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Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

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La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

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Violenza sulle donne, per combatterla un master dell’Univ. di Bergamo a marzo 2016

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bullismo 2016

Marzo-Luglio 2016

Corso – Violenza di genere e bullismo, conoscere per agire, educare per prevenire

CORSO: Violenza di genere e bullismo (Unibg – SDM)

Sessualità/abusi su minori: “Il significato dell’incesto”

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di Monica Rizzi, psicoterapeuta

L’incesto ha sicuramente origine dal fallimento di una coppia di genitori e dalla confusione dei ruoli nella famiglia stessa.

Per la psicologia l’incesto costituirebbe un potentissimo regolatore dei conflitti interni alla coppia perché permette alla famiglia di restare “unita” ed alla madre di continuare ad avere un partner accanto a sé.

Questo dovrebbe giustificare, se di giustificazione si può parlare, la tendenza riscontrata frequentemente nelle madri a coprire o a fingere di ignorare le dinamiche incestuose ricorrenti fra il proprio compagno e la propria figlia.

La trasformazione sociale della famiglia e del ruolo della donna sono alcuni fattori indicati come causa dell’incesto. E’ davanti a tutti che la famiglia di oggi è spesso mononucleare o ricomposta, socialmente isolata, ha scarsi riferimenti familiari oltre a risultare delegante rispetto ai suoi compiti supportivi ed educativi. L’altra trasformazione sociale è quella relativa al ruolo della donna che, grazie alle maggiori opportunità di autodeterminazione rispetto al passato, costituisce un nuovo soggetto sociale con cui l’uomo è chiamato a confrontarsi. Non è da sottovalutare la crescente disoccupazione, che può anch’essa essere ritenuta come un fattore di stress che a volte favorisce l’espressione dell’abuso sessuale intra familiare…(…)

Nell’incesto l’abusante tende a stabilire con la figlia un rapporto esclusivo, la elegge a figlia preferita, oppure cerca una particolare vicinanza affettiva mostrandosi incompreso e bisognoso di cure. Solitamente mette in atto delle strategie volte a svalutare la figura materna così da interferire nella relazione madre-figlia.

Per riuscire a dare una misura al danno psicologico del minore abusato è dunque fondamentale comprendere che il fattore psicopatogeno principale nell’incesto è la confusione a lungo termine dei livelli cognitivi, emozionali e sessuali di relazione tra le diverse generazioni. (…) L’adulto lo dovrebbe guidare e proteggere invece allo stesso tempo è la figura da cui deve difendersi.

(…) I bambini abusati imparano ad associare la sessualità alle attenzioni che gli altri possono avere nei loro confronti e spesso tendono ad usare il comportamento sessuale per manipolare gli altri; spesso passano da una posizione passiva ad una attiva in cui cercano di controllare l’ansia e l’angoscia del trauma.

(fonte: Atti del convegno. “Di’ di no! Possiamo proteggere i nostri bambini e le nostre bambine dall’abuso sessuale?” – Commissione Pari Opportunità di Brescia 2002)

Colombia. Il personaggio: “Ana Angelica Bello Agudelo”

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È avvolta ancora in un mistero la vicenda della morte di Ana Angélica Bello Agudelo, avvocata e attivista per i diritti delle donne vittime della violenza dei gruppi armati colombiani, dove gli abusi, le aggressioni e la sottrazione dei terreni sono all’ordine del giorno nel silenzio più totale.

Ha lottato per difendere circa seicento donne vittime di violenza in Colombia ma anche lei non ce l’ha fatta. Ana Angélica Bello Agudelo è stata trovata morta nella sua abitazione nel comune di Codazzi, nel distretto di César, a metà febbraio 2013 e il mistero sulle cause della tragica scomparsa deve ancora essere sciolto.

Ana Angélica Bello Agudelo era un’attivista colombiana, direttrice nazionale di Fundhefem ( Fundación Nacional Defensora de los Derechos Humanos de la Mujer), un’organizzazione per la difesa dei diritti umani e delle donne vittime del conflitto armato che dura ormai da mezzo secolo in un silenzio assordante. Dal 2006 si batteva per la restituzione delle terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Una vita spesa per le donne, in un Paese dove la prima forma di aiuto si è rivelata essere la consapevolezza di non essere sole e l’opportunità di rompere il silenzio attraverso la denuncia delle aggressioni subite per cercare giustizia. Tanti i dipartimenti in cui è arrivato il suo contributo: Cartago, Ansermanuevo, Alcalá, El Cairo, Tuluá e San José del Palmar, Meta, Cauca, Nariño, Chocó, Risaralda, Tolima, Quindío, Caldas e Cundinamarca, dove è riuscita a far restituire le terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Potrebbe portare il suo nome la futura legge contro la violenza sessuale al vaglio del Congresso, una norma che aveva fortemente sostenuto fino al giorno della sua morte. Lei stessa e una delle sue tre figlie erano state vittima di abusi, ma ebbe il coraggio di portare alla luce la sua storia personale attraverso i media, incitando le donne a fare altrettanto. Ana Angélica beneficiava di misure cautelari e di uno schema di sicurezza messo a disposizione dal governo perché aveva già denunciato minacce e azioni intimidatorie di cui era vittima in modo sistematico, in particolare da gruppi paramilitari. La chiarezza sulla fine di Ana Angélica è doverosa per tutte le vittime di genere, non solo del Paese che ha perso l’angelo delle sue donne.

(fonte: combonifem.it – 03/2013)

Colombia. Elda, ex guerrigliera delle FARC: “Una vita dopo la guerriglia”

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Sono in stato di avanzamento i negoziati tra le FARC e il governo colombiano, ma nessuno parla delle difficoltà di reinserimento degli ex guerriglieri nella società. Il Programma per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei guerriglieri era stato presentato a Bogotà ancora nel 2003  Di seguito la testimonianza di una ex guerrigliera.

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di Anne Phillips – pseudonimo di una giornalista esperta di diritti umani.

(…) Elda ha deposto le armi nel 2008 consegnandosi volontariamente alle autorità: aveva 45 anni e ne aveva trascorsi ventiquattro nelle FARC. E’ l’unica donna ad aver raggiunto a suo tempo il grado di comandante del fronte, è accusata di aver ucciso duecento persone tra ufficiali, poliziotti e civili, di aver trattato in modo disumano i suoi prigionieri e di aver fatto a pezzi dei cadaveri.

Considerando il maschilismo, il razzismo e il classismo presenti nella società colombiana, il fatto che Elda sia nera e “poco attraente” ha consentito alla stampa colombiana di dipingerla come un mostro. E’ per questo, forse, che la sua presunta crudeltà fa parte della leggenda, mentre quella dei suoi colleghi e superiori maschi no. Conoscendola di persona mi accorgo che Elda non è né pazza né brutta, anche se ha perso un occhio in combattimento.

(…) Quando aveva sei anni i genitori, militanti del Partido Comunista de Colombia (PCC) la mandavano a vendere arepas (focacce di mais) per le strade del suo villaggio nel dipartimento di Antioquia. Con il ricavato Elda si comprava quaderni e matite per la scuola. All’età di 12 anni il padre le disse che, a causa del colore della sua pelle e del suo aspetto fisico, nessun uomo l’avrebbe voluta. Quindi, per sopravvivere, Elda avrebbe dovuto lavorare più degli uomini. Per questo la mando in una finca per l’addestramento della gioventù comunista, pensando che così sarebbe diventata qualcuno. Quando a 15 anni fu reclutata dalle FARC, che all’epoca erano il braccio militare del PCC, ricevette la benedizione dei genitori.

(…) Finora il programma di mobilitazione ha aiutato più di 53mila ex combattenti, ma non ci sono statistiche sulle percentuali di successo. (…) le donne vanno avanti perché possono contare sulla forza della determinazione che hanno sviluppato per sopravvivere nella cultura maschilista delle FARC. Ma purtroppo gli uomini e le donne che non completano il programma sono più numerosi. (…) Molti guerriglieri smobilitati lasciano gli hogares de paz psicologicamente impreparati al trauma della transizione alla vita civile. La conseguenza è che molti spendono il sussidio in alcool e droga.

Alcune donne, soprattutto le più giovani, hanno paura e cercano soldi e protezione lavorando come prostitute per uno sfruttatore. Gli uomini privati delle armi e della loro identità maschilista, entrano nelle bande di narcotrafficanti.

