? – Commissione Pari Opportunità di Brescia 2002)

Sessualità/abusi su minori: “Il ricordo e l’accompagnamento

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Quello che segue è la sintesi dell’articolo di Luciana Morelli “Teoria e clinica della memoria del trauma psichico infantile”. Lo studio è indirizzato a specialisti per cui viene utilizzato un linguaggio tecnico non sempre facile. Per chi intende approfondire la sua conoscenza, consigliamo di leggere direttamente lo studio. Noi cercheremo di tradurlo in parole semplici per arrivare a ciò che può essere necessario a noi genitori al di là delle teorie. Come abbiamo visto nei post precedenti non esiste un’unica definizione di trauma e, comunque, per trauma non s’intende solo un avvenimento legato alla sfera sessuale. Potrebbe essere un terremoto, un’alluvione, una pestilenza o una situazione di guerra. La dottssa Morelli recupera il concetto di trauma in Freud (Freiberg, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939) e Ferenczi (Ungheria 16 luglio 1873 – 22 maggio 1933) e lo rielabora con il pensiero moderno.

 

Definizione di trauma in Freud e Ferenczi

Freud definisce il trauma su base pulsionale-energetica. Secondo la sua interpretazione il trauma sarebbe una sorta di scossa elettrica che non ha trovato valvola di sfogo. Trauma è per Freud “un incremento dell’eccitamento nel sistema nervoso che questo non è riuscito a liquidare a sufficienza mediante reazione motoria“. In parole semplici significa che un trauma fa una breccia nella barriera protettiva del soggetto che non riesce più a respingere gli stimoli dannosi. La sua è una visione che pone l’accento sugli effetti penosi del terrore, dell’angoscia, della vergogna e del dolore psichico come rappresentazione interna di fantasie inconsce che vengono alla superficie dopo il fatto accaduto.

Ferenczi, invece, colloca il trauma all’interno di una relazione, tra il bambino e un adulto significativo. L’adulto, comportandosi male con il bambino, sconvolge e disorganizza la relazione. Ferenczi intuisce che eventi anche non rilevanti e microscopici, ma ripetuti nel tempo, possono allargare il trauma anticipando il concetto di “trauma cumulativo”. Ferenczi, in sintesi, pone l’accento sulla componente ambientale esterna piuttosto che in quella intrapsichica interna.

Entrambe le posizioni, ed è quello che a noi interessa, sono confluite nella crescente attenzione alle interrelazioni tra mondo esterno e mondo interno del trauma per trattarlo in maniera più efficace.

 

Il riconoscimento dell’accaduto e la sua condanna

Al di là delle definizioni, quello che importa è che di fronte ad un abuso o maltrattamento che sia, ciò che rende il trauma “patogeno” è il disconoscimento da parte della madre (o della famiglia o della società) di quanto accaduto.” Questa affermazione è importante perchè sottolinea come la vittima abbia bisogno di essere creduta, appoggiata, sostenuta dalla madre e dalla famiglia per poter elaborare e superare il trauma. Il riconoscimento dell’accaduto e la sua condanna diventa quindi un fattore protettivo.

 

La memoria del bambino

La psicologia moderna ha abbandonato le rigidità passate e oggi considera la memoria come un processo dinamico e flessibile. Il passato non è più qualcosa di concluso, ma può essere riscritto.

Lo stesso Freud intuisce che il ricordo non è registrato una volta per tutte, ma è tradotto in diverse, successive inscrizioni nelle varie epoche di sviluppo mostrando la possibilità della mente di riattualizzare il passato. Ancora, osservava che nei cambiamenti puberali ci può esser la riattivazione dell’episodio originale come se fosse un episodio attuale. Tale concetto implica la successiva rielaborazione di eventi passati che ridà loro un senso e lo rendono patogeno solo se non efficacemente elaborato. Si è osservato, poi, che alcuni traumi, per come sono stati vissuti e incasellati, non hanno una rappresentanza verbale o un ricordo, ma si manifestano attraverso sintomi di malattie.

Da ciò si è dedotto che esiste una distinzione tra memoria esplicita e implicita. La prima si forma verso i tre anni di vita perché il sistema che le permette di conservare i ricordi è a quell’età che acquista una sua forma. La memoria implicita è invece più precoce e tende a lasciare un’impronta indelebile. “I ricordi traumatici inconsci di paura, stabiliti attraverso l’amigdala e le sue connessioni, sembrano impressi a fuoco nel cervello ed è probabile che ci accompagnino per tutta la vita” (LeDoux J., 1996). Sempre Ferenczi sostiene che i bambini di tre-quattro anni “non hanno ricordi coscienti, ma solo sensazioni (…) e conseguenti reazioni corporee. Il ricordo resta conficcato in corpo ed è solo lì che è possibile risvegliarlo.” Aggiunge: “Lo shock inatteso, schiacciante, porta una paralisi motoria e del pensiero durante la quale ogni impressione meccanica e psichica viene assorbita senza difesa (…) di queste impressioni non rimangono tracce per cui le cause del trauma non sono rintracciabili mediante la memoria (Ferenczi S., 1934). Tradotto in parole semplici, alcuni avvenimenti vengono memorizzati a livello inconscio e possono scatenare disturbi comportamentali, incubi o flashback senza una volontà attiva.

“I vissuti traumatici sono in gran parte rappresentati attraverso la memoria procedurale, piuttosto che attraverso le parole di quella dichiarativa. L’esposizione a immagini, suoni e odori possono richiamare al presente il ricordo traumatico che però non è dichiarabile, in quanto il soggetto non lo ricorda in maniera palese, ma attraverso sensazioni e reazioni corporee di per sé ingiustificabili. “Il corpo ricorda, non la mente. Incapace di essere integrata, la memoria traumatica è destinata ad essere rivissuta…..”

 

Il perpetuarsi di sentimenti cronici di impotenza e malessere

La vittima tende a ripetere e rivivere situazioni passate allo scopo di impadronirsi appieno di un evento molto impressionante. In realtà nelle vittime la ripetizione causa una sofferenza supplementare. Lo stesso passaggio dal ruolo di vittima a quello di aggressore tende a sostituire la paura e l’impotenza con l’onnipotenza, la passività all’attività. La situazione passata può essere semplicemente rivissuta attraverso il sogno. “I sogni si ripetono per mesi, anche anni, perché l’angoscia originata dall’esperienza traumatica è troppo intensa e massiccia per essere placata da un solo sogno o incubo. Il sogno è una sorta di richiesta di soluzione ad una sensazione inspiegabile verbalmente perché non si ricorda. Segnali come paura di dormire da solo, e al buio o le interruzioni di sonno possono essere segnali di un malessere interiore.

La ripetizione traumatica “sarebbe un instancabile tentativo di ricostruzione , da parte del paziente, della propria continuità tra quello che era prima e quello che è diventato (Sironi F. 1999). La ripetizione avrebbe cioè l’obiettivo di superare la rottura e la discontinuità portate dal trauma, ricreando la continuità interrotta.

 

Come intervenire

La dottssa Morelli conclude dicendo che il recupero del ricordo non è più considerato parte importante dell’azione terapeutica. Semmai si recuperano le antiche percezioni e si cerca di riscrivere i ricordi in un nuovo contesto sapendo che nei casi più gravi il ricordo esplicito è troppo doloroso per essere rappresentabile. Fondamentale è l’atteggiamento del terapeuta che deve accompagnare il paziente con empatia e condividere, senza essere distrutto, l’esperienza del minore abusato. Lo scopo è quello di tessere una nuova trama accettabile.

 

Alla fine di questo articolo abbiamo imparato che:

  • tutti i traumi si portano dietro una sofferenza che può essere implicita (se non ricordi l’evento) o esplicita (se lo ricordi)
  • in entrambi i casi i minori o ragazzi opportunatamente accompagnati possono riconoscere il loro dolore e conviverci
  • solo in casi estremi la vittima si trasforma in carnefice
  • il trauma si ripete attraverso sogni, flash back, incubi o stati ansiogeni non spiegabili dalla memoria esplicita
  • la ripetizione dell’evento nella mente è una semplice richiesta di aiuto per superare il trauma
  • l’ascolto empatico e la condanna dell’accaduto è terapeutico.

Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Solitudine dei papà: “C’è chi dice che papà non è mamma”

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  • A seguito della recente sentenza del TdM di Roma sull’adozione di una bambina alla partner di una mamma lesbica. proponiamo questa riflessione sul diverso ruolo di padre e madre.

di Roberto Colombo, professore dell’università Cattolica del Sacro Cuore, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Ciò che sorprende maggiormente nell’inconcluso dibattito pubblico sull’adozione da parte di coppie omosessuali – riacceso in questi giorni dalla sentenza del Tribunale dei minorenni di Roma – è la latitanza di una riflessione che (re)introduca a pensare la paternità e la maternità non soltanto come ruolo familiare o sociale e come funzione biologica o psicologica, bensì anche e anzitutto come elemento di una struttura antropologica duale e come paradigma dell’umano che permette una (ri)comprensione delle dinamiche plurali del vivere personale, familiare e sociale. Ad essere in gioco nella questione della bambina di cinque anni che fissa contemporaneamente lo sguardo su due “mamme” non è primariamente un interrogativo etico o un problema giuridico, e neppure uno statuto della famiglia e un concetto di adozione.

C’è qualcosa che viene prima e sta a fondamento del resto. Lo esprimo con un interrogativo: è ancora possibile pensare il padre e la madre?

A ben vedere, in questo caso ad essere assente non è solo il padre, ma la stessa madre, perché nessuna delle due “madri” è in realtà madre. Si può essere madre solo in relazione ad un padre e si può essere padre solo in relazione ad una madre. Relazione ontologica, fondativa dell’esistenza – non meramente biologica, psicologica, affettiva – e accolta dalla libertà dell’uomo e della donna, che riconosce in questo accadimento relazionale il dispiegarsi dell’orizzonte della vita, come vocazione e come destino. Relazione data una volta per tutte (si è madri e padri per sempre se lo si è stati veramente una volta), che né la separazione fisica, né l’odio, il rancore o il disprezzo per l’altro(a), e neppure la stessa morte possono cancellare. Qui no: il riferimento alla “madre” è puramente autoreferenziale perché esclude di principio e di fatto il riconoscimento del padre come elemento coessenziale della dualità antropologica che rende possibile la figura genitoriale.

Anche nel bizzarro surrogato semantico di un discorso che diventa antropologicamente “neutro” pur di essere “politicamente corretto” – quello del “genitore A” e del “genitore B” in luogo di padre e madre – vi è la necessità di identificare con due diverse lettere dell’alfabeto ciò che, altrimenti, non sarebbe identificabile come genitore proprio per l’assenza di un referente che sia altro da sé, ma non senza riferimento a sé.

