Archivi categoria: solitudine papà

Solitudine papà. Il punto

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http://ilpostadozione.org/2012/08/24/famiglie-imperfette-essere-padre-per-chi-non-ha-padre/

http://ilpostadozione.org/2012/08/26/famiglie-imperfette-essere-padre-2-per-poter-dare-bisogna-essere/

http://ilpostadozione.org/2012/08/26/famiglie-imperfette-essere-padre-3-padre-non-si-nasce-ma-si-diventa/

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Tra qualche giorno iniziamo una nuova sezione sulla Colombia.

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Solitudine papà: “Decalogo per i papà”

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Di padri parlano psicologi, sociologi….quello che ci ha colpito è che anche molti sacerdoti si interessano della materia. Sebbene non siano padri, sono stati figli. Un osservatore staccato, a volte, può servire. Quello che segue è appunto un decalogo scritto da don Bruno Ferrero, sacerdote e scrittore. A noi pare di buon senso.

1- Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull’amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare. Non si può fare i genitori “per dovere”. E l’educazione è sempre un “gioco di squadra”. Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un’intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in “cambio”, il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po’ di spazio per sé.

2- Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa “voi siete il primo interesse della mia vita”. Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l’assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l’aggressività. Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E’ anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.

3 – Un padre è un modello, che lo voglia o no. Oggi la figura del padre ha un enorme importanza come appoggio e guida del figlio. In primo luogo come esempio di comportamenti, come stimolo a scegliere determinate condotte in accordo con i principi di correttezza e civiltà. In breve, come modello di onestà, di lealtà e di benevolenza. Anche se non lo dimostrano, anche se persino lo negano, i ragazzi badano molto di più a ciò che il padre fa, alle ragioni per cui lo fa. La dimostrazione di ciò che chiamiamo “coscienza” ha un notevole peso quando venga fornita dalla figura paterna.

4 – Un padre dà sicurezza. Il papà è il custode. Tutti in famiglia si aspettano protezione dal papà. Un papà protegge anche imponendo delle regole e dei limiti di spazio e di tempo, dicendo ogni tanto “no”, che è il modo migliore per comunicare: “ho cura di te”.

5 – Un padre incoraggia e dà forza. Il papà dimostra il suo amore con la stima, il rispetto, l’ascolto, l’accettazione. Ha la vera tenerezza di chi dice: “Qualunque cosa capiti, sono qui per te!”. Di qui nasce nei figli quell’atteggiamento vitale che è la fiducia in se stessi. Un papà è sempre pronto ad aiutare i figli, a compensare i punti deboli.

6 – Un padre ricorda e racconta. Paternità è essere l’isola accogliente per i “naufraghi della giornata”. E’ fare di qualche momento particolare, la cena per esempio, un punto d’incontro per la famiglia, dove si possa conversare in un clima sereno. Un buon papà sa creare la magia dei ricordi, attraverso i piccoli rituali dell’affetto. Nel passato il padre era il portatore dei “valori”, e per trasmettere i valori ai figli bastava imporli. Ora bisogna dimostrarli. E la vita moderna ci impedisce di farlo. Come si fa a dimostrare qualcosa ai figli, quando non si ha neppure il tempo di parlare con loro, di stare insieme tranquillamente, di scambiare idee, progetti, opinioni, di palesare speranze, gioie o delusioni?

7 – Un padre insegna a risolvere i problemi. Un papà è il miglior passaporto per il mondo ” di fuori”. Il punto sul quale influisce fortemente il padre è la capacità di dominio della realtà, l’attitudine ad affrontare e controllare il mondo in cui si vive. Elemento anche questo che contribuisce non poco alla strutturazione della personalità del figlio. Il papà è la persona che fornisce ai figli la mappa della vita.

8 – Un padre perdona. Il perdono del papà è la qualità più grande, più attesa, più sentita da un figlio. Un giovane rinchiuso in un carcere minorile confida: “Mio padre con me è sempre stato freddo di amore e di comprensione. Quand’ero piccolo mi voleva un gran bene; ci fu un giorno che commisi uno sbaglio; da allora non ebbe più il coraggio di avvicinarmi e di baciarmi come faceva prima. L’amore che nutriva per me scomparve: ero sui tredici anni… Mi ha tolto l’affetto proprio quando ne avevo estremamente bisogno. Non avevo uno a cui confidare le mie pene. La colpa è anche sua se sono finito così in basso. Se fossi stato al suo posto, mi sarei comportato diversamente. Non avrei abbandonato mio figlio nel momento più delicato della sua vita. Lo avrei incoraggiato a ritornare sulla retta via con la comprensione di un vero padre. A me è mancato tutto questo”.

9 – Il padre è sempre il padre. Anche se vive lontano. Ogni figlio ha il diritto di avere il suo papà. Essere trascurati o abbandonati dal proprio padre è una ferita che non si rimargina mai.

10 – Un padre è immagine di Dio. Essere padre è una vocazione, non solo una scelta personale. Tutte le ricerche psicologiche dicono che i bambini si fanno l’immagine di Dio sul modello del loro papà. La preghiera che Gesù ci ha insegnato è il Padre Nostro. Una mamma che prega con i propri figli è una cosa bella, ma quasi normale. Un papà che prega con i propri figli lascerà in loro un’impronta indelebile.

Solitudine dei papà: “C’è chi dice che papà non è mamma”

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  • A seguito della recente sentenza del TdM di Roma sull’adozione di una bambina alla partner di una mamma lesbica. proponiamo questa riflessione sul diverso ruolo di padre e madre.

di Roberto Colombo, professore dell’università Cattolica del Sacro Cuore, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Ciò che sorprende maggiormente nell’inconcluso dibattito pubblico sull’adozione da parte di coppie omosessuali – riacceso in questi giorni dalla sentenza del Tribunale dei minorenni di Roma – è la latitanza di una riflessione che (re)introduca a pensare la paternità e la maternità non soltanto come ruolo familiare o sociale e come funzione biologica o psicologica, bensì anche e anzitutto come elemento di una struttura antropologica duale e come paradigma dell’umano che permette una (ri)comprensione delle dinamiche plurali del vivere personale, familiare e sociale. Ad essere in gioco nella questione della bambina di cinque anni che fissa contemporaneamente lo sguardo su due “mamme” non è primariamente un interrogativo etico o un problema giuridico, e neppure uno statuto della famiglia e un concetto di adozione.

C’è qualcosa che viene prima e sta a fondamento del resto. Lo esprimo con un interrogativo: è ancora possibile pensare il padre e la madre?

A ben vedere, in questo caso ad essere assente non è solo il padre, ma la stessa madre, perché nessuna delle due “madri” è in realtà madre. Si può essere madre solo in relazione ad un padre e si può essere padre solo in relazione ad una madre. Relazione ontologica, fondativa dell’esistenza – non meramente biologica, psicologica, affettiva – e accolta dalla libertà dell’uomo e della donna, che riconosce in questo accadimento relazionale il dispiegarsi dell’orizzonte della vita, come vocazione e come destino. Relazione data una volta per tutte (si è madri e padri per sempre se lo si è stati veramente una volta), che né la separazione fisica, né l’odio, il rancore o il disprezzo per l’altro(a), e neppure la stessa morte possono cancellare. Qui no: il riferimento alla “madre” è puramente autoreferenziale perché esclude di principio e di fatto il riconoscimento del padre come elemento coessenziale della dualità antropologica che rende possibile la figura genitoriale.

Anche nel bizzarro surrogato semantico di un discorso che diventa antropologicamente “neutro” pur di essere “politicamente corretto” – quello del “genitore A” e del “genitore B” in luogo di padre e madre – vi è la necessità di identificare con due diverse lettere dell’alfabeto ciò che, altrimenti, non sarebbe identificabile come genitore proprio per l’assenza di un referente che sia altro da sé, ma non senza riferimento a sé.

Per l’essere umano non si dà identità se non nella differenza e differenza se non nell’unità. Del resto, tutta l’esperienza – e la testimonianza che ne trasuda – dell’essere generato e del generare, dell’essere accolto e dell’accogliere, e, ancor prima, dell’essere amato e dell’amare, diventa intelligibile solo dentro alla dinamica della relazione all’altro da sé e della differenza nell’identità di sé che la presuppone.

Con il lessico più familiare, un bambino può chiamare qualcuno “papà” solo perché dice o ha detto “mamma” a una donna che lo ha generato o accolto attraverso una relazione con lui, e può riconoscersi nel rapporto con una mamma solo perché essa non è semplicemente una donna, ma quella donna che lo ha generato o accolto insieme all’uomo che chiama “papà”.

Non si costruisce una figura genitoriale dal nulla, da un’affermazione astratta che proietta sulla realtà un desiderio o una pretesa, e neppure da una sentenza che cristallizza nel diritto quello che è ancora fluido nella cultura e nella prassi. L’origine di ogni identità sorge da una differenza e non si afferma nella negazione di essa attraverso un’emancipazione dalla relazione costitutiva che la pone in essere.  A dispetto delle apparenze, la consistenza dell’identità non è subordinata alla negazione, alla propria negazione o a quella dell’altro. Ogni genitore (naturale o adottivo) può dire paternamente “tu” a suo figlio solo perché dice “tu” alla donna che si rivolge maternamente con lo stesso “tu” al figlio, e viceversa. I due “tu” restano asimmetrici, senza confondersi né annullarsi a vicenda. La relazione materna e paterna manifesta un’esperienza dell’asimmetria costitutiva del vivere personale e sociale, e il padre si presenta come simbolo di alterità rispetto alla madre. Nella dinamica familiare, la figura del padre acquista una valenza metaforica assolutamente originale e insostituibile rispetto a quella della madre. Il padre, nella metafora della differenza originale e originante, diviene catalizzatore della relazionalità dell’esistenza, testimone di una gratuità dell’esistere che è al tempo stesso grazia e grazie: il padre non è gestazionalmente né nutrizionalmente necessario al figlio, meno dipendente da lui che dalla madre. Ma non per questo meno grato al padre per il suo esserci, condizione di possibilità dell’esistere della madre in quanto madre.