(…) Il programma di disarmo e reinserimento degli ex guerriglieri può rivelarsi esemplare se il paese farà gli investimenti giusti per renderlo più efficace. Servono più consulenti, per affrontare le esigenze degli ex combattenti neri e indigeni.

(fonte: Internazionale 16/11/2012)

Colombia. Profamilia 2011: “Alcune donne pensano di meritare la violenza coniugale”

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Profamilia è un ente privato colombiano che si occupa di assistenza sociale. Dal 2001 e 2011 ha effettuato interventi in alcune aree del paese per arginare la difficile condizione delle donne rifugiate. Nel 2011 sono stati pubblicati i risultati. Si è potuto constatare che, dopo le azioni positive, sono stati registrati miglioramenti in ambito scolastico e lavorativo; molto più difficile è, invece, educare per una minore violenza sulle donne con effetti a lungo termine.

Il dato nazionale dice che il 32% delle donne è stato oggetto di violenza da parte del coniuge o compagno, in calo rispetto al 2001 quando la percentuale si assestava al 47%. Anche la violenza sessuale sembra in diminuzione (9,7% contro il 14%). Quello che fa riflettere è che le donne che non denunciano l’aggressore pensano di essere in grado di risolvere la situazione da sole (30,9%), non credono nella giustizia (4%), considerano la violenza parte della vita normale (6,7%) o pensano di meritare l’abuso (2,4%).

 

http://www.profamilia.org.co/encuestaenzonasmarginadas/2011_prensa.html confrontare i dati ripostati nella sintesi

Colombia. “S. 15 anni: “Io, vittima di violenza sessuale”

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S.potrebbe essere una delle madri dei nostri figli. La sua testimonianza ci aiuta a calare il significato/peso di un figlio in un certo tipo di società.

 

“Quell’uomo abitava accanto a noi. Usavamo lo stesso bagno, era in comune. Quel giorno io ero a casa da sola, era mattina, prima di uscire per andare a scuola. Mi stavo lavando, lui mi ha vista ed è entrato in casa. Mia sorella più piccola aveva rotto la spina del televisore così lui mi ha detto di entrare in casa sua per guardare la TV. Allora ho portato una sedia e appena mi sono seduta lui mi si è avvicinato, ha afferrato le mie braccia e ha cercato di farmi sedere sul letto. Gli ho risposto che non volevo sedermi sul suo letto perché era irrispettoso. Insisteva e alla fine l’ho fatto: mi sono seduta sul suo letto. Mi è saltato addosso e ha cominciato a tenermi ferme le mani, io allora ho detto: “Non farlo!”

Non volevo raccontarlo a nessuno, ma ho cominciato a stare molto male e a vomitare di continuo. Mi dava la nausea l’odore del cibo, persino l’odore dei fiori al matrimonio di mia sorella mi faceva stare male, poi mia sorella maggiore e mia madre hanno deciso di portarmi da un medico. Durante la visita il dottore mi ha fatto un test e mi ha detto che ero incinta. Mia sorella mi ha chiesto di chi fosse il bambino e io continuavo a dire di non saperlo. Poi mi ha chiesto dell’uomo che abitava accanto a casa nostra e io ho vomitato immediatamente. Mia madre è scoppiata a piangere e io con lei. Allora ho raccontato loro cosa era successo, che mi aveva preso con la forza dopo avermi costretto a sdraiarmi sul letto.

Dopo aver saputo che ero incinta ero distrutta: quell’uomo aveva abusato di me e tutto era finito con una gravidanza! Lo odiavo e piangevo tutto il giorno, non volevo tenere quel bambino. L’unica cosa che volevo era continuare i miei studi, avere un figlio a 13 anni avrebbe distrutto tutti i miei sogni; ma non era una decisione facile da prendere.

Non volevo nemmeno andarmene di casa, le persone mi passavano accanto e mi guardavano incuriosite: tutti sapevano che ero stata violentata. Ho anche pensato di suicidarmi. Dopo quello che era successo, alcune di quelle che prima erano le mie amiche hanno iniziato a chiamarmi “la ragazza dell’aborto”. A scuola nessuno voleva sedersi accanto a me e quando dovevamo svolgere attività di gruppo nessuno mi voleva all’interno del proprio gruppo. Anche una delle mie insegnanti mi disprezzava: diceva che era sbagliato interrompere la gravidanza. Tutto questo non mi piaceva, non mi piaceva che le persone mi giudicassero, perciò ho deciso di cambiare scuola. Ero una studentessa molto brava.

Oggi, una parte di me è felice perché ho potuto continuare i miei studi, la cosa più importante per me; ma l’altra parte è triste per tutto quello che è successo. Ho un nipotino piccolo e quando vedo che tutti lo abbracciano e lo accarezzano, ripenso al bambino che non ho avuto.

Il mio vicino di casa è scomparso. Ho avuto l’impressione di averlo visto una volta sull’autobus mentre andavo a scuola, ma non sono sicura che fosse lui. Stava camminando lungo la strada con una donna e un bambino, quindi forse ha un figlio. Quando l’ho visto, il mio cuore ha cominciato a battere freneticamente. Ero nervosa e sentivo tutta quella rabbia riaffiorare.

Sono passati due anni da quel terribile giorno, ma voglio ringraziare Medici Senza Frontiere per il supporto psicologico che mi sta dando e per avermi dato la forza di raccontare questa storia. Ora mi sento forte e voglio che tutti sappiano cosa mi è accaduto.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)

Colombia: “La giustizia lenta e la discriminazione delle donne”

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di Lorenzo Cairoli – scrittore, sceneggiatore, blogger globetrotter tratto dall’articolo “Giustizia lenta e a senso unico poca attenzione e spesso totale impunità per i reati di genere”

“In Colombia si sta cercando di riformare una giustizia che fa acqua da tutte le parti, medievale, iniqua, scabrosa. Un esempio. In 350 municipi colombiani non ci sono giudici a cui appellarsi, il che significa che in un municipio su tre non si può avere giustizia diretta. Scordarsi, quindi, lo Stato di Diritto se nel 31% del paese il cittadino non può avere giustizia. E non finisce qui.

Ci lamentiamo con ragione della lentezza sfibrante della giustizia italiana, ma quella colombiana è la sesta più lenta del mondo e la terza nei Caraibi e in America Latina (…) Il 98% dei casi di violenza sessuale restano impuniti. La probabilità che ha un imputato di essere condannato per un crimine è del 20%, per un omicidio solo del 3%.

(fonte: lastampa.it-22/07/2012)

Colombia. Amnesty International: “La condizione delle donne”

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Le autorità colombiane continuano a non affrontare il problema della giustizia delle donne oggetto di violenza.

(…) “In Colombia, le donne e le ragazze sono spesso trattate come trofei di guerra. Vengono stuprate e sono soggette ad altri abusi sessuali da tutte le parti in conflitto, per ridurle al silenzio e punirle” – ha dichiarato Susan Lee, direttrice del programma Americhe di Amnesty International. (…)

La mancanza di statistiche ufficiali affidabili e la paura di denunciare i reati rendono molto difficile valutare la reale dimensione del problema. I dati disponibili non fanno comprendere in modo chiaro quanti casi di violenza sessuale contro le donne e le ragazze possano essere collegati alla guerra.

Nel 2010 l’Istituto nazionale di medicina legale e scienza forense ha condotto 20.142 esami su casi sospetti di violenza sessuale, rispetto ai 12.732 del 2000. Tuttavia, solo 109 degli oltre 20.000 casi sono stati classificati come riferiti alla guerra, mettendo in evidenza l’invisibilità di tali crimini. Anche quando le donne trovano il coraggio per denunciare un caso di stupro o di violenza sessuale, le indagini vengono raramente condotte in modi efficace. (…)

Tra gli ostacoli alla giustizia, Amnesty International elenca la carenza storica di volontà politica per combattere l’impunità, le insufficienti misure di protezione per testimoni e vittime, la scarsa formazione degli ufficiali giudiziari sulle questioni di genere e l’assenza, nella legislazione nazionale, di una definizione di stupro come crimine di diritto internazionale.

Le donne native vittime di violenza sessuale vanno incontro a ulteriori barriere, tra cui la mancanza di traduttori, la difficoltà di spostarsi dalle zone interne verso luoghi in cui possano ricevere assistenza ufficiale e, infine, la forte presenza di combattenti nelle aree in cui vivono.

