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“I colori del vuoto”: intervista alla curatrice del libro, Ramona Parenzan

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Ramona parla del vuoto che ragazzi adottati, genitori adottivi e genitori biologici si portano dentro. Un vuoto che può essere colmato se solo lo si vuole e non si ergono barriere. Se si comunicano le emozioni e si decide di non viverle più in solitudine.

L’intervista mette in luce gli obiettivi del libro e come è nato. Ramona, inoltre, legge stralci di tre racconti che spaziano dal significato di abbandono per una ragazza adottata, all’importanza dell’incontro con la mamma biologica, tutto condito dal sentimento di chi ci è passato davvero.

Buon ascolto.

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“I colori del vuoto”, un libro sulla ricerca delle origini scritto dai protagonisti

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Un gruppo di persone mature si incontra su facebook nei gruppi che parlano di adozione e ricerca delle origini. Decidono di scrivere un libro insieme. La mente è Ramona Parenzan, anch’essa bambina adottata, mediatrice e scrittrice per l’infanzia. Quasi per scherzo nasce questo gruppo di “neo scrittori” a cui si affianca un talentuoso gruppo di disegnatori. Provenienze diverse, svariate professioni, accomunati dalla passione di raccontare, chi con la parola, chi con l’immagine. Ne è nato un libro a più voci e intonazioni, una sorta di coro di storie autobiografiche mescolate ad esperienze di altri ragazzi e genitori che hanno fatto lo stesso percorso di vita. Il tutto colorato con la magia della fantasia.

Un libro da leggere perché non ci sono mediatori. I racconti parlano da soli, arrivano dritti al cuore o sono un pugno nello stomaco. Solo attraverso la viva voce dei nostri figli possiamo davvero capire cosa si portano dentro e comprendere al meglio le nostre e le loro fragilità.

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Ricerca delle origini. Il punto…

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Ricapitoliamo:

–          I figli non riconosciuti alla nascita possono conoscere il nome della madre solo al compimento dei 100 anni d’età il che equivale a dire mai

–          I figli non possono neppure sapere se ci sono dati/notizie su di loro (nel tempo potrebbero essere stati distrutti o persi) in modo da mettersi l’animo in pace

–          La legge tutela in primis il diritto all’anonimato della madre e non le dà la possibilità di tornare sui suoi passi neanche a distanza di tempo.

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La proposta di legge chiede:

–          L’abbassamento del limite ai 25 anni d’età (si valutano anche i 40 anni) dell’adottato equiparandolo ai figli riconosciuti

–          La figura di un mediatore (TdM, counselor, assistente sociale…) che faccia da intermediario tra madre e figlio

–          La ricerca deve nascere da un’esigenza del figlio, non della madre biologica

–          La madre biologica può acconsentire o negare il contatto

–          Nessuno è obbligato a cercare la madre, è solo una possibilità.

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Eventuali problematiche, pro e contro:

–          Sono state presentate varie proposte di legge da diversi schieramenti politici ma una modifica alla legge non è mai stata approvata. Ora si aggiungono le pressioni della Corte di Strasburgo che ha invitato l’Italia ad adeguarsi al resto d’Europa

–          Vi è il timore che arrivi il messaggio che la tutela dell’anonimato della madre biologica non sia più prioritaria e che porti donne già in grandi difficoltà a diffidare del diritto preferendo la strada più semplice e definitiva dell’aborto o dell’abbandono senza tutele

–          Da parte dei genitori adottivi c’è timore per il figlio se non ha ancora elaborato certe instabilità emotive, perplessità che, secondo noi, potrebbe essere superata considerando un’età più elevata per il diritto alla conoscenza e un sostegno durante tutto l’iter della ricerca ed eventuale incontro con il genitore bio

–          Non si tratta solo di garantire il diritto all’anonimato. Le madri in difficoltà dovrebbero essere informate anche sulle alternative quali il riconoscimento e la rinuncia alla patria potestà, rendendo il piccolo adottabile; si dovrebbe prevedere un sostegno di tipo economico, psicologico e sociale; bisognerebbe diffondere una nuova cultura della dignità della donna che non deve essere mero oggetto sessuale.

–          Conoscere le proprie origini eviterebbe l’”attrazione sessuale genetica”, quella cioè che nascerebbe tra parenti per familiarità e che potrebbe sfociare nell’ìncesto all’insaputa dei due attori.

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Non è facile districarsi tra molteplici punti di vista e ragioni. Ricordiamo, comunque, che con la nuova proposta di legge nessuno è obbligato a cercare sua madre se non lo vuole, come una madre non è obbligata a incontrare il figlio a distanza di anni se non lo vuole. D’altro lato non si può nemmeno sottovalutare il diritto al rispetto della vita privata inteso come diritto di essere protetti da intrusioni nella sfera intima.

Vanno quindi considerate attentamente le varie sensibilità e condizioni: non è la stessa cosa cercare una mamma criminale o una madre che negli anni ‘60 è stata costretta a lasciare suo figlio per convenzione sociale.

In questa direzione il nodo centrale ci sembra l’inadeguatezza del servizio offerto alle famiglie in questa ricerca, punto d’incontro tra la posizione ANFAA e il Comitato della Ricerca per le Origini che chiede la figura di un mediatore.

Siamo allora d’accordo che ci vuole mediazione e sostegno. Il TdM cerca di capire se il soggetto è in grado di gestire la cosa per non creargli ulteriore turbamento. Non si possono però consegnare dei dati crudi senza un accompagnamento. E’ necessario il sostegno all’adottato, alla famiglia adottiva e alla madre genitrice.

Il Comitato della Ricerca per le Origini chiede che sulla cartella clinica vengano lasciati dalla madre indicazioni sulle malattie genetiche in modo che il figlio possa accedere almeno a queste notizie utili per la sua salute. Su questo ci pare concorde anche ANFAA. Un servizio del genere è già attivo a Roma attraverso un protocollo di intesa tra il Comune di Roma e il TdM che recita: “A garanzia della salute del bambino è necessario registrare tutti i dati anamnestici materni nonché effettuare alla partoriente tutti gli esami diagnostici indispensabili all’accertamento di patologie a trasmissione genetica….ma non dovranno comparire dati che possano ricondurre all’identità della madre naturale”. Tale prassi potrebbe essere applicata su scala nazionale.

Su questo blog parliamo sempre del dovere delle istituzioni, delle associazioni e degli enti di sostenere le famiglie nel post adozione. Ebbene, secondo noi, la ricerca delle origini e la ricostruzione della storia personale è una parte importante del post adozione.

La petizione ha il grande pregio di creare un confronto che dovrebbe tradursi in una legge più attenta alla salvaguardia dei diversi soggetti, senza trincerarsi dietro a luoghi comuni e barriere invisibili. Noi del blog ilpostadozione auspichiamo che il dibattito porti ad un risultato soddisfacente per entrambe le parti senza immobilismi e nel rispetto di ciascuna posizione.

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Ringraziamo il Comitato Nazionale per la Ricerca  delle Origini e ANFAA per il materiale che ci hanno messo a disposizione per completare in modo esaustivo questa sezione.

