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Comunicazione Ass.ne Raccontiamo l’adozione: “Quattro incontri per parlare di adolescenza con i genitori adottivi” – Lecco nov/dic 2016 e genn/feb 2017

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Cari Amici,

proponiamo la seguente iniziativa rivolta ai genitori adottivi che si preparano o stanno affrontando l’adolescenza dei loro figli.

Si tratta di quattro momenti di incontro a cadenza mensile.

Il percorso, condotto da un formatore esperto delle tematiche sull’adolescenza adottiva e  coadiuvato da un tutor d’aula si terrà il sabato mattina dalle 10:00 alle 13:00 presso il centro per le Famiglie di Lecco. 

Le date previste sono: 

  • 19 novembre 2016
  • 3 dicembre 2016
  • 14 gennaio 2017
  • 18 febbraio 2017

 

Verranno trattati i seguenti temi legati all’adolescenza adottiva:

  • I compiti evolutivi degli adolescenti e la specificità dell’adolescenza nella famiglia adottiva; 
  • Il processo di costruzione dell’identità per un adolescente adottivo; 
  • Il confronto con le origini e il desiderio di ricerca attiva delle proprie origini; 
  • L’adolescenza come perdita e la riattivazione traumatica 
  • Il conflitto nella famiglia adottiva
  • La comunicazione con i figli adolescenti 

La metodologia prevede contributi teorici e momenti esperienziali che favoriranno il confronto e la discussione relativamente alle esperienze dei partecipanti.

Contributo di partecipazione 50 euro a coppia + una quota associativa famiglia di 35 euro (se non già soci per l’anno 2016).

La partecipazione è soggetta obbligatoriamente ad ISCRIZIONE tramite la seguente scheda

 

Sessualità/gravidanze precoci: “Genitori che accettano in casa la coppia adolescenziale sessuata”

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L’educazione sessuale e il ruolo dei genitori nella crescita della coppia adolescenziale. Stiamo parlando di quei genitori che si definiscono moderni e aperti, e che pensano di esserlo garantendo la sessualità dei loro figli priva di colpa. Molto spesso dietro vi è l’intenzionalità protettiva che non aiuta a crescere. Leggiamo attentamente il paragrafo che segue. Che ne pensate?

“Tuttavia proprio tale intenzionalità protettiva da parte dei genitori rischia di esporre gli adolescenti ad un pericolo forse meno evidente ma certo più diffuso, quello di essere ostacolati nella propria nascita sociale, trattenuti in un’area familiare così accogliente e protettiva da poter accettare al proprio interno anche la coppia adolescenziale sessuata, purché tutto accada lì al sicuro, protetta dalle pareti domestiche, protetti da una coppia parentale assolutamente intenzionata a non dimettersi da tale, a mantenere ancora a lungo un controllo di quello che si riduce così ad un gioco sessuale infantile, che non fa crescere perché responsabilità e potere rimangono altrove.” – Gustavo Pietropoli Charmet, docente di psicologia dinamica, e Elena Riva, psicologa e psicoterapeuta.

(tratto da “Adolescenti in crisi e genitori in difficoltà” – Franco Angeli)

Sessualità/gravidanze precoci. UNFPA 2013:”Madri bambine e abbassamento dell’età puberale”

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Ancora un rapporto sugli adolescenti, questa volta focalizzato sulle bambine/ragazze diventate madri in giovane età. I dati sono del rapporto Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) che analizza la diffusione, le problematiche e le possibili soluzioni per la questione delle adolescenti ai margini, “girlsleftbehind”.

Anche qui si osserva che la pubertà è sempre più anticipata. In Europa e Nord America la pubertà femminile si completa ad 11-13 anni. Non è fuori dall’ordinario che una bimba manifesti i primi segnali all’età di 8-9 anni. Nei paesi scandinavi le ragazzini hanno il primo menarca tra i 12-13 anni. Sembra che questa accelerazione sia dovuta alle migliori condizioni nutrizionali e di salute. I maschi entrano in pubertà tra i 14-17 anni.

“I padri giocano un ruolo cruciale nel guidare i figli dall’adolescenza all’età adulta e possono proporsi come modelli positivi, incoraggiando i ragazzi maschi a diventare adulti sensibili all’uguaglianza di genere” – UNFPA 2013, pg 95.

Gli adolescenti possono entrare nel futuro come protagonisti o come soggetti passivi. La gravidanza precoce è uno degli elementi che può rallentare, se non del tutto precludere, la crescita di una giovane ragazza. Il problema è che ciò non condizionerà solo la sua vita, ma anche le generazioni future perché diventa molto difficile il riscatto sociale con un bambino da accudire. Quello delle gravidanze precoci è un fenomeno che investe sia i paesi in via di sviluppo che i paesi sviluppati anche se in quest’ultimi le percentuali sono più contenute.

Per l’originale in inglese vedi:http://www.unfpa.org/public/cache/offonce/home/publications/pid/17581;jsessionid=E7766CA57564DBBF53CB6E5F07FFEBBB.jahia02

Sessualità/pubertà precoce: come si manifesta, come intervenire

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di Roberta Milella, sociologa e mamma

Molti di noi, sia che si tratti di genitori adottivi che biologici, ci potremmo trovare a dover fare i conti con lo sviluppo anticipato dei nostri figli. Quindi è bene essere preparati anche in considerazione del fatto che mentre per i figli biologici la diagnosi può essere di facile individuazione, per i figli adottivi la diagnosi è un po’ più complessa in quanto il pediatra non potrà verificare la presenza di casi simili in famiglia; la velocità nella progressione dei segni clinici dello sviluppo puberale; un eventuale recente aumento di peso; l’andamento della velocità di crescita, ossia di quanto il bambino cresce in altezza ogni anno, che nella pubertà precoce è accelerata. Questa difficoltà della diagnosi è dovuta in parte all’assenza di un’anamnesi familiare del bambino adottato, ma anche perché il cambiamento climatico, di alimentazione ed i diversi stili di comportamento alimentare, favoriscono uno sviluppo accelerato sia della loro altezza che del loro peso. Molti fattori possono modificare l’età di inizio della pubertà (sesso, obesità, malnutrizione, malattie croniche etc.)

Come tutti sappiamo per pubertà si intende il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ovvero il momento in cui si acquisisce la maturazione sessuale e la capacità di riprodursi. Di norma i primi segni di sviluppo puberale “normale” compaiono tra i 8 e i 13 anni nelle femmine e tra i 9 e i 14 nei maschi.

Ma non sempre tali segni di sviluppo rispettano queste fasce d’età. L’incremento della produzione del GnRH ipotalamico delinea l’inizio della pubertà: l’FSH (ormone follicolo stimolante) e l’LH (ormone luteinizzante) sono le gonadotropine prodotte dall’ipofisi che, quando secrete in quantità importanti, favoriscono un notevole incremento dei livelli di steroidi gonadici (1). L’acquisizione della capacità riproduttiva, la comparsa dei caratteri sessuali secondari ed i radicali cambiamenti psicologici nel soggetto, rappresentano la prima tappa che conduce alla piena maturazione sessuale, come conseguenza del potenziamento della sintesi di ormoni gonadici e della stimolazione delle cellule gonadotrope. È chiaro che, quando lo sviluppo puberale avviene prima dell’età fisiologica (8-10 anni), nell’organismo vengono accelerati anzitempo i meccanismi di crescita, causando notevoli sconvolgimenti, fisici e psicologici, nel soggetto affetto.

La frequenza della pubertà precoce stimata sulla popolazione generale è tra 1:5000 e 1:10000 bambini. Il rapporto femmine/maschi è di 1 a 10. La pubertà precoce è la comparsa dei segni di sviluppo puberale prima dell’età di 8 anni per le femmine, 9 anni nei maschi, età comunque variabile in base all’etnia (per es., 7 anni per le bambine bianche o 6 anni per quelle di colore secondo le linee guida americane), allo stato nutrizionale e a fattori genetici. Quando i segni di sviluppo puberale compaiono dopo gli 8 anni nelle femmine e dopo i 9 anni nei maschi si parla invece di “pubertà anticipata”. Ovviamente questi limiti traggono origine da considerazioni statistiche, date dalla comparsa della pubertà considerata normale nella popolazione di appartenenza. Ricordiamo, infatti, che:

  • il momento di inizio e di conclusione puberale sono sotto il controllo genetico e possono variare nei diversi gruppi etnici.

 

  • La pubertà precoce è molto più frequente nelle femmine che nei maschi, ma mentre in questi ultimi non pone particolari problemi diagnostici e terapeutici, nelle femmine può rappresentare un problema più complesso.

 

  • Uno studio del 1997 su circa 17000 bambine nordamericane ha evidenziato l’anticipazione dello sviluppo puberale, in particolare di circa un anno sia nelle bambine bianche che in quelle di colore, suggerendo la necessità di riconsiderare la definizione di pubertà precoce.(2)

Peraltro, in questo studio veniva rilevato soltanto un inizio più precoce della pubertà a fronte di un età del menarca pressocchè invariata rispetto al passato. Va inoltre considerato che la valutazione delle pazienti era effettuata solo con l’ispezione dei caratteri sessuali secondari, senza alcun follow-up endocrinologico.

Una Commisione della Società Endocrinologica Pediatrica ha comunque individuato nell’età cronologica di 7 anni il limite al di sotto del quale la comparsa dei segni puberali richiede un approfondimento completo; invece tra 7 e 8 anni solo l’evidenza di fattori aggravanti (sospetto di patologia neurologica, accelerazione della velocità di crescita e età ossea avanzata di oltre 2 anni rispetto all’età cronologica oppure la presenza di problemi psicologici) costituirebbe indicazione a un approfondimento diagnostico.(3)

A questi articoli, sono seguite delle critiche sia in America che in Italia. Rosenfield e collaboratori (4) invitavano alla prudenza in quanto, anche se lo sviluppo puberale dopo i 6 anni di età è spesso lentamente progressivo e ha una buona prognosi, non si può non considerare il rischio di perdere alcuni casi patologici con gravi conseguenze prognostiche. Cisternino e collaboratori (5) in uno studio multicentrico su 428 bambine affette da pubertà precoce centrale hanno trovato la presenza di anomalie neurogene nel 16% delle bambine, di queste la pubertà era iniziata tra i 7 e gli 8 anni di età; gli autori prudentemente avanzavano l’ipotesi di una possibile associazione tra lo sviluppo neurologico e la precoce attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi, e chiedevano una maggior attenzione diagnostica anche in un’età border-line, con l’intento possibilmente di prevenire le sequele neurologiche con una diagnosi precoce.

 

Effetti collaterali

Sostanzialmente, per la femmina, lo sviluppo puberale precoce consiste nell’accrescimento del seno e nell’anticipazione della prima mestruazione (menarca), mentre nel maschio corrisponde ad un notevole sviluppo del volume testicolare; in entrambi i casi, l’esito finale è un deficit di statura in età adulta, che esprime il risultato del precoce saldamento delle cartilagini di accrescimento indotto dagli ormoni sessuali (in particolare dagli estrogeni). La produzione eccessiva e anticipata di ormoni sessuali (maschili e femminili) accelera, come già accennato, la crescita in altezza ma anticipa lo sviluppo delle ossa lunghe. Come conseguenza l’altezza da adulti può essere inferiore al normale. Lo scatto di crescita puberale porta a un guadagno totale in termine di centimetri nelle femmine pari a 20-25 e nei maschi pari a 25-30. Mentre nelle bambine lo scatto di crescita puberale avviene precocemente e inizia contemporaneamente allo sviluppo del seno, nei maschi lo scatto di crescita puberale avviene molto più tardi, a metà circa del corso dello sviluppo puberale

Il bambino con pubertà precoce può lamentare disagio psicologico e relazionale derivante dai propri, inattesi, cambiamenti corporei e dal confronto con i propri coetanei.

 

Pubertà precoce, bisogna saper distinguere

Parlando di pubertà precoce bisogna distinguere tra:

1) PUBERTA’ PRECOCE VERA o GnRH-dipendente;

2) PSEUDO PUBERTÀ PRECOCE (GnRH-INDIPENDENTE);

3) LE FORME INCOMPLETE (TELARCA PREMATURO, PUBARCA PREMATURO E MENARCA PREMATURO).