Le forze di sicurezza colombiane, i gruppi paramilitari e quelli della guerriglia prendono di mira le donne e le ragazze per sfruttarle come schiave sessuali e per vendicarsi contro gli avversari. (…) Donne e ragazze provenienti da comunità agricole native e di origini africane, quelle allontanate a forza dai combattimenti e quelle che vivono in condizioni di povertà sono facili obiettivi della violenza sessuale. I difensori dei diritti umani delle donne e le loro famiglie sono oggetto di minacce e intimidazioni. (…)

(fonte: amnestyinternational.it)

 

Colombia. Società: “Situazione dei minori colombiani”

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Scolarizzazione. Non esiste discriminazione tra maschi e femmine tanto che i tassi di ripetizione e abbandono scolastico sono più alti tra i maschi. In Colombia la scolarizzazione è a livelli accettabili, l’istruzione è gratuita e obbligatoria dai cinque ai dieci anni, mentre la scuola secondaria dura dai quattro ai sei anni. Questi indicatori tuttavia peggiorano se ci si sposta nelle aree rurali, e sono ancor più bassi per i bambini appartenenti alle minoranze etniche, come gli indios e gli afrocolombiani, e per i numerosissimi minori sfollati.

Adolescenti. Il numero delle ragazze tra i 15-19 anni rimaste incinte è in aumento. Il 64%deìi queste gravidanze non è pianificato. L’origine della maternità è spesso frutto di violenza ma in Colombia gli adolescenti tendono anche ad avere relazioni sessuali occasionali a un’età sempre più precoce, con il conseguente rischio di contrarre HIV-AIDS e altre malattie sessualmente trasmissibili. Un altro fenomeno correlato è l’alta frequenza con cui le madri adolescenti restano incinte di nuovo dopo il primo figlio. Il 20,5% risulta di nuovo incinta dopo 7-17 mesi dopo il primo parto, mentre un altro 33% tra i 17 e 24 mesi (dati Bienestar Familia 09/14). E’ in aumento anche lo sfruttamento sessuale di minori. Elevato è anche il tasso di ragazzini lavoratori.

Bambini soldato. L’Unicef considera la Colombia uno dei paesi in emergenza umanitaria e gli interventi sono rivolti a ridurre il fenomeno dei bambini soldato. Le attività di reintegrazione sociale dei bambini smobilitati dai gruppi armati avvengono nel quadro del Programma Nazionale per i bambini vittime del conflitto armato, gestito dall’Istituto Colombiano per l’Assistenza alle Famiglie. Il programma si occupa di assicurare al bambino un rientro sicuro in famiglia e nella comunità, oltre a fornire assistenza medica, istruzione e protezione legale.

Bambini di strada (niños en la calle). Sono bambini che pur avendo dei genitori sono lasciati a vivere per strada in assenza di cure e attenzione ai margini delle città tra i più degradati. La loro solitudine li destina ad essere vittime indifese di atti di violenza, abusi sessuali, rapimenti per il traffico d’organi o prostituzione. Nelle zone suburbane sono completamente assenti strutture che possano accogliere bambini dai 0 ai 2 anni e offrire attività di cura e assistenza all’infante e alla madre.

vedi anche:

http://www.icbf.gov.co/portal/page/portal/Descargas1/Prensa1/ColombiaSinMaltatoInfantil_180313.pdf

Colombia. Società: “Madri sole”

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Madri bambine. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, istituzione privata colombiana che ha studiato con attenzione il fenomeno, in Colombia poco meno della metà dei bambini fino ai 2 anni vive in un nucleo familiare completo, la maggior parte solo con la madre, unico punto di riferimento. Il rischio d’abbandono è più alto nel caso di figli di madri adolescenti anche perché, vivendo in contesti di violenza intrafamiliare, sono costrette ad andarsene già in giovane età senza l’aiuto di nessuno. Spesso sono le difficoltà economiche e la necessità di trovare un lavoro lontano da casa che porta la giovane madre a lasciare il suo bambino. A ciò si aggiunga l’allentarsi della rete di solidarietà, attraverso la consuetudine di prendere in casa figli anche non propri, purché infanti.

Mancanza di una rete di solidarietà. La situazione di degrado e di povertà estrema sembra avere almeno in parte intaccato questa forma d’aiuto reciproco, che negli anni aveva caratterizzato la vita dei quartieri periferici attraverso forme di solidarietà che vedevano fra gli attori le madri più anziane e le nonne, che accudivano anche figli non propri.

Mancanza di servizi alle madri ed elevata mortalità materna. Le giovani non sono informate su come gestire una gravidanza e un bambino. Ciò comporta un’elevata percentuale di maternità indesiderate e l’assenza di prevenzione per il cancro del collo uterino, che costituisce la prima causa di morte nelle donne.

Denutrizione e malnutrizione per minori di 2 anni. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, in Colombia il novantacinque per cento dei bambini in età infantile riceve il latte materno ma solo il ventidue arriva al quarto mese. I motivi principali dell’interruzione sono:

  • latte insufficiente, nuova gravidanza
  • malattie della madre
  • problemi di suzione
  • rifiuto da parte del bambino
  • malattie del bambino
  • l’uso d’anticoncezionali

A ciò si aggiunga che l’ignoranza porta ad una scelta degli alimenti sulla base d’informazioni pilotate dai mass media e non su una dieta bilanciata. Spesso nelle famiglie il denaro destinato all’alimentazione è utilizzato per pagare altre spese, come l’affitto dell’abitazione, dato che la maggior parte degli abitanti non possiede una casa di proprietà, e il pagamento dei mezzi di trasporto pubblico. Le pessime condizioni igienico-sanitarie favoriscono la comparsa di malattie infettive che comportano un peggioramento dello stato di nutrizione dei soggetti colpiti.

(fonte: Veneto Adozioni e Profamilia)

Colombia. Società: “Le famiglie monoparentali e le relazioni sociali”.

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Nel 2007 Veneto Adozioni ha caricato sul suo sito uno studio sulla società colombiana che ripartiremo in tre post: famiglia, donne e minori.

Faremo una sintesi schematica per facilitare la lettura.

La rapidissima espansione delle periferie delle città, in particolare di Bogotà, è avvenuta soprattutto negli ultimi dieci anni e il selvaggio inurbamento causato dalla fuga dalle campagne ha provocato l’incapacità da parte delle persone di costruire o ricostruire il tessuto sociale ed una trama di relazioni significative, sia a livello intrafamiliare, sia a livello interfamiliare.

I conflitti intrafamiliari costituiscono la prima causa di violenza nella periferia della capitale colombiana e questa situazione si aggrava ulteriormente nelle zone più periferiche in cui gli indicatori di povertà sono più elevati.

Circa il settantacinque per cento dei bambini di strada hanno subito maltrattamenti in famiglia. Il problema dei “bambini di strada” trova una causa importante nella difficoltà delle madri che devono sostenere tutto il peso del sostentamento familiare e nella situazione di povertà estrema della famiglia. In questa situazione, si registrano conflitti nella relazione madre-figli causata, in gran parte, dal peso che deve sopportare la madre per le enormi difficoltà economiche, per lo stato di solitudine e d’indifferenza alla quale è soggetta e per l’assenza di un qualsiasi supporto da parte di istituzioni o di personale specializzato. Secondo le statistiche realizzate, le aggressioni e manifestazioni di violenza intrafamiliare sono direttamente correlate, inoltre, allo stato di sfollamento che vivono le famiglie che si trasferiscono nelle periferie urbane delle grandi città.(…)

(fonte: Veneto Adozioni)

Colombia. Medici senza Frontiere: “I civili tre volte vittime della violenza”

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Medici senza Frontiere opera in Colombia dagli anni ’80 e denuncia la necessità d’intervenire per salvaguardare la salute mentale delle persone. Secondo il rapporto redatto dall’organizzazione, la popolazione in Colombia non solo è vittima delle conseguenze dirette del conflitto, ma è anche vittima dell’abbandono e dello stigma sociale e istituzionale in cui è costretta a vivere. In particolare si riferisce alla Colombia meridionale.

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“I nostri operatori umanitari sono testimoni della sconvolgente realtà sopportata dalla maggior parte della gente del Caquetá”, spiega Teresa Sancristóval, responsabile dei progetti di MSF in Colombia. “Da un lato i civili sono esposti alla violenza perpetrata dai diversi gruppi armati e dall’altro le autorità e la società non garantiscono loro l’assistenza di cui hanno una reale necessità.

