Archivi categoria: studi e ricerche

Studi e ricerche. Libro: “Un’altra immagine di me”

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Abbiamo conosciuto Greta durante l’elaborazione della sua tesi di laurea magistrale. Oggi ha pubblicato il suo primo libro tratto dal suo percorso universitario.

Greta Bellando scrive: “La gioia é grande, la soddisfazione é immensa! Finalmente posso portare tra le mani un sogno, oggi tangibile! Il cuore batte forte, gli occhi luccicano… Grazie a tutti coloro che sono parte viva di questo lavoro! Grazie a chi mi ha accompagnata… Grazie a chi vorrá donargli uno sguardo! Un nuovo punto importante della mia vita, di cui gioire e da cui ripartire!”

Un’altra immagine di me – Adulti adottati oggi genitori: un percorso di narrazione

La presentazione del libro sarà organizzata (informarsi sul sito di Genitori si Diventa per il luogo):

  • il 17 ottobre la Spezia
  • il 30 ottobre Albenga
  • il 20 novembre Milano
  • il 4 dicembre Bologna
  • il 30 gennaio 2016 Monza
  • il 19 Marzo Roma e L’Aquila. 

Per la recensione e le note biografiche vedi: http://www.edizioniets.it/scheda.asp?N=9788846742025

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Questionario sul benessere dei bambini nelle famiglie adottive

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Diamo spazio ad una studentessa che chiede aiuto nella compilazione di uno questionario per una ricerca dell’Università “La Sapienza” di Roma. La struttura si allinea ad altri questionari di altre università internazionali con cui verrà comparata.

 

Salve a tutti.
Sono una studentessa dell’ultimo anno della magistrale e chiedo gentilmente la vostra collaborazione per una ricerca pensata dalla Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma sul FUNZIONAMENTO FAMILIARE E BENESSERE DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE nelle famiglie adottive.
Attraverso un questionario i genitori adottivi dovranno descrivere il loro nucleo familiare: qualità genitoriali, funzionamento di coppia e benessere dei bambini o delle bambine.
Lo scopo della ricerca è di:
– fornire un contributo per la comprensione delle dinamiche interne alle famiglie adottive con bambini da 0 a 17 anni;
– confrontare i dati italiani con quelli già pubblicati in altre nazioni.

Il questionario verrà compilato in forma anonima e le conclusioni conterranno le informazioni circa l’intero gruppo dei partecipanti.
Grazie in anticipo per la vostra attenzione e per la vostra partecipazione.

Carmen Virginia Voicu

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Il link per la compilazione del questionario: http://unipark.de/uc/funzionamento_familiare_benessere_ad/ospe.php?SES=16bb35893de7f14eda5e277338828056&syid=668310&sid=668311&act=start

Comunicazione Univ.Macerata: “Costruzione dell’identità dei giovani adottati”

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Noi del ilpostadozione appoggiamo sempre il lavoro di chi può aiutare le famiglie e i nostri figli a capire e vivere meglio. Ci auguriamo che le università dialoghino tra loro e raccordino i loro studi in modo da usare in modo oculato i soldi pubblici. Ma soprattutto esigiamo che, supportate dall’analisi oggettiva dei dati, vengano formate sempre più persone in grado di aiutare le famiglie in difficoltà. Partecipiamo numerosi e chiediamo servizi concreti.

RICERCA SULL’ADOZIONE

L’Università degli Studi di Macerata e l’Universidad Nacional de San Luis (Argentina) stanno svolgendo una ricerca su adozione, adolescenza e giovinezza. L’argomento della ricerca riguarda, in particolare, la costruzione dell’identità in adolescenti e giovani che sono stati adottati sia in Italia che in Argentina.

Partecipanti: gli adolescenti e giovani (fino a 30 anni di età ) che sono stati adottati, sono invitati a compilare un questionario strettamente confidenziale e anonimo in formato digitale

Protezione dei dati personali: il questionario è strettamente confidenziale e anonimo. Per preservare la privacy dei partecipanti, le risposte dei questionari saranno salvate in un database protetto da password e qualsiasi informazione e/o dati personali saranno eliminati.

Vi chiediamo di dare massima diffusione e vi ringraziamo per la vostra disponibilità e collaborazione!

CLICCA SUL LINK PER PARTECIPARE ALLA RICERCA!
https://docs.google.com/…/1nAvJvjVougDVsSwuS0NOuXK…/viewform

Studi e ricerche. Sangita, 17 anni: “Le origini, i ricordi e la nostra identità”

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Il dolore, la morte, le domande che restano…

Un anno fa parlavamo di Habtamu, il ragazzino africano che non ce l’ha fatta a trovare risposte a domande importanti dentro di sè. Troppo grandi per lui, troppo difficili, troppo …

Allora, a gran voce, sul web si era levata  la richiesta di istituire la giornata sull’adozione. Conosciamo la mamma che ha avuto questa intuizione e interpretiamo le sue intenzioni: parlare di adozione nella società civile per soppiantare il pietismo con la concretezza delle azioni nella scuola, nel vicinato, nella stessa cerchia di parenti e amici. C’è molto da fare per l’accoglienza e l’integrazione dei nostri ragazzi. Ancora di più oggi che discutibili rappresentanti dei cittadini attaccano il “diverso” per coprire la corruzione e il marcio che dilaga nei loro partiti.