Ricerca delle origini. Film: “Fratelli” di Angelo Longoni (Ita 2006)

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Alla morte del padre, Anna scopre di avere un fratello in Canada. La madre non ne vuole parlare ma alla fine cede e racconta la storia di una famiglia in difficoltà, dopo la seconda guerra mondiale, e del raggiro di un sacerdote del luogo. I due coniugi erano convinti di dare il figlio in affidamento, ma al momento di riabbracciarlo non hanno più avuto sue notizie. Anna rimane sconvolta dalla rivelazione e decide di assoldare un investigatore privato per cercare il fratello, contro il volere della madre.

Il film è semplice ma evidenzia lo scombussolamento di una notizia così importante nella vita di Anna e il desiderio di conoscere il fratello, lei che pensava di essere figlia unica. Interessante anche l’atteggiamento della madre che, pur non avendo colpe, preferisce lasciare chiusa quella porta per non avere e creare nuovi dissesti interiori. Il padre, invece, alla morte aveva predisposto di non portarsi quel segreto nella tomba quasi a significare che un figlio, una madre o un fratello non sono semplici pedine, ma tracce profonde che non si possono cancellare mai del tutto e che nei momenti importanti riaffiorano.

Ricerca delle origini. Mamma Giuliana: “Il punto di vista di una madre che non ha riconosciuto il figlio alla nascita.”

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Oltre ai figli ci sono anche le madri che vorrebbero recedere dall’anonimato, ma che per una decisione passata presa in situazione di emergenza e necessità, con la legge attuale non hanno la possibilità di farlo per le vie legali. Ecco la testimonianza di una di loro.

Alle madri naturali che non hanno riconosciuto il figlio alla nascita: è molto difficile scrivere ed esporsi, tanto più quando si è di per sè una persona riservata. Ma io – ed immagino molte di voi – cerco mio figlio e voglio fare tutto il possibile perché questo avvenga. Questa “esposizione” deve avvenire gradatamente, gradualmente, con calma, per non soffrire troppo e sentirsi quasi male…Eppure è necessario: non solo per noi, per raggiungere “l’obiettivo prefissato”, ma soprattutto per un senso di dovere verso i nostri figli, i quali – delle nostre decisioni – non hanno nessuna colpa né responsabilità. Non dobbiamo più’ farli soffrire.

Semplicemente abbiamo deciso noi per loro. E’ terribile , ma è cosi’. Se quella che – al momento – sembrava la soluzione più semplice e definitiva, col passare del tempo, per moltissime di noi, non si è rivelata né semplice né definitiva….Anzi, più passa il tempo, più c’è la piena consapevolezza del gesto che si è compiuto….Con tutte le conseguenze del caso.

Di una sola cosa – positiva – ho anche consapevolezza e orgoglio: mio figlio è vivo perché io l’ho voluto vivo. Sicuramente sarà così anche per moltissime di voi.

Questo gruppo è nato con due obiettivi di fondo: fare pressione non solo perché possa essere modificata la legge sulla possibilità per i figli adottivi non riconosciuti di accedere alla conoscenza delle proprie origini ben prima dei 100 anni (40 sono sempre troppi …) ma soprattutto perché possa essere riconosciuto il nostro “diritto”/possibilita’ a recedere dall’anonimato. La legge potrebbe offrire a noi madri “anonime” una scelta di questo tipo/non obbligo.

Ricerca delle origini: “Perché non supporto la petizione”

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Proseguiamo nel dibattito sulla petizione “Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini”. Abbiamo contattato l’Associazione ANFAA che ci ha fornito un importante supporto per la loro tesi. In particolare ci ha illuminati l’intervento che ANFAA ha presentato al seminario di studi “L’accesso alle informazioni sulle origini percorsi di accompagnamento”, tenutosi il 10 maggio 2013 a Firenze presso l’istituto degli Innocenti (Prospettive assistenziali, n182 aprile-giugno 2013), e la relazione della psicologa dott.ssa Marisa Persani “Considerazioni inerenti all’identità delle persone adottate non riconosciute alla nascita”. Di seguito la sintesi dei principali punti. Non entriamo nella costituzionalità o meno della norma perché è un discorso troppo tecnico da affrontare nelle sedi competenti.

 – Attenzione alla tutela del minore

Si evidenzia che nell’attuale legge il TdM può autorizzare l’accesso alle informazioni a conclusione di una procedura che prevede la raccolta a monte di tutte le informazioni di carattere sociale e psicologico al fine di valutare che l’accesso alle notizie suddette non comporti grave turbamento all’equilibrio psico fisico del richiedente.

 – Numero limitato di richieste

Da una ricerca condotta sui dati 2008-2009 si è visto che le richieste per vie legali da parte dei figli e genitori adottivi sono in numero limitato. Di queste sono state rifiutate solo le domande dei ragazzi non riconosciuti alla nascita, come indicato dalla legge.

 – Manca una metodologia uniforme nella consegna delle informazioni

Ogni Tribunale opera come un pianeta a sé, senza accompagnamento del ragazzo alla ricerca della madre e senza valutare da vicino la portata emotiva che può scaricarsi su ragazzo e famiglia adottiva, oltre che sulla madre biologica.

 – Ci sono stati casi di comportamenti persecutori da parte della famiglia di origine

Anche in questo caso la famiglia adottiva e il ragazzo sono lasciati soli.

 – La ricerca si fa più insistente nei soggetti che hanno saputo del loro stato  adottivo in età avanzata

In questo ANFAA è molto chiara nel sostenere che il ragazzo va accompagnato in tutto il percorso di vita con la verità narrabile. Saperlo tardi può incrinare il rapporto di fiducia tra ragazzo e adulto, scatenando il desiderio di cercare l’ignoto nella speranza di trovare un rapporto affettivo più autentico che non è detto si realizzi, creando un’ulteriore frustrazione.

 – Superamento del legame di sangue

L’adozione si basa sulla creazione di un rapporto che non ha niente a che vedere con l’ereditarietà e il rapporto basato sul sangue: “La storia di ognuno di noi, compresa quella dei figli adottivi, va accettata e non deve confondere il diritto all’informazione sulla propria condizione di adottato e alla conoscenza della propria storia con la conoscenza dell’identità dei genitori biologici”.

 – La condizione delle mamme che ricorrono al parto in anonimato è di estrema fragilità

Questa legge che consente alle mamme di partorire in segretezza è stata considerata una conquista per la salvaguardia di quelle donne e bambini che altrimenti potrebbero venir danneggiati dal “parto fai da te” senza assistenza sanitaria o addirittura sfociare in infanticidio. A supporto di questa tesi: “La riservatezza è un elemento fondamentale per tutelare e garantire la vita stessa del nascituro e per rassicurare le donne interessate sul loro effettivo diritto alla segretezza del parto“.

 – Ci sono bambini dati in adozione contro il volere dei genitori biologici.

In questo caso la segretezza serve a tutelare il minore da ingerenze pericolose da parte della famiglia di origine che potrebbe avere, in alcuni casi, radici criminali.

