Archivi categoria: gestione ira e rabbia

Ira e rabbia. Genitori e figli dicono…

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Mamma Laura: “Mio figlio non riesce a trattenersi. Vive momenti di profonda rabbia. Sta seguendo un iter terapeutico e qualcosa è riuscito a migliorare.”

Benedetta, 16 anni: “Sapessi cosa sento. Ho un peso qui – indica l’area tra il cuore e lo stomaco – che non riesco a buttare via in nessun modo. Ho una rabbia che avrei voglia di picchiare tutti. A scuola è successo varie volte. Non parlarmi dello psicologo, non serve a niente!”

Mamma Elisabetta: “Quando si arrabbia, mia figlia cambia persino d’espressione. I lineamenti diventano tirati in tal modo che mi sembra quasi di non riconoscerla. Non è più lei. Sembra che un urlo di aiuto esca dai suoi occhi e dalla sua bocca. Un urlo di dolore che sembra arrivare da molto lontano. In quel momento mi sento impotente. Dapprima le tenevo testa, ma le cose peggioravano. Così ho imparato a lasciar decantare. Non è stato facile perchè le provocazioni sono tante.”

Ira e rabbia. L’esperto: “La separazione dal genitore e il suo impatto sulla salute psichica in età dello sviluppo”

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di Marco Battaglia, Alessandra Moruzzi, Matilde Taddei

Non è riferito esplicitamente ai ragazzi adottati, ma può illuminare su certe reazioni e comportamenti. 

L’azione dei “fattori ambientali” e della “predisposizione genetica” sui disturbi psichiatrici. Un ulteriore filone di ricerca ha indagato i possibili fattori ambientali che interagiscono con la predisposizione genetica nel contribuire allo sviluppo di disturbi psichiatrici, come i disturbi dell’umore o i disturbi d’ansia.

Uno di tali fattori ambientali è la perdita precoce di un genitore. In particolare è stato osservato che se l’evento di perdita avviene prima dei 17 anni, il rischio di sviluppare depressione durante l’età adulta aumenta.

Uno studio dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (Battaglia, M. et al., 2009) ha indagato questi argomenti in 700 gemelli adulti della popolazione generale norvegese (Registro Nazionale dei Gemelli Norvegesi); i ricercatori hanno ricostruito la storia di ciascun individuo, indagando retrospettivamente possibili eventi di vita che riguardassero un periodo di separazione non programmata dal genitore (sia che essa derivasse dal divorzio, sia dalla morte del genitore).

È stata indagata, inoltre, la presenza del disturbo di Ansia da Separazione in infanzia ovvero la presenza di ansia eccessiva nel bambino al momento della separazione con la figura principale di attaccamento. I gemelli del campione sono stati in seguito sottoposti ad un test respiratorio che consisteva nell’inalazione di una miscela d’aria formata da 65% di ossigeno e 35% di anidride carbonica: inalare anidride carbonica in eccesso provoca infatti, in individui predisposti all’ansia e al panico, una risposta ansiosa. Secondi i risultati dello studio, la covariazione tra Ansia da Separazione in infanzia, ipersensibilità al test respiratorio e presenza di panico in età adulta sembra essere spiegata in gran parte da fattori genetici; tuttavia, l’evento di perdita o separazione dal genitore in infanzia ha anch’esso un ruolo importante come fattore di rischio per lo sviluppo del panico in età adulta.

Uno studio successivo effettuato sullo stesso campione di gemelli ha evidenziato che la risposta ansiosa, elicitata dall’inalazione dell’anidride carbonica, sembra essere presente in soggetti che hanno esperito la perdita o la separazione dal genitore in infanzia o che avevano avuto Ansia da Separazione. Inoltre, soggetti che riportavano eventi stressanti o particolarmente negativi (incidenti, aggressioni) mostrano una risposta ansiosa più elevata al test respiratorio: questo indica che eventi avversi avvenuti nel corso della vita possano contribuire ad accrescere il rischio di sviluppare il Disturbo di Panico in età adulta. Le ricerche hanno fornito dati attendibili ed importanti per capire la relazione che intercorre tra eventi di vita precoci e l’insorgenza di psicopatologia. Di fatto esiste un altro ordine di complessità: la relazione tra eventi di rischio precoci ed insorgenza di psicopatologia in età adulta sembra avere un’architettura molto complessa, che non si riduce ad un semplice rapporto di causa-effetto.

È stato osservato, infatti, che il patrimonio genetico degli individui ha un qualche ruolo nell’influenzare la tendenza di essi ad esperire diverse tipologie di eventi di vita. Ciò sembra vero in particolar modo quando si tratta di eventi che sono con più facilità legati alle scelte comportamentali di una persona, come il divorzio o la presenza di un ambiente familiare negativo. Quindi possedere un determinato corredo genetico può portare un individuo ad avere con maggiore probabilità esperienze di un certo tipo piuttosto che di un altro. In quest’ottica, la natura di quelle che vengono definite esperienze “ambientali” risulta almeno parzialmente riconducibile a fattori di tipo genetico.”

(fonte: Centro per lo Studio della Plasticità del Comportamento, Università Vita Salute San Raffaele di Milano – Eurispes 12/2011)

La musica del cuore: “Un giorno credi”

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Un giorno credi di essere giusto
e di essere un grande uomo
in un altro ti svegli
e devi cominciare da zero

Situazioni che stancamente
si ripetono senza tempo
una musica per pochi amici
come tre anni fa

A questo punto non devi lasciare
qui la lotta è più dura, ma tu
se le prendi di santa ragione
insisti di più

Sei testardo, questo è sicuro
quindi ti puoi salvare ancora
metti tutta la forza che hai
nei tuoi fragili nervi

Quando ti alzi e ti senti distrutto
fatti forza e vai incontro al tuo giorno
non tornar sui tuoi soliti passi
basterebbe un istante

Ira e rabbia. Mamma Sabri: “L’urlo di mamma (1)”

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“L’incontro con la rabbia è stato immediato e dirompente, soprattutto perchè era un’emozione che fino a quel momento non mi era mai appartenuta. L’incontro con i miei figli mi aveva messa duramente alla prova e aveva portato a galla una parte di me che non sapevo di avere. Non importa quanti libri si sono letti, quanti incontri pre e post adozione si sono fatti, quanto si faccia appello alla propria razionalità e pazienza nei momenti tranquilli, basta un niente e si esplode.

La collera è in gran parte la conseguenza dei nostri pensieri irrazionali e all’inizio del mio percorso adottivo tali pensieri avevano invaso la mia vita. Di fronte ai continui pianti, capricci, provocazioni, disobbedienze, dinieghi, situazione del tutto normale e comprensibile per chi è stato sradicato dal suo ambiente e deve lentamente adattarsi ad un altro contesto e per chi vuole mettere alla prova i nuovi genitori per riacquistare fiducia negli adulti (Pensiero Razionale), prevaleva il senso di inadeguatezza, la consapevolezza di non essere la madre che volevi essere, la sensazione di rifiuto costante da parte dei tuoi figli che preferivano sempre altre figure femminili a te, il senso di colpa (Pensiero Irrazionale). Da qui la rabbia che faticavo a gestire in quanto incolpavo di questo sentimento sempre gli altri e mai me stessa; erano gli altri infatti che avevano minato il mio valore personale facendomi sentire “brutta e cattiva” e che avevano deluso le mie aspettative. In realtà le altre persone non facevano altro che attivare i pensieri irrazionali che già nutrivo.

Anche uno dei miei bambini, che più di altri innescava “l’urlo di mamma”, aveva frequenti crisi di rabbia. Bastava un semplice no per scatenare la sua reazione e il lancio di oggetti. Il contenimento non dava esito positivo ed era meglio allontanarsi per un po’. Sapevo bene quanto fosse difficile fermarsi dopo aver dato inizio allo sfogo che sembra, solo in apparenza, liberatorio. Come uscire da questa situazione? E’ difficile cambiare ciò che non si accetta.

