Archivi categoria: storia familiare

Storia familiare. Il punto

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La storia e il tempo.

Ci vuole tempo per sentirsi figli e padri.

Ci vuole tempo per sentirsi coppia e famiglia.

Ci vuole tempo per ricordare e perdonare.

Ci vuole tempo per raccontarsi ed ascoltare.

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Da evidenziare su questo tema:

–          l’importanza della costruzione della storia familiare attraverso oggetti (album, scatole dei ricordi, diari, poesie…) e racconti (vedi intervento del Prof Maiolo)

–          la crisi adolescenziale di fronte alla consapevolezza dell’abbandono, doloroso ma indispensabile tassello per il ricongiungimento tra storia passata, presente e futura dei nostri figli

–          la possibilità di riappacificarsi con se stessi e la propria storia attraverso la scrittura autobiografica

–          il contributo di Valeria Poletti, studiosa di teologia, che ci aiuta a calare nel quotidiano gli insegnamenti dei Nostri Padri

–          le testimonianze di papà Maurizio (il difficile dialogo con gli adolescenti), mamma Paola (il tempo necessario per l’inizio di una nuova famiglia) e Maribel (ritrovare le proprie radici per raccontare chi sei) al Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi.

Da un mese circa è iniziata di nuovo la scuola con le tensioni e il logorio che crea in buona parte delle nostre famiglie. Nei prossimi giorni parleremo di “scelta delle superiori”, difficile compito delle famiglie con i figli in terza media.

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Storia familiare. I Nostri Padri: “Ogni vita è degna di una storiografia”

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di Valeria Poletti – studiosa di teologia e mamma adottiva

Secondo il cardinal Martini la linea demarcatoria del mondo non passa fuori da noi ma dentro i nostri cuori: non possiamo dividere il mondo in credenti e non credenti ma, secondo il suo invito, in pensanti e non pensanti. Per questo me la sono sentita di stendere alcuni pensieri: non sono proclami di fede ma letture e riletture, impastate di dubbi, di incertezze, di gioie e di consolazioni. Di umanità dunque.

Vi propongo i primi 18 versetti del vangelo di Matteo. Sono un noiosissimo elenco di avi di Gesù. Sono nomi di emeriti sconosciuti o quasi. Chi si aspetta, per il figlio di Dio, una genealogia di santi, re e conquistatori deve cambiare prospettiva. Non sono versetti che parlano di grandi eroi ma di dimenticati.

E la “buona notizia” sta proprio lì: ciascuna vita è degna di una storiografia. Nessuna vita è mai così piccola da non essere una rivelazione di eterne speranze.

Così in quegli aridi versetti troviamo vite inattese: Tamar bella, intensa ed incestuosa; Raab di professione prostituta e Ruth, candida ed astuta adescatrice. Strana famiglia quella di Gesù, dove si mescolano re ed emarginati.

Ma che bisogno c’era di scrivere questa genealogia: di tutte le cose che si potevano raccontare di lui, proprio una storia di nascita illegittima e di progenitori discutibili dovevano scrivere? Perchè inserire un figlio adottato in un albero genealogico, senza se e senza ma.

Essere figlio è essere parte di una storia. La storia può avere vari rami, grovigli di radici, ma ad un certo punto c’è un innesto che affilia. L’incarnazione di Gesù è un’affiliazione, un’affiliazione che non significa sangue. Non c’è sangue puro nella sua genealogia e nemmeno nella sua nascita, ma c’è appartenenza. Questo è essere figli.

Giuseppe il padre adottivo ci dice qualcosa di definitivo sull’affiliazione: Gesù è della sua famiglia, e basta. Giuseppe, figlio del suo tempo, pensava alla paternità come potenza sessuale, come atto volontario e voleva ripudiare Maria. Poi sogna (nell’antichità dire sogno era dire interiorità e profondità) e capisce che ogni paternità è adottiva e che ogni paternità è percorso e non stato o possesso.

Maria e Giuseppe non sono una coppia sdolcinata e patinata, sono genitori molto molto deprivati. Giuseppe deve perdere la mentalità maschilista del procreatore ed accettare di perdere l’iniziativa. Maria deve abbandonare i sogni infantili di un figlio perfetto. La sua risposta all’angelo «sia fatta la tua volontà» non esprime la rassegnazione di chi capisce che non avrà il figlio che ogni madre desidera, ma è risposta dolorosa di chi accetta un figlio reale e non immaginato, un figlio che non avrà di sicuro la vita che le madri desiderano per i propri ragazzi: testardo, disubbidiente, emarginato, sbeffeggiato, braccato dalle forze dell’ordine. Ma pur sempre amato, anche nella sua incomprensibilità, riconosciuto per quello che era: un figlio.

Se volete approfondire le riflessioni i testi di riferimento sono due: Paul Beauchamp, “Cinquanta ritratti biblici” e Jean Paul Pierron con “I genitori non si scelgono”.

 

Storia familiare. I Nostri Padri: “C’è tanto bisogno di fiducia”

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Il sottotitolo del nostro blog è:  “Genitori adottivi realisti….senza perdere la fiducia”.

Nei momenti difficili si ricordano situazioni di nonni, parenti e amici che si sono trovati ad affrontare vicende simili. Allora mi sono detta: “Perché non partire da più lontano? Dove affondano le nostre radici? Sulla mia strada ho incontrato Valeria, mamma adottiva di due bambini ma anche studiosa di teologia. Mi è sembrata una risposta alle mie domande.

Il blog ha un approccio laico, ma con Valeria abbiamo pensato di calare nella realtà ciò che ci hanno detto i Nostri Padri durante tutta la loro esperienza umana. Certo se fossimo musulmane avremo ripreso il “Corano”. Il nostro punto di riferimento sarà la Bibbia, considerato uno dei testi più completi nel raccontare la nostra storia.

L’idea è nata dalle statistiche del blog. Molte persone hanno cliccato “Una possibile interpretazione della parabola del figliol prodigo” e le riflessioni di don Roberto Vinco che riprendono il figliol prodigo e la parabola del buon Samaritano. Ho capito che c’è sete di speranza, c’è sete di risposte, c’è sete di fiducia.

Lo scopo di questo momento di riflessione è appunto quello di ritrovare le energie e non sentirci soli di fronte al mistero della vita.

Auguriamo a Valeria “Buon Lavoro”. Figli e famiglia permettendo, la ritroveremo alla fine di ogni sezione del blog.

Storia familiare. Film: “La vie en rose” di Olivier Dahan (Francia 2007)

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Storia di Edith Piaf, una grande voce francese degli anni ’40 e ‘50. Questo è un film autobiografico dedicato a questa cantautrice dall’aspetto esile tanto da essere sopranominata  “Passerotto”. L’intensa interpretazione ha valso l’Oscar all’attrice protagonista,  Marion Cotillard.

Vengono ripercorsi l’infanzia cresciuta in un bordello, dopo essere stata abbandonata da madre e padre, una malattia agli occhi che le ha fatto rischiare la cecità e il ritorno con il padre che la faceva cantare per strada per racimolare qualche spicciolo per sopravvivere. Sarà durante una di queste esibizioni che Edith verrà scoperta e lanciata nel mondo dello spettacolo.

Il film ripercorre gli amori e le sconfitte, le grandi soddisfazioni e gli incontri con gli artisti più importanti del tempo. Rimane, però, la colonna sonora un po’ amara di una donna che, per colmare i suoi vuoti affettivi, si è assuefatta tra droghe e uomini non adatti a lei.

Per chi ama la vita vera.

Storia familiare. L’esperto: “La doppia appartenenza nell’adozione”

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di Ondina Greco – psicologa

Se l’adozione, infatti, ha origine da un evento puntuale (il primo incontro con il figlio adottivo), dal punto di vista psicologico la costruzione del legame adottivo si configura come un processo che si snoda nel tempo. Si parla, infatti, di transizione adottiva, per sottolineare come il percorso che porta alla costruzione di questa specifica forma di genitorialità e di filiazione sia lento e progressivo e richieda continui aggiustamenti sia da parte dei membri della famiglia nucleare che della famiglia estesa. La qualità della transizione dipende da come tutti i soggetti coinvolti (genitori, figli, famiglie d’origine) affrontano e superano le molteplici sfide e i compiti di sviluppo che si presentano nel corso della vita familiare.

Come è noto, il termine adottare deriva dal latino ad+optare = scegliere, mail sostantivo adoptio è usato anche in botanica per indicare l’innesto delle piante: innestare significa introdurre una parte viva in un’altra, in modo tale che esse si congiungano armonicamente e portino un frutto terzo. Tale metafora illumina il bambino come portatore di una propria ricchezza personale, indipendente dalla famiglia adottiva.

L’adozione, dunque, non può essere concepita come un processo unidirezionale, nel quale i genitori adottivi colmano con le proprie risorse le carenze e i deficit del bambino, la cui origine è rappresentabile come “vuota”, se non addirittura come radicalmente “danneggiata”. L’adozione, al contrario, si costituisce come un processo di scambio, per la presenza reciproca di bisogni e di risorse da parte sia dei genitori che del figlio. Una prospettiva “salvifica” da parte della famiglia adottiva, anche se quasi sempre inconsapevole, rischia di sviluppare una relazione rigidamente asimmetrica, che finisce con l’essere violenta, in quanto il figlio – per quanti sforzi faccia – non potrà mai riparare il “difetto” che viene posto all’origine.