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Nel frattempo vi lasciamo con le domande che i nostri figli hanno lanciato al Convegno di International Adoption nel maggio del 2013 tramite la loro rappresentante, Sangita. Sono le domande che sono nella testa dei nostri ragazzi, che spesso non riusciamo a decifrare dai loro comportamenti a volte disorganizzati e inspiegabili.

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Alcune risposte degli operatori le forniremo più avanti, quelle che secondo noi sono state le più significative. Intanto, da genitori, riflettete su questi quesiti. Le domande che restano…nella mente dei nostri figli.

IL VIAGGIO ALLA RICERCA DELLE ORIGINI

Incontrando altri ragazzi che come me condividevano il fatto di essere indiani e di essere stati adottati, mi ha colpito

molto la differenza che si percepiva tra chi era tornato almeno una volta in India e chi quel viaggio non l’aveva

ancora fatto. Tutti condividevamo la sensazione di un viaggio importante, un viaggio non semplicemente turistico

ma un viaggio per scoprire se stessi, un ritorno alle proprie origini.

Chi quel viaggio l’aveva fatto sentiva che qualcosa era cambiato. Incontrare l’India ha permesso a molti di noi di

abbandonare tutta una serie di pensieri negativi che avevamo nei confronti di quella terra. E’ emerso che alcuni

di noi prima del viaggio e chi anche il viaggio non l’aveva ancora fatto ritenevamo l’India responsabile di tutto

quello che era accaduto. Ma l’incontro con quel paese ci ha aiutato a liberarci di alcune paure, qualcuno ha detto

a chiudere il cerchio. L’India non ha colpe. Ma c’è una cosa che molti di noi condividevano, sulla quale ci siamo

interrogati e sulla quale vogliamo interrogare voi: il desiderio di voler fare questo viaggio da soli o meglio senza

genitori adottivi.

Perché si desidera tornare da soli? Come dobbiamo interpretare questo desiderio? E’ un atto di rottura o di protezione verso i genitori adottivi? Come possiamo spiegarlo a loro senza ferirli e farli sentire messi da parte in un momento così significativo e importante?

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I RICORDI

Un altro aspetto emerso che non tutti condividevamo, ma molto doloroso per chi lo provava, è quello relativo

ai ricordi. C’era chi ricordi non ne aveva, chi li aveva molto definiti e chiari, i volti dei genitori, dei fratelli e dei

luoghi dell’infanzia e chi ne aveva ma dubitava che fossero reali. Il dubbio era che il ricordo non fosse un prodotto

dell’esperienza vissuta, ma fantasie prodotte dall’immaginazione.

Esiste un modo per uscire dall’ambiguità di non sapere se quello che ti sembra di ricordare sia realmente accaduto o meno? E se non esiste, come si può convivere con la sofferenza legata a quest’ambiguità?

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CITTADINI DEL MONDO

Per alcuni di noi essere indiani è motivo di orgoglio, per altri quasi di vergogna, qualcuno trova la spiegazione alle

proprie scelte e alle proprie azioni in virtù del fatto di essere un indiano, di avere sangue indiano. Quando ci è stata

posta la domanda direttamente, tutti abbiamo risposto che ci sentiamo italiani, siamo cresciuti in Italia, siamo stati

educati da italiani e come italiani parliamo questa lingua ma forse l’essere anche indiani è una questione aperta.

In che modo si possono integrare queste due anime? Siamo apolidi? Siamo cittadini del mondo. Come qualcuno di noi ha detto, siamo stranieri nel nostro paese? Che cosa siamo?

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SENTIRSI IN COLPA VERSO I GENITORI ADOTTIVI

Stiamo crescendo e quindi stiamo cambiando. Quello che un tempo ci piaceva ora non ci piace più ma alcuni di

noi vivono questo cambiamento quasi come un tradimento nei confronti dei genitori adottivi.

Perché ci sentiamo in colpa nel mostrarci ai nostri genitori adottivi per quello che siamo? Perché questa sensazione di tradimento? Appartiene anche ai figli biologici? Come possiamo spiegare loro che stiamo diventando qualcosa di diverso da quello che loro si aspettano senza ferirli? Senza che pensino che noi non li vogliamo più?

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IL VUOTO DENTRO

C’è un’ultima domanda che forse è la più importante ed è quella a cui faceva riferimento Alessandra prima perché

condivisa da tutti noi ed è relativa al vuoto che sentiamo.

Tutti sentiamo un senso di vuoto e questo ci fa soffrire. Ma cos’è questo vuoto? Sono i genitori biologici che non abbiamo conosciuto? I ricordi che non ci sono? Le ragioni dell’abbandono? E soprattutto c’è un modo per riempire questo vuoto, per non sentire più questa dolorosa sensazione?

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(fonte: internationaladoption.it – Atti del Convegno maggio 2013)

Studi e ricerche. Tesi di laurea: “L’adozione alla prova dell’adolescenza”

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Giusto un anno fa Alfonsina Mandiello ci chiedeva di compilare un questionario sull’adolescenza per poter concludere la sua tesi di laurea. Oggi ci fa partecipi del suo lavoro che siamo contenti di presentarvi come ringraziamento a quanti hanno partecipato all’intervista. Questo è un articolo pubblicato su una rivista di settore in cui l’autrice, dopo aver focalizzato le principali peculiarità dell’adozione, entra nel cuore della ricerca sull’adolescenza.

di Alfonsina Mandiello, assistente sociale, e Prof. Aldo Diavoletto, docente di psicologia dinamica all’Università degli Studi suor Orsola Benincasa – Rivista “Qualità Sociale” Anno XVII – Associazione Centro Culturale

L’adozione è un istituto complesso e di antica tradizione, è stato oggetto di diverse modifiche ed approfondimenti fino a giungere al significato attuale. Oggi l’adozione, sia a livello nazionale che internazionale, è l’istituto mediante il quale si istaura, fra l’adottante e l’adottato, un rapporto di filiazione legittima il cui obiettivo è, principalmente, quello di sottrarre il minore dalla situazione di abbandono inserendolo in un ambiente familiare sostitutivo.