Abbiamo smesso quindi di condannarci e iniziato a lavorare per accettare noi stessi, con i nostri limiti, con le nostre storie, abbiamo imparato a definire le emozioni e ad esprimere il disappunto in altro modo. Come adulto ho iniziato un intenso dialogo interiore che mi ha portato a riconoscere i pensieri irrazionali causa della collera, sorretta e motivata da una forte volontà di cambiamento. Sono sempre stata convinta infatti che per cambiare gli atteggiamenti dei nostri figli dobbiamo cambiare noi per primi. Mio figlio grazie alla psicomotricità, e al cambiamento della mamma, ha iniziato ad aumentare la propria soglia di frustrazione e a scegliere altre vie per esprimere il disaccordo.

Ci hanno anche aiutato buone letture come le favole di Alba Marcoli (2) e un libro per bambini (3) che per anni è stato, come punto di riferimento, sotto il cuscino di mio figlio.

Un altro metodo che mi sento di suggerire è l’utilizzo degli strumenti del metodo Feuerstein di cui già si è parlato in questo sito. In particolare, tra gli strumenti del PAS Basic ve ne sono alcuni come “Conosci ed identifica”, “Dall’empatia all’azione” e “Pensa e impara a prevenire la violenza” che aiutano i bambini/ragazzi ad identificare, con il supporto di una buona mediazione, gli stati emozionali e la relazione tra questi e le possibili reazioni delle persone coinvolte. L’obiettivo cognitivo è quello di pensare anzichè agire d’impulso e aiutare a scegliere la reazione più appropriata e socialmente accettabile in situazioni di conflitto interpersonale (4).

Gli anni bui della rabbia sono svaniti. Guardando al passato ringrazio i miei figli che, dandomi la possibilità di guardarmi dentro, mi hanno resa migliore. Non so se basterà per arginare la crisi dell’adolescenza. Nel frattempo, godiamoci la guadagnata serenità.”

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Bibliografia

(1) Jutta Bauer, Urlo di mamma, Salani editore

(2) Alba Marcoli, Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli, Oscar Mondadori

(2) Alba Marcoli, Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili, Oscar Mondadori

(2) Alba Marcoli, Il bambino perduto e ritrovato. Favole per far la pace col bambino che siamo stati, Oscar Mondadori

(3) Domitille de Pressensè, DOREMI’ è stato adottato, Motta junior

(4) R. Feuerstein, L. Falik, Y. Rand, Il programma di Arricchimento Strumentale di Feuerstein, edizioni Erickson

Ira e rabbia. L’esperto: “La figura del mediatore dei conflitti”

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di Giulio Maria D’Addio – Mediatore, Formatore ed Insegnante

La figura del mediatore è quella di una persona che “facilita la comunicazione” tra le parti in conflitto, qualunque esse siano, in un modo ben strutturato che più avanti spiegherò. Il mediatore è una figura poco conosciuta poichè in Italia non ha ancora un suo albo come altri specialisti e professionisti. In Europa, invece, è una professione già diffusa e utilizzata nelle situazioni di disagio in azienda, a scuola, tra genitori e figli e tra coppie di partner, realtà che conosco e con cui lavoro da ormai quattro anni. La professione nasce in Francia a metà del secolo scorso. Personalmente ho scelto di sviluppare la parte affettiva sulle basi della comunicazione empatica di Rosemberg.

Il mediatore non ha la bacchetta magica, non è uno psicologo (che stimo, ma anch’egli, purtroppo, sprovvisto della bacchetta!), non prende le parti di uno e non giudica o interpreta situazioni dando letture dictat o consigli dall’alto verso il basso.

Ora diciamo cosa è il mediatore, dopo che abbiamo chiarito cosa non è.

“La mediazione è una modalità di approccio alla gestione dei conflitti. Il suo obiettivo è quello di condurre le parti in disaccordo ad individuare una soluzione mutuamente accettabile e soddisfacente per entrambe attraverso l’ausilio di un terzo neutro: il mediatore.

Chiamando in causa nel proprio processo gli stessi attori della controversia e conducendoli all’individuazione di una soluzione al conflitto in cui non ci siano né vincitori né vinti, la mediazione offre un modo di affrontare il tema del conflitto come una dimensione naturale nel processo di evoluzione di un sistema organizzato, che trova applicazione in ogni ambito della vita sociale.”

Il mio lavoro è quello di facilitare la comunicazione tra le parti in conflitto seguendo una metodologia precisa basata sull’ascolto profondo, il rispetto dei turni di parola e se possibile il tavolo di mediazione.

I “problemi”, che preferisco chiamare “disagi”, non devono essere risolti dal mediatore. Questi, infatti, sono spesso l’espressione di un vissuto pesante aggressivo e incrinato tra le parti. Il mio compito è innanzitutto quello di aiutare la persona a comunicare meglio e con più profondità i propri bisogni inespressi o non sviluppatisi. Quando riusciamo a comprendere che sotto l’aggressività e la violenza verbale superficiale, ci sono motivazioni e sofferenze, quando accettiamo una nuova comunicazione con noi stessi e tra le parti, allora iniziamo ad esprimerci senza irretimenti, andando al sodo, mettendo da parte la rabbia ed investendo nella comunicazione vera. Questo percorso che raccontato bianco su nero pare sterile, schematico e rigido, si sviluppa in realtà con una intensità e magia che spesso va vissuta più che raccontata, poichè, con mia grande gioia, spesso porta ad un profondo incontro insperato, a risoluzioni e serenità ormai date per smarrite.

Dalla mia esperienza di mediatore con le famiglie adottive, ho potuto sperimentare una tensione ed intensità superiore al normale, dato che responsabilità, dubbi, chiusure e valori sono presenti in una gamma ancora più ampia rispetto alle famiglie non adottive.

In questi anni ho seguito più di 20 mediazioni di famiglie adottive. Abitando in Emilia Romagna ho potuto mediare e curare in maniera approfondita soprattutto conflitti di famiglie che si sono rivolte a me dal centro nord.

Senza scendere nei particolari, ho potuto mediare situazioni di conflitto tra genitori adottivi e figli, un genitore e un figlio, figli e fratelli, conflitti tra marito e moglie adottivi.

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“La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione”

Albert Einstein

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Per chi volesse approfondire l’argomento e trovare nuovo modo di relazionarsi con i propri cari, con una nuova fiducia e nuovo rispetto:

Giulio Maria D’Addio

via Ballanti Graziani 1 /A 48018 Faenza (RA)

giulio.daddio@hotmail.it

orario pasti cell 3286669150

Ira e rabbia. Film: “Il ragazzo con la bicicletta” di Jean-Pierre Dardenne (Belgio, Italia e Francia 2011)

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Film suggerito da papà Enrico

Cyril è un ragazzino di 12 anni che vive in una casa d’accoglienza da quando la madre è mancata e suo padre ha rinunciato a prendersi cura di lui. Durante un suo tentativo di fuga per cercare il padre incontra, per caso, una giovane parrucchiera che si affeziona al ragazzino e accetta un affidamento temporaneo. La loro relazione procede per tentativi ed errori, come ogni processo di apprendimento. Il film è realistico e ben riproduce il malessere di questo ragazzino che  infierisce contro se stesso e gli altri come un cucciolo ferito, alla ricerca del filo conduttore della sua vita. Le scorribande e la frequentazione di personaggi dubbi descrivono bene alcune situazioni che a volte viviamo nelle nostre famiglie.

Per chi vuole capire da dove nasce la rabbia autolesionista dei nostri ragazzi.

Ira e rabbia. L’esperto: “Come gestire il litigio dei ragazzi: consigli per genitori ed educatori”

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Tratto da “Il diritto di litigare in pace” di Daniele Novara – pedagogista, consulente e formatore

Vedi articolo completo http://www.associazionegenitoriche.org/index.php?option=com_content&view=article&id=184:il-diritto-di-litigare-in-pace&catid=37:articolo-dalla-reteGenitoriChe 08 Febbraio 2012 

(…) l’ideale del «bravo bambino» è un mito: tanto ambìto quanto impossibile da realizzare, per ottenerlo spesso si paga un prezzo molto, troppo, caro. Come è nato questo mito? Dal punto di vista storico-sociologico l’ambizione all’armonia e alla serenità familiare, l’idea di famiglia come ambito di affetto, amore, sentimenti e relazioni fondate sulla gratuità e l’intimità, nasce nel Novecento assieme al movimento pedagogico, sociale e politico che concentra la sua attenzione sui bambini e conduce a una privatizzazione della relazione con i figli. Prima di allora la famiglia era soprattutto un contratto sociale basato sulla convenienza, i figli garantivano la sussistenza nelle classi meno abbienti o assicuravano una discendenza ai ceti benestanti, e sostanzialmente non crescevano in casa ma per strada o affidati a balie e tate. (…)

Da qui il mito del «bravo bambino»: una famiglia dove il bambino crea problemi, litiga, si oppone, fa i capricci è una famiglia in crisi, non sa educare i propri figli, ha fallito il proprio scopo. Peccato che i bambini siano appunto per loro natura oppositivi e il conflitto, con i coetanei, con i fratelli, con gli adulti, non sia in realtà un problema ma piuttosto un’esperienza quotidiana che può trasformarsi in un’occasione di apprendimento privilegiato.