Il tentativo di dare stabilità educativa, sicurezza e prospettive di benessere e “felicità” ad un bambino che non può crescere insieme alla donna e all’uomo che lo hanno generato non si realizza attraverso la cancellazione della drammaticità insita nella differenza antropologica uomo-donna cui fanno riferimento la figura paterna e materna. Al contrario, solo assumendo fino in fondo questa intrinseca e irriducibile drammaticità è possibile accogliere il bisogno del bambino di crescere come figlio (si è sempre figli, anche quando si nasce o si diventa orfani, ma è bene vivere da figli).

Una società senza madre non è sinora possibile: potrebbe diventarlo con la gestazione ectobiotica, un azzardo biologico oltre che una mostruosità etica. Una società senza padre è tecnicamente realizzabile (il donatore anonimo del seme è puro strumento di riproduzione) ma antropologicamente inconcepibile, perché viene meno la condizione di possibilità del sorgere della consapevolezza del figlio come figlio e dell’uomo come fratello di altri uomini.

(fonte: ilsussidiario.net – 09/2014)

Solitudine papà. Zac, 15 anni: “Due papà”

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Non è questa la sede per discutere di adozione agli omossessuali si o no. La lettera che presentiamo è il punto di vista di un ragazzino di 15 anni che vive negli Stati Uniti e quindi in un clima culturale diverso dal nostro. Ci ha colpito la iniziale confusione di Zac e la successiva accettazione di avere due padri. Ma più che altro ci sembra interessante veder come si è evoluto il rapporto nel tempo. E’ entrato in famiglia a 8 anni, una famiglia composta oltre che dai due papà anche dai fratelli Derreck e Nick. Ricordiamo che alla Conferenza di Bilbao (Spagna), tenutasi nel luglio 2013, molte tavole rotonde erano incentrate sull’adozione nella famiglia omosessuale.

“Alla mia famiglia,

Questa è la prima lettera di Natale che abbia mai scritto. Da quando ho iniziato a crescere un po’, ho sempre avuto il desiderio di scrivere una lettera alla mia famiglia o, semplicemente, parlare di come è andato l’anno fino a Natale nella mia famiglia.

Da quando sono arrivato in questa famiglia mi hanno sempre detto che sono fortunato. Ho sempre saputo di esserlo, soprattutto sapendo di avere due padri come Dad e Dadio che mi amano così tanto. La mia famiglia è molto importante per me. Anche quando litighiamo o discutiamo, so che loro mi ameranno per sempre. Sì, sono fortunato ad avere questa famiglia, dopo aver passato così tanti anni in affidamento, senza mai sapere se avrei mai avuto un giorno una famiglia.

Sono cresciuto senza padre. Mia madre naturale ha sempre avuto tanti ragazzi, faceva uso di droga e andava sempre a delle feste. Io e mia sorella siamo stati allontanati da lei a 8 anni. Non è stato bello avere la polizia in camera mia quel giorno. Mi rese triste e questa tristezza che porto da troppi anni mi ha causato molti problemi. Alla fine mi hanno dato in affidamento in un’ottima famiglia, dopo esser passato tra 12 case in 3 anni. E fu proprio quando arrivai in questa casa che l’assistente sociale e la mia nuova madre in affidamento mi dissero che c’era una famiglia che mi voleva. C’era un problema: erano due papà!

Onestamente, non mi importava. Gli dissi: ”Beh, non ho mai avuto un papà, adesso ne avrò due !

All’inizio è stata veramente difficile e gli diedi filo da torcere fino allo stremo delle forze. Mi comportai davvero male con entrambi. Rubai le loro carte di credito e spesi migliaia di euro online. Quando siamo andati in vacanza all’estero per la prima volta, ho rubato della roba da un negozio di souvenir: loro due mi scoprirono e mi fecero tornare indietro al negozio per restituire ciò che avevo rubato e mi fecero pagare ciò che dovevo alla proprietaria del negozio per furto di proprietà. Non riuscivo a capire e pensavo fossero cattivi.

Quando rubai la loro American Express e consumai il plafond in acquisti online avevo 12 anni. Erano davvero arrabbiati, ma Dad si accertò di farmi rendere conto della gravità di ciò che stavo facendo. Mi portò alla polizia locale e dichiararono all’ufficiale di polizia che avevo rubato di nuovo. Mi fecero l’interrogatorio e parlai con tre ufficiali di polizia. Per tutto il tempo in cui stavo lì volevo solo che mio padre arrivasse mi portasse via. Volevo riportare indietro il tempo, a prima di aver commesso il furto, in modo da non esser lì dove mi trovavo e in modo tale da non aver fatto del male a miei genitori. Imparai la mia lezione e non rubai mai più.

Ma Dad e Dadio non adottarono solo me, ma anche mio fratello Derrick. Cosa potrei dire riguardo Derrick? E’ un bravo ragazzo, divertente, un fantastico ragazzo gay, è uno di quei ragazzi fighetti, è il mio fratellone ! Dopo adottarono anche Nick. Lui riesce a farmi innervosire a volte, ma alla fine anche lui è un bravo ragazzo. Impara in fretta se si parla di matematica o moltiplicare numeri. E detto ciò parlerò della routine della mia famiglia.

Dad e Dadio. Sono i miei genitori e ci sono sempre quando ho bisogno di loro.
Nei miei periodi bui loro sono la luce, quando mi sento ansioso e ho paura loro sono il calore,
quando ho fame loro preparano il mio pasto.

Non ho dedicato molto tempo a scrivere questa lettera, ma dentro ci trovate i miei genitori. Le persone che riescono a darmi la luce. Le persone che riscaldano il mio cuore, quando si fa buio. Le persone che mi preparano da mangiare. Se potessi chiedere solo una cosa per Natale, chiederei solo la mia famiglia.

Zac ”

(fonte: huffingtonpost – 01/2012)

Solitudine papà: “Manuel Antonio Bragonzi scrive ad ilpostadozione”

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Abbiamo raggiunto Manuel Antonio Bragonzi, protagonista del libro “Il Bambino invisibile” (vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/). Facendo seguito al post precedente, dove abbiamo estratto una parte dal suo libro che parla di paternità e modelli maschili, ci ha risposto come segue:

“Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.”

È questo il senso vero del messaggio che volevo esprimere in questo pezzo. Quando guardo i miei bambini penso proprio a questo, potrei fare loro qualsiasi male, picchiarli, percuoterli, urlare, ma loro mi ameranno sempre, come io amavo mio nonno che ammazzò mia madre e mi frustava tutti i giorni. Come posso quindi io tradire la loro fiducia, come posso io quindi approfittare del loro bene? Come posso fregarmene del loro amore incondizionato? Sarei disumano a farlo, non umano, perciò malato. Non penso al male che ho ricevuto io per non fare loro la stessa cosa, ma penso a quanto volevo bene a mio nonno nonostante tutto.
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Purtroppo non ho mai conosciuto mio padre e non ho mai sentito la sua mancanza. Per i miei figli vorrei essere presente, ma non come il padre possessivo che pensa di amare il figlio proteggendolo da ogni esperienza negativa ma accompagnandolo, dando a lui gli strumenti per superare gli ostacoli che incontrerà sulla SUA strada cercando di essere un maestro, poco invadente ma presente. Un amorevole distacco.

Solitudine papà: “Il modello paterno nei figli adottivi

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La paternità di un uomo adottato, come la maternità, può rappresentare un momento di riflessione sul passato e mettere insieme i punti della propria vita per costruire un futuro più forte e stabile.

Crediamo che non sia un caso se i figli maschi, nella ricerca dei propri genitori biologici, trascurano meno la figura paterna. Attraverso l’attesa e la nascita del figlio si può cercare di ripercorrere ciò che può aver provato/pensato il papà sconosciuto. Ci auguriamo che non ci sia molto in comune con certi uomini. Ci riferiamo a quelli che ingravidano una donna e la lasciano subito dopo per non prendersi responsabilità. Purtroppo, ciò succede in molto paesi da cui provengono i nostri figli dove spesso imperversa una cultura machista, vuoi per ignoranza, vuoi per comodità. 

Sarebbe auspicabile che, pensando alla figura paterna non avuta, il figlio padre cercasse di mostrarsi migliore. Ricorrente è il desiderio dei giovani padri di voler trascorrere più tempo con i bambini per poter condividere le esperienze che non hanno avuto da piccoli, specie se istituzionalizzati o adottati grandi. (Vedi Convegno ICYC 2014).

Più tenero è invece pensare che attraverso il viso del proprio bambino si possa leggere una storia più ampia, dove famiglia di nascita e famiglia adottiva si ritrovano insieme nei tratti somatici e nell’educazione di una nuova vita tutta da costruire. 

Di seguito un estratto che parla di figure maschili e paternità assente, quella che tanti dei nostri figli, purtroppo, hanno subito.

 (…) Ero un bambino, e come tutti i bambini avevo bisogno di essere curato, nutrito, educato e …amato. Amato. Che parola magica.

Mio nonno mi amava? Dopo tutte le frustrate e l’odio che ogni giorno aveva riversato su di me, mi chiedevo se egli potesse volermi bene, come un genitore. In quell’istante avevo già smesso di odiarlo; anzi, mi sentivo ancora attratto da lui, perché non c’è sentimento più forte di quello che lega un bimbo a chi gli ha dato la vita, alla sua famiglia. Il figlio di un alcolizzato non rinnega mai suo padre, nemmeno se costui rende la sua vita un inferno tempestato di insulti, botte e angherie. Talvolta scappa o viene messo in orfanatrofio, ma torna sempre da lui, fedele e con lo sguardo sovente adorante, mosso da un impulso irrazionale oppure insopprimibile. Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.

Solo raggiunta la pubertà quella necessità svanisce e l’uomo riesce a staccarsi, dimenticandosi, per una strana legge del contrappasso, di essere stato bambino. E quando diventa a propria volta padre, i sentimenti vissuti nell’infanzia riaffiorano inconsapevolmente ed egli educherà i suoi figli come lui è stato educato. Se è stato amato, amerà. Se è stato picchiato, picchierà, scordandosi delle sofferenze subite e pretendendo, anzi, di essere stato felice da piccolo. A meno che il suo cuore non batta così forte da liberarlo dal rancore riaprendolo allo stupore della vita. (…)

(fonte: estratto da “Il bambino invisibile” di Marcello Foa)

Solitudine papà. L’esperta: “Un nuovo ruolo di uomo”

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I fatti di cronaca ci lasciano sgomenti e ci dicono che questi uomini sono sempre più in crisi alla ricerca di un nuovo ruolo che non sempre riescono a focalizzare e raggiungere.