Il 49,2% di questi pazienti ha vissuto il conflitto direttamente sulla propria pelle: intrappolati negli scontri fra i gruppi armati, vittime di violenze con minacce, ferite, reclutamento forzato, sfollamento, restrizioni della possibilità di movimento e uccisione di membri della propria famiglia. Oltre a sopportare le conseguenze dirette del conflitto, i civili devono affrontare lo stigma da parte della società. “Lo stigma sociale e la marginalizzazione che circondano la popolazione colpita dal conflitto in Colombia, costringono le persone a restare in silenzio e a non parlare della propria sofferenza e ciò impedisce la loro inclusione sociale e il loro senso di appartenenza alla comunità”, dice María Cristóbal, esperta di MSF in salute mentale. Tutto ciò ostacola il loro accesso a lavoro, casa, educazione e salute.

Le vittime del conflitto sono spesso escluse dai servizi sociali erogati dallo stato. L’abbandono da parte delle istituzioni è evidenziato dal fatto che il fenomeno dello “sfollamento forzato” non è riconosciuto a sufficienza in Colombia. (…)

(fonte: medicisenzafrontiere)

 

Vedi inoltre:

http://www.icbf.gov.co/portal/page/portal/RecursosWebPortal/Prensa/INFOGRAFIA-NNAVICTIMAS-SEGUNHECHO.pdf

Giornata contro la violenza sulle donne 2014: “Progetti in difesa delle donne a Verona, Roma e Bologna”

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Quest’anno ricorre il decennale dell’apertura del Centro Antiviolenza comunale P.e.t.r.a.
Nato per dare aiuto alle donne vittime di violenze e di maltrattamenti all’interno di relazioni affettive, ha poi allargato il suo raggio d’azione con l’apertura della casa rifugio e con percorsi di affiancamento per il recupero dell’autonomia personale.

La costituzione di una rete territoriale provinciale ha poi garantito la qualità e l’efficacia di progetti quali Verona libera  e Clara, che hanno evidenziato l’importanza di un diretto coinvolgimento degli uomini nella riflessione e di un intervento sugli autori della violenza. Ecco dunque la promozione a tutta la città della Campagna del Fiocco Bianco e l’apertura dello Spazio per uomini Non agire violenza.

L’azione prosegue con iniziative dedicate ai ragazzi e alle ragazze nelle scuole, con attività di prevenzione che operino nella sfera delle dinamiche relazionali e affrontino le modalità culturali di relazione tra uomini e donne. In questa azione da quest’anno sono state coinvolte anche le associazioni di genitori.

L’auspicio è che si rafforzi una consapevolezza comune: la violenza maschile sulle donne riguarda tutti.

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A Roma, l’Istituto di Sessuologia Clinica partecipa a questa importante campagna di sensibilizzazione offrendo il suo servizio di consulenza telefonica gratuita. Il 25 novembre dalle 15:00 alle 19:00, chiamando i numeri 0685356211 e 0685355507, i consulenti dell’Istituto forniranno orientamento, informazioni e supporto su questo tema. Inoltre, proprio martedì 25 novembre, si svolgerà presso l’Istituto un seminario d’approfondimento gratuito e aperto a tutti gli interessati che tratterà la violenza di genere e i sex offenders.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito internet:  sessuologiaclinicaroma.it

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E’ all’università di Bologna l’unico seminario in Italia che parla di violenza alle donne. Praticamente obbligatorio (l’alternativa è un tirocinio) è stato istituito l’anno scorso al Corso di laurea in Filosofia. Affronta il problema con l’idea che la violenza di genere è una violazione dei diritti civili. Che sono di tutti, non solo delle donne.

Gli uomini al corso ci sono andati: sui 250 che arrivavano in aula, la metà era uomo. Quest’anno si replica. Martedì, Giornata internazionale contro la violenza alle donne, sarà presentato il nuovo calendario che si intitola “La violenza contro le donne – Problematiche dei sessi e diritti umani”. Come docenti, tra gli altri, Gherardo Colombo, Massimo Recalcati, Lea Melandri. Tutti lo fanno gratis. Una fortuna, visto che trovare uno sponsor per un corso del genere è impresa impossibile. (fonte: ANSA 22 NOV 2014).

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La violenza domestica in Europa e nel Mondo: un’emergenza sociale sottovalutata

di Stefano Consiglio 

La violenza domestica rappresenta un incubo per molte donne e bambini, costretti a vivere in un regime di terrore proprio nel luogo in cui dovrebbero essere più al sicuro: la propria casa. Alla base della violenza domestica c’è un rapporto impari, in cui l’uomo sfrutta la propria superiorità fisica e spesso economica per prevaricare gli altri componenti della famiglia ed imporre i propri interessi. Lo scopo ultimo dell’autore della violenza è di affermare il proprio potere sulle vittime, controllandole sia psicologicamente sia fisicamente. Al fine di comprendere la portata di questa emergenza sociale, la cui gravità viene spesso sottovaluta, esamineremo le vittime della violenza domestica, le sue caratteristiche, effettuando infine un’analisi spaziale atta a determinarne la diffusione in Europa e nel Mondo.

La violenza sulle donne

Fino agli anni 90′ la violenza sulle donne veniva considerata una questione rientrante nella giurisdizione domestica degli Stati. Nel 1993, tuttavia, l’Assemblea Generale dell’Onu adottò la Dichiarazione per l’eliminazione della violenza contro le donne, qualificando questo fenomeno come una violazione dei diritti umani. L’articolo 1 di questa dichiarazione offre una chiara definizione di violenza sulle donne, qualificata come: “Ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”. Dalla lettura di questa definizione è evidente che non esiste una sola forma di violenza contro le donne, le quali possono essere oggetto di violenza psicologica, violenza sessuale e violenza fisica. Come precisato dall’Assemblea Generale questa lista non è esaustiva, il che è stato dimostrato recentemente in Italia a livello legislativo attraverso la creazione del reato di stalking.

La violenza psicologica

La violenza psicologica è, probabilmente, quella che più difficilmente può essere definita ed identificata. Un’indicazione delle varie forme di aggressione psicologica è stata fornita dal Dipartimento per le pari opportunità, che ha pubblicato una sorta di “guida” il cui scopo è quello di facilitarne l’identificazione.  

In questo fenomeno vengono ricompresi tutti quei tentativi di isolamento (divieto di comunicare con altre persone, di uscire senza essere accompagnata), gli strumenti di controllo(particolarmente diffuso attualmente è il controllo del cellulare, dei social network e più in generale di ogni strumento capace di garantire una comunicazione con l’esterno), la violenza economica (la cui portata è più accentuata in quei paesi caratterizzati da una marca diseguaglianza di genere nella retribuzione), la svalorizzazione (attraverso critiche pubbliche o private, reiterate nel tempo al fine di accentuare le insicurezze e utilizzarle come uno strumento di controllo) e le intimidazioni (minacce rivolte sia contro la donna sia, sempre più spesso, contro i figli).

Stando ai dati forniti dal Dipartimento per le pari opportunità solamente in Italia nel 2013 oltre 7 milioni di donne sono state vittime di violenza psicologica, che nel 43,2 percento dei casi è stata perpetrata dal partner qualificandosi dunque come una forma di violenza domestica. Le statistiche sulla diffusione mondiale della violenza psicologica sono contrastanti, con alcune agenzie come StatsCan che parlano di una diffusione pari al 53 percento mentre altre, tra le quali Alexander, riferiscono di valori che si aggirano intorno all’88 percento.

A differenza della violenza fisica e sessuale, rispetto alla quale sono stati pubblicati diversi report, la violenza psicologica è difficile da rilevare anche a causa della tendenza delle vittime ad accettare i comportamenti che ne costituiscono il fondamento. Infine occorre sottolineare che la violenza psicologica è spesso perpetrata anche dalle donne nei confronti dei propri partner. Uno studio condotto nel 2005 da John Hamel, intitolato “Gender-Inclusive Treatment of Intimate Partner Abuse”, stabilisce che in una relazione la violenza psicologica è compiuta in egual misura sia dagli uomini che dalle donne”.

