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AltroNatale. Francesco Mennillo: “Adozioni, numeri e prospettive”

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di Francesco M. Mennillo *
Questo è un giorno particolare per tante famiglie in attesa di adozione.
In questi giorni il tempo dell’attesa di un minore abbandonato si fa sentire di più perchè il Natale si passa in famiglia, nell’accoglienza del focolare domestico. Per le famiglie adottive e per i bambini è un momento carico di aspettative, della mente dei grandi che corre dietro quel bambino ideale che dovrà arrivare e di cui spesso e volentieri ben poco si sa.
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Penso alle famiglie in attesa dei bimbi della Repubblica Democratica del Congo. Ce ne sono circa un centinaio bloccate. Nel settembre 2013 ci fu una sospensione di un anno dei visti di uscita dei bambini del Congo, per vagliare la legalità dei procedimenti adottivi in corso. Il 27 maggio scorso, 31 bambini, figli delle coppie che erano rimaste bloccate in Congo per circa due mesi, vengono portati a Ciampino con un volo di Stato.  A fine settembre 2014 le autorità della Repubblica Democratica del Congo hanno confermato la prosecuzione della sospensione del rilascio dei permessi in uscita  per i bambini adottati. Tutto bloccato di nuovo.
Il blocco delle adozioni per i bambini del Congo è stato causato da gravi irregolarità nelle procedure, causate soprattutto da Americani e Canadesi, che consentono i fenomeni del “rehoming” dei minori adottati. Il piccolo viene cioè dato in adozione ad una famiglia, che poi autonomamente decide di affidarlo ad un’altra. Il Congo consente l’adozione solo da parte di coppie eterosessuali, e nel dubbio ha fermato tutti.
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In media, problematiche specifiche a parte, le coppie in attesa, dalla data di conferimento dell’incarico all’ente per le adozioni internazionali, impiegano 24 mesi per terminare l’iter. E, di solito, avevano già aspettato circa un anno per ricevere dal Tribunale il certificato di idoneità all’adozione portando il tempo medio a 3 anni di attesa per un bambino. Questo è un dato che non varia prendendo in considerazione il periodo 2006 -2013. Analogamente il dato si attesta su 3,3 anni se si considera anche il periodo di tempo che va dalla domanda di adozione. . Purtroppo, ammonta al 16% il numero delle coppie che, nel solo anno 2013, andavano oltre un tempo medio di attesa di 36 mesi. E’ un valore ancora alto, soprattutto se visto nell’ottica del bambino. Interessante anche valutare le cause principali di abbandono dei bambini nel paesi di provenienza: nel 61% dei casi vi è la perdita della potestà genitoriale, nel 30% il bambino viene abbandonato, nel 7,3 vi è una rinuncia da parte dei genitori. Incredibile pensare che solo nel 1,3 dei casi il bambino è orfano. Un bambino che cresce in istituto, ha minori tutele ed attenzioni, addirittura si riducono le sue aspettative di vita, soprattutto nei paesi africani dove gli Stati, a causa di difficoltà economiche, non riescono a garantire politiche sociali per la tutela del minore abbandonato. La situazione non cambia in quei paesi dove vi è maggiore tutela e il compimento del diciottesimo anno è una data spartiacque, dove dal massimo della tutela, ci si trova a perdere tutti i diritti, con un futuro incertissimo, senza prospettive e col serio rischio di entrare nell’area della criminalità. L’Italia è il secondo paese al mondo per adozioni effettuate, e proseguire con successo rappresenta una sfida in soccorso all’infanzia abbandonata. La nuova presidenza CAI – Commissione per le Adozioni Internazionali –  si sta impegnando per  incentivare la collaborazione internazionale in materia di adozioni, partendo dal presupposto che l’adozione internazionale, svolta secondo i principi della convenzione dell’Aja, è una forma di tutela dei diritti umani e in particolare dei diritti dei minori. Stiamo rafforzando i rapporti con il bureau del’Aja, negoziando o rinegoziando accordi in materia di adozioni internazionali sia con i Paesi che non hanno ratificato la convenzione dell’Aja che con quelli che l’hanno ratificata (quest’anno già sono stati sottoscritti gli accordi con il Burundi e la Cambogia). Accompagnando il percorso degli enti autorizzati alle adozioni internazionali nei paesi di origine con rinnovati programmi di sussidiarietà.