L’ITALIA SUL LETTINO / Padri contro figli: la violenza definitiva

L’amore per l’amore è la condanna del nostro secolo: l’analisi della psicologa Vera Slepoj

PADOVA. L’amore non è ciò che prendi, non è ciò che dai, è ciò che sei, la capacità di trasferire te stesso al mondo esterno. L’amore per l’amore è la condanna del nostro secolo, l’illusione di vivere sospesi nell’emozione perenne, nei sentimenti dilatati, nell’esaltazione emotiva che priva l’individuo della capacità di elaborare una sana consapevolezza e la corretta responsabilità delle conseguenze delle azioni. È l’agonia della sottrazione dell’amore dalla sua vera origine – l’elaborazione libidica – a far sì che nell’incontro con la altro ci si trasformi, si migliori, si mantenga un equilibrio.

Oggi l’amore è carico di una sorta di mancata redenzione, confusa dalla difficoltà di gestione delle pulsioni. La perdita del significato dell’amore riguarda soprattutto il mancato rispetto dell’altro, la sopraffazione verso il più debole e indifeso. Ciò che sta accadendo è l’evidenziazione di un maschile che perde di dignità e di coraggio, caratteristiche che da sempre il maschile ha avocato a sé: maschi che abbandonano le proprie donne perché invecchiano, maschi che uccidono le donne perché decidono o pensano. Maschi che uccidono i propri figli perché in preda a un incontrollabile delirio che è il risultato di quella forma di infantilismo che fa precipitare la mente di fronte alle difficoltà e più in particolare di fronte a una separazione o a un rifiuto.

La paternità oggi passa dall’azione maschile alla scissione sociale dove i padri perdono il senno perché incapaci di gestire un destino non programmato. Si sopprimono e si uccidono i propri figli come condanna: una punizione, un giudizio determinato da una sorta di onnipotenza verso ciò che si è trasformato a prescindere dalla propria volontà. È un maschile punitivo quello che riguarda gli omicidi efferati di questi giorni, padri immaturi e incapaci di gestire l’ansia del cambiamento o la fatica della genitorialità.

I padri venivano visti dai figli, dalle mogli, dalle madri come capaci di difendere la prole, difendere il legame, difendere in sintesi il futuro della propria progenie. Oggi si stanno trasformando in figure mitologiche imperfette perché prive persino di un significato simbolico. La solitudine emotiva trasforma anche l’amore più puro, quello di un genitore che va verso il baratro del narcisismo che toglie in questo modo persino il fiato al destino dell’umanità. È la violenza definitiva e senza speranza, tragica e inutile alla base di tutti questi ultimi delitti, dalle donne ai bambini, padri superegoici privati del filo conduttore del significato etico e morale dell’esistenza. È il nostro Iraq e sembra che nessuno voglia saperlo.

(fonte: Il mattino – 24 agosto 2014)

Solitudine papà. L’esperto: “Essere genitore in una società articolata“

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Quando si parla di genitorialità non sono importanti i legami biologici. Nella genitorialità, un adulto con la sua storia si pone davanti ad un bambino e fa delle proposte adatte a quel bambino, cerca di farne un uomo o una donna. Un genitore si può considerare efficace quando è sufficientemente sano e forte, quando già prima di diventare genitore era in grado di guardare dentro di sé e impostare rapporti chiari con gli altri.

di Gabriella Cappellaro – psicologa

(…) che cosa significa diventare genitori in una società, quella attuale, in cui il concetto di famiglia è tanto articolato? E infatti riconosciamo, oltre la famiglia d’origine, quella adottiva, quella affidataria, quella ricomposta, e anche quella costituita dalla famiglia allargata, tutte come famiglie proponibili, a determinate condizioni, all’allevamento e all’educazione dei bambini. Anche da qui dunque un richiamo al tema della genitorialità. Un primo pensiero allora: per la genitorialità può non essere sufficiente il legame di sangue e contemporaneamente si può raggiungere una genitorialità piena senza alcun legame biologico.

Il legame di sangue può essere la premessa di un vincolo di genitorialità, una premessa straordinariamente efficace, in quanto biologicamente fondata, ma solo comunque una premessa, perché il vincolo di genitorialità, quale patto di alleanza adulto/bambino, va mantenuto e dimostrato nel tempo della crescita del figlio attraverso continui comportamenti di genitorialità, che la sola biologia non è in grado di promuovere. (…) E così come si sottolineano le esigenze di crescita del bambino, parallelamente si deve riflettere sulla capacità della genitorialità ad allargare la propria competenza. Via via che il figlio cresce, ecco che il vincolo di sangue perde comunque quel significato assoluto che molti vorrebbero ancora attribuirgli e comunque non basta più dire ad un figlio “sono tuo padre, siamo dello stesso sangue!” per essere credibili, bisogna dimostrarlo.

Non tutti i genitori sono all’altezza del compito: “Al compito genitoriale è necessaria la maturità psicologica, l’adultità.” (…)

In che cosa consiste la funzione genitoriale? Funzione genitoriale è il diritto di attuare proposte educative con uno specifico individuo-bambino. L’adulto in grado di esprimere una funzione genitoriale compiuta è l’adulto che ha raggiunto l’adultità, ha raggiunto una propria competenza autobiografica, ed è perciò capace di prendere in mano la propria personale esperienza di infanzia, il proprio essere stato bambino, con le rabbie, i dolori, le umiliazioni patite, le attese deluse, per essere sereno, riconciliato, se del caso, con il proprio passato e non correre il rischio di farlo rivivere sul bambino di cui si occupa.

Chi è il genitore educatore? Perché e come si è educatori? Se educare nel suo significato di “trarre fuori”, va inteso sia come “venir fuori” che “menar fuori” partendo da quello che ciascuno è per sé, bisogna convenire che l’atto educativo è scambio, rapporto, in cui entrambi gli attori sono contemporaneamente, anche se a livelli diversi, protagonisti del ruolo di educatore ed educando. L’adulto educa se, prima ancora di sentirne l’attitudine, di conoscerne le strategie, è una persona dinamica, in crescita, in grado di guardare dentro se stessa e di impostare rapporti chiari con gli altri. L’educazione si riconosce come dialogo che impegna reciprocamente, che vive e si alimenta nella reciprocità delle relazioni, dove il dare e l’avere non sono da una parte o dall’altra, ma si intersecano continuamente in un processo di crescita scambievole.

(…) Ma è ancora più importante capire gli aspetti positivi della genitorialità, e non solo fare una stima dei danni inflitti ad un figlio. Proprio il ritenere che è l’accertamento del danno inflitto al bambino a sconfermare la genitorialità ha portato per lungo tempo, e ancora porta, ad un concetto molto riduttivo dei diritti del bambino. Così, per esempio, non è ancora per nulla chiaro e/o condiviso che il più grave maltrattamento cui può essere sottoposto un figlio è la mancanza di una figura materna nei primi giorni di vita. Si pensa che le cure di allevamento (quelle dirette alla specie) siano bastevoli, mentre fin dal primo giorno il bambino, che peraltro non è in grado di protestare il pregiudizio che patisce, ha bisogno di cure di accudimento, di genitorialità (quelle dirette alla persona).

Valutare l’adeguatezza di una “relazione di cura” diventa molto di più che accertare come stanno i singoli individui, diventa l’accertamento del livello di positività dell’intreccio relazionale degli individui. (…) Il modello teorico di riferimento è quindi relazionale. Per inquadrarlo valgano le parole di Winnicott secondo cui «non esiste qualcosa come un neonato», vale a dire genitori e figli esistono solo in relazione reciproca: i sentimenti e i comportamenti degli uni influenzano i sentimenti e i comportamenti degli altri secondo un modello di causalità circolare. D’altra parte, se è vero che ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da genitore e i bambini hanno la capacità di innescarla, è anche vero che la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (Bowlby). Innanzi tutto per assumere la funzione di genitore è importante attuare un passaggio di identità, da quello di figlio (dei propri genitori) a quello di genitore (dei propri figli). Questo passaggio non è detto si compia pacificamente, perché a volte risveglia alcuni conflitti irrisolti relativi alla propria famiglia di origine, e questo avrà sicuramente una ricaduta sulla relazione di coppia dei genitori. Inoltre se il bambino reale, con i suoi bisogni, non corrisponde al bambino atteso, possono nascere altri gravi conflitti psicologici.

Segue una spiegazione del concetto di “base sicura” e delle teorie di attaccamento che influenzano tutta la vita dei singoli individui.

Genitorialità come attribuzione di senso al bambino. Il tracciato della genitorialità, che parte dal riconoscimento della qualità della relazione sperimentata nella propria infanzia, si indirizza verso un figlio come occasione privilegiata, dotata di stile proprio, di relazionalità, perché sicuramente a quel figlio si attribuisce un significato psicologico. (…) Attribuire un significato al proprio figlio è operazione molto delicata, alla quale tuttavia non ci si può sottrarre, perché comunque viene svolta. Attribuire un senso al figlio (biologico, adottato, affidato: è lo stesso) è infatti, nell’accezione letterale del termine, dare una direzione alla sua vita, e questo lo si fa senza bisogno di rifletterci. Ma se non ci si riflette, si può correre il rischio di sbagliare direzione. Il che è tanto più grave, in quanto le direzioni sono solo due. Nel primo caso il figlio cresce per dare soddisfazione al genitore, nel secondo caso il figlio cresce per essere pienamente se stesso. (…) Genitorialità, allora, come patto di alleanza adulto/bambino che è molto di più della capacità di procreare, perché si sostanzia della propria raggiunta adultità, si declina via via nel tempo della crescita del figlio, si qualifica come legame che affronta le transizioni, si giustifica nel compito di aiutare il figlio a diventare Se stesso.

(fonte: http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/137/137_i_fondamenti_della_genito.htm)

Solitudine papà. Papà Rocco: “Nessuno nasce imparato nel ruolo di padre”

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Rocco è uno degli adulti che supporta la petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini” per consentire la ricerca dei genitori naturali da parte di quei bambini non riconosciuti alla nascita. Abbiamo dato ampio spazio a questo tema su questo blog nella sezione “ricerca delle origini”. Lo abbiamo raggiunto e ci ha parlato della sua esperienza di figlio diventato a sua volta padre.