La genitorialità è uno dei percorsi più complessi della vita, quella adottiva ha in sé dei livelli di difficoltà ancora più importanti, infatti, spesso l’adozione è un percorso d’incontro e di riparazione di due vissuti dolorosi: da una parte c’è il bambino, portatore di una sofferenza abbandonica, dall’altra c’è il dolore dovuto al fallimento del progetto generativo degli aspiranti genitori adottivi. Diventare genitori adottivi implica, quindi, una visione trasformativa della genitorialità fondata non più sulla trasmissione biologica ed ereditaria, ma sul legame affettivo che si costruisce giorno per giorno nel percorso adottivo e nella consapevolezza delle reciproche diversità.

Sovente si commette l’errore di spostare completamente l’attenzione sul bambino lasciando ai margini il punto di partenza che è rappresentato dalla coppia e dalle sue motivazioni all’adozione. È fondamentale sottolineare che la scelta di adottare un bambino richiede un importante lavoro di conoscenza e consapevolezza di sé e di formazione e preparazione all’accoglienza dell’altro; in coppia si arriva a tale decisione, spesso, dopo percorsi lunghi e dolorosi con tante aspettative ma anche con dubbi, preoccupazioni e paure.

Sappiamo bene che la sterilità è la causa più frequente che spinge le coppie ad intraprendere la strada dell’adozione, la delusione per la mancata maternità e paternità biologica costituisce innanzitutto una ferita narcisistica che genera un vero e proprio lutto, in termini emotivi, alterando profondamente sia la personalità di uno o entrambi i coniugi, che l’equilibrio della coppia stessa. È essenziale affrontare la realtà dell’evento doloroso senza censure recuperando il normale narcisismo, arrivando al vero risanamento del Sé della coppia.

È chiaro che la coppia che intraprende il percorso adottivo deve garantire la capacità di “riparare” i vissuti dolorosi e angosciosi del bambino abbandonato. Tuttavia, due adulti che non hanno per primi elaborato e compreso i propri stati affettivi non potranno mai aiutare un bambino a contenere e ad elaborare la sua storia di deprivazione e di perdita. Il genitore deve, quindi, essere in grado di accogliere ed elaborare i vissuti dolorosi del bambino, legati alla sua storia passata, restituendoglieli in forma meno angoscioso, in modo da permettere al piccolo di farli propri e dotarli di significato. Adottare significa, quindi, aprire uno spazio d’accoglienza al figlio adottivo non solo fisico, ma soprattutto mentale all’interno della propria famiglia.

Non possiamo non soffermarci, in seguito, sul vissuto del bambino prima dell’adozione essendo consapevoli che il percorso adottivo ha inizio da un drammatico evento, il suo abbandono.

Un bambino che sperimenta, alla nascita o successivamente e in qualsiasi circostanza, la separazione forzata dai propri genitori biologici vive una situazione profondamente traumatica che altera, inevitabilmente, una condizione fisiologica di crescita e di sviluppo. Questo evento determina una dinamica relazionale e intrapsichica che condiziona i futuri possibili attaccamenti a nuove figure genitoriali. L’esperienza dell’abbandono può generare conseguenze gravissime, soprattutto nel bambino molto piccolo, privo di risorse a cui ricorrere per far fronte a una frattura che mina le basi dell’esistenza stessa.

Numerosi studi scientifici confermano che il periodo critico per un attaccamento adeguato è tra il 4°-5° e il 7°-8° mese e che assolutamente in questo periodo della vita è critica la presenza di una figura adulta stabile e adeguata, tuttavia è una convinzione comune considerare il bambino piccolo più duttile e più facile da allocare proprio per la sua plasticità psicologica. In merito a quanto detto è importante sottolineare che ognuno di noi è il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa.

Pertanto, il cervello ha una sua capacità plastica che permette di modificare funzioni e struttura al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, al fine di riattivare il suo sano processo di crescita e di far ritrovare la continuità della sua esistenza, deve beneficiare di figure alternative capaci di accudirlo. È chiaro, quindi, che il comportamento del genitore è decisivo nell’indirizzare il successivo sviluppo del bambino.

Come ho già accennato l’esperienza dell’abbandono viene vissuta dal bambino come un evento altamente traumatico, se, poi, a questo evento si aggiunge quello dell’istituzionalizzazione ciò non può che aggravare la già difficile situazione di carenza affettiva che il bambino sta vivendo. Un bambino che vive in istituto cresce senza punti di riferimento, diventa diffidente nei confronti degli altri, vive nell’insicurezza e nell’instabilità. In questi casi diventa per loro davvero difficile e faticoso instaurare dei rapporti affettivi che durano nel tempo con altre persone che dimostrano loro affetto, vive in loro la paura di essere delusi ancora.