Il lavoro è intenso e mi va di augurare un felice Natale di speranza a tutte le famiglie in attesa.

* Presidente del Coordinamento famiglie adottanti in Bielorussia e rappresentante familiare in Commissione Adozioni Internazionali
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(fonte: thechronicle.it 12/2014)
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Adozione etica: “Famiglie adottive troppo sole, dalla scelta dell’ente al post adozione”

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Ogni anno, ma quest’anno ci è sembrato più aggressivo del solito, dopo la pubblicazione delle anticipazioni CAI vengono creati pacchetti di programmi, articoli e approfondimenti sull’adozione. Ci si è concentrati sul calo delle adozioni. Addirittura si è arrivato a dire che le coppie italiane stanno diventando meno accoglienti. A questo riguardo ricordiamo ancora che l’Italia è al primo posto in Europa e al secondo posto nel mondo, dopo gli USA, come numero di adozioni.

Non ci dovrebbe sorprendere una certa diffidenza delle coppie verso il futuro in tempi di crisi e crediamo sia umano farsi delle domande sulle criticità del processo adottivo che, non finiremo mai di ripeterlo, non si esaurisce nell’iter burocratico e si rivela più complesso nel post adozione. Sarebbero situazioni gestibili se solo la famiglia venisse supportata.

Forse le coppie si parlano, realizzano che oltre alla lunghezza dell’iter e ai costi impegnativi, ci sono anche complessità da gestire. Poi c’è, a volte, l’aggravante di agire in un clima culturale poco accogliente. Ne sono un esempio le infelici esternazioni degli ultimi giorni di qualche politico sul colore della pelle del nuovo ministro Cecile Kyenge. Già, perché l’adozione riguarda tutta la comunità (intendiamo scuola, parrocchia, centri cittadini, famiglie, compagni di classe, vicinato, operatori, educatori etc) non solo la famiglia adottiva.  Invece la famiglia molto spesso è lasciata sola.

Ci domandiamo che cosa possano capire le persone che non conoscono questo mondo.

Noi che lo viviamo dall’interno, che conosciamo famiglie che si muovono prudenti nelle mille prove a cui la vita le mette di fronte, rimaniamo imbarazzati di fronte a certe esternazioni e tanta superficialità. Proviamo in breve a riassumere ciò che, secondo noi, sono le riflessioni che vale la pena chiarire o semplicemente focalizzare.

 

COSTI

Da un servizio visto in TV (Uno Mattina del 31/01/2013) sembra che i costi oscillino tra gli eur 5.000 ai 20.000 euro. Una persona in sala affermava che lei non se lo può permettere. Ci sono enti ed enti, come ribadiva un ospite del programma. Loro si sono rivolti ad un ente di volontari che ha portato a compimento l’iter a costi contenuti.

Nei costi valutiamo anche il post adozione. Forse una struttura costa di più ma ti offre anche di più come servizio alla famiglia. Queste sono valutazioni che devono essere fatte dalla coppia e chieste in maniera esplicita all’ente a cui ci si rivolge. Una volta a casa la famiglia potrebbe aver bisogno di un supporto concreto che l’ente dovrebbe essere in grado di fornire. Altrimenti sei costretto a rivolgerti a professionisti privati, per di più non sempre preparati per le tematiche dell’adozione, che costano molto. Le ASL fanno quello che possono.