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“Sono stato adottato già piuttosto grandicello, quindi come si può dimenticare il proprio passato pieno di solitudine e fame di affetto!?

Quando sono diventato papà di due figli, maschio e femmina, nati a 20 mesi di distanza, mi sono semplicemente reso conto di quanto ho sicuramente perso in modo irreparabile nel non esser potuto crescere insieme ai miei fratelli e sorelle di sangue. Per fortuna, in quel periodo mi ero già ricongiunto con una sorellina che era stata in collegio con me e che era stata adottata da un’altra famiglia separandoci. E’ stato un ricongiungimento, definiamolo, “tardivo”, dopo ben 16 anni. Infatti, nonostante i genitori di mia sorella fossero informati della mia esistenza sin dall’inizio, ci hanno tenuti volutamente separati con mio grande rammarico. Così quando ci siamo rivisti mia sorella era in piena adolescenza e per me ormai una perfetta sconosciuta, come del resto io per lei!

Quando ti nasce un figlio, quando diventi papà per la prima volta, nessuno nasce imparato ed è a parer mio assolutamente normale sentirsi scombussolati, quasi impauriti da questo nuovo ruolo di grande responsabilità. Chi in un primo momento non prova certe emozioni, ahimè, forse non riuscirà mai ad essere un buon padre.

I miei genitori adottivi, ma anche i miei suoceri, sono stati molto presenti dopo la nascita dei nostri figli. Non potevo pretendere di più. Davano, sia fisicamente sia economicamente, tutto il supporto necessario. Nonni fantastici. In quel periodo ero impegnato sul lavoro per cercare di portare un buono stipendio a casa visto che mia moglie aveva il suo bel da fare con due figli a distanza di venti mesi. La mia consolazione era che i figli, da piccini, hanno molto più bisogno degli accudimenti materni. Comunque al mio rientro a casa non mi risparmiavo mai per i miei bimbi, nei momenti critici anche di notte: la stanchezza svaniva, come per magia, e me li coccolavo ben bene. Molto spesso si addormentavano con me nel letto matrimoniale. Una bellissima esperienza che ti permette di giorno in giorno di crescere insieme ai propri figli!

Mio papà naturale l’ho cercato più tardi, ormai sepolto dal 1990. Mia madre naturale, un fratello e una sorella che vivono ancora con lei, invece, li sento di tanto in tanto per telefono e quando capita l’occasione vado a trovarli.

Non ho la presunzione di dare consigli. Nella vita, lo sappiamo bene, si apprende tutti i giorni. Forse l’unico che posso dare, anche per esperienza di padre naturale con figli ormai adulti, è quello di saper fare sempre autocritica del proprio operato. Un altro elemento importante è la responsabilità e il rispetto verso i figli, cercando soprattutto il dialogo nel quale non deve mai mancare il confronto e il consiglio basato sulla propria esperienza di vita.

Serve anche sapersi imporre quando si tratta di sane regole da rispettare. Ciò non significa escludere l’essere amici con la A maiuscola. Che siano figli adottati o naturali non fa nessuna differenza. E’ sempre compito degli adulti saper ascoltare e saper rispettare opinioni diverse per insegnare lo stesso comportamento a loro.”

Solitudine papà. “Dialogo di due papà sull’adozione”

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Sul web abbiamo trovato questo dialogo che ci sembra illuminante per chi si sta avvicinando all’adozione ma anche per chi la vive con “imbarazzo”, nel senso che pensa di essere un perseguitato dagli eventi. Tocca i punti cardine che ci siamo prefissati in questo blog: dire la verità, informare su luci ed ombre del rapporto con i figli, non prendere paura, ricordare che gli adulti siamo noi. Siamo noi che dobbiamo dare delle risposte.

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– A casa come va?

– alti e bassi. Lei è sempre nervosa e arrabbiata, fa polemiche per ogni cosa. Per dirti…..ieri sera ho sgridato il piccolo; la sorella era andata da una vicina di casa e quando è rientrata e ha saputo che il fratello era in punizione mi ha detto “meno male che non c’ero, sennò mamma diceva che era colpa mia” e quando gli dico che con loro esagera e non ha misura mi dice che sono io che mi invento le cose.

– capisco….essere genitori è difficile. Io ho un pensiero per la testa….

– quale?

– io credo che l’adozione ci abbia messo con il culo in terra

– che vuoi dire?

– parlo per me, o forse no…. vedo che chi più’ chi meno siamo tutti in crisi. Secondo me non eravamo pronti…o preparati: avere un figlio in età avanzata dopo anni di convivenza e già con una sua personalità… destabilizza…..credo….

– hai ragione, ma quand’è che si è pronti per avere dei figli? Quando finisce la scuola che ti da la patente per adottarne uno? Non ne esistono, amico mio! Tu sei la scuola, tu sei il tuo insegnante, la tua pazienza e la tua voglia di far essere felice tuo figlio è quello che ti muove. Certo, è stancante, snervante, ti succhia l’energia, ti lascia vuoto….ma pensavi potesse essere diverso?

– no io no…. sapevo che era così ma leggendo gli sfoghi di tante persone e raccogliendoli mi son reso conto che tutti credevano una cosa e poi era un’altra… avere i figli è la cosa più bella e stancante del mondo, ci consumiamo per loro ed è giusto così…. però credo che, viste le cose che via via mi son state dette e viste le mie, molto pochi eravamo realmente pronti per adottare.

– credo che il problema sia la paura di sbagliare che ti fa impazzire di ansie e angosce. La chiave sta nel convincersi che non esiste LA SOLUZIONE al problema, ma che l’importante è che uno scelga la SUA soluzione, non quella che forse potrebbe essere giusta. Si cercano in tutti i modi soluzioni da fotocopiare invece di dirsi: “Ok, tocca a me! Il genitore sono io e secondo me si deve fare cosi”. Bisogna non aver paura della responsabilità di essere padre e madre, di scegliere quello che secondo noi è bene per loro in tutta coscienza ed onestà; a quel punto non ci devono essere più ansie o preoccupazioni perché le scelte saranno state fatte, nel bene o nel male, secondo i nostri principi, la nostra esperienza, le nostre convinzioni. Se non abbiamo fiducia in noi stessi, come possiamo pensare di trasmettere serenità e fiducia ai nostri figli?

– giusto secondo me si può anche aggiungere che bisogna anche accettare il fatto che commetteremo inevitabilmente degli sbagli …e se crediamo di poter essere dei genitori infallibili sbagliamo di grosso.

– è tutto lì: avere fiducia in noi significa sapere, essere consapevoli di poter fare degli errori: ma saranno i NOSTRI errori e non quelli di qualcun altro. Certo, se diamo retta agli altri abbiamo qualcuno a cui dare la colpa se le cose non vanno, ma così non stiamo crescendo figli nostri, torneranno a essere i figli di qualcun’altro!

– bravo. per questo non ritengo tanto utile l’ascoltare gli altri e basta…ma semmai il confrontarsi e il mettersi in gioco….pero’ ripeto….credo che l’adozione sia un impegno veramente grosso e totalizzante…

– Il fatto è che comunque è il rapporto fra moglie e marito che viene messo in gioco. Inevitabilmente si pensa che tutta l’attenzione si deve focalizzare sui figli e che la moglie, o il marito, possono aspettare che tutto si tranquillizzi. E invece no, perché non si normalizzerà più nulla secondo quello che pensavamo o facevamo prima. Il modo di vivere è cambiato e bisogna riadeguare tutto: ritmi e attenzioni. Amare questi bambini più di noi stessi non basta! Essere padri e madri non basta! dobbiamo imparare a essere “famiglia” per il nostro e per il loro bene

– si giusto…………..pero’ tutto questo non mi leva il dubbio che forse dovevamo pensarci meglio……ti e’ mai venuto a te?

– Si, spessissimo. Però mi viene anche da pensare che forse potevano capitare peggio. Oramai di persone ne abbiamo conosciute tante e bene o male tutte, tutte, parlano o raccontano le stesse sensazioni di disagio. Se vai a vedere bene, però, né le nostre né le loro sono situazioni limite. Allora forse siamo persone normali con paure e incertezze normali. E se ci avessimo pensato meglio non saremmo diventati padri di questi figli meravigliosi

– si sono d’accordo…pero’ credo che la si debba smettere di parlare di nuvoline rosa e spiegare invece che è un splendido casino da affrontare …ma sempre casino e che quindi è bene premunirsi….

– lo dici a me? l’ho sempre detto che i vari forum dovrebbero servire a questo: a mettere sul piatto tutti gli aspetti dell’adozione; quelli belli, quelli rosa, quelli teneri, le emozioni ma anche i riflessi sulla vita di coppia, sul dover imparare a comportarsi da genitore, sul far capire cosa vuol dire “responsabilizzarsi sul serio”

– appunto…dovrebbero servire a questo invece servono ad illudere e poi ci si trova in crisi…..

– bravo! parole sante…………e bisognerebbe dire le cose come stanno realmente….che quando arrivi a casa con il ”pupo” o la ”pupa” o tutti e due ed incominciano ad urlare e darti calci non è niente di strano ma è fisiologico e normale….invece non lo dicono e questo secondo me è delinquenziale perché porti ad andare avanti anche chi non riuscirebbe a portare sto fardello…

– Eh già….è stupendo quando ti abbracciano, ti cercano, quando SAI di essere il loro punto fermo. Però come fa male quando li vedi rivoltartisi contro per una sciocchezza, per un capriccio. Quando sono arrabbiati e cercano di tirar fuori le cattiverie che potrebbero ferirti di più. E un conto è sentirsi dire, così, quasi sottovoce, che queste cose accadono e che sono normali, un altro è invece vedere e vivere la rabbia di quei momenti e imparare a gestirla, ad assorbirla e a dimenticarla perché sai che non è per colpa tua che sono arrabbiati ma per colpa della vita e tu sei quello che, in quel momento, gli permette di sfogarsi

– appunto…io dico sempre che bisogna farsi pane…hanno fame e per mangiare devono per forza morderci….fino al sangue….