1) La pubertà precoce vera è dovuta a un’attivazione precoce della secrezione ipotalamica di GnRH con l’ampiezza e la frequenza della pulsatilità propria della pubertà fisiologica e conseguente maturazione completa delle gonadi e comparsa dei segni puberali. Pertanto si tratta di una pubertà completa, riguardante sia i caratteri sessuali primari che secondari, isosessuale. Può essere ulteriormente distinta in:

Idiopatica, a sua volta classificabile in familiare e non; la forma idiopatica familiare si caratterizza appunto per la familiarità e per un anticipo solo modesto (sotto i 7 anni)  da causa organica; tra queste, l’amartoma ipotalamico è la lesione più frequente.

Per quanto riguarda la distribuzione delle cause della pubertà precoce vera, da uno studio realizzato in Belgio nel periodo 1989-1997 (6)si nota come nelle femmine la causa di gran lunga piu’ frequente sia quella idiopatica (oltre il 50%), mentre nei maschi la causa è ORGANICA nei 2/3 dei casi.

Alla base della maggior parte dei casi di pubertà precoce o anticipata non vi sono malattie, mentre la presenza di casi simili nella famiglia gioca un ruolo di primaria importanza. In casi eccezionali alcuni tumori possono causare la pubertà precoce, mentre in altri la causa della pubertà precoce può essere una malattia dei testicoli, delle ovaie, delle ghiandole surrenali, della ghiandola ipofisi o dell’encefalo oltre che alcune rare malattie genetiche.

 

2) La pseudo pubertà precoce (altrimenti denominata pubertà precoce periferica o incompleta o gonadotropina-indipendente) è caratterizzata dalla comparsa di alcuni caratteri sessuali secondari con perdita della sequenza fisiologica in assenza dell’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi.

Caratteristicamente il dosaggio delle gonadotropine dopo la somministrazione del GnRh dimostra valori di LH e di FSH ridotti.(8)

A seconda del sesso del paziente e degli ormoni prodotti, la pseudopubertà precoce può essere distinta in una forma isosessuale (concordanza tra il sesso e l’ormone prodotto) o in una forma eterosessuale (aumentati livelli ematici di estrogeni nei maschi o di androgeni nelle femmine).

Le cause sono fondamentalmente riconducibili ad alterazioni enzimatiche dell’ormonogenesi delle ghiandole surrenali o della tiroide, a processi neoplastici ormono-secernenti o a formazioni cistiche dell’ovaio. Le più frequenti sono il deficit di 21-idrossilasi o meno comunemente di 11-idrossilasi; determinano un aumento degli androgeni in circolo.(9)

L’anamnesi familiare e l’esame obiettivo associati alla radiografia del carpo e all’ecografia pelvica supportati dai risultati degli esami laboratoristici potranno rivelare la causa responsabile.(8,10)

Il trattamento terapeutico può essere sia medico (cortisone nella sindrome surrenogenitale, tiroxina nell’ipotiroidismo) sia chirurgico a seconda dell’eziologia.

 

3) Le forme incomplete:

  1. a) TELARCA PREMATURO (TP)

Il telarca prematuro si definisce come lo sviluppo precoce della ghiandola mammaria, senza un significativo sviluppo dei capezzoli e delle areole, mono o bilaterale in assenza degli altri segni della maturità sessuale (peli pubici, sviluppo delle piccole labbra e dell’utero).(10)

Questo disturbo insorge tipicamente prima dei 2 anni e raramente dopo i 4 anni, regredisce nella maggior parte dei casi nei 6 mesi o nei 6 anni successivi alla diagnosi. In un piccolo gruppo di bambine il TP si mantiene sino alla pubertà.(11)

E’ una condizione benigna che non pregiudica lo sviluppo e la fertilità delle bambine affette e può essere indotta o da un’aumentata secrezione endogena di estrogeni (i livelli di estradiolo sono sensibilmente più elevati nelle bambine con TP) o da un aumentato apporto estrogenino attraverso la dieta (il problema è più sentito negli USA dove l’impiego degli estrogeni nell’allevamento è consentito) o con l’uso di preparati ad uso topico (trattamento delle sinecchie delle piccole labbra, leucorrea da alterata flora vaginale).(12)

La misurazione del volume ellissoide dell’utero mediante esame ecografico (V=diametro longitudinale x diametro traverso x diametro anteroposteriore x 0,523) è il metodo più sensibile e specifico per distinguere il telarca prematuro dalla pubertà precoce vera.(13)

Non è necessario intraprendere alcun trattamento se non un attento follow-up, poiché è stato osservato che alcune forme possono evolvere in un quadro di pubertà precoce vera.(14)

Lo sviluppo della ghiandola mammaria in assenza di altri segni estrogenici è quasi sempre il risultato di un telarca prematuro.

Il telarca esagerato è una condizione caratterizzata dalla presenza di ghiandole mammarie aumentate di volume associate ad accelerazione della crescita o avanzamento della maturazione ossea talora con ovaie e utero aumentati di volume. Differisce dalla precocità sessuale poiché è spontaneamente regressiva.

  1. b) PUBARCA O IRCARCA PREMATURO

Il pubarca o ircarca prematuro si definisce come la comparsa precoce di pelo pubico o ascellare (ircarca) prima degli 8 anni nelle femmine e di 9 anni nei maschi in assenza degli altri segni di maturità sessuale o di virilizzazione; è provocata da un’aumentata secrezione di androgeni deboli di origine surrenalica. (15)

E’una condizione benigna che non interferisce con lo sviluppo fisiologico puberale e non necessita di alcun trattamento.(16)

Il livello sierico delle gonadotropine in condizioni basali o dopo stimolazione con il GnRh test evidenziano livelli prepuberali. L’età ossea può essere lievemente avanzata per l’età cronologica senza compromettere la statura finale.(16)

La comparsa di effetti androgenici generalizzati quali l’aumento di volume del pene o del clitoride, l’aumento staturale, l’irsutismo o l’abbassamento del tono della voce devono indurre il medico ad escludere la presenza di una sottostante neoplasia androgeno secernente o un’iperplasia congenita surrenale da deficit enzimatico mediante un prelievo per il dosaggio del testosterone, del DHEAS e del 17-idrossiprogesterone.

  1. c) MENARCA PREMATURO

E’ una condizione rara caratterizzata dalla comparsa di perdite ematiche vaginali periodiche senza altri segni di sviluppo sessuale secondario. Il sanguinamento può manifestarsi già all’età di 1 anno e protrarsi per alcuni anni per poi cessare fino alla comparsa del menarca fisiologico. Può essere la prima manifestazione della sindrome di McCune-Albright o di un ipotiroidismo giovanile.

Prima di confermare la diagnosi di menarca prematuro è necessario escludere le cause più frequenti e talora più gravi quali le lesioni traumatiche o infettive della vagina o della cervice, le neoplasie (rabdomiosarcomi), i corpi estranei, l’esposizione a fonti estrogeniche esogene o l’abuso sessuale.

Il menarca prematuro è una condizione benigna che non necessita di alcun trattamento e non pregiudica la fertilità futura.

  1. d) “THELARCHE VARIANT”

E’ una particolare condizione descritta nell’ultimo decennio caratterizzata da quadri clinici a metà tra il telarca prematuro e la pubertà precoce di origine centrale. Nelle bambine affette si riscontra sempre uno sviluppo mammario talvolta associato ad un sanguinamento vaginale in assenza della pulsatilità gonadotropinica e con una risposta di tipo prepubere al GnRH test.(17)

E’ anche questa una condizione benigna che non necessita di alcun trattamento.

 

Conclusioni: accertamenti pediatrici

In conclusione in un bambino che presenti segni esterni (quelli che “si vedono”, cioè sviluppo del seno nella bambina e aumento delle dimensioni dei testicoli nel maschio) di sviluppo puberale precoce è opportuno effettuare una visita pediatrica. Gli accertamenti da eseguire, suggeriti e coordinati da un centro specializzato di endocrinologia pediatrica, possono comprendere:

esami del sangue dopo la somministrazione di farmaci che stimolano o sopprimono la produzione di alcuni ormoni. Per stabilire se si tratta di pubertà precoce vera e distinguerla da una pseudopubertà o dalle forme incomplete, si dosano le gonadotropine dopo carico con GnRH (GnRH 100 _g/m2 e.v., max 100 _g) per valutare il rapporto FSH/LH, che in una pubertà precoce vera risulterà invertito e quindi inferiore a uno;

radiografia polso per valutare l’avanzamento dell’età ossea ed ecografia pelvica (alle bambine) per rilevare il volume ovarico e valutare il rapporto corpo/collo che nella pubertà precoce vera a favore del corpo;

– una volta posta la diagnosi andrà esclusa una organicità con una RMN Possibili risposte al test di carico con il GnRH (LHRH)ç – altri esami del sangue. La terapia della pubertà precoce va decisa caso per caso da uno specialista ed ha come obiettivi: – migliorare la altezza da adulti, rendendola quanto più possibile in linea con la statura familiare;

– evitare al bambino il disagio psicologico derivante dai propri, inattesi, cambiamenti corporei anche in relazione al suo rapporto con il gruppo e l’ambiente;

– salvaguardare le funzioni riproduttive in età adulta.

Mentre sotto i sei anni il trattamento è sempre, o quasi, utile per preservare l’altezza potenziale, non necessariamente tutte le bambine tra i sei e gli otto anni devono essere trattate. In questo caso sicuramente trarranno beneficio dal trattamento quelle con età ossea avanzata (> ai 2 anni) e con una rapida progressione. (7) Solo dopo una esauriente conversazione con i genitori andrà presa di comune accordo una decisione se trattare o non trattare il bambino, tenendo in considerazione anche gli aspetti psicologici.

La pubertà precoce vera si tratta con gli analoghi del GnRH, la via di somministrazione utilizzata è quella intramuscolare, che consente la somministrazione ogni 4 settimane.

Il trattamento viene continuato nelle bambine fino ai 12 anni di età ossea e nei maschi fino ai 13-14 anni di età ossea per non perdere lo spurt puberale a fine trattamento.(7)

La pubertà evolve in modo perfettamente normale, con comparsa dopo 12-15 mesi delle mestruazioni nelle bambine e di livelli puberali di testosterone nei maschi.(6)

Ogni sei mesi si controllerà il bambino dal punto di vista auxologico (peso, altezza, segni puberali), si ripeterà un Rx polso per rivalutare l’età ossea, si doseranno le gonadotropine dopo carico con GnRH e si valuterà lo sviluppo ovarico e uterino con l’ecografia pelvica. Si utilizzano per la terapia farmaci che sono in grado di bloccare la produzione degli ormoni prodotti dalla ghiandola ipofisi, le gonadotropine. Questi farmaci sono efficaci e sicuri. Nei rarissimi casi in cui la pubertà precoce è provocata da un tumore, viene eseguito un intervento chirurgico per l’asportazione di esso. In ogni caso, l’evoluzione della malattia è buona ed i risultati sull’altezza in età adulta sono tanto migliori quanto il trattamento viene iniziato più precocemente.

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Bibliografia

1.Tratto da Andrologia clinica, Wolf-Bernhard Schill, Frank H. Comhaire, Timothy B. Hargreave].

2.Marcia E.et al. Secondary Sessual Characteristics and Menses in Young Girls Seen in office Practice: A Study from the Pediatric Research in Office Practice. A Study from the Pediatric Research in Office Setting Network. Pediatrics 1997, 99: 505-512

3.Paul B. Kaplowitz et al. Reexamination of the Age Limit for Defining When Puberty Is Precocious in Girls In the United States: Implications for Evaluation and Treatment. Pediatrics 1999; 104: 936-41

4.Rosenfield R. et al. Current age of onset of puberty (letter). Lancet 2000; 106: 622-3

5.Cisternino M. et al. Etiology and age incidence of precocious puberty in girls: a multicentric Study. J PediatrEndocrinolMetab 2000; 13 Suppl 1: 695-701

6.Marie-Christine Lebrethon et al. Management of central isosexual precocity: diagnosis, treatment, outcome. Current Opinion In Pediatrics 2000; 12:394-399

7.L. Tato et al. Optimal Therapy of Pubertal Disorders in Precocious/Early Puberty. J. Of PediatricEndocrinology and Metabolism 2001, 14: 985-995

8.Bernasconi S, Bona G, Bozzola M, Buzi F, de Sanctis C, de Sanctis V, Radetti G, Rigon F, Tatò L, Tonini G. Schede diagnostico-terapeutiche di endocrinologia pediatrica. Minerva pediatrica 2001; 53 (4): 37-41.