Un sentimento comune in questi bambini è il senso di colpa per l’abbandono subito, spesso si sentono responsabile di quanto gli è accaduto e, con una carica di angoscia, tendono a ricercare dentro di sé le cause del proprio abbandono. Paradossalmente arrivano a pensare che il genitore tornerà a riprenderli quando saranno diventati buoni, fino a sentirsi non più degni di avere dei genitori alimentando atteggiamenti di isolamento e chiusura.

In molti casi i bambini in “attesa” vivono sentimenti contrastanti: da una parte avvertono il desiderio della vicinanza di un adulto, che soddisfi i loro bisogni di cure e di attenzioni, ma dall’altra vive in loro il timore di essere nuovamente traditi. Per evitare il perdurare di questi conflitti e far sì che non ci sia il rischio di rimanere prigionieri di questa angoscia esistenziale è necessario far durare il meno possibile questa fase di attesa nella vita dei bambini abbandonati.

Purtroppo nella realtà dei fatti questo non accade, il minore che viene sottratto dal proprio nucleo familiare, per svariate situazioni, è condannato, nella maggior parte dei casi, ad una lunga fase di attesa. Da quando il Giudice assegna il bambino nella casa famiglia a quando dispone l’affidamento o l’adozione il soggetto interessato rischia di non essere più minore; tuttavia il bambino oltre a vivere il proprio disagio familiare vive in un ambiente, anche se confortevole e positivo, ma, non a misura familiare.

Quindi, un bambino deprivato, soltanto beneficiando di una relazione, che soddisfi il bisogno di ritrovare la traccia iniziale della sua vita, può elaborare l’evento drammatico che ha, inevitabilmente, segnato la sua esistenza e può dare un nome ai suoi stati emotivi che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni frustrazione. In questo percorso può gradualmente introiettare nuove figure genitoriali a sostegno del suo Io, riparare gli aspetti più danneggiati del suo mondo interno e recuperare le capacità di stabilire e mantenere dei nuovi legami d’amore.

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L’adozione, come abbiamo detto in precedenza, è un percorso arduo e disseminato di ostacoli, che mettono a dura prova l’equilibrio della coppia stessa. Una delle fasi particolarmente a rischio per le famiglie adottive è rappresentato dall’adolescenza del figlio adottato. Molti ricercatori, non a caso, definiscono questo periodo una “messa alla prova” del percorso adottivo che amplifica le fantasie e i conflitti naturali di questa epoca di passaggio.

L’adolescenza dell’adottato contiene in sé un potenziale destabilizzante sulle dinamiche familiari, uno specchio che amplifica e, talvolta, distorce le fragilità della coppia e del sistema familiare stesso. Le famiglie adottive si trovano a dover affrontare non solo i compiti evolutivi di questa delicata fase, ma anche quelli ben più specifici relativi allo status adottivo.

Al contempo il ragazzo si trova a dover conciliare l’apprendimento di nuovi compiti di sviluppo, propri dell’adolescenza, e a far fronte a problematiche quali: il senso di appartenenza, l’identità d’origine e il disagio, frutto dell’abbandono da parte della famiglia biologica. Il figlio adottivo in adolescenza sente di dover integrare la propria identità attraverso la memoria, le tracce del proprio passato, conciliando quello che «era» con quello che «è» ed è diventato, si trova in una condizione in cui deve sostituire, soprattutto se adottato in “tarda” età, le aspettative costruite sulla base della sua storia passata con la realtà di una nuova vita, di nuovi contatti, cercando di ritrovare fiducia negli adulti che lo circondano.

L’idea di questa indagine parte proprio da queste riflessioni, il fine è stato quello di unire due tematiche, adozione e adolescenza, e comprendere come i genitori adottivi vivono e percepiscono questa tappa importante della vita dei loro figli adottivi e se, a loro avviso, le conflittualità che emergono siano aggravate dal loro status di figli adottivi.

Il focus di questa ricerca sono state proprio le famiglie con figli adolescenti. La scelta della fascia di età dei ragazzi non è stata semplice, sappiamo che l’adolescenza è l’età «di mezzo» tra l’infanzia e il mondo degli adulti e questo rende assai arduo un loro inquadramento preciso all’interno degli «schemi» stabiliti dalla società. Essendo l’adolescenza un’età di crescita, la fascia di età varia a seconda delle condizioni sociali e culturali, nonché psicologiche proprie del singolo adolescente. La fascia di età da me scelta, analizzando i diversi studi antropologici, è stata 12 – 20 anni, divisa in due classi: 12 – 14 e 15 – 20, definite, ai fini dell’indagine, rispettivamente prima adolescenza e adolescenza. Lo strumento d’indagine utilizzato è stato il questionario, somministrato online in forma anonima.

Il questionario si compone di 29 items strutturati e misti divisi in sette aree e 1 domanda a risposta libera in modo da consentire ai genitori di approfondire alcuni temi che ritenessero di maggiore rilievo. Sono stati raccolti 61 questionari, l’indagine, in riferimento ai dati emersi, si presta a molte chiavi di lettura, ma in questa sede riporto solo i punti ritenuti più indicativi.

Dai dati emerge che l’80% degli adolescenti è straniero evidenziando un elemento noto a tutti, cioè come sia difficile adottare un bambino italiano in quanto il numero dei minori italiani adottabili è nettamente inferiore rispetto all’elevato numero di coppie che si dichiarano disponibili all’adozione.

L’età al momento dell’adozione, divisa in tre classi (0-3,4-8,9-13), sottolinea che il 78% dei bambini stranieri è stato adottato in un’età compresa tra i 4 e i 13 anni nel rispetto del principio di sussidiarietà sancito dalla Convenzione de L’Aja.