– è quello che abbiamo scelto di essere

– appunto…

(fonte: l’adozioneconimieiocchi.myblog.it)

Solitudine papà. Papà Antonio: ”La paternità non era per me”

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Antonio è una papà biologico. Ha avuto un figlio a 46 anni. La fatica a procreare prima e l’età non più giovane poi lo portano ad allontanarsi dal ruolo di padre, per lo meno per come lo intende lui.

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“Sono papà da tre anni di un bel maschietto vivace e birichino. Ho 49 anni. Mia moglie è più giovane di me. Lei ha insistito molto per avere un figlio. Ci siamo sposati dieci anni fa. Pensavo di poter realizzare il sogno di una famiglia da subito, invece le cose sono andate per le lunghe. E’ arrivato un momento in cui non ne ho più avuto voglia di avere un figlio. L’ho fatto solo per lei, per accontentarla. Ritengo infatti che i figli vadano cercati ad un’età più giovane. Personalmente faccio fatica a seguire il piccolo. Con lui ho un rapporto particolare ma ciò non toglie che il ritmo non sia propriamente alla mia portata. Anche il rapporto con mia moglie si è incrinato.”

Solitudine papà. Papà Maurizio: “Adottare quasi a 50 anni”

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Maurizio è un papà adottivo da dieci anni. Nonostante non si possa definire un papà giovane è convinto che nel rapporto con un figlio la maturità abbia molto da insegnare.


“Sono diventato padre di Svetli quando ormai non ero più proprio considerabile giovane. Avevo quarantasette anni ed una voglia incommensurabile di avere un figlio. Le tensioni, il mancato decreto di idoneità poi il successivo ricorso in corte d’appello e tutti gli ostacoli superati nel percorso adottivo, avevano ulteriormente accresciuto le mie motivazioni. Quindi, quando con mia moglie arrivammo a conoscere il nostro Svetlino, che allora aveva solo due anni, mi accorsi di essere diventato padre solo dopo alcuni giorni. Forse per uno strano processo di autodifesa, mi ero abituato a non considerare l’evento della mia paternità così realizzabile. Ricordo il primo giorno d’incontro in Bulgaria con quell’esserino che finalmente sarebbe diventato mio figlio e che pretese fin da subito di essere il naturale possessore di ogni cosa che mi apparteneva: dalla scheda fotografica, alla telecamera, ai vari attrezzi che continuavo ad armeggiare per rendere indimenticabile il momento del nostro incontro.
Solo dopo un po’ di tempo mi resi veramente conto di essere diventato padre, sia dentro di me che agli occhi della famiglia che finalmente stavo costruendo. Devo confessare che il primo sentimento nei confronti di quelli, che padri lo erano già diventati, molto prima di me, magari anche dieci o venti anni prima, fu una certa invidia. Avevo perso un mucchio di tempo a far che? Anche l’ambiente mi era in un certo senso ostile. Ricordo quel tipo al mercato che un sabato disse al mio Svetli: – Bello eh, andare in giro con il nonno a fare la spesa? – Mi fece provare ulteriore rammarico, ma mi fece anche capire quanto poco valga il commento della gente che non conosci (in fondo avevo solo cinquant’anni e nemmeno portati male…).
Ora che mio figlio è molto malato… di papite acuta, vivo il periodo più bello della mia vita di uomo adulto, come papà, attraversando momenti di grande soddisfazione ed anche periodi di difficoltà e magari scoramento, ma sempre con l’impegno, che questo ruolo comporta. Se è vero, come ho letto da qualche parte, che i figli servono agli adulti per poter maturare, credo anche che diventare padre in età matura, possa essere un valore aggiunto per un figlio arrivato magari un po’ in ritardo. Per questo ho sempre fatto in modo di vivere più tempo possibile con mio figlio, anche sacrificandolo alla mia attività lavorativa. Non mi sono perso un minuto dei suoi anni di piccolo esploratore ed abbiamo scoperto ed osservato insieme le tante novità che apparivano nel suo giovane mondo. Sono orgoglioso del fatto che lui le abbia potute maggiormente apprezzare con l’aiuto del suo papà. Ora che lui è ormai adolescente, sono consapevole che i tempi del distacco sono maturi, ma cercherò di continuare ad essere un padre disponibile, cercando, magari con difficoltà, di non essere troppo presente nella sua futura vita di giovane uomo.
Desidero dire a tutti i papà, che l’arrivo di un figlio è un dono fantastico, che va vissuto nel momento in cui ci viene concesso. Alcune volte altre distrazioni della vita allontanano i padri da questa esperienza unica anche per un uomo: per motivi di carriera o per altri motivi che alla fine non si rivelano così importanti. E di questo quando sei troppo giovane, spesso non te ne rendi conto, come non ti rendi nemmeno conto delle tante cose che si possono rimandare più avanti. Un figlio no, un figlio va vissuto ed accompagnato per mano fino al momento in cui, indicata la strada, correrà con le sue gambe incontro alla vita. Ed oggi fortunatamente, sono sempre di più i papà presenti nelle vite dei propri figli e che non vogliono avere alcun rimpianto, per essersi persi una avventura così meravigliosa”.

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(fonte: italiaadozioni.it – 03/2013)

Solitudine papà. Film: “Mio figlio professore” di Renato Castellani (Ita 1946)

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Un sorprendente Aldo Fabrizi nelle vesti di un padre vedovo, bidello di un liceo a Roma che cresce il figlio con il sogno di vederlo un giorno professore di greco e di latino. La gratitudine è una dote rara e non si impara sui banchi di scuola. Una volta cresciuto il ragazzo si dimentica del padre e laureatosi rinnega le sue origini anteponendo le proprie ambizioni ai sacrifici del genitore.

Renato Castellani racconta con eleganza e con misura una vicenda in cui i sentimenti hanno un peso determinante. Sobria ed efficace l’interpretazione di Fabrizi. Sullo sfondo l’Italia durante il periodo fascista.

Per chi vuole meditare sull’amore paterno.

Solitudine papà. I Nostri Padri: “La parabola del buon Samaritano e l’invito di Gesù ad immergerci nel mondo”

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Ci sembra questo il giusto luogo d’inserire la spiegazione della parabola del buon Samaritano per le conclusioni a cui arrivano i nostri due sacerdoti: bisogna educare lo sguardo se vogliamo vedere. E’ l’augurio che facciamo a tutti i genitori che si avvicinano al mondo dell’adozione, educare lo sguardo e il cuore a prendersi cura dell’altro nel modo giusto, senza pietismi, mettendoci in gioco, come ci viene spiegato nel testo che segue.


di don Roberto e don Marco – sacerdoti ed educatori.

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E’ una parabola quella del Buon Sammaritano tra le più belle del Vangelo. Chissà quante volte è risuonata nei nostri orecchi. Al punto tale da abituarci forse alla sua rivoluzionaria novità. (…)
Gesù racconta questa parabola a seguito di una domanda di uno zelante dottore della legge. Tale dottore sembra preoccupato di come si possa “avere la vita eterna”.
La risposta finale di Gesù: “Fa questo e vivrai” sembra inaugurare un’ottica diversa: il passaggio dalla preoccupazione per sé stessi, fosse altro per la “propria vita eterna”, al volto dell’altro per trovare in questo viaggio sulla terra il senso della propria vita.

Nella parabola possiamo notare, nella traiettoria che va dall’inizio alla fine, un passaggio dall’oggetto dell’amore (chi è il mio prossimo) al soggetto dell’amore (chi di questi è stato il prossimo per…).
La parabola è plastica e si svolge come un dramma dentro il quale gli ascoltatori si possono facilmente identificare. Un uomo (l’umanità, nuda e cruda senza titoli e privilegi) passa per la strada. Dei briganti lo assalgono (c’è tutta un’ “accurata” operazione di sottrazione nei confronti del malcapitato). Ed ecco tre figure che passando una dopo l’altra.
-Il sacerdote: l’uomo della religione. Che sta andando al tempio. Non può contaminarsi il sacerdote toccando un cadavere o un candidato a diventarlo… e tira diritto. Sembra, il primo passante, espressione di una religione che anestetizza la vita. Un sistema religioso che fornisce molte giustificazioni rigorosamente religiose per stare lontano dalla vita.
– Il levita: E’ l’uomo che conosce le regole ma non vive la vita, la giustizia (i centinaia di precetti saputi a memoria sono tutti nella “testa” ma scollegati dal cuore). E’ il burocrate che sa trovare mille giustificazioni “legali” per non intervenire dove la sua coscienza dovrebbe rispondere. Come a dire “ dura lex sed lex” ….)
– Il samaritano (non possiamo dimenticare che era considerato un eretico, un irreligioso, uno “di fuori” dal cerchio religioso). E’ quello più fuori ma che sorprendentemente si rivela più dentro al Vangelo.

Anche noi come il dottore della legge possiamo essere sollecitati ad identificarci con uno dei personaggi.
A parte chi colto da permanente pessimismo si ritrova sempre in quello “battuto” dai briganti, tutti possiamo ritrovarci un po’ nei tre passanti…In ciascuno di noi c’è qualcosa di tutti e tre….
Questi tre passanti fanno la stessa strada, tutti e tre vedono… qual è allora la differenza?
Chi di questi tre è stato compagno, prossimo per l’altro? Dirà Gesù capovolgendo la prospettiva dall’io al tu.
Forse la prima differenza è proprio nello sguardo … tutti e tre infatti passano per la strada, tutti e tre vedono ma è diverso lo sguardo, l’orizzonte che le persone hanno davanti.

L’uomo “religioso” meglio l’uomo “clericale”, il prete, non vede; l’uomo della ideologia, della burocrazia, del sistema (il levita) non vede…Il samaritano vede con compassione…La compassione si potrebbe dire è già nello sguardo. La cura prima che “arrivare alla mani” tracima già dagli occhi.
Il termine …. compassione (viscere materne) dice il sentimento più profondo di Dio per l’umanità. Bella coincidenza che il sentimento più profondo di Dio coincida con quello più profondo dell’umanità, in particolare della dimensione femminile dell’umanità.

Ma che rapporto c’è tra le viscere e lo sguardo, tra il cuore e gli occhi? Solo se si educa il cuore si può vedere l’altro…. Solo se si educano gli occhi si può “sentire” l’altro….