Occorre quindi cambiare prospettiva. L’adozione si configura come un sistema familiare complesso, che è stato definito “meta-famiglia”, all’interno del quale esistono due realtà, una presente ed una distante e perduta; gli eventi e le persone del periodo prima dell’adozione e quelli incontrati con l’inserimento nella famiglia adottiva. Il fatto che solo uno dei due poli sia presente sul piano concreto non equivale tout court all’impallidimento dell’altro, perché il rilievo psicologico delle figure assenti, presenti a livello simbolico e non solo (si pensi ai figli adottivi di diversa etnia), assume nel tempo un diverso peso per il figlio adottato, rimanendo magari per anni sullo sfondo, ma divenendo in alcuni periodi presenza di primo piano. Quella del figlio adottato è dunque una doppia appartenenza, destinata a caratterizzare tutta la vita del figlio adottivo ma anche dei suoi genitori, evidenziandosi in periodi cruciali, come l’adolescenza o la transizione alla genitorialità, quando il figlio adottato a sua volta diventerà genitore. Il figlio adottivo – e con lui i suoi genitori – sono dunque chiamati a compiere il complesso cammino d’integrazione tra le due parti della propria storia, quella precedente e quella successiva all’evento adottivo.

La qualità dell’adozione si gioca allora nella capacità di vedere il proprio e l’altrui come elementi diversi conciliabili in un luogo “meta”, costituito dalla relazione adottiva, chiamata a costruire un nostro che contenga il “quied ora” e il “là ed allora”. Occorre una logica di connessione, et-et, mentre una logica di esclusione, out-out, è destinata ad implodere sotto la spinta integrativa che lo sviluppo psicologico provoca nel figlio durante la sua crescita.

Si può quindi affermare che la capacità dei genitori di accogliere compiutamente il loro figlio – i suoi desideri, il suo modo di essere e la sua storia – disegni il perimetro ospitale entro cui il minore potrà cercare lungo gli anni, spesso per tentativi contraddittori, il proprio punto di equilibrio tra presente e passato. In questa situazione il figlio si sentirà accolto, qualunque sia la propria posizione: sentirà che gli è permesso sia fare domande e comunicare fantasie rispetto alla sua famiglia d’origine, sia assestarsi in una posizione”evitante”, che può essere temporanea o permanere anche per molto tempo.

Quando invece vengono sentiti come minacciosi gli elementi legati al passato, proprio o del figlio, e i genitori sono paralizzati nell’incapacità/rifiuto di trattare il tema della sua diversa origine, si crea un perimetro genitoriale ristretto, in cui la coppia adottiva riesce a “sintonizzarsi” con il minore solo se quest’ultimo mantiene una posizione “evitante” o di “negazione” del passato. Appena il figlio fa una mossa in direzione di una migliore integrazione, si creano dinamiche di incomprensione e aumenta la distanza emotiva reciproca. E’ indispensabile aiutare i genitori adottivi a ricordare come l’adozione richieda al figlio – che ha gli stessi bisogni di ogni bambino – un complesso lavoro d’integrazione tra due esperienze diverse e non automaticamente conciliabili. La parola “esperienza” si può riferire altrettanto bene a ciò che il bambino ha “vissuto” prima dell’adozione, nei casi in cui egli sia stato adottato dopo la prima infanzia, oppure all’esperienza immaginata, fantasticata lungo gli anni, che può essere profondamente presente e attiva nel bambino e nei suoi genitori, anche se è stato adottato a pochi giorni o a pochi mesi di vita. (…)

(fonte: genitorisidiventa.org – 06/05/2012)

Storia familiare. L’esperto:” La difficoltà di ricostruire la memoria autobiografica”

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di Sara Ficoncelli – giornalista

Per ricostruire la propria storia e poi quella familiare, occorre ricordare. I nostri figli non sempre sono in grado di farlo. Parlo anche dei figli arrivati grandi: certi ricordi vengono rimossi e la memoria a lungo esiste solo per qualche piccolo episodio particolarmente significativo. Mia figlia, ad esempio, ha difficoltà a ricordare i luoghi che abbiamo visitato quando siamo andati a prenderla.

Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, dietro certi tipi di amnesia potrebbe nascondersi una ridotta attività cerebrale seguita a esperienze sconvolgenti. Una scoperta che suggerisce la possibilità di curare intervenendo su specifiche aree cerebrali. Gli esperti: “Ma la cura dipende dalla causa”

(…) Influenzare il funzionamento della corteccia infero-laterale frontale destra tanto da “bloccare” il recupero dei ricordi personali. “Quest’area – spiega Elisa Ciaramelli del Centro studi e ricerche in Neuroscienze Cognitive di Cesena, specializzata in memoria episodica – è particolarmente importante per innescare ricordi autobiografici, ed in stretto contatto con altre regioni frontali coinvolte nell’attività di self-proiection, che permettono di “viaggiare nel tempo” e sentirsi gli attori dei propri ricordi. Quando funzionano male, il recupero dei ricordi autobiografici si blocca”.

Non è la prima volta che lo studioso tedesco fa luce sui misteri dell’amnesia. Poco tempo fa si era occupato del rapporto tra memoria autobiografica, stress psicologico e disturbo post-traumatico, spiegando che, in particolari condizioni emozionali e ambientali (nel suo studio fa l’esempio estremo dei reduci della Seconda Guerra Mondiale), il cervello subisce un trauma talmente forte da “ristrutturare” i ricordi creando false memorie. Chi è stato in guerra o ha subìto un incidente stradale, dunque, non deve fidarsi di tutto ciò che ricorda delle proprie esperienze di vita: la memoria autobiografica, nei soggetti che hanno vissuto uno shock, è spesso soggetta a distorsioni e produce informazioni falsate.

“Questi fenomeni però non sono tutti uguali – spiega Piergiorgio Strata, docente di Neurofisiologia all’Università di Torino e presidente dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze – e dipendono in parte dalla disposizione genetica del soggetto e in parte dalla durata del periodo traumatico, dall’età, dal sesso e dalle esperienze di vita precedenti. Tutto viene mediato dagli ormoni dello stress, liberati dal corpo per migliorare la capacità di affrontare situazioni altrimenti insopportabili”. Quello dell’amnesia da stress post-traumatico è dunque un meccanismo complesso rispetto al quale c’è ancora molto da scoprire. “E di questo bisogna tenere conto, ad esempio – conclude l’esperto, che si è occupato della memoria pro-veritate difensiva per il caso dei coniugi di Erba, Olindo e Rosa – quando i testimoni oculari nei processi hanno subìto un trauma”. (…)

(…) la cura dipende sempre dalle cause, e quindi ogni caso ne avrà una specifica. “Ci sono poi situazioni – spiega Sacchetti – come nel caso di un danno cerebrale, in cui il ricordo si perde completamente, è irrecuperabile. Altre forme invece possono essere affrontate con la psicoterapia e altre ancora possono essere avvantaggiate dall’impiego di tecniche di allenamento della memoria”. (…)

(fonte: repubblica.it – 19/04/2012)

Storia familiare. Libro: ”Semplicemente M”

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“Voi non adotterete solo un figlio ma anche il suo paese e la sua storia pertanto non abbiate paura di chiedere aiuto o un consiglio a chi ci è già passato, informatevi, conoscete altre coppie e più realtà possibili.”

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Marcello Rocchi

“Semplicemente M”

Storia di un bambino di Quinta

Ass Fam Adottive pro ICYC 2008

 

“Semplicemente M” è il racconto autobiografico di un ragazzo di 25 anni nato in Cile e adottato a sei mesi da una coppia italiana.

Marcello è protagonista di un’adozione riuscita in cui papà Angelo e mamma Andreina hanno contribuito con la loro cura e disponibilità.

Sono interessanti le considerazioni sull’adozione delle pagine iniziali e quelle rivolte alle coppie in attesa nella parte finale del libro.

Storia familiare. L’esperto: ”La rielaborazione della propria storia in età adulta attraverso la scrittura autobiografica”

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Secondo Duccio Demetrio – professore di filosofia dell’educazione e di teorie pratiche della narrazione presso l’università degli studi di Milano-Bicocca – la scrittura autobiografica è molto utile per l’adulto adottivo e non, perché aiuta a mettere ordine nella propria storia.Dopo i 40 anni si entra in una fase della propria vita in cui domane del tipo chi sono? a chi appartengo? la vita mi appartiene? è la mia vita? sono di ordinaria amministrazione.

“L’avvalersi della scrittura personale come occasione di condivisione non plateale, piuttosto riservata, oltre a rappresentare un veicolo di conoscenza reciproca è fonte di trasmissione di pensiero, di regole di sollecitazioni e richiami affettivi che seguono una strada diversa e parallela a quella usuale. (…) Scrivendo si espellono grida interne che non trovano altri canali espressivi; scrivendo si elaborano momenti dolorosi e di lutto e l’animo scopre la possibilità di placarsi rievocando, perdonando, mantenendo il proprio risentimento, scrivendo ci si ritrova protagonisti e attori di un oggetto materiale (il testo narrativo) che offre l’occasione di rileggersi e di auto stimarsi.”