 – Non esistono studi che confermino un maggiore equilibrio del ragazzo grazie alla conoscenza dei dati anagrafici della propria madre generatrice

Le domande “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?” sono di tutti gli esseri umani. Secondo questa tesi i genitori sono quelli che ti accudiscono. Ognuno di noi è in qualche modo adottato, nel momento in cui la madre e il padre decidono, oltre ad averti generato, di prendersi cura di te. Dare un nome non dà risposta ai quesiti. Molto spesso dare un volto al genitore biologico amplifica i problemi.

Per approfondire:

Pier Giorgio Gosso: “Davvero incostituzionali le norme che tutelano il segreto del parto in anonimato?” – Famiglia e diritto 8-9/2013

Ricerca delle origini: “Perché supporto la petizione”

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Abbiamo estratto le testimonianze più significative dalla petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini. Sono figli che stanno cercando o vorrebbero cercare i genitori di origine oppure genitori adottivi che si interrogano. Li abbiamo raggruppati per aree tematiche ricorrenti.

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Le risposte necessarie e la fragilità di chi non sa

– Ho ritrovato con fatica le mie origini e sono stato molto fortunato… dopo 30 anni ho potuto dare molte risposte alle domande che mi facevo da sempre. Ognuno di noi ha una storia diversa, non sempre è a lieto fine come la mia anzi, spesso ci sono storie di dolore… Ciò non toglie il diritto di sapere e di conoscere il nostro passato! Per noi adottati, c’è come un “punto interrogativo” e poi l’inizio della nostra vita, con il tempo, con l’età, quel punto interrogativo si fa sempre più grande, le domande sempre più numerose e la possibilità di conoscere le nostre origini sempre minori… I legami di sangue e genetici sono molto forti e spesso sono dominanti nella formazione del carattere di una persona, e NON conoscerli può creare disturbi, problemi, depressioni… Mi rivolgo a chi dovrà decidere se questa legge dovrà passare, vi prego di mettere da parte per una volta, burocrazia, politica, idee religiose e tutt’altro…Siamo persone non numeri, siamo esseri umani non solo cittadini o consumatori.

– C’è tutto il diritto di sapere da dove si viene….anzi io lo farei sapere sin da piccoli…agli adottandi….la cosa bella è che chi adotta è il vero genitore..perchè cresce con amore il pargolo adottato….poi, viene chi ci ha messo al mondo…perchè se si ha un figlio si sanno le difficoltà nel crescerlo, i sacrifici….e quindi che paura c’è perchè si vuol nasconderlo????? e la legge..che diritto ha di dire che l’adottando non deve sapere???? l’adottando è un essere umano..e deve esser responsabile nel sapere che vicino a sè ha chi l’ama e non deve temere di sapere le proprie origini….più cresce in questa menzogna…più diventerà un adulto instabile….quando saprà  la verità……..

– La vita è fatta di fasi, tutte importanti a noi manca la prima cioè le fondamenta della casa, non negatecelo xchè la casa avrà sempre questa crepa. Donateci il nostro sconosciuto passato, tutti voi che siete in condizioni normali non immaginate cosa significa.

– Ritrovare le mie origini di sangue, è stata la cosa più giusta da fare perchè, se questo non fosse successo, per tutta la vita resti con il mistero ed il perchè è successo tutto questo con conseguenze di problemi di identità personale, fantasie mentali e senso di inferiorità. La verità qualunque essa sia, anche la più brutta, è sempre giusto saperla, perchè così ti aiuta ad accettare la realtà.

Le malattie genetiche

– Non è giusto che dobbiamo vivere nell’ombra abbiamo il diritto di conoscere la persona che ci ha dato la vita. Sono stata male ho avuto un tumore all’utero, i dottori mi chiedevano dei parenti ….mamma, papà….quali malattie avevano avuto……io riuscivo solo a piangere.

– Capisco che si vuole proteggere una donna che magari si è rifatta una vita, ma è pur vero che proprio in questi tempi in cui si scoprono sempre più malattie genetiche sarebbe utile risalire ai genitori, perchè solo alla madre?

L’importanza della regolamentazione della materia per evitare la solitudine della ricerca

– (…) ho affrontato tutto da sola attraverso internet, i social network questo perchè mi è stato detto all’inizio delle mie ricerche che fino ai 25 anni non si poteva accedere alle proprie origini! perchè usare metodi illegali?? non ha alcun senso! (…)

– E’ giusto far sì che, chi vuole, sappia per vie ufficiali e nei modi giusti ciò che è stato, piuttosto che scoprire dolorose verità senza alcun filtro che ci aiuti a “comprendere” ed accettare, nonché a superare.

Comprensione per le madri di nascita e riconoscimento del valore dei genitori adottivi

– La coscienza di chi siamo e quali siano le nostre radici naturali è un sacro santo diritto per l’essere umano civilizzato. La verità ci completa, qualsiasi essa sia. In quanto alla protezione delle madri naturali, sono gran poche quelle che sono arrivate a partorire un figlio senza pensarlo per tutta la vita. Molte sono state costrette a cedere il figlio. I genitori adottivi sono molto coraggiosi, sia nel crescere un figlio non nato da loro, sia, e doppiamente, non ostacolando la verità a quest’ultimo, sia, al momento opportuno e col il consenso di tutti gli interessati, a favorire l’incontro con i genitori e/o i parenti naturali. Legalmente e “storicamente” rimarranno incondizionatamente figli di chi li ha cresciuti.

– Sono anch’io un’adottata. Ho 54 anni e mi piacerebbe saper di più del mio passato. Ho avuto una mamma ed un papà adottivi meravigliosi che ora non ci sono più …mi piacerebbe colmare quel vuoto, quel buco nero che ha sempre condizionato la mia vita….grazie per quel che riuscirete a fare.

– Il perchè dell’abbandono può dirlo solo una madre!

– A te che vorresti dire a tua madre biologica “Ti odio”, sappi che non è un sentimento costruttivo. Un giorno te ne renderai conto come è successo anche a me.

Le difficoltà dei genitori adottivi nella ricostruzione della storia familiare del figlio

– Sono una mamma adottiva di un bimbo arrivato con adozione internazionale. Non ho purtroppo dati sulla madre biologica di mio figlio e questo mi dispiace terribilmente. Forse contrariamente alla maggioranza di mamme Ado, o almeno quelle che conosco io, condivido e vi appoggio in toto! Ritengo che il nostro compito di genitori Ado sia quello di donare ali forti ai nostri figli per permettergli di volare in alto. Ma come possono farlo se non hanno radici? Questi figli hanno il diritto di sapere, di chiedere e forse anche di capire. E fosse anche x semplice curiosità, quando esiste la possibilità, bisogna dar loro la possibilità di dare un volto a colei che spesso vedono come il lupo cattivo, spesso come una figura sacra etc etc. Sono d’accordo nell’accompagnamento in un percorso simile ma perché vietarlo? La vita di questi figli è sacra e nessuno può, ancora una volta, decidere x loro. La vita è un puzzle; a loro mancano dei tasselli! Ripeto, io non so nulla di mio figlio ma se avessi anche solo un nome lo tratterei come oro. La cosa farà soffrire i genitori Ado? Certo che si, ma la vita di un essere umano è la cosa più importante e se un domani dovessi soffrire io, cosa importa? La mia sofferenza probabilmente corrisponderà alla verità x mio figlio e forse solo allora mio figlio potrebbe essere sereno e non vedere più i fantasmi del passato. Impegniamoci un po’ tutti quanti a dar valore al mondo dell’adozione. Se ne parla poco e male. E i nostri figli meritano di più, molto di più!!