Dalla ricerca emerge una maggiore difficoltà degli stranieri, soprattutto se adottati in tarda età, nell’inserimento scolastico, sono ostacolati dalla differente lingua e dall’appartenenza a culture, spesso, molto differenti. Attraverso l’analisi delle risposte libere emerge la conclusione dei genitori che denunciano una forte inadeguatezza e incapacità delle istituzioni scolastiche ad affrontare queste tematiche. In riferimento a quanto detto, dai dati emerge, altresì, che tutti i figli italiani frequentano la scuola e l’università mentre gli stranieri, con un’età superiore ai 15 anni, hanno intrapreso altre attività (lavoro, corsi di formazione etc.) o sono disoccupati.

È interessante sottolineare che un considerevole numero di questionari (74%) è stato compilato da famiglie residenti nel Nord Italia facendo emergere una maggiore apertura e sensibilità verso tali tematiche a differenza del Sud e delle Isole (12%).

Per quanto concerne la comunicazione una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15-20. Nonostante ciò la qualità della comunicazione nelle famiglie risulta essere al quanto positiva per entrambi i genitori. Complessivamente il dialogo, all’interno delle famiglie, è piuttosto aperto e poco problematico e considerando che i dati fanno riferimento a questo particolare momento di transizione, un dialogo aperto può essere ritenuto un fondamentale fattore protettivo nello sviluppo psicologico e sociale degli adolescenti. Tutto questo può facilitare il loro adattamento psicosociale e permette loro di esprimere liberamente i sentimenti e le emozioni connessi a questa complessa fase consentendo di superarla con una minore sofferenza.

Importante è stato evidenziare che dai dati è emerso un ruolo rilevante e una forte presenza dei padri nella crescita dei figli, dato sottolineato già da altri studi in cui è stato ipotizzato che in queste famiglie vi sia un’assenza del primato biologico materno permettendo alla figura paterna di acquisire uno spazio fisico, psicologico e sociale più significativo nella relazione con i figli adottivi. Tuttavia la madre resta sempre un riferimento affettivo importante, soprattutto per i maschi.

Per quanto riguarda i “tratti tipici” dell’adolescenza (rabbia, comportamenti aggressivi, tendenza ad isolarsi etc.) una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti appartenenti alla fascia di età 15-20. A differenza dei coetanei, oltre alle caratteristiche tipiche dell’adolescenza come: bassa autostima, aggressività, oscillazione dell’umore e manifestazioni di rabbia, l’adolescente adottato presenta, sovente, una più elevata diffidenza nei confronti degli adulti, una più marcata insicurezza nel relazionarsi con gli altri e una difficoltà maggiore di tollerare ogni minima frustrazioni e/o rimprovero. È interessante sottolineare che nelle risposte libere alcuni genitori hanno manifestato un elemento già affrontato nei paragrafi precedenti. Emerge l’esistenza di un senso di colpa nei loro figli adolescenti che li porta a giustificare l’abbandono dei genitori biologici e alla persuasione di non meritare l’affetto e le attenzioni dei genitori adottivi. Naturalmente è importante evidenziare che non sempre la loro condizione di figli adottati è vissuta da loro come un problema, anzi molti genitori hanno dichiarato una serena crescita dei loro figli emersa soprattutto nella prima adolescenza.

La ricerca, in relazione all’adattamento socio-relazionale, si pone in netta contrapposizione alla convinzione comune secondo cui la precoce età del bambino al momento dell’adozione abbia un’importanza rilevante per la riuscita dell’adozione e, in seguito, per l’adattamento socio relazionale del ragazzo. Infatti, dai dati emerge, paradossalmente, che le maggiori difficoltà sono presenti in coloro che sono stati adottati in età precoce (risposte sempre e spesso: 0 – 3 = 50%) rispetto agli adolescenti adottati in tarda età (risposte sempre e spesso: 9 – 13 = 21%).

Un altro dato rilevante riguarda i cambiamenti degli adolescenti emersi in relazione ai compiti educativi dei genitori. In questa fase, un numero rilevante di genitori, nonostante abbia dichiarato una maggiore difficoltà nell’educare i propri figli, soprattutto per chi ha figli che rientrano nella fascia di età 15-20 (59%), ha affermato che i cambiamenti emersi in questa fase non sono, a loro avviso, aggravati dallo status di figli adottivi. Dalle risposte aperte, infatti, emerge che buona parte del campione ritiene che i propri figli presentino maggiori difficoltà dei loro coetanei durante il periodo adolescenziale non perché adottati ma per i traumi vissuti in precedenza che in questa fase riemergono con forza. I traumi dell’abbandono e, spesso, uno scarso legame di attaccamento iniziale incidono molto sul modo di affrontare la fase adolescenziale.

È chiaro, quindi, che molte famiglie adottive possono vivere l’adolescenza dei figli con ansia e preoccupazione presentando difficoltà nello stabilire nuove forme di dialogo avvertendo il bisogno di un sostegno da parte di figure professionali esperte e servizi adeguati. Questo è quanto emerso anche dall’indagine, infatti, circa il 62% delle famiglie, ha richiesto un sostegno. È stato interessante sottolineare che dai dati si evince una scarsa fiducia nelle istituzioni e nei servizi pubblici in quanto il 37% si è rivolto a professionisti privati e circa il 10% a più servizi e professionisti avendo, probabilmente, riscontrato maggiori difficoltà. Il consultorio, servizio che annovera tra le sue finalità proprio il sostegno alla genitorialità, ha avuto solo il 3% delle risposte. Tutto questo evidenzia un’esistente carenza e, forse, inadeguatezza dei servizi presenti sul territorio, a livello nazionale.