Contenimento dei costi da parte degli enti. Sembra che si possano rivedere i compensi con i mediatori all’estero e avvalersi di personale dipendente, pagato dall’ente a mese e non a cottimo. Queste sono considerazioni che devono fare nei loro bilanci i singoli enti. A questo propositi sarebbe interessante conoscere il peso delle Famiglie all’interno del dibattito CAI.

I costi sono deducibili dal 730. Basta chiedere all’ente con cui siamo in contatto o al nostro commercialista per conoscere gli aggiornamenti del caso. Siamo d’accordo nell’affermare che le coppie andrebbero aiutate in base al reddito ad avere una maggiore deducibilità fiscale. Attualmente il 50% è fiscalmente deducibile; il 50% delle spese restituito dallo stato in misura parametrata alla ricchezza delle coppie viene invece deciso di anno in anno in base ai fondi disponibili (vedi sito della CAI). In questo caso va sottolineato che se tutti pagassero le tasse, ci sarebbero i fondi per aiutare chi più ha bisogno. Quindi,  in un clima di formazione di una maggiore coscienza e partecipazione civile, cerchiamo di non scaricare sullo stato responsabilità che sono di ognuno di noi, anche quando assecondiamo prassi consolidate nel nostro quotidiano come la non emissione dello scontrino fiscale. Siamo consapevoli che l’evasione fiscale (e gli sprechi!) tocca ambiti ben più ampi. Il messaggio è che non possiamo lamentarci senza agire da cittadini onesti.

Si consideri, inoltre, l’età del bambino che entra in famiglia. Potrà sembrare una forzatura, ma non sottovalutiamo il ragionamento. Se un bimbo arriva in media all’età di 6-7-8 anni, in quegli anni noi non l’abbiamo mantenuto. Quanto ci sarebbe costato mantenere un figlio fino a quell’età? Secondo d.repubblica.it del 21 febbraio 2013 (“Caro bimbo, poveri genitori” di Eva Grippa) nel primo anno di vita un bambino costa da 6.585 a 14.110 euro. Certo, siamo consapevoli che una cosa è far fronte ad un esborso in un’unica soluzione e un’altra giorno per giorno. Come sempre nella vita bisogna stabilire dei progetti e delle priorità.

L’inseminazione artificiale non costa meno. Se poi mettiamo in conto i costi in termini psicologici diventa, a nostro avviso, una cifra ben più pesante rispetto ad un’adozione.

TEMPI

Si parla di tempi lunghi, di colloqui estenuanti per la coppia, del tempo dell’attesa che non passa mai (tempi medi 25 mesi secondo il rapporto CAI 2012). Secondo Andrea Speciale, membro CAI dal 2007 e appartenente al Forum delle Associazioni Familiari (oltre 3 milioni di famiglie), la verifica della coppia è necessaria. Semmai quello che deve cambiare è la tempistica e la preparazione dei soggetti che gestiscono l’attuale sistema che “con le note criticità e i diffusi patologici ritardi non riescono a far sentire accolte le famiglie, ma sembrano che facciano di tutto per allontanarle e scoraggiarle.” – Intervista di GSD del 02/01/2013

Le valutazioni delle coppie sono diventate più rigide perché negli ultimi anni ci sono stati ingressi di bambini con bisogni speciali che hanno il diritto di avere genitori speciali. Anche se i fallimenti adottivi sono una percentuale modesta rispetto al numero delle entrate in Italia di bambini dati adozione, negli ultimi anni si è riscontrata una crescita dei rifiuti da parte delle coppie. La fase più critica è quella della preadolescenza e adolescenza quando s’innescano meccanismi aggressivi da parte del ragazzo che la coppia è impreparata a gestire. A questo proposito si consiglia di leggere i due interventi degli psicologi Luigi Cancrini (12 marzo 2013) e Emilio Masina (17 marzo 2013) su questo blog.

