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AltroNatale. Libro: “Generato non procreato”

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AA.VV.

GENERATO NON PROCREATO

La sfida dell’adozione

Ed Paoline – 2014

“Generato non procreato” è un titolo che si addice al migliore Natale.

L’elaborazione della sterilità è uno dei nodi per la riuscita dell’adozione. Sterilità intesa come incapacità di rispondere: “Perchè tutto questo sta succedendo proprio a me?”

Una volta che si è inteso che non basta “volere” per realizzare un desiderio, ma che facciamo parte di un disegno più grande in cui siamo solo delle pedine, l’avvicinamento all’adozione, e a quel figlio desiderato, diventa naturale.

Allora stenti a capire, anche se lo rispetti, chi si ostina a flagellare il proprio corpo con dispendiosi tentativi di fecondazione assistita quando nel mondo ci sono tanti bambini alla ricerca di una famiglia che li ami.

Ivana Lazzarini, la curatrice del testo, porta la sua sincera testimonianza di donna di fronte all’impossibilità di avere un figlio. Il contenuto è arricchito della vicenda di Abramo e sua moglie Sara. Attraverso la loro genitorialità, raggiunta in età avanzata, possiamo intendere i percorsi di conoscenza di un uomo e di una donna prima di essere pronti alla donazione di se stessi ad un figlio. Perché ancora una volta, nella Bibbia, libro degli uomini per gli uomini, si trovano risposte esaustive per tutti, credenti e non.

La pubblicazione è arricchita da alcuni interventi curati dallo staff di ItaliaAdozioni che accompagnano la coppia nella scoperta della scelta di adottare.

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Per l’acquisto bastano eur 12 (compresa spedizione) da versare

– tramite bonifico intestato a Associazione Italiaadozioni –  IBAN: IT16C0200834070000103385842

– contattattando redazione@italiaadozioni.it per lasciare l’indirizzo di casa

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Solitudine dei papà: “C’è chi dice che papà non è mamma”

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  • A seguito della recente sentenza del TdM di Roma sull’adozione di una bambina alla partner di una mamma lesbica. proponiamo questa riflessione sul diverso ruolo di padre e madre.

di Roberto Colombo, professore dell’università Cattolica del Sacro Cuore, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Ciò che sorprende maggiormente nell’inconcluso dibattito pubblico sull’adozione da parte di coppie omosessuali – riacceso in questi giorni dalla sentenza del Tribunale dei minorenni di Roma – è la latitanza di una riflessione che (re)introduca a pensare la paternità e la maternità non soltanto come ruolo familiare o sociale e come funzione biologica o psicologica, bensì anche e anzitutto come elemento di una struttura antropologica duale e come paradigma dell’umano che permette una (ri)comprensione delle dinamiche plurali del vivere personale, familiare e sociale. Ad essere in gioco nella questione della bambina di cinque anni che fissa contemporaneamente lo sguardo su due “mamme” non è primariamente un interrogativo etico o un problema giuridico, e neppure uno statuto della famiglia e un concetto di adozione.

C’è qualcosa che viene prima e sta a fondamento del resto. Lo esprimo con un interrogativo: è ancora possibile pensare il padre e la madre?

A ben vedere, in questo caso ad essere assente non è solo il padre, ma la stessa madre, perché nessuna delle due “madri” è in realtà madre. Si può essere madre solo in relazione ad un padre e si può essere padre solo in relazione ad una madre. Relazione ontologica, fondativa dell’esistenza – non meramente biologica, psicologica, affettiva – e accolta dalla libertà dell’uomo e della donna, che riconosce in questo accadimento relazionale il dispiegarsi dell’orizzonte della vita, come vocazione e come destino. Relazione data una volta per tutte (si è madri e padri per sempre se lo si è stati veramente una volta), che né la separazione fisica, né l’odio, il rancore o il disprezzo per l’altro(a), e neppure la stessa morte possono cancellare. Qui no: il riferimento alla “madre” è puramente autoreferenziale perché esclude di principio e di fatto il riconoscimento del padre come elemento coessenziale della dualità antropologica che rende possibile la figura genitoriale.

Anche nel bizzarro surrogato semantico di un discorso che diventa antropologicamente “neutro” pur di essere “politicamente corretto” – quello del “genitore A” e del “genitore B” in luogo di padre e madre – vi è la necessità di identificare con due diverse lettere dell’alfabeto ciò che, altrimenti, non sarebbe identificabile come genitore proprio per l’assenza di un referente che sia altro da sé, ma non senza riferimento a sé.