L’autore prende per esempio il testo autobiografico scritto da un adulto adottato: “La via della conciliazione interiore è nella gratitudine: si trattava semplicemente di ringraziare i miei genitori naturali che non conoscevo, per il dono della vita, insieme ai miei genitori adottivi per la cura e la protezione ed il sostegno e di chiedere a tutti loro una sorta di benedizione. (…) non ci si può separare dalle proprie radici. Non ci si può separate dai propri genitori, qualsiasi cosa abbiano fatto. Tutti noi siamo i nostri genitori.”

La storia autobiografica è come un puzzle che si ricompone: “Tutti noi qualche volta abbiamo la tentazione, senza essere figli adottivi, di andare a rivedere i luoghi del nostro passato, a rivedere gli amici, a ritrovare le situazioni, spesso da questi luoghi torniamo con l’amaro in bocca e con una fortissima delusione. “

Ma dietro la ricomposizione autobiografica c’è anche il bisogno di lasciare una traccia: “Chi scrive la propria autobiografia ha sempre dentro di sé il desiderio di lascito agli altri. (…) I figli adottivi, adulti o meno, possono utilizzare l’autobiografia per ripercorrere e connettere le varie fasi della loro vita e farne, inconsapevolmente , strumento di riflessione e crescita per altri figli adottivi.”

(fonte: “Figli adottivi crescono” – Franco Angeli vedi “tag” sezione “libri” del blog)

Storia familiare. Maribel, 28 anni: “Solo dopo aver conosciuto le mie origini sono riuscita a raccontarmi”

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Testimonianza al Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Sono in Italia dall’età di sei anni. Ascoltando quello che diceva il Prof Maiolo mi sono resa conto che una caratteristica di noi ragazzi adottivi è la difficoltà di raccontarci. Oggi, però, quando i più piccoli mi hanno fatto domande dirette sulla mia vita sono riuscita ad aprire il mio cuore. Non nascondo che ho dovuto faticare per raggiungere questo equilibrio.

L’elemento fondamentale è stato il ritorno al mio paese. Prima avevo tante domande nella mia testa. In particolare volevo sapere a chi assomigliavo. Così nove anni fa sono tornata in Cile. Avevo l’indirizzo di mia nonna e sono andata a trovarla senza avvisarla. E’ stato molto duro. Questa povera donna viveva in una situazione di estrema indigenza che non ero pronta ad accettare anche se me lo ero immaginato mille volte nella mia mente. La realtà è molto più massacrante.

Poi sono andata da mio padre. Sono stata contenta di non averlo avvertito perché così l’ho trovato com’è veramente. In 15 anni dalla decisione degli assistenti sociali di darmi in adozione perchè vivevo in una famiglia che non era in grado di farsi carico di una bambina, trovavo le stesse condizioni, nessun miglioramento.

E’ stato in quel momento che mi sono resa conto di quanto sono stata fortunata a trovare una nuova famiglia. Se rimanevo là ero destinata ad una vita infelice e comunque non avrei avuto le occasioni che ho avuto qui in Italia.

Ora riesco a capire la prima parte della mia vita, il trasferimento in due hogar (istituti per minori) e la decisione di farmi adottare. Solo ora riesco a raccontarmi e trasmettere la mia serenità. E’ un invito che faccio ai ragazzi come me, quello di fare chiarezza nella propria storia perché solo così possiamo capire cosa vogliamo dal futuro. Ma non si può costruire qualcosa se non si colmano i grandi vuoti che portiamo dentro di noi. Così è successo a me. Ora sono serena e so quello che devo fare. Mi manca un ultimo tassello che intendo colmare: ritrovare mia madre biologica per completare il quadro.

Quindi, riallacciandomi al tema del Convegno, posso dire che solo con il tempo sono riuscita a raccontarmi, quando ho avuto delle risposte. E’ molto importante parlarne con gli altri altrimenti si rischia la chiusura e la solitudine. Ora riesco ad esprimermi anche con i miei genitori e per me è una grande conquista.”

Storia familiare. L’esperto: “Alcuni suggerimenti per comunicare con gli adolescenti”

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di Gabriel Munoz – psicologo ed educatore di minori in situazione di disagio

“Eccomi, sono qui.”

Per gli adolescenti è molto importante avere la possibilità di fare riferimento ai loro genitori quando hanno un problema. Anche quando sono ribelli, spavaldi o autonomi nelle loro scelte, nei momenti più difficili hanno bisogno di aver la sicurezza che i loro genitori ci sono. Soprattutto in questi momenti è quando dobbiamo essere attenti e non dare nulla per scontato. Se loro non stanno vivendo un bel momento e noi facciamo finta di niente o semplicemente non siamo attenti, diamo a loro una buona ragione per arrangiarsi e cercare aiuto e consigli altrove.

“Puoi venire da me ogni volta che ne hai bisogno, io sarò sempre qui per ascoltarti”

Bisogna ascoltarli, l’atteggiamento di silenzio e allo stesso tempo di attenzione verso di loro è molto importante a volte di più rispetto a tante parole o a discorsi moralisti che loro spesso non vogliono per niente sentire. L’ascolto attento stimola i giovani a parlare e li aiuta a capire quanto importanti sono per noi.

In sintesi, l’ascolto aiuta a costruire un clima di reciproco rispetto e di affetto.

L’ascolto attivo è un ATTEGGIAMENTO, il cui scopo è quello di entrare in relazione profonda con l’altro permettendogli di esprimere se stesso completamente, di esplorare anche le parti di sé non consapevoli e di ampliare la propria mappa, trovare nuove risorse per cambiare.

Come essere un buon ascoltatore? Alcune idee:

• Orientarsi col corpo all’altro che sta parlando;

• Guardare negli occhi, è una fonte di conoscenza importante;

• Chiarire le cose ponendo domande;

• Impegnarsi a non distrarsi;

• Impegnarsi a capire ciò che viene detto, nonostante emozioni e pensieri interni e rumori ambientali che possono produrre interferenze;

• Dedicare del tempo esclusivo, non si può ascoltare bene mentre si fanno altre cose.

Infine alcune domande utili alla riflessione:

I vostri figli sanno che possono contare su di voi? Ricordatevi che non basta dirlo, bisogna attuarlo: riuscite a dedicare del tempo ai vostri figli? Li ascoltate cercando di evitare il giudizio o avete già pronto il vostro discorso prima che lui/lei finiscano di parlare? Nella coppia, vi ascoltate? Dedicate del tempo esclusivo al dialogo o avete sempre qualcosa che vi distrae?

 Per altri suggerimenti con gli adolescenti vedi http://gabrielmunozpsicologia.blogspot.it/

Storia familiare. Laboratorio di narrazione: “L’importanza di raccontarsi come coppia per poi raccontarci al bambino”

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Sintesi dell’intervento del Prof.Giuseppe Maiolo,  psicologo e psicoanalista -Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

Le parti in corsivo sono riflessioni di chi scrive.

 

“Essere al mondo ci fa narratori ed individui che sono narrati”  – Duccio Demetrio

Una storia esiste anche se non è raccontata. Meglio se c’è qualcuno che la racconta. Per questo l’uomo ha l’uso della parola.

A cosa serve narrare?

 

Trasmissione delle esperienze.

Le fiabe, nella loro trasmissione orale, sono sempre servite a questo, anche perché noi uomini apprendiamo per storie.

Il bambino ha bisogno di uno schema fisso, solo dopo potrà fare le variazioni sul tema (Penso alla continua richiesta del bambino di raccontare una storia, sempre quella. Anche la storia dell’adozione deve avere dei cardini ripetitivi). Il bambino ha bisogno di interagire con noi in un rapporto reciproco in cui noi educhiamo i figli ma anche loro educano i genitori. Educare, infatti, significa “tirare fuori” ed è un’attività reciproca.

 

Narrare ed essere narrati

Se non si narra significa che siamo soli.

Se non si viene narrati vuol dire che perdiamo di consistenza.

In entrambi i casi è il fattore “tempo” che approfondisce la relazione. Narrare significa allora prendersi cura dell’altro, prendersi tempo per l’altro.

 

Chi si accorge di noi, ci narra. Noi narriamo tutto ciò che amiamo.

L’adolescente lo sa bene. Per questo l’adolescente ha bisogno di essere nei pensieri dei genitori, perché alla fine, non essere narrati vuol dire essere dimenticati. (Il comportamento menefreghista dei figli adolescenti lascia il tempo che trova).

Dai tre anni in poi la memoria comincia a costruirsi. Se da tre a sette anni la memoria non c’è, qualcosa non va. Significa che non l’ho esercitata abbastanza. (Potrebbe essere il caso dei ns figli che dimenticano cose e avvenimenti importanti).

Ricordare dà emozioni

Tra queste emozioni c’è la “compassione” con il significato di condividere, sentire l’amore per quello che è accaduto

 

Chi racconta offre il “chi sono” non il “che cosa faccio”.

La conclusione è che i genitori si raccontano troppo poco ai figli. Siamo presi da mille cose, disturbati da Tv, messaggi veloci, da attività frettolose e povertà relazionale.

Da dove dobbiamo cominciare?

– rievochiamo la nostra storia

– narriamo le sensazioni della vita

– scriviamo di noi stessi su un diario

– inventiamo fiabe

– raccontiamo di noi ai nostri figli, raccontiamo della storia della nostra famiglia

 

Nel tempo dell’attesa è importante che la coppia si racconti, che entri in intimità. All’arrivo del bambino non ci sarà più tempo. Allora si entrerà nella seconda fase, quella della narrazione al bambino. E’ solo raccontandoci che insegneremo al bambino a raccontarsi.