Per l’essere umano non si dà identità se non nella differenza e differenza se non nell’unità. Del resto, tutta l’esperienza – e la testimonianza che ne trasuda – dell’essere generato e del generare, dell’essere accolto e dell’accogliere, e, ancor prima, dell’essere amato e dell’amare, diventa intelligibile solo dentro alla dinamica della relazione all’altro da sé e della differenza nell’identità di sé che la presuppone.

Con il lessico più familiare, un bambino può chiamare qualcuno “papà” solo perché dice o ha detto “mamma” a una donna che lo ha generato o accolto attraverso una relazione con lui, e può riconoscersi nel rapporto con una mamma solo perché essa non è semplicemente una donna, ma quella donna che lo ha generato o accolto insieme all’uomo che chiama “papà”.

Non si costruisce una figura genitoriale dal nulla, da un’affermazione astratta che proietta sulla realtà un desiderio o una pretesa, e neppure da una sentenza che cristallizza nel diritto quello che è ancora fluido nella cultura e nella prassi. L’origine di ogni identità sorge da una differenza e non si afferma nella negazione di essa attraverso un’emancipazione dalla relazione costitutiva che la pone in essere.  A dispetto delle apparenze, la consistenza dell’identità non è subordinata alla negazione, alla propria negazione o a quella dell’altro. Ogni genitore (naturale o adottivo) può dire paternamente “tu” a suo figlio solo perché dice “tu” alla donna che si rivolge maternamente con lo stesso “tu” al figlio, e viceversa. I due “tu” restano asimmetrici, senza confondersi né annullarsi a vicenda. La relazione materna e paterna manifesta un’esperienza dell’asimmetria costitutiva del vivere personale e sociale, e il padre si presenta come simbolo di alterità rispetto alla madre. Nella dinamica familiare, la figura del padre acquista una valenza metaforica assolutamente originale e insostituibile rispetto a quella della madre. Il padre, nella metafora della differenza originale e originante, diviene catalizzatore della relazionalità dell’esistenza, testimone di una gratuità dell’esistere che è al tempo stesso grazia e grazie: il padre non è gestazionalmente né nutrizionalmente necessario al figlio, meno dipendente da lui che dalla madre. Ma non per questo meno grato al padre per il suo esserci, condizione di possibilità dell’esistere della madre in quanto madre.

Il tentativo di dare stabilità educativa, sicurezza e prospettive di benessere e “felicità” ad un bambino che non può crescere insieme alla donna e all’uomo che lo hanno generato non si realizza attraverso la cancellazione della drammaticità insita nella differenza antropologica uomo-donna cui fanno riferimento la figura paterna e materna. Al contrario, solo assumendo fino in fondo questa intrinseca e irriducibile drammaticità è possibile accogliere il bisogno del bambino di crescere come figlio (si è sempre figli, anche quando si nasce o si diventa orfani, ma è bene vivere da figli).

Una società senza madre non è sinora possibile: potrebbe diventarlo con la gestazione ectobiotica, un azzardo biologico oltre che una mostruosità etica. Una società senza padre è tecnicamente realizzabile (il donatore anonimo del seme è puro strumento di riproduzione) ma antropologicamente inconcepibile, perché viene meno la condizione di possibilità del sorgere della consapevolezza del figlio come figlio e dell’uomo come fratello di altri uomini.

(fonte: ilsussidiario.net – 09/2014)

Solitudine papà. L’esperta: “Un nuovo ruolo di uomo”

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I fatti di cronaca ci lasciano sgomenti e ci dicono che questi uomini sono sempre più in crisi alla ricerca di un nuovo ruolo che non sempre riescono a focalizzare e raggiungere.

L’ITALIA SUL LETTINO / Padri contro figli: la violenza definitiva

L’amore per l’amore è la condanna del nostro secolo: l’analisi della psicologa Vera Slepoj

PADOVA. L’amore non è ciò che prendi, non è ciò che dai, è ciò che sei, la capacità di trasferire te stesso al mondo esterno. L’amore per l’amore è la condanna del nostro secolo, l’illusione di vivere sospesi nell’emozione perenne, nei sentimenti dilatati, nell’esaltazione emotiva che priva l’individuo della capacità di elaborare una sana consapevolezza e la corretta responsabilità delle conseguenze delle azioni. È l’agonia della sottrazione dell’amore dalla sua vera origine – l’elaborazione libidica – a far sì che nell’incontro con la altro ci si trasformi, si migliori, si mantenga un equilibrio.

Oggi l’amore è carico di una sorta di mancata redenzione, confusa dalla difficoltà di gestione delle pulsioni. La perdita del significato dell’amore riguarda soprattutto il mancato rispetto dell’altro, la sopraffazione verso il più debole e indifeso. Ciò che sta accadendo è l’evidenziazione di un maschile che perde di dignità e di coraggio, caratteristiche che da sempre il maschile ha avocato a sé: maschi che abbandonano le proprie donne perché invecchiano, maschi che uccidono le donne perché decidono o pensano. Maschi che uccidono i propri figli perché in preda a un incontrollabile delirio che è il risultato di quella forma di infantilismo che fa precipitare la mente di fronte alle difficoltà e più in particolare di fronte a una separazione o a un rifiuto.

La paternità oggi passa dall’azione maschile alla scissione sociale dove i padri perdono il senno perché incapaci di gestire un destino non programmato. Si sopprimono e si uccidono i propri figli come condanna: una punizione, un giudizio determinato da una sorta di onnipotenza verso ciò che si è trasformato a prescindere dalla propria volontà. È un maschile punitivo quello che riguarda gli omicidi efferati di questi giorni, padri immaturi e incapaci di gestire l’ansia del cambiamento o la fatica della genitorialità.

I padri venivano visti dai figli, dalle mogli, dalle madri come capaci di difendere la prole, difendere il legame, difendere in sintesi il futuro della propria progenie. Oggi si stanno trasformando in figure mitologiche imperfette perché prive persino di un significato simbolico. La solitudine emotiva trasforma anche l’amore più puro, quello di un genitore che va verso il baratro del narcisismo che toglie in questo modo persino il fiato al destino dell’umanità. È la violenza definitiva e senza speranza, tragica e inutile alla base di tutti questi ultimi delitti, dalle donne ai bambini, padri superegoici privati del filo conduttore del significato etico e morale dell’esistenza. È il nostro Iraq e sembra che nessuno voglia saperlo.

(fonte: Il mattino – 24 agosto 2014)

Solitudine papà. L’esperto: “Essere genitore in una società articolata“

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Quando si parla di genitorialità non sono importanti i legami biologici. Nella genitorialità, un adulto con la sua storia si pone davanti ad un bambino e fa delle proposte adatte a quel bambino, cerca di farne un uomo o una donna. Un genitore si può considerare efficace quando è sufficientemente sano e forte, quando già prima di diventare genitore era in grado di guardare dentro di sé e impostare rapporti chiari con gli altri.

di Gabriella Cappellaro – psicologa

(…) che cosa significa diventare genitori in una società, quella attuale, in cui il concetto di famiglia è tanto articolato? E infatti riconosciamo, oltre la famiglia d’origine, quella adottiva, quella affidataria, quella ricomposta, e anche quella costituita dalla famiglia allargata, tutte come famiglie proponibili, a determinate condizioni, all’allevamento e all’educazione dei bambini. Anche da qui dunque un richiamo al tema della genitorialità. Un primo pensiero allora: per la genitorialità può non essere sufficiente il legame di sangue e contemporaneamente si può raggiungere una genitorialità piena senza alcun legame biologico.

Il legame di sangue può essere la premessa di un vincolo di genitorialità, una premessa straordinariamente efficace, in quanto biologicamente fondata, ma solo comunque una premessa, perché il vincolo di genitorialità, quale patto di alleanza adulto/bambino, va mantenuto e dimostrato nel tempo della crescita del figlio attraverso continui comportamenti di genitorialità, che la sola biologia non è in grado di promuovere. (…) E così come si sottolineano le esigenze di crescita del bambino, parallelamente si deve riflettere sulla capacità della genitorialità ad allargare la propria competenza. Via via che il figlio cresce, ecco che il vincolo di sangue perde comunque quel significato assoluto che molti vorrebbero ancora attribuirgli e comunque non basta più dire ad un figlio “sono tuo padre, siamo dello stesso sangue!” per essere credibili, bisogna dimostrarlo.

Non tutti i genitori sono all’altezza del compito: “Al compito genitoriale è necessaria la maturità psicologica, l’adultità.” (…)

In che cosa consiste la funzione genitoriale? Funzione genitoriale è il diritto di attuare proposte educative con uno specifico individuo-bambino. L’adulto in grado di esprimere una funzione genitoriale compiuta è l’adulto che ha raggiunto l’adultità, ha raggiunto una propria competenza autobiografica, ed è perciò capace di prendere in mano la propria personale esperienza di infanzia, il proprio essere stato bambino, con le rabbie, i dolori, le umiliazioni patite, le attese deluse, per essere sereno, riconciliato, se del caso, con il proprio passato e non correre il rischio di farlo rivivere sul bambino di cui si occupa.

Chi è il genitore educatore? Perché e come si è educatori? Se educare nel suo significato di “trarre fuori”, va inteso sia come “venir fuori” che “menar fuori” partendo da quello che ciascuno è per sé, bisogna convenire che l’atto educativo è scambio, rapporto, in cui entrambi gli attori sono contemporaneamente, anche se a livelli diversi, protagonisti del ruolo di educatore ed educando. L’adulto educa se, prima ancora di sentirne l’attitudine, di conoscerne le strategie, è una persona dinamica, in crescita, in grado di guardare dentro se stessa e di impostare rapporti chiari con gli altri. L’educazione si riconosce come dialogo che impegna reciprocamente, che vive e si alimenta nella reciprocità delle relazioni, dove il dare e l’avere non sono da una parte o dall’altra, ma si intersecano continuamente in un processo di crescita scambievole.

(…) Ma è ancora più importante capire gli aspetti positivi della genitorialità, e non solo fare una stima dei danni inflitti ad un figlio. Proprio il ritenere che è l’accertamento del danno inflitto al bambino a sconfermare la genitorialità ha portato per lungo tempo, e ancora porta, ad un concetto molto riduttivo dei diritti del bambino. Così, per esempio, non è ancora per nulla chiaro e/o condiviso che il più grave maltrattamento cui può essere sottoposto un figlio è la mancanza di una figura materna nei primi giorni di vita. Si pensa che le cure di allevamento (quelle dirette alla specie) siano bastevoli, mentre fin dal primo giorno il bambino, che peraltro non è in grado di protestare il pregiudizio che patisce, ha bisogno di cure di accudimento, di genitorialità (quelle dirette alla persona).