La burocrazia all’estero non è direttamente controllabile dalla CAI. I paesi si aprono e si chiudono alle adozioni. E’ difficile da prevedere da parte della coppia. Si può essere molto sfortunati se ci si incanala nella corsia sbagliata e i tempi possono davvero sballare. Certo è che i rapporti con le Autorità Centrali degli altri paesi dipende anche dal comportamento di ciascun ente, con ricadute enormi su tutte le altre adozioni effettuate da altri enti in quel paese. Dipende poi dalla trasparenza del paese collaboratore. La recente sospensione del Kirghizistan per tangenti, da un lato ci fa vivere la sofferenza delle coppie che non sanno se ci sarà davvero una lieta conclusione dell’iter adottivo in corso, dall’altra ci fa nuovamente riflettere sulla necessità di combattere il dilagare di corruzione e lucro sugli esseri umani.

Meglio aspettare di più se questo significa essere sicuri della trasparenza dello stato di adottabilità del bambino. La povertà non dev’essere uno stato di adottabilità, ma la provata incapacità della famiglia biologica a crescere quel bambino. L’adozione internazionale dovrebbe essere l’ultima pedina da giocare.

INSEMINAZIONE ARTIFICIALE

Sembra che sempre più coppie si rivolgano a specialisti per l’inseminazione artificiale e che la scienza abbia alzato le probabilità di successo. Dal 2005 al 2009 il numero delle coppie che si è avvicinato alla procreazione assistita è cresciuto del 37%. Quasi un paziente su quattro ha più di 40 anni. L’età è la prima causa di infertilità. Nell’88% dei casi chi adotta ha sperimentato queste tecniche.

L’adozione non dovrebbe essere l’ultima spiaggia dopo l’inseminazione artificiale. I due percorsi dovrebbero essere separati o almeno distanziati nel tempo. Sarebbe molto meglio e corretto nei confronti del bambino scegliere già all’inizio. Gli aborti multipli non aiutano la coppia psicologicamente. Un bambino già deprivato all’origine si merita molto di più. Secondo  Raffaella Pregliasco, responsabile del Dipartimento Adozioni dell’istituto degli Innocenti di Firenze, considerare l’adozione come ultima spiaggia è un errore. Il ricorso a tecniche di fecondazione assistita può influire negativamente sul giudizio di idoneità di una coppia – L’espresso 15/01/13. E’ importante che la coppia abbia maturato la consapevolezza che un figlio adottato non è il surrogato di un figlio biologico mancato.

Dopo aver aspettato fino alla quarantina per le proprie vicissitudini personali e familiari, non si può poi inveire contro la burocrazia perché i tempi sono lenti. Anche in questo caso si tratta di stabilire delle priorità. Nella vita non si può avere tutto.

CONCLUSIONI

L’adozione non segue le regole di mercato ma ha bisogno di scelte valoriali di grande impegno. Perché nell’adozione è soprattutto il minore a prendere un rischio. La coppia adottiva, da parte sua, adottando compie una scelta di civiltà che ci arricchisce tutti come società. Ma noi tutti dobbiamo aiutarla perché si evolva per il meglio. 

Concludiamo con l’intervento di Anna Guerrieri su GSD del 25/01/2013. “L’adozione (nazionale e internazionale) è uno strumento giuridico fondamentale per dare una famiglia a bambini e bambine che non la hanno. Se non ci fosse l’adozione, tanti bambini resterebbero soli. (..) E’ bene quindi tenere la discussione saldamente su un binario preciso: come far si che l’adozione (nazionale e internazionale) funzioni al meglio. (…) Quello che manca ancora, tuttavia, sono risultati positivi più stabili in materia di accuratezza del processo, di attenzione alle prassi, di aiuto economico alle famiglie che si rendono disponibili, di preparazione prima e di sostegno dopo l’adozione.

Dunque, se abbiamo a cuore l’istituzione dell’adozione, se ci crediamo, abbiamo il dovere di intervenire nel dibattito di questi mesi e di dire che, ben consapevoli dell’intenso lavoro dei tanti che credono fortemente nel bene dell’adozione, si può fare “meglio” e “di più”.

