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Sessualità/abusi su minori: “L’ascolto empatico del genitore adottivo o affidatario”

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Proponiamo la riflessione integrale di Alessandro Bruni, genitore bio e affidatario, sull’ascolto empatico dei genitori adottivi o affidatari di un bambino abusato.

LEGGERE I SILENZI, LEGGERE IL CORPO

Il silenzio. Ascoltare richiede attenzione e presuppone una scelta, infatti è il “concentrarsi della mente su un determinato oggetto, distogliendosi momentaneamente da ogni altro pensiero. L ‘ascolto, mette al centro il bambino, che per vari motivi, può non essere in grado di parlare, eppure con la sua sola presenza, con il suo solo esserci, racconta di sé. Leggere i silenzi è dunque ascoltare il corpo.

Il silenzio è un modo di vivere inosservati, così come fanno i cuccioli, gli animali, gli uomini che nel percepire il pericolo si acquattano e si fingono morti, così si puo’ ascoltare questo tipo di silenzio che racconta il terrore, lo sperare di non essere presi in considerazione, ”se taccio non mi vede “, ma vi è anche il silenzio della riflessione o della confusione, della regressione al pre-verbale, del mutismo traumatico o selettivo.

Eppure al bambino abusato noi chiediamo di parlare di raccontare, di rinnovare il dolore per avere una prova inconfutabile: per permetterci di costruire la così detta prova-provata deve parlare in modo giuridicamente accettabile, altrimenti si archivia il caso!

Ecco perché bisogna imparare ad ascoltare il silenzio del dolore e della vergogna di un bambino, frugato e lacerato nell’intimo della carne e spesso nella fiducia dei sentimenti. Silenzio che può comparire all’improvviso, anche durante un fluente racconto di fatti pertinenti, in quel momento bisogna cogliere il significato di quel ritirarsi, forse si è toccato un argomento non ancora maturo, forse un ricordo improvviso è esploso nella memoria, forse bisogna fermarsi ed aspettare, intuire, prevenire, rassicurare, intervenire, stringere una mano o lasciarla andare, questo è saper ascoltare il silenzio.

Il corpo. Cosa racconta la fobia di essere toccato, quale esperienza penosa scatena l’attacco asmatico, il vomito? Perché quell’odore, quel profumo o quella puzza sconvolgono il bambino? Ricordo il terrore di una bambina al mio tentativo di farle una carezza, l’urlo di terrore di un bambino al mio avvicinarmi. Perché?

Dicono che non vogliono il latte e poi si lasciano sfuggire che è ”perché il latte di papà era cattivo“, non vogliono aprire la bocca perché temono di soffocare, spesso non si reggono in piedi, hanno una vera e propria ipotonia, forse così facendo hanno evitato ulteriori violenze.
Non hanno più il controllo degli sfinteri, si sono arresi alle penetrazioni, non sono più in grado di trattenere nulla, contrarre i muscoli comporta ulteriore sofferenza perché a questo sono stati obbligati ed abituati, violando e forzando l’etica psicosomatica del loro corpo. Si lavano le mani e il corpo in modo ossessivo con espressioni di disgusto: in modo inconscio si purificano.

In molti casi vi è una forte riattualizzazione psicosomatica, oppure compare una risposta stereotipata, come in quei bambini che di fronte ad una macchina fotografica o ad una cinepresa si muovono senza imbarazzo ed inibizione, con mosse seduttive, mimando comportamenti erotici, perché utilizzati per riprese pedopornografiche, forse in un istinto di sopravvivenza hanno imparato ad essere docili per evitare attacchi sadici.

Le persone di riferimento, nuovi genitori, psicologi, assistenti sociali, devono essere preparate al cercare del bambino di sessualizzare il rapporto personale: è un’esperienza sconvolgente, ma il bambino utilizza l’unico modo che conosce per entrare in relazione con l’adulto.

Il padre affidatario che deve affrontare una bimba abusata dovrà agire con molta forza d’attenzione in modo che i suoi gesti non siano male interpretati: lei tenterà un approccio fortemente sessualizzato, soprattutto per ottenere piccoli regali o riconoscimenti di preferenza. Correggere è possibile con molta pazienza e fermezza, ma sempre con la giusta affettuosità.

Bisogna ricordare che il minore abusato esprime i suoi sentimenti come fa il mimo nell’arte scenica: sostituendo la parola con il gesto e l’atteggiamento. I genitori accoglienti devono tenere presente la loro funzione di specchio in cui il bambino può riconoscersi, controllando il loro stato emotivo, sapendo che ciò che sta accadendo è l’inizio della riparazione del trauma della giovane vittima.

Concludendo, questo post è doloroso. Le parole dette su silenzio e corporalità fanno comprendere come silenzio e corpo siano fortemente indicativi di drammaticità di abuso e come i genitori accoglienti devono essere preparati a comprendere o a individuare silenzi e atteggiamenti sospetti. Se in campo professionale si ritiene necessaria una preparazione specifica dello psicologo tramite un training psicosomatico, a maggior ragione questa preparazione deve essere fatta sui genitori accoglienti per renderli più capaci di comprendere e di correggere amorevolmente.