Valutare l’adeguatezza di una “relazione di cura” diventa molto di più che accertare come stanno i singoli individui, diventa l’accertamento del livello di positività dell’intreccio relazionale degli individui. (…) Il modello teorico di riferimento è quindi relazionale. Per inquadrarlo valgano le parole di Winnicott secondo cui «non esiste qualcosa come un neonato», vale a dire genitori e figli esistono solo in relazione reciproca: i sentimenti e i comportamenti degli uni influenzano i sentimenti e i comportamenti degli altri secondo un modello di causalità circolare. D’altra parte, se è vero che ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da genitore e i bambini hanno la capacità di innescarla, è anche vero che la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (Bowlby). Innanzi tutto per assumere la funzione di genitore è importante attuare un passaggio di identità, da quello di figlio (dei propri genitori) a quello di genitore (dei propri figli). Questo passaggio non è detto si compia pacificamente, perché a volte risveglia alcuni conflitti irrisolti relativi alla propria famiglia di origine, e questo avrà sicuramente una ricaduta sulla relazione di coppia dei genitori. Inoltre se il bambino reale, con i suoi bisogni, non corrisponde al bambino atteso, possono nascere altri gravi conflitti psicologici.

Segue una spiegazione del concetto di “base sicura” e delle teorie di attaccamento che influenzano tutta la vita dei singoli individui.

Genitorialità come attribuzione di senso al bambino. Il tracciato della genitorialità, che parte dal riconoscimento della qualità della relazione sperimentata nella propria infanzia, si indirizza verso un figlio come occasione privilegiata, dotata di stile proprio, di relazionalità, perché sicuramente a quel figlio si attribuisce un significato psicologico. (…) Attribuire un significato al proprio figlio è operazione molto delicata, alla quale tuttavia non ci si può sottrarre, perché comunque viene svolta. Attribuire un senso al figlio (biologico, adottato, affidato: è lo stesso) è infatti, nell’accezione letterale del termine, dare una direzione alla sua vita, e questo lo si fa senza bisogno di rifletterci. Ma se non ci si riflette, si può correre il rischio di sbagliare direzione. Il che è tanto più grave, in quanto le direzioni sono solo due. Nel primo caso il figlio cresce per dare soddisfazione al genitore, nel secondo caso il figlio cresce per essere pienamente se stesso. (…) Genitorialità, allora, come patto di alleanza adulto/bambino che è molto di più della capacità di procreare, perché si sostanzia della propria raggiunta adultità, si declina via via nel tempo della crescita del figlio, si qualifica come legame che affronta le transizioni, si giustifica nel compito di aiutare il figlio a diventare Se stesso.

(fonte: http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/137/137_i_fondamenti_della_genito.htm)

Comunicazione Unicatt: “Allargare lo spazio familiare, adozione e affido” – 24 ott 2014 (MI)

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Allargare lo spazio familiare: adozione e affido

Presentazione  del  numero 27 di

Studi interdisciplinari sulla Famiglia

Allargare lo spazio familiare: adozione e affido

(a cura di E. Scabini e G. Rossi, edizioni Vita e Pensiero)

 venerdì 24 ottobre – ore 17.00

Università Cattolica (Aula Maria Immacolata).

 

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Si ricorda che il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia sta organizzando:

Convegno Internazionale –  13-14 febbraio 2015

“Allargare lo spazio familiare: essere figli nell’adozione e nell’affido”.

Tale iniziativa mette a frutto il patrimonio culturale del Centro di Ateneo che si pone come autorevole punto di riferimento a livello nazionale e internazionale per quanto riguarda lo studio dei legami familiari nell’adozione (in particolare internazionale) e nell’affido.

Per la partecipazione vedi: http://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-2394.html

Solitudine papà. L’esperto: “La rielaborazione dell’infertilità”

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di Elisabetta Baldo e Veronica Rossi – psicologhe

 (…) Quando il bambino non arriva, si apre una ferita molto dolorosa, e una impotenza di fronte alle fonti biologiche della vita. L’adozione si pone quindi come  una possibilità di continuare la specie su un piano mentale e culturale, ad altri livelli. Tutto ciò per un padre è molto difficile: se già a livello biologico egli contribuisce poco nella generatività, con la sterilità, specie se è a suo carico, può apparire meno motivato rispetto alla donna nella scelta adottiva. Ci vorrà per lui un’elaborazione più faticosa delle sue componenti invidiose e narcisistiche, mediante la quale, assieme ad una buona integrazione di coppia, cerchi di superare una visione limitata di sé, che rischia altrimenti di relegarlo a una posizione marginale nell’ambito dell’iter adottivo. (…) Questo eccesso di attività può essere letto come ansia e preoccupazione, non sapendo in altro modo esprimere un sostegno alla partner che condivide il progetto figlio.

(…) Dall’osservazione dei genitori adottivi il padre esercita un’importante funzione come compagno di giochi per il figlio, sicuramente diversa da quella materna. La stimolazione ludica è più fisica, compensando quella prevalentemente verbale della madre. (…) La qualità del rapporti padre figlio influirà sulle interazioni sociali che il piccolo avrà nel mondo dei coetanei a scuola, degli adulti appartenenti o meno al proprio mondo parentale allargato. Via via che i piccoli crescono, guardano sempre più al padre come modello rilevante per la loro abilità  a entrare in rapporto con persone estranee e affrontare situazioni nuove.  (…) Sembra infatti che quelli che hanno avuto l’occasione  di godere maggiormente di frequenti contatti con il padre siano anche quelli che in seguito riescono meglio ad affrontare situazioni nuove.

I bambini adottivi (…) non hanno a volte potuto sviluppare affatto l’attaccamento di sicurezza con i genitori. Proprio per questa loro esperienza pregressa a livello di compensazione, ricercano un più ricco rapporto proprio con quel genitore, il padre, che non hanno magari mai visto e conosciuto e che pertanto può essere fantasticato e vissuto come quello tra i due come il meno pericoloso riguardo al ripetersi dell’esperienza di abbandono subita. Nel ricordo dei più grandicelli ci può essere una figura maschile, solitamente negativa perché violenta o totalmente assente, ed allora è la madre ad essere ricercata…(…) Nell’esperienza di istituzionalizzazione è per giunta raro l’aver incontrato figure maschili…

“Al di là di ogni situazione, è comunque la serenità tra i coniugi nella loro relazione di coppia la determinante per una reazione affettiva positiva.”

 

(fonte:” L’importanza della figura paterna” – in “Storie di padri adottivi”, L’Ancora 2000)

Solitudine papà. L’esperto: “La paura dell’infertilità”

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Negli ultimi 17 anni gli spermatozoi maschili sono calati del 32%. Lo dice uno studio francese. Anche gli uomini italiani seguono il trend. Una ricerca del 2011 ha visto nei più giovani una diminuzione del 25% della consistenza. Ci sono poi tesi più ottimistiche che dichiarano che è difficile avere un campione rappresentativo adeguato: il numero degli spermatozoi varia da stagione a stagione e dipendono anche dal numero di giorni di astinenza. Sta di fatto che nelle coppie con difficoltà a procreare il 50% delle responsabilità è attribuibile al maschio.

Secondo il dott.Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto Europeo di oncologia intervistato dal Corriere (19/08/2013), non si tratta di un fenomeno nuovo. Da circa 40 anni si assiste alla progressiva riduzione degli spermatozoi. E sua opinione, da attento osservatore dell’evoluzione umana, che si starebbe andando verso la parità ormonale di genere. Avendo nel mondo moderno ruoli similari, uomo-donna stanno diventando intercambiabili e quindi anche la morfologia umana si sta adattando. Gli uomini smussano l’istinto del cacciatore e le stesse donne sviluppano un’aggressività utile a farsi strada nel mondo del lavoro, oltre che affrontare la prima gravidanza in età avanzata limitando il periodo di vita fecondo.

Il nuovo trend si adatterebbe alla regolamentazione della sovra popolazione del pianeta. Dice il dott.Veronesi: «Un ritorno al passato è improponibile. L’omologazione dei generi è un fenomeno positivo per l’umanità perché l’entrata in scena della donna con ruoli sempre più strategici non può che portare ad un mondo migliore, più giusto e più pacifico. Sta alla scienza il compito di contribuire alla risoluzione del problema dell’infertilità, come sta avvenendo grazie agli studi sulla fecondazione assistita, oggi sempre più necessità sociale. Ma la scienza non va ostacolata per ragioni ideologiche o di principio».

Per leggere l’intervista: http://27esimaora.corriere.it/articolo/umberto-veronesi-il-futuro-tende-alla-parita-anche-ormonale-dei-generi/

Solitudine papà. L’esperto: “Il ruolo complementare di padre e madre”

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di Elisabetta Baldo e Veronica Rossi – psicologhe

 

 

(…) Per molto tempo la psicologia ha ignorato i padri, pensando che la loro influenza fosse inferiore a quella della madre. Soprattutto nei primi anni dell’infanzia, la madre continua ad essere la figura dominante, il primo e più importante oggetto di attaccamento.

E’ un mito, a mio parere, la predisposizione biologica al comportamento genitoriale e così pure la disponibilità. La pura e semplice quantità di ore è assai meno significativa della qualità dell’interazione. E’ il modo in cui il genitore utilizza il tempo con il figlio che incide sul suo sviluppo. Il problema, allora, non è quanto tempo dopo il lavoro il padre dedica al figlio, ma che cosa fa con lui quando se ne occupa.

Sicuramente oggi più di ieri il padre dà maggiore valore al proprio ruolo educativo. (…) Anche il bambino influenza il comportamento paterno attraverso le modalità usate per entrare in relazione con lui. (…) I papà interferiscono sul comportamento materno e viceversa. E’ un fatto accertato che quanto più l’uomo sostiene la sua donna, tanto più quest’ultima è efficiente anche nel ruolo materno e che le coppie in crisi sono quelle più sottoposte ad avere dei rapporti difficili con i figli. E’ altrettanto vero che quanto più un uomo è sostenuto dalla propria donna nella sua funzione paterna, tanto più la eserciterà in modo proficuo per il figlio. (…)

(fonte:” L’importanza della figura paterna” – in “Storie di padri adottivi”, L’Ancora 2000)

La solitudine dei padri. L’esperto: “I padri che si mettono in gioco trasmettono la speranza nel futuro”

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Conferenza sul tema: “Chi è mio padre? La paternità come fattore educativo nella famiglia e nella società” – Family Happening Verona 2012. Sintesi dell’intervento della Dott.Anna Marazza – psicologa.