Si può farlo ad esempio in materia di controllo di quelle che sono le strutture all’estero delle controparti Italiane, i referenti esteri. Una normativa esiste ed appare piuttosto chiara, piacerebbe darne per scontata l’attuazione.

Si può farlo nell’investire sulla preparazione di chi si apre all’adozione, aprendo una finestra vera sulle realtà dei bambini che si incontreranno, non minimizzando il significato di “bisogno speciale” dal punto di vista medico, anagrafico o di fratria, bensì aiutando a comprendere l’entità di quello che si sta facendo prendendosi cura di una persona con una propria storia, un proprio vissuto e una propria realtà importanti, forti. Se l’adozione è quello che deve essere, uno strumento per i bambini, si può fare certamente di più.” (…)

Adozione etica. Cosa dice la CAI: “Sintesi del rapporto annuale 2012 sulle adozioni internazionali”

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Ad aprile è stato pubblicato il rapporto annuale CAI con dati completi sulle adozioni internazionali 2012. Pur rilevando un consistente calo delle adozioni (-22,8% bambini adottati;  3.106 i bambini stranieri entrati in Italia nel 2012), la CAI tiene a precisare che dopo i due picchi registrati nel 2010 e 2011, quando è stata superata la soglia di 4.000 adozioni, era difficile eguagliare il numero di bambini adottati nel 2012. Già dal 2005 negli altri paesi si era registrata una costante contrazione, mentre l’Italia era in controtendenza.

Le motivazioni di questa flessione italiana vanno riconosciute nei cambi di legislazione di alcuni paesi (Vietnam, India e Polonia) e nella revisione delle procedure di adozione e stato di abbandono dei minori della Colombia da cui arrivava una buona percentuale dei nostri bambini.

La CAI tiene a sottolineare, con atteggiamento positivo, che in alcuni paesi migliorano le condizioni delle famiglie e dell’assistenza ai minori, con maggiore interesse verso l’adozione e il potenziamento dell’affido familiare in loco.

Nuove collaborazioni si aprono con Cina, Romania e Haiti.

In Italia calano le domande ai Tribunali dei Minori. Anche questo dato può essere interpretato come una maggiore consapevolezza delle coppie italiane della crescente complessità dell’adozione internazionale o come una maggiore cautela dettata dalla crisi economica.

Ancora una volta, la CAI parla di professionalità e eticità: “Chi opera per conto dei paesi di accoglienza non può disinteressarsi alle possibili fragilità del paese di origine, ma deve farsene carico.” Continua: “L’adozione internazionale deve essere davvero la soluzione ultima e residuale rispetto alle misure di protezione dell’infanzia che consentono ai bambini di restare nelle loro famiglie biologiche, nelle loro comunità e nei loro paesi di origine.”

Passiamo ora ad analizzare alcuni punti. Le parti in corsivo sono nostre riflessioni, non della CAI.

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LA MOTIVAZIONE

La motivazione più frequente è legata all’infertilità: il 92,5% ha deciso di iniziare il percorso adottivo per la propria incapacità di procreare. La seconda motivazione è la conoscenza del minore tramite esperienze alternative di accoglienza, quali i soggiorni estivi dei bambini di Chernobyl. Il terzo è un desiderio di solidarietà verso bambini bisognosi. Nella seconda adozione lo schema cambia: l’attenzione è spostata sull’esigenza di dare un fratellino al figlio che c’è già.

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LA COPPIA

Il 97% delle coppie viene ritenuto idoneo, ma aumenta il numero delle coppie con decreto mirato (si danno indicazioni specifiche sulla disponibilità della coppia). Geograficamente il maggior numero di coppie che hanno adottato si trovano in Lombardia, Veneto e Lazio. Subito dopo Toscana, Emilia Romagna e Campania. 