A travisare il valore del conflitto tra bambini hanno contribuito anche anni di pedagogia tradizionale e moralistica dall’atteggiamento profondamente giudicante: il litigio è sempre stato letto come una parentesi problematica, un intoppo all’interno dell’ordine e dell’armonia da ristabilire il prima possibile. (…)

L’idea che la convivenza si fondi sull’assenza di conflitto è però un’idea profondamente errata oltre che irrealistica. Ciascuno di noi sperimenta nella propria esperienza relazionale quotidiana diversi e numerosi conflitti e, piuttosto che contrapporre la dimensione del litigio e dello scontro a quella dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca, occorrerebbe riflettere che si tratta di due facce della stessa medaglia, due poli della stessa competenza sociale. L’incontro vero e la comprensione reciproca effettiva, anche in famiglia, nascono grazie alla capacità di vivere e affrontare lo scontro e il conflitto come momento dello «stare con» l’altro, come occasione di riconoscimento e di esercizio di apertura e accettazione reciproca. La convivenza nasce dal conflitto, non a prescindere da esso. Un conflitto non va risolto (per ritornare all’armonia perduta…) ma va gestito: occorre imparare a riprendere la comunicazione e vedere se e come si è in grado di mettere in gioco risorse e apprendimenti per contenerne gli aspetti più difficili e pericolosi.

Litigare è un diritto dei bambini

Si capisce allora perché è fondamentale lasciare ai bambini la possibilità e il diritto di litigare. Un bambino che non ha potuto imparare a litigare da piccolo diventerà facilmente un adulto con difficoltà a riconoscere la differenza fra la violenza e la legittima necessità di esprimere le proprie opinioni, di esplicitare le situazioni di conflittualità, di affrontare in maniera costruttiva le problematiche relazionali. (…)

Conflitto e violenza

Ovviamente si parla di conflitto e non di violenza. Conflitto e violenza sono due cose ben diverse, che però nel linguaggio e nell’idea comune tendono spesso a sovrapporsi creando non pochi problemi nel mondo degli adulti come in quello dei bambini. Occorre ricordare però che prima dei sette anni non è possibile parlare di intenzionalità dell’atto violento, non è presente la violenza perlomeno nei termini in cui la intendono e percepiscono gli adulti. Certo, nei conflitti tra bambini è indubbiamente presente una buona dose di fisicità dato che la verbalizzazione non è ancora sufficiente ad esprimere le emozioni, ma la violenza intenzionale (è un’altra cosa). Anzi, tra bambini non si può neanche parlare di vero e proprio conflitto, quanto piuttosto di bisticcio, di microlitigio: fino ai sei anni di età, dal punto di vista psicoevolutivo, non è presente nei bambini il pensiero reversibile, quello che consente di avere memoria delle offese ricevute e questo impedisce che si sviluppi rancore o sentimenti di vendetta tipici dei conflitti adulti. (…)

Gestire i litigi come occasioni formative

(…) Il criterio della neutralità empatica si può riassumere nel: «Evitare di cercare il colpevole». (…) l’educatore non è un giudice ma ha il compito di trasformare le esperienze infantili in occasioni di apprendimento. Per questo, nel momento in cui si viene chiamati in causa o in cui si interviene per evitare che il litigio degeneri l’importante è restituire la situazione ai bambini, mettendo tutti i contendenti in condizione di esprimersi e di spiegare cosa è successo e perché.

Un secondo aspetto da ricordare è allora quello della decantazione narrativa. Si tratta del: «Dammi la tua versione ». È molto importante che ciascun bambino possa spiegare i fatti senza esercitare o subire comportamenti minacciosi e senza insultare. Si può spiegare, o disegnare o scrivere, si può lasciare del tempo perché le emozioni, se troppo forti e difficili da gestire, decantino e trovino uno sbocco nell’esplicitazione. Questa modalità gestionale ha due vantaggi: stimola la capacità di trovare modalità espressive del conflitto e spesso, aspetto non irrilevante, funziona da deterrente nei confronti dei bambini che tendono a ricorrere troppo all’intervento dell’adulto e a delegare la gestione della situazione. I bambini se vogliono aver ragione si devono impegnare, devono far fatica, e questo facilmente ridimensiona la percezione del problema e stimola a trovare accordi e un equilibrio in autonomia. Nel «Dammi la tua versione» appare vincolante ed efficace costruire un’occasione di dialogo tra i due contendenti. Sono loro che hanno il problema, e loro possono parlarsi e chiarirsi.

Il terzo criterio riguarda i rituali. Un litigio crea comunque una ferita relazionale, che può essere interpersonale ma anche di gruppo. Occorre allora darsi il tempo di ricostruire il rapporto, supportando i bambini nel trovare momenti e modi per recuperare il legame. La ritualità, la possibilità di avere dei momenti comunitari in cui i litigi vissuti vengono affrontati e in cui si individuano modalità di riconciliazione di gruppo (4) consente di riallacciare le relazioni compromesse e di acquisire competenze di mediazione e negoziazione molto importanti nell’alfabetizzazione al conflitto. Ritengo le nuove generazioni decisamente più pronte e inclini del passato nell’assumere le complicazioni relazionali come essenza e forza vitale dello stare assieme. (…)

Nelle note ci sono i testi da cui sono state tratte queste riflessioni.

(fonte: Genitori Che – 02/2012)

Ira e rabbia: “L’importanza del giudizio dei coetanei”

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Noi genitori pensiamo di conoscere le amarezze e difficoltà dei nostri figli, ma non è mai del tutto vero perché certe situazioni bisogna viverle in prima persona per capirle nella loro profonda crudeltà.  Di mira vengono presi i “diversi” vuoi  per difetti fisici, caratteri docili o elementi che li estraniano dal gruppo omologato. Persino il modo di vestire può influire nell’idividuare la vittima. Ricordo su un testo dedicato agli adolescenti la testimonianza di un genitore di ragazzino disabile che era riuscito ad inserirsi nella nuova scuola perchè attrezzato con marchi e look simile agli altri studenti. Solo per questo – affermava il papà con lucida e triste consapevolezza – il  figlio non era stato oggetto di scherno. Leggiamo di seguito e riflettiamo su quanto la nostra società, che non tollera “l’originale”, possa essere deleteria sui nostri ragazzi

(…) Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti. Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano anarchicamente rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità. Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali.

E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine. Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni. Molti libri e film affrontano questo problema: penso ad esempio al fortunatissimo ciclo del “Diario di una schiappa” di Jekk Kinney, sessanta milioni di copie vendute nel mondo, la storia di un ragazzino gettato nel tritacarne della scuola media. Oppure il romanzo “Cate, io” di Matteo Cellini, la vicenda di una giovanissima obesa, incastrata all’ultimo banco, emarginata, lucidissima nell’analisi della sua situazione disperata. O ancora il bel film “Noi siamo infinito”, nelle sale in queste settimane, ritratto poetico della vita di un adolescente alle prese con la brutalità della scuola americana, dove ogni sensibilità viene guardata con sospetto, dove solo i bruti sembrano dettare legge.

I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità, l’incapacità di stendersi sul letto di Procuste e di uscirne uguali agli altri. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio. L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza. E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone. Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.