Per l’essere umano non si dà identità se non nella differenza e differenza se non nell’unità. Del resto, tutta l’esperienza – e la testimonianza che ne trasuda – dell’essere generato e del generare, dell’essere accolto e dell’accogliere, e, ancor prima, dell’essere amato e dell’amare, diventa intelligibile solo dentro alla dinamica della relazione all’altro da sé e della differenza nell’identità di sé che la presuppone.

Con il lessico più familiare, un bambino può chiamare qualcuno “papà” solo perché dice o ha detto “mamma” a una donna che lo ha generato o accolto attraverso una relazione con lui, e può riconoscersi nel rapporto con una mamma solo perché essa non è semplicemente una donna, ma quella donna che lo ha generato o accolto insieme all’uomo che chiama “papà”.

Non si costruisce una figura genitoriale dal nulla, da un’affermazione astratta che proietta sulla realtà un desiderio o una pretesa, e neppure da una sentenza che cristallizza nel diritto quello che è ancora fluido nella cultura e nella prassi. L’origine di ogni identità sorge da una differenza e non si afferma nella negazione di essa attraverso un’emancipazione dalla relazione costitutiva che la pone in essere.  A dispetto delle apparenze, la consistenza dell’identità non è subordinata alla negazione, alla propria negazione o a quella dell’altro. Ogni genitore (naturale o adottivo) può dire paternamente “tu” a suo figlio solo perché dice “tu” alla donna che si rivolge maternamente con lo stesso “tu” al figlio, e viceversa. I due “tu” restano asimmetrici, senza confondersi né annullarsi a vicenda. La relazione materna e paterna manifesta un’esperienza dell’asimmetria costitutiva del vivere personale e sociale, e il padre si presenta come simbolo di alterità rispetto alla madre. Nella dinamica familiare, la figura del padre acquista una valenza metaforica assolutamente originale e insostituibile rispetto a quella della madre. Il padre, nella metafora della differenza originale e originante, diviene catalizzatore della relazionalità dell’esistenza, testimone di una gratuità dell’esistere che è al tempo stesso grazia e grazie: il padre non è gestazionalmente né nutrizionalmente necessario al figlio, meno dipendente da lui che dalla madre. Ma non per questo meno grato al padre per il suo esserci, condizione di possibilità dell’esistere della madre in quanto madre.

Il tentativo di dare stabilità educativa, sicurezza e prospettive di benessere e “felicità” ad un bambino che non può crescere insieme alla donna e all’uomo che lo hanno generato non si realizza attraverso la cancellazione della drammaticità insita nella differenza antropologica uomo-donna cui fanno riferimento la figura paterna e materna. Al contrario, solo assumendo fino in fondo questa intrinseca e irriducibile drammaticità è possibile accogliere il bisogno del bambino di crescere come figlio (si è sempre figli, anche quando si nasce o si diventa orfani, ma è bene vivere da figli).

Una società senza madre non è sinora possibile: potrebbe diventarlo con la gestazione ectobiotica, un azzardo biologico oltre che una mostruosità etica. Una società senza padre è tecnicamente realizzabile (il donatore anonimo del seme è puro strumento di riproduzione) ma antropologicamente inconcepibile, perché viene meno la condizione di possibilità del sorgere della consapevolezza del figlio come figlio e dell’uomo come fratello di altri uomini.

(fonte: ilsussidiario.net – 09/2014)

Solitudine papà. La sfida di educare: “Guardami, ti indicherò la strada”

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I papà hanno un ruolo importante per i nostri figli, adottivi e non. In particolare nella fase dell’adolescenza hanno il difficile compito di indicare la via. E’ più facile fuggire di fronte a questa responsabilità, ma si perde l’opportunità di lasciare una traccia indelebile e positiva nella loro vita.

Ci sembra di buon senso affermare che, nonostante ci sforziamo di cercare la perfezione, saremo sempre e comunque genitori imperfetti. Anche i padri. Sembra che la ricerca di questa perfezione sia una delle cause che portano i padri ad allontanarsi dalla famiglia e a non impegnarsi con i figli. Quasi che ci fosse la paura di sfigurare. Tranquilli. I ragazzi hanno solo bisogno di adulti di riferimento, non di eroi. Noi per primi dovremmo solo interrogarci sul significato della nostra vita per trasmettere un valore positivo ai figli.