La ricerca dei fratelli

– Salve, sono anch’io un’adottata (classe 1964) e sto seguendo il lungo iter burocratico presso il TdM per conoscere NON mia madre (sono una n.n.), ma la mia gemella. Non ho rancori, solo questo gran rimpianto di non aver condiviso questa vita con mia sorella a cui penso da sempre (cioè dai 14 anni quando ho appreso il mio status di adottata).

Ricerca delle origini: “Emilia Rosati, una delle sostenitrici della Petizione, risponde a ilpostadozione”

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Abbiamo contattato Emilia Rosati, autrice dell’ultima lettera del post precedente e componente del direttivo “Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche” che ha risposto a qualche nostro dubbio. La ringraziamo per la sua apertura e disponibilità.

 Ruota degli esposti – Chiesa dell’Annunziata (Napoli)

D. Ilpostadozione

Fermo restando il vostro diritto alla ricerca dando la possibilità alla mamma di ritrattare il suo anonimato, ci sono alcune perplessità che ci piacerebbe condividere con voi per superarle:

1) timore di destabilizzare un equilibrio conquistato difficilmente nel tempo (sconquasso interiore per il figlio senza un adeguato accompagnamento; sconquasso della madre di nascita – anche lei va accompagnata, secondo noi, come i genitori adottivi);

2) possibili ingerenze destabilizzanti della famiglia di origine (sappiamo di casi di ritrovamento di fratelli maggiori che hanno scaricato sui minori, che li hanno cercati, la responsabilità dello sfascio della famiglia perché loro ultimi nati);

3) ricatti in termini pecuniari;

4) possibili vendette dei figli sui genitori biologici

Ci preoccupa soprattutto la stabilità emotiva dei nostri figli. Il fatto di averli avuti in adozione internazionale potrebbe essere un elemento di maggiore sicurezza per eventuali contatti “fisici” con i parenti lontani. Non si possono, tuttavia, escludere incontri attraverso internet.

Forse c’è un’età più adatta per la ricerca, forse sono due mondi quello dei bambini adottati in fasce e quelli entrati in famiglia già grandi…Lo chiediamo a voi perché siete tanti e avete storie diverse. Insomma, se vi fa piacere, ilpostadozione è a disposizione per chiarire la vostra posizione rispetto ad un tema tanto delicato e personale.

R. Emilia Rosati

Risponderò con ordine seguendo i punti da voi elencati.

1) La ricerca deve nascere da un intimo e profondo desiderio, non da un impulso temporaneo, e tantomeno da una qualsivoglia sollecitazione esterna della madre naturale, che del figlio sa, mentre è il figlio a non conoscere e dunque a desiderare, eventualmente, il completamento della propria identità attraverso le notizie che riguardano la propria origine e la propria storia. Quindi, se ciò avverrà ad una età giusta (che potrebbe essere indicata intorno ai 25 anni, come previsto dalla stessa legge 149/2001 e dopo un percorso di reale interiorizzazione del bisogno, non dovrebbe dare adito a traumi, ma anzi potrebbe sanare il trauma della non conoscenza, che, credetemi, equivale per molti di noi, ad una invalidità permanente.

2 e 3) Se la conoscenza avvenisse attraverso un tribunale, un mediatore familiare, insomma una figura istituzionale, così come le nostre proposte di modifica della legge prevedono, una volta conosciuti i dati anagrafici ciascuno sarebbe libero di procedere come meglio crede, anche eventualmente acquisendo preventive informazioni di carattere privato sulla famiglia in questione per poi stabilire se sia il caso o meno di creare un contatto. Purtroppo non esistendo una legge che regolamenti la questione molti ragazzi si rivolgono a facebook o altri social network, senza il necessario supporto da parte della famiglia adottiva, e rimangono esposti a qualsiasi suggestione o relazione non opportuna, ricattatoria o coercitiva emotivamente e moralmente.

4)Credo che se il percorso nella conoscenza ha seguito la giusta traiettoria, magari con l’aiuto di un counselor, e comunque con il supporto della famiglia adottiva, sottolineando sempre l’importanza di un’età matura, anche la rabbia dovrebbe essere stata elaborata e non lasciare residui spazi alla vendetta o a qualsiasi altra forma di azione che non sia una civile e rispettosa conoscenza/famigliarità. Comprendo benissimo lo stato d’animo di tanti genitori adottivi, la lontananza è una sicurezza, soprattutto se i figli sono giovani, da eccessive ingerenze ed implicazioni di tipo emotivo.

La mia esperienza è stata positiva. A 56 anni ho incontrato i miei fratelli che sono davvero bravi ed onesti. Ci sentiamo spesso telefonicamente e ci incontriamo di rado perchè abitiamo lontano. Mi hanno raccontato la storia di mia madre, ormai morta, ed io provo per lei un sentimento di tenerezza avendo conosciuto la sua esistenza difficile. Prego per lei, ma mai mi viene da considerarla madre, perchè mia madre si chiamava Concetta, ed è quella che ha pianto e gioito insieme a me, nei momenti importanti della mia vita. Purtroppo se ne è andata troppo presto (avevo ventiquattro anni), ma il suo ricordo non mi lascerà mai. Nella mia solitudine la presenza di due fratelli affettuosi mi gratifica……li sento come qualcosa tra amici e parenti, ma il nostro rapporto si costruisce piano piano come in qualsiasi incontro umano.

Ogni caso è diverso: c’è chi di noi più vecchie ha fatto le ricerche solo dopo molti anni dalla morte dei genitori adottivi, chi dopo poco, chi mentre loro sono in vita. Non dipende da quanto ci si voglia bene, ma dall’indole e dalla sensibilità di ciascuno ed anche, forse, da una maggiore o minore modernità ed apertura mentale, sia dei figli che dei genitori.

Ricerca delle origini: “La posizione dell’ANFAA – Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie”

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Non tutti i genitori adottivi e neppure i figli sono d’accordo su questa ricerca in caso di anonimato. Cerchiamo di capire la posizione dell’associazione ANFAA che difende il diritto alla segretezza del parto come prevenzione all’abbandono e infanticidio. Attraverso queste tre lettere di donne adottate si può osservare come ci sia una diversa reazione umana rispetto alla ricerca delle origini. Il punto in comune è che tutte e tre hanno cercato informazioni e risposte, ma c’è chi si è fermato perché se n’è fatta una ragione e chi, invece, non riesce a desistere perché sente un vuoto da colmare. Per nostra fortuna non siamo tutti uguali e manifestiamo diverse sensibilità che vanno ugualmente rispettate.