(fonte: tiscali.it – 4/03/2013)

Proponiamo anche: “Mio figlio di 9 anni si rifiuta di andare a scuola, che cosa possiamo fare? http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_maggio_07/figlio-rifiuto-scuola_42f36338-b3fa-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml

e per gli adulti educatori: http://co-moda-mente.com.unita.it/culture/2013/07/03/i-gusti-cambiano/

Ira e rabbia. Mamma Giusy: “A scuola, le frasi sottovoce fanno più male dei pugni”

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“G. ha due occhioni neri e rotondi, capelli ricci, ma non crespi e neppure tanto neri per essere di origini brasiliane. E’ il nostro nuovo alunno iscritto in seconda elementare. I genitori adottivi lo presentano a noi insegnanti durante una riunione formale, c’è anche un mediatore culturale per via dei problemi di lingua, ma loro mettono subito le mani in avanti perchè G. non vuol più sentire una parola nella sua lingua madre. I bambini adottivi hanno una gran “fame” del loro nuovo stato che imparano in fretta la nuova lingua. Così è stato…

Lo abbiamo accolto in classe e lui ha fatto subito amicizia con i compagni e dimostrato affetto verso di noi. L’inserimento ha però avuto qualche ostacolo, comprensibilissimo e già messo in conto data la sua vita passata. Spesso ha avuto crisi di pianto anche solo per uno sguardo che lui interpretava come “giudicante” nei suoi confronti e ogni volta la maggior parte del tempo ruotava intorno a lui per ridargli fiducia e sicurezza, per non assecondare il suo desiderio di tornare a casa…

La sua straordinaria capacità di adattamento lo ha premiato con bei voti in tutte le discipline, così ha conquistato con profitto le sue prime pagelle: in seconda e in terza. Quest’anno però è successo qualcosa che lo ha gradatamente allontanato dalla classe e dalle insegnanti. L’insofferenza verso alcuni compagni si è manifestata anche violentemente con parole pesanti e qualche aggressione fisica. Gli interventi di noi docenti sono sempre stati tempestivi e mirati a consolidare la sua autostima. In quarta si prevede che gli alunni siano anche più propensi ad ascoltare e ad ascoltarsi, così li abbiamo coinvolti anche in esperienze verbali perchè potessero esprimere liberamente la loro opinione e potessero osservare ciò che stava accadendo anche spostando il loro punto di vista….

La calma che si respirava però era sempre tesa a far sì che non succedessero episodi di intolleranza. Ormai G. non stava più bene con i suoi compagni, lui era sempre diffidente perchè tutto quello che succedeva, dalle risatine alle parole dette sottovoce, erano sempre contro di lui. Tante volte abbiamo avuto la conferma che le sue paure erano fondate, abbiamo sentito dire da alcuni compagni “brutto orfanello”, e “perchè non te ne torni in Brasile”… sono frasi che graffiano anche noi insegnanti. Naturalmente abbiamo fatto riunioni su riunioni, con i genitori degli alunni coinvolti, abbiamo sedato tante situazioni “esplosive”, abbiamo cercato di trovare soluzioni ad ogni situazione contingente….

Ma forse non siamo state abbastanza incisive e così G. è stato trasferito dai genitori in un’altra scuola, in un altro paese… Non sappiamo se quella sia stata la soluzione migliore, ma speriamo che la nostra sconfitta sia per lui l’inizio di una nuova, gratificante esperienza.”

Ira e rabbia: “Balotelli, quando la rabbia è dentro”

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Questo è il testo integrale di un articolo di Concita de Gregorio che ha scritto un libro su Balotelli: “Io vi maledico”. Ci è sembrato giusto riportarlo completo, anche se ci sono affermazioni un po’ dure per noi genitori che abbiamo figli di altre etnie, perché in questo modo possiamo entrare nei pensieri della gente “altra” che non ha rapporti stretti con i nostri figli e non conosce la loro storia. E’ certo che l’incazzatura di Balotelli per i cori razzisti allo stadio la capiamo pienamente. 

ROMA – Due gol a Malta, nuova bandiera della nazionale italiana, per Mario Balotelli sembra aprirsi un capitolo nuovo della sua vita da calciatore dopo le tante polemiche tra campo e gossip. Mario Balotelli è ormai uno dei più forti calciatori del mondo: ce lo racconta Concita De Gregorio nel libro “Io vi maledico”, Einaudi Editore. 

Cristina, la sorella. “Ho perso gli ultimi tre anni della mia vita a parlare di Mario. Ora basta. Non ne posso piú”. 

Giovanni, il fratello. “Da piccolo i miei lo portavano a nuoto, a ginnastica, gli facevano fare anche due sport al giorno. Qualunque cosa, purché si stancasse”. Andrea Ferrarese, amico d’infanzia. “La prima cosa che ho saputo di lui è che faceva la pipí dentro gli zaini degli altri bambini. Non avevamo ancora 10 anni. A scuola ci dicevano che era stato malato, che i suoi veri genitori lo avevano abbandonato e che dovevamo avere pazienza. Mi ricordo che in bagno si lavava le mani con l’acqua bollente. Una volta mi disse: cosí diventano bianche”. 

Mauro Tonolini, ex presidente dell’Uso Mompiano. “Quando è arrivato qui, a 5 anni, era l’unico bambino negro di duecentocinquanta”. 

Tiziana Gatti, maestra della scuola di Torricella.“È stato il caso piú difficile con cui mi sia mai confrontata. Aveva un problema di identità evidente. Si dipingeva la pelle di rosa coi pennarelli. Gli domandavo: è cosí che ti vedi? Mi ha chiesto piú di una volta se anche il suo cuore, dentro, era nero. Gli spiegavo di no ma dopo qualche giorno me lo chiedeva di nuovo. La famiglia in cui viveva per problemi burocratici non poteva adottarlo. Dovevano rinnovare periodicamente la tutela, ricordo che non aveva documenti e che doveva spesso visitare la sua famiglia biologica. Ogni volta che rientrava da quelle visite mi diceva: maestra, domani mi fanno tornare in Africa? Mi ricordo che a ricreazione un giorno gli demmo come a tutti una banana. Uscí di corsa dalla mensa arrabbiatissimo, offeso”.

La signora Maria, barista di Brescia. “Ancora adesso quando passa certe volte lo fischiano dalle finestre, gli tirano oggetti dai balconi”.

Giovanni Valenti, primo allenatore nel Mompiano. “Quando andavamo in trasferta dovevamo sempre parlare con lo speaker per chiedergli che lo annunciasse come Mario e non come Barwuah, il suo cognome. Se questo non accadeva lui si rifiutava di scendere in campo”.

Marco Pedretti, compagno di squadra nel Lumezzane. “Era anche simpatico ma tremendamente pesante. Arrivava un momento in cui non lo potevi piú sopportare. Cambiai di squadra”. 

Andrea Ferrarese. “Mi ricordo una festa di compleanno a casa sua. Tutti i bambini giocavano a giochi organizzati dai suoi genitori, lui stava in corridoio a dare colpi con la palla al muro. Lo consideravano tutti un po’ matto, alle bambine faceva paura”. 

Pierluigi Casiraghi, tecnico dell’Under 21 azzurra. “Credetemi, non è matto. Io ho giocato con Gascoigne”.

Vincenzo Esposito, ex tecnico della giovanile dell’Inter.“È un provocatore. Il problema è che non sa calcolare le conseguenze dei suoi gesti. Una volta parlavo ai ragazzi per prepararli a una partita importante, lui si allontanò e tornò leccando un cono gelato. Si misero a ridere tutti, l’avrei ammazzato”.

Giovanni Valenti. “È sempre stato il piú bravo”. 

Walter Salvioni, allenatore del Lumezzane. “Lo convocai in una partita contro il Padova. Loro secondi, noi penultimi. Mancavano trenta minuti e stavamo perdendo. Lo feci entrare, vincemmo”.

Sergio Viotti, portiere di riserva nell’Under 21, suo amico da quando avevano 6 anni
“Diceva sempre che sarebbe stato il primo negro a giocare in Nazionale e che non festeggiava i gol perché lo avrebbe fatto solo il giorno che avesse segnato per l’Italia, nella finale dei mondiali”. 

Papa Dadson, calciatore ghanese. “Quando i miei amici lo hanno visto buttare a terra la maglia dell’Inter hanno detto: pessimo negro”.

