Archivi categoria: post-adozione

Sessualità / sexsting : “Indagini Unicef su bullismo e violenza di genere”

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Sono oltre 100.000 gli U-Reporters tra i 13 e i 30 anni che hanno partecipato al sondaggio online dell’Unicef su giovani e bullismo. U-Report è una piattaforma digitale realizzata per favorire la partecipazione dei ragazzi attraverso dispositivi a loro congeniali, come smartphone, tablet e pc.

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I giovani partecipanti – provenienti da vari Paesi, fra i quali Senegal, Messico, Uganda,  Mozambico, Ucraina, Cile, Malesia, Nigeria, Swaziland, Pakistan e Irlanda – hanno risposto tramite sms, Facebook e Twitter a una serie di domande sull’impatto del bullismo nella loro comunità, sulle proprie esperienze personali e sui possibili mezzi per arginare il fenomeno.

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Questi alcuni risultati emersi dal sondaggio: un terzo degli intervistati considera normale rimanere vittime del bullismo, e una volta subito questo comportamento ha ritenuto di non dirlo a nessuno; la maggior parte degli intervistati che ha rivelato di essere stato vittima di bullismo riferisce di averlo subito a causa del proprio aspetto fisico; il bullismo è collegato anche al sesso, all’orientamento sessuale e all’origine etnica; un quarto delle vittime ha dichiarato di non sapere con chi confidarsi.

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L’indagine fa parte della campagna dell’Unicef #ENDViolence.

Vedi in particolare:

Cyberbullismo: violenza contro i ragazzi     https://ureport.in/poll/1379/

Protezione dei ragazzi on line: i governi fanno abbastanza?    https://ureport.in/poll/621/

Indagine globale sul bullismo   https://ureport.in/poll/575/

Opinioni riguardo alla violenza sulle ragazze nel mondo  

 

 

Master di secondo livello: “Affido, adozione e nuove sfide dell’accoglienza familiare: aspetti clinici, sociali e giuridici” – Milano – marzo 2017/giugno 2018

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MASTER DI SECONDO LIVELLO

 

 

Da chi è promosso: dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia e dall’Istituto degli Innocenti di Firenze con le Facoltà di Psicologia, Scienze Politiche e Sociali e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Di che cosa si tratta: il Master è alla sua quarta edizione ma si propone oggi rinnovato e ampliato nella proposta in quanto di interfacoltà. E’ una occasione unica per promuovere e diffondere una cultura professionale su temi tanto delicati, complessi e di grande attualità, in cui risulta sempre più necessaria una professionalità specifica.

Target: professionisti che già lavorano nel mondo delle famiglie accoglienti, ma anche a coloro che desiderano inserirsi in questo settore e che possono provenire dall’area psicologica (psicologi, psicoterapeuti), dall’area medica (psichiatri, neuropsichiatri infantili, pediatri, medici di base), dall’area sociale ed educativa (assistenti sociali, educatori, pedagogisti, insegnanti, dirigenti scolastici), dall’area giuridica (avvocati, esperti di diritto, consulenti giuridici) e dalla cooperazione internazionale (operatori di ONLUS, Enti Autorizzati, cooperative).

Iscrizioni: sono aperte e si chiuderanno il 15 febbraio 2017.

Informazioni sulle iscrizioni e sugli aspetti burocratici: master.universitari@unicatt.it.

Informazioni sui contenuti: master.affidoadozione@unicatt.it

Sessualità/omosessualità. Papà Carlo: “L’amore non ha niente a che fare con la perversione”

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“Figura femminile” di Ciro D’Alessio

Questa è uno stralcio di lettera scritta da un padre. Parla del concetto di amore nei rapporti etero e omo. Lui l’ha capito attraverso la storia di sua figlia lesbica. Non tutti i genitori sono capaci di far emergere il lato sensibile di fronte alla dichiarazione esplicita del proprio figlio di essere omosessuale. Così, ancora una volta, i figli si trovano soli a gestire qualcosa ancora lontano dall’essere accettato dalla nostra società. Non sappiamo dare delle risposte. Crediamo che uno sforzo vada fatto nel capire perché sta accadendo ad uno dei nostri figli, con storie non del tutto chiare alle spalle. Mettiamoci, per lo meno, in ascolto.

(…) “Non ho mai scritto a giornali o associazioni o raccontato ad altri, se non agli amici, questi brevi e, mi auguro, non così eccezionali fatti, lo faccio oggi con lei perché mi è piaciuto molto, oltre alla posizione che condivido pienamente sull’importanza personale e sociale del coming-out, vedere finalmente puntualizzare un fatto di cui non si parla spesso, il contrasto cioè all’idea comune che lega troppo fortemente l’omosessualità al sesso.

Chi non sa, nel senso che non ha vissuto in prima persona, ha spesso in mente una tale raffigurazione che è incrostata da anni nella nostra cultura: quando sente parlare di omosessualità pensa in modo immediato a due corpi su un letto, come se sempre ci fosse il sottinteso di un altro termine antico nella nostra cultura: perversione.

Io che nel mio piccolo invece ho visto, so che si tratta di amore. Dai primi innamoramenti a quelli più maturi sono semplicemente legami d’amore che certamente, come dice anche lei contengono anche e per fortuna la sessualità ma che corrispondono in tutto allo stesso senso che il pensare comune attribuisce ai rapporti affettivi eterosessuali.

Mi piacerebbe che anche gli altri lo sapessero e che coloro che lo sanno lo dicessero più spesso e mi piacerebbe anche che in un mondo ideale persino il termine omosessualità venisse sostituito quando se ne parla con altri termini che contengano al posto della radice della parola sesso quella della parola amore.”

(fonte: huffingtonpost.it 01/2013)

Sessualità/omosessualità. Col senno di poi …

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“Per quanto riguarda le vittime sappiamo che le bambine risultato essere abusate in maggior misura rispetto ai maschi anche se occorre evidenziare che per questi ultimi si somma, oltre che la violenza subita attraverso l’abuso sessuale, anche quella derivante dalla stigmatizzazione per l’omosessualità.” – Monica Rizzi, psicoterapeuta infantile.

Comunicazione Fne Nidoli: “Scuola e Adozione” – 23 sett 2016 – S.Martino BA (VR)

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SCUOLA E ADOZIONE

venerdì 23 settembre ore 20.00

sede della F.ne Patrizia Nidoli Onlus di Verona

Viale del Lavoro, 46 – S.Martino B.A (VR)

Aperto a tutte le coppie interessate.

La partecipazione è gratuita.

E’ gradita la conferma di partecipazione.

 

L’incontro consentirà di condividere informazioni e riflessioni inerenti l’inserimento scolastico del bambino e fasi specifiche della vita scolastica del minore adottivo.

 

Nei prossimi mesi ci saranno altri incontri. Ecco di seguito date ed argomenti:

21/10/16 RACCONTAMI LA MIA STORIA: il racconto delle origini

02/12/16 NON RIESCO A STARE FERMO: …. tra ipermotricità e deficit di concentrazione.

20/01/17 ADOZIONE-ADOLESCENZA E SOCIAL NETWORK

03/03/17 MULTICULTURALITA’: la diversità come bellezza e fonte di arricchimento

Le serate saranno condotte dalla Dott.ssa Anna Giarola, Assistente Sociale, esperta di adozione e problematiche minorili. Gli incontri si terranno dalle ore 20.00 alle 22.00 circa sempre nella nostra sede  di San Martino BA (VR).

La partecipazione è gratuita e aperta a chiunque fosse interessato.

Vi chiediamo la conferma di partecipazione.

Per informazioni potete contattarci via email o telefonicamente ai seguenti recapiti:
verona@fondazionenidoli.org  – 045 8103297

 

 

 

Comunicazione ItaliaAdozioni: “L’adozione sui banchi di scuola” – 22 maggio 2016 – Vimercate (MB)

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Domenica 22 maggio 2016

Premiazioni del Concorso “L’adozione tra i banchi di scuola”

Anno scolastico 2015/2016

Auditorium della Biblioteca del Comune di Vimercate (MB

Sabato 30 aprile verrà pubblicato l’elenco dei vincitori sul sito di ItaliaAdozioni

 

Unicatt: “Seminario sui fallimenti adottivi” – MI – 12 maggio 2016

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Dipartimento  di Psicologia e Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia

I FALLIMENTI NELL’ADOZIONE:

 RISULTATI DI RICERCA E INDICAZIONI PER LA PREVENZIONE

Prof. Jesús Palacios,

Professore di Psicologia dell’educazione e dello sviluppo, Università di Siviglia (Spagna)

Seminario internazionale

Giovedì 12 maggio ore 14.00-17.00 

Università Cattolica, Via Nirone, 15  – Aula NI110 –

L’intervento del prof. Palacios si articolerà in due parti:

 in una prima parte verranno esposti i risultati di una recente ricerca condotta in Spagna e nella seconda saranno offerti e discussi  spunti per la preparazione e l’accompagnamento delle famiglie adottive

E’ prevista una traduzione consecutiva dall’inglese.

Introduce e modera:

Rosa Rosnati, Professore ordinario di Psicologia Sociale,  Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali,  Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.

Interventi di:

Mario Zevola, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano

Ondina Greco, psicologa, psicoterapeuta, Servizio di Psicologia clinica per la coppia e la famiglia, Università Cattolica di Milano

Cecilia Ragaini, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, Cooperativa “Il geco”, Milano

Modalità di iscrizione, fino ad esaurimento dei posti: si prega di  confermare la presenza tramite mail al centro.famiglia@unicatt.it

Resoconto Convegno ICYC 2015: “Chi è Paco?” – origini, scuola e conflitti tra genitori e figli adottivi

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Ringraziamo Chiara Pironi, una mamma ICYC, che ci ha mandato “pillole di saggezza” dal Convegno che si è tenuto a Tortoreto (TE) il 4 – 5 – 6 settembre 2015. Ancora una volta i nostri ragazzi ci hanno insegnato tanto. Ascoltiamo la loro voce per trovare il nostro punto d’incontro con loro.

 

di Chiara Pironi, mamma adottiva

Quest’anno il Convegno della Pro Icyc ha lasciato spazio, come l’anno scorso, ai ragazzi oggi diventati adulti.

I temi che hanno voluto affrontare sono stati:

1) origini

2) scuola

3) conflitti e interessi.

Prima di analizzare i tre temi, hanno voluto introdurre il convegno con una deliziosa storiella sull’origine di Paco, il protagonista del misterioso titolo scelto quest’anno per il convegno.