Uno dei compiti più importanti e delicati dell’adolescente è costruire una propria identità attraverso un’integrazione di parti di sé legate all’infanzia e di parti che potremmo definire “nuove” per arrivare ad un soddisfacente adattamento all’età adulta. Per i ragazzi adottati porsi domande sulla propria identità è un processo mentale, sempre difficile, accompagnato, spesso, da un senso di vuoto e turbamento. Per costruire la loro identità, pur facendo riferimento ai genitori adottivi come modello di identificazione, gli adolescenti adottati necessitano di informazioni sui genitori naturali e sulla loro storia passata. Il bisogno di ricercare le proprie origini si manifesta, quindi, in particolar modo, durante il periodo adolescenziale in quanto i cambiamenti, soprattutto somatici, innescano il bisogna di ricercare uno specchio vivente che giustifichi quanto sta accadendo. Detto ciò risulta discrepante il dato emerso dall’indagine relativo al desiderio di conoscere le proprie origini in quanto emerge che soltanto il 46% degli adolescenti esprime tale desiderio.

Quanto detto può dare spazio a diverse interpretazioni; in primis, è importante sottolineare che il 31% aveva al momento dell’adozione un’età compresa tra i 9 e i 13 anni quindi, si tratta di ragazzi che hanno ben chiare le loro origini e la loro storia tanto da non avere, probabilmente, l’esigenza di rivivere traumi passati ancora chiaramente impressi nella loro memoria. Un’altra ipotesi potrebbe essere il timore di dare una delusione ai genitori adottivi che li hanno cresciuti e verso cui provano un sentimento di riconoscenza, o ancora la paura di conoscere “verità scomode” e difficili da superare. Dall’indagine emerge, altresì, che una maggiore richiesta è espressa da figli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15 – 20 (Sì=59%); i dati mostrano, ancora una volta, a mio giudizio, che gli adolescenti appartenenti alla fascia prima adolescenza presentano, probabilmente, una minore maturità e consapevolezza che si traduce in una più scarsa richiesta di conoscere le proprie origine (Sì=34%); questa esigenza, forse, sarà espressa in seguito. Esattamente, i dati rivelano, per la risposta Sì, una dissomiglianza per fasce di età attuale pari al 25%.

La necessità di conoscere il proprio passato non sempre è determinato dal rifiuto del presente o della famiglia adottiva, molto più spesso consegue, come abbiamo già evidenziato, al bisogno tipicamente adolescenziale di costruire la propria identità e biografia. Dalla ricerca, in riferimento a quanto detto, si evince che nessuno dei genitori ritiene che il ricercare le proprie origini sia dettato da un rifiuto del presente o della famiglia adottiva, quindi, alla base di questa istanza non esiste, secondo gli intervistati, un rapporto familiare deludente e/o insufficiente. Quasi l’unanimità del campione (97%) ritiene, tuttavia, normale esprimere tale richiesta.

In conclusione possiamo affermare che anche se da questa ricerca non sono emerse problematiche rilevanti, le famiglie spesso si sentono sole nell’affrontare questa particolare fase della vita dei loro figli adottivi. Si parla di famiglie adolescenti in quanto questa particolare e importante fase sovverte non soltanto la vita dell’adolescente ma, inevitabilmente, l’intero nucleo famigliare. In merito a quanto detto è importante rimarcare che il maggior numero di fallimenti adottivi si registra soprattutto in corrispondenza dell’entrata del figlio in adolescenza, dunque, è importante prevenire i fallimenti adottivi nell’ottica di tutela, di protezione, ma, soprattutto, di supporto alle famiglie che possono presentare maggiori difficoltà e trovarsi in situazioni più complesse. Tuttavia è fondamentale garantire alle famiglie adottive un concreto sostegno post adozione che consenta ai genitori di affrontare in modo sereno la fase adolescenziale dei loro figli e permetta ai ragazzi, che già hanno vissuto cospicue sofferenze, di affrontare questo delicato percorso con limitati turbamenti.

Per concludere è fondamentale sottolineare che oltre alla costruzione di buone relazioni all’interno della famiglia adottiva, per i genitori, supportare l’adolescente al fine di favorire la costruzione di relazioni positive con il gruppo di pari e l’inserimento nel proprio contesto sociale rappresentano variabili determinanti nella crescita del figlio durante il suo percorso adolescenziale.

Ira e rabbia: “Adolescenti e insulti ai genitori”

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Sembra sia diventata una prassi insultare i genitori, in particolare la madre. Una signora su un autobus è rimasta allibita dal linguaggio di un ragazzino contro sua madre. Per questo ci è sembrato interessante proporre la sintesi di una ricerca condotta tra i ragazzi delle superiori, di 16-17 anni, per capire come viene interpretato il rapporto con i genitori.

Ebbene non si sono notate variazioni tra ordini di scuole o provenienza geografica. Buona parte dei ragazzi considerano ordinaria amministrazione dare della/o “stronza/o” o esprimersi con un “vaffa” contro i genitori. Solo il 23% non insulta i genitori. Secondo gli studiosi ciò sarebbe scatenato da due fattori: la tendenza all’informalità della cultura giovanile e l’autoreferenzialità dei giovani. Nell’indagine si sottolinea che una grande responsabilità ce l’ha la TV con i programmi di basso livello che propongono rapporti conflittuali e litigiosi (talk show, talent show e reality…). Per otto esperti su 10 sono troppe le scene in cui dominano violenza fisica, parolacce e insulti.