LE NORME SUL SEGRETO DEL PARTO VISTE DA TRE FIGLIE ADOTTIVE

A seguito della pubblicazione della lettera riportata da la Repubblica il 27 dicembre 2008 (1) in cui Emilia Rosati rivendica il diritto dei figli adottivi non riconosciuti alla nascita di accedere all’identità della loro procreatrice, sono intervenute due figlie adottive, ormai adulte. Con sfumature diverse esse riportano nelle loro risposte l’attenzione sugli aspetti fondanti della filiazione e del rapporto genitori-figli, su cui crediamo dovrebbero riflettere quanti propongono cambiamenti della normativa sul diritto alla segretezza del parto.

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Ho letto la lettera di Emilia Rosati, pubblicata, nella sua rubrica, su la Repubblica del 27 dicembre scorso, dal titolo “Noi figli e una punizione lunga 100 anni”. La signora Rosati afferma di scrivere a nome di migliaia di figli non riconosciuti, ma sicuramente non a nome mio e di altri che come me non condividono la sua posizione.

Sono nata 43 anni fa da una donna che per mia fortuna ha preferito non praticare un aborto (all’epoca clandestino) e non mettere a repentaglio la mia vita: con grande atto di responsabilità mi ha partorito in ospedale, donandomi la vita, e ha scelto di non essere nominata. Sono stata adottata quando avevo tre mesi (oggi per fortuna l’iter è ancora più rapido) e da allora ho la mia famiglia con cui ho costruito la mia storia e la mia identità.

Non sento che il mio passato sia stato “inghiottito nel nulla” e sono stati i miei veri genitori, quelli adottivi, a strutturare la mia vita nel passato, nel presente e nel futuro. Queste mie certezze, frutto del loro amore nei miei confronti e della tempestiva informazione sulla mia storia, non implicano che io non abbia mai pensato a chi mi ha messo al mondo, anzi, mi sono chiesta spesso quale fosse la causa che ha spinto ad una scelta tanto difficile e definitiva, quanto responsabile e amorevole. Per questo ho voluto parlare con il personale dell’ospedale dove avviene il maggior numero delle nascite (e dei non riconoscimenti) della regione in cui vivo: attraverso le parole delle ostetriche, delle assistenti sociali e delle psicologhe ho cercato di scavare nelle realtà che ci sono alla base della scelta del parto in assoluto anonimato.

Non mi sento diversa da un figlio biologico per il fatto di essere stata adottata e non mi sento di vivere una situazione tragica, né di essere discriminata o punita per il fatto che non mi venga concessa la possibilità (poiché non si tratta di diritto! vedasi la legge sull’adozione) di risalire ai dati di chi mi ha messo al mondo. Si parla poi sempre in questi casi solo della donna che ha dato la vita e non dell’uomo e questo richiederebbe un ulteriore capitolo!

Da figlia, a cui è stato concesso di vivere grazie a questa legge, e da donna penso che sarebbe meglio da parte di noi figli non riconosciuti alla nascita, un impegno e una lotta non per esaudire una possibile e lecita curiosità, ma affinché il diritto di queste donne di essere assistite prima, durante e dopo il parto sia veramente esigibile e perché una legge di cui dovremmo essere fieri continui a rimanere tale a difesa di tutti quei bambini che grazie ad essa verranno al mondo e che non subiranno una triste sorte quale troppo spesso leggiamo sui giornali, grazie a donne che hanno scelto di metterli al mondo nella sicurezza di un ospedale, e che avranno l’affetto di due genitori e di una famiglia. Troppo spesso purtroppo queste donne vengono giudicate negativamente dalla società e dai mass-media che omologano le donne che abbandonano i bambini nei cassonetti, uccidendoli, a quelle che non abbandonano, ma partoriscono in ospedale con un gesto, ribadisco, di grande responsabilità: donano la vita ad un bambino e lo affidano alle istituzioni, consapevoli di non poter svolgere quel ruolo genitoriale di cui i bambini hanno bisogno. Alle spalle di queste storie ci sono percorsi e scelte di vita non facili e facilmente giudicabili da chi nei veri problemi della vita non vuole immergersi.

La signora Rosati afferma: «Ciò ci impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita e del nostro sviluppo, rendendoci eternamente incompleti e destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi». È triste vedere come ancora oggi si basi la propria esistenza sui puri e semplici legami di sangue, unico legame con quella zona per l’appunto senza ricordi: penso invece serenamente che quella zona sia una piccola parte della mia storia, da cui ha avuto origine la mia vita, fondamentale perché senza di essa io oggi non sarei qui, ma qualsiasi sia l’inizio di quella storia mi sento una persona completa con piena cognizione di me stessa, in pace con la donna e l’uomo che mi hanno generato e con la speranza che dopo le inevitabili sofferenze del loro percorso legato alla mia nascita, siano stati in grado di ricostruirsi una vita serena come la mia, magari con dei figli, con una famiglia che li ami quanto la mia ama me: siamo il frutto delle persone con cui abbiamo vissuto la nostra vita non di quelli che ce l’hanno donata, siamo figli dei genitori che ci amano, ci allevano, educano, siamo genitori dei figli che amiamo, alleviamo, educhiamo, indipendentemente dai legami di sangue!

Ringraziando per l’attenzione saluto cordialmente e rimango a disposizione per eventuali confronti.

Claudia Roffino

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Sono una figlia adottiva adulta non riconosciuta alla nascita, che ha letto con grande interesse le due lettere pubblicate nella Sua rubrica su la Repubblica in data 27 dicembre 2008 e 12 gennaio 2009, rispettivamente firmate dalle signore Emilia Rosati e Claudia Roffino. Poiché mi sento molto coinvolta dall’argomento, mi permetto di inserirmi nel dibattito che ne è scaturito. I due sentimenti che in me prevalgono, nel mare di emozioni suscitate dall’intensità degli interventi letti, sono: rispetto e riconoscenza.

Rispetto per la donna che mi ha messo al mondo che, nello scegliere di compiere un gesto tanto innaturale quale quello di non farmi crescere con sé, mi ha offerto la possibilità di “rinascere” per la seconda volta nell’affetto di una famiglia adottiva, compiendo di fatto un grande atto d’amore, che non va giudicato ma accolto come un dono. Riconoscenza per i miei genitori adottivi, per avermi amata ancora prima di conoscermi, per avermi sostenuta, curata, assistita, consolata, talvolta anche sgridata, per non avermi mai mentito sulle mie origini di figlia adottiva e, soprattutto, per non essersi mai presentati come i “salvatori” di una povera bambina abbandonata, bensì come delle persone “bisognose” di completarsi nel rapporto genitoriale. In altre parole, a definire la mia identità personale e a favorire la mia serena e completa maturazione ha certamente contribuito la consapevolezza di essere stata adottata per una scelta d’amore, che si è esplicata di giorno in giorno nell’unico modo che può rassicurare un bambino adottivo: facendomi, cioè, sentire “veramente” figlia di genitori profondamente convinti di essere “veramente” genitori.