La violenza sessuale

Stando ai dati forniti in un report pubblicato nel 2013 dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (WHO), circa il 30 percento delle donne nel mondo ha subito violenza sessuale e/o fisica dal proprio partner con valori maggiori registrati in Africa, Mediterraneo orientale e Asia in cui si raggiungono percentuali pari al 37 percento.

È importante sottolineare che sia negli Stati Uniti sia in Europa sono stati registrati dei valori significativi, pari rispettivamente al 29,8 percento e al 25,4 percento delle donne oggetto dello studio. Per quanto riguarda le fasce d’età maggiormente colpite da questo fenomeno, i risultati mostrano drammaticamente come la violenza sessuale inizi molto presto, con una concentrazione pari al 29,4 percento delle violenze nella fascia di età 15-19 anni. Il picco massimo viene registrato tra le donne aventi un’età compresa tra 40 e 44 anni, per poi subire una lenta diminuzione.

È interessante notare che la violenza sessuale risulta molto più diffusa all’interno delle mura domestiche piuttosto che all’esterno. In Europa, ad esempio, solamente il 5,2 percento delle donne ha subito violenze sessuali extra-relazionali, un valore che raggiunge quota 10,2 percento nel caso degli Stati Uniti.

Passando ad analizzare gli effetti della violenza sessuale, le donne che la subiscono hanno anzitutto una maggiore probabilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, tra cui ovviamente l’HIV. Ciò dipende dai danni fisici causati alla donna dal rapporto, dal mancato utilizzo di precauzioni atte ad evitare la diffusione di malattie, dalla tendenza dei partner che operano la violenza ad avere rapporti extra-coniugali.

Oltre ai danni fisici causati dalla violenza sessuale occorre considerare le conseguenze psicologiche, che inducono le donne a soffrire di una forma patologica di stress che si ripercuote sulla loro capacità riproduttiva aumentando inoltre la possibilità di aborti spontanei. Nel tempo le violenze sessuali possono indurre la donna a comportamenti autodistruttivi, quali l’abuso di alcol e droghe, per poi portare a forme croniche di depressione che possono “sfociare” nel suicidio. Gli studi compiuti sulla correlazione esistente tra violenza sessuale e suicidio sono eterogenei, tuttavia un valore medio pari al 4,54 percento dei casi è stato ricavato dalla WHO.

La violenza fisica

Questa violenza si manifesta in ogni forma di aggressione fisica, sia essa perpetrata con il proprio corpo o con strumenti atti ad offendere (oggetti contundenti, armi da taglio, armi da fuoco). La violenza fisica può degenerare fino ad arrivare alla menomazione o all’uccisione della vittima. Uno studio condotto nel 2012 dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e della criminalità ha attestato che circa il 50 percento delle donne uccise nel 2012 hanno il partner o un familiare come “carnefice”.

Un dato leggermente diverso è stato fornito dall’Organizzazione Mondiale della sanità che ha eseguito uno studio su 226 report pubblicati tra il 1982 e il 2011. La conclusione finale è che in questo arco temporale il 38 percento delle donne assassinate sono state uccise dal proprio partner. Un dato che raggiunge valori pari al 55 percento nei paesi dell’Asia sud-orientale, 41 percento in Africa e 38 percento nelle Americhe.

Oltre a queste forme estreme di violenza fisica, che determinando la morte della donna sia su base intenzionale che accidentale, vi sono forme “lievi” che spesso si accompagnano ad episodi di violenza psicologica o sessuale. Il 42 percento delle donne che ha subito violenza sessuale dal proprio partner, infatti, è stato anche oggetto di violenza fisica.   

LEGGI ANCHE: Una ragazza su dieci subisce violenze sessuali entro i vent’anni: il report agghiacciante presentato dall’UNICEF

(Fonte: international business time 11/2014)

Comunicazione: “Giornata di etnopsicologia” – Padova 29 ott.2014

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In un mondo sempre più multietnico è importante avere gli strumenti per dialogare con “gli altri diversi da noi”.

Agli educatori, operatori sociali e genitori proponiamo questo incontro organizzato

da alcune Associazioni di Volontariato che gravitano a Padova. 

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GIORNATA DI ETNOPSICOLOGIA

Mercoledì 29 ottobre. Ore 9:00 – 17:00
Padova, Via San Giovanni da Verdara, Sala Comboni

Ingresso libero

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PROGRAMMA

Mattino
– Percorsi di salute
Dirigente medico da confermare, Ulss 16 Padova

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– Maternità e decentramento culturale
Gabriella Coppola, Associazione Unica Terra

– Adolescenti di origine straniera: costruzione dell’identità negli adolescenti G2
Maria Cosentino, psicologa, psicoterapeuta, Associazione Unica Terra

– Arteterapia e creatività: Un’esperienza con alcune ospiti di Mondo Donna a Bologna
Annalisa Fabbri Bombi, psicologa, psicoterapeuta

Pomeriggio
– Donne immigrate: percorsi migratori e pratiche d’adattamento
Cadigia Hassan, giornalista, Associazione Ridim

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– Antropologia Medica ed Etnopsichiatria: metodologie e impegno civile
Francesco Spagna, Università di Padova

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Buffet etnico a cura dell’Associazione Unica Terra

AI PARTECIPANTI VERRÀ RILASCIATO UN ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE

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Per partecipare alla Giornata è necessario iscriversi inviando l’adesione per mail a:
segreteria@psicologodistrada.it. Le iscrizioni chiuderanno lunedì 27 ottobre.

locandina _etnopsicologia

Cile. Famiglia: “Violenza intra familiare”

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Nel 2005 è stata pubblicata la nuova legge 20.066 che regola la violenza intra familiare con l’intento di dare a questo fenomeno una risposta più severa da parte dello stato. Senza entrare nei dettagli, ci sembra utile sapere che buona parte della materia è stata inclusa nel diritto penale e che è stato predisposto un registro dei condannati.

Sulla base delle nuove indicazioni (distinzione tra violenza fisica lieve e grave, violenza psicologica e sessuale) è stata condotta un’indagine sul alcune regioni (II, IV, Regiòn Metropolitana, IX, X e XI) su direttiva dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Intervistando un campione di donne dai 18 ai 49 anni è risultato che la X regione è quella più colpita da questo fenomeno (il 55% delle intervistate ha dichiarato di essere stata oggetto di violenza) e vanta il triste primato in tutte e quattro le tipologie di violenza. La XI regione, invece, tra quelle analizzate, registra una percentuale del 36%, inferiore alle altre. In tutte le regioni è la violenza psicologica la più presente con una percentuale che si avvicina o supera il 40%.

Nel 90% dei casi le vittime sono donne e si collocano nella fascia d’età tra i 30 e i 47 anni. Nella fascia 12-17 si colloca il 3%. Con l’introduzione della legge le denunce sono aumentate solo del 4,6%. Si noti che le donne anziane denunciano per lo più figli alcolisti e drogati.

Le vittime di regola vivono in coppia e si decide a denunciare il compagno/marito per tutelare i figli. Un terzo sono casalinghe mentre la percentuale maggiore sarebbe rappresentata da donne che lavorano fuori casa. Ciò potrebbe far affermare che un’occupazione fuori casa è una forma di tutela per la donna lavoratrice che, sentendosi più forte e autonoma, è meno disposta a sopportare i soprusi del maschio convivente.

Non ci sono dati esaustivi sulla tipologia e occupazione dell’aggressore anche se da più studi a livello mondiale si può concludere che la violenza è trasversale in tutte le classi sociali e occupazioni.

(fonte: “Violencia de gènero y la administraciòn de la justicia” – SERNAM 2012)

Cile. SERNAM: “Servizi alle donne che subiscono violenza e nuova cultura dei rapporti di coppia”

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Leggendo l’intervento presentato dalla commissione delle donne cilene a New York nel 2012, ci sembra di capire che per le donne le problematiche sono più o meno le stesse che si riscontrano anche qui in Italia: 1) promuovere azioni positive in favore di una maggiore uguaglianza e opportunità tra uomini e donne supportando una maggiore partecipazione delle donne nella politica; 2) aiutare le donne nell’inserimento nel mondo lavorativo con corsi di specializzazione e supporto alla conciliazione familiare;3) appoggio alla maternità in quanto la famiglia è un elemento basilare della società; 4) riduzione, prevenzione e sradicamento della violenza familiare; 5) promozione della partecipazione delle donne in tutti i settori della società.