 

Nell’adolescenza è importante narrare le vicende familiari dai nonni e trisavoli, per far capire come si sono evoluti i rapporti ed evidenziare le peculiarità dei personaggi. Solo così il figlio potrà capire che ci sono varie strade per raggiungere la meta e che anche il suo sentiero non è già stato tracciato, sarà lui a dargli una sua originalità.

 

Storia familiare. L’esperto: “L’approccio autobiografico: una metodologia per favorire la riflessività e la relazione.”

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di Anna Maria Pedretti – Gruppo di coordinamento dei collaboratori scientifici della Libera università dell’autobiografia di Anghiari

L’approccio autobiografico si fonda sul concetto che ogni esperienza può diventare una narrazione, una storia raccontabile in prima persona e questo risponde al bisogno di trovare i modi più appropriati per documentare a se stessi e agli altri non solo i fatti e gli accadimenti del proprio percorso di vita, ma, soprattutto, il senso e i significati che a essi si possono attribuire da parte dello stesso narratore. L’atto del narrarsi diviene occasione di autoriconoscimento, in quanto attraverso di essa, viene aumentata la competenza di un «sapere narrativo di carattere autoriflessivo».

 La scrittura di sé è lavoro mentale che aiuta l’individuazione dei momenti di passaggio, gli accadimenti e i cambiamenti della propria storia. (…) nella ricostruzione della propria vita, chi scrive ha bisogno di capire il senso di ciò che ha vissuto, di inquadrare i singoli episodi, le emozioni, le rappresentazioni del mondo secondo un significato più generale che risponde alla necessità di mettere ordine, di spiegarsi i perché. Inoltre, scrivendo, e scrivendo tutta la nostra storia, rispondiamo alla necessità di trovare una struttura che raccolga i singoli episodi in un tutto unico e che può essere diversa a seconda del bisogno che avvertiamo nel momento della scrittura stessa.

Operiamo anche la ricostruzione di una rete di relazioni intersoggettive, familiari, sociali che sono quelle che ci permettono di riconoscerci come esseri unici e irripetibili, ma anche come appartenenti a una comunità di persone che interagiscono con noi e fanno parte integrante del nostro vissuto. Infine si verifica un altro processo mentale, denominato bi-locazione: in base a esso il racconto autobiografico diventa un testo dal quale l’autore può distanziarsi esercitando su di esso le capacità di analisi e di riflessione, in modo che la stessa esperienza diventi significativa e da essa il soggetto narrante possa imparare.

In altre parole, il lavoro evocativo, che innanzitutto stimola la memoria (…) La mente, cioè, non si limita a rievocare i ricordi, ma l’intelligenza retrospettiva costruisce, collega, colloca nello spazio e nel tempo, riesce a dar senso a quel particolare evento che ha evocato solamente se lo inserisce in un contesto passando dal momento evocativo e retrospettivo a quello interpretativo.

 (…) Si parla di sé per pentirsi, per giustificarsi, per scusarsi oppure per il puro piacere di raccontarsi. Man mano che si procede in questo lavoro si costruisce una nuova amicizia con se stessi, come davanti a uno sconosciuto, che gradualmente si impara a conoscere. (…) Mentre ci rappresentiamo e ricostruiamo la nostra storia, ci prendiamo in carico, ci assumiamo la responsabilità di ciò che siamo stati e che abbiamo fatto, ci curiamo, ci riappacifichiamo. La narrazione può aiutare a stare dentro nella sofferenza prendendone le distanze e ri-raccontandola, anche se dobbiamo essere ben consapevoli che non la elimina, rendendola però accettabile in quanto parte inevitabile dell’esperienza umana. Ecco perché il lavoro autobiografico è anche cura di sé.

(…) Riflettere sulla nostra storia di vita ci mette in relazione in modo naturale con la storia di vita degli altri, ci conduce alla ricerca delle analogie e delle differenze; il che ci permette di cogliere nelle diversità delle esperienze l’importanza e la ricchezza delle singolarità (…) la narrazione avvicina le persone, crea legami emotivi, permette quindi un migliore apprendimento, rendendo il sapere formativo. Certo la questione della valutazione è questione delicata in campo autobiografico, perché raccontare significa mettersi in gioco, esporsi al giudizio degli altri. (…) Sono ormai numerosissime le esperienze formative in vari ambiti – con gli operatori che lavorano nelle carceri, nelle case protette per anziani, nelle strutture sanitarie – dove la formazione autobiografica produce occasioni nuove e originali di intervento con le persone di cui ci si occupa.

Per quanto riguarda il percorso adottivo

(…) Raccontarsi come persone per presentarsi al nuovo venuto, in modo che possa condividere da subito almeno le parti più importanti e significative delle storie di vita dei suoi nuovi genitori, preparare per lui un ambiente in cui si sollecita (senza alcuna forzatura) la narrazione di sé perché possa superare i sentimenti di vergogna, di insicurezza, di solitudine. La condivisione dei ricordi rafforza la conoscenza e il legame d’amore tra i coniugi, li conferma nelle scelte fatte e li motiva nella immaginazione della costruzione di un futuro diverso rispetto a un passato fatto spesso di desideri frustrati. In questo modo si possono aiutare i genitori a preparare un tessuto narrativo familiare, una narrativa familiare, in cui si inizia a collocare il bambino; ossia, nell’attesa che si possano intessere narrative familiari che ospitano il bambino, ci si presenta, ci si fa accogliere oltre che prepararsi ad accogliere.

Possiamo perciò pensare ad alcune ipotesi di percorso, in cui invitare i genitori (accompagnandoli) a costruire qualcosa di concreto secondo un progetto che serva da una parte a loro stessi per riempire il vuoto e l’ansia del tempo dell’attesa e sia tale da poter costituire un patrimonio reale e concreto al quale la bambina (o il bambino) che verrà possa far riferimento per comprendere che è stata desiderata/o. 

a) Costruire un album di presentazione che, con l’aiuto di immagini di persone e luoghi, contenga soprattutto narrazioni (a se stessi innanzitutto, all’operatore e, in un secondo tempo, al bambino, in riferimento a ciascun genitore e a ciascun membro della famiglia allargata – nonni, zie, cugini) aventi per oggetto: chi sono io. L’album avrà naturalmente una parte finale vuota nella quale possa trovare posto – senza alcuna forzatura né costrizione, né eccesso di aspettative – la narrazione di sé (scritta o disegnata o riscritta dagli adulti attraverso il racconto orale) da parte della bambina o del bambino («Mi racconti chi sei? Mi descrivi il luogo in cui stavi prima di venire qui? Mi parli delle persone che erano con te? Mi racconti cosa facevi? Cosa pensavi? Cosa ti immaginavi?»).

 b) Costruire un diario dell’attesa con immagini, foto, disegni, poesie, scritture che racconti al bambino tutto l’iter percorso dai genitori (e da tutta la famiglia) dal momento in cui hanno preso la decisione di adottare. Il diario può contenere una parte finale aperta, in attesa dei racconti che genitori e figli scriveranno insieme.

c) Costruire una scatola dell’attesa dei genitori e, possibilmente di tutta la famiglia, in cui inserire piccoli oggetti, foto, pagine di diario, poesie, scritture legate alle esperienze più significative che i genitori fanno in uno strumento molto utile per favorire l’evocazione e la narrazione dei ricordi e per educare all’ascolto empatico e non giudicante è costituito dal «gioco della vita» (cfr. Demetrio, 1997). questo periodo (viaggi, partecipazione a spettacoli, mostre, incontri, esperienze professionali o sociali, ecc.). Stimolare l’immaginazione creativa dei genitori nella costruzione di una relazione significativa e affettuosa con il figlio può concretizzarsi nell’individuare i “doni dell’attesa” da mettere nella scatola: «Ti voglio donare… questa favola, questo racconto, questa poesia, questa musica, questa immagine, questo mio sogno, quest’idea, questo progetto, ecc.».

Tutti questi oggetti possono anche non servire nell’immediato al momento dell’incontro col figlio; possono anche non essere mostrati subito alla persona che entra nella nuova famiglia, ma costituiscono comunque un patrimonio che può essere condiviso in futuro e che può aiutare i genitori a coltivare sentimenti e atteggiamenti per una migliore accoglienza, a immaginare fin da subito una vita a tre.

La nostra identità si costruisce attraverso l’assorbimento delle storie che gli altri ci comunicano, attraverso l’assorbimento delle memorie altrui. Bambini in situazione di disagio, di sofferenza psichica sono quelli che non possono raccontare perché nella solitudine, nell’isolamento nessuno li ha accolti nelle loro memorie. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti, “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare. Matteo e Lara: “Il racconto autobiografico per la psicologa dell’ASL”

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“Dopo i primi due incontri di gruppo con altre coppie in cui l’assistente sociale e la psicologa ci hanno introdotto al mondo dell’adozione e ci hanno chiesto come mai eravamo intenzionati ad adottare, la psicologa ha chiesto a ciascuno di redigere la sua storia personale. Mi ricordo che per renderla interessante l’ho condita con aneddoti particolari della mia infanzia che probabilmente non interessavano a nessuno. Mio marito, invece, ha presentato una storia per punti, molto più scarna, sostenendo che alla psicologa interessavano solo le tematiche delle relazioni familiari. Conservo ancora i due fogli. Non li ho più letti. Ricordo però che quegli incontri di coppia ci facevano un gran bene. Forse era un modo per prenderci del tempo per noi. Uscivamo dal Consultorio mano nella mano come due fidanzatini.”