Proprio la forza di questi sentimenti mi induce a ripensare in termini del tutto nuovi all’intera tematica dell’accesso alle informazioni sulle proprie origini da parte del figlio non riconosciuto. Al naturale bisogno di conoscere le proprie origini per definire meglio la propria identità, tipico di ogni essere umano, non si sottrae certamente il figlio non riconosciuto alla nascita, anche se felicemente inserito in una famiglia adottiva che lo ama. Per quest’ultimo, in particolare, la ricerca è motivata non tanto dal desiderio di riallacciare significativi rapporti interpersonali con delle persone estranee, quanto dal più profondo e doloroso bisogno di conoscere le ragioni che hanno determinato il proprio stato di figlio non riconosciuto.

Incoraggiata ed aiutata dai miei genitori adottivi, ho svolto anch’io qualche ricerca sul mio passato. Ricordo ancora, con intensa emozione, il giorno in cui ho visitato l’orfanotrofio che mi ha accolto nei primi mesi di vita (oggi adibito a pubblico ufficio provinciale) e le parole con cui la funzionaria pubblica, preposta alla custodia del mio fascicolo, mi ha narrato gli episodi più significativi accaduti nel breve periodo che ha preceduto la mia adozione. La sensazione di imperfezione e manchevolezza, suscitata dall’impossibilità di conoscere le ragioni profonde del mio non riconoscimento, è stata gradatamente superata dalla consapevolezza che il diritto alla segretezza del parto debba necessariamente prevalere sulle altre ragioni del cuore, se si vuole davvero tutelare la vita delle donne e dei nascituri che non verranno riconosciuti.

Solo la garanzia di un parto anonimo può indurre una donna a rivolgersi ad una struttura pubblica per portare a termine una gravidanza indesiderata, evitando soluzioni più drammatiche quali l’aborto clandestino, l’abbandono in cassonetto o, addirittura, l’infanticidio. È preoccupante osservare come tale garanzia venga messa in costante discussione dalle iniziative di quanti intendono estendere anche al figlio adottivo adulto non riconosciuto il “diritto” di accedere alle informazioni concernenti l’identità dei propri procreatori biologici. Mi domando, innanzitutto, se all’introduzione di questo nuovo “diritto” corrisponda un reale interesse ad esercitarlo meritevole di tutela giuridica, soprattutto se l’affermazione del medesimo implica il riconoscimento del correlato dovere del genitore biologico di fornire delle informazioni documentali atte a consentirne il futuro rintraccio.

A voler analizzare la questione da un punto di vista strettamente giuridico, sembra che la nostra società si voglia predisporre a tutelare con la stessa intensità due diritti tra loro antitetici, dal momento che l’esercizio del primo (diritto alla segretezza del parto) nega l’affermazione del secondo (diritto all’accesso alle informazioni) e viceversa. Tali iniziative inoltre, nell’attribuire una posizione di privilegio al legame di “sangue”, sembrano non tenere conto non solo delle ragioni logico-giuridiche di cui sopra, ma neppure delle conseguenze umane che ne possono derivare.

Penso, in particolare, allo stato d’animo di una donna che, dopo aver superato con enormi difficoltà il trauma del gesto commesso, deve tornare a rileggere le pagine dolorose del suo passato, perché il bambino che ha messo al mondo anni prima, divenuto adulto, le chiede (sia pure per interposta persona) di rimettere in discussione la sua decisione. E penso anche alla sofferenza di quella persona che, dopo tante ricerche, si senta raccontare da un’autorità pubblica, che la donna che lo ha messo al mondo in gran segreto non intende riconoscerlo per la seconda volta; o ancora, nell’ipotesi contraria del ripensamento tardivo, a quale delusione possa portare l’incontro con una persona potenzialmente problematica e talvolta emarginata, comunque diversa da quella idealizzata, con l’illusione di poter riscrivere la propria storia. Il fatto che il nostro Stato non abbia ancora accolto simili posizioni dando prova, secondo taluni, di scarsa “modernità” e persistente “inflessibilità”, mi rasserena un poco; anche se la strada continua ad essere in salita a causa di un’opinione pubblica incapace di affrancarsi da un comune sentire prodotto e alimentato da media spesso disinformati e parziali.

Del resto fa certamente più audience dipingere lo stato di adottabilità di un minore come situazione necessariamente problematica, potenzialmente idonea a provocare delle irreversibili devianze e, pertanto, bisognosa dell’intervento di un legislatore solerte nel ga­rantire “diritti”, che raccontare la storia positiva di un figlio adottivo, non riconosciuto alla na­scita, capace di fare i conti con il proprio passato senza l’ausilio di un cognome e di un indirizzo.

Graziella Tagliani

. (1) Il testo pubblicato su la Repubblica con il titolo “Noi figli e una punizione lunga 100 anni” è il seguente:

«Scrivo per rappresentare la condizione di migliaia di cittadini, figli adottivi non riconosciuti alla nascita. Noi, a differenza dei figli riconosciuti dalla madre naturale, e successivamente adottati, ai quali l’attuale legge sull’adozione, la 149 del 2001, consente, raggiunta l’età di 25 anni, di conoscere l’identità dei propri genitori biologici, non possiamo accedere a tali informazioni, se non trascorsi 100 anni dalla nostra nascita, secondo le disposizioni del Codice sulla privacy.

Infatti il diritto a venire a conoscenza della nostra identità confligge con quello della donna che, al momento del parto, non acconsentì ad essere nominata. Quest’ultimo viene ritenuto, dalla legge attuale, decisamente prevalente sull’interesse del figlio adulto, a poter conoscere le proprie origini. Ciò ci impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita e del nostro sviluppo, rendendoci eternamente incompleti e destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi.

Partendo dalla domanda fondamentale “chi sono?” l’uomo si aspetta una risposta non solo relativa al presente, ma che si riferisca anche a ciò che è stato nel passato, perché il passato non viene inghiottito nel nulla, ma resta come elemento che struttura la sua vita nell’oggi, e ne condiziona il futuro. La conoscenza delle origini contribuisce a formare l’identità entrando nell’insieme di realtà che rappresentano il punto di partenza dello sviluppo umano. Non desideriamo per questo che venga messa in discussione la possibilità per la donna di partorire in anonimato. Per uscire da tale tragica condizione chiediamo soltanto che, ai figli e alle loro madri naturali, venga offerta un’ulteriore opportunità: che la legge attuale venga modificata prevedendo che il Tribunale dei minori, valutata la richiesta di accesso ai documenti da parte dell’adottato, nomini un mediatore che verifichi se la volontà della madre sia ancora attuale o se essa esprima il consenso al superamento dell’anonimato attraverso una “revoca del diniego”, alla luce delle mutate condizioni esistenziali.