9.Partsch CJ, Sippell WG. Pathogenesis and epidemiology of precocious puberty. Effects of exogenous oestrogens. Hum Reprod Update. 2001 May-Jun; 7(3): 292-302.

10.Traggiai C, Stanhope R. Disorders of pubertal development. Best Pract Res ClinObstetGynaecol. 2003 Feb; 17(1): 41-56

11.Januszek-Trzciakowska A, Malecka-Tendera E, Lewin-Kowalik J. Thelarche praecox in young girls: recent approaches to the pathogenesis and clinical evaluation. WiadLek 2000; 53(5-6): 312-7

12.Della Manna T, Setian N, Damiani D, Kuperman H, Dichtchekenian V. Premature thelarche: identification of clinical and laboratory data for the diagnosis of precocious puberty. Rev HospClinFac Med Sao Paulo. 2002 Mar-Apr; 57(2): 49-54.

13.Stanhope R. Premature thelarche: clinical follow-up and indication for treatment. J PediatrEndocrinolMetab. 2000 Jul; 13 Suppl 1: 827-30.

14.Garibaldi L. Progression of premature thelarche to precocious puberty. J Pediatr. 1995 Aug;127(2): 336-7.

15.Saenger P, Dimartino-Nardi J. Premature adrenarche. J Endocrinol Invest. 2001 Oct; 24 (9): 724-33.

16.Ghizzoni L, Milani S. The natural history of premature adrenarche. J PediatrEndocrinolMetab. 2000; 13 Suppl 5: 1247-51.

17.Stanhope R, Brook CC. Thelarche variant: a new syndrome of precocious sexual maturation? Acta Endocrinol (Copenh) 1990 Nov; 123(5): 481-6

Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

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La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

Comunicazione FIABA: “Gruppo di mutuo aiuto a Villafranca – VR”

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Mettiamo in evidenza l’invito di Cristina Serpelloni, presidente dell’associazione Fiaba, per la formazione di un gruppo di mutuo aiuto a Villafranca di Verona. Sono invitate famiglie adottive e affidatarie.

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Buongiorno a tutti.
Ho il piacere di comunicarvi che Antonella Ugolini, che ha seguito un gruppo di famiglie adottive di un progetto di auto-mutuo-aiuto organizzato dall’associazione FIABA ONLUS alcuni anni fa, intende proporre alle famiglie adottive interessate un nuovo percorso in cui lei si offre come facilitatrice per lo scambio e la comunicazione tra gli adulti.
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Vi indico qui di seguito un abstract del percorso:
“Aiutarsi formando un gruppo per sostenersi, per condividere e fare pratica di comunicazione congruente (comunicare chiaramente…cooperazione piuttosto che competizione…dare potere piuttosto che soggiogare…aumentare l’unicità individuale piuttosto che fare delle categorie…usare l’autorità per realizzare ciò che serve piuttosto che forzare il consenso con la tirannia del potere…amare valutare e rispettare se stessi completamente…essere responsabili personalmente e socialmente…usare i problemi come sfide e opportunità per soluzioni creative).
L’arte di essere congruenti e cambiare la modalità dominante/sottomesso. Sviluppare un alto stato di autostima: la sorgente dell’energia personale.
Cambiare le nostre percezioni da negative a positive: i Rimedi del Dott. Bach per riarmonizzare il proprio equilibrio emotivo.
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Questa traccia  permetterebbe di fare un percorso per aumentare il nostro valore personale, al fine di vedere il valore dell’altro e rivedere lo schema familiare da implosivo ad esplosivo. Tutti questi temi toccano la relazione interpersonale e intrapersonale, questo potrebbe essere il contenitore per contenere tutti i temi di cui si vorrà parlare.  “
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Rimango in attesa di un vostro riscontro e, in base al numero delle persone interessate, programmeremo date, orari e luogo degli incontri.
A presto.
Cristina Serpelloni
FIABA ONLUS
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F.I.A.B.A Onlus – FAMIGLIE INSIEME per l’ADOZIONE di BAMBINI e ADOLESCENTI

Contatti

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Per la Pasqua, non dimentichiamo l’altra parte del mondo

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Abbiamo selezionato una parte della lettera che ci ha inviato padre Paolillo, missionario comboniano in Brasile, con i consueti auguri di Pasqua. Ci racconta di uno dei suoi ragazzi di strada e della vita dura quando ci si trova dall’altra parte, dalla parte di chi non ha voce.

LA VITA DI GABRIEL È UN AVVENIMENTO PASQUALE

Gabriel è uno dei nostri ragazzi. Non sappiamo con esattezza la sua età perché non è mai stato registrato all´anagrafe. Non ha il certificato di nascita. Dimostra 12 anni. Abbiamo fatto una richiesta al Tribunale dei Minori perché faccia le dovute pratiche al fine di stabilire l´età e procedere al registro. Ambulava per la strada e sniffava colla di calzolaio. Nei primi mesi del progetto si fermava spesso davanti a uno dei cancelli per osservare gli altri bambini. Lo invitammo varie volte a partecipare. Arrivammo ad iscriverlo, ma vi restava solo per qualche giorno. Finché è avvenuto il miracolo.

Gabriel frequenta regolarmente il Progetto da quasi un anno. Va anche a scuola. È iscritto alla prima elementare. Non sniffa più colla e non perambula per la strada. Vive con una sorella. Ha guadagnato peso. Anche la pelle, fino a qualche tempo fa imbiancata da una micosi, sta riprendendo il colore originale. Il suo volto ha ancora tratti di tristezza. Quando si parla di violenza contro i bambini scoppia in lacrime. È evidente che gli riaffiorano alla memoria tutte le aggressioni subite durante l´infanzia negata. Preferisce non parlarne, i suoi occhi, però, rivelano il suo dolore. Ma poi passa. Ora finalmente sorride. La vita ancora non gli ha dato quello che merita, soprattutto le cure di una famiglia premurosa. Le ferite, cicatrizzate nel corpo, ma ancora aperte nell´anima, lo perturberanno forse per sempre. Ma ha una voglia matta di vivere.

La sua è una storia di superamento. Direi di più: è un avvenimento pasquale. Non potete immaginare lo sforzo necessario per liberarsi dalla dipendenza della colla. Ma lui, da oltre un anno, non la sniffa più. Sta dicendo no alla droga e alla criminalità. Possiamo addebitargli una vittoria parziale sulla morte.

Padre Paolillo

 

Comunicazione AFAIV: “Tu e i social network” – 6 nov 2015, Varese

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TU E I SOCIAL NETWORK
venerdì, 6 novembre alle 2015 ore 20,30
Malnate (Va) – Sala Consigliare – Via De Mohr

La partecipazione è libera e gratuita.

Tale evento è realizzato all’interno del “Progetto di sensibilizzazione per un uso sicuro di internet” promosso dal Coordinamento CARE, Associazione Ariete e Centro Studi Ksenia con il Patrocinio del Comune di Malnate e organizzato sul territorio dall’Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus (AFAIV Onlus).
L’incontro si propone sensibilizzare e informare le famiglie sulle problematiche relative all’utilizzo di Internet e Social Networks, da parte dei ragazzi adottivi e con l’obiettivo di formare gli operatori in materia.
La complessità delle adozioni internazionali in epoca digitale impone agli operatori, alle associazioni e alle famiglie, una profonda e condivisa riflessione su come accompagnare e sostenere gli adolescenti in questo mondo di vasti e incerti, ma non evitabili, cambiamenti.

Alleghiamo il volantino contenente il programma e le modalità di iscrizione: Locandina Roadshow

Per informazioni e chiarimenti contattare.
Antonella Miozzo
presidenza@afaiv.it
340/5845073

Comunicazione Ist.degli Innocenti: “Corsi gratuiti per insegnanti su web e nuove tecnologie” – ott 2015

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Corecom Toscana, Istituto degli Innocenti e Coordinamento dei Corecom nazionali con il patrocinio dell’AgCom

hanno dato vita

all’Osservatorio Internet@Minori

che in ottobre/novembre organizza una serie di workshop gratuiti  rivolti a insegnanti, finalizzati a orientare alle nuove opportunità educative rappresentate dal web e dalle nuove tecnologie, sostenere e promuovere la cultura della cittadinanza digitale, favorire l’utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica.

Ogni workshop e’ articolato in un percorso formativo di 12 ore, di cui 8 ore in aula e 4 di formazione a distanza (FAD). Le lezioni in aula si terranno in orario pomeridiano presso l’Istituto degli Innocenti.

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Workshop 1: Crescere con le nuove tecnologie: bambini e ragazzi diventano cittadini digitali

Destinatari: insegnanti in servizio di scuola primaria e secondaria di primo grado

Periodo di svolgimento: 29 ottobre – 11 novembre 2015

Scadenza iscrizioni: 26 ottobre 2015

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Workshop 2: Vivere e comunicare on line: adolescenti e preadolescenti in rete

Destinatari: insegnanti in servizio di scuola secondaria di primo e secondo grado

Periodo di svolgimento: 16 – 26 novembre 2015

Scadenza iscrizioni: 11 novembre 2015.

 

Ulteriori informazioni sono disponibili su http://www.formarsi.istitutodeglinnocenti.it

tel. 055 2037302*273*255; fax 055 2037207

www.facebook.com/Formarsi.agli.Innocenti

Scarica la brochure di dettaglio e la scheda di iscrizione.

 

 

 

Convegno Expo 2015: “Nutrire la mente e il cuore” – 18-19 sett.2015

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NUTRIRE LA MENTE E IL CUORE

(13,5 crediti ECM )

Sede: Expo Milano 2015

Date del Convegno: 18 e 19 settembre 2015

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Programma

Alimentazione e sviluppo psicologico e affettivo del bambino.

Rapporto patologico con l’alimentazione nel bambino e nell’adolescente e percorsi di prevenzione e trattamento multidisciplinare.

Educazione nutrizionale con il bambino e la famiglia.

Nutrire il corpo e la mente dei bambini e degli adolescenti: il ruolo della società e della famiglia.

– Vaccinazione relazione.

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Per info: Convegno Expo 2015: Nutrire la mente e il cuore

Tel. 085.9463098 – fax 085.9463199 – centrostudi@ibambini.it

Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

Incontro con le famiglie adottive: “L’adozione ai tempi dei social network” – BO 25 mag 2015

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CITTÀ METROPOLITANA DI BOLOGNA
Coordinamento adozione Città metropolitana di Bologna
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Adolescenti nativi digitali: l’adozione ai tempi dei social network
25 maggio 2015 – ore 16.00/18.00
Sala Zodiaco – Via Zamboni, 13 Bologna
Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta
L’incontro, gratuito, è rivolto a tutti i genitori adottivi interessati ad approfondire le tematiche legate all’adolescenza e al mondo dei social network in relazione alla costruzione dell’identità dei figli.
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Locandina: adolesc ado genitori def (2) (1)

Info: ilaria.folli@cittàmetropolitana.bo.it

Comunicazione Univ.Macerata: “Costruzione dell’identità dei giovani adottati”

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Noi del ilpostadozione appoggiamo sempre il lavoro di chi può aiutare le famiglie e i nostri figli a capire e vivere meglio. Ci auguriamo che le università dialoghino tra loro e raccordino i loro studi in modo da usare in modo oculato i soldi pubblici. Ma soprattutto esigiamo che, supportate dall’analisi oggettiva dei dati, vengano formate sempre più persone in grado di aiutare le famiglie in difficoltà. Partecipiamo numerosi e chiediamo servizi concreti.

RICERCA SULL’ADOZIONE

L’Università degli Studi di Macerata e l’Universidad Nacional de San Luis (Argentina) stanno svolgendo una ricerca su adozione, adolescenza e giovinezza. L’argomento della ricerca riguarda, in particolare, la costruzione dell’identità in adolescenti e giovani che sono stati adottati sia in Italia che in Argentina.