In un momento di crisi come questo crediamo che il primo compito di un genitore sia di tramettere speranza. Possiamo parlare tra noi delle nostre delusioni e fatiche, ma i ragazzi hanno il diritto di avere un futuro davanti, una luce che li guidi. Per dirla come Nembrini (“Di padre in Figlio”, Ed Ares 2011) i ragazzi hanno bisogno di adulti che amino la loro libertà e, aggiungeremmo, il loro entusiasmo.

E’ in questo contesto che va valorizzata la figura del padre come colui che, con sguardo sicuro, li guida verso le scelte più consone. Questa mansione del padre, come supporto e porto sicuro a cui tornare in caso di tempesta, è già stata proposta dalla mitologia greca con Atena. Atena nacque dalla testa di Zeus quasi a significare uno stretto connubio tra padre e figlia. Per farsi strada i ragazzi hanno bisogno di mentori che li guidino, li sostengano e siano dalla loro parte. Atena è sempre stata sostenuta da Zeus. Grazie all’acutezza della sua intelligenza e ad una giusta dose di autostima, Atena rappresenta quelle figlie che riescono nella vita perché hanno una buona immagine di sé grazie alla sicurezza trasmessa dal padre.

Che cos’è allora l’educazione? Sempre Nembrini: “L’educazione non è una serie di prediche, non è una preoccupazione da avere. E’ un uomo che vive. (…) L’educazione è la capacità che hai o non hai di rendere testimonianza (…) di una certezza e di una positività che i figli possono guardare.”

I ragazzi ci osservano, imparano da noi, dalle nostre reazioni. Le parole contano pochissimo. Secondo molti studiosi l‘emergenza educativa è data dalla mancanza di adulti che si prendono le loro responsabilità, che rifuggono il ruolo di coloro che devono indicare la strada. “Abbiamo ragazzi che crescono pieni di paura e di incertezza: come sulle sabbie mobili perché non hanno davanti adulti capaci di testimoniare certezze….”

Quando ci sentiamo in difficoltà rammentiamoci le parole agli educatori di Baden Powell, il fondatore del movimento scout: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancor di più attraverso ciò che si è.” Ai ragazzi, invece, viene detto: “ Ti hanno insegnato gli elementi generali del sapere e ti è stato insegnato come imparare. Ora spetta a te, come individuo, di andare avanti e di imparare da solo quelle cose che daranno più forza al tuo carattere e ti permetteranno di riuscire nella vita facendo di te un uomo.”

Il grande segreto dell’educazione è quello di non aver paura di sbagliare. E’ la qualità del rapporto che conta L’uomo vale per quello che è nell’azione, perché è nell’azione che dimostra a cosa tiene: l’uso del tempo, della casa, dei soldi, delle energie, come gestisce i rapporti… L’invito al disimpegno per essere felici in realtà castra la curiosità innata dei nostri ragazzi.

Per citare Bauman, filosofo del nostro tempo e della società liquida (“Modernità liquida”,  Laterza 2002): “Nel nostro tempo ci sono troppi modelli, in contrasto tra loro. (…) Mancano punti di riferimento certi, tutto appare giustificabile in rapporto all’onda del momento. (…) Mancando un sogno che accomuni tutti, l’individuo annega nella folla delle solitudini, incapaci di comunicare tra loro, e l’ambizione dell’emancipazione cede il posto alla rinuncia del senso del vivere. Trovare punti di riferimento, indicare le linee affidabili è la sfida titanica per governanti e amministratori.”   E noi aggiungiamo: sfida titanica anche per gli educatori!

I figli non diventano grandi da soli. Il rischio di educare consiste nel seguire i figli lasciando la loro libertà di scelta. Non sono le regole e l’osservanza delle regole che fanno il buon educatore o il buon figlio. Il risultato potrebbe essere un figlio adulto che non sa gestire la sua libertà. In questo caso ho creato un burattino non un uomo. Lasciare libertà di scelta non significa buonismo. A questo riguardo Nembrini è molto chiaro: “Il buonismo, il sentimentalismo, le pacche sulle spalle non portano da nessuna parte, bloccano. Sembra bontà e invece è una cattiveria perché impedisce la correzione reale, cioè impedisce di fare dei passi, impedisce il cammino. E’ la malattia più grave. Mi sembra più diffusa nelle famiglie di oggi. Timorosi del proprio compito, spaventati del proprio compito, i genitori sembrano avere il ruolo di eliminare ogni occasione di fatica, e così facendo impediscono la crescita dei figli che restano bambini fino a trent’anni. Il buonismo non paga, il buonismo non c’entra niente con l’educazione.”