Nel 2012 si conferma l’età elevata delle coppie adottanti: circa un terzo dei mariti (32,2%) e il 22,1% delle mogli hanno più di 45 anni. Questo significa che, se il bambino/a ha 8/9 anni all’ingresso, il papà/mamma avranno 55 anni al compimento dei 18 anni del figlio/figlia. Se il bambino è di età inferiore, il neo maggiorenne avrà a che fare con genitori sulla sessantina. Questo pone delle domande sulla resistenza fisico-psicologica di questi genitori “anziani” di fronte ad un figlio adolescente irrequieto.

Il 78% delle coppie adotta solo un minore e diminuiscono quelle che adottano tre o più figli (solo il 3,8%).

Come titolo di studio sono in netta prevalenza i genitori con scuola media superiore (45% in media), seguono i genitori con titolo universitario (33% per i mariti e 36% per le mogli). Parlando con un operatore di un ente si è potuto constatare che, a volte, il livello culturale non sempre va a braccetto con elasticità e accoglienza. Forse chi è abituato a fare business-plan nella sua vita, ha difficoltà a capire che il discorso non vale per un bambino che viene da lontano. D’altro lato, maggiore cultura può aiutare ad affrontare certe sfide dell’adozione, ma non può essere scissa dall’empatia e capacità continua di rimodulare i propri convincimenti.

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I MINORI

I minori adottati provengono principalmente da cinque Paesi, come nel 2011: Federazione Russa, Colombia, Brasile, Etiopia e Ucraina. La Federazione Russa resta il primo Paese di provenienza, con 749 minori entrati in Italia nel 2012, pari al 24,1 per cento. Al secondo posto si trova la Colombia, con 310 minori, al terzo il Brasile (270), mentre al quarto e quinto ci sono l’Etiopia (233) e l’Ucraina (225).

Da tempo si assiste al fenomeno dell’innalzamento dell’età dei bambini che entrano nel nostro paese nella fascia tra i 5-9 anni (il 47,5% dell’aggregato), fatto che pone ancora una volta l’accento sulla necessità irrimandabile di aiutare le famiglie accoglienti nello svolgere il loro ruolo nel post adozione. 

Inoltre si accentua la presenza di minori con bisogni particolari. Per bisogno particolare s’intende un bambino con patologie che si presuppone possano sparire nel corso del tempo o in maniera totale o per lo meno consentendo un inserimento sociale autonomo. Per i bambini provenienti dall’Europa e dall’America Latina si tratta di ritardi psicologici e/o psicomotori causati dalla lunga istituzionalizzazione in ambienti inidonei e con scarsa stimolazione. I bambini dell’Africa hanno malattie attribuibili a carenze nutritive, come in Asia dove a ciò si aggiunge la scarsa igiene.

Tra i bambini “special needs” viene compreso anche chi ha un’età maggiore ai sette anni e chi fa parte di un gruppo di fratelli.

I bambini provenienti dall’Africa sono stati per lo più lasciati alla nascita nelle strutture ospedaliere. Quelli dell’Europa dell’est e dell’America Latina per la perdita della patria potestà del genitore.

Testo completo (PDF)

(fonte: commissione adozioni.it – 11/04/2013)

Adozione etica. Papà Enrico 3: “Le responsabilità di enti e CAI per la protezione dei bambini”

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Cosa si potrebbe e dovrebbe fare: 

– Ruolo importante rivestono gli Enti autorizzati, molte volte per la stima e fiducia che si instaura con gli operatori, le coppie sono più disponibili ad aprirsi e raccontarsi, gli operatori dovrebbero essere in grato di capire se il minore presenta disturbi tali da far sospettare un abuso. In questo caso l’Ente deve allertare la CAI che può monitorare i casi segnalati e verificare se sono spalmati nel territorio o provenienti da uno stesso istituto in percentuale rilevante. Se ciò è, dovrà essere la CAI stessa ad allertare i servizi sociali del paese interessato e chiedere una relazione. 