Il barista Giuseppe, marito della signora Maria. “Ormai in giro ci sono tanti ragazzi neri che parlano dialetto, nati e cresciuti qui. Lui poteva essere per loro un esempio. Poteva aprire tante porte a chi ha dei problemi. Invece no, perché è proprio stronzo”.

Marco Pedretti. “Un giorno, nell’epoca in cui era all’Inter, mi chiamò. Era tempo che non lo vedevo. Mi chiese se volevo passare il suo compleanno con lui. Un giro, un bicchiere. Era solo. Andammo. Gli dissi: ma che hai, sei incazzato nero. Poi già mentre lo dicevo mi resi conto… pensai adesso mi tira un cazzotto. Invece mi guardò un  po’ cosí, poi si mise a ridere”. 

Padre Mac Mahon, della chiesa di Saint John a Charlton. “È venuto la notte di Natale con una ragazza e un’altra coppia. È rimasto tutto il tempo in fondo alla chiesa. No, non si è confessato. Un po’ mi è dispiaciuto, mi avrebbe fatto piacere parlarci. Però se devo essere onesto ho anche pensato: il diavolo, per oggi, meglio che se lo tenga per sé”. 

Noel Gallagher, musicista ex frontman degli Oasis, Manchester. “Dimenticatemi gente. La nuova rock star, qui, è Balotelli”

Carlton Myers, padre caraibico e madre italiana, campione europeo di basket e portabandiera olimpico per gli azzurri. “Quando vedo Balotelli mi ricorda me stesso da giovane. Un tipo con una rabbia dentro che lo divora. Mi piacerebbe conoscerlo, parlarci. Tra noi non servirebbero troppe parole. So di cosa si tratta”.

(fonte: repubblica.it – 27 marzo 2013)

Ira e rabbia: “Perchè sono talora violenti”

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di Alessandro Bruni – con esperienza genitoriale nel mondo delle adozioni e dell’affidamento

Il fatto. Ad una riunione di mutuo aiuto tra famiglie accoglienti si affronta il tema della violenza. Alcune famiglie hanno sperimentato l’accoglienza di un ragazzo violento. Ci si chiede cosa determini questo comportamento e quali possono essere i rimedi. Si esplorano le possibili cause che sono identificate in:

1. Fattori formativi determinati dalla famiglia di origine
2. Fattori formativi determinati dalla famiglia accogliente (adottiva o affidataria)
3. Fattori formativi di difesa contro un contesto sociale che non li accoglie.
4. Fattori genetici. I genitori biologici erano individui violenti.

Commento. Vediamo di analizzare queste cause:
1. Fattori formativi determinati dalla famiglia di origine. Nel loro vissuto questi ragazzi hanno subito o sono vissuti in un ambiente violento per cui hanno una base di relazione che ritiene la violenza fisica o verbale il mezzo principale per affermare la propria identità. La causa viene quindi identificata in un difetto educativo della famiglia d’origine. La famiglia accogliente deve opporre una forma educativa che annulli, o limiti, questo comportamento asociale abbassando il livello di competitività, fornendo strumenti diversi dalla violenza per dirimere i conflitti, favorendo la cultura del riconoscimento dell’altro. Le difficoltà sono in gran parte determinate da un contesto sociale che pur condannando la violenza, di fatto la perpetua con comportamenti opprimenti e sostanzialmente coercitivi.

2. Fattori formativi determinati dalla famiglia accogliente (adottiva o affidataria). Si verificano soprattutto quando la famiglia accogliente impiega mezzi educativi che prevedono atti di violenza fisica o verbale o sociale o comunque mezzi troppo coercitivi. La filosofia non violenta è un agito adulto, il bambino è istintivamente opportunista e governa egoismo e altruismo in funzione del proprio vantaggio esistenziale. L’adolescente è per sua natura egoista ed egocentrico, almeno sino a che il suo processo identificativo non si è completato. Per entrambi la violenza è solitamente un atto eccezionale e non manifestazione di stile di vita di relazione. Quando il bambino scopre che il metodo violento non paga, cambia atteggiamento, quando l’adolescente scopre che quel che fa agli altri potrebbe essere fatto a lui, diviene meno egoista e meno egocentrico. A completamento del processo identificativo, l’accettazione di norme sociali condivise farà il resto. Rimane comunque importante il correttivo educativo del contesto di riferimento e quindi è necessario che la famiglia accogliente cambi comportamento (se il bambino picchia i suoi coetanei, i genitori non possono correggerlo a suon di sberle per la semplice ragione che rinforzano la sua convinzione che è il più forte che ha ragione…).

3. Fattori formativi di difesa contro un contesto sociale che non li accoglie. Le cause vanno ricercate primariamente in un ambiente di vita extra-familiare che usa la violenza e la coercizione come metodo di relazione. E’ tipico di alcune situazioni di gruppi di coetanei, o comunque di pari significativi, che attuano la violenza o un comportamento asociale come espressione di valore entro il gruppo. E’ tipico del “branco”, di gruppi di “ultras”, di gruppi giovanili fortemente ideologicizzati in senso razziale, etnico, pseudo-religioso, politico, ecc. I fattori correttivi sono principalmente da trovare in ambiti extra-familiare. Solitamente questo tipo di violenza non si esprime tra le mura domestiche, ritenute sacrali, ma nell’ambiente esterno. A meno che l’ambiente familiare non eserciti una azione coercitiva “violenta” che il ragazzo, dovendo scegliere tra famiglia e gruppo di pari, rifiuta opponendo a stato coercitivo un comportamento di violenza fisica anche verso i genitori.

4. Fattori genetici. I genitori biologici erano individui violenti. Questa causa è antica ed è stata in tempi moderni assolutamente ritenuta non scientifica. Come è noto il comportamento non si eredita con i cromosomi, ma con un imprinting formativo che si sviluppa nella relazione tra ambiente familiare e ambiente di contesto extra-familiare. Il ragazzo accolto nell’adolescenza ha anche un aspetto di mitizzazione dei genitori non conosciuti e differenziale rispetto agli genitori che li ha cresciuti. Questo stato di cose, peraltro ben noto, determina una supplementare difficoltà di relazione poiché l’adolescente finisce col giustificare il suo comportamento differenziale (stili di vita, approccio personale al mondo, modelli adattativi, ecc.) con il fatto che lui “è” diverso perché lui è come erano i suoi genitori. Questa deriva comprende e giustifica la sua violenza comportamentale dato che i suoi genitori biologici abbandonandolo hanno esercitato su di lui una “violenza” fisica e psicologica. Sono momenti difficili per i genitori accoglienti che devono confidare nel lavoro già fatto e su una restituzione di riconoscimento spesso tardiva. Solitamente nella seconda adolescenza questi comportamenti sono stemperati ed il riconoscimento che si è quel che si è “mangiato” viene lentamente riconosciuto. (…)

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 02/12)

Ira e rabbia. Papà Mario: “Il maschio ci dà serie preoccupazioni”

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“Sono il genitore di due ragazzi da noi adottati alcuni anni fa in età di 7 e 9 anni. Non abbiamo nessun problema con la ragazzina ormai 13enne mentre stiamo passando bei guai con il maschio ora 15enne, fisico atletico, secondo alle nazionali di atletica…. Questo ragazzo ha una doppia personalità: affettuoso, dolce e molto intelligente quando non viene contraddetto, violento e aggressivo quando contraddetto.

Dall’inizio di quest’anno è peggiorato tantissimo, a scuola ha avuto tre sospensioni. Gli hanno trovato stupefacenti (credo sia scattata la denuncia) ed è stato beccato a rubare profilattici e cioccolata al supermarket mentre io lo pensavo a scuola. Non l’ho mai menato (grazie anche al fatto che ha portato per tre anni l’apparecchio per i denti e avrei rischiato di fargli male). Però quando ho saputo degli stupefacenti gli stavo mollando un ceffone impietoso, ma lui ha avuto la meglio: mi ha gonfiato di pugni (7 giorni di prognosi e denuncia alle autorità competenti), fatto non isolato, già verificatosi in altra circostanza. Lui si giustifica dicendo che quando accumula rabbia non riesce a controllarsi.