Ancora:

“Che i bambini di oggi siano più intelligenti è una menzogna, sono solo iperstimolati ma sono superficiali, non interiorizzano nulla, non hanno giudizi o criteri propri, sono totalmente nelle mani del potere, di chi grida di più, dei giornali che leggono, di quello che ascoltano.”

Anche negli errori educativi non è mai tardi. Si può sempre cominciare da capo. La sfida è di fare la nostra parte. Poi sarà quel che sarà. La partita della vita ognuno la gioca da solo e a modo suo. Non possiamo sostituirci ai nostri figli. Se non ci seguono, pazienza.

Possiamo allora affermare che l’educazione è un modo di essere di fronte alla vita. Ma è anche un trasferimento di conoscenza e testimonianza perché non vada perduto lo sforzo nostro e dei nostri antenati. Nel film Amistad di Spielberg (1997) lo schiavo capo dei ribelli, nel momento in cui deve prendere una decisione importante, esclama. “Allora io chiedo aiuto allo spirito dei miei antenati. Ed essi devono venire in mio aiuto, perchè in questo momento io sono l’unica ragione per cui essi sono esistiti!”

E’ di fronte alla morte del padre che un figlio/una figlia diventano adulti davvero. Ci vuole coraggio per educare e un buon educatore educa continuamente se stesso. Ma un buon padre ha anche il grande compito di lasciare un’importante eredità: “Guarda più lontano, guarda più in alto, guarda più avanti e vedrai una via,…. Ma sappi anche voltarti indietro per guardare il cammino percorso da altri che ti hanno preceduto, essi sono in marcia con noi sulla strada” – Baden Powell.

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Sempre sull’educazione alla libertà e alla voglia dei bambini / ragazzi di vivere attraverso l’esperienza vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-07-14/educare-bambini-liberta-140956_PRN.shtml.

Interessante il passaggio dove si parla del gioco: buona parte dei bambini sa giocare solo con giochi preconfezionati dagli adulti e non è allenata ad inventare nuovi giochi, nuove regole e nuove soluzioni. Che cittadini avremo domani? Forse, in questo senso, i nostri ragazzi sono facilitati nel problem solving visto le loro esperienze variegate, soprattutto quelli che arrivano in Italia già grandi.

Brasile. Per le coppie: “Procedure adottive ad oggi”

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Si chiude qui la sezione Brasile. Per le coppie che stanno per adottare lasciamo questo messaggio che va comunque sempre verificato nelle sedi competenti perchè riguarda l’oggi. Domani le cose potrebbero cambiare. Se qualcuno di voi sta seguendo la vicenda Congo sa di cosa parliamo.

Da quello che sappiamo in Brasile le procedure sembrano bloccate o procedono a rilento.

La causa sono le nuove norme più restrittive – si tratta di leggi interne oppure di convenzioni internazionali – che rendono sempre più difficile l’adozione da parte degli aspiranti genitori di nazionalità straniera a cui sono preferite famiglie brasiliane.

Restrizioni che si aggiungono alle lungaggini burocratiche e ai ritardi con cui le autorità dichiarano lo stato di adottabilità del minore.

Chiedere lumi all’ente a cui ci si è rivolti o contattare la CAI per avere informazioni più dettagliate. Anche quando ci sono certe lungaggini, in alcuni paesi può esistere un percorso più veloce per i bambini superiori ai 5 anni.

http://www.commissioneadozioni.it/it/per-una-famiglia-adottiva/paesi/america/brasile.aspx

Adozione etica. L’esperto:”Le motivazioni delle coppie”

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di Anna Oliviero Ferraris – psicologa e psicoterapeuta

Storie di aborti plurimi, tentativi di cure antisterilità, maturazione spontanea verso l’adozione per coppie con difficoltà ad avere figli ma anche per coppie già con figli, un desiderio scaturito da esperienze positive avute in famiglia o da un viaggio all’estero. Ci sono poi i casi di coppie che accolgono bambini con bisogni speciali. In questa parte che proponiamo la dott.ssa Ferraris pone una serie di domande da tenere sul comodino per quelle coppie che intendono intraprendere in maniera consapevole la strada dell’adozione.