“Il piccolo Pesce Rosso, in cerca di sua zia, intraprende un viaggio insieme alla sua famiglia da sud verso nord, ma una notte una forte tempesta costringe suo padre ad affidarlo a Papà Azzurro e alla sua famiglia. Così Pesce Rosso si risveglia alla mattina e vedendo visi sconosciuti attorno a lui si sente sempre più solo e triste. Anche a scuola sta male e viene sempre deriso dai suoi compagni per il colore della pelle. Scappa, scappa e tutte le volte Papà Azzurro lo riporta a casa. Poi un giorno arriva a scuola un nuovo compagno, Pesce Verde. Lui è sempre felice e allegro e a nulla gli importa della sua diversità. Così Paco capisce che la sua famiglia è la sua forza e, anche se non mancano i momenti di sconforto pensando alla sua prima famiglia, immagina quello che sarebbe stato senza la sua famiglia Azzurra, se non fossero passati in quel momento in mezzo alla tempesta, che ne sarebbe stato di lui. E allora la sua pinna rossa diventa un pochino azzurra …. un arcobaleno di  legami è la metafora dell’adozione”

Voi genitori come vi sentite dopo avere sentito questa storia, cosa consigliate a Paco?

G = GENITORE                 F = FIGLIO

G: Il nostro sogno!!!

G: Sicuramente Paco è uno di voi, ma noi non siamo come la famiglia Azzurra, già completa. Noi abbiamo bisogno di voi, perché siete voi i nostri figli. Abbiate la consapevolezza di accettare quello che è successo nella vostra vita, come noi abbiamo accettato che dalla nostra pancia nessun figlio potrà nascere. Accettiamo quello che siamo e nascerà una cosa meravigliosa!

G: Figli silenziosi e famiglie accoglienti in attesa di capire quello che hanno, in attesa di essere adottati da loro..

F: Anche per i genitori, come per noi, non deve essere semplice soprattutto con bimbi più grandi. Ci dobbiamo accettare e sono contento che sia andata così.

F: L’adozione è a doppio senso e viene naturale adottarsi con la condivisione delle cose che ci fanno stare bene.

F: Per me l’adozione è stata fiducia. Io ho cominciato ad avere fiducia della mia famiglia a 20 anni. Genitori dovete sempre esserci.

G: Non mi piace la parola “accettare” perché nessuno ci ha obbligati a fare niente!

G: Dopo 13 anni dall’adozione vi dico che è stata dura, ma bellissimo. Sono al convegno oggi dopo 10 anni perché avevo voglia di vedere i miei “fratelli”. La famiglia nasce prima di tutto dal marito e dalla moglie.

G: I migliori educatori dei genitori sono i figli. “Accettazione”, in questo caso, è inteso come “accettazione della realtà”.

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1° tema: ORIGINI

F: Chiunque di noi ha bisogno di appartenere a qualcuno, a qualcosa, un paese o una cultura e allora facciamo viaggi sia fisici che mentali. Esistiamo perché ci relazioniamo con altri individui. Chi sono, perché esito? Ho provato a partire e tornare in Cile, ma non l’ho ancora fatto perché ho paura di incontrare la persona che mi ha messo al mondo. I viaggi verso l’ignoto non sempre ci aiutano anzi a volte pregiudicano la nostra vita futura. Non possiamo intraprendere un viaggio senza essere seguiti da qualche specialista, non si può intraprendere un viaggio solo con l’aiuto dei social. E poi non ci sei solo tu, quando decidi di scoprire le tue origini c’è anche un’altra persona e allora per fortuna che ci sono le leggi che tutelano entrambe le parti.

F: Sono tornata in Cile perché non sapevo più chi ero. Sono stata 6 mesi e ho conosciuto la mia famiglia perché dovevo sapere a chi assomigliavo. Solo questo mi interessava. Ora non ho rapporti con loro. Durante il mio viaggio ho visto cose brutte e per la prima volta mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasta lì. Il viaggio in Cile mi ha aiutato a capire i miei genitori e ad avere fiducia in loro.

G: Al rientro dal Cile quando mi dissero: “Abbiate cura di lei”, mi sono sentito responsabile di una cosa talmente grande che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi emoziono.

F: Io contattai direttamente il mio Hogar e sono tornato in Cile per vedere il popolo cileno, conoscere i sapori, i profumi. Sono andato a Quinta ed è stata una esperienza meravigliosa. Finalmente avevo dato una immagine al Cile e al mio Hogar. Tanti occhi bisognosi di una mamma e un papà, un immenso bisogno di essere unici!

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2° tema: LEGAMI E CONFLITTI.

F: La costruzione di un legame nasce attraverso un confronto reagendo ad ogni input. Il rapporto deve cambiare nel tempo con una integrazione reciproca. I nostri “se” molto spesso sfociano in un conflitto che non deve essere vissuto come una negatività, ma come una opportunità di confronto. E’ con l’accettazione dei bisogni di ognuno che nasce il processo di maturazione. Nel mio caso all’inizio fuggivo alle parole, poi sono passato alle aggressioni verbali e poi finalmente ad un dialogo con l’accettazione della realtà. Per noi ragazzi adottati l’adolescenza crea tantissimi conflitti interiori che cerchiamo di allontanare, ma se ne esce solamente avendo il coraggio di affrontarli.

F: Nella mia adolescenza ci sono stati tanti conflitti, ma non perché sono stato adottato. I nostri problemi non devono essere per forza essere sempre associati alla nostra condizione di figlio adottivo. Prima di tutto siamo ragazzi come tutti gli altri.

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3° tema: SCUOLA

F: Sono arrivato in Italia a 7 anni e sono stato inserito a scuola con bimbi più piccoli. In un primo momento mi sono sentito sottovalutato, ma adesso, con il senno di poi, posso dire che è stato meglio così. Però, devo ammettere, che l’ho vissuta male. I bambini adottivi hanno bisogno di un sostegno esterno per l’inserimento.

F: In Cile, nella mia classe avevo i miei amici e i miei punti di riferimento. Poi sono venuta in Italia a 9 anni e mi sono trovata da sola in una classe di sconosciuti e allora reagisci come puoi. Sono stata comunque fortunata perché i miei compagni erano preparati al mio arrivo. Comunque la vivevo male. Un giorno la mia maestra si è inventa un piccolo gioco e mi sono sentita meglio. Durante l’ora di storia aveva disegnato alla lavagna il corpo umano e mentre i miei compagni dicevano il nome di ogni parte in italiano io lo traducevo in spagnolo. Brava la mia maestra che mi ha messo a mio agio!!!

F: A 7 anni quando cominciai la scuola in Italia ancora non sapevo l’italiano e non capivo niente, non volevo socializzare e mi difendevo dai miei compagni anche menando. Odiavo i compiti e piangevo sempre, fortunatamente i miei genitori mi hanno aiutata molto.

G: Sono maestra d’infanzia e ho avuto esperienze con bambini adottati. Quello che posso dire è che questi bimbi scaricano l’aspetto emotivo e la sofferenza sui compagni e sugli insegnanti. Occorre allora dialogo e sensibilizzazione nei confronti degli insegnanti che il più delle volte non sono preparati. I bambini non devono essere diversi, bisogna solo avere la pazienza di aspettare i loro tempi. La scuola deve essere educativa. Non è un voto che fa l’individuo. Bisogna convincere gli insegnanti che questi bambini venuti da lontano “non devono per forza sapere benissimo l’italiano”.

Resoconto convegno ICYC 2014: “Conclusioni dalla platea”

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Ci sembra importante riportare le considerazioni di alcuni presenti in sala alla fine del Convegno.
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Michele (papà e nonno)- Siete ancora in pochi. Il Convegno, secondo me, dovrebbe coinvolgere i ragazzi più piccoli. Devono sapere che quello che sentono e stanno vivendo non è un’anomalia, che altri stanno provando quello che stanno vivendo, che non devono aver paura delle loro reazioni, che un giorno potranno trovare il loro equilibrio e giusta dimensione.
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Manuel (figlio e papà; vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/) – Sono stupito di questa vostra libertà nell’esprimervi. E’ la prima volta che mi capita. Giro da due anni per le associazioni. Di solito mi trovavo da solo ad affrontare la platea di genitori. Questa volontà di capirsi tra genitori e figli è nuova per me. Posso solo aggiungere che i genitori hanno paura. Hanno bisogno di esempi positivi per essere rassicurati.
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Alan (figlio e papà) – Abbiamo bisogno di trovarci ed aprirci, ce l’hanno insegnato i nostri genitori. Qui possiamo trovare delle risposte. Anche per essere noi genitori un giorno e riproporre quello che abbiamo imparato in famiglia. Tutto ciò che ho ricevuto lo trasmetto a mio figlio. L’amore si impara da chi ti dà amore. L’ho imparato poi, dopo una fase in cui non l’ho ricevuto. L’ho imparato dai miei genitori e amici.
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Alberto (marito) – La vostra testimonianza mi aiuta a capire mia moglie, i suoi pensieri e il rapporto con la sua famiglia.