Partecipanti: gli adolescenti e giovani (fino a 30 anni di età ) che sono stati adottati, sono invitati a compilare un questionario strettamente confidenziale e anonimo in formato digitale

Protezione dei dati personali: il questionario è strettamente confidenziale e anonimo. Per preservare la privacy dei partecipanti, le risposte dei questionari saranno salvate in un database protetto da password e qualsiasi informazione e/o dati personali saranno eliminati.

Vi chiediamo di dare massima diffusione e vi ringraziamo per la vostra disponibilità e collaborazione!

CLICCA SUL LINK PER PARTECIPARE ALLA RICERCA!
https://docs.google.com/…/1nAvJvjVougDVsSwuS0NOuXK…/viewform

Colombia. Società: “Situazione dei minori colombiani”

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Scolarizzazione. Non esiste discriminazione tra maschi e femmine tanto che i tassi di ripetizione e abbandono scolastico sono più alti tra i maschi. In Colombia la scolarizzazione è a livelli accettabili, l’istruzione è gratuita e obbligatoria dai cinque ai dieci anni, mentre la scuola secondaria dura dai quattro ai sei anni. Questi indicatori tuttavia peggiorano se ci si sposta nelle aree rurali, e sono ancor più bassi per i bambini appartenenti alle minoranze etniche, come gli indios e gli afrocolombiani, e per i numerosissimi minori sfollati.

Adolescenti. Il numero delle ragazze tra i 15-19 anni rimaste incinte è in aumento. Il 64%deìi queste gravidanze non è pianificato. L’origine della maternità è spesso frutto di violenza ma in Colombia gli adolescenti tendono anche ad avere relazioni sessuali occasionali a un’età sempre più precoce, con il conseguente rischio di contrarre HIV-AIDS e altre malattie sessualmente trasmissibili. Un altro fenomeno correlato è l’alta frequenza con cui le madri adolescenti restano incinte di nuovo dopo il primo figlio. Il 20,5% risulta di nuovo incinta dopo 7-17 mesi dopo il primo parto, mentre un altro 33% tra i 17 e 24 mesi (dati Bienestar Familia 09/14). E’ in aumento anche lo sfruttamento sessuale di minori. Elevato è anche il tasso di ragazzini lavoratori.

Bambini soldato. L’Unicef considera la Colombia uno dei paesi in emergenza umanitaria e gli interventi sono rivolti a ridurre il fenomeno dei bambini soldato. Le attività di reintegrazione sociale dei bambini smobilitati dai gruppi armati avvengono nel quadro del Programma Nazionale per i bambini vittime del conflitto armato, gestito dall’Istituto Colombiano per l’Assistenza alle Famiglie. Il programma si occupa di assicurare al bambino un rientro sicuro in famiglia e nella comunità, oltre a fornire assistenza medica, istruzione e protezione legale.

Bambini di strada (niños en la calle). Sono bambini che pur avendo dei genitori sono lasciati a vivere per strada in assenza di cure e attenzione ai margini delle città tra i più degradati. La loro solitudine li destina ad essere vittime indifese di atti di violenza, abusi sessuali, rapimenti per il traffico d’organi o prostituzione. Nelle zone suburbane sono completamente assenti strutture che possano accogliere bambini dai 0 ai 2 anni e offrire attività di cura e assistenza all’infante e alla madre.

vedi anche:

http://www.icbf.gov.co/portal/page/portal/Descargas1/Prensa1/ColombiaSinMaltatoInfantil_180313.pdf

Colombia. Società: “Madri sole”

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Madri bambine. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, istituzione privata colombiana che ha studiato con attenzione il fenomeno, in Colombia poco meno della metà dei bambini fino ai 2 anni vive in un nucleo familiare completo, la maggior parte solo con la madre, unico punto di riferimento. Il rischio d’abbandono è più alto nel caso di figli di madri adolescenti anche perché, vivendo in contesti di violenza intrafamiliare, sono costrette ad andarsene già in giovane età senza l’aiuto di nessuno. Spesso sono le difficoltà economiche e la necessità di trovare un lavoro lontano da casa che porta la giovane madre a lasciare il suo bambino. A ciò si aggiunga l’allentarsi della rete di solidarietà, attraverso la consuetudine di prendere in casa figli anche non propri, purché infanti.

Mancanza di una rete di solidarietà. La situazione di degrado e di povertà estrema sembra avere almeno in parte intaccato questa forma d’aiuto reciproco, che negli anni aveva caratterizzato la vita dei quartieri periferici attraverso forme di solidarietà che vedevano fra gli attori le madri più anziane e le nonne, che accudivano anche figli non propri.

Mancanza di servizi alle madri ed elevata mortalità materna. Le giovani non sono informate su come gestire una gravidanza e un bambino. Ciò comporta un’elevata percentuale di maternità indesiderate e l’assenza di prevenzione per il cancro del collo uterino, che costituisce la prima causa di morte nelle donne.

Denutrizione e malnutrizione per minori di 2 anni. Secondo alcuni dati statistici registrati da Profamilia, in Colombia il novantacinque per cento dei bambini in età infantile riceve il latte materno ma solo il ventidue arriva al quarto mese. I motivi principali dell’interruzione sono:

  • latte insufficiente, nuova gravidanza
  • malattie della madre
  • problemi di suzione
  • rifiuto da parte del bambino
  • malattie del bambino
  • l’uso d’anticoncezionali

A ciò si aggiunga che l’ignoranza porta ad una scelta degli alimenti sulla base d’informazioni pilotate dai mass media e non su una dieta bilanciata. Spesso nelle famiglie il denaro destinato all’alimentazione è utilizzato per pagare altre spese, come l’affitto dell’abitazione, dato che la maggior parte degli abitanti non possiede una casa di proprietà, e il pagamento dei mezzi di trasporto pubblico. Le pessime condizioni igienico-sanitarie favoriscono la comparsa di malattie infettive che comportano un peggioramento dello stato di nutrizione dei soggetti colpiti.

(fonte: Veneto Adozioni e Profamilia)

Comunicazione: “Giornata di etnopsicologia” – Padova 29 ott.2014

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In un mondo sempre più multietnico è importante avere gli strumenti per dialogare con “gli altri diversi da noi”.

Agli educatori, operatori sociali e genitori proponiamo questo incontro organizzato

da alcune Associazioni di Volontariato che gravitano a Padova. 

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GIORNATA DI ETNOPSICOLOGIA

Mercoledì 29 ottobre. Ore 9:00 – 17:00
Padova, Via San Giovanni da Verdara, Sala Comboni

Ingresso libero

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PROGRAMMA

Mattino
– Percorsi di salute
Dirigente medico da confermare, Ulss 16 Padova

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– Maternità e decentramento culturale
Gabriella Coppola, Associazione Unica Terra

– Adolescenti di origine straniera: costruzione dell’identità negli adolescenti G2
Maria Cosentino, psicologa, psicoterapeuta, Associazione Unica Terra

– Arteterapia e creatività: Un’esperienza con alcune ospiti di Mondo Donna a Bologna
Annalisa Fabbri Bombi, psicologa, psicoterapeuta

Pomeriggio
– Donne immigrate: percorsi migratori e pratiche d’adattamento
Cadigia Hassan, giornalista, Associazione Ridim

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– Antropologia Medica ed Etnopsichiatria: metodologie e impegno civile
Francesco Spagna, Università di Padova

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Buffet etnico a cura dell’Associazione Unica Terra

AI PARTECIPANTI VERRÀ RILASCIATO UN ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE

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Per partecipare alla Giornata è necessario iscriversi inviando l’adesione per mail a:
segreteria@psicologodistrada.it. Le iscrizioni chiuderanno lunedì 27 ottobre.

locandina _etnopsicologia

Studi e ricerche. Sangita, 17 anni: “Le origini, i ricordi e la nostra identità”

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Il dolore, la morte, le domande che restano…

Un anno fa parlavamo di Habtamu, il ragazzino africano che non ce l’ha fatta a trovare risposte a domande importanti dentro di sè. Troppo grandi per lui, troppo difficili, troppo …

Allora, a gran voce, sul web si era levata  la richiesta di istituire la giornata sull’adozione. Conosciamo la mamma che ha avuto questa intuizione e interpretiamo le sue intenzioni: parlare di adozione nella società civile per soppiantare il pietismo con la concretezza delle azioni nella scuola, nel vicinato, nella stessa cerchia di parenti e amici. C’è molto da fare per l’accoglienza e l’integrazione dei nostri ragazzi. Ancora di più oggi che discutibili rappresentanti dei cittadini attaccano il “diverso” per coprire la corruzione e il marcio che dilaga nei loro partiti.

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Nel frattempo vi lasciamo con le domande che i nostri figli hanno lanciato al Convegno di International Adoption nel maggio del 2013 tramite la loro rappresentante, Sangita. Sono le domande che sono nella testa dei nostri ragazzi, che spesso non riusciamo a decifrare dai loro comportamenti a volte disorganizzati e inspiegabili.

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Alcune risposte degli operatori le forniremo più avanti, quelle che secondo noi sono state le più significative. Intanto, da genitori, riflettete su questi quesiti. Le domande che restano…nella mente dei nostri figli.

IL VIAGGIO ALLA RICERCA DELLE ORIGINI

Incontrando altri ragazzi che come me condividevano il fatto di essere indiani e di essere stati adottati, mi ha colpito

molto la differenza che si percepiva tra chi era tornato almeno una volta in India e chi quel viaggio non l’aveva

ancora fatto. Tutti condividevamo la sensazione di un viaggio importante, un viaggio non semplicemente turistico

ma un viaggio per scoprire se stessi, un ritorno alle proprie origini.

Chi quel viaggio l’aveva fatto sentiva che qualcosa era cambiato. Incontrare l’India ha permesso a molti di noi di

abbandonare tutta una serie di pensieri negativi che avevamo nei confronti di quella terra. E’ emerso che alcuni

di noi prima del viaggio e chi anche il viaggio non l’aveva ancora fatto ritenevamo l’India responsabile di tutto

quello che era accaduto. Ma l’incontro con quel paese ci ha aiutato a liberarci di alcune paure, qualcuno ha detto

a chiudere il cerchio. L’India non ha colpe. Ma c’è una cosa che molti di noi condividevano, sulla quale ci siamo

interrogati e sulla quale vogliamo interrogare voi: il desiderio di voler fare questo viaggio da soli o meglio senza

genitori adottivi.

Perché si desidera tornare da soli? Come dobbiamo interpretare questo desiderio? E’ un atto di rottura o di protezione verso i genitori adottivi? Come possiamo spiegarlo a loro senza ferirli e farli sentire messi da parte in un momento così significativo e importante?

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I RICORDI

Un altro aspetto emerso che non tutti condividevamo, ma molto doloroso per chi lo provava, è quello relativo

ai ricordi. C’era chi ricordi non ne aveva, chi li aveva molto definiti e chiari, i volti dei genitori, dei fratelli e dei

luoghi dell’infanzia e chi ne aveva ma dubitava che fossero reali. Il dubbio era che il ricordo non fosse un prodotto

dell’esperienza vissuta, ma fantasie prodotte dall’immaginazione.

Esiste un modo per uscire dall’ambiguità di non sapere se quello che ti sembra di ricordare sia realmente accaduto o meno? E se non esiste, come si può convivere con la sofferenza legata a quest’ambiguità?

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CITTADINI DEL MONDO

Per alcuni di noi essere indiani è motivo di orgoglio, per altri quasi di vergogna, qualcuno trova la spiegazione alle

proprie scelte e alle proprie azioni in virtù del fatto di essere un indiano, di avere sangue indiano. Quando ci è stata

posta la domanda direttamente, tutti abbiamo risposto che ci sentiamo italiani, siamo cresciuti in Italia, siamo stati

educati da italiani e come italiani parliamo questa lingua ma forse l’essere anche indiani è una questione aperta.

In che modo si possono integrare queste due anime? Siamo apolidi? Siamo cittadini del mondo. Come qualcuno di noi ha detto, siamo stranieri nel nostro paese? Che cosa siamo?

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SENTIRSI IN COLPA VERSO I GENITORI ADOTTIVI

Stiamo crescendo e quindi stiamo cambiando. Quello che un tempo ci piaceva ora non ci piace più ma alcuni di

noi vivono questo cambiamento quasi come un tradimento nei confronti dei genitori adottivi.