Storia familiare. Mamma Paola: “Darsi tempo all’inizio della storia di una nuova famiglia”

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Testimonianza Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Al convegno di quest’anno mi è stata chiesta una testimonianza sull’età preadolescenziale. Cerco di focalizzare il concetto di ‘preadolescenza’ e rifletto  che in realtà, con mia figlia oggi tredicenne, ho invece la sensazione che non siano applicabili definizioni nette. Decido di testimoniare semplicemente i passaggi più significativi di questi primi cinque  anni  di post adozione, qualunque sia la loro definizione, forse perché penso che la preadolescenza possa avere radici lontane.

Circa cinque anni fa, a fine luglio, mio marito ed io rientrammo in Italia con nostra figlia, dopo una permanenza di quasi due mesi in Cile. A metà settembre, l’inizio della scuola. Ricordo la telefonata  di una signora della Fondazione – una mamma adottiva  – che mi consigliava di tenere a casa la bambina da scuola, per 6 mesi o un anno, di stare con lei, a casa dal lavoro, per poterla ‘sentire veramente mia’, per costruire il nostro ‘legame di madre e figlia’.

Io e mio marito ci pensammo un po’, consultammo un paio di coppie adottive, valutammo anche il ‘nulla osta’ della psicologa cilena. E pensammo che il mio part time fosse sufficiente. Eppure, l’aver deciso di mandare nostra figlia a scuola quel settembre (pur se iscritta alla 1° classe, quindi con un ‘vantaggio’ di due anni), e, ancor più, nell’unica formula disponibile del ‘tempo pieno’, è stata una decisione che, nel mondo dei ripensamenti, con la sensibilità di oggi, metterei in discussione.

Oggi, quando mi volto indietro, vedo quella miriade di capricci iniziali, di intemperanze e di opposizioni, come il suo grido di disagio. E vedo anche la nostra inadeguatezza iniziale. I nodi per nostra figlia erano la gestione delle frustrazioni e dell’esclusione sociale, le difficoltà cognitive, le relazioni con gli altri. Dopo quasi due anni di post adozione sembrava che quei nodi avessero quasi un crescendo di intensità.

Decidemmo di chiedere aiuto alla psicologa della Fondazione ed entrammo in un progetto di sostegno all’inserimento scolastico. Il primo feedback dei professionisti fu un giudizio di inadeguatezza del corpo insegnanti sotto il profilo relazionale con la bambina. Realizzammo che i veri Insegnanti sono quelli che si accertano di aver trovato le strade efficaci per insegnare, che si spendono per una relazione non superficiale con chi resta indietro e ha più bisogno. Cambiammo scuola e finalmente trovammo due insegnanti meravigliosi: gli ultimi due anni di scuola primaria sono stati un sogno; ho visto mia figlia andare a scuola volentieri poiché si sentiva accolta, soprattutto dagli insegnanti. Anche i quaderni hanno iniziato a parlare di un’altra bambina. Ricordo un commento di questi meravigliosi insegnanti: ‘..basta saperla prendere..’. In due anni non mi hanno mai chiamato una volta perché gestire ogni situazione in classe (e qualcuna un po’ spinosa c’è stata) faceva parte, come mi hanno riferito, ‘del loro lavoro’.

In questa relazione di aiuto, il secondo consiglio, per noi genitori, fu di migliorare il clima famigliare marginalizzando in qualche modo il tema ‘scuola’. Purtroppo la nostra società oggi offre un sistema scolastico che ha dei ritmi e degli obiettivi del tutto innaturali per i bambini. I ritmi sono quelli del lavoro degli adulti. Gli obiettivi spesso sono, nella sostanza, di uniformità e non di rispetto delle diversità, di nozionismo e non di valori. Per chi non resta al passo e non si inserisce la scuola può diventare un lungo disagiato parcheggio.  Seguendo il consiglio abbiamo iniziato a trasmettere il valore scuola semplicemente parlandone in casa in molti modi, senza insistere, disquisendone con un certo apparente distacco ed eliminando le estenuanti battaglie per fare i compiti. Accettando anche le decisioni ‘scolastiche’ a volte poco salubri di nostra figlia.

Riconoscendo che stava crescendo e che aveva il diritto di decidere da sola– ecco forse un tratto della preadolescenza – pur prospettandole serenamente le conseguenze delle sue azioni. In breve tempo ci siamo accorti che rispondeva molto meglio dove non trovava costrizioni bensì possibilità vera di scelta. Per noi genitori esercitare questa disciplina amorevole alla scuola, ma anche alle regole in generale, ha significato un esercizio salomonico di pazienza, l’esercizio del rispetto per definizione delle scelte di nostra figlia compreso quella di sbagliare; ha significato  il saper controllare la naturale preoccupazione che hanno tutti i genitori per il futuro dei propri figli oltre a metabolizzare nell’intimo che il valore di una persona non dipende in ultima analisi dalla sua carriera scolastica.

La scuola non doveva essere così importante da rovinare la nostra quotidianità famigliare. Marginalizzandola, abbiamo riscoperto e posto al centro dell’attenzione con nostra figlia molti altri temi di dialogo, su cui non c’era dissidio, su cui c’era molto più spazio per stimolarla, premiarla, sostenerla, darle fiducia ma anche esaudirla, accettarla e accoglierla senza pretese. Il tutto con l’obiettivo di darle un po’ di quell’autostima che normalmente dovrebbe arrivare da una età precedente alla scuola. Un tempo di nostra figlia che tutti noi – ma soprattutto lei – ci siamo persi completamente e di cui non saremo mai in grado di valutare fino in fondo i danni.  Ecco allora in che termini poteva e doveva avere un senso il darsi un tempo più o meno lungo, fuori dalla giostra della vita, all’inizio della nostra storia di nuova famiglia.

Da poco nostra figlia ha iniziato la 1° media e ci sembra che l’approccio sia positivo. Oggi, pur già in presenza di alcune situazioni di frustrazione vediamo che ha trovato in sé delle risorse per superarle. E questo per il momento è già positivo.”

Storia familiare. L’esperto: “Se il figlio adottivo è in crisi”

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di Marco Schiavi – psichiatra e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza  – Membro di comitato della Società Ticinese di Psichiatria e Psicoterapia

Alcune riflessioni sul difficile compito dei genitori di fronte al problema dell’adozione in età adolescenziale.

C’è chi dice che i bambini sono tutti uguali ma ai genitori che vedo per la valutazione dell’idoneità psichica all’adozione spesso racconto che ce ne sono tanti diversi perchè, anche se ancora piccoli, hanno già una ferita psichica enorme, determinata dall’abbandono.

L’intento è di suscitare nei futuri genitori adottivi degli strumenti di comprensione di qualcosa che sarebbe altrimenti inspiegabile: le difficoltà di attaccamento di alcuni dei loro figli, che sembrano non accettare le cure e l’affetto dei nuovi genitori, nonostante sia opinione comune e condivisibile, che l’amore che si dona al figlio adottivo (e non) abbia anche una dimensione riparatrice di questa ferita e sia di grande importanza per il migliore sviluppo del bambino. Potremmo in altri termini dire che viene rifiutato ciò di cui si ha più bisogno e che è venuto meno al momento dell’abbandono: l’amore della mamma.

I futuri genitori solitamente non aspettano altro che un piccolino da amare e crescere, desiderio che origina spesso diversi anni prima, e la sua mancata realizzazione lo rende una vera fatica. Infatti alcune coppie hanno già figli biologici, più raramente è una futura madre “single” a formulare la richiesta di adozione, ma la maggior parte della coppie vi giunge perchè i figli tanto desiderati non arrivano. A questi ultimi ricordo, valorizzandola, che hanno una sofferenza in comune col figlio adottivo: un’altra ferita psichica, per loro legata alla sterilità (assoluta o relativa); sicuramente più gestibile di quella del bambino perchè verificatasi in età adulta, in un periodo di minore vulnerabilità, tuttavia facilmente sottovalutata perchè sopraffatta dalla gioia di diventare ugualmente genitori. Tanti tra loro si sono sottoposti ad esami medici, a trattamenti farmacologici, a fecondazioni assistite ed in vitro, e i colleghi che lavorano nei centri per la fertilità sanno che pesanti vissuti emotivi muove questo percorso, ma torniamo alle difficoltà cui accennavo prima.

Non è una regola e non vi è neppure un’età o un tempo specifico per questa “crisi” del figlio adottivo, che a un certo punto rifiuta apertamente l’affetto dei genitori. La maggior parte delle famiglie si rivolge allo psichiatra quando un minore è preadolescente o adolescente, spesso dopo un periodo in cui “le hanno provate tutte”. Le manifestazioni sono le più varie, ma di fondo il tema è sempre lo stesso: tu non sei mia madre (o mio padre) e non puoi dirmi cosa fare, oppure quando il bambino è più piccolo, si oppone “semplicemente” a quanto richiesto dal genitore, “screditandolo” indirettamente. In verità questi comportamenti non sono specifici dei figli adottivi, sono frequenti in tutti i ragazzi, è però anche vero che l’intensità dell’emozione soggiacente ed il tempo piuttosto lungo del periodo che precede la crisi (durante il quale già si manifestano delle complicazioni) gli conferiscono un peso tale da poterlo collocare tra le difficoltà sulle quali riflettere prima di adottare un bambino.