Infatti è verosimile ed ampiamente documentato dalla cronaca che molte madri, vissute in una lacerante sofferenza per tutta la vita, possano non trovare difficoltà, ma anzi un ampio sollievo, nel venire a conoscenza che il figlio abbandonato forse per una scelta imposta da circostanze contingenti, ormai adulto, provi un intimo e profondo desiderio di conoscenza, ispirato da un sentimento conciliativo e riparatore. Crediamo che uno stato civile e democratico non possa non allinearsi al resto dell’Europa, riconoscendo a tutti i cittadini pari dignità, ed è di questa dignità che stiamo parlando, quando chiediamo di riappropriarci dei nostri dati vitali, il tutto nel massimo rispetto e con grande delicatezza nei confronti della donna sconosciuta che ci ha dato la vita.

Con l’augurio che con il nuovo anno si possa sensibilizzare l’opinione pubblica ad una cambiamento di cultura, e le istituzioni ad una modifica delle leggi vigenti».

Emilia Rosati

(fonte: Bollettino ANFAA del 01-02/2009)

Ancora sulla posizione ANFAA: http://www.anfaa.it/wp-content/uploads/2013/09/URGENTE-comunicato-ANFAA-su-ordinanza-TM-Catanzaro-a-Corte-Costituzionale.pdf

Ricerca delle origini: “Ai genitori adottivi chi ci pensa?”

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“Non è chi ti mette al mondo genitore.

Genitore è colui che ti sta vicino

 nonostante tu non sia nato dal suo ventre,

bensì dal suo cuore.”

Abbiamo scelto questo video perché creato da una delle nostre figlie ed è rassicurante per i genitori adottivi perché risulta chiaro che la ricerca delle proprie origini non necessariamente scaturisce da difficoltà di rapporto con la famiglia adottiva che ti ha accolto. Oltre a crescere figli altrui, placare le loro ansie e paure, instillare fiducia nel futuro, essere esempi viventi di un modo diverso di essere famiglia, noi famiglie adottive dovremmo accompagnare i figli nella ricerca delle origini. In questo caso stiamo parlando in generale, non di parto in anonimato, che merita uno spazio a sé che vedremo nei prossimi post.

L’accompagnamento è, secondo la nostra opinione, uno dei requisiti che dovrebbe essere richiesto al momento dei colloqui di preparazione della coppia.

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In un nuovo contesto di “cultura dell’adozione” il genitore adottivo dovrebbe:

1) svelare delicatamente la storia e le origini al figlio

2) spiegare con modelli positivi la scelta/necessità di una madre di lasciare un bambino

3) accompagnare il figlio adulto nella sua ricerca deludente o meno

4) ricordarsi che un figlio, di solito, cerca le sue origini quando si sente forte e dobbiamo essere orgogliosi di avergliela trasmessa noi questa forza

5) facilitare la ricerca dei nostri figli che hanno il desiderio di sapere da dove vengono, dove affonda la loro radice. Solo in limitati casi nasce dai conflitti con la famiglia adottiva

6) meglio parlarne prima che facciano incontri non mediati sui social network

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In definitiva, se voglio bene a mio figlio e voglio il suo bene dovrei

– accompagnarlo in questa ricerca del passato

– mediare i suoi sentimenti e i miei

– tutelarlo in caso di invadenze fuori luogo

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Chi parla, però, ha adottato un bambino grande.

Come si fa con un bimbo che ha un buco nero alle spalle?

Abbiamo la competenza per farlo o l’adeguato supporto?

Ne abbiamo la forza? E’ giusto farlo?

Ricerca delle origini: ”Cosa dice la legge italiana, diritti dell’adottato e diritto all’anonimato della madre”

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Ad oggi la legge italiana (L183/1984 modificata in seguito) consente all’adottato di conoscere le sue origini:

–          al compimento del 25° anno di età

–          al compimento del 18° anno di età in caso di “gravi e comprovati motivi di salute”

–          mai se la madre ha partorito in anonimato (“al compimento del 100° anno”).

La corte Europea dei Diritti Umani ha condannato la legge italiana perché, secondo i giudici di Strasburgo, l’Italia tutelerebbe solo il diritto all’anonimato della madre a scapito del diritto di conoscere le origini del figlio.

 

  • Le motivazioni dei ragazzi che cercano

Ci sono quelli che riescono a convivere con quest’incognita ma c’è chi non ce la fa. Più che desiderio di sapere chi è la madre desidera sapere perché l’ha lasciato.

C’è chi cerca per sapere se ci sono casi di malattie ereditarie in famiglia. Si tratterebbe di un legittimo diritto alla salute.

Chi lo fa perché viene a sapere di essere adottato in età adolescenziale e rimane scioccato dalla rivelazione. Necessita di capire meglio e ricomporre i tasselli della sua storia.

In buona parte dei casi lo scopo è quello di trovare maggiore equilibrio dentro di sé.

…..

  • Le motivazioni dell’anonimato delle mamme

C’è chi desidera rifarsi una vita e non vuole sentir parlare di un episodio passato. Parliamo di casi particolari e delicati come maternità causate da violenze, o dettate da problemi economici gravi o da situazioni di dipendenza da alcool e droga, oltre che da prostituzione.

C’è chi è stata costretta a lasciare il suo bambino perché allora era minorenne e in una certa epoca avere un figlio fuori dal matrimonio era un disonore.

C’è chi potrebbe approfittare della solitudine e della disperazione di una donna per offrirle strade alternative, ad esempio, vendere il figlio. L’anonimato potrebbe coprire il traffico di bambini.

C’è invece chi può tenere una porta aperta perché lasciare un figlio è sempre un gran trauma anche per la madre e il desiderio di conoscerlo può crescere ogni giorno di più.

……….

  • Cosa si chiede alle istituzioni

Non crediamo sia semplice da parte di un legislatore domare una materia tanto variabile e delicata. La proposta di legge presentata dalla deputata PD Luisa Bossa si avvicina a quella francese. La Francia ha superato il diritto all’anonimato della madre concedendo la reversibilità della decisione, consentendo alla madre di rivedere la sua posizione di genitrice anonima. In questo modo è libera di togliere l’anonimato in qualsiasi momento. Ebbene si è potuto osservare che su 100 genitori cercati, metà vengono identificati, di questi la metà accetta di togliere l’anonimato.

La soluzione francese richiede la costituzione di un ente ad hoc che

1)   raccolga i dati

2)   li divida tra dati accessibili e dati non accessibili (in anonimato)

3)   accompagni, con supporto psicologico ante e post, i ragazzi e famiglie alla ricerca della genitrice che in qualsiasi momento può togliere l’anonimato.

In UK, Svezia e Spagna sono i servizi sociali a curare la mediazione localizzando la mamma di origine e, su suo consenso, mettendola in contatto con l’adottato.

In Italia si chiede la reversibilità dell’anonimato una volta che il figlio, compiuti i 25 anni, desideri conoscere la madre di nascita. Solo con il suo consenso potrà esserci l’incontro. Viene quindi salvaguardato il diritto della madre e si va incontro alle esigenze del figlio. La nuova legge se verrà approvata non obbliga quindi a cercare la mamma di origine, è solo un’opportunità per chi lo desidera.