Perché ci sentiamo in colpa nel mostrarci ai nostri genitori adottivi per quello che siamo? Perché questa sensazione di tradimento? Appartiene anche ai figli biologici? Come possiamo spiegare loro che stiamo diventando qualcosa di diverso da quello che loro si aspettano senza ferirli? Senza che pensino che noi non li vogliamo più?

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IL VUOTO DENTRO

C’è un’ultima domanda che forse è la più importante ed è quella a cui faceva riferimento Alessandra prima perché

condivisa da tutti noi ed è relativa al vuoto che sentiamo.

Tutti sentiamo un senso di vuoto e questo ci fa soffrire. Ma cos’è questo vuoto? Sono i genitori biologici che non abbiamo conosciuto? I ricordi che non ci sono? Le ragioni dell’abbandono? E soprattutto c’è un modo per riempire questo vuoto, per non sentire più questa dolorosa sensazione?

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(fonte: internationaladoption.it – Atti del Convegno maggio 2013)

Studi e ricerche. Tesi di laurea: “L’adozione alla prova dell’adolescenza”

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Giusto un anno fa Alfonsina Mandiello ci chiedeva di compilare un questionario sull’adolescenza per poter concludere la sua tesi di laurea. Oggi ci fa partecipi del suo lavoro che siamo contenti di presentarvi come ringraziamento a quanti hanno partecipato all’intervista. Questo è un articolo pubblicato su una rivista di settore in cui l’autrice, dopo aver focalizzato le principali peculiarità dell’adozione, entra nel cuore della ricerca sull’adolescenza.

di Alfonsina Mandiello, assistente sociale, e Prof. Aldo Diavoletto, docente di psicologia dinamica all’Università degli Studi suor Orsola Benincasa – Rivista “Qualità Sociale” Anno XVII – Associazione Centro Culturale

L’adozione è un istituto complesso e di antica tradizione, è stato oggetto di diverse modifiche ed approfondimenti fino a giungere al significato attuale. Oggi l’adozione, sia a livello nazionale che internazionale, è l’istituto mediante il quale si istaura, fra l’adottante e l’adottato, un rapporto di filiazione legittima il cui obiettivo è, principalmente, quello di sottrarre il minore dalla situazione di abbandono inserendolo in un ambiente familiare sostitutivo.

La genitorialità è uno dei percorsi più complessi della vita, quella adottiva ha in sé dei livelli di difficoltà ancora più importanti, infatti, spesso l’adozione è un percorso d’incontro e di riparazione di due vissuti dolorosi: da una parte c’è il bambino, portatore di una sofferenza abbandonica, dall’altra c’è il dolore dovuto al fallimento del progetto generativo degli aspiranti genitori adottivi. Diventare genitori adottivi implica, quindi, una visione trasformativa della genitorialità fondata non più sulla trasmissione biologica ed ereditaria, ma sul legame affettivo che si costruisce giorno per giorno nel percorso adottivo e nella consapevolezza delle reciproche diversità.

Sovente si commette l’errore di spostare completamente l’attenzione sul bambino lasciando ai margini il punto di partenza che è rappresentato dalla coppia e dalle sue motivazioni all’adozione. È fondamentale sottolineare che la scelta di adottare un bambino richiede un importante lavoro di conoscenza e consapevolezza di sé e di formazione e preparazione all’accoglienza dell’altro; in coppia si arriva a tale decisione, spesso, dopo percorsi lunghi e dolorosi con tante aspettative ma anche con dubbi, preoccupazioni e paure.

Sappiamo bene che la sterilità è la causa più frequente che spinge le coppie ad intraprendere la strada dell’adozione, la delusione per la mancata maternità e paternità biologica costituisce innanzitutto una ferita narcisistica che genera un vero e proprio lutto, in termini emotivi, alterando profondamente sia la personalità di uno o entrambi i coniugi, che l’equilibrio della coppia stessa. È essenziale affrontare la realtà dell’evento doloroso senza censure recuperando il normale narcisismo, arrivando al vero risanamento del Sé della coppia.

È chiaro che la coppia che intraprende il percorso adottivo deve garantire la capacità di “riparare” i vissuti dolorosi e angosciosi del bambino abbandonato. Tuttavia, due adulti che non hanno per primi elaborato e compreso i propri stati affettivi non potranno mai aiutare un bambino a contenere e ad elaborare la sua storia di deprivazione e di perdita. Il genitore deve, quindi, essere in grado di accogliere ed elaborare i vissuti dolorosi del bambino, legati alla sua storia passata, restituendoglieli in forma meno angoscioso, in modo da permettere al piccolo di farli propri e dotarli di significato. Adottare significa, quindi, aprire uno spazio d’accoglienza al figlio adottivo non solo fisico, ma soprattutto mentale all’interno della propria famiglia.

Non possiamo non soffermarci, in seguito, sul vissuto del bambino prima dell’adozione essendo consapevoli che il percorso adottivo ha inizio da un drammatico evento, il suo abbandono.

Un bambino che sperimenta, alla nascita o successivamente e in qualsiasi circostanza, la separazione forzata dai propri genitori biologici vive una situazione profondamente traumatica che altera, inevitabilmente, una condizione fisiologica di crescita e di sviluppo. Questo evento determina una dinamica relazionale e intrapsichica che condiziona i futuri possibili attaccamenti a nuove figure genitoriali. L’esperienza dell’abbandono può generare conseguenze gravissime, soprattutto nel bambino molto piccolo, privo di risorse a cui ricorrere per far fronte a una frattura che mina le basi dell’esistenza stessa.

Numerosi studi scientifici confermano che il periodo critico per un attaccamento adeguato è tra il 4°-5° e il 7°-8° mese e che assolutamente in questo periodo della vita è critica la presenza di una figura adulta stabile e adeguata, tuttavia è una convinzione comune considerare il bambino piccolo più duttile e più facile da allocare proprio per la sua plasticità psicologica. In merito a quanto detto è importante sottolineare che ognuno di noi è il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa.

Pertanto, il cervello ha una sua capacità plastica che permette di modificare funzioni e struttura al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, al fine di riattivare il suo sano processo di crescita e di far ritrovare la continuità della sua esistenza, deve beneficiare di figure alternative capaci di accudirlo. È chiaro, quindi, che il comportamento del genitore è decisivo nell’indirizzare il successivo sviluppo del bambino.

Come ho già accennato l’esperienza dell’abbandono viene vissuta dal bambino come un evento altamente traumatico, se, poi, a questo evento si aggiunge quello dell’istituzionalizzazione ciò non può che aggravare la già difficile situazione di carenza affettiva che il bambino sta vivendo. Un bambino che vive in istituto cresce senza punti di riferimento, diventa diffidente nei confronti degli altri, vive nell’insicurezza e nell’instabilità. In questi casi diventa per loro davvero difficile e faticoso instaurare dei rapporti affettivi che durano nel tempo con altre persone che dimostrano loro affetto, vive in loro la paura di essere delusi ancora.

Un sentimento comune in questi bambini è il senso di colpa per l’abbandono subito, spesso si sentono responsabile di quanto gli è accaduto e, con una carica di angoscia, tendono a ricercare dentro di sé le cause del proprio abbandono. Paradossalmente arrivano a pensare che il genitore tornerà a riprenderli quando saranno diventati buoni, fino a sentirsi non più degni di avere dei genitori alimentando atteggiamenti di isolamento e chiusura.

In molti casi i bambini in “attesa” vivono sentimenti contrastanti: da una parte avvertono il desiderio della vicinanza di un adulto, che soddisfi i loro bisogni di cure e di attenzioni, ma dall’altra vive in loro il timore di essere nuovamente traditi. Per evitare il perdurare di questi conflitti e far sì che non ci sia il rischio di rimanere prigionieri di questa angoscia esistenziale è necessario far durare il meno possibile questa fase di attesa nella vita dei bambini abbandonati.

Purtroppo nella realtà dei fatti questo non accade, il minore che viene sottratto dal proprio nucleo familiare, per svariate situazioni, è condannato, nella maggior parte dei casi, ad una lunga fase di attesa. Da quando il Giudice assegna il bambino nella casa famiglia a quando dispone l’affidamento o l’adozione il soggetto interessato rischia di non essere più minore; tuttavia il bambino oltre a vivere il proprio disagio familiare vive in un ambiente, anche se confortevole e positivo, ma, non a misura familiare.

Quindi, un bambino deprivato, soltanto beneficiando di una relazione, che soddisfi il bisogno di ritrovare la traccia iniziale della sua vita, può elaborare l’evento drammatico che ha, inevitabilmente, segnato la sua esistenza e può dare un nome ai suoi stati emotivi che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni frustrazione. In questo percorso può gradualmente introiettare nuove figure genitoriali a sostegno del suo Io, riparare gli aspetti più danneggiati del suo mondo interno e recuperare le capacità di stabilire e mantenere dei nuovi legami d’amore.

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L’adozione, come abbiamo detto in precedenza, è un percorso arduo e disseminato di ostacoli, che mettono a dura prova l’equilibrio della coppia stessa. Una delle fasi particolarmente a rischio per le famiglie adottive è rappresentato dall’adolescenza del figlio adottato. Molti ricercatori, non a caso, definiscono questo periodo una “messa alla prova” del percorso adottivo che amplifica le fantasie e i conflitti naturali di questa epoca di passaggio.

L’adolescenza dell’adottato contiene in sé un potenziale destabilizzante sulle dinamiche familiari, uno specchio che amplifica e, talvolta, distorce le fragilità della coppia e del sistema familiare stesso. Le famiglie adottive si trovano a dover affrontare non solo i compiti evolutivi di questa delicata fase, ma anche quelli ben più specifici relativi allo status adottivo.

Al contempo il ragazzo si trova a dover conciliare l’apprendimento di nuovi compiti di sviluppo, propri dell’adolescenza, e a far fronte a problematiche quali: il senso di appartenenza, l’identità d’origine e il disagio, frutto dell’abbandono da parte della famiglia biologica. Il figlio adottivo in adolescenza sente di dover integrare la propria identità attraverso la memoria, le tracce del proprio passato, conciliando quello che «era» con quello che «è» ed è diventato, si trova in una condizione in cui deve sostituire, soprattutto se adottato in “tarda” età, le aspettative costruite sulla base della sua storia passata con la realtà di una nuova vita, di nuovi contatti, cercando di ritrovare fiducia negli adulti che lo circondano.

L’idea di questa indagine parte proprio da queste riflessioni, il fine è stato quello di unire due tematiche, adozione e adolescenza, e comprendere come i genitori adottivi vivono e percepiscono questa tappa importante della vita dei loro figli adottivi e se, a loro avviso, le conflittualità che emergono siano aggravate dal loro status di figli adottivi.

Il focus di questa ricerca sono state proprio le famiglie con figli adolescenti. La scelta della fascia di età dei ragazzi non è stata semplice, sappiamo che l’adolescenza è l’età «di mezzo» tra l’infanzia e il mondo degli adulti e questo rende assai arduo un loro inquadramento preciso all’interno degli «schemi» stabiliti dalla società. Essendo l’adolescenza un’età di crescita, la fascia di età varia a seconda delle condizioni sociali e culturali, nonché psicologiche proprie del singolo adolescente. La fascia di età da me scelta, analizzando i diversi studi antropologici, è stata 12 – 20 anni, divisa in due classi: 12 – 14 e 15 – 20, definite, ai fini dell’indagine, rispettivamente prima adolescenza e adolescenza. Lo strumento d’indagine utilizzato è stato il questionario, somministrato online in forma anonima.

Il questionario si compone di 29 items strutturati e misti divisi in sette aree e 1 domanda a risposta libera in modo da consentire ai genitori di approfondire alcuni temi che ritenessero di maggiore rilievo. Sono stati raccolti 61 questionari, l’indagine, in riferimento ai dati emersi, si presta a molte chiavi di lettura, ma in questa sede riporto solo i punti ritenuti più indicativi.

Dai dati emerge che l’80% degli adolescenti è straniero evidenziando un elemento noto a tutti, cioè come sia difficile adottare un bambino italiano in quanto il numero dei minori italiani adottabili è nettamente inferiore rispetto all’elevato numero di coppie che si dichiarano disponibili all’adozione.