LEGGERE IL GIOCO E LE PAROLE

Nulla è più vero ed immediato della rappresentazione psicodrammatica del gioco che il bambino abusato compie. Attraverso il gioco racconta situazioni, fatti, atti compiuti o subiti, identifica persone, luoghi, indica terrori e consolazioni, compie vendette e passaggi all’atto, vive crisi abreattive (termine della psicanalisi per indicare l’improvvisa scarica emotiva per mezzo della quale il paziente si libera di antichi traumi inconsci e repressi), modifica in termini difensivi o enfatizza in termini aggressivi,  punisce se stesso e l’altro da sé (classico lo scaricare davanti allo specchio il vissuto dei traumi o l’imprecazione solitaria e improvvisa ad alta voce al ricondo di un fatto ritenuto spiacevole, ma non raccontabile).

Il bambino lasciato nel silenzio del suo rappresentarsi racconta cose che altrimenti non saprebbe come trasmettere. Come quella bambina che continuamente denudava le Barbie e con il rossetto disegnava i capezzoli e il pube…; come quel bambino che metteva gli elefantini uno dietro l’altro e diceva che era il gioco del pisello che facevano con lui il papà e i suoi amici …; come il gioco del dottore fatto con un signore vecchio che “infilava le supposte nel sederino”…; come la mamma che “giocava a farle male per farla piangere, per poi fare la pace con tanti baci sulla passerotta“…

Le parole servono per indicare le cose ed esprimere le idee in modo chiaro e diretto, se si ha liberta’ intellettuale, e in modo criptico o  simbolico  se vi è soggezione o si è subita violenza con riduzione in schiavitù, come spesso accade ai bambini abusati, resi oggetti pedofili .

E’ nell’ascolto delle parole  del bambino, che il genitore deve essere duttile, empatico, tranquillo,  non suggestivo, non direttivo, non manipolatorio. In sintesi, non deve ingabbiare la comunicazione spontanea del minore e deve trovare identità di linguaggio: solo in questo modo potranno dialogare in termini paritari. E’ una operazione molto difficile per un genitore e senza ogni dubbio è bene che venga svolta da un professionista. La cosa migliore è non far trasparire le proprie emozioni, valutare con delicatezza e razionalmente. Nel sospetto, rivolgersi ad uno psicologo specialista del servizio pubblico.

Quando il bambino parla è perché ha deciso di fidarsi, il genitore o la sua persona di riferimento, è divenuta di sua fiducia. Quell’adulto può ascoltare e sapere la sua storia, basta che stia ai suoi patti, inutile insistere nel voler sapere di più, se in quel momento il bambino dice basta.

Mai fare domande, sempre essere pronti ad accogliere anche la più sconvolgente delle rivelazioni, o la più banale fabulazione. Il piccolo abusato compie sempre una sorta di messa alla prova nei confronti di quell’adulto che vuole sapere i suoi segreti. In lui scatta il meccanismo di chi essendo stato sottoposto a regole altrui, con chi si fida e pensa di poterlo fare, è lui a dettare le regole di quando dire e cosa dire.

Ascoltandolo, il nostro fare tranquillo e sereno, permette, in una dinamica identificatoria, che il bambino non si senta destrutturato, inizia così ad introiettare una capacità riparatoria che già nell’atto dell’essere ascoltato  assume un aspetto  terapeutico, catartico (purificante), cosi facendo l’ascoltatore esplica una funzione psicologica, riportando il minore alla corretta percezione di sé e degli adulti.

Si crea la magia del contenitore concentrico, l’adulto (ad esempio la mamma, ma potrebbe essere l’operatore) contiene le ansie e le paure, le ferite e i ricordi traumatici del bambino. Avviene il trasporto ansiogeno da lui al contenitore più ampio, scaricandolo in parte della tensione, della colpa, della paura.

Si viene così a creare il momento dell’ascolto empatico, ogni minimo errore può pregiudicare  il prosieguo della narrazione, la vittima ora è recettiva ad ogni stimolo ed è in questa fase che il disegno può prendere il posto della verbalizzazione, il disegno può dire, raccontare descrivere ciò che con le parole non si sa dire. Questo significa che il bambino può iniziare un racconto senza concluderlo poiché quando diviene troppo doloroso parlare continua la sua narrazione con un disegno, con un gioco, con un atteggiamento.

Quando  la vittima racconta si può apprezzare direttamente il suo stato di agitazione, la ritrosia a tornare su argomenti evidentemente sollecitanti vergogna, tensione interiore e sofferenza, che si traducono in risposte brevi, in parole sommesse o urlate e in ricorrenti e manifesti tentativi di eludere  i temi ansiogeni, anche con i disegni o i comportamenti gestuali. E’ questo il momento della rivelazione, caratterizzato da processualità, progressività e segmentazione della narrazione. Questo avviene nel momento in cui la vittima percepisce il consolidarsi del rapporto di fiducia instaurato con la persona  cui viene affidato il ricordo.

Concludendo, sono consapevole di aver portato i lettori verso la soglia di un inferno che non vorremmo mai conoscere. Tuttavia, non dobbiamo fermarci al nostro disagio e rivolgere le nostre cure al bambino abusato e accolto. Dobbiamo riflettere sulla paura, l’angoscia, il dolore, la vergogna, la solitudine che quel bambino tradito deve aver provato da parte di chi doveva proteggerlo e amarlo. In questa condizione, il genitore accogliente deve imparare ad aiutare in modo adeguato, con l’aiuto e a supporto di professionisti, con un ascolto sensibile e competente.

Missione impossibile? Non è così, l’esperienza di molte famiglie accoglienti e di bambini abusati dicono che è possibile.

 

(fonte: crescerefiglialtrui – blog)