Resoconto Convegno ICYC 2014: “Adozione, come la vedono i figli”

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6. E NOI ADOTTATI SAPETE COME CI SIAMO SENTITI DOPO L’ADOZIONE?
P. Mio figlio non ce l’ha fatta a rimanere qui a confrontarsi con gli altri. Mio figlio ha tanto bisogno di parlare con voi ragazzi. Quella che proponete è una domanda fondamentale per le nostre famiglie che dobbiamo imparare a conoscere i nostri figli.
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F. Se ti può consolare io ero sempre arrabbiata, non parlavo con i miei genitori. Non mi facevo avvicinare da loro. Non accettavo di avere una mamma. Non sapevo cosa fosse. Volevo delle risposte. A volte si ha molta paura delle risposte. Vi mettiamo alla prova tanto. E’ il nostro modo di dirvi “Ci sei?”. Ognuno ha i suoi tempi. Piano piano tuo figlio avrà le sue risposte.
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F. Ero triste quando sono arrivato in Italia perché l’istituto era la mia famiglia. Qui, d’altro lato era bello perché avevo una famiglia vera. Un anno fa sono tornato in Cile e ho provato di nuovo una grande tristezza. Sono tornato al mio istituto e tutti i bambini mi venivano addosso per ricevere una carezza o una caramella. Erano bambini soli. Allora ho capito che avere una famiglia è una cosa spettacolare.
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F. Non ho vissuto in istituto. Sono passato dalla solitudine ad una città come Milano. Ho avuto un’infanzia molto difficile. Per questo mi sento di dire che prima del “Perché viviamo?” viene un’altra domanda: “Chi sono io?”.
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F. Padre Pier mi ha chiamata e mi ha detto: “Avrai una mamma e un papà tutti per te”. All’aeroporto, all’arrivo dei miei genitori sono scappata perché avevo paura. Una volta che mi hanno recuperata confrontavo le foto con i loro volti per vedere che cosa combaciava e cosa no. Poi li ho abbracciati. Io sono nata in quell’istante. Una volta in Italia, però, non ero tranquilla. Temevo che la mia mamma cilena venisse a riprendermi. La mia mamma N. mi rassicurava. Sapevo che lei era lì per me. E’ molto importante la presenza della mamma per calmare le paure.
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F. Io invece vivo ancora male qui in Italia. Ora sto meglio ma non del tutto. Per un anno, dal mio arrivo, pensavo di tradire la mia famiglia biologica. A casa mi sentivo sola. Scrivevo lettere in Cile, di nascosto. Poi i miei genitori l’hanno scoperto. E’ stato solo attorno ai 12/13 anni che ho deciso di vivere in Italia. Ma non mi ha ancora abbandonato la sensazione di tradire la mia famiglia di origine. Non riesco a dare delle risposte concrete. La partenza dal Cile rimane per me un avvenimento negativo che mi porto dentro.
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F. Per me l’adozione è stata facile perché avevo una sorella e un punto di riferimento a cui appoggiarmi. Per me è stato un ricongiungimento familiare.
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7. ADOTTARE, ULTIMA SPIAGGIA O BISOGNA CREDERCI?
P. Per me ”ultima spiaggia” significa: passa il tempo e non accade niente. Ma c’è una possibilità che colma una mancanza per recuperare qualcosa che la natura non ci ha dato. C’è la speranza di recuperare su questa assenza di genitorialità. La speranza ti avvicina all’adozione. Per molti è l’ultima spiaggia ma è collegata al bisogno di “crederci”. Per superare il negativo devi crederci.
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Psic. La spiaggia non ha solo una connotazione negativa. Può rappresentare il luogo del naufragio, ma anche il luogo da dove si parte per esplorare altri paesi. Davanti alla spiaggia c’è un mare per arrivare a qualcosa d’altro.
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8. CONFRONTIAMOCI: LUCI ED OMBRE DELL’ADOZIONE
F. Per quanto riguarda l’attesa delle nuove coppie. Sappiate che sono ritornata in Cile e ho vissuto con i bambini e ho dormito con loro. La cosa che mi ha colpita di più è la domenica. Li pettini, li vesti a festa perché è il giorno delle visite dei parenti. A volte arrivano, molte volte no. Allora la domanda ricorrente diventa “Quando avrò una mamma, quando avrò un papà?” Ricordate che loro non hanno nessuno con cui condividere le loro paure, con cui parlare dei loro desideri. Voi avete la coppia, la famiglia, gli amici. Non siete soli.
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Psic. Focalizzando quanto si è detto:
– la sensazione di non sentirsi del tutto legittimati ad essere genitori va di pari passo con il mettere alla prova dei ragazzi.
– in quale momento di crescita pensate di trovarvi? C’è un tempo per rispondere che non è uguale per tutti.
– alla base di questa crescita c’è una domanda a cui si deve necessariamente rispondere: “Chi sono?”
– la solitudine intesa come processo di crescita dell’individuo.
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P. Non sono un genitore adottivo, ma un marito di una figlia adottata. Mi sento di dire che l’inadeguatezza fa parte della vita. Voi genitori non dovete aver paura di sentirvi inadeguati. Anch’io che sono padre biologico mi sento a volte inadeguato. In questi casi dovete usare la stessa determinazione con cui li avete cercati questi figli.
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M. Per me quando parlo di inadeguatezza intendo non sentirsi adeguati di fronte al dolore e alla sofferenza. C’è uno sforzo davvero grande in questo. Sono mamma biologica e adottiva. Anch’io mi sento inadeguata di fronte al figlio naturale. Ma le circostanze e le sensazioni sono diverse.
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Psic. Consideriamo che i genitori adottivi iniziano un percorso in salita con tutto ciò che precede l’adozione. C’è una stanchezza che i genitori biologici non hanno. La determinazione unisce le luci e ombre dell’adozione. Quando uno si sente fragile si sente anche inadeguato. L’impotenza e l’inadeguatezza bisogna trasformarle in potenzialità.
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F. L’ombra mette in moto, non è negativa.
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F. Mi sento impreparato come le coppie in attesa. Ho paura del nuovo, ho tante domande. Ma allo stesso tempo non ho il desiderio di tornare a cercare le mie origini. Non mi frega niente della mia mamma di nascita. Perché sto bene qui, nella mia famiglia. Io una famiglia ce l’ho già. La mia storia passata desidero lasciarmela dietro. E le domande me le faccio ma non aspetto le risposte. Forse perché devo ancora mettere dei punti fermi, sto ancora crescendo.

F. Sono felice oggi. Cercare le mie origini per me è stato importante. Ho fatto il viaggio di ritorno in un momento in cui non sapevo più chi ero. La morte di padre Pier mi ha destabilizzata. Lui stesso mi aveva invitata a tornare in Cile per trovare le risposte che non avevo. “Chi sono?” – per me è stato importante tornare. Nella mia infanzia, a scuola, i bambini dicevano: “Io assomiglio alla mamma. E tu, a chi assomigli?”. Non lo sapevo. Ebbene una volta in Cile ho scoperto che mia nonna era la mia copia con i capelli bianchi. La mia famiglia era una tribù, tanti erano i cugini. Ho anche un fratello e una sorella. Non ero interessata al contatto con la famiglia. La mia famiglia ce l’avevo in Italia. Ma lì ho capito che la mia famiglia di origine aveva continuato la sua vita. Ho incontrato una dura verità. Come mai è successo a me questo? Ebbene ho inteso in quel momento che sono stata fortunata, che ho una famiglia, che sono viva. Adesso avevo le risposte. Adesso sapevo cosa dovevo fare. Ho anche capito mia mamma adottiva. Sono quella che sono grazie a lei che mi ha sempre appoggiata e aiutata quando ne avevo bisogno. Lei c’era sempre. Da quel viaggio ho cominciato ad abbracciare mia mamma. Prima non glielo permettevo. Adesso sono contenta. Ho capito cos’è l’amore di una famiglia.
Vi ho raccontato la mia esperienza perché volevo incitarvi ad “esserci” con i vostri figli. Non mollate.

(continua…)

Resoconto del Convegno ICYC 2014: “Le domande dei nostri ragazzi”

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La voce dei ragazzi è stata la novità del Convegno ICYC tenuto a Gabicce sabato 6 settembre 2014. In occasione del XXV anniversario della fondazione, l’Associazione ha voluto dare una nuova impronta al raduno nazionale annuale delle Famiglie Adottive pro ICYC. Già il titolo “Rott-Amiamoci” esprimeva un cambio di rotta rispetto agli ultimi incontri, però sempre mantenendo la tradizione di amicizia che caratterizza le famiglie dell’Associazione.
I due rappresentanti dei ragazzi, Cesar e Maribel, hanno coordinato i lavori secondo una scaletta studiata nei mesi precedenti e scaturita dagli incontri che i nostri figli più grandi hanno avuto a Milano, Pesaro e Roma. Sono state proposte alla platea delle domande. I genitori presenti hanno accettato la sfida. In questo botta e risposta non sono mancati gli interventi dei ragazzi che sulle diverse tematiche hanno espresso perplessità, paure e titubanze, ma anche evidenziato gli obiettivi raggiunti. Solo poche volte è intervenuta la psicologa dell’ente senza risultare invadente.
Di seguito riportiamo le domande ed alcuni passaggi che riteniamo significativi. Davanti alle sintesi degli interventi porremmo una P per papà, M per mamma, F per figlio/a e Psic per psicologa. Il post sarà diviso in tre parti.

F. Ci sono delle domande importanti che ogni essere umano si pone. Una di queste è “Perché viviamo?” Una possibile risposta potrebbe essere “Viviamo per poter crescere”. A volte gli adulti di fronte a queste domande non hanno risposte. Oggi vogliamo raccontare e condividere le nostre esperienze. Per avere e dare risposte.

1.PERCHE’ MI AVETE ADOTTATO?
Avete mai detto ai vostri figli perché avete adottato?
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P. La molla è stata una grande voglia di metter su famiglia
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F. La domanda che spesso mi sono fatta è: “Perché ha scelto proprio me?” Allora mia mamma mi spiegava che i bambini nascono dal cuore e che la mamma è quella che ti sta vicino.
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M. Ho un figlio biologico. Nel nostro caso l’adozione è partita dal desiderio di prendersi cura di un bambino che non ha avuto queste attenzioni nella famiglia di origine. Per me adozione è trasmettere il senso dell’amore gratuito.
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M. Ho adottato perché avevo tanto amore da dare e perché credo nella famiglia.
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P. L’adozione nasce dalla consapevolezza di essere stati fortunati, di essere cresciuti in una famiglia che ti ha dato amore. Trasmettiamo ciò che ci è stato regalato in quanto queste risorse ci sono all’interno di noi come un di più che la vita ci ha regalato.
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P. Per me nasce da un bisogno di colmare un vuoto. Un bisogno da dentro.
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P. C’è uno “spazio per amare” che ti avvicina all’adozione.