Per chi volesse approfondire il tema: http://www.cppp.it/files/inchiesta_adolescenti_conflitti4-09.pdf

7 -11 Luglio, Bilbao: IV Convegno Internazionale di ricerca sull’adozione

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E’ in corso a Bilbao (Spagna)  la quarta Conferenza Internazionale sulle adozioni. Interverranno i maggiori studiosi sul tema. Per l’Italia, tra i nomi più conosciuti, ci rappresenteranno la dottssa Rosnati (Università Cattolica di Milano), il prof Chistolini (CIAI) e la dottssa Miliotti  ( Ce.S.A.), nonché team tra le diverse università italiane.

Ci saranno gruppi di studio che, per elencarne alcune, seguiranno tematiche quali:

–          L’adozione nel mondo

–          Adolescenza, giovani adulti e adulti

–          Influenza dei genitori sul processo di sviluppo dei figli

–          Identità e origini

–          Servizi post adozione

Non mancheranno casi studio sui diversi paesi (Cina, Bolivia, USA, Italia, Spagna) e testimonianze di operatori, genitori e figli.

Ricerche e studi. UniCattolica del Sacro Cuore di Milano: “E’ compito dei genitori facilitare l’integrazione di un figlio di diversa etnia”

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I figli venuti da lontano incontrano difficoltà nel conciliare la doppia appartenenza, quella della famiglia italiana che li accoglie e li cresce e le proprie radici che affondano in paesi con una cultura diversa.

Abbiamo il piacere di pubblicare su ilpostadozione una sintesi della ricerca dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano curata da Rosa Rosnati e Laura Ferrari nel 2011-2012. Lo studio è stato condotto dal centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano sulle relazioni familiari e sulla costruzione dell’identità degli adolescenti e giovani adulti in adozione internazionale e nazionale.

La riflessione che segue sostiene ancora una volta l’importanza che hanno i genitori nel facilitare l’accettazione della doppia appartenenza da parte del figlio. I genitori devono introiettare che una cultura va capita ed amata, non compatita e banalizzata.  Se rispettiamo le origini dei nostri figli, i primi ad aprire le braccia verso il loro mondo dobbiamo essere noi. Da qui la sollecitazione ad enti e operatori a seguire le coppie nell’elaborato compito della fusione dei due mondi.

E’ nostro parere che un’impresa così complessa non debba essere lasciata al caso e alle risorse personali della coppia.

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di Rosa Rosnati e Laura Ferrari, docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che hanno curato la ricerca

Nell’ultimo decennio il fenomeno delle adozioni internazionali in Italia ha assunto una rilevanza significativa sia a livello numerico, addirittura nel 2011 siamo stati il secondo Paese a livello mondiale per numero di adozioni, sia dal punto di vista sociale in quanto tale modalità di diventare famiglia è a tutti gli effetti entrata a far parte del nostro tessuto sociale. In questi anni caratterizzati dalla diffusione e della sempre maggiore attenzione alla legislazione e alla cura delle pratiche adottive, la voce della ricerca si è via via interrogata sull’impatto che possono avere le complessità che l’adozione internazionale porta con sé. 

La ricerca condotta dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, ha cercato di rispondere a questi interrogativi coinvolgendo 161 triadi adottive italiane, composte da padre, madre e figlio adolescente o giovane adulto di età compresa tra i 15 e i 25 anni provenienti in maggior numero dall’America Latina, ma anche dall’Est Europa, Africa e Paesi orientali

In primo luogo, l’adozione internazionale comporta dei rischi per il buon esito dell’adozione inteso in termini di benessere psicologico e adattamento psicosociale?

I risultati hanno messo in luce un quadro positivo: i partecipanti non hanno riportato in media problemi emotivi e comportamentali, bensì soddisfazione per le proprie condizioni di vita e capacità di sviluppo delle potenzialità personali. Se confrontati con un gruppo di non adottati della medesima età, essi sembrano maggiormente aperti e in grado di mettere in atto comportamento prosociali: questo dato conferma i dati della letteratura statunitense e può essere spiegato alla luce dell’esperienza dell’adozione stessa, atto sociale per eccellenza, compiuto dai genitori adottivi e che potrebbe fungere da modello positivo. 

Inoltre, in media la maggio parte di genitori e figli intervistati hanno sviluppato una salda appartenenza tale per cui i figli si sentono a tutti gli effetti figli di quei genitori e i genitori riconoscono i figli come propri a tutti gli effetti. A conferma dell’importanza delle relazioni familiari, buoni livelli di filiazione e genitorialità adottive influenzano e predicono l’adattamento e il benessere dei figli adottivi: quindi gli esiti più adattivi per i figli sono da attribuire a quelle famiglie in cui essi si sentono inseriti a pieno titolo nella storia famigliare. 

A livello identitario, poi, è la dimensione etnica, generalmente riconosciuta come un aspetto centrale nel corso del ciclo di vita (Phinney, 1990), ad assumere una valenza centrale per coloro che sono stati adottati internazionalmente (Lee, 2006). In questi casi infatti i ragazzi non condividono con i propri genitori adottivi il background etnico e culturale di cui sono portatori per nascita. Come possono quindi costruire la propria identità coniugando da un lato la propria appartenenza al contesto culturale dei genitori e al tempo stesso dare valore al proprio background etnico di origine? 