Sottolineerei che anche il valore simbolico dell’atteggiamento di rifiuto del genitore, nella situazione d’adozione, ha un impatto importante sull’adulto che è consapevole di non avere la maternità o la paternità biologica del figlio. Se aggiungiamo a questo aspetto anche la dimensione della sofferenza che spesso i genitori adottivi hanno vissuto per non aver potuto avere figli biologici (particolarmente dolorosa per la donna), troviamo la classica piaga nella quale il figlio adottivo mette il dito, perchè quando provocatoriamente accusa il genitore di non essergli padre o madre, non solo gli rinfaccia una verità (parziale) ma cerca “uno spettro” ben celato nell’armadio.

Tante volte il compito educativo dei genitori richiede quella fermezza che origina dalla ragionevole consapevolezza di essere nel giusto; il genitore adottivo deve essere consapevole che il valore maggiore della genitorialità si trova nella continuità della relazione di tutti i giorni, ed è pertanto più padre e più madre dei genitori biologici del bambino adottivo, senza però negare che senza il loro contributo (generante) il minore stesso non ci sarebbe. L’impegno e la presenza quotidiana del genitore sono la via per aiutare il figlio a superare la crisi, non solo nella loro applicazione concreta (perchè solitamente i genitori già lo sanno), ma anche nella loro esplicitazione in termini di valore e di affetto. Quando una coppia mi racconta: “non ci dà retta, ci rifiuta nonostante tutto quello che abbiamo fatto per lui” li invito a condividere questo valore: “avete un storia in comune di gioie e di fatiche che avete scelto di vivere per lui e per voi” ricordando che la prima gratificazione della genitorialità è nella genitorialità stessa. Si può dunque riprendere il tema col figlio in questi termini: noi abbiamo scelto di essere la tua mamma e il tuo papà perché volerti bene ci dà una grande gioia, speriamo quindi che tu possa presto condividerla con noi anche se ora sei molto arrabbiato.

Non è tanto utile, a mio avviso, dare dei consigli generici in uno spazio stretto come questo articolo, tuttavia ci tengo a sottolineare questo aspetto importante: generalmente il bambino piccolo occupa la posizione centrale nel suo mondo. Quando viene abbandonato se ne attribuisce più o meno consapevolmente la responsabilità, come se dicesse: “se mi hanno abbandonato è perché io sono troppo cattivo (oppure non valgo niente)”, e non rinuncia facilmente a questa sua spiegazione perché ne trae un vantaggio importante: conferisce un senso ad un avvenimento altrimenti inspiegabile, e permette di “salvare” l’immagine positiva dei genitori biologici e quindi delle sue origini. Il figlio adottivo ha dunque bisogno di tanto tempo prima di cambiare la considerazione che ha di sè (esito del trauma dell’abbandono) ed agirà la sua supposta “cattiveria” per darsene costantemente conferma.

Un secondo aspetto importante è costituito dalla necessità di controllare gli avvenimenti quando hanno avuto una valenza traumatica; il minore preferisce dunque gestire il prossimo abbandono, accentuando al sua negatività, prima di subirlo passivamente e traumaticamente come è già stato il caso nella sua esperienza. Tanti genitori raccontano infatti: “…sembra che faccia di tutto per metterci alla prova, per vedere se anche noi lo abbandoniamo…”.

Ė però importante sottolineare come l’esperienza dell’adozione sia nella maggior parte delle situazioni molto gratificante. Diventare genitori è un’esperienza di crescita personale, anche per la fatica che comporta. Prendersi cura di una persona che sta diventando grande è impegnativo perché richiede attenzione e dedizione, ma è anche nella natura dell’essere umano. Se i nostri genitori non avessero avuto il desiderio di metterci al mondo e la pazienza di crescerci, l’umanità sarebbe probabilmente già estinta.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.com)

Storia familiare. Papà Maurizio: “Con un adolescente è meglio prevenire il conflitto”

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Testimonianza Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Abbiamo adottato nostra figlia, che ora ha 19 anni, nel 2003. Una (brutta) sera di due anni e mezzo fa ci chiede di andare in discoteca e rientrare tardi. E’ domenica sera e la prospettiva che il giorno dopo vada a scuola con pochissime ore di sonno o addirittura salti le lezioni, non ci piace. Ma propongo io a mia moglie di darle fiducia e lasciarla andare. Risultato? Un amico suo ci telefona che sta male e che dobbiamo andarla a prendere. Non so ancora se è stato colpa dell’aver bevuto troppo (fatto che non si è più ripetuto) o di un colpo di freddo. Il risultato comunque non cambia: la ragazza puntuale con cui si poteva comunicare, pur con conflitti e dissidi, si trasforma e fa quello che vuole lei.

Saltano tutte le regole. Non risponde alle telefonate. Non risponde ai messaggi. Se ne infischia dei richiami e delle punizioni. E’ una vera e propria rivolta, senza quartiere e senza controllo. Con il senno di poi ho capito che molto hanno influito le amicizie negative, le quali unendosi al desiderio mal gestito di indipendenza e di affrancamento dai genitori, producono una miscela esplosiva.

Si arriva allo scontro fisico, che peraltro sconsiglio vivamente. Alle litigate furibonde, dove mi abbandono ad attacchi verbali nei suoi confronti che oggi non ripeterei, ma che mi sono strappati a viva forza dal suo comportamento. Non sai, in quei casi, a che santo votarti: se sei accondiscendente, allora temi che ogni insegnamento sulle regole vada a quel paese; se sei troppo duro, non hai una risposta come vorresti sul piano del comportamento e inquini il rapporto, rischiando di rovinarlo in modo irrimediabile. Il dialogo? Interessante soluzione, ma spesso non approda a nulla e comunque viene minato dal sentirti preso in giro, dalla provocazione. Le punizioni? Vanno bene, ma attenzione a non esagerare che altrimenti diventano inefficaci e ti si ritorcono contro.

Ora quel tempo sembra passato e nostra figlia almeno rispetta gli orari e mantiene un comportamento corretto. Su alcune questioni – impegno nello studio e un minimo di ordine e pulizia in camera – vi sono lacune profonde da colmare, ma il clima è più sereno.

Quali insegnamento ho tratto da questa esperienza, come padre? Ecco quanto mi sento di elencare:

 – Da evitare, specie se non hai il “fisico adatto”, gli scontri fisici e le parole pesanti che pure ti strappano dal cuore. Rovinano il rapporto e non servono nulla, se non a far credere il figlio o la figlia ribelle di essere nel giusto. Meglio una punizione che non ferisce e non umilia, ma brucia: non posso dire quale punizione, va scelta sulla base del rapporto e della situazione e del figlio. Di sicuro, non ha senso esagerare nella durezza della punizione, perché l’escalation del conflitto non porta da nessuna parte.

 – E’ giusto seminare: con l’esempio (anche nella compostezza con cui si litiga e si tenta di imporre un minimo di autorità); con la parola; aprendo gli occhi al proprio figlio o figlia sulle sue cattive frequentazioni. Non si avrà subito ragione, ma si semina e si danno a un figlio gli strumenti per capire e rendersi conto – anche se non ce lo dirà mai – che il papà o la mamma avevano ragione su un certo punto o su un certo amico. Io ho dato ragione ai miei genitori, dentro di me, anni dopo le loro parole. Ricordiamoci quindi che noi prepariamo i nostri figli alla vita e che non possiamo sperare (non ha senso farlo, anche se sarebbe bello) di vedere i risultati in tempi ragionevoli. Il nostro obiettivo è che diventino adulti consapevoli, e possiamo essere certi che le nostre parole non saranno sprecate: un giorno torneranno loro utili.

 – E’ buona regola prevenire il conflitto, anziché doverlo curare quando è all’ennesima potenza. Per questo bisogna cogliere per tempo i segnali, e comunque accettare il fatto che la “rivolta” contro di noi è comunque un passaggio sano verso l’autonomia. Quello che va evitato è che un figlio o una figlia si compromettano con gli altri (o, peggio, violino la legge), col rischio di pagare prezzi altissimi per gli anni a venire.”

Storia familiare. Mamma Anna: “A te che adori Dragon Ball”

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Sei arrivato da lontano,

ci hai deliziati e sconquassati,

riempiti e prosciugati,

Sei unico

capace di farti amare

capace di amore e vendetta

alla ricerca di te

bisognoso di aiuto

voglioso di arrangiarti da solo

in subbuglio costante,

qualche volta in pace.

In quei pochi momenti

allento le tensioni

credo possibile il sogno.

Sulle rotaie, in volo.

Storia familiare. Guida del SENAME 3: “Rivelazione, il compito necessario”.

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I bisogni del bambino

(schema elaborato dalla dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta)

 –          CAPIRE più che SAPERE

 –          Avere accesso ad una “VERITA’ SOSTANZIALE” (Chistolini M.)