Una certa attenzione è stata posta sul capitolo “violenza”. Una donna su tre in Cile subisce violenza in famiglia. Sono stati portati avanti vari programmi e costituiti centri di accoglienza per arginare il fenomeno: Programa Chile Acoge, 94 centri di attenzione che danno appoggio legale, 24 case di accoglienza di vittime con figli, Programa “Alerte Temprana” per una nuova cultura che insegna a far riconoscere i segni iniziali della violenza per stroncarla sul nascere; istruzione a 25.000 giovani adolescenti per educarli nel rispetto della propria compagna, Centri di attenzione per uomini violenti al fine di recuperarli.

Possiamo concludere che anche in Cile il fenomeno della violenza contro le donne esiste ed è abbastanza diffuso. Lo stato sta cercando di tamponare le situazioni di emergenza e di divulgare una nuova cultura del rapporto di coppia. Nel 2011 le denunce di donne maltrattate sono aumentate dell’11%, segnale positivo che significa che le donne cominciano a parlare e a prendere coscienza del fenomeno.

(fonte: “Intervenctiòn de la delegaciò de Chile – 56 periodo de sesiones de la Comisiòn sobre la condiciòn juridica y social del la mujer – Sernam marzo 2012)

Curiosità. Ci hanno colpito i programmi di formazione delle donne per farle partecipare alla vita politica. Sembra che abbiano sortito un loro effetto nelle amministrative per il rinnovo dei comuni cileni quando le protagoniste sono state le donne. Alcune sono note per la loro militanza contro la dittatura e hanno avuto un forte consenso popolare. Tra queste Michelle Bachelet rieletta nelle presidenziali 2013.

Cile. Società: “Giovani e donne uniti dalla difficoltà di trovare un lavoro garantito”

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di Tiziano Ceccarelli – tesi di laurea presso l’Università “La Sapienza” di Roma

Siamo ancora lontani da lavori tutelati e dai diritti sindacali per tutti. Anche in Cile, come in Italia, giovani e donne evidenziano peculiarità simili: lavori saltuari, basso tasso di scolarizzazione e quindi basso inserimento sul mercato del lavoro. 

(…) La questione Giovanile

In Cile, ci sono circa 3 milioni di giovani, di questi 1milione e 350 mila vivono nelle aree più povere del Paese. Nonostante gli sviluppi positivi espressi degli indicatori economici e sociali, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora un valore tre volte più grande del tasso generale con una differenza del salario medio per il gruppo dei giovani tra i 15 ei 29 anni di quasi 100 mila pesos, secondo l’Organzaciòn Internacional del Trabajo. La precarietà del lavoro è la caratteristica che più colpisce nel rapporto dei giovani con il mercato del lavoro. Tra le motivazioni che contribuiscono alla costruzione di questa situazione troviamo, in primo luogo, il basso livello di istruzione che aumenta le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro; in secondo luogo si può notare la riluttanza delle aziende a concedere il reddito minimo ai giovani che si affacciano nel mercato del lavoro ostruendo considerevolmente i meccanismi di accesso al mercato stesso.

Nella fascia di età composta da persone tra i 30 ed i 34 anni, il 48% ha meno di 12 anni di istruzione, dato che ritroviamo leggermente più basso se si analizza il gruppo con età tra i 25 ei 29 anni (43%). Ancora secondo gli ultimi rapporti dell’OIL il 19 % dei giovani non lavora né studia ed un 12% neanche cerca lavoro. Altra caratteristica peculiare della situazione (dis)occuazionale giovanile cilena è un mercato del lavoro estremamente precario. Sempre secondo un rapporto dell’INE il 56,5% dei giovani tra i 15 ed i 24 anni percepisce il salario minimo mentre il 26,7 % riceve un salario inferiore.

A questo punto è necessario aggiungere un altro fenomeno che si sta verificando nel Paese: la sottoccupazione giovanile, ovvero quei giovani che lavorano solo parzialmente – in alcuni casi meno di 5 ore settimanali. Questo scenario ci mostra come la situazione giovanile cilena sia estremamente complessa.

Lungo tutto il 2011 ed in questi primi mesi del 2012 il Cile è stato attraversato da un grande movimento studentesco. I temi di tali mobilitazioni riguardano la situazione dell’impiego giovanile e le sue prospettive. Il mondo dell’istruzione, in Cile come in qualunque altro Paese, è legato a doppio filo con il mondo del lavoro ed i suoi meccanismi di inclusione. Molti giovani, dopo aver terminato tutto il percorso scolastico ed alcuni anche quello universitario, non trovano sbocchi ed il mercato del lavoro sembra non essere adeguato per assorbirli.

Questo porta al fatto che moltissimi giovani abbandonano gli studi con largo anticipo ed anche coloro che riescono a portarli a termine vanno ad alimentare quella già molto elevata percentuale di giovani che viene costretta ad inserirsi nell’economia informale.

Il problema dell’inserimento nell’economia informale riguarda soprattutto i giovani tra i 15 ed i 19 anni per la stragrande maggioranza poveri, disoccupati e con un curriculum scolastico estremamente breve costretti ad accontentarsi di lavorare senza contratto, con salari molto bassi e nessuna tutela.

L’occupazione femminile in Cile

Le differenze di genere nel mondo del lavoro in Cile è osservabile all’interno dei settori in cui le donne sono maggiormente occupate: servizi, commercio, insegnamento (anche se in misura minore) e si concretizza nella differenza del salario percepito per il medesimo impiego, che se svolto da una donna risulta estremamente inferiore (anche fino al 70%).

Le donne, in Cile, sono entrate all’interno del mondo del lavoro senza abbandonare i tradizionali ruoli assegnati loro. Insieme al lavoro restano principali responsabili del mantenimento e la cura della casa e dei bambini. Tale condizione ha portato ad una maggiore accettazione di lavori precari o situazioni di parziale occupazione.

Un altro motivo di preoccupazione rispetto alla situazione occupazionale femminile è la mancanza, quasi totale, di copertura pensionistica dovuta al fatto che solo il 41% delle donne occupate ha un contratto regolare – secondo l’INE. (…)

(fonte: eurasia-rivista.org)

Cile. Condizione delle donne: ”Il machismo è ancora diffuso”

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di Sara Romanelli – tesi di laurea

Si consideri che la tesi è del 2008-2009. Nel frattempo sono stati sviluppati piani di formazione e coinvolgimento delle donne svantaggiate per farle entrare nel mondo del lavoro. (Programas de Fundaciòn PROdeMu – Promociòn y Desarrollo de la Mujer – vedi http://opinion.lasegunda.com/sociedadanonima/mujeres-nunca-es-tarde-para-trabajar/). Alla fine di questa sezione dedicata al Cile ci sarà un’intervista ad una signora residente che integrerà quanto detto sulle donne.

Ad oggi la situazione della donna in Cile risulta relativamente complessa. Storicamente subordinata, è la donna, anche quando incinta, che all’interno della famiglia si deve assumere la responsabilità di fare i lavori di casa, di accudire i figli ed il resto della famiglia.

Ovviamente in seguito ai cambiamenti dati dalla modernità e dai modelli occidentali, la situazione si presenta molto differente se si analizzano un contesto rurale od uno urbano. Il lavoro domestico non è ovviamente riconosciuto come un lavoro nel senso classico del termine, di conseguenza non viene retribuito nè tantomeno riconosciuto come fonte di prestigio sociale, ma semplicemente come un compito che una qualsiasi donna per sua natura deve portare a termine in quanto “donna”.

Oltre a non essere ricompensato a livello economico ha sempre permesso agli uomini di dedicarsi ad altre attività remunerative per se stessi o la famiglia, o di partecipare alla vita sociale, politica artistica, spesso negata alle donne. Quando una donna intraprende un lavoro remunerativo o una carriera fuori dall’ambiente domestico tuttora non è trattata allo stesso livello di un uomo e non si produce una giusta distribuzione dei compiti all’interno della coppia o del nucleo familiare.

In Cile la maggior parte delle donne deve supplire a questa mancanza facendo un doppio lavoro: mantenere una casa ed avere un lavoro per guadagnare. Tutto questo causa, nella maggior parte delle donne, un sovraccarico emotivo e fisico che le espone maggiormente al rischio di contrarre patologie.