Adesso ci siamo arresi e lui fa quel che vuole, sta sempre fuori casa. Con gli assistenti sociali si stava valutando un periodo in comunità. A noi dispiace molto anche perché, quando vuole, è molto bravo e premuroso, ma cosa possiamo fare? Noi abbiamo fallito, speriamo che la comunità riesca a farlo maturare e a far controllare la sua rabbia altrimenti sarà destino che, prima o poi, succederà qualcosa di irreparabile.

Originariamente erano quattro fratelli di sangue, due sono andati in un’altra famiglia. Il fratello maschio ha creato grandi problemi anche all’altra famiglia, è stato in comunità, mentre oggi, maggiorenne, sembra aver messo la testa a posto, anzi rimprovera il fratello più piccolo (mio figlio) dicendo appunto di non fare i suoi stessi errori… Per cortesia non cominciate ad attaccarmi senza aver vissuto questa esperienza. Mi risponda chi ha avuto esperienze analoghe e mi dia speranza su quali scenari potranno aprirsi per il futuro.”

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. Mamma Arianna: “Non vorrei passare per le vie burocratiche”

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“Mio figlio ha 14 anni, adottato in Colombia all’età di un anno e mezzo. E’ stato sempre un bambino vivace ma contenibile. Da circa un anno è diventato irascibile, non rispetta i genitori, è disobbediente, non studia a scuola, se ripreso s’incattivisce e reagisce malamente. Una volta mi ha messo le mani addosso, altre ha mezzo sfasciato la casa e io non so più cosa fare. Con mio marito siamo separati da 3 anni, ho un secondo figlio biologico che oggi ha 12 anni e che è traumatizzato dai comportamenti del fratello. Vorrei un aiuto concreto, ma non so a chi rivolgermi. Ho pensato agli assistenti sociali del tribunale che hanno seguito la pratica di adozione ma non sono ancora sicura di voler passare per queste vie “ufficiali”.”

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. L’esperto 3: “Come rapportarsi a una persona adirata”

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di Gary Chapman

1 Ascoltate tre volte prima di dare una risposta. La prima volta ascoltate la persona adirata nel suo sfogo, la seconda chiedetele di ripetere la storia, la terza domandate per comprendere meglio la situazione. La persona comincerà a capire che prendete in seria considerazione ciò che vi sta dicendo. Trattatelo come vorreste che qualcuno trattasse voi se foste adirato. Non è il momento di discutere, ma di comprendere la sua ira in modo da aiutare a gestirla.

2.Cercate di capire la situazione. Domandatevi se nella stessa circostanza sareste adirati.

3.Esprimete comprensione alla persona adirata per la situazione che vive. Parlate con comprensione per i sentimenti d’ira che l’altro manifesta.

4.Fornite informazioni che possano chiarire l’argomento o ammettete il torto e cercate di rimediare. Se ci esprimiamo troppo presto, l’altra persona non ci ascolterà e ci ritroveremo impegnati in un’accesa discussione con lei. E’ importante che comunichiate la vostra visione dei fatti, ma solo dopo che avrete ascoltato, capito ed espresso comprensione per l’ira dell’altra persona.

Evitiamo alcune reazioni errate.

Non cerchiamo di calmare l’ira.

Forse non apprezziamo il modo come la persona si rivolge a noi, ma il fatto che condivida la sua ira con noi è positivo. L’ira non può essere gestita in modo costruttivo se viene trattenuta nell’intimo. Per aiutare la persona adirata all’inizio dovete tollerare la sua voce alta, il suo sguardo truce e l’intensità del linguaggio del corpo che esprime. Dovete guardare al di là di tutto questo per andare al cuore del problema. Cercare di reprimere l’ira di un’altra persona è uno sforzo inutile.

Non imitiamo il comportamento dell’altra persona

Urlare se lei urla o replicare con epiteti se ci insulta peggiora il conflitto. Una persona adirata che perde il controllo non ha bisogno di un individuo che combatta contro di lei, ma di qualcuno che proceda attraverso i fumi dell’ira per andare alla radice del suo comportamento. Quando la persona è stata ascoltata con sincera attenzione, sarà disponibile ad accogliere il vostro aiuto. Finchè non è stata ascoltata, invece, la sua ira continuerà a bruciare. Possiamo essere più grandi ed avere più risorse, ma cercare di avere il dominio su di loro non funziona.

Che la persona adirata abbia sette anni o trentasette, le parole aspre gettate in faccia suscitano un’ira ancora più aspra. Invece un cuore aperto che ascolta con comprensione e offre una risposta gentile fa sfumare l’ira.

Le persone adirate hanno bisogno di qualcuno che voglia abbastanza bene a loro da ascoltarle sufficientemente per comprendere il loro dolore. Il nostro obiettivo è questo: aiutare la persona adirata a trovare una risposta saggia e una soluzione costruttiva.

Ira e rabbia. L’esperto 2: “Come gestire l’ira”

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di Gary Chapman

1.Riconoscete che siete adirati. Dite ad alta voce: “Sono adirato per questo motivo! Adesso che cosa farò?’” – In questo modo avete deciso di gestire l’ira con l’uso della ragione.

2.Controllate la reazione che sta per nascere. Evitate esplosioni verbali e o fisiche. Dismettete i vecchi schemi. Aspettate e contate ad alta voce. Se siete in presenza della persona con cui siete adirati, andate via. Contate mentre fate una passeggiata. Un’altra tecnica è chiedere una pausa dicendolo ad alta voce o con il segno delle gare sportive, con due mani tese in modo da formare una T.

3. Individuate il motivo che ha suscitato l’ira. Individuate il torto e cercate di stabilirne la gravità. La reazione dovrebbe essere proporzionata alla gravità del torto.

4.Analizzate le scelte che si prospettano. Le due scelte più costruttive sono un confronto sereno con l’altra persona o la consapevole decisione di rinunciare a sceverare il problema.

5.Intraprendete un’azione positiva. Se decidete di confrontarvi ascoltate la versione dell’altra persona: può permettervi di acquisire una prospettiva diversa. Perdonate chi vi chiede scusa.

(continua…)

Ira e rabbia. L’esperto 1: “L’ira, una reazione umana”

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L' ira. Come controllare, gestire, trasformare l'altra faccia dell'amore

Gary Chapman

“L’ira. Come controllare, gestire, trasformare l’altra faccia dell’amore.”

 Ed Elledici 2009

Questo libro me l’ha regalato una mia amica con cui avevo parlato delle tensioni con mia figlia. Verranno estrapolati alcuni concetti da focalizzare. Per facilitare la lettura il post sarà diviso in tre parti.  Ancor più significativo il segnalibro che ho trovato all’interno su cui c’era scritto: “Non mollare mai!”

 

“L’ira è il modo naturale di preparare una persona a reagire in momenti di pericolo (…) quando gli adulti sanno elaborare in modo positivo l’ira che provano, hanno anche migliori opportunità di insegnare ai loro figli a gestire questa emozione. (…) L’ira è l’emozione che  nasce quando incontriamo una realtà che consideriamo sbagliata. (…) L’ira dimostra che l’equità e la giustizia ci stanno ancora a cuore. L’esperienza dell’ira è un indizio della nostra nobiltà, non della malvagità. Quando una persona ha cessato di sperimentare l’ira, ha perso interesse per il proprio senso morale.

L’ira distruttiva e immotivata è quella nei confronti di un fatto percepito come un’offesa, mentre non è stato commesso nessun torto. Per riconoscerla basta focalizzarsi sul senso di frustrazione e delusione. La reazione adeguata e contenere l’ira e raccogliere ulteriori informazioni.”

(continua…)

Ira e rabbia. Mamma Blog: ”Rage”

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Io sono convinta che la rabbia per me non sia una cosa sana.

Per questo mi arrabbio quando sono arrabbiata…

La rabbia non mi fa bene.

Non mi fa bene al corpo (io somatizzo tutto, ma proprio tutto! Ormai ho macchie e malesseri per ogni cosa!) e non fa bene alla mente (la riempie di pensieri raggomitolati che incasinano tutto il contenuto e obnubilano totalmente ogni capacità logico-cognitiva, per lo meno per me!).