“La compassione richiede anzitutto la disponibilità alla conversione della sguardo – ossia quel cambiamento di sguardo al quale le storie bibliche e in particolare le storie di Gesù invitano continuante tutti noi” ( JB Metz)
Questa parabola è un capolavoro di laicità. Dio non è ostaggio delle lobby religiose. Nell’amore gratuito, nella compassione autentica, nell’azione politica di prendersi cura dell’altro c’è il sentire e l’agire di Dio.
Questa parabola non parla solo di un corpo messo di traverso sulla strada, quello del malcapitato… parla anche di un altro corpo, quello del samaritano che si mette di traverso rispetto a noi che leggiamo e ci chiede di dare carne alla Parola, di non trasformare tutto in principi, ideologie, sistemi….(…)

Cosa dice a noi oggi questa parabola? Quale messaggio per il mondo?
Il libro del Deuteronomio da cui abbiamo letto oggi la prima lettura dice che la Parola non è lontana… non nell’alto dei cieli, non al di là del mare… ma sulla nostra bocca, nel nostro cuore, affinché possiamo metterla in pratica.…La parabola del samaritano oggi sottolinea una cosa ancora più rivoluzionaria: la Parola oggi è nell’altro… negli occhi di chi incontri …. Ma anche: questa parabola inizia dagli occhi, dal modo di vedere il mondo…Sembra ricordarci che l’altro è la dimora di Dio, la casa lungo la via, dove egli ci invita a stare …

Solitudine papà. Ricerca antropologica: “Cosa vuol dire educare, confronto tra due culture”

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Ancora sull’educazione dei figli. Si tratta di uno studio condotto su ragazzini senza deprivazioni. Nel nostro caso specifico non va preso alla lettera, ma come base per riflettere su che tipo di educatori intendiamo essere, quesito rivolto sia alle mamme che ai papà.

di Elisabeth Kolbert – articolo tratto da Internazionale 7/06/2013

Sono stati fatti degli studi antropologici (Università Carolina – Los Angelse) su una tribù amazzonica del Perù (matsigenka) e su un campione di famiglie residenti nell’area di Los Angeles della media borgesia. Dalla comparazione è risultato che i matsigenka adolescenti sono in grado di cavarsela meglio degli adolescenti USA. L’approccio dei genitori è diverso perché diversi sono gli obiettivi. Mentre nel primo gruppo i bambini vengono responsabilizzati sin dalla tenera età aiutando in casa, seguendo il papà a caccia o nei lavori dei campi, nel secondo gruppo sono i genitori che si mettono al servizio dei figli ribaltando regole di tradizione educativa.

“I ragazzini statunitensi di oggi sono probabilmente i più viziati nella storia dell’umanità. (…) Viene data loro un’autorità senza precedenti. I genitori vogliono l’approvazione di figli. E’ l’opposto dell’ideale di un tempo, quando i figli si sforzavano di essere approvati dai genitori. In molti casi il modo migliore per dimostrare che vogliamo bene ai nostri figli è imparare a essere meno materne e meno paterni (…) ci diamo troppo da fare per i figli perchè sopravalutiamo la nostra influenza (…) più ci sforziamo di aiutarli e più li ostacoliamo. (…) I genitori controllano il lavoro e i risultati dei figli, che di conseguenza si sentono meno competenti e meno sicuri di sé, il che rende ancora più necessario il controllo dei genitori.”

Diverso è l’atteggiamento dei genitori francesi che adottano il metodo di “ignorare i figli” perché così imparano a gestire la frustrazione. Anche i “no” sono importanti perché li aiutano a capire che al mondo ci sono altre persone con uguali esigenze da rispettare. I genitori “spazzaneve”, invece, sono quelli che rimuovono tutti gli ostacoli dalla vita dei loro figli. Lo scopo ultimo è quello di farli accedere a prestigiose università per garantire loro un futuro ricco e di successo. Non si chiedono a cosa serva un figlio che bighellona per casa con un diploma o una laurea in tasca.

Abbiamo trovato illuminante che i bambini dell’Amazzonia vengano educati tramite favole che mettono in risalto il ruolo positivo di personaggi che combattono la pigrizia. I ragazzi americani, invece, vengono stimolati a ritardare il raggiungimento della maturità. “Da un punto di vista evolutivo, questo ritardo non è così irragionevole. In un mondo sempre più complesso e instabile, ritardare la maturità potrebbe essere un modo per adattarsi. Rimanere per sempre giovani vuol dire essere sempre pronti alla prossima grande novità. O forse l’adultescenza è l’esatto contrario: non seguo il progresso ma la prova di una regressione generale. Lasciar correre è sempre la soluzione più semplice, nell’educazione dei figli come nel mondo bancario, nell’istruzione pubblica e come nella difesa dell’ambiente. L’assenza di disciplina è evidente in quasi tutti gli aspetti della società statunitense di oggi. E’ un problema molto più ampio, su cui meditare mentre portiamo fuori la spazzatura al posto dei nostri figli e allacciamo loro le scarpe anche se sono in grado di farlo da soli.”

Solitudine papà. Poesia: “Il faro”

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di Giusy Rombi, mamma ed educatrice

 

IL FARO

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Il faro,

l’ho visto per la prima volta quando avevo 5 o 6 anni.

Mio padre sulla sua vespa e io aggrappata a lui:

“Ti porto a vedere il faro”, mi disse.

 Ho visto la scogliera sotto di noi

e il mare così vasto, e

sopra tutto, dominava lui,

con le sue mura di pietra e la sua torre fiera.

“Vedi là”, mi disse, indicando un punto invisibile all’orizzonte,

“là c’è la Spagna, e questo è il primo faro che una nave vede

dopo lo Stretto di Gibilterra”.

Ma in quel momento il mio faro era solo lui:

mio padre!

Solitudine papà. La sfida di educare: “Guardami, ti indicherò la strada”

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I papà hanno un ruolo importante per i nostri figli, adottivi e non. In particolare nella fase dell’adolescenza hanno il difficile compito di indicare la via. E’ più facile fuggire di fronte a questa responsabilità, ma si perde l’opportunità di lasciare una traccia indelebile e positiva nella loro vita.

Ci sembra di buon senso affermare che, nonostante ci sforziamo di cercare la perfezione, saremo sempre e comunque genitori imperfetti. Anche i padri. Sembra che la ricerca di questa perfezione sia una delle cause che portano i padri ad allontanarsi dalla famiglia e a non impegnarsi con i figli. Quasi che ci fosse la paura di sfigurare. Tranquilli. I ragazzi hanno solo bisogno di adulti di riferimento, non di eroi. Noi per primi dovremmo solo interrogarci sul significato della nostra vita per trasmettere un valore positivo ai figli.

In un momento di crisi come questo crediamo che il primo compito di un genitore sia di tramettere speranza. Possiamo parlare tra noi delle nostre delusioni e fatiche, ma i ragazzi hanno il diritto di avere un futuro davanti, una luce che li guidi. Per dirla come Nembrini (“Di padre in Figlio”, Ed Ares 2011) i ragazzi hanno bisogno di adulti che amino la loro libertà e, aggiungeremmo, il loro entusiasmo.

E’ in questo contesto che va valorizzata la figura del padre come colui che, con sguardo sicuro, li guida verso le scelte più consone. Questa mansione del padre, come supporto e porto sicuro a cui tornare in caso di tempesta, è già stata proposta dalla mitologia greca con Atena. Atena nacque dalla testa di Zeus quasi a significare uno stretto connubio tra padre e figlia. Per farsi strada i ragazzi hanno bisogno di mentori che li guidino, li sostengano e siano dalla loro parte. Atena è sempre stata sostenuta da Zeus. Grazie all’acutezza della sua intelligenza e ad una giusta dose di autostima, Atena rappresenta quelle figlie che riescono nella vita perché hanno una buona immagine di sé grazie alla sicurezza trasmessa dal padre.

Che cos’è allora l’educazione? Sempre Nembrini: “L’educazione non è una serie di prediche, non è una preoccupazione da avere. E’ un uomo che vive. (…) L’educazione è la capacità che hai o non hai di rendere testimonianza (…) di una certezza e di una positività che i figli possono guardare.”

I ragazzi ci osservano, imparano da noi, dalle nostre reazioni. Le parole contano pochissimo. Secondo molti studiosi l‘emergenza educativa è data dalla mancanza di adulti che si prendono le loro responsabilità, che rifuggono il ruolo di coloro che devono indicare la strada. “Abbiamo ragazzi che crescono pieni di paura e di incertezza: come sulle sabbie mobili perché non hanno davanti adulti capaci di testimoniare certezze….”

Quando ci sentiamo in difficoltà rammentiamoci le parole agli educatori di Baden Powell, il fondatore del movimento scout: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancor di più attraverso ciò che si è.” Ai ragazzi, invece, viene detto: “ Ti hanno insegnato gli elementi generali del sapere e ti è stato insegnato come imparare. Ora spetta a te, come individuo, di andare avanti e di imparare da solo quelle cose che daranno più forza al tuo carattere e ti permetteranno di riuscire nella vita facendo di te un uomo.”

Il grande segreto dell’educazione è quello di non aver paura di sbagliare. E’ la qualità del rapporto che conta L’uomo vale per quello che è nell’azione, perché è nell’azione che dimostra a cosa tiene: l’uso del tempo, della casa, dei soldi, delle energie, come gestisce i rapporti… L’invito al disimpegno per essere felici in realtà castra la curiosità innata dei nostri ragazzi.

Per citare Bauman, filosofo del nostro tempo e della società liquida (“Modernità liquida”,  Laterza 2002): “Nel nostro tempo ci sono troppi modelli, in contrasto tra loro. (…) Mancano punti di riferimento certi, tutto appare giustificabile in rapporto all’onda del momento. (…) Mancando un sogno che accomuni tutti, l’individuo annega nella folla delle solitudini, incapaci di comunicare tra loro, e l’ambizione dell’emancipazione cede il posto alla rinuncia del senso del vivere. Trovare punti di riferimento, indicare le linee affidabili è la sfida titanica per governanti e amministratori.”   E noi aggiungiamo: sfida titanica anche per gli educatori!