Spesso l’uomo cileno non si fa carico della responsabilità dei figli e della casa e tutto grava sulla donna. È stato dimostrato che i livelli di salute personale e quindi familiare migliorano notevolmente quando entrambe i coniugi o la coppia si dividono compiti e responsabilità nella gestione dei figli. Negli ultimi tempi, in seguito a pressioni perché questo aspetto “machista” della cultura cilena cambiasse verso la parità, molti giovani padri partecipano attivamente alla gestazione, al parto ed al puerperio.

Il machismo in Cile è un problema sociale tuttora presente, dato dalla impari relazione tra i sessi. La definizione classica di “machismo” è: “un atteggiamento di ostentazione di caratteri virili e mascolini”, una più profonda ed interessante definizione è: “un comportamiento en que las actitudes, acciones y discursos son coherentes con el sistema sexo/género; un sistema social en que hombres y mujeres forman dos grupos desiguales. Cada grupo constituye un género y ambos están jerárquicamente organizados de tal manera que los hombres son quienes detentan el poder y las mujeres son subordinadas. Cada grupo constituye un género polar y complementario del otro y ambos están jerárquicamente organizados de tal manera que los hombres son quienes detentan el poder y las mujeres son subordinadas. Esta jerarquía es causa y consecuencia de la valoración que se hace de las características asignadas a cada género y las capacidades que estas confieren a cada uno” (F.A.Limone Reina).
Il marito spesso si comporta in modo violento con la moglie, è autoritario, abusa di alcool e droghe, ha relazioni sessuali non protette con altre donne, tutte condotte che possono solo aumentare il rischio di violenza sessuale verso la moglie o la compagna, di trasmissione del virus dell’HIV e di presenza di gravidanze non desiderate, oltre ovviamente alla generazione di un circolo vizioso di sofferenza per la donna nel nucleo familiare.

La violenza, che si può definire “l’uso deliberato della forza fisica o del potere, contro una persona o un gruppo sociale” è un fenomeno ricorrente in questo Paese. La violenza contro le donne come atto fisico o psicologico che porta sofferenza psichica, lesioni personali, morte, è ancora un fenomeno diffuso.

Questa violenza causa spesso lesioni personali, patologie fisiche, psichiche, gravidanze indesiderate frutto di violenza sessuale, diffusione di malattie come l’AIDS o l’epatite B, inoltre crescere sin da piccoli in un ambiente violento o presenziare fisicamente ad aggressioni e maltrattamenti porta a far sì che facilmente si ricada negli stessi comportamenti; quella che viene chiamata “trasmissione culturale intergenerazionale”. La forte discriminazione sociale e culturale di cui sono vittime le donne, e spesso i figli, sono frutto di una condotta culturale “machista” che può portare a conseguenze disastrose per i protagonisti di queste vicende.

Questo circolo vizioso di sofferenza è talvolta alimentato dalla cultura stessa nel suo aspetto educativo: alle bambine viene insegnato ad essere protette e dipendenti dal padre prima e successivamente dal marito, ai bambini viene insegnato ad essere indipendenti già dall’età infantile e viene dato loro meno affetto. In Cile il problema della violenza intra-familiare è un grave problema di salute pubblica, solo nella regione metropolitana il 50,3% delle donne nella sua vita ha vissuto esperienze di violenza da parte del marito o del compagno.

Quello che adesso ci si aspetta dal sistema educativo e sanitario cileno è che si cerchi di creare una maggiore educazione rivolta soprattutto ai padri, ed ai ragazzi, che devono essere consapevoli del fatto che è anche loro responsabilità generare benessere nelle loro compagne, specialmente se si sta generando una nuova vita. L’importante per l’equipe medica e educativa è sapersi proporre al padre/compagno nella maniera corretta per renderlo capace di stare accanto alla sua compagna.

Il governo cileno da quasi trent’anni sta attuando a livello nazionale campagne di sensibilizzazione e miglioramento del servizio sanitario al cittadino, specificatamente nel settore delle politiche sessuali e riproduttive e della prevenzione della violenza di genere.

Le azioni sono dirette principalmente in due direzioni: la prima si preoccupa di mettere in pratica, educando le equipe mediche e gli stessi pazienti, il concetto di “insieme di più diritti” in ogni singola persona nel momento in cui questa necessita di una cura o di un intervento medico; la seconda propaganda e sostiene il pensiero progressista in merito al sesso femminile.

La tesi principale è che perché un paese si possa considerare moderno in tutti i suoi settori è essenziale che al suo interno esista la parità di trattamento in tutti gli ambiti – sociale, economico, lavorativo e familiare – tra l’uomo e la donna. La donna deve emanciparsi in maniera sempre maggiore ed iniziare a ricoprire ruoli di potere all’interno della società, ruoli che sono sempre stati ricoperti da uomini.

(fonte: tesi online.it – estratto da “Negoziare la nascita. Una analisi antropologica dei sistemi medici dell’isola di Chiloè – Cile” 2008-2009)

Brasile. La condizione delle donne: “Ancora gravidanze precoci e violenze”

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Con l’aumento del tasso di scolarizzazione più donne entrano nel mondo del lavoro e le famiglie riducono il numero dei figli.  Il Brasile è però ancora citato tra i sei paesi in cui vi è un’elevata percentuale di madri adolescenti. Gli altri sono Bangladesh, Congo, Cina, India e Nigeria. Le adolescenti tra i 15 e 19 anni rappresentano l’11% delle baby mamme nel mondo.

Nel 2012 è stato celebrata la prima giornata internazionale contro i matrimoni precoci, il “Girls not Brides Day”. Le ragazzine che si sposano molto giovani sono a maggior rischio di violenza domestica e di abusi sessuali. Inoltre non hanno raggiunto un adeguato sviluppo del corpo per portare avanti una gravidanza senza pericoli. Non conoscono neppure i loro diritti e non sanno che cosa fare in caso di gravidanze a rischio.

Per quanto riguarda il tema violenza domestica, si può affermare che, nonostante l’introduzione di una legge più severa ormai da sette anni, le donne brasiliane continuano ad essere vittime di violenza e, quel che è più grave, i loro aguzzini non vengono perseguiti. Si parla di centinaia di donne senza giustizia e di cure adeguate. Un’ennesima dimostrazione che non è sufficiente avere una legge per estirpare il fenomeno.

(fonte: globalfactiva.com 2013-2012)

Ricerca delle origini. Mamma Giuliana: “Il punto di vista di una madre che non ha riconosciuto il figlio alla nascita.”

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Oltre ai figli ci sono anche le madri che vorrebbero recedere dall’anonimato, ma che per una decisione passata presa in situazione di emergenza e necessità, con la legge attuale non hanno la possibilità di farlo per le vie legali. Ecco la testimonianza di una di loro.

Alle madri naturali che non hanno riconosciuto il figlio alla nascita: è molto difficile scrivere ed esporsi, tanto più quando si è di per sè una persona riservata. Ma io – ed immagino molte di voi – cerco mio figlio e voglio fare tutto il possibile perché questo avvenga. Questa “esposizione” deve avvenire gradatamente, gradualmente, con calma, per non soffrire troppo e sentirsi quasi male…Eppure è necessario: non solo per noi, per raggiungere “l’obiettivo prefissato”, ma soprattutto per un senso di dovere verso i nostri figli, i quali – delle nostre decisioni – non hanno nessuna colpa né responsabilità. Non dobbiamo più’ farli soffrire.

Semplicemente abbiamo deciso noi per loro. E’ terribile , ma è cosi’. Se quella che – al momento – sembrava la soluzione più semplice e definitiva, col passare del tempo, per moltissime di noi, non si è rivelata né semplice né definitiva….Anzi, più passa il tempo, più c’è la piena consapevolezza del gesto che si è compiuto….Con tutte le conseguenze del caso.

Di una sola cosa – positiva – ho anche consapevolezza e orgoglio: mio figlio è vivo perché io l’ho voluto vivo. Sicuramente sarà così anche per moltissime di voi.

Questo gruppo è nato con due obiettivi di fondo: fare pressione non solo perché possa essere modificata la legge sulla possibilità per i figli adottivi non riconosciuti di accedere alla conoscenza delle proprie origini ben prima dei 100 anni (40 sono sempre troppi …) ma soprattutto perché possa essere riconosciuto il nostro “diritto”/possibilita’ a recedere dall’anonimato. La legge potrebbe offrire a noi madri “anonime” una scelta di questo tipo/non obbligo.