2. L’AVETE MAI SPIEGATO?
M. Non ho mai usato una formula. Ritengo che dalle azioni si dovrebbe capire. Ho adottato mia figlia molto piccola. Da quando l’ho presa in braccio l’ho sentita figlia e non ho ritenuto importante spiegarlo. Mi sembrava una cosa del tutto naturale non dirle niente. E lei non mi ha mai chiesto niente.
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P. Il concetto “papà adottivo” non mi piace. Preferisco pensare che quando si fa famiglia non occorre dare spiegazioni perché il rapporto padre figlio è qualcosa che cresce in modo naturale.
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F. Ognuno la gestisce in maniera diversa.
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P. L’adozione non è stato affatto un ripiego, ma non riesco a spiegarglielo. Come faccio? Forse è ancora piccola.
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M. Adottare significa “scegliere”, quindi non nasce, secondo me, da un bisogno. Mi piace comunicare a mio figlio che la nostra è stata una scelta. Ci sono tante coppie che non possono avere figli e hanno scelto di non adottare. Noi abbiamo scelto di adottare, invece. Noi abbiamo scelto lui e lui ci ha scelti. Ci scegliamo tutti i giorni. Cerchiamo di parlare con lui e di trasmettere gli strumenti perché si senta bene.
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M. Dai miei figli ho imparato che il problema di comunicare è nostro. Chi mi conosce sa che ho due figli grandi molto profondi che formulano domande che mettono in crisi. Una di queste è stata: “Mamma, cosa si prova ad essere genitori adottivi?” Sono dell’opinione che dove ci sono domande occorre rispondere. E le risposte arrivano più facilmente se si è stati bambini felici e amati nella famiglia di origine.
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Psic. L’adozione è un incontro tra due desideri e due bisogni. I bambini fanno domande non solo con la voce. Essi chiedono anche con il loro comportamento o con i loro silenzi. Sta a noi decodificare. Sicuro sentono la disponibilità ad affrontare argomenti importanti. Se questo spazio c’è all’interno della famiglia, le domande vengono. Ogni famiglia costruisce un diverso senso dell’adozione. L’età del bambino porta a cambiare parole e spiegazioni.
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3. COM’ERA LA VOSTRA VITA PRIMA DELLA SCELTA DI ADOTTARE?
P. Sono otto mesi che abbiamo adottato. Prima avevamo un sacco di tempo libero. Oggi c’è R., ma posso affermare che la nostra vita è cambiata decisamente in meglio.
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P. Non ho lasciato i miei hobby che cerco di condividere con i miei figli. Direi che la mia vita è cambiata da un punto di vista fisico. E’ più faticosa, ma più bella.
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M. Anch’io ho cercato di condividere il mio impegno politico con mia figlia ma lei ha un rifiuto totale. Credo che sia perchè ho sottratto molto tempo alla famiglia per questo mio interesse. Così lei ha una totale avversione per la mia attività. Forse la vede come un elemento che ci separa.
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F. Sono adottato e ho due figli. A me piace condividere tutto con i miei figli. Non avendo avuto una famiglia non sono mai stato con mio padre. Se trasmetti amore ai bambini, loro faranno altrettanto. Mi piace essere genitore, mi piace dare amore e avere amore.
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P. Per noi è stata molto duro il pre adozione. Dura l’analisi degli operatori, ma noi non ci siamo scoraggiati. E andremo a prendere i nostri figli perché siamo convinti di questa scelta e niente ci può abbattere.
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M. Abbiamo adottato due anni e mezzo fa. E’ scoppiata una bomba in casa e stiamo mettendo a posto i pezzi. Le domande da parte di nostra figlia ci sono. Una sua espressione significativa è quando mi dice:“ Tu sei quasi mamma, ancora devi lavorare per guadagnartelo”. Certo, mamma è un ruolo che ci dobbiamo conquistare. Tutto si muove verso il cambiamento. Per quanto ti sia preparato attraverso letture, frequentazioni, corsi, incontri etc, la vita reale è tutta un’altra cosa.
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P. La casa era vuota e silenziosa. Ora la mia vita ha un senso.
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P. Noi siamo una coppia in attesa. La nostra vita è bella, ci divertiamo. Ma manca qualcosa.
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P. L’amore di un figlio illumina la casa.
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4. E NEL PERIODO DELLA SCELTA DI ADOTTARE COME VI SENTIVATE?
M. Paura, non sappiamo come andrà, il bambino come sarà, come reagirà…
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P. Vorrei io fare una domanda ai figli. Durante il vostro percorso di crescita familiare i vostri genitori vi hanno proposto di adottare un nuovo bambino?
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F. Quando i miei genitori mi hanno fatto questa proposta, mi ha preso il panico. Ma come, ci sono io, io non ti basto? Tu, mamma, sei mia, e di nessun altro!
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F. Per me è il contrario. Io mi sentivo sola con due estranei e volevo un fratello o una sorella con cui parlare e condividere i miei pensieri. Ma mia mamma non ha voluto adottare di nuovo. Ho sofferto molto di solitudine.

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F. All’inizio ero gelosa e non volevo. Adesso rimpiango un po’ di non aver avuto una sorella. Ma quando mi sono sentita pronta per la seconda adozione mia mamma mi ha risposto “Ormai no”.
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F. Vivo nella solitudine ancora adesso. Penso che un fratello o una sorella potrebbe essere utile per parlare dei propri problemi. Io vorrei adottare almeno due bambini.
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5.DOPO AVER ADOTTATO IN CHE COSA VI SENTITE DIVERSI?

M. Prima di avere figli mi sentivo molto triste. Una volta arrivata mia figlia ho imparato a spostare il baricentro da me a lei. Lei prima di me.
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M. Vedo una luce particolare nei genitori che hanno adottato, quando arrivano i figli.
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(continua…)

Ira e rabbia. L’esperto: “Holding o abbraccio contenitivo che può far paura”

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E’ interessante questa proposta. Già una nostra conoscente ci aveva parlato di un’assistente sociale che le consigliava di abbracciare il piccolo che aveva in affidamento quando aveva scatti d’ira. Leggendo questo intervento abbiamo capito: l’abbraccio, in realtà, può essere usato anche a titolo preventivo, quando c’è tranquillità, per instaurare un rapporto. Nel caso dei ragazzi grandi è un po’ più difficile da attuare perché alcuni non si lasciano avvicinare. Anche in quel caso, nei momenti di calma, c’è sempre la possibilità di creare un contatto fisico scherzando o facendo un’attività assieme.

L’holding, o abbraccio contenitivo, è un metodo per affrontare le crisi dei bambini e che utilizza l’abbraccio per rafforzare il rapporto tra genitori e figli.

Negli anni ’70 del secolo scorso negli USA un’equipe di psicoterapeuti sperimentava su bambini affetti da autismo una nuova tecnica: l’holding, o abbraccio contenitivo. Gli specialisti avevano constatato notevoli miglioramenti nelle capacità di interazione di questi bambini. Ad una di loro in particolare, Martha Welch, venne in mente di utilizzare l’holding con bambini non disabili ma che manifestavano in famiglia semplici disagi, espressi con capricci, opposizioni o difetti di attaccamento.

Notò che si evidenziavano enormi progressi nel rapporto madre-figlio (in generale è la mamma che applica l’abbraccio contenitivo), in un mutuo arricchimento emotivo e relazionale. Tutto ciò, dopo anni di pratica e “osservazione sul campo”, venne trascritto nel suo libro “L’abbraccio che contiene”.

In sintesi si può dire che la dottoressa è partita dalla considerazione che poiché ogni neonato ha bisogno di contatto fisico per superare il trauma della nascita, crescendo per acquisire padronanza e sicurezza di sé può ricevere giovamento dalla riproposizione dell’abbraccio, in quanto massima espressione della coesione corpo-mente in un legame affettivo.

Infatti il bambino viene avvolto fra le braccia del genitore, il suo corpo viene sollecitato nel senso del tatto, quasi in una riproduzione della gestazione, ma con la variante della volontarietà propostagli dall’adulto. In questa situazione si sviluppano nuovi messaggi che arrivano profondamente al bambino. Innanzitutto si amplia notevolmente la stimolazione sensoriale: oltre al tatto, vengono coinvolti anche l’udito e la vista. La mamma parla al suo bambino con tono sereno e fermo, lo guarda e fa in modo di essere guardata negli occhi.

Tutto questo è la base tramite la quale si veicola il contenimento del disagio infantile: il bambino in braccio alla mamma può urlare, piangere, cercare di mordere, divincolarsi, ma la madre gli comunica che questi sentimenti, per quanto violenti o ostili, sono accolti dal genitore e “disarmati”. Può sfogarsi con la consapevolezza che “non può far male” a nessuno, nemmeno a se stesso, ed è accettato interamente, pur provando impulsi negativi.

Infatti i bambini hanno tutti, profondamente, il terrore di essere rifiutati, specie se fanno i “cattivi”, e paradossalmente molti di loro per mettere alla prova i genitori propongono comportamenti di sfida. Oltre a tutto, specie se sono piccoli, non hanno ancora sviluppato grandi capacità di comunicare il proprio disappunto con le parole e quindi “esplodono” in capricci per noi a volte incomprensibili. Ma se il genitore, non solo non li allontana, ma li tiene fra le braccia, e dedica loro del tempo per aiutarli a “gestire” le sensazioni di rabbia, di smarrimento, di frustrazione o semplicemente di ansia, si sentono interiormente confortati e rassicurati, e quindi il legame profondo che hanno con i propri genitori ne esce rafforzato in modo naturale.

E’ importante durante l’abbraccio contenitivo insegnargli anche le parole per dare un nome a ciò che provano: è un ulteriore espressione di “empatia” da parte del genitore. Dire al proprio bambino, che per esempio ha appena scagliato un oggetto per un diniego del genitore, che capiamo che si senta arrabbiato perché non può fare la tal cosa, e quindi può piangere in braccio alla mamma così non deve rompere nessun giocattolo per colpa della rabbia, è un modo per aiutarlo a “razionalizzare” quello che prova comunicandogli in più comprensione e accettazione da parte nostra.

Il difficile dell’holding è avere la forza e la serenità per portare fino in fondo l’abbraccio: le reazioni dei bambini possono essere veramente violente, e solo se si è determinati si riesce ad attuare questa tecnica. Spesso poi ci si mettono pure coloro che ci circondano: mariti, suocere, vicini, possono non capire perché un bambino urla come un forsennato, quasi gli stessero infliggendo chissà quali torture.

I motivi per cui i bambini reagiscono così sono molteplici: le sensazioni che provano sono “nuove” e difficilmente catalogabili dalla loro esperienza di vita; il desiderio di “vedere fino a dove possono arrivare” e quanto i genitori riescono a “sopportare”; o semplicemente “sentono” che possono dare sfogo a tutti i sentimenti “oscuri” che provano e che così facendo non gliene incoglierà alcun male…

Il fatto è che, in generale, i bambini hanno bisogno di essere “contenuti”, il metodo dell’holding è solo più diretto e immediato, ma esistono altri modi per dargli questa sensazione di contenimento: con le parole, con gli sguardi, con la nostra presenza costante nella loro vita.