I figli non diventano grandi da soli. Il rischio di educare consiste nel seguire i figli lasciando la loro libertà di scelta. Non sono le regole e l’osservanza delle regole che fanno il buon educatore o il buon figlio. Il risultato potrebbe essere un figlio adulto che non sa gestire la sua libertà. In questo caso ho creato un burattino non un uomo. Lasciare libertà di scelta non significa buonismo. A questo riguardo Nembrini è molto chiaro: “Il buonismo, il sentimentalismo, le pacche sulle spalle non portano da nessuna parte, bloccano. Sembra bontà e invece è una cattiveria perché impedisce la correzione reale, cioè impedisce di fare dei passi, impedisce il cammino. E’ la malattia più grave. Mi sembra più diffusa nelle famiglie di oggi. Timorosi del proprio compito, spaventati del proprio compito, i genitori sembrano avere il ruolo di eliminare ogni occasione di fatica, e così facendo impediscono la crescita dei figli che restano bambini fino a trent’anni. Il buonismo non paga, il buonismo non c’entra niente con l’educazione.”

Ancora:

“Che i bambini di oggi siano più intelligenti è una menzogna, sono solo iperstimolati ma sono superficiali, non interiorizzano nulla, non hanno giudizi o criteri propri, sono totalmente nelle mani del potere, di chi grida di più, dei giornali che leggono, di quello che ascoltano.”

Anche negli errori educativi non è mai tardi. Si può sempre cominciare da capo. La sfida è di fare la nostra parte. Poi sarà quel che sarà. La partita della vita ognuno la gioca da solo e a modo suo. Non possiamo sostituirci ai nostri figli. Se non ci seguono, pazienza.

Possiamo allora affermare che l’educazione è un modo di essere di fronte alla vita. Ma è anche un trasferimento di conoscenza e testimonianza perché non vada perduto lo sforzo nostro e dei nostri antenati. Nel film Amistad di Spielberg (1997) lo schiavo capo dei ribelli, nel momento in cui deve prendere una decisione importante, esclama. “Allora io chiedo aiuto allo spirito dei miei antenati. Ed essi devono venire in mio aiuto, perchè in questo momento io sono l’unica ragione per cui essi sono esistiti!”

E’ di fronte alla morte del padre che un figlio/una figlia diventano adulti davvero. Ci vuole coraggio per educare e un buon educatore educa continuamente se stesso. Ma un buon padre ha anche il grande compito di lasciare un’importante eredità: “Guarda più lontano, guarda più in alto, guarda più avanti e vedrai una via,…. Ma sappi anche voltarti indietro per guardare il cammino percorso da altri che ti hanno preceduto, essi sono in marcia con noi sulla strada” – Baden Powell.

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Sempre sull’educazione alla libertà e alla voglia dei bambini / ragazzi di vivere attraverso l’esperienza vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-07-14/educare-bambini-liberta-140956_PRN.shtml.

Interessante il passaggio dove si parla del gioco: buona parte dei bambini sa giocare solo con giochi preconfezionati dagli adulti e non è allenata ad inventare nuovi giochi, nuove regole e nuove soluzioni. Che cittadini avremo domani? Forse, in questo senso, i nostri ragazzi sono facilitati nel problem solving visto le loro esperienze variegate, soprattutto quelli che arrivano in Italia già grandi.

Solitudine papà. Papà Marco: ”L’uomo ricco e l’uomo normale, confusione del ruolo unico di padre”

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“A me sembra che a furia di dire quello che un uomo “non deve essere”, la società moderna ha dimenticato che cosa un uomo “deve essere”, o non riesce ad elaborare una risposta valida a questo problema. Tradizionalmente l’essere uomo comporta l’inserirsi in una società (gerarchica) utilizzando tutti gli strumenti possibili: amicizia, diplomazia, compromesso, ma anche, dove necessario, conflitto.

Come i maschi di tanti mammiferi l’essere maschio umano richiede confronti di forza, normalmente risolti verbalmente/emotivamente. Nei mammiferi sociali tutto ciò è funzionale ad attrarre una femmina e la famiglia risultante avrà il posizionamento sociale che il maschio è riuscito ad ottenere da tutti quei confronti. Essere padre significa aiutare l’inserimento dei figli nella società. Essere maschi non è quindi facile: basta vedere un qualunque documentario per capirlo.

(…) In breve, la società occidentale non propone all’uomo modelli di comportamento di successo che non siano la scalata alla posizione elitaria di quell’1% che domina il mondo, con ogni mezzo (arrivato, sarà bravo e buono qualunque cosa avrà fatto). In caso contrario lo aspetta solo umiliazione e sconfitta…”

Solitudine papà. Papà Gaetano: “Vedo carenza di comunicazione”

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“Sono sposato da 50 anni e ho una figlia di 48 anni con due nipoti ormai vicini alla ventina. E’ un po’ difficile comparare i padri di tre generazioni. Mio padre ha conosciuto la guerra e una guerra ti segna per sempre. Durante quel periodo storico difficile a volte dovevi scendere a compromessi per sopravvivere e non sempre le scelte che facevi erano coerenti con i tuoi ideali. Inoltre mio padre non era una persona istruita: anche un diploma, come ho raggiunto io, può fare le differenza nella visione e valutazione degli eventi. Comunque sia, papà Carlo mi ha lasciato l’etica e lo spirito critico. Per etica non intendo la religiosità ma la correttezza dei comportamenti, l’esempio e anche la severità con i figli quando se lo meritavano. C’era allora un’alleanza tra famiglia e scuola indiscutibile: i genitori rispettavano il ruolo degli insegnanti e se il figlio combinava qualche marachella a scuola, a casa si rincarava la dose del rimprovero.

Più che una crisi dei padri oggi vedo una grave crisi di comunicazione. In famiglia non si parla, la TV la fa da regina e il tutto si risolve con un “ciao ciao, com’è andata a scuola?”. La cena assieme, per me, è importantissima, crea coesione, è un momento comunitario.

Anch’io mi sono trovato in difficoltà nel crescere mia figlia. Ci siamo trasferiti in un’altra città per lavoro. Subito Chiara era contenta. Aveva allora 14 anni. A distanza di tre mesi, non mangiava più, non dormiva più…credo che non sia stata capace di inserirsi nel nuovo contesto. Il gruppo degli amici a quell’età è molto importante e lei probabilmente aveva perso i suoi punti di riferimento. In quel frangente mi sono rivolto ad uno specialista che era anche un amico che mi ha consigliato di ritornare da dove eravamo venuti.

Se devo essere onesto ho sempre cercato una relazione aperta con altri padri ma non l’ho trovata, Molto spesso mi sono scontrato con una visione troppo di parte, troppo in difesa dei figli. Anche con mia moglie ho avuto dei dissapori nell’educazione di mia figlia, due modi di vedere le cose. Però in casa siamo sempre riusciti a trovare un punto di contatto e non ho mai sofferto di “solitudine” nel senso di abbandono da tutto e da tutti.

Il messaggio che vorrei lasciare a mia figlia, oltre a quello di comportarsi bene nella vita, è quello di non criticare mai senza offrire una soluzione alternativa. Mi danno fastidio i saputelli fanfaroni che pontificano ma non hanno altre vie da proporti per affrontare un problema.”

Solitudine papà. Libro: “Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli “

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Antonio Polito

Contro i papà. Come noi italiani

abbiamo rovinato i nostri figli”

Rizzoli 2012

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Introduzione.

“Questo è un libro contro i padri. Non contro i padri che abbiamo avuto, ma contro i papà (e i papi e i papini e i paponi) che siamo stati e siamo. I padri che abbiamo avuto, come il mio, hanno fatto il loro. Non che ci fossero molto, né che noi gli abbiamo permesso di esserci tanto, nelle nostre vite: non disponevano di tutto il tempo libero di cui disponiamo noi, all’epoca loro il pane era nero e la fatica era tanta. Non dico dunque che ci aiutarono con il loro esempio, con i loro consigli, con la loro guida, tranne rari ed encomiabili casi. Ma si prestarono a fare ciò che da mondo è mondo un padre deve fare: opporsi al figlio. Diventarne la controparte. Incarnare uno stile di vita diverso. Impersonare il passato.

Consentire che il figlio gli si rivolti contro, e così facendo conquisti la sua emancipazione. Perché se non hai un padre da cui allontanarti, non c’è modo di avvicinarti all’età adulta e al futuro. Io me ne sono accorto perfino fisicamente quando mio padre se n’è andato: era stato proprio sfidando la sua autorità morale, ribellandomi a quel costante richiamo al senso del dovere ora scomparso insieme con lui, che ho costruito l’individuo che sono. Per questo è così doloroso perdere i padri, per questo dopo ci sentiamo così soli.

Noi papà di oggi invece vogliamo fare i fratelli, non i padri.

Vogliamo aderire al progetto di vita dei nostri figli, invece di lasciare che si modelli per opposizione al nostro. Vogliamo aiutarli a realizzarsi senza comprendere che l’unica forma di realizzazione è l’auto-realizzazione. Diventiamo un muro di gomma contro il quale non c’è nessun gusto a sbattere, irritante e indisponente proprio perché non si può abbattere. Contro i mattoni dei solidi muri edificati dai nostri padri ci siamo fatti male, a furia di dare capocciate; ma che soddisfazione quando abbiamo aperto una breccia e abbiamo visto, dall’altra parte, la nostra vita così come ce l’eravamo conquistata.

In un celebre discorso ai laureandi dell’università di Stanford nel 2005, Steve Jobs, un uomo che era stato rifiutato dal padre naturale alla nascita, indicò loro quella che riteneva essere la ricetta per avere successo e per fare il successo della società in cui avrebbero vissuto: «Stay hungry, stay foolish». Che si può tradurre così: «Restate affamati, restate folli».

Necessità e genialità. Bisogno e talento. Gli ingredienti del progresso.

Ecco, noi papà di oggi stiamo lanciando ai nostri figli il messaggio opposto: «Restate sazi, restate conformisti». Affamati non vogliamo che stiano nemmeno un istante. Abbiamo anzi costruito le nostre vite e la nostra società in funzione del loro nutrimento: non solo finché restano nel nido, come fanno i genitori del regno animale, ma tenendoli nel nido il più a lungo possibile, e comprandogliene uno nei pressi di casa per il dopo. Il 90% dei figli tra i 18 e i 24 anni vive in Italia con i genitori, e quasi il 50% ci resta anche tra i 25 e i 34 anni (in Danimarca solo tre ragazzi su cento, in Svezia solo quattro, in Finlandia solo otto, perfino nella mediterranea Spagna i «bamboccioni» sono meno che da noi, il 41%). Tutte le strategie di investimento e consumo delle famiglie italiane sono dunque fatte in funzione della protezione dei figli dal bisogno, con conseguenze sociali rilevanti e non sempre positive, che in questo libro cercheremo di analizzare. Affamati, insomma, mai.