Ricerca delle origini: ”Cosa dice la legge italiana, diritti dell’adottato e diritto all’anonimato della madre”

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Ad oggi la legge italiana (L183/1984 modificata in seguito) consente all’adottato di conoscere le sue origini:

–          al compimento del 25° anno di età

–          al compimento del 18° anno di età in caso di “gravi e comprovati motivi di salute”

–          mai se la madre ha partorito in anonimato (“al compimento del 100° anno”).

La corte Europea dei Diritti Umani ha condannato la legge italiana perché, secondo i giudici di Strasburgo, l’Italia tutelerebbe solo il diritto all’anonimato della madre a scapito del diritto di conoscere le origini del figlio.

 

  • Le motivazioni dei ragazzi che cercano

Ci sono quelli che riescono a convivere con quest’incognita ma c’è chi non ce la fa. Più che desiderio di sapere chi è la madre desidera sapere perché l’ha lasciato.

C’è chi cerca per sapere se ci sono casi di malattie ereditarie in famiglia. Si tratterebbe di un legittimo diritto alla salute.

Chi lo fa perché viene a sapere di essere adottato in età adolescenziale e rimane scioccato dalla rivelazione. Necessita di capire meglio e ricomporre i tasselli della sua storia.

In buona parte dei casi lo scopo è quello di trovare maggiore equilibrio dentro di sé.

…..

  • Le motivazioni dell’anonimato delle mamme

C’è chi desidera rifarsi una vita e non vuole sentir parlare di un episodio passato. Parliamo di casi particolari e delicati come maternità causate da violenze, o dettate da problemi economici gravi o da situazioni di dipendenza da alcool e droga, oltre che da prostituzione.

C’è chi è stata costretta a lasciare il suo bambino perché allora era minorenne e in una certa epoca avere un figlio fuori dal matrimonio era un disonore.

C’è chi potrebbe approfittare della solitudine e della disperazione di una donna per offrirle strade alternative, ad esempio, vendere il figlio. L’anonimato potrebbe coprire il traffico di bambini.

C’è invece chi può tenere una porta aperta perché lasciare un figlio è sempre un gran trauma anche per la madre e il desiderio di conoscerlo può crescere ogni giorno di più.

……….

  • Cosa si chiede alle istituzioni

Non crediamo sia semplice da parte di un legislatore domare una materia tanto variabile e delicata. La proposta di legge presentata dalla deputata PD Luisa Bossa si avvicina a quella francese. La Francia ha superato il diritto all’anonimato della madre concedendo la reversibilità della decisione, consentendo alla madre di rivedere la sua posizione di genitrice anonima. In questo modo è libera di togliere l’anonimato in qualsiasi momento. Ebbene si è potuto osservare che su 100 genitori cercati, metà vengono identificati, di questi la metà accetta di togliere l’anonimato.

La soluzione francese richiede la costituzione di un ente ad hoc che

1)   raccolga i dati

2)   li divida tra dati accessibili e dati non accessibili (in anonimato)

3)   accompagni, con supporto psicologico ante e post, i ragazzi e famiglie alla ricerca della genitrice che in qualsiasi momento può togliere l’anonimato.

In UK, Svezia e Spagna sono i servizi sociali a curare la mediazione localizzando la mamma di origine e, su suo consenso, mettendola in contatto con l’adottato.

In Italia si chiede la reversibilità dell’anonimato una volta che il figlio, compiuti i 25 anni, desideri conoscere la madre di nascita. Solo con il suo consenso potrà esserci l’incontro. Viene quindi salvaguardato il diritto della madre e si va incontro alle esigenze del figlio. La nuova legge se verrà approvata non obbliga quindi a cercare la mamma di origine, è solo un’opportunità per chi lo desidera.

Nonsoloamericalatina: “Il problema della violenza sulle donne e gli effetti devastanti sui minori, purtroppo, accomunano tutti i paesi del mondo

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La violenza sulle donne merita una puntualizzazione. Nessun paese ne è esente, compresa l’Italia di cui conosciamo i tristi fatti di cronaca. Dai tavoli di lavoro seri esce un’immagine del fenomeno diversa da come la presentano media e giornali.

1.   Il fenomeno colpisce tutte le classi sociali

2.   Gli uomini violenti rientrano anche nelle categorie di impiegati e professionisti e raramente sono dipendenti da sostanze o uso di alcool

3.   I media parlano di violenze di immigrati, ma una percentuale ben maggiore si perpetua nelle nostre case

4.   Le persone attorno sanno ma non intervengono perché la violenza sulle donne trova radici nella nostra mentalità e cultura.

L’America Latina è solo un altro continente dove la cultura machista è molto radicata. Le osservazioni delle prossime sezioni non intendono puntare l’indice con arroganza ma vorrebbero invitarci a riflettere anche sul nostro modello di coppia e a chiederci che cosa trasmettiamo ai nostri figli per rompere un circolo di azioni perverso.

 

 

AmLatina. Sguardo sulla condizione delle donne: “Cosa cambia per le donne”

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di Lamia Oualalou

Da alcuni anni, alla guida di stati latinoamericani vi sono delle donne. L’emergere di queste figure politiche di primo piano suggerisce un progresso – spesso timido – della condizione femminile nella regione. Si può sperare in un’accelerazione? (…)

In realtà, i progressi nell’eguaglianza tra uomini e donne seguono altre strade, in particolare in campo politico. E le latinoamericane non se ne lamentano. Negli ultimi anni, quattro donne sono state elette alla più alta carica nel continente. Quando Cristina Fernández in Kirchner diventa presidente dell’Argentina, nel 2007, molti osservatori la paragonano alla sua concittadina Isabel Martínez in Perón (la prima donna al mondo a diventare presidente, nel 1974). Ma entrambe erano, prima di tutto, «mogli di»: la prima dell’ex presidente Nestor Kirchner, presidente dal 2003 al 2007; la seconda, vedova di Juan Domingo Perón, al potere dal 1946 al 1955, poi dal 1973 al 1974.

(…) L’Argentina non è il solo paese in cui le donne possono ormai fare a meno di mariti illustri. All’inizio del 2006, Michelle Bachelet, un’ex rifugiata politica che ha allevato da sola i suoi tre figli, succede al socialista Ricardo Lagos, in un Cile che ha istituito il divorzio (ndr si ripresenterà alle elezioni nel novembre 2013). Nell’ottobre 2010, in Brasile, è la volta di un’altra divorziata, Dilma Rousseff, nota per la sua partecipazione a organizzazioni guerrigliere di sinistra durante la dittatura degli anni ’60 e ’70. Alcuni mesi prima, anche il Costa Rica aveva scoperto che la sua tradizionale cultura maschilista non aveva impedito l’elezione di Laura Chinchilla (centro-sinistra).

Un’evoluzione della mentalità talvolta accompagnata dall’introduzione di sistemi di discriminazione positiva. L’Argentina ha aperto la strada, nel 1991, con la legge sulle quote, che imponeva ai partiti il 30% almeno di candidature femminili. Con il 38% di donne in Parlamento, figura oggi tra i primi dodici paesi quanto a partecipazione femminile al potere legislativo. Da allora, undici nazioni della regione ne hanno seguito le orme (Bolivia, Brasile, Costa Rica, Ecuador, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Uruguay).

Le donne vengono elette perché meno corrotte ma non sempre sono attente a far progredire leggi in favore delle donne.  In America Latina le presidenti rimangono molto spesso conservatrici.

Per leggere  l’articolo integrale: http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Dicembre-2011/pagina.php?cosa=1112lm01.01.html

(fonte: megachip.info – 29/01/2012)

AmLatina. Film: “Bordertown” di Gregory Nana (2006)

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Un film per parlare delle donne di Ciuda Juarez, città di confine (bordertown) tra il Messico e gli USA in cui avviene una serie di omicidi su donne che escono di sera dal lavoro. In questa città sono sorte parecchie fabbriche manifatturiere che impiegano in prevalenza donne, in gran parte giovani, che godono di poche garanzie sul piano lavorativo e di nessuna su quello della dignità della persona. Centinaia di loro sono state infatti rapite, stuprate e uccise senza che le autorità locali andassero oltre le formalità di rito. Colpisce l’atteggiamentio della polizia che invece di aiutare le indagini cerca di ostacolarle. Il film denuncia la mancanza di attenzione ad un fenomeno sociale che si perpetua dal 1993.