Sono davvero poche le certezze che ho per me stessa.

Una è questa. La rabbia mi fa male.

Ora da buona pragmatica passo al secondo punto, ossia: visto che fa male come evitarla o eliminarla?

No idea.

Perché è proprio una di quelle cose che più cerco di far fuori, più crescono, come una pasta del pane quando fa caldo!

Vuuuuuuuff!

Apri il contenitore testa e ci trovi dentro un ammasso di gomitoli di pensieri rabbiosi! Eh merde! E voi da dove diavolo venite? E così numerosi?! E’ mai possibile?

Quindi ultimamente chiudo e lascio lì a decantare nella speranza che tutto si srotoli.

Non si srotola, anzi sappiate, cari amici, che in realtà fa l’effetto pentola a pressione.

Quindi temo che tra breve sentirete il botto.

Uh!

Si allontani chi può!

(fonte: postadozione.bloog.it)

Ira e rabbia. Mamma Giusy: “L’importanza del tono della voce”

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“Per quanto riguarda la gestione dell’aggressività, mi sento di dire delle cose molto semplici: tutto può passare nel nostro modo di trasmettere la conoscenza, sia come insegnanti che come genitori.

Al di là della consueta e giusta retorica che non ci vede come “depositari della verità”, o “infallibili esempi viventi”, posso dire che elemento essenziale nella relazione dialogata è il tono di voce….

Un tono leggero, suadente e dolce come il momento in cui Elia, nella Bibbia, capì che si trovava al cospetto di Dio:

“Ecco il Signore passò: ci fu un vento impetuoso, ma il Signore non era nel vento; dopo il vento ci fu il terremoto ed il fuoco, ma il Signore non era né nel terremoto né nel fuoco… Dopo il fuoco ci fu una brezza leggera, la voce di un sottile silenzio. Elia si coprì il volto perché era al cospetto di Dio”.

“La voce di un sottile silenzio”… Dovremmo tener presente questa immagine ogni volta che dialoghiamo con i nostri figli, anche quando dobbiamo trasmettere un disagio, un’incomprensione, una disapprovazione.

Oltre al tono della voce, ci sono le espressioni facciali, la nostra mimica gestuale… E poi mai dimenticare il prezioso consiglio che viene da “chissachì” che è quello di contare sempre fino a 10 prima di prendere parte ad una discussione.”

Ira e rabbia. Papà Piero: “Vorrei trovare un modo diverso di comunicare”

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“La bimba minore non da alcun problema, mentre la maggiore ha un carattere terribile. Per questo, se c’è da iniziare una discussione, io e mia moglie ci accordiamo all’inizio e decidiamo se vale la pena combattere la battaglia fino in fondo per fare passare la nostra idea (avendo coscienza che è la cosa buona e giusta da fare) oppure se rinunciare subito ed accontentarla.

A volte però, la bimba non cede e ci costringe ad usare la forza; non gli sculaccioni (che abbiamo visto non producono benefici perchè li snobba) ma le punizioni attraverso la privazione di qualcosa che a lei piace (per esempio qualche trasmissione per ragazzi alla TV). Vediamo però che col tempo aumentano sempre più i motivi di scontro (e non ha ancora 11 anni).

A volte mi pento di non aver fatto capire con l’autorità gli atteggiamenti sbagliati di mia figlia. Eppure ci dev’essere un modo diverso dalle sberle (che nel nostro caso aumentano la rabbia invece di contenerla).

Forse parlarle non è il modo giusto, ci deve essere una modalità non-verbale e non-violenta di far capire gli atteggiamenti sbagliati.

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. Tai Chi Chuan: “Arginare lo stress”

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Perchè il Tai Chi Chuan? Perchè è di moda! Scherzo, ma non scherziamo quando diciamo che in un discreto numero di film girati negli ultimi anni c’è una scena in cui qualcuno si muove con la gestualità gentile di quest’arte cinese.  E’ un modo per prendere contatto con se stessi e il proprio corpo, con effetti benefici anche sulla mente. Di seguito una breve spiegazione di questa disciplina, molto gratificante per chi la pratica.

Il Tai Chi Chuan è il prezioso frutto dell’antica cultura cinese, sapiente fusione tra arte marziale e filosofia. Oltre ad essere un’efficace arte marziale, è un formidabile sistema per potenziare le proprie risorse ed imparare ad affrontare con sicurezza ed eleganza ogni situazione della vita.

I principi su cui si fonda sono universali.

Attraverso una continua e paziente educazione al rilassamento, alla concentrazione e ad una crescente consapevolezza del corpo e delle proprie reali risorse energetiche e mentali la saggezza cinese trova nel Tai Chi Chuan il suo strumento principe d’espressione.

Non esiste separazione tra corpo, mente e sfera emotiva. La loro incessante e inevitabile interazione portano all’incremento delle capacità intuitive e percettive.

Lo studio di una posizione o di un movimento, non è mai solo un gesto tecnico. Così come lo studio dell’applicazione di una tecnica, come ad esempio deflettere un attacco, non è solo imparare a parare un colpo ma diventa anche saper gestire un momento delicato nella propria vita.

Il tai chi si pratica all’aria aperta, di solito in gruppo. Il video che segue è stato selezionato per mostrare la grazia dei movimenti di una praticante ad alto livello.  Non serve guardare tutto il video, basta scorrerlo e fermarsi in quelle parti dove la ragazza disegna figure particolari.

Ira e rabbia. Save the Children: “Caso concreto: ritardo al sabato sera”

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“Avete detto a vostro figlio di 17 anni che nel fine settimana deve rientrare entro le dieci di sera. Sono le 22.30 di sabato sera e vostro figlio non è ancora tornato.

Pensate ad una vostra possibile reazione. La migliore sarebbe la seguente:

Dite a vostro figlio che eravate molto preoccupati e gli spiegate che cosa si prova quando si teme che una persona a cui si vuole bene sia in pericolo. Gli spiegate i rischi che ha corso. Gli chiedete cosa ha intenzione di fare in futuro per evitare di mettersi in pericolo e per tornare all’ora stabilita. Definite insieme una serie di regole condivise e dite a vostro figlio che potrà tornare a casa più tardi se rispetterà queste regole per un mese.”

Con tutta la simpatia per Save the Children e altri che danno suggerimenti su cosa fare nella gestione di un adolescente, vorremmo sapere cosa ci consiglierebbero se dicessimo che il rientro è alle sette del mattino, che tutta notte abbiamo cercato di contattare nostro figlio e lui ha staccato il cellulare, che non è la prima volta che lo fa, che non lo fa solo il fine settimana ma anche durante la settimana, che abbiamo provato a dialogare con lui con le buone, poi con le cattive, ponendo degli aut aut e facendo delle concessioni….niente, un muro di gomma!

In questo caso è chiaro che scatta la premessa alla guida: “Tuttavia, famiglie che vivono delle situazioni particolari come esperienza di traumi, rapporti conflittuali o violenti tra genitori o figli con problemi neurologici o malattie croniche dovranno integrare le informazioni presentate nella guida con ulteriori approfondimenti e supporto specifico.”

E voi, dove vi riconoscete?

Ira e rabbia. Save the Children: “Guida pratica alla genitorialità positiva”

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Anche in questo caso abbiamo estrapolato i passaggi più significativi per suggerire come evitare il tranello dello schiaffo. Lo sappiamo bene, la pratica è ben altra cosa, ma sapere che un ente importante come Save the Children ha scritto un manualetto pronto all’uso ci fa capire che ci sono altri genitori in difficoltà, non soltanto noi. Le parti in corsivo sono nostre.

Essere genitore è una delle esperienze più straordinarie della vita. Ci spinge a dare il meglio di noi, ma allo stesso tempo può mettere alla prova la nostra pazienza e la nostra capacità di gestire lo stress. Save the Children, nell’ambito del Programma Daphne, ha elaborato una Guida che non propone delle ricette che i genitori devono seguire per risolvere situazioni specifiche, ma piuttosto li aiuta a riflettere sul loro comportamento e a comprendere meglio il comportamento dei figli.

Nella Guida vengono illustrati gli elementi che sono alla base di un rapporto positivo genitori-figli e si dimostra come questi elementi possano essere utilizzati per risolvere in modo costruttivo le situazioni conflittuali che emergono nel contesto familiare.