 

“Qual è il ruolo del padre in questo momento di emergenza educativa?”

La dott.ssa Marazza ha risposto che nella sua esperienza lavorativa incontra tanti padri di 40/50/60 anni che non riescono a guardare in faccia i loro figli. Forse perché anche gli adulti hanno bisogno di sentirsi contenuti in un rapporto più grande, ma non lo trovano e si sentono smarriti.

Per i padri, in particolare, mancano dei modelli di riferimento. La modernità sembra aver distrutto questa figura. Tutto il progetto educativo è in mano alle madri che sono bravissime, ma vanno oltre il loro ruolo di dare la vita e prendersi cura nei primi anni del bambino. La loro presenza è castrante quando il ragazzo cresce e deve essere accompagnato nel mondo. Questo ruolo è dei papà.

I padri, purtroppo, stanno rinunciando all’impresa perché sono incastrati nella loro piccola personalità, nel loro io. Hanno, insomma, difficoltà a rinunciare a loro stessi e non sono disponibili a “morire”un po’ per loro figlio. L’espressione “ti amo da morire” non è una banalità: significa che pur di andare incontro all’altro sono disponibile a rinunciare ad una parte di me. Ebbene questo i padri non lo fanno. Ed è una perdita duplice: perdita del padre che non crea un rapporto significativo con il figlio, perdita per il giovane che non trova nessuno che gli insegni il senso della vita.

Il compito del padre è, infatti, quello di trasmettere la fiducia nel futuro, che vale la pena vivere e mettersi in gioco, qualsiasi cosa accada. Se gli stessi padri sono sfiduciati, il messaggio che viene assorbito è negativo e crea un grande vuoto. Ciò giustifica il tremendo aumento della depressione infantile e l’immobilismo degli adolescenti.

 

Mi prendo io cura di te, ti do il senso per cui vale la pena di muoversi.

I ragazzi segnati dal disagio molto spesso hanno una carenza di padre. Che cosa dire ai padri? Che cosa dire ai figli?

Sono in forte crescita le coppie senza figli. Sono di solito coppie alla ricerca di un benessere materiale e al soddisfacimento nella carriera. In questo caso un figlio può essere un elemento di disturbo. Aumentano anche i single. Si tratta per lo più di uomini. Il figlio non lo vogliono perché sono concentrati sulla realizzazione di sé stessi. Le donne si salvano grazie al naturale istinto materno che le spinge ad esplorare il terreno della maternità. Ebbene questi uomini non hanno capito che un figlio è una delle occasioni più grandi per uscire dalla solita vita.

I figli non vogliono padri perfetti, ma solo adulti che ci siano e si mettano in gioco. Certo è più facile relazionarsi con un bambino piccolo, quello i tuoi difetti non li vede. I limiti aumentano con la crescita del figlio che ti inchioda di fronte alle tue responsabilità. Non bisogna avere paura dei propri limiti. Il ruolo dei padri è solo un accompagnamento per un certo tratto del percorso fino a che il ragazzo non troverà la sua strada e magari incontrerà altri adulti che lo accompagneranno in quel tratto in cui il padre non è in grado di farlo. In questo senso i padri biologici o adottivi che si mettono in gioco sono padri coraggiosi.

Tutti cercano l’appoggio di un padre e questi padri, ripeto, non devono essere perfetti. Anzi è guardando ai limiti del padre che il figlio cresce, è perdonando i difetti del padre che potrà diventare grande.

Dentro alle mamme si sta benissimo, ma c’è il rischio di morirci.

Il padre invece chiama alla vita: guarda me, ti insegno io come si fa. Senza il padre il figlio non vede l’orizzonte della vita.

Il neonato ci sta bene nella pancia della mamma, ma ad un certo punto cresce e lo spazio non è più sufficiente. Sente che è il momento di uscire. Ha paura dell’ignoto, ma spera che ci sia qualcuno ad attenderlo fuori. Così quando il figlio è adolescente ha bisogno di maggiore spazio oltre all’ambito familiare protettivo della mamma. Nella sua avventura fuori casa si aspetta che qualcuno ci sia ad accompagnarlo. Questo qualcuno è il padre. I padri garantiscono l’orizzonte, la speranza.

 

I figli hanno bisogno di padri che dicano: “Andiamo, vieni con me, ti farò vedere il mondo!”

Solitudine papà. L’esperto: “Il padre maturo è un padre che impara”

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di Elisabetta Baldo e Veronica Rossi – psicologhe

I padri imparano sempre qualcosa dai figli e conseguono una maggiore maturità. La paternità può accrescere il livello della propria autostima quando ci si rende conto di rispondere in modo appropriato e valido ai compiti e alle responsabilità che essa comporta. Può, per contro, mettere in luce e in risalto i limiti e la propria debolezza, determinando momentanee condizioni di disagio e di disorientamento. Una delle prime cose che un padre impara dai figli è la capacità di mettere a confronto e di adattare i propri bisogni con i loro.  (…)

Diventare padri è un processo graduale che fa prendere coscienza degli impegni e delle gioie che scaturiscono dalla decisione di assumere un nuovo ruolo familiare. Le decisioni che riguardano il fatto di avere o no un figlio, di provare ad averlo o di adottarlo, sono decisioni che si prendono ancor prima della gravidanza biologica o adottiva e sono tutti aspetti di un periodo di transizione che porta alla paternità.

Il desiderio di paternità può essere visto come un tentativo di sopravvivenza sia della persona stessa sia della stirpe (..) L’uomo riattualizza così i bisogni infantili frustrati di riproduzione sotto l’impulso di un atto socialmente maturo quale quello del matrimonio.

Affinchè l’uomo strutturi una buona relazione con il proprio figlio, deve avere la capacità di trasformare le fantasie infantili e narcisistiche in una relazione paterna matura.

(fonte:” L’importanza della figura paterna” – in “Storie di padri adottivi”, L’Ancora 2000)

Solitudine papà. L’esperto: “Il papà ha il diritto di sbagliare”

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Tratto da “Il padre non è perfetto” di Gilberto Gobbi, Vitanuova Editrice 2004

“Gli psicologi parlano, analizzano, ma sono i genitori  a vivere la realtà educativa quotidiana” – Gilberto Gobbi, psicologo-psicoterapeuta-sessuologoclinico.

 

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Di deprivazione del padre non possono parlare solo i nostri figli. Ci sono vari tipi si presenza/assenza.

La presenza ideale è quella dove il padre partecipa ai vari livelli di vita della famiglia ponendosi in giusta relazione con moglie e figli per la creazione di un clima psicoaffettivo dove ognuno trova il suo ruolo e senso di coesione.

Ma ci sono casi in cui il bambino non potrà mai conoscere il suo papà come in caso di morte o altre circostante. Il bambini si porterà comunque un’immagine idealizzata del padre. E‘ molto importante il periodo in cui il bambino perde il papà. Se ciò accade nella prima o seconda infanzia gli effetti si renderanno visibili nelle fasi successive della crescita: il bambino potrebbe avere problemi di autostima e difficoltà di identificazione psicosessuale.

Se la perdita del padre avviene nella pubertà, invece, il danno psicosociale a lungo termine si presenta con minore intensità anche se si possono rilevare stati di sofferenza e una sensazione d’incompletezza.

 

La ricerca delle origini e il perdono.

Nel caso dell’adozione è molto importante conciliarsi con il passato.

“Chi sono io? La persona è il prodotto delle sue radici, della sua origine e perviene alla consapevolezza di se stessa se riesce a percepirsi e a sentirsi parte integrante di una tradizione, di un passato che è prima di lei, ma che continua in lei e si prospetta in futuro. (…) All’origine stanno il padre e la madre, e prima di loro altri padri e altre madri. Sembra esserci una legge inscritta nel profondo della persona, come tendenza, secondo cui nessuno debba sentirsi ingannato sulle proprie origini. Sapere, conoscere, sentire le proprie origini, accettarle come parte di sé, metabolizzarle come essenza di sé. Garantiscono la possibilità di vivere in armonia con se stessi, attraverso le trasformazioni delle situazioni, utilizzandole come dinamismo per vivere bene come unità.”

L’esigenza della ricerca delle origini è molto forte nei ragazzi adottati: “Anche se cercano di capire  e di giustificare, si sentono respinti…” e aumentano le tensioni in famiglia. “Nell’adolescenza ci fu una crescente tensione con esplosioni conflittuali nei confronti dei genitori adottivi ed Angela manifestò una volontà ossessiva di voler ricercare i suoi genitori naturali (…) la sua instabilità riusciva a destabilizzare qualunque ambiente da lei frequentato. In casa vi era l’inferno.”

Dove c’è un bimbo c’è un padre. Le due figure sono interdipendenti. Ogni generazione ha un debito con quella precedente. L’io chiama alla responsabilità adulta di accettare e accettarsi, alla consapevolezza dei propri limiti e alla fantasia del loro superamento. Possiamo quindi dire che il momento di passaggio all’età adulta si ha quando al padre immaginario interno a ciascuno di noi si sovrappone il papà reale con tutti i suoi limiti.

“Il padre va ridimensionato come realtà oggettuale interna, va visto nei suoi aspetti positivi e negativi: spesso sono quelli positivi che vanno scoperti, per accettarlo così com’è, attraverso l’accettazione della propria storia e delle proprie radici. (…) Anche i padri, come per i figli, vanno accettati e amati per come sono.”

 

Il padre nella coppia

“Di norma, una madre che vuole fare anche da padre al figlio, non svolge bene né la funzione di madre né quella di padre.” 

Quando il figlio arriva si inserisce in un rapporto di coppia preesistente dove le dinamiche relazionali sono già strutturate: “Nel processo di maturazione della coppia i due, come dovrebbero confermarsi nel ruolo differenziale di marito e di moglie, così dovrebbero riconfermarsi nel ruolo di padre di madre.”