Il principio alla base dell’holding è il contatto fisico, un contatto che unisce non solo i corpi ma alla fine anche le menti. Questo è il motivo per cui può fungere da “collante” anche nel rapporto filiale creatosi a seguito dell’adozione. Un figlio adottivo ha subìto, prima di incontrare la sua nuova famiglia, la ferita dell’abbandono. Una ferita che può manifestarsi in vari modi, dalla rabbia, all’isolamento, alla mancanza di fiducia nelle figure genitoriali o altri sintomi di disagio.

Praticando l’abbraccio contenitivo nei momenti di crisi, si crea una tale intimità con il proprio figlio, che infine riesce a “lasciarsi andare” anche con la nuova mamma, sconosciuta fino a qualche tempo prima, e con la quale può risperimentare quelle sensazioni di calore e protezione a cui è stato strappato dalla storia della sua vita.

Per chi desidera saperne di più consiglio di approfondire leggendo il libro di Martha Welch poiché ovviamente la tecnica dell’holding è sviscerata da una professionista e molti passaggi sono chiariti in un linguaggio molto semplice.

(fonte: mammeonline)

Per approfondire vedi anche: http://www.lastampa.it/2012/08/17/scienza/galassiamente/sostegno-fisico-e-emotivo-la-funzione-materna-di-holding-nok8MgL8SEBk6r9R9AkmHM/pagina.html

Ira e rabbia. L’esperto: “La figura del mediatore dei conflitti”

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di Giulio Maria D’Addio – Mediatore, Formatore ed Insegnante

La figura del mediatore è quella di una persona che “facilita la comunicazione” tra le parti in conflitto, qualunque esse siano, in un modo ben strutturato che più avanti spiegherò. Il mediatore è una figura poco conosciuta poichè in Italia non ha ancora un suo albo come altri specialisti e professionisti. In Europa, invece, è una professione già diffusa e utilizzata nelle situazioni di disagio in azienda, a scuola, tra genitori e figli e tra coppie di partner, realtà che conosco e con cui lavoro da ormai quattro anni. La professione nasce in Francia a metà del secolo scorso. Personalmente ho scelto di sviluppare la parte affettiva sulle basi della comunicazione empatica di Rosemberg.

Il mediatore non ha la bacchetta magica, non è uno psicologo (che stimo, ma anch’egli, purtroppo, sprovvisto della bacchetta!), non prende le parti di uno e non giudica o interpreta situazioni dando letture dictat o consigli dall’alto verso il basso.

Ora diciamo cosa è il mediatore, dopo che abbiamo chiarito cosa non è.

“La mediazione è una modalità di approccio alla gestione dei conflitti. Il suo obiettivo è quello di condurre le parti in disaccordo ad individuare una soluzione mutuamente accettabile e soddisfacente per entrambe attraverso l’ausilio di un terzo neutro: il mediatore.

Chiamando in causa nel proprio processo gli stessi attori della controversia e conducendoli all’individuazione di una soluzione al conflitto in cui non ci siano né vincitori né vinti, la mediazione offre un modo di affrontare il tema del conflitto come una dimensione naturale nel processo di evoluzione di un sistema organizzato, che trova applicazione in ogni ambito della vita sociale.”

Il mio lavoro è quello di facilitare la comunicazione tra le parti in conflitto seguendo una metodologia precisa basata sull’ascolto profondo, il rispetto dei turni di parola e se possibile il tavolo di mediazione.

I “problemi”, che preferisco chiamare “disagi”, non devono essere risolti dal mediatore. Questi, infatti, sono spesso l’espressione di un vissuto pesante aggressivo e incrinato tra le parti. Il mio compito è innanzitutto quello di aiutare la persona a comunicare meglio e con più profondità i propri bisogni inespressi o non sviluppatisi. Quando riusciamo a comprendere che sotto l’aggressività e la violenza verbale superficiale, ci sono motivazioni e sofferenze, quando accettiamo una nuova comunicazione con noi stessi e tra le parti, allora iniziamo ad esprimerci senza irretimenti, andando al sodo, mettendo da parte la rabbia ed investendo nella comunicazione vera. Questo percorso che raccontato bianco su nero pare sterile, schematico e rigido, si sviluppa in realtà con una intensità e magia che spesso va vissuta più che raccontata, poichè, con mia grande gioia, spesso porta ad un profondo incontro insperato, a risoluzioni e serenità ormai date per smarrite.

Dalla mia esperienza di mediatore con le famiglie adottive, ho potuto sperimentare una tensione ed intensità superiore al normale, dato che responsabilità, dubbi, chiusure e valori sono presenti in una gamma ancora più ampia rispetto alle famiglie non adottive.

In questi anni ho seguito più di 20 mediazioni di famiglie adottive. Abitando in Emilia Romagna ho potuto mediare e curare in maniera approfondita soprattutto conflitti di famiglie che si sono rivolte a me dal centro nord.

Senza scendere nei particolari, ho potuto mediare situazioni di conflitto tra genitori adottivi e figli, un genitore e un figlio, figli e fratelli, conflitti tra marito e moglie adottivi.

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“La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione”

Albert Einstein

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Per chi volesse approfondire l’argomento e trovare nuovo modo di relazionarsi con i propri cari, con una nuova fiducia e nuovo rispetto:

Giulio Maria D’Addio

via Ballanti Graziani 1 /A 48018 Faenza (RA)

giulio.daddio@hotmail.it

orario pasti cell 3286669150

Ringraziamenti di fine anno e modifica del “Chi siamo”

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All’inizio era Bertarò, con il suo bagaglio di esperienza ormai decennale. Ho cercato di creare rete con altri genitori più collaudati di me, ma soprattutto con altri pensieri e opinioni. Ognuno di voi mi ha dato qualcosa: un suggerimento, un indirizzo mail, a volte ha espresso un apprezzamento o una perplessità. 

Nell’anno si sono aggiunte altre persone che hanno deciso di fare un pezzo di tragitto insieme. Il “chi siamo” assume così una veste collettiva, com’era l’idea iniziale. I nomi elencati sono stati inseriti in ordine di adesione al progetto. Ilpostadozione è in divenire e sempre disponibile a considerare nuove collaborazioni e suggerimenti.

Grazie a tutti, anche a chi solo ci legge. 

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Mamma Blog è mamma di un ragazzino preadolescente. Tiene da anni un diario blog sulla sua esperienza adottiva. Colpisce la sua ironia e onestà nel presentare certe situazioni difficili che ognuno di noi potrebbe ritrovarsi a vivere. 

Enrico è papà e nonno. Con i suoi commenti dà una sua visione delle cose “sedimentata”, frutto dell’esperienza. Inoltre, grazie a lui, il blog dispone di un nutrito elenco di film. E’ sempre lui che scova corsi in tutta Italia sul tema dell’adozione. 

Andrea Zamorra, ventenne, con la forza dei potenti mezzi tecnologici, cura le interviste fatte ai ragazzi. 

Mamma Gio è mamma di una ragazza universitaria. Da insegnante può fornirci un punto di vista alternativo nel mondo della scuola e non solo. 

Maurizio Corte è papà adottivo ed esperto di intercultura. Con i suoi interventi ci aiuta a dare una nuova interpretazione del “diverso”, apporto prezioso per le nostre famiglie multietniche.

Fausta Manini è mamma adottiva e una dei referenti dell’Associazione Spazio Adozione Ticino. Da anni la sua Associazione si è accorta della carenza di supporto alle famiglie in difficoltà e con i loro articoli e incontri affrontano alcune tematiche scomode ma utili alle famiglie per essere preparate a gestire le situazioni di crisi. 

Gabriel Munoz, psicologo, cura un blog dove dà ampio spazio alla fase critica dell’adolescenza. Ha avuto esperienza con i bambini/ragazzi di strada di Santiago del Cile. 

Sergio Bignotti ha un blog sulla poesia. Quando gli ho parlato dell’iniziativa in più di un’occasione mi ha suggerito momenti di riflessione e diletto. 

Mamma Valeria, studiosa di teologia e mamma adottiva, con il suo contributo cala nel quotidiano la parola dei Nostri Padri che aggiunge saggezza alla nostra esperienza.

Mamma Paola, figlio biologico e figlia adottiva, rende testimonianza della sua esperienza.

Mamma Romina, pedagogista e mamma adottiva di un bambino alle elementari, ha esperienza nell’approcciare ragazzini “non ordinari”.

Mamma Giusy, insegnante con figlio nel pieno della preadolescenza non ha esitato a dare il suo contributo come mamma adottiva da ormai sei anni.

Mamma Sabri, mamma di due bambini etiopi che ora hanno 11 e 8 anni. Segue la sezione scuola e adozione dell’associazione FIABA.

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Permettetemi un ringraziamento particolare agli amici di oltreilcancro.it – esperienze di blog terapia – che hanno capito per primi l’intento del blog e mi hanno dato preziosi suggerimenti per realizzarlo. Pur per tematiche diverse, i due blog hanno lo stesso intento: stare vicini alle persone e alle famiglie durante gli alti e bassi di una profonda esperienza umana.

Scelta delle superiori: “Riepilogo dei siti utili sulla scuola per insegnanti e genitori adottivi”

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http://lascuolariguardatutti.blogspot.it/

Un blog per la scuola che faccia della democrazia la sua pedagogia e in cui la pedagogia crei democrazia. Vi sono in particolare due riflessioni di Andrea Canevaro sulla meritocrazia che consiglio di leggere.

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http://www.italiaadozioni.it/

Fornisce un elenco di siti dedicati alla scuola, per lo più focalizzati sulla scuola primaria.

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http://www.spazioadozione.org/

Riflessioni concrete sulle difficoltà dei nostri figli a scuola.

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http://marcorossidoria.blogspot.it/

Il punto di vista di Marco Rossi Doria, sottosegretario del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca. Ha svolto attività di maestro di strada nei Quartieri Spagnoli di Napoli.

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http://www.istruzione.it/web/istruzione/home

Il sito del MIUR Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca da vedere nella sezione Istruzione => Famiglie => orientamento long life dove viene data la lista dei referenti regionali per l’orientamento scolastico.

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http://www.studenti.it/

Nella sezione video => psicologia si trovano dei filmati sul metodo di studio, motivazione, autostima etc. C’è poi un forum gestito dai ragazzi dove parlano delle loro ansie e paure. Tanto per avere un’idea di che cosa sta accadendo nel mondo giovanile.

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http://www.orientamentoirreer.it/

“irreer” sta per Ist.Reg.Ricerca Emilia Romagna. Per gli insegnati c’è una sezione che riguarda le strategie d’insegnamento.