 –          Avere una chiave di lettura

 –          Trovare un senso a quanto accaduto

Realizzare il processo della Rivelazione, cioè raccontare al bambino/a la sua storia biologica, non è solamente trasmettergli l’informazione nella misura in cui è pronto per assimilarla, è anche aiutarlo a capire ed esprimere le emozioni che porta con se questo processo. Non dobbiamo auto ingannarci. Il parlare dell’adozione con i bambini, con le parole adeguate e nei momenti giusti non impedirà che sentano pena o rabbia verso la propria storia. La tristezza, la confusione, la rabbia e la ribellione, sono emozioni normali che dobbiamo accettare come cose naturali.

Non dobbiamo aver paura per il dolore di nostro figlio o figlia, perché è parte del loro processo di accettazione e crescita. Condividere i loro sentimenti non minaccia la nostra relazione con lui o lei, anzi, li rafforza. Aiutatelo a comprendere che quello che sta sentendo è normale e che voi capite le sue sofferenze. Frasi come “anche a me sarebbe piaciuto che le cose fossero andate diversamente”, gli fanno percepire che interpretate e capite quello che gli succede e che siete dalla sua parte.

Non prendete il suo dolore come un attacco personale. Nonostante quanto possa essere doloroso quando vostro figlio/a vi gridi “Tu non sei mio padre o mia madre” non è un’aggressione verso di voi, sta solamente cercando di metabolizzare le sue angosce ed i suoi timori. Non offendetevi, ha bisogno della vostra compagnia, e in quei difficili momenti riaffermiate, ancora una volta, che sarete i suoi genitori per sempre.

Dimostrategli il vostro affetto quando aprite temi relativi all’adozione.

Evita la parola abbandono

Molti bambini, bambine e giovani adottati, presentano un profondo sentimento d’abbandono, sentimento che molte volte si associa al perfezionismo, al timore, alla sconfitta, alla bassa autostima o a problemi nelle relazioni interpersonali.  Nel momento di fare la rivelazione, è molto importante tener presente il passato biologico del bambino, come e quando si racconta questa storia e le parole usate per narrarla. Per questo, spiegandogli la sua adozione, è necessario evitare la parola “abbandono” e cambiarla con una frase come “i tuoi genitori biologici non potevano curarti e per questo ti hanno lasciato nell’istituto dove noi ti abbiamo conosciuto”.

In questo modo assegniamo la responsabilità all’adulto, parlando dell’incapacità di curare un bambino, non incolperemo il bambino/a, poiché il “concetto” di essere abbandonato implica l’essere rifiutato, suggerendo l’idea che “in me ci deve essere qualcosa di cattivo, visto che la mia famiglia biologica mi ha rifiutato ed abbandonato”.

Questa sensazione di non sapere il perché dell’abbandono, accompagna il bambino/a anche nella sua vita adulta , ed in molti casi lo spinge a cercare la propria famiglia biologica per chiedere loro la vera ragione di averlo dato in adozione. Dobbiamo rafforzare l’idea dei valori positivi associati alla decisione del dare in adozione, dal momento che la madre biologica ha fatto una scelta per la vita ed ha preso una decisione responsabile e positiva nel lasciarlo nell’istituto per essere adottato.

Nell’adolescenza si produce la prima grande crisi nei bambini e bambine adottati, poiché per il livello di comprensione raggiunto, riescono ad associare l’adozione all’abbandono e vedono la loro storia in modo realistico e rigido. Dobbiamo essere preparati ad accettare il dolore che questo produce e che non possiamo evitargli, anche se possiamo comprendere la loro necessità di conoscere dettagli della loro storia e che il desiderio di conoscere i loro genitori biologici non mette in discussione la relazione che ha con voi. Potete accompagnarli ed appoggiarli perché escano rafforzati da questa esperienza

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Guida del SENAME 2: “I bambini che ricordano la loro vita passata”

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“Nell’adozione è fondamentale il processo di ricostruzione della storia familiare, anche pre-adottiva” – dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta

Una volta adottati, alcuni bambini e bambine, parlano della loro storia passata, dando dettagli della loro vita nell’istituto, degli amici e compagni, delle precettrici che li seguivano o dei pochi ricordi che conservano della loro famiglia biologica. A volte i loro racconti possono corrispondere a ricordi felici o divertenti, altre volte, possono commuovere per la loro crudezza, dando una dimensioni di ciò che il bambino/a possono aver sofferto nella loro vita passata.

Davanti al passato non possiamo far molto, salvo insegnargli ad imparare da queste sperienze, ricordandogli che quei momenti sono passati e che non torneranno mai più, perché ora ha una famiglia che è con lui per proteggerlo/a.  Che dobbiamo fare? Ascoltare il bambino/a con un atteggiamento aperto e senza pregiudizi.

Permettergli di raccontare quello che vuole e prestargli l’attenzione necessaria. Indirizzate le vostre domande per ottenere dettagli che vi aiutino a valutare il livello di danno che quella storia può avergli procurato. Cercare di non dimostrare emozioni negative come pena, angoscia, compassione o la sorpresa. Se fosse necessario richiedere aiuto professionale.

 (fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Guida del SENAME 1: “L’incontro”

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Riprendo un passaggio della dott.ssa Annamaria Marbiero di due post fa: “Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo.”

Mi sembra che risulti abbastanza chiara da distinzione tra incontro e preparazione all’adozione. Il primo è un’esperienza molto speciale e imprevedibile con un bambino che però si estingue ora e qui; la preparazione all’adozione è un tragitto che non finisce mai, che ha un inizio nel momento in cui la coppia decide di adottare (per il bambino, quando verrà fatto l’abbinamento) e che si evolverà finchè avremo vita. L’elemento discriminante è dunque ”il tempo”.

I prossimi post sono tratti da un opuscolo intitolato “Adottare in Cile, un lungo cammino per diventare famiglia” realizzato dagli operatori del SENAME (Servizio Nazionale dei Minori) di Santiago del Cile. Abbiamo estrapolato le sezioni che riguardano l’incontro, la ricostruzione della vita passata del bambino, il momento della rivelazione quando il bambino è piccolo. Si tratta di linee guida che possono, a nostro avviso, essere utilizzate anche in altre realtà dell’adozione internazionale.

“E’ naturale e auspicabile creare nella nostra immaginazione immagini di come sarà il momento in cui conosceremo chi può diventare quel figlio tanto atteso. Queste aspettative sul momento dell’abbinamento o dell’incontro con il bambino possono essere poco realiste. Può darsi che un giorno sarà ricordato come il più felice delle vostre vite o come un momento frustrante e deludente.

Mentre voi avete destinato molto tempo nel prepararvi per questo momento e sentite questo bimbo come il vostro, il bambino ha avuto una preparazione di alcuni mesi, il che non è sufficiente ad incorporare in lui il concetto di famiglia, pur identificandovi e chiamandovi papà e mamma. Visto che è un bambino grande (probabilmente maggiore di cinque anni) ha memoria e ricordi del suo passato biologico, così come ha coscienza del suo abbandono e dell’istituzionalizzazione. La sua visione di famiglia, è senza dubbio condizionata da queste influenze precedenti e la fiducia verso il mondo degli adulti può essere spezzata.

E’ fondamentale stabilire un poco alla volta una relazione basata sulla fiducia perché il bambino possa “adottarvi come genitori”. E’ importante non perdere di vista che, come ogni relazione, quella tra genitori e figli adottivi è una costruzione d’amore che si genera per mezzo della condivisione di esperienze e giorno per giorno.

Durante l’incontro, allora, possiamo trovarci con un bambino che reagisce molto affettuosamente e che vuole solo andare a casa a vivere con voi, ma possiamo anche trovarci con un bambino che vi respinge apertamente, che piange o che ha espressioni di molta angoscia nel momento . Come reagisca il bambino alla vostra presenza non è un segnale di come sarà la relazione che avrà con voi nel tempo. Se vostro figlio reagisce in una maniera che non vi aspettavate, non lo prendete come un rifiuto verso di voi. Lui o lei deve imparare ad aver fiducia in voi per donarvi il suo affetto.

In base a ciò, è bene tener presente che non possiamo esigere dal bambino dimostrazioni di affetto o vicinanza fisica. Dobbiamo rispettare la distanza che lui imponga e costruire le strategie necessarie perché interagisca con noi, rispettando i suoi tempi”.  

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Col senno di poi…

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 “…è necessario passare da una logica ‘sostitutiva’ dell’adozione, nella quale i genitori adottivi sostituiscono ed ‘estinguono’ i genitori biologici, ad una visione ‘sommativa’, dove i genitori adottivi si ‘aggiungono’ alla storia del bambino, in una prospettiva di continuità nella discontinuità” – Marco Chistolini, psicologo e psicoterapeuta familiare

Storia familiare: “La preparazione del bambino nel paese di origine

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di AnnaMaria Barbiero – psicologa e psicoterapeuta

 (…) È possibile preparare un bambino all’adozione? Spesso si confonde tra la preparazione del bambino all’adozione e l’accompagnamento all’incontro. (…) Preparare un bambino all’adozione richiede che il bambino possa collocarsi in una dimensione temporale di passato, presente e futuro. Questa possibilità è collegata all’età del bambino e alle sue esperienze quotidiane.