Ci siamo focalizzati sul ruolo che dovrebbe avere il papà. La cultura di oggi indica un padre affettivo che supera i vecchi canoni dell’autoritarismo per essere un padre autorevole. I contenuti di tale ruolo cambiano a seconda del contesto sociale e culturale. Vi è però un istinto interiore all’uomo che lo porta ad assumere una certa funzione paterna che esula dai modelli esterni. Secondo Gobbi  le due predisposizioni materna e paterna fanno parte dell’essenza stessa di essere donna o uomo: “ La storia dei vissuti personali può determinare una diminuzione dell’intensità, un soffocamento, ma mai un  annullamento di tali predisposizioni.  (,,,) E’ a questa radice che si rivolge il figlio per la conoscenza della sua storia ed è a questa predisposizione che chiede l’attuazione della funzione paterna. Non per nulla quando il padre manca, il bambino si rivolge ad altre figure, che svolgano la funzione paterna sostitutiva o vicaria e che diano le risposte emotive ed affettive di cui ha bisogno.” Si parla quindi della confusione creata nel figlio in un contesto di inversione dei ruoli: “L’inversione dei ruoli dà costantemente un rimando conflittuale al figlio, che non riesce ad identificare le figure parentali e incontra difficoltà nella propria identificazione.

“Alla base della soggettività paterna vi è il rapporto che lega il genitore alla donna, madre del proprio figlio.“ Questo perché, mentre tra madre e bambino non vi è alcuna mediazione, tra papà e bambino il ruolo paterno è mediato dalla moglie. In questo senso i papà devono trovare una loro collocazione affettiva e fisica nel rapporto mamma-bimbo.

 

Crisi dei padri

E’ ferma opinione di Gobbi che i padri debbano riappropriarsi del diritto di sbagliare. 

Esiste un modello di padre legato alla cultura del momento e un modello di padre interiorizzato che si stacca dai modelli circostanti e diventa personalizzato. La crisi dei padri si colloca in questa mancanza d’incontro tra i due modi di essere padre, per cui un padre si può sentire giudicato, diminuito nel suo ruolo e della sua funzione perchè i nuovi orientamenti vanno a complicare la sua relazione col figlio. I padri di oggi si sono trovati impreparati e gestire critiche  e non sono capaci di mettersi in discussione. Per questo in molti casi preferiscono l’assenza  e rinunciano al loro ruolo. Una cosa è certa: anche se il figlio rifiuta il padre, in realtà lo cerca e lo vuole, ha necessità di ricevere attenzioni, indicazioni, orientamenti e ordini.

 

Le esigenze dei bambini dai 6-10 anni.

E’ il periodo della scuola elementare dove si affrontano i primi impegni sociali e personali. Non spetterebbe solo alla madre il ruolo di seguirlo nei compiti, ma ci vorrebbe corresponsabilità.  E’ una continua rielaborazione degli obiettivi educativi e confronto con la moglie. Il bambino critica e confronta i papà dei suoi amici. “Il padre può essere quella figura altra  – ancora onnipotente  in questa età del figlio, che prende per mano, accoglie, contiene, comprende, spiega, facilita l’avvio e il percorso, affinchè il figlio dia un nome alle proprie emozioni, nei loro aspetti positivi e negativi.“

 

Le esigenze degli adolescenti

Siamo nel periodo che oscilla tra il senso di inadeguatezza e adeguatezza e la frequentazione dei vari sistemi di appartenenza: famiglia, pari, adulti. “Lasciare fare tutto, leggere tutto, vedere tutto, gestire i propri orari, permettere di rispondere in malo modo e aver paura degli eventuali comportamenti aggressivi o che se ne vadano di casa sono una chiara abdicazione dei genitori alla loro funzione e al loro ruolo.”

Aggiunge Gobbi: “ Il padre di fronte a comportamenti e atteggiamenti del figlio che ritiene disfunzionali deve essere esplicito nel manifestare il suo pensiero, che può divergere da quello del figlio, avendo presente che comprendere non significa approvare. (…) Il non detto, il tacere, il mugugnare sono la base dei fraintendimenti e invischiano le persone in relazioni confuse che sfociano in malintesi e conflitti. Occorre chiarezza nel positivo e nel negativo.

 

“L’esser padre è un valore e avere un padre è un valore”

Solitudine papà. L’esperto: “Come cambia il ruolo dei padri”

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I papà di oggi sono diversi dai papà di ieri. La solitudine dei padri è nella mancanza di modelli che gli uomini hanno per affrontare la paternità in maniera consapevole. C’è tutto da inventare. In questo senso i papà adottivi sono sullo stesso piano dei papà biologici. Anzi, spesso la traversia della sterilità di coppia li rende da subito più consapevoli del loro compito di sostegno alla compagna e di educazione del bambino che entrerà in famiglia. Lo studio che segue è in alcune parti riportato integralmente, in altre abbiamo preferito fare una sintesi.

di Tamara Marchetti – da Psico-Pratika anno 2012

 

Definizione di padre e paternità

“Il padre è quell’uomo che, insieme a una donna, procrea un figlio oppure quell’uomo che, facendo richiesta insieme alla propria consorte, ottiene dalla legge l’affido e/o l’adozione di un minore.

La paternità invece è un processo inter e intra-soggettivo che si costruisce prima sul rapporto intrapsichico del padre nei confronti del figlio, poi nella relazione interpersonale che egli instaura con la prole. Possiamo pertanto affermare che la paternità inizia con la gestazione della compagna, o comunque con l’attesa del figlio; ad esempio quando non è un figlio naturale la paternità si costruisce a partire dal principio dell’iter burocratico (facendo domanda di affido e adozione).

L’uomo prossimo a diventare padre non “vive” le modificazioni corporee legate alla gravidanza. Tuttavia, dal momento in cui riceve la comunicazione dell’attesa del nascituro, comincia a percepire che il figlio “cresce” dentro di sé. È nel solco di questa attesa che va via via costruendosi la paternità.

Il momento della nascita del figlio (o dell’incontro con lo stesso in caso di affido e adozione) coincide, e determina, la nascita del padre.

In altri casi ancora, il padre è solamente biologico, ovvero colui che contribuisce alla procreazione, senza poi assumersi altre responsabilità sul piano relazionale. Sono questi i casi in cui un padre non vive la propria paternità.

 

Le difficoltà nella paternità (sintesi)

Si parla molto della depressione post partum per la donna. Poco si dice del passaggio dell’uomo da compagno a papà, fase che fa parte del ciclo vitale e di una nuova redifinizione del sé. La maggior partecipazione dell’uomo nella gestione del figlio gli può far vivere un profondo senso di inadeguatezza: “Sono paure del cambiamento, ansie di invischiamento, gelosie nei confronti della compagna o difficoltà legate all’assunzione di un nuovo e complesso ruolo che va lasciando alle spalle la leggerezza della giovane età.” Il problema è che nessuno gli ha mai insegnato a prendere contatto con i propri sentimenti ed emozioni.

 

L’identità paterna e i cambiamenti all’interno della coppia e nella famiglia allargata (sintesi)

Continua la dott.ssa Marchetti: “La paternità oggi non è più esclusivamente definita e costretta all’interno di una rigida separazione dei ruoli.” Da subito il padre si prende cura del cucciolo, biologico o adottivo, assumendo molteplici funzioni, non più solo punitive educative o ludico ricreative come in passato.

L’arrivo di un bambino per quella coppia diventa un momento unico e irripetibili che fa scaturire flussi di emozioni: “Diventare genitori significa affrontare una costellazione di cambiamenti che riguardano se stessi, la coppia e la famiglia di origine.

Nel rapporto con se stessi vanno emergendo nuove responsabilità: d’ora in poi non si crescerà più solo per se stessi ma lo si dovrà fare anche “nel nome del figlio”. Questa nuova e piccola vita dipenderà totalmente da noi.

Il rapporto di coppia cambia pelle, da diadico diviene triadico. Lo spazio relazionale si arricchisce di un “terzo” che determina l’assunzione di un nuovo ruolo da parte dei due partner: quello di padre e quello di madre. Il rapporto tra i due diverrà più articolato e complesso, muovendosi lungo le direttrici dell’essere genitori e dell’essere coppia, nella consapevolezza che l’equilibrio tra i due ruoli non deve mai vacillare (né i confini sfumare).

Infine nel rapporto con la propria famiglia d’origine vanno rimodulati gli assetti relazionali. D’ora in poi non si è più solo figli ma anche genitori a propria volta. Tale passaggio evolutivo richiede nuovi “spazi di manovra” in quanto ad autonomia e maturità.”

Inoltre non esiste più una netta suddivisione dei ruoli e i due genitori sono in molti casi intercambiabili nella cura del bambino: “Il biologico prevede che la maternità sia territorio esclusivamente riservato al femminile. L’asse psicologico invece sposta l’attenzione dall’individuo “madre” alla coppia madre-padre. In questa nuova configurazione familiare il padre diventa coprotagonista, insieme alla madre nello stabilire regole intrafamiliari e nella scelta del tipo di educazione da impartire al figlio.”

 

Cosa s’intende allora per “solitudine dei padri”?

Manca un modello a cui rifarsi. La paternità si costruisce allora per tentativi ed errori. Riportiamo l’intera riflessione della dottssa Marchetti : “Il padre di oggi, emotivamente e fisicamente più presente e partecipe fin dal principio nei confronti dei figli, non trova nel proprio padre e nel rapporto avuto con lui uno stile relazionale imitabile, che funga cioè da modello di riferimento. Diventare padri è frutto di un percorso psicologico che si compie attraverso la costruzione del ruolo genitoriale. Questo si tratteggia sulla base di un processo di apprendimento. In tale contesto apprendere significa acquisire modelli comportamentali e far proprie capacità interattive e di pensiero.

L’apprendimento può avvenire attraverso l’insegnamento, nel rapporto “padre-figlio” o “maestro-allievo”, oppure per prove ed errori, quindi per tentativi.
Mettersi alla prova e imparare dai propri errori per acquisire comportamenti adeguati. Inoltre si può apprendere per imitazione. Prendere spunto da quanto visto fare da qualcun per replicare il “modello osservato”.

Nel corso del tempo la paternità si è principalmente sorretta sul modello imitativo: “Sono con te, quello che è stato con me mio padre”. Oggi questo modello di paternità non è più realizzabile in quanto anacronistico. Certamente la nuova generazione dei padri sta sensibilmente prendendone le distanze.
D’altro canto la mancanza di un modello di riferimento esterno (e interiorizzato) da imitare comporta un importante vissuto di solitudine per il neo padre.”

 

Paternità consapevole (sintesi)

“Diventare padri da un punto di vista biologico ha poco a che fare con la maturità psicologica di un uomo. Assumere invece con consapevolezza il ruolo paterno sancisce il passaggio verso la maturità e l’affermazione della propria condizione adulta.”

Per un eventuale aiuto all’uomo in questa fase di passaggio è utile lavorare sull’intrapsichico, partendo dal suo vissuto da bambino. Si invita la persona a immaginare che cosa pensasse suo padre quando lo stava aspettando. In questo modo l’uomo esplora le aspettative, preoccupazioni e paure nel diventare padre e acquista una nuova consapevolezza. (Segue un caso clinico di una paternità difficile).