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http://www.adozionescuola.it/

C’è una pagina dedicata alle iniziative regionali sul tema “Adozione e scuola”, rivolte a insegnanti, genitori, professionisti che operano in ambito adottivo, che vengono segnalate al sito da istituzioni, enti e associazioni. C’è anche un vademecum per gli insegnanti.

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http://unmomentostopensando.blogspot.it/

Per Metodo Feuerstein

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http://www.albertacuoghi.it/

Per tecniche di memorizzazione, lettura veloce e rafforzamento dell’autostima.

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http://www.matefitness.it/

Per giocare con la matematica

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http://grazianocecchinato.wordpress.com/

Per la “flipped classroom” (vedi post precedente)

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La pagina verrà aggiornata su nuove indicazioni e suggerimenti.

Scelta delle superiori. Superare le difficoltà di apprendimento: “Spieghiamo un po’ il metodo Feuerstein”

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dott.ssa Cristina Cattini, pedagogista e mediatrice Feuerstein

Dalla testimonianza precedente apprendiamo che il metodo Feuerstein è adatto ai ragazzi ma anche ai genitori che amano interrogarsi e esplorarsi con curiosità. Una mamma che segue il blog ci ha detto che la psicologa della sua ASL lo consiglia a buona parte delle famiglie adottive. Abbiamo cercato su internet per capire di che cosa si tratta. L’articolo che proponiamo ci è sembrato il più semplice. Per chi volesse approfondire abbiamo lasciato in fondo la bibliografia.

Reuven Feuerstein nasce in Romania nel 1921 da genitori ebrei. Fin da piccolo dimostrò le sue speciali doti, infatti a 3 anni era già in grado di leggere in due lingue e a 8 insegnava l’ebraico ai bambini della Comunità della quale faceva parte. Quando nel 1944 la Romania fu occupata, anche Feuerstein venne internato in un campo di concentramento, dal quale tuttavia riuscì fortunosamente a salvarsi e, trasferitosi in Israele, raccolse attorno a sé bambini e ragazzi scampati alla morte nei campi di concentramento. Il Governo voleva inserire questi ragazzi traumatizzati in scuole speciali con la diagnosi di non educabilità, ma egli si oppose fondandosi sulla convinzione che era possibile per loro recuperare una vita normale e serena, che il loro cervello avrebbe potuto ricostruirsi, sanando le aree fortemente debilitate dall’esperienza invalidante della schiavitù e dell’umiliazione.

In questo modo precorse di decenni le moderne teorie delle neuroscienze che oggi conosciamo bene: il cervello con le adeguate cure e con specifiche sollecitazioni può recuperare o bypassare eventuali lesioni che complicano le normali attività cognitive e cerebrali.

Il Metodo Feuerstein si basa sull’incrollabile fiducia nella capacità di modificabilità, e quindi di miglioramento continuo, dell’essere umano. Una delle sue frasi preferite è “Sta sicuro, c’è speranza!” e questa speranza è da coltivare e perseguire anche e soprattutto nelle situazioni più difficili.

In che cosa consiste il cosiddetto Metodo Feuerstein?

Innanzitutto è indispensabile la figura del Mediatore, perché siamo all’interno della pedagogia della mediazione. Lavorando insieme al bambino, il Mediatore si assume la responsabilità del cambiamento del piccolo paziente, credendo fortemente in lui e aiutandolo a costruire la propria autonomia, in modo da poter poi mettere a frutto i propri talenti nel miglior modo possibile.

Voglio usare una immagine: avete presente una casa in costruzione? Durante i lavori è di solito circondata da impalcature che permettono il lavoro da parte degli operai. Ecco, il Mediatore è quell’impalcatura, che viene smantellata appena la casa è finita e solida. Il Mediatore si occupa di scegliere, selezionare, adattare gli stimoli che servono per la crescita cognitiva ed emotiva del bambino.

Chi lavora con il P.A.S. (Programma di Arricchimento Strumentale) utilizza delle schede specifiche che servono da palestra cognitiva e vanno a lavorare sulle funzioni cognitive, che sono i mattoncini del pensiero. Tutti noi abbiamo funzioni cognitive più attive e altre più sopite e questo spiega come mai siamo più abili in alcuni campi e facciamo molta più fatica in altri.

Sul pensiero tuttavia si può e si deve lavorare, soprattutto in caso di difficoltà specifiche, perché l’intelligenza si può imparare, così come si può imparare ad imparare!

Accanto al lavoro del Mediatore con le schede c’è anche il cosiddetto ponte con la vita e la realtà vissuta, che è ciò che permette la generalizzazione delle esperienze di apprendimento nella vita quotidiana e chiaramente in questa fase sono importantissimi i cosiddetti ambienti modificanti, ossia tutti i luoghi fisici e del cuore che il bambino abita. Famiglia, scuola, extra-scuola sono gli ambienti modificanti per eccellenza nei quali il cambiamento e la modificazione positiva vanno sostenuti e implementati. Il ragazzo infatti può magari fare esperienza di competenza ed efficacia con il suo Mediatore, ma se poi quando rientra a casa il papà gli dice “Sei sempre il solito, non capisci niente!” ecco che la modificabilità viene ostacolata e il ragazzo si trova in un conflitto certamente poco utile ad un sereno sviluppo e apprendimento.

Insomma, vediamo come nel Metodo Feuerstein venga coinvolta tutta la persona, mente e cuore, compresi gli ambienti che abita.

A chi può essere utile il Metodo Feuerstein?

Da 0 a 99 anni a tutti!

Battute a parte, il P.A.S. si utilizza in diversissimi modi, perché è flessibile e l’efficacia è garantita dal Mediatore, che utilizza le schede come un bravo sarto fa con il tessuto che cuce su misura per il suo cliente. La stoffa è simile, ma il risultato finale è più che personalizzato.

I campi di applicazione sono la prevenzione, il potenziamento cognitivo, le riabilitazione, la formazione.

Il Metodo Feuerstein si utilizza quindi

  • Per il potenziamento cognitivo
  • Per l’educazione cognitiva-emozionale
  • In caso di esigenze speciali (handicap, DSA, problematiche varie)
  • In presenza di malattie che intacchino la normale attività cognitiva (demenza senile, patologie tumorali, incidenti)
  • In sostegno a percorsi personali di ridefinizione di sé, di cambiamento
  • In caso di violenza, per ristrutturare gli atteggiamenti e i comportamenti che seguono ad eventi traumatici
  • Come occasione di formazione e riqualificazione in campo personale e personale
  • Come sostegno per percorsi scolastici e genitoriali

Il lavoro può essere sia personale che di gruppo.

Bibliografia

  • R. Feuerstein e coll. NON ACCETTARMI COME SONO Sansoni Editore 1995
  • R. Feuerstein e coll. LA DISABILITA’ NON E’ UN LIMITE Libri liberi. 2005
  • J. Kopciowski Camerini L’APPRENDIMENTO MEDIATO. Orientamenti teorici ed esperienze pratiche del metodo Feuerstein, Ed. La Scuola 2002
  • J. Kopciowski MIGLIORARE SE STESSI PER OTTENERE DI PIU’ Riflessioni teoriche e proposte operative secondo il pensiero di Reuven Feurstein. Koinè – Centro interdisciplinare di Psicologia e Scienze dell’Educazione – 2007
  • P. Vanini POTENZIARELA MENTE? UNA SCOMMESSA POSSIBILE: la mediazione dell’apprendimento secondo il Metodo Feuerstein Vannini Editrice –Brescia 2003
  • Nessia Laniado COME INSEGNARE L’INTELLIGENZA AI VOSTRI BAMBINI , Ed. Red, 2005
  • Nessia Laniado COME STIMOLARE GIORNO PER GIORNO L’INTELLIGENZA DEI VOSTRI BAMBINI. IL SECONDO GRANDE LIBRO SUL FAMOSO METODO FEUERSTEIN, Ed. RED, 2005

(fonte: modenabimbi.it)

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Alcuni Centri Feuerstein, ma corsi sul metodo sono stati organizzati in tutta Italia

 

mail: m.boninelli@unive.it 

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CAM – Centro Apprendimeto Mediato (Rimini)

http://www.cam.rn.it/

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Imparole (Milano e dintorni)

http://www.imparole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=54&Itemid=62

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CIRS – Firenze

http://www.cirsitalia.it/met-feuerstein.html

 

IRRE-Emilia Romagna – ente pubblico

http://www.irreer.it/feuerstein/infogenerali2007.pdf

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Centro per lo Sviluppo delle Abilità Cognitive Coop.Sociale (Milano e dintorni)

http://www.sviluppocognitivo.it/

 

Istituto Nazionale di pedagogia familiare (Roma)

http://www.pedagogiafamiliare.it/file/corso_metodo_feuerstein.html

Comunicazione CARE: “Attivo il sito on line del Coordinamento”

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Dopo soli otto mesi dalla costituzione in associazione di secondo livello, il Coordinamento delle Associazioni Familiari Adottive e Affidatarie in Rete (CARE) è online con un sito web (www.coordinamentocare.org).

Il sito si propone di informare sulle attività del Coordinamento, ma anche di dare eco di ciò che le 18 associazioni aderenti realizzano nei loro territori e di raccogliere e organizzare il materiale di maggior interesse di chi, in Italia e fuori, si occupa di adozioni e affido.

(fonte: genitorisidiventa.org – 21/06/2012)

Gravidanze precoci. Ospedale San Paolo di Milano: “Accompagnamento alla crescita per le madri minorenni”

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(…) All’Ospedale San Paolo di Milano è disponibile un innovativo servizio, progettato con il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano–Bicocca, per accompagnare nella crescita la madre e il figlio durante i primi due anni di vita. Il servizio prevede colloqui di accoglienza e ascolto per osservare le relazioni madre-bambino, uso del video feed-back, controllo dello sviluppo psicomotorio del bambino, screening del rischio psicopatologico e depressivo delle mamme.

Lo scopo è affrontare i fattori di rischio che rendono complicata e difficoltosa la relazione tra madre adolescente e bambino. Innanzitutto un rischio psicopatologico nelle mamme, soprattutto di tipo depressivo, e in seconda analisi un rischio di trascuratezza e di maltrattamento del bambino.

Il progetto, sostenuto dalla Fondazione Ambrosiana per la vita e Fondazione Cariplo, oltre al supporto psicologico promuove l’attivazione di un sostegno per costruire una buona rete sociale attorno alla neomamma.