Ricerca delle origini: “Una petizione per sbloccare una proposta di legge più volte ignorata”

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Come dicevamo, siamo nell’ambito dell’adozione nazionale, ma quest’indagine può essere utile anche a quelli che hanno intrapreso l’adozione internazionale. Le motivazioni che spingono alla ricerca dei genitori biologici sono più o meno le stesse.

Cercheremo di spiegare che cosa vogliono quelle donne e quegli uomini italiani adottati che stanno raccogliendo le firme attraverso la petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini”. L’intento è di sbloccare una proposta di legge più volte presentata e più volte ignorata. La legge attuale viene chiamata ironicamente “La Punizione dei 100 anni” perché i figli non riconosciuti alla nascita possono accedere al certificato di nascita dopo 100 anni dalla registrazione dell’atto, cioè quando compiono 100 anni. Solo una signora ci è riuscita. Aveva 103 anni e non ha potuto certo incontrare di persona la sua mamma biologica.

Cercheremo di capire il punto di vista dei ragazzi adulti, delle madri biologiche e del legislatore. Non mancherà in altri post la voce dei genitori adottivi che in questa vicenda si spaccano tra sostenitori del cambiamento e conservatori della norma vigente.

Per introdurre il tutto riportiamo un articolo pubblicato sul giornale “La Stampa” dove ci sembra ben spiegato il limite della legge e che cosa chiedono i figli adottivi.

Genitori naturali, il “segreto” cade dopo venticinque anni

Se sia giusto o meno svelare l’identità dei genitori naturali ai bimbi adottati è una questione che da sempre suscita aspre discussioni. Oggi deve passare un secolo prima di poter conoscere la famiglia d’origine: la legge sta per cambiare

di Lorenza Castagneri

Cent’anni. Come dire mai. È il tempo che il Codice sulla privacy prevede che debba passare perché un figlio non riconosciuto possa scoprire chi sono i suoi genitori naturali. Una condanna per circa 400mila persone. Ragazzi e ragazze adottati da piccoli, uomini e donne ormai adulti che mai rinnegherebbero quella mamma e quel papà che li ha accolti e cresciuti, ma che non vogliono rinunciare a riempire il buco nero dato dall’incertezza delle proprie origini.

Dicono che sia un’esigenza che sentono tutti prima o poi. Un desiderio finora irrealizzabile, per quelli che una volta chiamavano “i figli di n.n.”.

Qualche mese fa, la deputata del Pd Luisa Bossa ha presentato una proposta di modifica della legge su adozione e affidamento dei minori. Che, tra l’altro, nemmeno parlava del tetto dei 100 anni (introdotto nel 2003), ma dava per assodato che non si doveva sapere mai.

La proposta punta a vincolare il segreto per 25 anni. Trascorso questo tempo, i figli non riconosciuti potranno rivolgersi al Tribunale dei minori per richiedere l’accesso alle informazioni sulla propria origine: la procedura di adozione, i dati sanitari, la permanenza in istituti, per esempio. Per rendere nota l’identità dei propri genitori naturali toccherà allo stesso tribunale chiedere il consenso agli interessati. Due le vie possibili a questo punto: confermare l’anonimato oppure revocarlo. «Una soluzione di compromesso» commenta la deputata Bossa. E spiega: «Da un lato si tutela il diritto della madre a rinunciare a riconoscere al proprio figlio, un diritto civile conquistato dopo anni e anni di battaglie. Dall’altro, viene garantita ai figli la possibilità di ricostruire la propria identità».

La proposta di legge – ora in seconda Commissione giustizia – prevede anche che, qualora la madre sia deceduta e il padre sconosciuto o, anche lui, deceduto, il tribunale, attraverso una propria indagine, possa comunicare al figlio la presenza di eventuali patologie ereditarie trasmissibili. «Informazioni – rimarca Bossa – talvolta fondamentali e che oggi purtroppo sono negate».

Con la modifica si creerebbe una situazione di parità nell’accesso alle origini, tra i figli non riconosciuti e quelli riconosciuti, a cui la riforma dell’adozione formulata con la legge 149 del 2001, già dava la possibilità di richiedere, al Tribunale dei minori, il nome dei genitori naturali una volta compiuti 25 anni.

Sulla questione, nel 2012, la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia affermando che la legge attuale è troppo sbilanciata a favore degli interessi della madre, a discapito di quelli del figlio.

Ma ad oggi l’unica strada per ricostruire le proprie origini è affidarsi al web. Faegn (Figli adottivi genitori naturali), nato 12 anni fa per iniziativa di Luisa Di Fiore, come Astro Nascente, è uno dei siti a cui si rivolge chi vuole rintracciare i genitori naturali: migliaia le richieste di aiuto. Ci sono decine di appelli nuovi quasi ogni giorno. Qui come sui forum, nei blog e sui social network. Nel 2008 è nato anche il Comitato nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini, che da anni si batte perché la legge che impone la “punizione dei 100 anni”, come la chiama qualcuno, venga modificata. «Un principio anacronistico e punitivo – lo bolla la presidente Anna Arecchia – Perché non è possibile – che ci siano persone condannate a crescere senza poter conoscere la loro storia».

(fonte: La Stampa – 16/09/2013)

Per approfondire vedi anche:

Espresso 16/09/2013: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/torna-fra-centanni-e-ti-diro-chi-sei%3Cbr-%3E/2214557

Avvenire 25/09/2013 http://www.avvenire.it/famiglia/Pagine/genitori-naturali-e-minori-adottati.aspx

Ricerca delle origini: “Alcuni genitori adottivi la considerano ancora un tabù”

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La ricerca delle origini è un tema molto sentito dai nostri ragazzi, soprattutto i più grandi.

Quando si diventa genitori adottivi si dovrebbe sin da subito fare i conti con il passato dei nostri figli. Invece, ancora oggi, molti di noi vivono questo argomento come un tabù. Gli enti, le associazioni di famiglie e le ASL si stanno attivando nel sostenere le coppie nella ricostruzione della “verità narrabile” per i più piccoli. Già è un buon passo in avanti. Più difficile è quando ci si relaziona con un adolescente o un giovane che scalpita alla ricerca della sua radice, come è normale che sia.

Si teme che ciò possa sconquassare un equilibrio raggiunto negli anni tra mille difficoltà. Temiamo anche intromissioni da parte di figure terze.

Nella nostra ricerca ci siamo imbattuti in una petizione attivata da un gruppo di persone adulte italiane combattive nel voler cambiare una legge che, allo stato attuale, non consente di avere i nomi dei genitori che non li hanno riconosciuti alla nascita. Stiamo quindi parlando di adozione nazionale.

Li abbiamo seguiti sul web e abbiamo cercato di capire le loro ragioni. Abbiamo anche cercato di spiegare con parole semplici le convinzioni o perplessità di sostenitori e non,  A volte lanceremo delle provocazioni per accendere un dibattito.

Per prima cosa proponiamo un video che sintetizza il loro credo.