Per leggere l’articolo completo:  http://www.humantrainer.com/articoli/nascita-del-padre-biologia-psicologia.html

Anna Genni Miliotti: “Una famiglia un po’ diversa tra realtà e luoghi comuni”

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Anna Genni Miliotti,  scrittrice ed esperta di adozione,  ha il grande pregio di semplificare le cose e di mostrare quel lato dell’adozione luminoso che c’è all’interno di buona parte delle nostre famiglie. E’ un invito ad essere positivi anche nei momento bui, senza drammatizzare, consapevoli  che nell’ordinario rapporto genitori e figli può succedere anche questo.

Di seguito la sintesi dell’intervento della dottssa Miliotti in occasione Convegno CEA tenutosi alla Camera dei Deputati – Roma – il 24 febbraio 2013.

Quando mi chiedono, in TV o per qualche rivista o giornale, di definire la famiglia adottiva in poche parole, non è difficile: “una famiglia un po’ diversa” dico, citando il titolo di uno dei miei primi libri. Perché di famiglia si tratta, una famiglia al pari delle altre, ma diversa in quanto i legami tra genitori e figli sono affettivi e non di sangue. Facile? No, perché l’interlocutore se ne esce poi, immancabilmente con il solito: “Bravi! Voi sì che avete fatto una bella azione!”. Bella azione? Io parlavo di “famiglia” e non di un’opera di beneficenza.

Questo la dice lunga sulla comprensione ma anche sul grado di cultura diffusa che c’è intorno alla realtà dell’adozione. Per lo più i genitori adottivi sono visti come dei “benefattori” ed i figli adottati come dei “salvati”; il che significa che dovrebbero dire “grazie” ed essere riconoscenti tutta la vita! Non sarebbe certo una partenza adatta per costruire una famiglia “sana”, come tutte le altre, dove i conflitti generazionali o no, sono all’ordine del giorno. Eppure siamo tanti: si parla di 150.000 adottati. Ma se allarghiamo il conto a tutte le persone “touched by adoption”, ossia ai familiari (nonni, zii, cugini, ecc.) e agli amici più stretti, si può arrivare anche a più di un milione di persone che potrebbero insegnare al mondo intero cosa si intende quando si parla di famiglia adottiva.

E’ quella che nasce per un progetto di genitorialità, ma anche di famiglia allargata. Nessuno ne parla, ma nelle mie lezioni all’università mi piace sottolinearlo: la percentuale di chi adotta avendo già un figlio o più, è salita costantemente negli ultimi anni fino a raggiungere il 15,4% del totale. E invece si continua a parlare di infertilità, di necessità di “elaborazione del lutto”… Ma lutto di cosa? Nessuno è morto!

In alcuni casi potremmo parlare di perdite, ma in altri casi semplicemente di un progetto genitoriale diverso, basato anche sull’accoglienza. Purtroppo non abbiamo ricerche che scavino in profondità nel fenomeno. Tutto, e lo dico da sociologa, è solo e sempre in mano ai terapisti. Così che i media e l’opinione pubblica ci sguazzano: chi adotta è pieno di traumi, e chi viene adottato pure. Ne consegue una famiglia che avrà bisogno di terapia per tutta la vita!

Ed è l’immagine che vediamo sulla stampa, e continua a non piacerci perché non corrisponde al vero. Non leggiamo mai che gli adottati (come dimostra una ricerca inglese) sono tra le persone più determinate nella vita, quelle che riescono a raggiungere veri successi nello studio e nella professione. Ma ci leggiamo invece dei fallimenti, dei ragazzi che finiscono per essere rifiutati e finiscono in comunità.

Forse una maggiore cultura potrebbe dare una visione più corretta e positiva del “fenomeno”, perché positivo lo è. Adottare non significa risolvere i problemi dell’infanzia abbandonata nel mondo, ma aprire il proprio cuore, la propria casa, a un bambino che una famiglia non l’ha più. Significa accogliere ed amare come proprio un figlio che non è nato dalla tua pancia, ma da quella di un’altra mamma. Sarebbe bello, quando mi intervistano e mi fanno la solita domanda: “Ha delle storie dure di adozione?” Poter rispondere semplicemente. “No, perché non ce ne sono più che nelle altre famiglie.”

Certo la complessità esiste, l’adozione non è un progetto facile. Talvolta c’è bisogno di accompagnamento, ma i genitori adottivi lo sanno, e sono quelli che più cercano una risposta nei momenti difficili. Ma talvolta la cercano troppo lontano, e si scordano di attivare quelle risorse genitoriali che possiedono naturalmente, come tutti i buoni genitori. L’abitudine a mettersi in discussione, ad essere più esaminati che accompagnati, tipica del percorso adottivo nel nostro paese, finisce con l’addormentare quell’istinto di maternità e paternità latente, che attende solo di essere attivato.

Cito il caso di una mamma, che avendo adottato una bambina piccola, che non voleva mangiare e cresceva poco, se la mise, legata con una forte sciarpa, sulla schiena. La teneva così, sempre attaccata a sé, tutto il giorno, per molti giorni, finché i disturbi che aveva non scomparvero naturalmente. La bambina aveva solo bisogno di contatto fisico, e la mamma, senza saperlo, aveva utilizzato una tecnica che viene insegnata per aiutare i bambini nati prematuramente. Ma lei non l’aveva imparato in nessun libro e in nessun corso:  aveva semplicemente ascoltato il suo forte istinto materno.

Sarebbe davvero importante poter abbandonare i luoghi comuni, che difficilmente corrispondono alla realtà dell’adozione, per poter costruire una vera cultura, che ancora manca, e per la quale in tanti lavoriamo. Quella cultura che farebbe star bene tutti i componenti di una storia di adozione, e soprattutto i figli adottivi, che non dovrebbero, tutte le volte, star lì a spiegare da dove vengono e perché. Finalmente si sentirebbero meno soli ed incompresi. E’ importante per una crescita armoniosa e sana.

Per questo progetto, lo sapete, io ci sono!

Cile. Intervista ad Ethel – III parte: “Cosa dire o non dire ai figli sui genitori di nascita”

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D. Se tu fossi una mamma adottiva, conoscendo a fondo la realtà delle donne cilene, cosa diresti ad un bambino di 10-12 anni che ti chiede informazioni della mamma biologica? E ad un adolescente?

R. In Cile i bambini dati in adozione internazionale hanno più di 5 anni per cui sanno bene di essere stati adottati. Come ho detto prima, sono stati preparati e hanno elaborato la loro storia personale.  Non resta che dire la verità. Alcuni ricordi ritorneranno, ma anche se il piccolo non li ha, mantiene una memoria interiore lontana. Ci sono molti bambini che desiderano  ricominciare e cancellano la loro storia in Cile (hanno ragione, chi vorrebbe ricordare un periodo tanto duro e doloroso?). Altri idealizzano la famiglia biologica. L’importante è mantenere un’immagine accettabile dei loro genitori o familiari di origine, spiegando le cose come stanno, a seconda dell’età del minore. Inizialmente si dovrebbe spiegare che la mamma non aveva i mezzi per tenerlo (economici, psicologici, sociali…). Spiegare che anche la storia della mamma è stata segnata da un abbandono  e che per questo non è stata capace di amare, che non ha avuto l’appoggio di nessuno, che quando questo aiuto le è stato offerto era troppo tardi per farle capire, che non aveva abbastanza autostima per superare questa mancanza.

Qualsiasi sai il motivo dell’abbandono è necessario spiegarlo, con parole semplici, usando le informazioni che vengono fornite dagli operatori. I bambini non perdoneranno mai una bugia, anche se detta con buone intenzioni, i genitori pagheranno caro se nasconderanno la verità o cercheranno di occultare informazioni. Dosando parole e fatti si deve raccontare la vera storia, se è dolorosa si deve accompagnare il bambino nell’accettare la sofferenza. La presenza costante e certa e l’amore incondizionato dei genitori è fondamentale. Alle coppie che accompagno dico che si deve fare chiarezza tra papà e mamma di origine e papà e mamma, spiegandolo ai figli . In questo modo i bambini possono capire molto meglio lo stato di genitori adottivi. 

D. Quali sono, secondo te, le cose importanti che dovrebbe sapere una coppia che sta adottando un bambino cileno per creare un rapporto migliore con il figlio?

R. Per prima cosa devono trattarlo come figlio, senza pensare alle sofferenze che ha patito in precedenza. “Poverino” – è fatale per iniziare una relazione padre e figlio, non finirò mai di ripeterlo. Il minore adottato necessita di genitori che lo accettano per quello che è e questo va espresso attraverso gesti di amore fisici e verbali (contatto fisico, abbracci, baci, parole affettuose..) e attraverso la fermezza nell’impartire norme e regole proprie di ogni famiglia. Devono essere genitori che si assumono il ruolo di genitori sul serio, che si sentono genitori, che ascoltano il loro cuore per trovare la determinazione per relazionarsi con il figlio. Che si sentano sicuri nel loro ruolo, che non abbiano paura di sbagliare (tutti i genitori sbagliano), che ricordino la loro vita, la loro crescita , la relazione con i loro genitori. Ciò li aiuterà a interpretare le decisioni che presero i loro genitori così potranno migliorarle. Inoltre devono giocare molto con i figli e per farlo dovranno recuperare il bambino che è dentro di loro, ridere molto con i loro bambini, ogni tanto uscire dal ruolo serio di adulto per riappropriarsi del ruolo di genitori dopo il gioco (se nel gioco i bambini si manifestano aggressivi, correggerli subito). Animare e  sostenere i figli rafforzandoli nella sicurezza e nel controllo della loro forza , pensiero e azione. E’ importante che il figlio si senta amato. I genitori devono essere uniti  con criteri comuni in fatto di educazione e formazione. La divisione provoca grandi danni: se il papà è permissivo e la mamma più severa ciò permette al bambino di manipolare la relazione. I genitori devono formare un’alleanza in modo da far introiettare questo sentimento nei bambini in modo naturale. I bambini diventeranno come i loro genitori! Se non sono indirizzati verso un fine comune, la relazione con il figlio sarà molto difficile. Penso che quando un minore non trova stabilità sono gli adulti che si devono interrogare, chiedersi dove stanno sbagliando. Un figlio che sin dall’inizio sa che un no è un no, che sa interpretare lo sguardo di mamma e papà, potrà controllare meglio il suo impeto. Sapere che mamma e papà sono più forti di lui significa che sono in grado di proteggerlo, difenderlo e amarlo. Quando i genitori mostrano stabilità  e non si alterano né si spaventano di fronte alle prove, i minori capiscono che qualsiasi cosa facciano non avranno quello che vogliono. In breve, amore e fermezza.