L’Ospedale San Paolo dal 2009 ha assistito 181 parti in donne di età fino ai 21 anni, di cui 35 di donne tra 14 e 18 anni.

“I risultati dopo il primo anno di sperimentazione del servizio, che si allinea ai progetti di prevenzione più innovativi a livello europeo, sono incoraggianti – spiega la professoressa Cristina Riva-Crugnola, responsabile scientifico del progetto – Le mamme seguite nel primo anno di vita hanno aumentato la loro sensibilità e capacità di accudimento dei figli e, allo stesso tempo, i bambini mostrano legami sicuri verso le loro mamme. Molte delle donne seguite, quasi tutte con storie traumatiche alle spalle (trascuratezza, abuso, perdita dei genitori nella prima infanzia), sono state aiutate a trovare nuovi percorsi di crescita insieme ai loro bambini”

(fonte: unimib.it – 16/04/2012)

Gravidanze precoci. Teen STAR: “Educazione sessuale e sentimentale”

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Il programma Teen STAR (Sexuality Teaching in the context of Adult Responsibility), è uno strumento elaborato negli USA dalla dr.sa Hanna Klaus ed ora diretto dalla dr.sa Pilar Vigil docente dell’Università Cattolica del Cile.

Si tratta di corsi organizzati per educatori, insegnanti e genitori per fornire loro gli strumenti per educare i giovani alla sessualità e al rispetto del proprio corpo e a quello degli altri.

L’utente finale sarà quindi l’adolescente che periodicamente incontra un gruppo di coetanei e due operatori preparati con questo metodo, un maschio e una femmina, per osservare la propria corporeità. Il due adulti di riferimento si renderanno disponibili durante e dopo il corso per rispondere alle domande dei ragazzi.

In particolare Teen STAR ha sviluppato le seguenti aree:

  • Scoprire la propria identità ed aver stima di sè
  • Valutare la propria capacità di determinazione
  • Scoprire la dignità ed il valore della persona

Per la specificità dei contenuti consigliamo di visitare il sito http://www.teenstar.it/

Finora sono stati tenuti corsi a Milano, Rovigo, Roma, Torino, Varese e Napoli.

Il Teen STAR mi è stato segnalato da una mamma che ha frequentato il corso per le pre-adolescenti assieme a sua figlia. Il Teen STAR vero e proprio, invece, viene gestito dai ragazzi, senza interferenze dei genitori.

Comunicazione Università Cattolica Sacro Cuore Milano: “Questionario sul post-adozione”

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In questi giorni stanno arrivando i questionari  ANONIMI sulla situazione degli adolescenti adottivi in Italia. Noi come famiglia abbiamo avuto il piacere di partecipare. Invitiamo tutti quelli che l’hanno ricevuto a mettersi a disposizioni. Penso che emergeranno considerazioni interessanti.

Di seguito la lettera di presentazione dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano:

“Gentile famiglia,

siamo lieti di comunicarti che siamo giunti alla seconda fase della ricerca (iniziata ormai da due anni) e condotta dal centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano sulle relazioni familiari e sulla costruzione dell’identità degli adolescenti e giovani adulti in adozione internazionale e nazionale.

Ti ringraziamo per la tua preziosa collaborazione nella prima fase della ricerca a cui hai preso parte attraverso la compilazione di un questionario (a cura di padre, madre e figli adottivi). Le ricerche scientifiche sulle tematiche adottive in Italia non sono molto numerose e sono pochi quindi i riferimenti e i feedback a disposizione degli operatori del settore: per questo motivo è così importante la tua partecipazione alla buona riuscita della presente ricerca.

Vi ringraziamo sin da ora per l’attenzione e il tempo che ci dedicherete.”

Per ulteriori informazioni http://www.unicatt.it

Post-adozione. Il punto

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Finisce qui la carrellata delle motivazioni che ci hanno portato ad aprire questo blog. Come si può capire dalle riflessioni precedenti, nel mondo delle adozioni c’è tanta buona volontà, ancora tanta confusione e manca ancora un collaudato coordinamento tra enti e associazioni. Ci rallegriamo che ci sia stata un’evoluzione in questa direzione con la costituzione del Coordinamento CARE e con la creazione del sito italiaadozioni.it.

Dopo dodici anni di attività anche la CAI si sta affinando. Adesso alle coppie viene richiesto di compilare una sorta di questionario di qualità sul grado di soddisfacimento del supporto offerto dall’ente che li ha seguiti. Inoltre, da anni, alcune associazioni ed enti si sono mostrati sensibili al problema scuola, soprattutto per la parte che riguarda la formazione degli insegnanti. E’ da li che parte l’inserimento vero dei nostri figli nella società. Ribadiamo, tuttavia, che non di sola scuola vivono le famiglie adottive. Come tutte le altre famiglie.

Infine, è risultato illuminante l’intervento della dott.ssa Fahlberg, per una volta in difesa della famiglia adottive, “certe volte più competenti degli stessi operatori.” O l’affermazione della CAI che sostiene che “non ci sono coppie buone o cattive sulla base del successo adottivo perché ogni storia è una storia diversa. Piuttosto ci sono coppie in difficoltà che vanno aiutate con interventi concreti.”

Dalla prossima settimana sarà attivato un altro tema: “La solitudine delle mamme”. Verranno presentati spunti di riflessione sugli stati d’animo provati dalle mamme, non solo adottive, in situazioni di disagio.

Post-adozione. Alcune riflessioni che condividiamo

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da http://spazioadozioneticino.blogspot.com/2011/01/ad-alta-voce_27.html

Ho inserito questi stralci perchè ho vissuto in prima persona le contraddizioni e fastidi elencati in questa riflessione. Se all’inizio pensavo di essere anomala, nel proseguo,  ho capito che sono stati d’animo che si possono manifestare in qualsiasi genitore con una certa propensione a cercare soluzioni e trovare nuove risposte.

“(…) Le numerose situazioni di disagio, più o meno grave, in cui vivono molte famiglie adottive (la nostra è forzatamente una conoscenza parziale a causa dell’eccessivo pudore di molte famiglie a rendere pubblico il loro dolore) ci permette di segnalare quanto sia scarsa, ancora oggi, la consapevolezza dei problemi legati alla costruzione di un saldo legame di appartenenza con i propri figli adottivi.

Viviamo in una società che enfatizza la scelta adottiva (“come siete bravi…”) e pone l’accento quasi esclusivamente sulla gioia del bambino (“come sei fortunato…”). È un grande abbaglio considerare l’adozione un punto d’arrivo, la soluzione di tutti i problemi: della coppia che vuole diventare una famiglia e del bambino che cerca nuove figure di riferimento. Se le cose stanno così, è facile capire che una famiglia con gravi problemi (e che problemi!) verrà facilmente giudicata inadeguata, incapace ad assolvere il proprio ruolo (“siete troppo rigidi.”, oppure, “siete troppo permissivi”, “non mettetela giù dura: i vostri sono i problemi di tutti i genitori!”). Ancor più grave l’atteggiamento nei confronti dei figli adottivi ribelli, facilmente etichettati come “ingrati” o “irriconoscenti”, incapaci di apprezzare la fortuna di essere stati accolti in una famiglia e in una società che ha offerto loro una seconda occasione (“Invece di contestare i tuoi genitori dovresti amarli di più”). La sola ricetta, offerta in tutte le salse, rimane solo e unicamente l’amore. “Con l’amore risolverete tutto!”.

(…) L’amore è fondamentale ma da solo non basta, occorre la consapevolezza e la conoscenza dei problemi che si dovranno affrontare, primo tra tutti costruire un legame di appartenenza con dei bambini/ragazzi traumatizzati dalla rottura del primo e più importante legame: quello con la mamma naturale.
I figli adottati sono figli traumatizzati. Entrare in relazione con una persona traumatizzata non è facile soprattutto se lo si fa da ignoranti, nel senso letterale del termine: ignorando le modalità di approccio e le dinamiche comportamentali…

 (…) Quante volte abbiamo sentito dire :”se prendi un bambino piccolo non si ricorderà certo della sua mamma!” Non è vero che i bambini molto piccoli non hanno ricordi: non essere in grado di verbalizzare non vuol dire non avere ricordi. Questi sono ben presenti nella memoria implicita e influenzano la loro vita di bambini, ragazzi e adulti, soprattutto nelle relazioni interpersonali: con i genitori, con i compagni, con gli insegnanti, con l’innamorata…con il datore di lavoro.

 (…) Adottare un bambino ha cambiato a tutti noi la vita, ne siamo usciti rivoltati come un calzino: è un’esperienza esaltante, ma, va detto subito, molto ma molto difficile. Non vogliamo scoraggiare l’adozione, vogliamo solo dire che trasforma, arricchisce, permette di capire meglio se stessi. È un percorso che dura tutta la vita e che parte dall’elaborazione di tre grandi lutti: la perdita della madre, la sterilità, la perdita del figlio.

 (…) Spesso i nostri ragazzi hanno bisogno di un aiuto per dare un nome alle loro emozioni e per capire le conseguenze che le loro azioni hanno sugli altri. Il fatto di non essere riusciti da bimbi, con le loro urla e con i loro pianti disperati, a far riapparire la mamma, li ha convinti di non avere nessun effetto sugli altri, di essere invisibili.  Sarebbe estremamente utile che i genitori adottivi venissero seguiti anche nella fase post adottiva e venissero informati di tutti questi problemi È importante il lavoro di prevenzione; non bisogna pensare che si possa intervenire, altrettanto efficacemente, quando i problemi sono già esplosi.

 (…) La condivisione aiuta a placare l’ansia, a ritrovare l’equilibrio. In questo modo siamo di aiuto non solo a noi, ma anche ai nostri figli. (…) In comune hanno una visione ostile del mondo, frutto delle loro prime esperienze e non avendo ricordi felici del passato non sanno che è possibile vivere senza le loro angosce e paure.

 (…) Non stimandosi sono convinti di poter raccogliere solo fallimenti: “ preferiscono fallire e riprendere la solita vita di merda, che affrontare cose che non conosco”, dice alla mamma adottiva un ragazzo apparentemente sicuro di sé. Il terrore del cambiamento immobilizza l’azione, vanifica ogni progetto e conferma nel ragazzo l’errata convinzione che ogni cambiamento, e dunque anche la possibile felicità, porti con sé un male maggiore. “Non sono i loro comportamenti ad essere anormali , è anormale la loro esperienza di figli feriti” (Nancy Newton Verrier, op. cit). È una ferita che ha effetti anche nel corpo e si manifesta con disturbi, talvolta cronici, in molti dei nostri figli: tachicardia, pressione alta, sonno disturbato, irritabilità, problemi gastro-intestinali e altro ancora.