I risultati della ricerca hanno permesso di identificare quattro gruppi caratterizzati da diversi livelli di identificazione con il gruppo etnico e la cultura italiana: i “duali”, mostrano un’elevata valorizzazione della propria etnicità unitamente all’assunzione del patrimonio culturale trasmesso dai genitori adottivi; gli “assimilati”, assumono il riferimento esclusivo al patrimonio culturale dei genitori adottivi; i “separati”, mostrano un livello nullo o estremamente basso di identificazione con la cultura dei genitori adottivi; i “sospesi” restano ai margini di entrambe mostrando sia una bassa identificazione con il background culturale dei genitori adottivi, ma anche nessun riferimento al gruppo etnico del Paese di origine. 

Dall’analisi dei profili di queste tipologie, emerge come sia la tipologia “duale” ad ottenere esiti più adattivi per benessere psicosociale, autostima, accettazione del proprio corpo e qualità delle relazioni familiari: il processo di integrazione che sembrano attivare permetterebbe loro di fare sintesi tra i due riferimenti culturali, rendendoli in grado di mettere radici nella storia familiare e di guardare con fiducia al proprio futuro. 

Alla luce di questi primi interrogativi, se ne apre un terzo significativo dal punto di vista dell’intervento e del quotidiano incontro con i figli adottivi: quale ruolo possono assumere i genitori di fronte alla differenza etnica e culturale dei figli e al difficile compito di integrazione a cui sono chiamati?

I risultati indicano che i genitori possono sostenere e facilitare il processo di costruzione dell’identità etnica nei loro figli adottivi attraverso l’uso di strategie di socializzazione culturale che permettono di acquisire valori, atteggiamenti e ruoli comportamentali della cultura di riferimento, in questo caso delle culture di riferimento

Nella misura in cui i genitori fanno sintesi e attivano per primi un processo di integrazione della doppia appartenenza culturale del figlio, e, nello specifico, comunicano valori, credenze, usanze e comportamenti culturali al figlio, egli sarà maggiormente in grado a sua volta di costruire la propria identità tenendo conto dei “diversi suoli su cui ha poggiato i suoi passi” per poterli ricordare, nel senso etimologico del termine, cioè “metterli nel cuore”.

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Per approfondire:

Rosnati, R., Ferrari, L., Re, E. (2012). L’in-contro tra culture nell’adozione internazionale: identità etnica degli adolescenti e strategie di socializzazione culturale. Interazioni (in press). 

Rosnati R., Ferrari L., Canzi E., (in press), Benessere, competenze scolastiche e relazioni familiari in ragazzi adottati, in D. Bacchini (a cura di), Il ruolo educativo della famiglia nella società contemporanea, Edizioni Erikson, Trento. 

Rosnati R., Ferrari L. (2012). L’identità etnica in adolescenza, in Commissione per le adozioni internazionali, I percorsi formativi del 2009 nelle adozioni internazionali, Istituto degli innocenti, Firenze, pp. 158-168.

Rosnati R., Ferrari L. (2012). So-stare tra due culture: itinerari di costruzione dell’identità etnica negli adolescenti adottati, in M.L. Raineri (a cura di), Atti del convegno la tutela dei minori, Edizioni Erikson, pp. 83-89.

Comunicazione ilpostadozione: “Questionario adozione e adolescenza”

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AL 30/01/2013 MANCANO  ANCORA 10  RISPOSTE, AIUTIAMOLA!

Ci scrive Alfonsina, una studentessa universitaria che sta completando il suo ciclo di studi per la laurea magistrale. Ci chiede di aiutarla nella raccolta dei dati per  la sua tesi di laurea sull’adolescenza e adozione. Cerchiamo di partecipare numerosi, avremo un quadro più preciso su come viene vissuta l’adolescenza nelle nostre famiglie.

Alleghiamo una breve presentazione della ragazza e il link per compilare il questionario: servono solo 10 minuti del nostro tempo.

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“Mi chiamo Alfonsina Mandiello. Sono un’assistente sociale. Per la mia laurea magistrale in Programmazione Amministrazione e Gestione delle Politiche e dei Servizi Sociali ho deciso di fare un’indagine per comprendere come i ragazzi adottati vivono il loro periodo adolescenziale. L’obiettivo è quello di focalizzare le difficoltà.

Per rendere significativa la ricerca sarebbe utile la compilazione del questionario da parte di almeno 50 famiglie. Avrei bisogno di concludere la raccolta dati entro gennaio-febbraio 2013.

Questo questionario ANONIMO è rivolto alle famiglie con figli adottati, oggi adolescenti (età 12 – 20 anni). Richiederà pochi minuti per la compilazione. E’ importante che siano presenti entrambi i genitori perchè alcune domande sono riservate a madre e padre separatamente.

Ringrazio tutti quelli che daranno il loro contributo alla riuscita di quest’indagine.

Cordialmente

Alfonsina Mandiello

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N.B. Se avete più di un bambino adottato che rientra in questa fascia di età vi chiedo di compilare più questionari. Grazie…

Per compilare il questionario: https://docs.google.com/spreadsheet/viewform?fromEmail=true&formkey=dDdURWNjZ3VKYURKbnp2NmE0ZDdfQ0E6MQ