D. Sei in contatto con ragazzi cileni adottati in Italia? Cosa ti raccontano?

R. La maggior parte sta bene, hanno imparato a vivere e superare la loro storia. Mi rallegra molto quando su facebook parlano dei loro genitori con amore. Ciò significa che hanno saputo integrare la loro vita, inclusa l’ombra dell’abbandono. Si sentono accettati!

In alcune occasioni ho dovuto aiutare giovani adulti adottati da piccoli a coniugare la storia personale. E’ una bel compito. Lo considero un onore quello di rafforzare pensieri, di far diventare idee fissate più gestibili e docili in modo da permettere di vedere la storia da un’altra prospettiva, di trasformare la sofferenza che ha pesato per tanti in anni in esperienza positiva. Il grande problema è che nessuno ha insegnato che le esperienze, dolorose o negative, sono insegnamenti da cui c’è sempre qualcosa da imparare e che possono influire positivamente sulla nostra vita e su quella dei nostri cari. Ci sono ragazzi che ancora si trascinano nel pensiero di essere cattive persone o colpevoli di qualcosa, includendo il risentimento per fratelli e sorelle con le quali furono dati in adozione. Nel profondo di se stessi sentono di non meritare di essere amati perché ancora non hanno imparato ad amarsi ed accrescere la loro autostima. Qui c’è l’errore iniziale dei loro genitori che all’inizio non hanno dato loro le cure necessarie per trasformare tale sentimento. Come dicevo, all’inizio sono necessari fermezza, molto amore e supporto per le conquiste fatte. I confronti tra fratelli sono fatali, causano molto danno e separazione.

 

Cile. Intervista ad Ethel – II parte: “Come si forma la nuova famiglia tra aspettative di genitori e figli”

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D. Dopo l’incontro, quali sono le difficoltà, secondo te, che le famiglie incontrano appena costituita la nuova famiglia?

R.Le coppie arrivano con una preparazione teorica, hanno frequentato corsi, ma la realtà ha un altro effetto. Per tutta l’esperienza che possano avere con i loro nipoti, i due coniugi non hanno l’esperienza di “genitori”. I genitori educano e formano, gli zii coccolano. I piccoli  che incontrano non sono come i bambini a cui sono abituati. I due adulti possono aver immaginato comportamenti dettati dalla frustrazione però credo che nessuno abbia spiegato loro in che cosa consistono le scenate, la forza fisica che possiedono questi bambini e la rabbia che in alcune occasioni trasmettono nei loro gesti e parole. Per cui quando lo affrontano per la prima volta è un colpo molto forte. La prima cosa che pensano i due neogenitori è che il minore abbia qualche problema psicologico-psichiatrico. Alcuni cominciano a cercare su internet per avere una spiegazione di queste reazioni. Un’altra cosa che colpisce i due neo genitori è che dopo tali reazioni violente, i bambini diventano molto affettuosi con loro. E’ difficile da capire. Il meccanismo di difesa che usano i piccoli appare in qualsiasi momento, di fronte ad un no, soprattutto nella tappa di provocazione e messa alla prova dei due adulti. Per questo i genitori hanno timore di imporre piccole regole, pensano che insistere possa portare ad un rifiuto da parte del bambino nei loro confronti.

Una delle cose più complicate è contenere un bambino dal comportamento iperattivo poiché non ascolta e sempre fa quello che vuole. Alcuni genitori pensano che sia una problematica ingestibile, ma ho visto dei grandi cambiamenti nei minori soprattutto quando la coppia con pazienza e perseveranza da loro sicurezza e disponibilità incondizionata. Come tutte le nuove relazioni che iniziano ci sono i tempi dell’aggiustamento. Per i genitori è la perdita del loro spazio di coppia dato che nel momento in cui mettono piede in Cile hanno a che fare, per tutto il giorno, con un bambino che tengono sempre al loro fianco. Situazione che da una parte li gratifica, dall’altro li invalida come persone. Per il minore non è da meno: la prima tappa è difficile con due genitori che 24 ore al giorno ti guardano, ti accompagnano e ti insegnano nuove abitudini e comportamenti, per la prima volta nella vita del bambino… Per la prima volta comincia anche a capire che il mondo va al di là delle pareti dell’istituto dove ha trascorso la maggior parte della sua esistenza. E’ un momento di grande scoperta, contrasti, varietà di sensazioni. Capisce che può ottenere molto con un comportamento equilibrato. Imparare a controllare tutta l’ira dell’abbandono trattenuta per anni è difficile, ma non impossibile.

D. Dalla tua esperienza, che cosa si aspetta la coppia? Che cosa si aspetta il bambino?

R. Nei coniugi che arrivano c’è l’idea che il piccolo necessiti di molto amore, abbracci e baci. Talvolta, invece, ci sono bambini che rifiutano tanta dimostrazione di affetto e rispondono con l’aggressività. Senz’altro queste dimostrazioni sono importanti e necessarie, ma devono essere dosate altrimenti si rischia di soffocarli. Tutto si ottiene attraverso il gioco, spazio nel quale si ha l’opportunità di abbracciare, baciare e toccare fisicamente, lasciando spazio, ma emanando senso di sicurezza. Si possono indicare a parole e in teoria le problematiche e reazioni di un bambino che ha sofferto l’abbandono (senza indicare altre vicende di abuso) ma non sarà mai abbastanza per spiegare che nella realtà hanno lasciato una traccia indelebile che rimarrà sempre (attraverso la memoria affettiva). Prima delle risposte verbali o non verbali dei piccoli i genitori adottivi devono scoprire che sentimenti e paure stanno alla radice di tali comportamenti. A volte si aspettano bambini ad immagine dei bambini italiani che conoscono. A volte mi dicono che si aspettavano reazioni forti, ma non con quella intensità e forza che vedono nei loro figli, reazioni che provocano in loro  molto spavento.  Temono che non sia una reazione passeggera, ma un problema psichiatrico permanente.

Si aspettano bambini che dipendano completamente da loro, che chiedano aiuto per vestirsi, per lavarsi e giocare. Invece trovano bambini che insistono ad arrangiarsi, bambini che non accettano consigli per ottenere buoni risultati sebbene abbiano a che fare con giochi o cose che non conoscono. Si aspettano che i bambini siano obbedienti, che capiscano che il buon comportamento verrà ricompensato, ma ci sono bambini che dicono sempre no a quanto proposto dai genitori, per il  solo piacere di opporsi. Questo è un argomento su cui i genitori non vengono preparati.

I bambini, d’altro lato, si aspettano genitori che facciano tutto quello che desiderano, come se fossero Babbi Natale, che comprino tutto, giochi, dolci etc… Sanno che sono i loro genitori ma dovranno guadagnarsi il loro rispetto. Hanno bisogno di genitori in grado di dimostrare amore, ma anche fermezza. Nel loro intimo sta l’idea che se i loro genitori sono troppo accondiscendenti e loro bambini sono troppo forti, nel senso che ottengono tutto quello che desiderano, questi genitori non potranno proteggerli né difenderli. Per questo i genitori  dal primo momento devono mettere in chiaro le regole per formare il proprio figlio, come fa qualsiasi genitore. Il pensieri più sbagliato che un genitore può fare è il seguente: “Poverino, ha sofferto tanto!”. Alle coppie che seguo insisto nello spiegare che ciò conduce a fare solo danni da ambo le parti.

D. Da quello che vedi, quali sono le motivazioni più comuni per cui un bambino viene dato in adozione?

R. In generale i minori arrivano ad un centro di protezione per negligenza materna e paterna, quando esiste un padre, molto spesso legato all’uso di alcool e droghe da parte di entrambi. La maggior parte dei genitori ha avuto le stesse esperienze da piccoli, è una catena. C’è una buona parte di famiglie di origine dove la nonna tiene i i nipoti come è successo a loro. Oggi giorno ci sono casi più gravi di abuso da parte di conviventi delle madri, zii e degli stessi padri biologici. Una volta che il minore è nel centro di protezione, durante i primi mesi alcuni parenti lo vengono a trovare, ma quando le visite diventano controproducenti il Tribunale impone la sospensione su indicazione degli operatori. Nella maggior parte dei casi sono le istituzioni che sollecitano  l’adottabilità del minore per cui questo significa che si deve dimostrare la negligenza e la mancata cura dei genitori di origine.

D. Quanto è importante la figura della donna nella famiglia cilena? Quanto quella dell’uomo?

R. Una famiglia cilena comune, considerando che siamo un paese a maggioranza cattolica, funziona normalmente e con responsabilità, senza distinzione di fasce sociali. E’ usuale che entrambi i genitori lavorino per sostenere le spese. Quando la mamma rimane a casa  è lei che assume maggiore autorità sopra i figli. Ma c’è un gran numero di madri single. In generale i padri di questi minori non li hanno riconosciuti, sono i nonni materni che aiutano figlia e nipoti.

Nel caso dei bambini istituzionalizzati, nella maggior parte dei casi hanno solo una mamma o una nonna di riferimento. In questo tipo di famiglia di origine, il padre è assente. Alcuni uomini riconoscono i figli, ma poi spariscono. Le madri sono giovani, hanno vissuto a loro volta l’abbandono e la mancanza di un padre. Sono nuclei che mancano di una vera forma di educazione, nella povertà estrema, alcolismo, uso di droghe, in presenza di violenza e abusi. Si tratta di donne che non sanno ciò che significa vivere in maniera stabile, e che passano da un partner ad un altro, in un rapporto di coppia dove l’aggressione è molto comune. Non avendo mai sperimentato l’essere amate, non sanno amare a loro volta. Le loro relazioni sono brevi e instabili. Per questo molto spesso hanno figli con uomini diversi. Sono donne che potrebbero ricevere aiuto dallo stato per una maternità gestita ma che non si presentano ai consultori.

Mettere al mondo un bambino non è un fatto che le preoccupa, al contrario, talvolta è un modo per legare a sé un uomo così le mantiene assieme ai figli anche di altri uomini. Così trascorrono la loro vita trasferendosi da un posto all’altro a seconda dell’uomo del momento lasciando i figli da familiari o amici o nei centri di protezione per minori. I bambini che vivono nei centri per minori vengono raccolti per strada o su segnalazione dei vicini che denunciano lo stato di abbandono in casa o di pericolo per la strada, o per denuncia di abusi etc. Di solito non ci sono casi di intervento diretto da parte della famiglia di origine.