 (…) L’adozione “è una sfida cui si può fare fronte nella misura in cui la famiglia è capace di aprirsi all’esterno, costruire legami e tessere, una rete che possa sostenerla negli inevitabili momenti di difficoltà e il sociale (enti autorizzati, associazioni familiari, scuola, servizi del pubblico e del privato sociale) è in grado di offrire quegli interventi che consentono di attingere pienamente e di mettere a frutto tutte le numerose e preziose risorse (individuali, relazionali e sociali) di cui, come abbiamo visto, le famiglie dispongono” – prof.ssa Rosa Rosnati.”

Post-adozione. Mamma Blog: “Il pequeño D.O.P (disturbo oppositivo provocatorio)

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“Come prima cosa vi dico che non ci ho messo mica poco ad accettare che mio figlio fosse un ragazzo diverso dagli altri, anzi ci ho messo praticamente cinque anni… ora però ho capito, non ho più dubbi.

Mio figlio è una ragazzo disturbato e il suo disturbo sta nel comportamento.

Lo psico lo ha definito “disturbo oppositivo-provocatorio”.

Quel che complica è che – visto con occhio superficiale – può risultare nell’ordine: cafone, maleducato, arrogante e indisponente. Poi anche illogico, spiazzante, oppositivo a tutti costi e contro ogni logica, astuto nel colpire i punti deboli, a volte aggressivo e violento.

Le conseguenze di questo comportamento deviato sono molteplici:

  • qualità della vita in comune, scarsissima
  • assenza o quasi di amici
  • relazioni con i professori devastate e/o molto complicate
  • relazioni con i parenti (nonni, zii etc) quasi inesistenti.

E’ che non riesco a spiegare al mondo che lui proprio gli strumenti per agire in modo diverso non li ha.

E’ come se da domani mi chiedessero di fare una prova di salto con l’asta… senza darmi l’asta. Già con l’asta avrei delle GROSSE difficoltà perché mai nessuno mi ha insegnato come si salta con l’asta, ma anche se mi decidessi a provare, non saprei come fare perché l’asta  IO NON CE L’HO.

Troppe volte ho visto persone adulte irrigidirsi su posizioni di gioco di forza per “dimostrare” al pequeño “chi è che comanda” e “come si fa a stare al mondo”.

Le stesse persone – di fronte all’insuccesso della tecnica muro-contro-muro – le ho viste girare i tacchi e cambiare aria in fretta.

Fornire l’asta o in alternativa provare ad abbassare l’asta da saltare, spiegando ogni volta cosa e perché lo si sta facendo, per molti – troppi – adulti è segno di debolezza, sintomo del cedere al ricatto di un ragazzino.

In realtà significa dare una mano a chi ha dovuto imparare a camminare, correre, mangiare, parlare, vivere – nei periodi migliori da solo – in quelli peggiori assistito da adulti inadeguati e malati di mente (non trovo altra definizione per certi comportamenti).

Significa aiutare un ragazzo disturbato a trovare gli strumenti per mitigare il suo problema e magari, spero per lui, un giorno risolverlo.”

(fonte: postadozione.bloog.it)

La musica del cuore: “Cosa sarà”

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Mi piacerebbe che questo blog fosse lo spazio per proporre ad altri una canzone, un film o un libro che ci ha aperto nuovi orizzonti nel rapporto con i nostri cari, con i nostri ragazzi

Questo mese non può mancare un omaggio a Lucio Dalla che ha lasciato senza dubbio una traccia importante nella musica italiana.

Concediamoci cinque minuti per ascoltare “Cosa sarà”.

 

“Cosa sarà

che ci rende forti nelle difficoltà

e ci fa amare la vita comunque vada…”

L’esperto: “Servizi post-adozione”

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Dott.ssa Vera I. Fahlberg, pediatra ed esperta nella terapia dell’attaccamento familiare. I due suoi libri più importanti  sono: “A Child’s Journey through Placement” e “Residential Treatment”.

Di seguito riportiamo i passaggi più significativi di un suo articolo sul post-adozione. L’articolo completo si trova in http://www.perspectivespress.com/servizi-post-adozione.html

(…) I bambini che si uniscono alle famiglie adottive dopo aver subito abusi, sia fisici che sessuali, trascuratezza, separazione dai genitori e perdite, portano con sè un retaggio di rapporti familiari falliti. La nuova famiglia offre nuove speranze e una nuova possibilità di sperimentare con più successo le complessità e i benefici della vita familiare. (…) La rimarginazione avrà luogo nei contesti della quotidianità della vita familiare, giorno dopo giorno.

(…) Sia i bambini, sia i genitori adottivi arrivano all’adozione con alcuni fattori di rischio aggiuntivi rispetto ai bambini che raggiungono la loro famiglia permanente al momento della nascita. I fattori di rischio per i bambini comprendono:

  • comportamenti di sopravvivenza che hanno avuto origine quando vivevano in famiglie disfunzionali ed in un sistema disfunzionale
  • vulnerabilità personali
  • eventi traumatici pregressi
  • separazioni o perdite irrisolte

I fattori di rischio per i genitori possono comprendere:

  • assenza di un senso di empowerment [letteralmente: sentirsi investiti di pieni poteri; senso di controllo derivato dall’inclusione rispettosa nella pianificazione e nelle decisioni] e di entitlement [letteralmente: avere o acquisire il diritto; sentire di aver sviluppato un senso di appartenenza nei confronti del bambino adottato]
  • “echi” dal proprio passato
  • perdite non riconosciute o irrisolte
  • aspettative non realistiche nei confronti del bambino o di se stessi

Elbow individua tre fattori concernenti l’adozione di bambini più grandi che contribuiscono alla difficoltà di riuscita nel padroneggiare i compiti evolutivi della famiglia.

  1. l’alterazione del ciclo di vita familiare: le famiglie adottive incominciano con la distanza e ci si aspetta che si muovano verso la vicinanza; le famiglie di nascita incominciano con la simbiosi e ci si aspetta che si muovano verso l’individuazione.
  2. lo stress posto sui confini familiari a causa dell’invadenza dell’ente, dell’assenza dell’empowerment della famiglia da parte della società e dell’ente, e delle diverse lealtà in conflitto tra loro nel bambino.
  3. le problematiche personali del bambino e gli echi dal passato per i genitori.

(…) I bambini adottati e le loro famiglie sono serviti nel modo migliore quando esiste una collaborazione tra la famiglia, gli enti di servizi sociali e le risorse di salute mentale. Ciascuno riconosce non solo il proprio potenziale contributo, ma anche quello altrui.

La famiglia

  • (…) il fatto che la famiglia abbia bisogno di aiuto nel soddisfare i bisogni del bambino, non significa che la famiglia non ci tenga o che non sia capace di partecipare al processo decisionale.
  • (…) i membri della famiglia possono essere partner più stabili se gli si riconosca che stanno facendo il meglio che possono in circostanze difficili e che hanno un ruolo importante in qualsiasi percorso di cambiamento.

I servizi post-adottivi possono assumere varie forme:

  • servizi di supporto (gruppi per genitori, per bambini, respite care, formazione e servizi educazionali) possono soddisfare i bisogni di molte famiglie adottive.
  • servizi mirati ad aiutare il bambino e la famiglia a congiungersi in breve tempo in seguito al collocamento
  • terapia preventiva intermittente, la quale viene istituita in concomitanza con il raggiungimento di certi livelli evolutivi ad alta probabilità di far riemergere problematiche del passato (cioè di abuso sessuale, perdita, identità, ecc.)
  • terapia intermittente a breve termine focalizzata sui problemi, mirata all’interruzione dei comportamenti problema
  • interventi di crisi con famiglie minacciate

L’attenzione è focalizzata principalmente sul presente. Il cliente non è né il bambino né i genitori, ma piuttosto il rapporto. (…) Vengono definite “famiglie minacciate”, quelle che di solito hanno uno stabile rapporto adottivo di lunga data, con presenza di ripetuti comportamenti autodistruttivi o violenti da parte del bambino. (…)  i genitori possono aver compiuto vari tentativi per ottenere aiuto ma senza riuscirci e sentono che la situazione è fuori controllo.

(…) Donley e Blechner sottolineano quanto sia importante che chi è chiamato ad intervenire in casi simili non scambi queste famiglie per famiglie con disturbi cronici e senza alcuna esperienza derivante da un periodo di adattamento relativamente calmo alle spalle. Molte volte si tratta di genitori molto competenti, i quali possono avere qualche difficoltà nel convincere gli altri della gravità del problema. Possono essere più qualificati delle persone a cui si stanno rivolgendo per aiuto, le quali possono, a loro volta, essere intimidite da questi genitori.

(…) APPROCCI BASATI ESCLUSIVAMENTE SU TERAPIE TRADIZIONALI NON SI SONO DIMOSTRATI PARTICOLARMENTE EFFICACI CON QUESTA POPOLAZIONE (…)

  • Molti bambini sentono l’impulso di ricostruire le loro precedenti esperienze di vita all’interno del nuovo ambiente familiare
  • Sebbene né il genitore adottivo né il terapeuta possano annullare i primissimi danni causati da trascuratezza o da abusi, entrambi possono minimizzare i segni di cicatrizzazione ed aiutare la persona adottata a compensare tramite l’apprendimento di nuove abilità
  • Qualsiasi intervento che mette a repentaglio il rapporto genitore-figlio mina l’obiettivo di preservare la famiglia come risorsa per il bambino.

(…) Il collocamento fuori casa non dovrebbe essere considerato un fallimento adottivo. Può essere, infatti, un forte indicatore di un’adozione riuscita qualora la famiglia riconosca che il loro giovane ha bisogno di un aiuto maggiore di quanto loro possano dare da soli e sia disponibile e capace di perorare la causa del figlio affinché lui possa ricevere questo aiuto.

I giovani che non godono di successo in nessuna delle principali arene della loro vita (ossia in famiglia, a scuola e nei rapporti con i coetani) sono frequentemente candidati per il collocamento fuori casa. (…) Alcuni giovani riescono a fare un uso migliore della propria famiglia quando non vivono con essa e, a loro volta, i membri della famiglia, essendo meno provati, possono riuscire ad offrire un maggior supporto emotivo anche in questa situazione.