– Quando l’Ente si attiva con contributi e progetti a sostegno di un certo istituto deve essere in grado di verificare che tali aiuti siano finalizzati esclusivamente al benessere del minore, una parte dei contributi (penso alla quasi totalità) deve servire per finanziare una presenza “qualificata” all’interno dell’istituto di personale di estrema fiducia (tipo referenti dell’ente) che lavori perchè il minore abbia un riferimento “certo” che, in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo, lo possa ascoltare, capire e difendere dall’eventuale “orco”. Le coppie devono avere la possibilità di accedere nell’istituto insieme a questi “tutor” e viverci un pò con i propri figli . 

– Una volta che un minore (che ancora vive nell’istituto) ha il coraggio di denunciare l’abuso, deve essere allontanato e protetto. L’Ente deve destinare una parte del denaro raccolto per assicurargli un’adeguata protezione. 

– La CAI da sempre fa una distinzione tra progetti SAD e progetti di sussidiarietà, già nel 2003 ha deliberato per chiarire questa differenza, ha firmato accordi con alcuni Enti che si muovevano in questa direzione ed i vari progetti finanziati hanno tutti la caratteristica di intervenire per il benessere psico-fisico del minore.

Probabilmente per eliminare esperienze quali quelle riportate la CAI interpreta molti progetti SAD come una semplice raccolta di fondi che non incidono nella cultura di violenza ed abuso spesso rivolte verso bambini non protetti, né nella crescita socio-economica dei Paesi di origine dei bambini stessi per cui l’Ente autorizzato viene posto fuori dalla possibilità di continuare ad operare per le adozioni internazionali e cancellato dall’albo.

Le linee guida della CAI per la richiesta  da parte di un soggetto che vuole operare come Ente autorizzato prevedono che “ L’ente non può avere alcuna forma di collegamento o collaborazione con organizzazioni impegnate in programmi solidaristici di accoglienza di minori stranieri in Italia.”  Questo, a mio avviso, a rimarcare il pericolo reale che anche in attività dichiaratamente umanitarie si possano nascondere iniziative che non sono “nell’esclusivo interesse del minore”.

(continua…)

Post-adozione. Il punto

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Finisce qui la carrellata delle motivazioni che ci hanno portato ad aprire questo blog. Come si può capire dalle riflessioni precedenti, nel mondo delle adozioni c’è tanta buona volontà, ancora tanta confusione e manca ancora un collaudato coordinamento tra enti e associazioni. Ci rallegriamo che ci sia stata un’evoluzione in questa direzione con la costituzione del Coordinamento CARE e con la creazione del sito italiaadozioni.it.

Dopo dodici anni di attività anche la CAI si sta affinando. Adesso alle coppie viene richiesto di compilare una sorta di questionario di qualità sul grado di soddisfacimento del supporto offerto dall’ente che li ha seguiti. Inoltre, da anni, alcune associazioni ed enti si sono mostrati sensibili al problema scuola, soprattutto per la parte che riguarda la formazione degli insegnanti. E’ da li che parte l’inserimento vero dei nostri figli nella società. Ribadiamo, tuttavia, che non di sola scuola vivono le famiglie adottive. Come tutte le altre famiglie.

Infine, è risultato illuminante l’intervento della dott.ssa Fahlberg, per una volta in difesa della famiglia adottive, “certe volte più competenti degli stessi operatori.” O l’affermazione della CAI che sostiene che “non ci sono coppie buone o cattive sulla base del successo adottivo perché ogni storia è una storia diversa. Piuttosto ci sono coppie in difficoltà che vanno aiutate con interventi concreti.”

Dalla prossima settimana sarà attivato un altro tema: “La solitudine delle mamme”. Verranno presentati spunti di riflessione sugli stati d’animo provati dalle mamme, non solo adottive, in situazioni di disagio.

Post-adozione. Cosa dice la CAI-Commissione Adozioni Internazionali

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La CAI è l’ente preposto alla sorveglianza del mondo delle adozioni internazionali in Italia. Oggi è un braccio operativo del Ministero per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione.