Un bambino precocemente istituzionalizzato che ha pochi contatti con la realtà esterna farà fatica a comprendere il concetto di altrove e di cambiamento. Nella sua esperienza la successione degli eventi è circolare, la routine si ripete ogni giorno uguale, regolare con pochi segnali dello snodamento del tempo e dello spazio, prepararlo all’adozione, al cambio delle relazione diventa quindi difficile. Il vuoto e l’assenza caratterizzano l’esperienza del bambino che potrà riproporre con gli adulti con cui verrà in contatto una relazione basata sul non attaccamento e sulla distanza. 

Un bambino che invece vive in una situazione di casa famiglia a cui è arrivato a seguito di maltrattamenti e incurie nel nucleo familiare ha esperienze di traumi e fratture, di fili che si rompono, oltre che di legami e di relazioni significative. Il passaggio a nuove relazioni può essere immaginabile ma potrà suscitare ambivalenze e paura man mano che il bambino si avvicina con alternanze di comportamenti e di reazioni repentini nel corso della stessa giornata.

Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo. (…)

Il bambino che nel Paese d’origine ha vissuto relazioni significative o ha potuto  rielaborare una parte delle sue storie passate è un bambino che si relaziona con i futuri genitori con una possibilità di fidarsi maggiore rispetto al bambino a cui è stato dato il messaggio: «verrai adottato se ti comporterai bene».

(…) Concludendo è importante differenziare tra preparazione all’incontro e preparazione all’adozione, tenere conto dell’età dei bambini ricordando che più il bambino è piccolo più è difficile e potenzialmente traumatico il momento della conoscenza con gli estranei e del distacco dalla propria quotidianità. È importante differenziare tra informazione data al bambino e possibilità di comprensione. Pertanto è difficile parlare di preparazione all’adozione per bambini al di sotto dei 7-8 anni, ed è importante ricordare che come avviene per i neonati sono i genitori a dover essere preparati ad accoglierli, utilizzando le capacità di significazione, speranza, pensiero e calore.

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare: “La preparazione della coppia al paese di origine del bambino”

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di AnnaMaria Barbiero – psicologa psicoterapeuta 

Abbiamo trovato due interventi della stessa psicologa per quanto riguarda la formazione dei genitori alla cultura del paese di provenienza del bambino e un secondo intervento sulla preparazione del bambino prima di arrivare in Italia. Entrambi si collocano all’interno della ricerca fatta dall’Istituto degli Innocenti per la CAI  su “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010 scaricabile da internet: vedi www.commissioneadozioni.it/media/66911/qualitàattesa%20tutto.pdf

 (…) Le famiglie in attesa vanno accompagnate alla comprensione, intesa come prendere-insieme, alla conoscenza della cultura del Paese, per poter riconoscere dignità e significato a tradizioni altre, “straniere”, ad altri modi di intendere l’infanzia non per condividerli, ma per farsene carico in modo che il bambino che si incontra possa essere ri-conosciuto con la sua storia e le sue esperienze precedenti. 

(…) Prepararsi all’incontro significa prepararsi al viaggio, imparare a camminare e collegare prassi e culture presenti nel Paese in cui si adotta per dare significati che rendano possibile la genitorialità adottiva al di là di ideologie e facili critiche. Tra gli aspetti culturali più difficili da comprendere ce ne sono alcuni, quali le modalità di abbinamento, le cartelle sanitarie, i viaggi e la permanenza all’estero, per cui la coppia va supportata in fase di orientamento rispetto al Paese e di supporto specifico nel tempo dell’attesa.

La coppia va supportata nella scelta del Paese più significativo e affrontabile, ma va anche aiutata a comprendere e a metabolizzare alcuni aspetti difficili dell’iter perché la genitorialità è possibile solo all’interno di significati generativi e non distruttivi o vissuti “illegali”. Per una coppia che adotta nei Paesi dell’Est comprendere il senso delle cartelle sanitarie, imparare a proteggersi e a proteggere il bambino, capire come vengono fatti gli abbinamenti, e perché vengono fatti in un certo modo, significa non solo essere aiutati ad affrontare il primo e il secondo viaggio ma soprattutto essere supportati nelle proprie capacità e risorse genitoriali.

Prepararsi e allenarsi all’accoglienza comporta anche cercare di immaginare le storie per individuare risorse personali e di coppia che permettano l’integrazione delle storie del bambino con le storie familiari. Significa anche e soprattutto approfondire la conoscenza culturale e antropologica del Paese di origine del bambino per diventare famiglia interculturale promotrice di educazione ed esempio di integrazione di origini diverse.

L’adozione internazionale è un’occasione personale, familiare e sociale di ampliamento dei proprio confini all’interno dei propri necessari limiti. Rispetto alle esperienze precedenti all’adozione è significativa la storia dei bambini in particolare le modalità di accudimento dell’infanzia, l’idea di famiglia e di protezione, la percezione del corpo e delle relazioni, la lingua e le usanze. Una riflessione su come il corpo dei bambini viene maneggiato, nutrito, vestito a volte maltrattato è necessaria per le capacità riparative della coppia.

Rispetto all’idea di famiglia e di protezione è fondamentale poi ricordare come le famiglie adottive necessitino di poter immaginare che il bambino abbia vissuto e sia stato amato da altre persone e come nei nuclei d’origine il bambino possa aver fatto esperienza di famiglia, di confini generazionali, di spazi, vicinanze e ruoli diversi da quelli che vivrà nel nucleo di arrivo.

Il tempo dell’attesa viene vissuto dalle coppie come tempo vuoto, da superare il prima possibile, mentre le coppie andrebbero supportate per viverlo come cammino per conoscersi e conoscere il Paese di origine del bambino, per riuscire a entrare in confidenza con esso. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale”- 2010)

Storia familiare. L’esperto: “Riempire il tempo dell’attesa”

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di Mariangela Corrias – psicologa

Dalla riflessione della dott.ssa Corrias abbiamo tratto solo le parti che ci sembravano più vicine al nostro tema della costruzione della storia di famiglia.

 

(…) Durante la gravidanza si verifica un cambiamento ormonale e psicologico che permette alla donna di “ripiegarsi” su di sé, vengono riportate alla coscienza fantasie onnipotenti infantili e le relazioni con la propria famiglia di origine: tutto ciò permette la crescita ed elaborazione del bambino immaginario, quell’immagine di figlio che ogni donna porta con sé. Questo aspetto va vissuto in un certo senso anche con l’attesa, anche se non è una spinta inevitabile, biologica, ma riflettuta e voluta. La spinta biologica che porta la donna a ripiegarsi su di sé manca completamente durante l’attesa di un bambino adottivo. (…) la coppia è chiamata a recuperare un vuoto attraverso un “supplemento di cultura”.

(…) E’ importante il dialogo all’interno della coppia, condividere fantasie e timori, la comunicazione di dubbi e verifica delle proprie risorse. Pensare il bambino che verrà permette di iniziare a entrare in sintonia con lui e aiuterà i genitori, un domani, a decodificare meglio le emozioni e i desideri del figlio. 

(…) E’ anche il momento di lavorare su se stessi, per avvicinarsi alle proprie debolezze e guardarle in faccia, per smussare gli spigoli, capire cosa fa paura, cosa si desidera, cosa non si sopporta proprio, cosa irrita. E’ necessario farsi delle domande: che fare, se lui o lei reagirà in un certo modo? Se non avrà voglia di studiare o se risponderà troppo sgarbatamente? Sono disposto ad accettarlo per quello che lui è o penso che riuscirò trasformarlo a mio piacimento? E’ bene fermarsi a riflettere su questo. L’adozione è l’incontro di più persone, due genitori e un bambino, che s’incontrano portandosi dietro alle spalle un’esperienza che le ha trasformate e, in ogni caso, formate. Compito dei genitori sarà di riparare le sue ferite, dare senso a ciò che è avvenuto, e ricostruire la sua vita, ma non potremo modificare la struttura del suo carattere.

(…) Cercare il più possibile di conoscere il contesto sociale  e culturale del paese dai quali i bambini provengono. Dalla formazione della famiglia alle situazioni che portano all’abbandono, simili ma differenti per ciascun paese, dalla situazione scolastica alla realtà degli istituti che accolgono i bambini, ma anche la differenza dei generi, i ruoli genitoriali che i bambini hanno introiettato, la famiglia estesa, la relazione tra coetanei, tutto quello che permette di conoscere le problematiche dei bambini che arrivano tramite l’adozione internazionale.

(…) sviluppare la capacità di tollerare ansia e sofferenza è estremamente importante. E’ solo così che si potrà accogliere il dolore e la sofferenza del figlio. Questa potrà assumere aspetti , talvolta difficili da riconoscere e tollerare: quello della rabbia, dell’ostilità, del silenzio. Sarà possibile così contenere dentro di sé questa sofferenza e restituire a lui la fiducia in se stesso e nella vostra relazione e speranza della vita e del futuro, che insieme vi attende.

(fonte: italiaadozioni.it – 16/06/2012)

Storia familiare. Col senno di poi…

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“…la diversità del bambino adottivo è un fatto oggettivo, che non può e non deve essere nascosto o camuffato. Egli deve essere, piuttosto, aiutato a comprendere che il suo percorso di vita è stato  sostanzialmente diverso da quello degli altri bimbi…” – Marco Chistolini, psicologo e psicoterapeuta familiare