L’età al momento dell’adozione, divisa in tre classi (0-3,4-8,9-13), sottolinea che il 78% dei bambini stranieri è stato adottato in un’età compresa tra i 4 e i 13 anni nel rispetto del principio di sussidiarietà sancito dalla Convenzione de L’Aja.

Dalla ricerca emerge una maggiore difficoltà degli stranieri, soprattutto se adottati in tarda età, nell’inserimento scolastico, sono ostacolati dalla differente lingua e dall’appartenenza a culture, spesso, molto differenti. Attraverso l’analisi delle risposte libere emerge la conclusione dei genitori che denunciano una forte inadeguatezza e incapacità delle istituzioni scolastiche ad affrontare queste tematiche. In riferimento a quanto detto, dai dati emerge, altresì, che tutti i figli italiani frequentano la scuola e l’università mentre gli stranieri, con un’età superiore ai 15 anni, hanno intrapreso altre attività (lavoro, corsi di formazione etc.) o sono disoccupati.

È interessante sottolineare che un considerevole numero di questionari (74%) è stato compilato da famiglie residenti nel Nord Italia facendo emergere una maggiore apertura e sensibilità verso tali tematiche a differenza del Sud e delle Isole (12%).

Per quanto concerne la comunicazione una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15-20. Nonostante ciò la qualità della comunicazione nelle famiglie risulta essere al quanto positiva per entrambi i genitori. Complessivamente il dialogo, all’interno delle famiglie, è piuttosto aperto e poco problematico e considerando che i dati fanno riferimento a questo particolare momento di transizione, un dialogo aperto può essere ritenuto un fondamentale fattore protettivo nello sviluppo psicologico e sociale degli adolescenti. Tutto questo può facilitare il loro adattamento psicosociale e permette loro di esprimere liberamente i sentimenti e le emozioni connessi a questa complessa fase consentendo di superarla con una minore sofferenza.

Importante è stato evidenziare che dai dati è emerso un ruolo rilevante e una forte presenza dei padri nella crescita dei figli, dato sottolineato già da altri studi in cui è stato ipotizzato che in queste famiglie vi sia un’assenza del primato biologico materno permettendo alla figura paterna di acquisire uno spazio fisico, psicologico e sociale più significativo nella relazione con i figli adottivi. Tuttavia la madre resta sempre un riferimento affettivo importante, soprattutto per i maschi.

Per quanto riguarda i “tratti tipici” dell’adolescenza (rabbia, comportamenti aggressivi, tendenza ad isolarsi etc.) una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti appartenenti alla fascia di età 15-20. A differenza dei coetanei, oltre alle caratteristiche tipiche dell’adolescenza come: bassa autostima, aggressività, oscillazione dell’umore e manifestazioni di rabbia, l’adolescente adottato presenta, sovente, una più elevata diffidenza nei confronti degli adulti, una più marcata insicurezza nel relazionarsi con gli altri e una difficoltà maggiore di tollerare ogni minima frustrazioni e/o rimprovero. È interessante sottolineare che nelle risposte libere alcuni genitori hanno manifestato un elemento già affrontato nei paragrafi precedenti. Emerge l’esistenza di un senso di colpa nei loro figli adolescenti che li porta a giustificare l’abbandono dei genitori biologici e alla persuasione di non meritare l’affetto e le attenzioni dei genitori adottivi. Naturalmente è importante evidenziare che non sempre la loro condizione di figli adottati è vissuta da loro come un problema, anzi molti genitori hanno dichiarato una serena crescita dei loro figli emersa soprattutto nella prima adolescenza.

La ricerca, in relazione all’adattamento socio-relazionale, si pone in netta contrapposizione alla convinzione comune secondo cui la precoce età del bambino al momento dell’adozione abbia un’importanza rilevante per la riuscita dell’adozione e, in seguito, per l’adattamento socio relazionale del ragazzo. Infatti, dai dati emerge, paradossalmente, che le maggiori difficoltà sono presenti in coloro che sono stati adottati in età precoce (risposte sempre e spesso: 0 – 3 = 50%) rispetto agli adolescenti adottati in tarda età (risposte sempre e spesso: 9 – 13 = 21%).

Un altro dato rilevante riguarda i cambiamenti degli adolescenti emersi in relazione ai compiti educativi dei genitori. In questa fase, un numero rilevante di genitori, nonostante abbia dichiarato una maggiore difficoltà nell’educare i propri figli, soprattutto per chi ha figli che rientrano nella fascia di età 15-20 (59%), ha affermato che i cambiamenti emersi in questa fase non sono, a loro avviso, aggravati dallo status di figli adottivi. Dalle risposte aperte, infatti, emerge che buona parte del campione ritiene che i propri figli presentino maggiori difficoltà dei loro coetanei durante il periodo adolescenziale non perché adottati ma per i traumi vissuti in precedenza che in questa fase riemergono con forza. I traumi dell’abbandono e, spesso, uno scarso legame di attaccamento iniziale incidono molto sul modo di affrontare la fase adolescenziale.

È chiaro, quindi, che molte famiglie adottive possono vivere l’adolescenza dei figli con ansia e preoccupazione presentando difficoltà nello stabilire nuove forme di dialogo avvertendo il bisogno di un sostegno da parte di figure professionali esperte e servizi adeguati. Questo è quanto emerso anche dall’indagine, infatti, circa il 62% delle famiglie, ha richiesto un sostegno. È stato interessante sottolineare che dai dati si evince una scarsa fiducia nelle istituzioni e nei servizi pubblici in quanto il 37% si è rivolto a professionisti privati e circa il 10% a più servizi e professionisti avendo, probabilmente, riscontrato maggiori difficoltà. Il consultorio, servizio che annovera tra le sue finalità proprio il sostegno alla genitorialità, ha avuto solo il 3% delle risposte. Tutto questo evidenzia un’esistente carenza e, forse, inadeguatezza dei servizi presenti sul territorio, a livello nazionale.

Uno dei compiti più importanti e delicati dell’adolescente è costruire una propria identità attraverso un’integrazione di parti di sé legate all’infanzia e di parti che potremmo definire “nuove” per arrivare ad un soddisfacente adattamento all’età adulta. Per i ragazzi adottati porsi domande sulla propria identità è un processo mentale, sempre difficile, accompagnato, spesso, da un senso di vuoto e turbamento. Per costruire la loro identità, pur facendo riferimento ai genitori adottivi come modello di identificazione, gli adolescenti adottati necessitano di informazioni sui genitori naturali e sulla loro storia passata. Il bisogno di ricercare le proprie origini si manifesta, quindi, in particolar modo, durante il periodo adolescenziale in quanto i cambiamenti, soprattutto somatici, innescano il bisogna di ricercare uno specchio vivente che giustifichi quanto sta accadendo. Detto ciò risulta discrepante il dato emerso dall’indagine relativo al desiderio di conoscere le proprie origini in quanto emerge che soltanto il 46% degli adolescenti esprime tale desiderio.

Quanto detto può dare spazio a diverse interpretazioni; in primis, è importante sottolineare che il 31% aveva al momento dell’adozione un’età compresa tra i 9 e i 13 anni quindi, si tratta di ragazzi che hanno ben chiare le loro origini e la loro storia tanto da non avere, probabilmente, l’esigenza di rivivere traumi passati ancora chiaramente impressi nella loro memoria. Un’altra ipotesi potrebbe essere il timore di dare una delusione ai genitori adottivi che li hanno cresciuti e verso cui provano un sentimento di riconoscenza, o ancora la paura di conoscere “verità scomode” e difficili da superare. Dall’indagine emerge, altresì, che una maggiore richiesta è espressa da figli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15 – 20 (Sì=59%); i dati mostrano, ancora una volta, a mio giudizio, che gli adolescenti appartenenti alla fascia prima adolescenza presentano, probabilmente, una minore maturità e consapevolezza che si traduce in una più scarsa richiesta di conoscere le proprie origine (Sì=34%); questa esigenza, forse, sarà espressa in seguito. Esattamente, i dati rivelano, per la risposta Sì, una dissomiglianza per fasce di età attuale pari al 25%.

La necessità di conoscere il proprio passato non sempre è determinato dal rifiuto del presente o della famiglia adottiva, molto più spesso consegue, come abbiamo già evidenziato, al bisogno tipicamente adolescenziale di costruire la propria identità e biografia. Dalla ricerca, in riferimento a quanto detto, si evince che nessuno dei genitori ritiene che il ricercare le proprie origini sia dettato da un rifiuto del presente o della famiglia adottiva, quindi, alla base di questa istanza non esiste, secondo gli intervistati, un rapporto familiare deludente e/o insufficiente. Quasi l’unanimità del campione (97%) ritiene, tuttavia, normale esprimere tale richiesta.

In conclusione possiamo affermare che anche se da questa ricerca non sono emerse problematiche rilevanti, le famiglie spesso si sentono sole nell’affrontare questa particolare fase della vita dei loro figli adottivi. Si parla di famiglie adolescenti in quanto questa particolare e importante fase sovverte non soltanto la vita dell’adolescente ma, inevitabilmente, l’intero nucleo famigliare. In merito a quanto detto è importante rimarcare che il maggior numero di fallimenti adottivi si registra soprattutto in corrispondenza dell’entrata del figlio in adolescenza, dunque, è importante prevenire i fallimenti adottivi nell’ottica di tutela, di protezione, ma, soprattutto, di supporto alle famiglie che possono presentare maggiori difficoltà e trovarsi in situazioni più complesse. Tuttavia è fondamentale garantire alle famiglie adottive un concreto sostegno post adozione che consenta ai genitori di affrontare in modo sereno la fase adolescenziale dei loro figli e permetta ai ragazzi, che già hanno vissuto cospicue sofferenze, di affrontare questo delicato percorso con limitati turbamenti.

Per concludere è fondamentale sottolineare che oltre alla costruzione di buone relazioni all’interno della famiglia adottiva, per i genitori, supportare l’adolescente al fine di favorire la costruzione di relazioni positive con il gruppo di pari e l’inserimento nel proprio contesto sociale rappresentano variabili determinanti nella crescita del figlio durante il suo percorso adolescenziale.

Ira e rabbia. “Disagio psichico dei giovani: dai media sembrerebbe che…”

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Un ragazzo italiano su cinque tra i 18 e i 24 anni dichiara di avere “difficoltà di vita” (i problemi riguardano soprattutto l’ambito familiare) e il 61 per cento accusa sintomi di vario tipo, ovvero disturbi fisici o psichici. Nella fascia di età successiva, 25-34 anni, queste percentuali sono pure più alte, rispettivamente il 72 e l’80 per cento (sondaggio condotto da Sinopia Ricerche nel settembre 2012). Chiedono però aiuto in pochissimi, lo fa soltanto il 15 per cento. Timore di stigma sociale, onnipotenza adolescenziale, ambiente protetto della famiglia e delle strutture accademiche possono essere alcune delle motivazioni alla base di questa resistenza a esprimere il proprio disagio. I giovani che decidono di consultare qualcuno per farsi aiutare vanno in prevalenza dal medico (nel 40 per cento dei casi) oppure si rivolgono a un mix eterogeneo di figure (tra cui farmacisti, sacerdoti e maghi). Ma soltanto il 20 per cento sceglie i servizi di assistenza psicologica. – Vera Martinella –corriere.it 10/12/2012

Depressione, disturbi dell’umore, d’ansia e del comportamento alimentare: nel 2015 saranno le malattie psichiche più diffuse nella popolazione italiana e potrebbero riguardare addirittura un italiano ogni quattro. Questo almeno, stando alle stime rese note durante l’ultimo convegno della Federazione Nazionale delle Strutture Comunitarie Psico-Socio-Terapeutiche (Fenascop), ovvero le comunità che si occupano della cura del disagio psichico. Le categorie considerate più a rischio dagli esperti sono i giovani fino a 25 anni (l’80 per cento dei casi di disagio psichico infatti ha gli esordi entro questa età) e le donne, che hanno il doppio delle probabilità di ammalarsi di depressione rispetto agli uomini, mentre ragazze giovani e giovanissime, tra i 12 e i 20 anni, restano le più esposte al pericolo di manifestare disturbi alimentari. – Vera Martinelli – corriere.it 10/12/2012