Nel 2008 ha pubblicato un volume, scaricabile da internet, intitolato “Il post-adozione fra progettazione e azione”. Scritto in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti, il volume fa il punto dell’offerta di servizi proposti alle coppie adottive da parte di enti e regioni nella fase delicata del post-adozione.

Dall’indagine CAI risulterebbe scoperta la parte della ricerca delle origini proposta solo da un piccolo numero di enti.  Inoltre è interessante constatare come la CAI chiarisca che non si possono catalogare “coppie buone o cattive” sulla base del successo adottivo perché ogni storia è una storia diversa. Piuttosto ci sono coppie in difficoltà che vanno aiutate con interventi concreti.

Di seguito alcuni stralci significativi della presentazione dei lavori che mettono in luce la necessità di un intervento più deciso e mirato da parte di tutti, in primis delle istituzioni.

(…) “Post-adozione come fase della vita in cui l’adozione, da traguardo che era, diventa l’inizio di un nuovo e ben più arduo percorso. (…) Negli anni questa esigenza di continuità tra il prima e il dopo può maturare, nel ragazzo adottato, in una vera e propria ricerca delle origini, fino ad un viaggio di ritorno che – spesso temuto dall’adottato più che non dai genitori adottivi – rappresenta il confronto con ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. 

(…) Per il minore adottato, la separazione e l’integrazione sono un’esperienza a cui molti soggetti, per lo più a lui sconosciuti, hanno progressivamente contribuito. È fondamentale che tutti questi soggetti siano ben consapevoli della responsabilità che, intervenendo nella vita di un altro essere, hanno assunto. La partecipazione all’attività formativa documentata in questo volume è il segnale della percezione e della coscienza di questa responsabilità. 

(…) L’impegno consistente in merito al post-adozione è da considerarsi la naturale evoluzione di un interesse che parte dagli approfondimenti su tutte le fasi del percorso adottivo: dall’informazione alla formazione dei genitori, dallo studio di coppia alla dichiarazione di idoneità, dall’abbinamento all’ingresso in Italia del minore adottato. Ed è proprio dall’ingresso del minore in Italia che prende le mosse il post-adozione, ingresso che rappresenta in qualche modo la realizzazione dell’adozione vera e propria. Se le fasi precedenti il percorso adottivo vedono la Commissione presidiare in particolare le garanzie di piena sussidiarietà, di equità e di legalità che portano all’ingresso del bambino adottato in Italia, in seguito è la particolare qualificazione degli interventi di supporto e sostegno del nuovo nucleo adottivo nel percorso di inserimento scolastico, di socializzazione e di costruzione di un’adeguata rete relazionale per il bambino nel post-adozione, che rende possibile non disperdere tutto il lavoro svolto in  precedenza. 

(…) Per quanto riguarda le Regioni è emersa una prevalenza di indicazioni e riferimenti dalle Regioni del Nord Italia, con la presenza di Regioni anche del Centro e del Sud Italia. In particolare sono risultati largamente presenti riferimenti normativi e riferimenti specifici, consistenti attività con le scuole, attività formative per gli operatori e organizzazione di lavori di gruppo, mentre l’accesso ai servizi nel post-adozione in caso di difficoltà è risultato attivabile su richiesta diretta, la collaborazione enti-servizi assente, difficile o minima nella maggioranza dei casi e la ricerca delle origini pressoché nulla.

In riferimento agli enti autorizzati, sono risultate largamente presenti modalità di lavoro in gruppi: gruppi con i genitori, di genitori e bambini adottivi, gruppi per il primo inserimento dei bambini all’arrivo e per un anno, gruppi di formazione e sensibilizzazione per insegnanti, gruppi di auto-mutuo aiuto, e in pochi casi gruppi per la ricerca delle origini. Corsi, formazione e sensibilizzazione sono rivolti in genere più al mondo della scuola.”

 (fonte: commissioneadozione.it)