Alcuni genitori credono di perdere la propria autorità se non picchiano o urlano ai propri figli. Altri genitori vorrebbero smettere di picchiare o gridare ai propri figli, ma non sanno come gestire diversamente i momenti di stress e di frustrazione. Cosa fare quindi per instaurare una relazione positiva con i nostri figli? E come educarli senza fare ricorso a punizioni fisiche o altre punizioni degradanti? Possiamo farlo applicando a tutte le interazioni con loro, e non solo a quelle più difficili, i quattro principi della genitorialità:

  1. individuare i propri obiettivi educativi di lungo termine;
  2. far sentire il proprio affetto e fornire punti di riferimento ai nostri figli in ogni interazione con loro;
  3. comprendere cosa pensano e cosa provano i nostri figli in diverse situazioni;
  4. assumere un approccio che mira alla risoluzione dei problemi piuttosto che un approccio punitivo.

“Quando il nostro cervello emotivo prede il sopravvento in una situazione di stress o di rabbia può essere molto difficile riuscire a pensare lucidamente. Per riuscire a far prevalere il nostro cervello razionale è necessario fare molta pratica e saper pianificare i comportamenti futuri.

Pianificazione. Potete concentrarvi su una particolare situazione problematica. Quando siete calmi parlatene con vostro figlio e ascoltate il suo punto di vista; poi decidete quale comportamento tenere la prossima volta al fine di raggiungere gli obiettivi di lungo termine e di dare a vostro figlio le informazioni di cui ha bisogno per imparare.

Azione. Quando poi la situazione si presenta, fate un profondo respiro, concentratevi sui vostri obiettivi a lungo termine e cercate di metter in pratica il comportamento che avevate pianificato. Mantenete la calma e fate prevalere il vostro cervello razionale. Continuate a fare questo esercizio concentrandovi su una situazione per volta cercando di migliorare di giorno in giorno.

Nessun genitore è perfetto. Tutti commettiamo degli errori, ma possiamo imparare da questi proprio come fanno i nostri figli.

La guida fornisce informazioni scientifiche sugli effetti collaterali di punizioni fisiche o psicologiche.

Girato in bianco e nero di un retrò del 1940 stylephotographer indossa un cappello Fedora e con una macchina fotografica d'epoca con lampadina lampeggiante lampo Archivio Fotografico - 9519858

Una particolare attenzione deve essere riservata agli obiettivi di medio termine. “Immaginate di osservare la situazione che state vivendo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Se zumate in avanti riuscite a veder solo i problemi di breve termine, se invece zumate indietro riuscite ad avere una visione più ampia. Utilizzando questo approccio comincerete a capire quanto sia importante concentrarsi sugli obiettivi di lungo termine anche in situazioni che richiedono una soluzione immediata.

(…) Quando sentite che i muscoli si irrigidiscono, il battito del cuore aumenta, che il tono della voce si alza state ricevendo un segnale: in quel momento avete l’opportunità di insegnare qualcosa d’importante a vostro figlio. Avete l’opportunità di insegnare a

  1. gestire lo stress
  2. comunicare con gentilezza
  3. gestire le situazioni conflittuali
  4. tenere conto dei sentimenti altrui
  5. raggiungere il vostro obiettivo
  6. ogni volta che gestite bene queste situazioni anche loro imparano a gestire nello stesso modo il proprio stress.

Fare sentire il proprio affetto e fornire punti di riferimento”.

Si parla poi dell’evoluzione della mente del bambino in modo da suggerire un giusto approccio in base ai livelli di conoscenza e di apprendimento.

Per quanto riguarda il periodo dell’età scolare (5-13 anni) viene fornito uno schema per individuare i punti di forza del temperamento di ogni bambino e le criticità in modo da far leva sulla qualità e rafforzare gli elementi deboli. Allo stesso tempo, però, lo stesso genitore deve individuare le criticità e le qualità del suo temperamento.

(…) “…comprendere il temperamento può aiutarci a capire i motivi che sono alla base di tante situazioni conflittuali in famiglia. Può aiutarci a capire perché urlare e agitarsi è inutile. I nostri temperamenti possono essere cambiati, possiamo però trovare il modo di risolvere le situazioni conflittuali senza litigare o discutere cercando di rispettare le differenze reciproche e superarle.”

Arriviamo alla pubertà: gli ormoni provocano di per sè sbalzi d’umore.

“Il ruolo dei genitori in questa fase è quello di proteggere i figli rispettando il loro crescente desiderio di indipendenza.” Segue un elenco di suggerimenti tra cui cercare il dialogo senza forzarli, essere sempre presenti e pronti ad aiutarli, invitare i loro amici a casa, sapere dove sono e con chi, rispettando la loro esigenza di privacy, aiutarli a resistere al condizionamento dei coetanei, invitarli ad aiutare gli altri e parlare dei loro sogni ed obiettivi.

“Lo sviluppo cerebrale di un adolescente non è ancora del tutto completo; infatti quelle parti del cervello che ci aiutano a prevedere le conseguenza delle nostra azioni, pianificare, ponderare le opzioni possibili non sono ancora de tutto formate. A volte gli adolescenti fanno cose molto rischiose proprio perché pensano che non possa succedere loro niente di male. (…) e proprio come accadeva quando era bambino ora potete continuare a garantire ai vostri figli un ambiente sicuro, dare loro informazioni e favorire la loro crescita. In questa fase l’adolescente sta tentando di spiccare il volo, a volte cadrà, ma con il vostri aiuto imparerà a volare.

Quando cerchiamo di tenere sotto controllo e punire gli adolescenti provochiamo rancore e rabbia, mancanza di sincerità e forti resistenze. Gli adolescenti che vedono nei genitori solo la forza che li tiene sotto controllo e interferisce con la loro vita tendono ad evitarli e a diventare depressi e ansiosi. Hanno paura di confidarsi con loro quando hanno dei problemi, passano meno tempo con loro e rifiutano i loro consigli.”

fonte:  http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Pubblicazioni/Related?id_object=164&id_category=37)

Ira e rabbia. Mamma Giulia: “Uso metodi alternativi alla sberla”

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“Sulla sberla non sono d’accordo, anche se in passato qualcuna ne è volata. Andava bene quando erano più piccoli e una sculacciata faceva finire un capriccio.

I ragazzi, invece, vogliono essere presi sul serio, perché loro si prendono sul serio, e un ceffone non fa altro che sottolineare il nostro potere e la nostra superiorità fisica (nel mio caso devo stare attenta perchè avrei la peggio in uno scontro fisico). La sberla chiude il discorso, non lo apre. Non so neppure io quante volte mi prudono le mani e quante volte sono uscita dalla stanza per non alzarle in faccia alle mie figlie, ma cerco di trattenermi.

Sono d’accordo invece sull’affrontare temi anche pesanti. Con un 15enne si può parlare della parte più dura della vita e se possibile anche mostrarla. Con giusto modo, per non scioccarlo, ma abbastanza da “svegliarlo”.

Ad esempio a mia figlia dopo che era scappata per un intero giorno, ho fatto leggere un articolo su un ragazzo scappato di casa e morto tragicamente, non perchè ha incontrato il mostro, che avrebbe potuto incontrare, ma di stenti e di freddo. Ho cercato qualcosa che non assomigliasse troppo alla sua avventura, che non si spaventasse troppo, e non è stato facile parlare di morte e stupidità allo stesso tempo. Non so se ho fatto bene ma credo le sia servito.

Ho iniziato a parlare di droga e di quanto anch’io (come tutti quelli nati dopo gli anni 50) fossi nella facile condizione di avvicinarmici. E quali tremende porte ho visto aprirsi ad un paio di compagni delle superiori. Quelle del carcere minorile non sono le peggiori, ma si può comunque visitare, basta prendere appuntamento.

Anche i campi estivi organizzati da associazioni di volontariato non sono male. Accettano ragazzi dai 15 anni in su e una delle mie figlie trascorrerà sicuramente un paio di settimane l’estate prossima. Secondo me avvicinano alla realtà e aiutano il ragazzo a ragionare sulla sua condizione.”

(fonte: it.sociale.adozione)