I padri non sono punti di riferimento e se ci sono, sono di solito aggressivi con i figli. Tanti delinquono. Molti bambini assistono a scene di violenza sulla madre da parte del padre o convivente. Vivono in piccoli spazi: in una stanza possono dormire due o tre adulti e i piccoli assistono agli incontri sessuali di questi.

D. Potresti spiegarci il ruolo delle donne nella Teologia della Liberazione?

R. In Cile non si parla di Teologia della Liberazione. Siamo un paese che ha saputo uscire velocemente dalle sue difficoltà politiche e sociali. Potremmo dire che nel cammino verso la democrazia le donne sono tornate ad assumere un ruolo centrale nella famiglia. Prima era l’uomo il punto di riferimento che sosteneva la famiglia sotto il profilo economico e che stabiliva le regole, imponeva l’ordine e il rispetto. Ma arrivò un momento che, a causa della mancanza di lavoro, il capo famiglia cadde in depressione, facendo uso di droghe e alcool. In questa decadenza arrivarono anche gli abusi e la violenza, l’abbandono e il disinteresse. Le donne reagirono cercando un lavoro per mantenere i figli. Si cominciarono a vedere madri che uscivano da casa per guadagnare denaro. Alcune riuscirono a crescere i loro figli con dignità.

Altri nuclei rimasero nella devastazione e ignoranza, senza aiuto sociale, cadendo dell’alcolismo e uso di droghe. Ci fu un aumento della delinquenza, nacque la mancanza di responsabilità verso i figli, il pensiero comune che i figli potevano fare quello che volevano.

In Cile le donne cominciano ad avere figli molto giovani e nella loro vita fertile possono metter al mondo numerosi figli.

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(continua…)

Cile. Intervista ad Ethel: “Il Cile, le neo famiglie adottive e il desiderio dei nostri figli di conoscere le loro radici”

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Ethel Araya Geeregat vive a Santiago del Chile. Lavora per un ente autorizzato italiano: accompagna le coppie nel momento della formazione della famiglia, le accoglie all’aeroporto e le fa incontrare con i loro figli. Ha cominciato ad occuparsi di adozioni nel 2001 grazie a Padre Alceste Piergiovanni Ferranti, che abbiamo presentato in uno dei post precedenti. Pioniere delle adozioni in Cile le ha insegnato a guardare alle nuove famiglie con sensibilità e rispetto. L’abbiamo raggiunta e le abbiamo fatto alcune domande sui timori delle coppie che arrivano per adottare in Cile, sui bambini e le loro reazioni iniziali, fino ad arrivare a consigli pratici per i neo genitori. E’ ancora oggi in contatto con ragazzi ormai adulti che vivono da anni in Italia. L’intervista è stata divisa in tre parti.

D. Ci hai detto che segui le coppie italiane che arrivano in Cile per adottare un bambino: potresti descriverci le emozioni che vivono queste coppie e i bambini quando si incontrano? 

R.Quando incontro per la prima volta le coppie, al di là della grande stanchezza per il lungo viaggio, le vedo felici perché si sentono vicine a realizzare il loro progetto di famiglia…però io dico loro: “ Adesso comincia una nuova tappa”. E sarà una fase diversa, piena di sorprese, con momenti di frenesia, frustrazione, affetto, difficoltà e soddisfazione. Certamente, non è facile quello che affronteranno!

Il loro maggiore desiderio  è di  vedere i loro figli il prima possibile. Il maggiore timore è il rifiuto da parte del minore: “ Siamo degli estranei, se non gli piacciamo, se non si avvicina…” Ci sono degli incontri a cui dobbiamo partecipare prima di conoscere i bambini (la Autorità Centrale in Cile riceve la coppia, si presenta, li accoglie e spiega i passi del processo adottivo nel nostro paese). A volte i genitori mi chiedono  perché non si può andare subito dai bambini, questo per spiegare l’ansia e necessità di incontrare i figli subito! Preoccupa il momento dell’incontro, chiedono che cosa devono fare e dire, di stare loro vicino, si interrogano su quello che gli operatori possono pensare …

Durante le prime ore in Cile la coppia è desiderosa di sapere come sono i loro figli, come vivono in Cile, come funzionano i centri di protezione per minori, hanno la necessità di rivedere la loro storia. Immagino che tutto ciò nasca dalla necessità di trovare i loro punti di forza. Per fortuna mi accompagna il dono dell’empatia e poco a poco arriviamo ad un dialogo chiaro e intimo. Mi sorprendo ogni volta quando aprono la porta del loro cuore perché io possa entrare nella loro vita e rendere più piacevole questo periodo di permanenza in Cile.

Se ci caliamo nella prospettiva dei minori dobbiamo pensare che generalmente oscillano tra due sentimenti: l’allegria e l’ira. In Cile i bambini vengono preparati per l’incontro e l’integrazione in famiglia. Conoscono molto bene il significato della solitudine, del non aver nessuno che ti viene a trovare… il sentimento di abbandono è molto forte e dannoso. Non lo sanno esprimere con le parole, per questo hanno certe reazioni non sempre spiegabili. Esistono minori che per i danni inflitti dalla famiglia di origine non possono essere dati in adozione. La società, in questo caso, sceglie il compromesso di prepararli a diventare autonomi.

Il percorso del minore in Cile consiste nel prepararlo ad integrarsi nella famiglia. La maggior parte dei bambini desiderano avere “dei genitori per sempre”. Nel percorso di preparazione per ottenere l’idoneità all’adozione, si elabora una storia di vita in modo terapeutico, lavorando su ricordi e paure, dando significato a quanto accaduto nella esperienza di vita del piccolo. I professionisti cercheranno di sostituire il senso di colpa,  visto che i minori pensano di essere arrivati in istituto per causa loro. A seconda dell’età e usando parole adatte si cerca di far capire che loro non c’entrano, le responsabilità della loro situazione è esclusivamente degli adulti. Questi adulti che non hanno la capacità di proteggerli, difenderli e nutrirli. Quando il minore viene ritenuto idoneo all’adozione, comincia la ricerca della ”migliore famiglia per lui”. Nel frattempo il piccolo è preparato a comprendere cosa significa  vivere in famiglia, in che cosa consiste una famiglia, il ruolo dei genitori e dei figli. Nel momento in cui si individuano i genitori migliori per lui e questi accettano, comincia la tappa di preparazione ad entrare in una famiglia concreta. Si lavora usando fotografie (ogni coppia deve mandare un album con foto loro e della loro famiglia allargata, della casa, della stanza da letto e animali domestici…).

A questo punto del percorso il bambino è molto felice ma allo stesso tempo è in tensione. Ogni giorno il comportamento cambia in istituto e a scuola. Si sente in qualche modo superiore o differente dagli altri bambini. Adesso loro appartengono ad un’altra categoria (“ho genitori perciò non mi daranno ordini nè le operatrici nè le maestre”) e comincia un periodo di instabilità o irrequietezza.

Credo che in loro comincino ad affiorare le paure. Non mancherà di certo chi tra i compagni o i ragazzi più grandi lo intimidirà dicendo che se continua comportarsi così nessuno lo verrà più a prendere.

Arriva il giorno dell’incontro. Sono allegri e euforici e in quel momento non c’è posto per la paura: “Finalmente arrivano i miei genitori!”. I bambini quando vedono i genitori, li riconoscono dalle foto, corrono ad abbracciarli.  Alcuni, i più timidi, se ne stanno tranquilli e fermi finchè i loro genitori li cercano, li abbracciano e li baciano con amore. Di solito i bambini  cominciano ad interagire da subito, fanno domande, mostrano giochi e ridono. Ricevono i regali che portano i genitori, giocano un poco e la maggior parte chiede di andare a casa (intendendo per casa gli aparthotel  dove stanno le famiglie durante la permanenza in Cile). Sono tanto felici, sono così tante le novità! Stare in una casa, vedere tutti gli oggetti che i genitori hanno portato per loro,  si lasciano lavare e mettersi il pigiama. Poi c’è il contatto via skype con i nonni, gli zii e cugini in Italia… 

Alla fine della giornata si deve andare a dormire. Alcuni bambini non ci vogliono andare, resistono, hanno bisogno della luce accesa, della compagnia dei genitori…  Comincia la paura più grande: “Se mi addormento e i miei genitori se ne vanno, mi lasciano? Se questo è un sogno e quando mi sveglio sto ancora in istituto, come sempre?”

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D. Ricordi qualche episodio che ti è rimasto in mente perché un po’ particolare?

R. Mi ricordo di un ragazzino di 12 anni.  Era molto felice di avere due genitori per sempre, ma con il passare dei giorni, dopo due o tre settimane cominciò a comportarsi male, disobbedendo e facendo quello che voleva, arrivando al punto di non tornare a dormire la notte. Rimase a giocare con il pallone da solo oltre alle due del mattino. I genitori erano molto preoccupati perché non capivano il cambio di atteggiamento. Raccomandai a loro di andare a dormire, di spegnere tutte le luci e lasciare la camera aperta e la porta accostata in modo che il ragazzino capisse che lo stavano aspettando. I coniugi dovevano starsene in silenzio se lo avessero sentito ritornare, come se stessero dormendo.

Il giorno dopo ebbi una conversazione profonda con il ragazzo esprimendo quello che sentivano i suoi genitori  che erano venuti fino a qui solo per lui, per nessun altro, che per loro era loro figlio etc… la sorpresa fu la risposta. Dopo avermi ascoltata ed essersi preso un momento di silenzio, mi disse. “ Tìa, i miei genitori sono tanto buoni con me, io non li merito. Io sono cattivo!” Lo abbracciai con tutto l’amore che potevo, gli parlai delle qualità positive che aveva, di tutto quello che aveva superato in quei pochi anni di vita e che, ad ogni modo, era meglio sentire cosa avevano da dire i suoi genitori, che cosa sentivano per lui. Quel momento fu un qualcosa di speciale. Quando i suoi genitori udirono le ragioni del figlio, lo abbracciarono e gli assicurarono che gli stavano dando quello che si meritava perché LUI ERA LORO FIGLIO, che lo amavano molto che avevano sognato da sempre la loro vita con lui, che era un ragazzino splendido, con i suoi difetti e virtù che comunque lo amavano. Da quel momento il suo comportamento cambiò e il ragazzino cominciò il suo processo di crescita in famiglia.

Con delicatezza e affetto seguo le coppie e la cosa più meravigliosa del mio lavoro è esser testimone di come fiorisce nella nuova famiglia l’amore tra papà, mamma e figli, quasi un miracolo.

(continua…)