Disturbo bipolare, troppe diagnosi sbagliate. Ogni giorno in Italia si verificano migliaia di errori di diagnosi in pazienti affetti da disturbo bipolare scambiati soprattutto per semplici depressi (60%) o per ansiosi (26%), con conseguenti inadeguati trattamenti che possono finire col peggiorare la loro situazione talora al punto da spingerli sull’orlo del suicidio, un rischio che in questi pazienti è 15-30 volte più elevato del normale. (…) Se il paziente arriva da noi nella fase depressiva può ingannarci, per poi virare nella fase maniacale in cui il tono dell’umore è completamente opposto. Purtroppo i pazienti non vanno mai dal medico quando sono in questa fase in cui si sentono dei leoni e pensano di non aver alcun bisogno di cure e si oppongono ai familiari che tentano di convincerli a farsi visitare. Come riconoscerli? L’unica arma di cui disponiamo è un’attenta valutazione clinica perché purtroppo è sempre mancato, in questa come nelle altre malattie psichiatriche, un marker obbiettivo capace di fornire una diagnosi di certezza. (…) all’Università L.U.de.S. di Lugano hanno invece ideato un metodo adatto alla spending review che ha ristretto i fondi della ricerca nell’ultimo anno: al servizio sanitario costerebbe qualcosa come 50 euro a paziente, che potrebbe semmai contribuire con un ticket comunque alla portata di tutti. Può essere effettuato in qualsiasi ospedale e basta un semplice prelievo ematico: si chiama ADAM e si basa sul presupposto, già in parte noto, che la membrana delle piastrine del sangue è lo specchio di quella dei neuroni, cosicché studiando le piastrine possiamo capire cosa succede nelle cellule nervose. Affidabile al 98%. Lo studio nato dall’altra parte delle Alpi ha intanto già varcato i confini elvetici e il prof. Massimo Cocchi, direttore scientifico dell’Istituto Paolo Sotgiu per la ricerca in Psichiatria affiliato all’Università luganese, ha avviato una collaborazione con gli psichiatri dell’Università di Bologna. – Cesare Peccarisi – corriere.it 14/12/2012.

Ira e rabbia. L’esperto: “Conoscere se stessi per relazionarsi con i nostri figli in difficoltà”

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Ancora sulla gestione della rabbia degli adolescenti. David Taransaud, (psychotherapeutic counsellor per adolescenti), in occasione di un incontro con i genitori da consigli su come gestire il conflitto. Ci ha colpito la ”teoria del supereroe”: nei momenti di difficoltà le persone si rifugiano nella fantasia e s’identificano con personaggi forti e invincibili. Non è un caso che i fumetti dei supereroi fossero molto in voga durante la II Guerra Mondiale. Così i nostri ragazzi si trincerano dietro ad un’immagine fredda che nasconde la loro fragilità e consente loro di sentirsi inviolabili. L’importante è capire che tutto ciò deriva dalla loro sofferenza. Siamo noi adulti che dobbiamo fare lo sforzo maggiore, quello di entrare nel loro mondo e comunicare nella loro lingua. Invitiamo a leggere il post completo http://spazioadozioneticino.blogspot.it/2013/04/david-taransaud-fantasie-di-onnipotenza.html.

 

 

(…) Come relazionarci con gli adolescenti

Dobbiamo far loro capire che ci interessa conoscerli. Di fronte alla loro aggressività dobbiamo restare calmi, in caso contrario confermiamo l’uso dell’aggressività nelle situazioni di impotenza. Il primo contatto deve avvenire con il loro Sé onnipotente e questo ci fa sentire impotenti.

Davanti a questa sensazione spiacevole possiamo reagire in diversi modi:

1. Il gendarme: ordina, punisce e ha un atteggiamento aggressivo e dominante. Ma cosi rafforziamo la sua convinzione che il mondo è popolato da persone crudeli e che per sopravvivere è necessario il potere e il controllo.

2. L’indifferente: smette di ascoltare e riduce le cure al minimo. Così facendo, l’adolescente ci vede come insensibili ai suoi bisogni e concentrati solo su noi stessi. Si convince che è meglio tenere nascosto il suo Sé ferito, che resta per lui fonte di vergogna.

3 .Il vinto: si sottomette alle richieste dell’adolescente. In questo modo ci mostriamo troppo fragili per affrontare le sue fantasie di onnipotenza e confermiamo la sua credenza che nessuno sia in grado di aiutarlo ad affrontare il suo caos interiore.

4. Il salvatore: presta attenzione con parole di supporto, offre consigli, aiuto e soluzioni. L’adolescente ci vede come una figura autoritaria, forte e potente e ciò rinforza il suo senso d’impotenza e conferma la sua strategia di sopravvivenza attraverso il suo Sé onnipotente.

In tutti questi modi non promuoviamo la fiducia, la crescita e la creatività e consolidiamo il ruolo del suo Sé onnipotente, creando un divario maggiore con quello ferito. I conflitti tra l’adolescente e gli altri peggiorano.

Approcci giusti

Scegliere di credere che il loro comportamento è una forma di comunicazione. Questo automaticamente si riflette sul nostro operato: come lo guardiamo, cosa diciamo e come ci muoviamo. L’adolescente si sentirà ascoltato e questo ci aiuterà a entrare in contatto con lui.

L’adolescente ha attivato in noi il suo (ora nostro) “Sé ferito” e questo ci fa star male. Se siamo coscienti di questo, possiamo riconnetterci e continuare a concentrarci sul ragazzo. Per arrivare a ciò dobbiamo lavorare prima su noi stessi con l’aiuto di qualcuno di cui ci fidiamo.

Dobbiamo dare empatia a noi stessi, alla nostra parte ferita.

Così saremo forti a sufficienza per reagire ai suoi attacchi aggressivi e gli dimostreremo che si può essere, allo stesso tempo, deboli e forti. Se riusciremo a trasmettergli ciò, gli daremo speranza e sarà l’inizio della sua salvezza.

Lavorare su noi stessi

Per il lavoro su noi stessi dobbiamo essere coscienti che vi sono tre tipi di adulti.

1. Quelli che ricordano la loro infanzia e adolescenza. Ricordano come si sono sentiti ed hanno empatia per il loro Sé ferito. Questi adulti (purtroppo sono una minoranza) sanno sempre cosa fare quando sono di fronte agli adolescenti aggressivi.

2. Quelli che hanno dimenticato molti aspetti della loro infanzia e adolescenza. L’adolescente aggressivo ha attivato in loro dei sentimenti che pensavano di avere dimenticato e questo li fa stare male. Ma se prendono coscienza di questo e ci lavorano, potranno crescere emotivamente. Questi sono la maggioranza degli adulti.

3. Quelli che hanno dimenticato di avere dimenticato. Sono gli adulti che reagiscono con aggressività e che non capiscono l’adolescente traumatizzato. Anche per essi è necessario entrare in contatto con le loro parti dolorose dell’infanzia e dell’adolescenza e provare empatia per esse.

L’importante è essere autentici e dobbiamo essere coscienti che di fronte ad un adolescente aggressivo non è sempre facile. Bisogna parlargli di ciò che ci fanno provare, dei nostri sentimenti e per farlo dobbiamo prima conoscerci.

Il ragazzo ci farà provare gli stessi sentimenti che prova lui. E’ importante non attaccarlo o giudicarlo, ma usare empatia. Entrare nei suoi panni, nel suo dolore, ma sapere ciò che noi siamo (vulnerabili e forti assieme). Aiutarlo a esplorare i suoi sentimenti attraverso i nostri. Raccontandogli ciò che ci fa provare con il suo atteggiamento, gli diamo la possibilità di arrivare al suo Io ferito.

Quando sono aggressivi o ci urlano addosso è solo per dirci: “Sii autentico, ti do la possibilità di essere in contatto con me!”. Il modo in cui decidiamo di interpretare il suo atteggiamento avrà un impatto sul nostro comportamento.

Dobbiamo sempre ricordarci che per un ragazzo traumatizzato l’amore fa male. Riaccende ricordi dolorosi. Tramite l’aggressività può tenerci lontano e proteggere la sua parte ferita.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.it – 04/2013)

Ira e rabbia. Papà Marco: “La mia opinione sugli adolescenti violenti”

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Le ricerche su come arginare atteggiamenti violenti in famiglia riguardano tutti, famiglie adottive e non, soprattutto quando si devono contenere persone adulte come i nostri ragazzi grandi. Abbiamo inserito questa testimonianza come diverso punto di vista in parte avallato da un esperimento dell’Università di Barcellona sull’aggressività dei maschi violenti verso le donne. Durante l’esperimento si è creato un ambiente virtuale in cui tredici maschi patiscono le angherie e le torture afflitte alle partner in maniera virtuale. Con l’esperienza “immersiva” questi uomini vedono e sentono il proprio corpo come quello di una donna. Direte voi, cosa c’entra con i nostri figli litigiosi? Questi esperimenti sono agli inizi, ma ci potrebbero essere dei risvolti interessanti nelle neuroscienze. Forse anche per loro sarebbe utile conoscere il sentimento della persona che aggrediscono per ricevere degli stop. E sarebbe utile anche per noi per capire cosa provano i ragazzi con i loro particolari vissuti. Per l’articolo completo: http://www.senonoraquando.eu/?p=13322 

Per motivi professionali, conosco il giovane “figlio adottivo”, processato la scorsa settimana a Lugano per violenza e bullismo, conosco la sua famiglia e pure la vittima principale, e so quanto tutti loro, per anni, hanno sofferto. Per anni infatti questa famiglia è stata confrontata all’assenza di una struttura in cui il figlio adolescente potesse veramente essere contenuto, protetto e curato. Negli anni Settanta, a Torricella, un centro del genere esisteva; era il cosiddetto “Centro minorile”, poi è stato chiuso. 

Avendo lavorato per decenni con ragazzi problematici, posso dire con convinzione che la mancanza di mezzi efficaci per il contenimento della prepotenza che i giovani aggressivi manifestano si traduce, oltre che in un danno per le vittime e per la società in genere, anche in un gravissimo danno per il giovane stesso, che non farà che peggiorare i suoi comportamenti. Provate a mettervi per un attimo nei panni del ragazzo che ogni giorno aggredisce qualcuno a parole e con i fatti e che, di fronte ad un adulto che interviene (genitore o educatore, poco importa), lo manda “affa…” senza che gli succeda niente, e va avanti a comportarsi come prima. Quel giovane si convincerà sempre di più di essere onnipotente. Se poi l’adulto, frustrato e impotente, osa minacciarlo di un ceffone, lui risponderà: “Prova a toccarmi che ti denuncio!” L’adulto, per non finire sui giornali e sotto processo, lascerà perdere, e così il giovane si sentirà ancora di più invincibile, come i bulli dei molti film o giochi elettronici che plagiano la sua mente. Soltanto quando il suo bisogno di fare il bullo non potrà più esprimersi liberamente, il giovane sarà in grado di concentrare le proprie energie in altri campi, potrà imparare un mestiere e fare delle esperienze positive e valorizzanti.”

(fonte: la Regione Ticino – 11/02/2009)

Ira e rabbia. Metodo EMDR applicato all’adozione

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Queste sono alcune applicazioni del metodo EMDR nel caso specifico dell’adozione. La fonte è sempre la gentile dottoressa di EMDR Italia che ci ha risposto. 

Nei primi anni di vita le interazioni con gli altri permettono di sviluppare importanti connessioni nel cervello, che progressivamente influenzano la percezione interiore di Sè e la capacità di avere relazioni sane con il mondo esterno. La ricerca sull’attaccamento ha dimostrato che le relazioni con le figure di attaccamento durante i primi anni di vita influenzano lo sviluppo dell’abilità di regolare le emozioni, di creare relazioni interpersonali intime, così come dell’abilità di auto-regolazione e mentalizzazione. In aggiunta a ciò, la comunicazione interpersonale ed emotiva all’interno della famiglia d’origine può determinare lo sviluppo di risorse, creare nel bambino un sentimento di essere degno e meritevole di amore, e favorire la resilienza di fronte a forti disagi emotivi, favorendo quindi la salute mentale.

Nel caso di bambini adottati tutte queste acquisizioni risultano essere più o meno deficitarie, in considerazione del fatto che con ogni probabilità essi avranno vissuto sin dai primi anni di vita esperienze traumatiche complesse ripetute nel tempo e/o esperienze profonde di trascuratezza e abbandono. Risulta dunque fondamentale aiutare questi bambini a rielaborare i traumi subiti, ma ancor prima a riorganizzare la loro percezione di sé e degli altri in un senso di identità unitario e coeso.