(…) Sebbene alcuni sostengano di avere già avuto in precedenza una inclinazione nei confronti dell’adozione, la maggioranza delle coppie adottive che abbiamo intervistato riconosce che l’adozione non è stata la prima scelta: sono approdate all’adozione dopo aver constatato di non poter avere figli e spesso dopo avere provato, per anni e senza successo, delle terapie contro l’infertilità. Ci sono però anche coppie che adottano, avendo già dei figli, perché desiderano una famiglia numerosa e perché – per cause diverse a volte legate all’età, altre volte a patologie o interventi chirurgici – non possono averne altri; oppure per riempire il vuoto lasciato da un figlio precocemente scomparso. E non mancano le coppie che decidono di adottare per motivi ideologici o altruistici, ossia per dare una famiglia a bambini che ne sono privi, che hanno sofferto o sono portatori di handicap.

Per facilitare quest’ultimo tipo di adozioni, la riforma della legge italiana sull’adozione  (1° marzo 2001) ha istituito una “corsia preferenziale” per quei coniugi che intendono adottare un bambino con più di cinque anni e con handicap accertato.

La maggior parte delle coppie riflette a lungo prima di decidersi. Secondo le statistiche, dal momento in cui una coppia inizia a parlare di adozione alla prima telefonata di contatto trascorre all’incirca un anno: come un seme, l’idea si annida nella mente di uno o entrambi i membri della coppia, si sviluppa e acquista energia. Bisogna però fare i conti con l’offerta che è decisamente inferiore alla domanda – il rapporto è grosso modo di 1 a 20 – cosicché, man mano che procede, il progetto adottivo può subire delle modifiche sia in base alla disponibilità concreta di bambini sia alla consapevolezza crescente degli aspiranti genitori.

E’ opportuno che in questa fase di “gestazione”, gli aspiranti genitori si impegnino in una verifica delle proprie intenzioni, cerchino di immaginarsi  come cambierà la loro vita, come reagiranno amici, parenti, eventuali figli, se sono pronti a compiere un passo che trasformerà la loro esistenza.

Le domande che seguono, non costituiscono un test vero e proprio ma punti su cui riflettere. Non ci sono risposte giuste o sbagliate, soltanto domande che aiutano a capire meglio quelle che sono le aspettative proprie e dei familiari.

-Perché voglio adottare?

-In che modo la nostra vita familiare e di coppia sarà modificata dall’arrivo di un figlio, o di una figlia?

-Sarò disposto a dedicargli il tempo e le energie necessarie?

-Pensiamo che l’adozione possa aiutarci a risolvere un nostro problema di coppia, individuale o esistenziale?

-Quali sono le nostre maggiori aspettative: vogliamo dare una famiglia ad un bambino o vogliamo un bambino tutto “nostro”?

-Quando pensiamo ad un bambino, come ce lo immaginiamo? E’ una immagine realistica o idealizzata?

-Lo accetterò con gioia anche se non sarà del sesso che avrei desiderato?

-Mi sentirei deluso o “ingannato” se il bambino dovesse avere dei problemi di salute o psicologici?

-Lo accetterò con gioia anche se non risponde alle mie aspettative? (aspetto fisico, riuscita scolastica, carattere).

-Siamo pronti ad accettare le sue origini familiari?

-Sono disposto ad accettare con serenità problemi che potrebbero sorgere in seguito, connessi all’adozione?

-Pensiamo di adottare per dare un compagno di giochi a nostro figlio (se avete già un figlio)?

-Come potrà reagire nostro figlio (o figli) al nuovo venuto?

-Parenti e altri membri della famiglia sono pronti anche loro a questo passo?

-Potrei sentirmi a disagio nei confronti dei genitori che hanno figli propri?

-Eventuali apprezzamenti negativi sulla mia scelta, mi feriranno profondamente o non più di tanto?

-Lo terrò comunque anche se dovessi avere dei problemi?

-L’adozione è un lavoro di squadra tra genitori, organizzazioni, assistenti sociali e altre persone. Accetterò di lavorare in gruppo?

-Se l’infertilità è una delle cause, che atteggiamento ho a riguardo? Il problema è superato, oppure no?

-Il fatto di non avere figli ha influito sui miei rapporti di amicizia e di parentela?

-Sono abbastanza soddisfatto(a) della mia vita per non essere ossessionato(a) dall’adozione e non pensare soltanto a questo durante il periodo di attesa?

(fonte: “Il cammino dell’adozione” – annaoliverioferraris.it)