E folli? Intraprendenti, curiosi, sfrontati, disposti a osare, ansiosi di superare lo stato dell’arte, in grado di ribellarsi agli standard fissati dalla generazione precedente? Nemmeno. Siamo così premurosi e accomodanti con i nostri figli da incitarli anche inconsapevolmente al conformismo.

Fate come noi, è il nostro messaggio.

Vedete come siamo buoni e benpensanti, moderni e progressisti? Vedete come vi assecondiamo nei vostri bisogni e stili di vita? Vedete come perfino il sesso, che un tempo era la prima ragione di fuga di un ragazzo dal controllo della famiglia, ora vi è consentito a casa vostra, comodamente, nella stessa stanza che abitavate da ragazzi, con i poster dell’infanzia ancora attaccati alle pareti? E allora, che motivo c’è di essere foolish?

(…) Eppure chi di noi padri, arrivato alla sua età, con la sua esperienza, può negare a se stesso la verità, e cioè che tutto intorno a noi ci dice che è l’educazione (intesa in un senso molto più ampio della semplice istruzione) il fattore cruciale per la riuscita di una comunità e, al suo interno, dei nostri ragazzi?

E allora perché abbiamo completamente abdicato alla nostra funzione educativa per trasformarci in goffi sindacalisti dei nostri figli?”

Solitudine papà. I Nostri Padri: “Il sottile spazio lasciato ai genitori per educare”

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Riflessione sulla vita, sulla morte, sul significato di educare i nostri figli. Tutti noi siamo chiamati a lasciare una traccia nel mondo, attraverso i nostri figli, prendendoci le nostre responsabilità di uomini e donne adulti.

 

 

di Padre Maurizio Patriciello,  coraggioso prete che lotta contro la camorra in Campania

 

(…)  Maria ha da poco raggiunto la maggiore età. Sul volto porta i segni di un dolore e di una delusione grandi. Maria è incinta e deve abortire. La intercettiamo per caso. Ha conosciuto il padre del suo bambino solo pochi mesi fa. Un amore a prima vista. Maria gli dona il meglio di se stessa. Gli offre il suo cuore e anche il suo corpo. La menzogna che “ quando si ama tutto è permesso” prende sempre più piede nel mondo giovanile. Maria si accorge di aspettare un figlio e, felice, lo rivela al suo grande amore. Lui, il grande amore, udita la notizia sbianca in volto. Balbetta. Lui voleva solo “ scherzare” un poco, come fanno tutti. Lui il figlio non lo vuole. Anzi, a dire il vero, non vuole nemmeno Maria. Ed eccola qua, la povera ragazza, delusa e disperata. Che fare? L’aborto è l’unica ancora di salvezza. Lei lo sa che è una cosa orribile. Lo sa che l’ombra di quel bambino mai nato le tormenterà la vita. Maria sa tutto. Ma non vuole assolutamente quel figlio che le ricorderebbe e la legherebbe in qualche modo a quel giovane che tanto l’ha ingannata.

Il bambino non è nato. Come tanti altri è stato gettato via. Ancora una volta gli innocenti pagano colpe mai commesse. Una riflessione si impone. Una riflessione senza sconti. Senza ipocrisie. Senza inutili giri di parole. Occorre essere con i giovani onesti fino a farci male. Ricordando, però, che loro – i bambini, gli adolescenti, i giovani – badano poco alle chiacchiere e guardano molto alla vita di chi si propone di fare da maestro. Non sono disposti a perdonare chi li prende in giro. Vanno alla ricerca di testimoni credibili. Succede invece che gli adulti chiedono loro ciò che non son disposti a fare. Il padre che non vuole smettere di fumare sigarette, pretende dal figlio che la smetta di fumare l’erba. Il padre che non sa essere fedele alla sua donna, pretende fedeltà dal marito della figlia. Gli adulti del mio paese che all’imbrunire riempivano la sala cinematografica con le falde del cappello abbassate, non volevano che in quel luogo vi andassero i figli.

Educare è cosa del cuore, diceva san Giovanni Bosco. Possibile che non riusciamo a far comprendere ai nostri ragazzi che un incontro può rovinare o rendere felice una vita? Possibile che ancora non riusciamo a insegnare ai figli che per la strada si trova di tutto? Dal giovane drogato all’alcolista, dall’ipocrita all’egoista. Da chi ha un progetto da realizzare nella vita a chi invece vive alla giornata? Possibile che tanti, invece di reagire, tirano i remi in barca e depongono le armi? Aiutiamo i giovani a convincersi che per capire chi è e che vuole la persona che sta loro accanto ci vuole tempo, pazienza e intelligenza. Gli uomini sono immensi come Dio e miserabili come il suo peggior nemico. Ricordarlo non può che fare bene a tutti.

(fonte: facebook 2014)

Solitudine papà. Papà Flavio: “Gli errori di gioventù li puoi pagare per una vita”

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“Siamo una famiglia composta da tre persone, io (padre) ho 52 anni, mia moglie 42 e nostro figlio 14, vive in Italia da 8 anni.

Essere un “buon padre” per me significa essere una persona consapevole delle proprie responsabilità verso la famiglia, essere un  modello di comportamento nei confronti della prole senza per questo patteggiare, con finte amicizie, ogni decisione per il bene dei figli.

Mi riconosco completamente con la figura di mio padre specialmente oggi a questa età. L’età appiana le distanze della gioventù nella consapevolezza del bene per i figli.

La crisi dei padri penso che sia causata da un approccio sbagliato con i figli. I padri devono fare i padri e non gli amici, necessita sempre fare distinzione fra le due figure onde evitare cattive interpretazioni specialmente da parte dei minori. Questo non vuol dire che bisogna essere burberi e “orsi” ma responsabili e pronti alla comprensione, avendo sempre in mente il bene per i figli.

Per adesso non ho ancora avuto difficoltà così insormontabili anche se l’adolescenza di mio figlio comincia “sensibilmente” ad avanzare. Forse è anche per questo che ancora non ho sentito un grande senso di solitudine anche se qualche volta ci sono andato molto vicino. I confronti con mio figlio sono quotidiani, bisogna inculcargli spesso e ricordargli  le regole di vita e i comportamenti da seguire per essere sempre una persona libera, stimata e amata.

Il messaggio che cerco quotidianamente di far capire a mio figlio e che gli errori che si fanno in gioventù possono compromettere il suo futuro in maniera devastante. Questo un domani gli peserà come un macigno e non lo farà vivere serenamente. Capisco che alla sua età ciò possa non essere ben compreso e percepito.”

Solitudine papà. Film: “Una famiglia all’improvviso” di Alex Kurtzman (USA 2012)

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Abbiamo parlato di padri assenti. Questo film, il cui titolo originale è “People like us”, parla di un padre che ha dovuto scegliere tra due potenziali famiglie, trascurando, alla fine, entrambi i figli, uno per ciascun nucleo, con effetti pesanti sulle loro vite. Alla sua morte i due fratelli si conoscono e ricostruiscono la trama delle loro esperienze e fallimenti. Finale a sorpresa quasi a voler assolvere un padre sfuggente, vissuto nel rimorso di non aver potuto/voluto comportarsi da vero padre. Il film non ha la profondità del cinema europeo, ma è piacevole da vedere e lascia comunque un messaggio su cui riflettere.

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Per chi crede che la figura del padre sia un optional.

Solitudine papà. Papà Vito: “La curiosità per il nuovo mi avvicina a mia figlia”

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“La mia famiglia è composta da me e mia moglie, entrambi sessantenni, da una nonna novantenne  e da un’unica figlia adottiva di 26 anni, arrivata in Italia dal Cile quando aveva 6 mesi.

Per me essere un buon padre vuol dire essere sempre disponibile al dialogo con mia figlia, ascoltarla veramente, esserne il confidente ma senza invadenza, condividere con lei tutto ciò che lei desidera condividere, dare spazio ai suoi sogni e progetti, avere fiducia in lei, ma anche cercare di darle una visione realistica delle sue capacità e delle opportunità che la realtà le offre, responsabilizzarla nei confronti dei suoi doveri e del futuro che deve costruirsi, bilanciare l’atteggiamento eccessivamente protettivo di sua madre, favorirne l’autonomia, farle sentire sempre il calore del mio affetto.

Se penso alla figura di mio padre, penso ad un uomo amorevole ed affettuoso, che aveva fiducia in me e ha sempre cercato di far crescere la mia autostima, colto, intelligente e stimolante, ma anche ad una persona con debolezze caratteriali che lo hanno portato a scelte poco responsabili nei confronti della famiglia: in questo sono e voglio essere totalmente diverso da lui.

Quando sento parlare di “crisi dei padri”, non mi sento molto coinvolto dal problema: se, infatti, con questa definizione si intende la difficoltà a tenere il passo con i tempi che cambiano o a far sentire ai figli la propria autorevolezza, io, che sono molto curioso del nuovo in ogni campo e amo tenermi aggiornato, credo di  comprendere, almeno in genere, ciò di cui mia figlia parla e sento che tuttavia, fortunatamente, lei non mi percepisce come un suo pari, ovvero che sente molto la mia autorità paterna.

In una circostanza mi sono sentito in difficoltà nei confronti di mia figlia: quando lei ha fatto una scelta sentimentale che né io né mia moglie condividiamo; la situazione permane attualmente; con mia moglie ci siamo confrontati sull’argomento in svariate occasioni; la nostra scelta è stata quella di non porci in un atteggiamento di totale opposizione nei confronti del ragazzo e della relazione, ma di far riflettere nostra figlia, di volta in volta, su specifici aspetti, per stimolarne la riflessione, restando anche noi, per quanto ci è  possibile, in una posizione di disponibilità a cambiare idea; è un equilibrio difficile da mantenere, ma per il momento siamo riusciti ad evitare frizioni troppo traumatiche.

A mia figlia non vorrei lasciare uno specifico messaggio; vorrei piuttosto che tutta la vita mia e di mia moglie, che siamo persone comuni ma intellettualmente ed affettivamente oneste, fosse per lei un messaggio di correttezza e di amore.”