È importante chiarire che il bambino adottato non necessariamente è un bambino patologico, ma molto più di frequente è un bambino che necessita di un aiuto e di un sostegno specialistico affinché sia messo nelle condizioni migliori per sviluppare al massimo la sua capacità di auto-regolazione emotiva e di relazione con l’esterno, e le sue risorse mentali.

Il trattamento con EMDR rappresenta in questi casi l’approccio migliore. Poiché le esperienze traumatiche vissute sono per lo più nei primi anni di vita, e per tale motivo sono difficilmente ricordate dal bambino in modo esplicito (a livello emotivo invece il vissuto traumatico è ben presente nella mente del bambino), nel trattamento con EMDR si chiede ai genitori adottivi di partecipare scrivendo per il loro figlio una narrativa che ripercorra in modo veritiero quanto vissuto da quest’ultimo.

La presenza durante il trattamento dei genitori adottivi è inoltre di fondamentale importanza per poter ricreare col bambino e fargli vivere in modo completo un clima di accudimento e protezione che gli è precedentemente mancato. Tutto ciò, come detto sopra, favorirà lo sviluppo delle sue capacità cognitive-emotive e relazionali, permettendogli così di rielaborare anche i traumi vissuti.

Sui traumi dei bambini si consiglia di leggere direttamente http://www.emdritalia.it/ita/html/trauma.html

Ira e rabbia: “Adolescenti e insulti ai genitori”

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Sembra sia diventata una prassi insultare i genitori, in particolare la madre. Una signora su un autobus è rimasta allibita dal linguaggio di un ragazzino contro sua madre. Per questo ci è sembrato interessante proporre la sintesi di una ricerca condotta tra i ragazzi delle superiori, di 16-17 anni, per capire come viene interpretato il rapporto con i genitori.

Ebbene non si sono notate variazioni tra ordini di scuole o provenienza geografica. Buona parte dei ragazzi considerano ordinaria amministrazione dare della/o “stronza/o” o esprimersi con un “vaffa” contro i genitori. Solo il 23% non insulta i genitori. Secondo gli studiosi ciò sarebbe scatenato da due fattori: la tendenza all’informalità della cultura giovanile e l’autoreferenzialità dei giovani. Nell’indagine si sottolinea che una grande responsabilità ce l’ha la TV con i programmi di basso livello che propongono rapporti conflittuali e litigiosi (talk show, talent show e reality…). Per otto esperti su 10 sono troppe le scene in cui dominano violenza fisica, parolacce e insulti.

Per chi volesse approfondire il tema: http://www.cppp.it/files/inchiesta_adolescenti_conflitti4-09.pdf

Ira e rabbia: “L’importanza del giudizio dei coetanei”

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Noi genitori pensiamo di conoscere le amarezze e difficoltà dei nostri figli, ma non è mai del tutto vero perché certe situazioni bisogna viverle in prima persona per capirle nella loro profonda crudeltà.  Di mira vengono presi i “diversi” vuoi  per difetti fisici, caratteri docili o elementi che li estraniano dal gruppo omologato. Persino il modo di vestire può influire nell’idividuare la vittima. Ricordo su un testo dedicato agli adolescenti la testimonianza di un genitore di ragazzino disabile che era riuscito ad inserirsi nella nuova scuola perchè attrezzato con marchi e look simile agli altri studenti. Solo per questo – affermava il papà con lucida e triste consapevolezza – il  figlio non era stato oggetto di scherno. Leggiamo di seguito e riflettiamo su quanto la nostra società, che non tollera “l’originale”, possa essere deleteria sui nostri ragazzi

(…) Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti. Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano anarchicamente rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità. Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali.

E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine. Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni. Molti libri e film affrontano questo problema: penso ad esempio al fortunatissimo ciclo del “Diario di una schiappa” di Jekk Kinney, sessanta milioni di copie vendute nel mondo, la storia di un ragazzino gettato nel tritacarne della scuola media. Oppure il romanzo “Cate, io” di Matteo Cellini, la vicenda di una giovanissima obesa, incastrata all’ultimo banco, emarginata, lucidissima nell’analisi della sua situazione disperata. O ancora il bel film “Noi siamo infinito”, nelle sale in queste settimane, ritratto poetico della vita di un adolescente alle prese con la brutalità della scuola americana, dove ogni sensibilità viene guardata con sospetto, dove solo i bruti sembrano dettare legge.

I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità, l’incapacità di stendersi sul letto di Procuste e di uscirne uguali agli altri. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio. L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza. E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone. Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.

(fonte: tiscali.it – 4/03/2013)

Proponiamo anche: “Mio figlio di 9 anni si rifiuta di andare a scuola, che cosa possiamo fare? http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_maggio_07/figlio-rifiuto-scuola_42f36338-b3fa-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml

e per gli adulti educatori: http://co-moda-mente.com.unita.it/culture/2013/07/03/i-gusti-cambiano/

Ricerche e studi. UniCattolica del Sacro Cuore di Milano: “E’ compito dei genitori facilitare l’integrazione di un figlio di diversa etnia”

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I figli venuti da lontano incontrano difficoltà nel conciliare la doppia appartenenza, quella della famiglia italiana che li accoglie e li cresce e le proprie radici che affondano in paesi con una cultura diversa.

Abbiamo il piacere di pubblicare su ilpostadozione una sintesi della ricerca dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano curata da Rosa Rosnati e Laura Ferrari nel 2011-2012. Lo studio è stato condotto dal centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano sulle relazioni familiari e sulla costruzione dell’identità degli adolescenti e giovani adulti in adozione internazionale e nazionale.

La riflessione che segue sostiene ancora una volta l’importanza che hanno i genitori nel facilitare l’accettazione della doppia appartenenza da parte del figlio. I genitori devono introiettare che una cultura va capita ed amata, non compatita e banalizzata.  Se rispettiamo le origini dei nostri figli, i primi ad aprire le braccia verso il loro mondo dobbiamo essere noi. Da qui la sollecitazione ad enti e operatori a seguire le coppie nell’elaborato compito della fusione dei due mondi.

E’ nostro parere che un’impresa così complessa non debba essere lasciata al caso e alle risorse personali della coppia.

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di Rosa Rosnati e Laura Ferrari, docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che hanno curato la ricerca

Nell’ultimo decennio il fenomeno delle adozioni internazionali in Italia ha assunto una rilevanza significativa sia a livello numerico, addirittura nel 2011 siamo stati il secondo Paese a livello mondiale per numero di adozioni, sia dal punto di vista sociale in quanto tale modalità di diventare famiglia è a tutti gli effetti entrata a far parte del nostro tessuto sociale. In questi anni caratterizzati dalla diffusione e della sempre maggiore attenzione alla legislazione e alla cura delle pratiche adottive, la voce della ricerca si è via via interrogata sull’impatto che possono avere le complessità che l’adozione internazionale porta con sé. 

La ricerca condotta dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, ha cercato di rispondere a questi interrogativi coinvolgendo 161 triadi adottive italiane, composte da padre, madre e figlio adolescente o giovane adulto di età compresa tra i 15 e i 25 anni provenienti in maggior numero dall’America Latina, ma anche dall’Est Europa, Africa e Paesi orientali

In primo luogo, l’adozione internazionale comporta dei rischi per il buon esito dell’adozione inteso in termini di benessere psicologico e adattamento psicosociale?

I risultati hanno messo in luce un quadro positivo: i partecipanti non hanno riportato in media problemi emotivi e comportamentali, bensì soddisfazione per le proprie condizioni di vita e capacità di sviluppo delle potenzialità personali. Se confrontati con un gruppo di non adottati della medesima età, essi sembrano maggiormente aperti e in grado di mettere in atto comportamento prosociali: questo dato conferma i dati della letteratura statunitense e può essere spiegato alla luce dell’esperienza dell’adozione stessa, atto sociale per eccellenza, compiuto dai genitori adottivi e che potrebbe fungere da modello positivo. 

Inoltre, in media la maggio parte di genitori e figli intervistati hanno sviluppato una salda appartenenza tale per cui i figli si sentono a tutti gli effetti figli di quei genitori e i genitori riconoscono i figli come propri a tutti gli effetti. A conferma dell’importanza delle relazioni familiari, buoni livelli di filiazione e genitorialità adottive influenzano e predicono l’adattamento e il benessere dei figli adottivi: quindi gli esiti più adattivi per i figli sono da attribuire a quelle famiglie in cui essi si sentono inseriti a pieno titolo nella storia famigliare. 

A livello identitario, poi, è la dimensione etnica, generalmente riconosciuta come un aspetto centrale nel corso del ciclo di vita (Phinney, 1990), ad assumere una valenza centrale per coloro che sono stati adottati internazionalmente (Lee, 2006). In questi casi infatti i ragazzi non condividono con i propri genitori adottivi il background etnico e culturale di cui sono portatori per nascita. Come possono quindi costruire la propria identità coniugando da un lato la propria appartenenza al contesto culturale dei genitori e al tempo stesso dare valore al proprio background etnico di origine? 

I risultati della ricerca hanno permesso di identificare quattro gruppi caratterizzati da diversi livelli di identificazione con il gruppo etnico e la cultura italiana: i “duali”, mostrano un’elevata valorizzazione della propria etnicità unitamente all’assunzione del patrimonio culturale trasmesso dai genitori adottivi; gli “assimilati”, assumono il riferimento esclusivo al patrimonio culturale dei genitori adottivi; i “separati”, mostrano un livello nullo o estremamente basso di identificazione con la cultura dei genitori adottivi; i “sospesi” restano ai margini di entrambe mostrando sia una bassa identificazione con il background culturale dei genitori adottivi, ma anche nessun riferimento al gruppo etnico del Paese di origine. 

Dall’analisi dei profili di queste tipologie, emerge come sia la tipologia “duale” ad ottenere esiti più adattivi per benessere psicosociale, autostima, accettazione del proprio corpo e qualità delle relazioni familiari: il processo di integrazione che sembrano attivare permetterebbe loro di fare sintesi tra i due riferimenti culturali, rendendoli in grado di mettere radici nella storia familiare e di guardare con fiducia al proprio futuro. 

Alla luce di questi primi interrogativi, se ne apre un terzo significativo dal punto di vista dell’intervento e del quotidiano incontro con i figli adottivi: quale ruolo possono assumere i genitori di fronte alla differenza etnica e culturale dei figli e al difficile compito di integrazione a cui sono chiamati?

I risultati indicano che i genitori possono sostenere e facilitare il processo di costruzione dell’identità etnica nei loro figli adottivi attraverso l’uso di strategie di socializzazione culturale che permettono di acquisire valori, atteggiamenti e ruoli comportamentali della cultura di riferimento, in questo caso delle culture di riferimento

Nella misura in cui i genitori fanno sintesi e attivano per primi un processo di integrazione della doppia appartenenza culturale del figlio, e, nello specifico, comunicano valori, credenze, usanze e comportamenti culturali al figlio, egli sarà maggiormente in grado a sua volta di costruire la propria identità tenendo conto dei “diversi suoli su cui ha poggiato i suoi passi” per poterli ricordare, nel senso etimologico del termine, cioè “metterli nel cuore”.

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Per approfondire:

Rosnati, R., Ferrari, L., Re, E. (2012). L’in-contro tra culture nell’adozione internazionale: identità etnica degli adolescenti e strategie di socializzazione culturale. Interazioni (in press). 

Rosnati R., Ferrari L., Canzi E., (in press), Benessere, competenze scolastiche e relazioni familiari in ragazzi adottati, in D. Bacchini (a cura di), Il ruolo educativo della famiglia nella società contemporanea, Edizioni Erikson, Trento. 

Rosnati R., Ferrari L. (2012). L’identità etnica in adolescenza, in Commissione per le adozioni internazionali, I percorsi formativi del 2009 nelle adozioni internazionali, Istituto degli innocenti, Firenze, pp. 158-168.

Rosnati R., Ferrari L. (2012). So-stare tra due culture: itinerari di costruzione dell’identità etnica negli adolescenti adottati, in M.L. Raineri (a cura di), Atti del convegno la tutela dei minori, Edizioni Erikson, pp. 83-89.