Archivi categoria: gestione ira e rabbia

Ira e rabbia. L’esperto: “Dire parolacce allevia il dolore”

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Quando ci troviamo faccia a faccia con i nostri figli, non interpretiamola sempre male. Fa parte dell’evoluzione della specie….;)

Da poco gli scienziati stanno studiando il rapporto tra parolacce e pensieri e stanno scoprendo che dire le parolacce allevia il dolore fisico, attira l’attenzione di chi ci ascolta quando parliamo e potrebbe aver favorito l’evoluzione del linguaggio.

Le parolacce si annidano in regioni che rimangono illese da malattie neurodegenerative o da lesioni cerebrali che possono riguardare la corteccia cerebrale dove risiede la nostra facoltà di elaborare enunciati complessi. Si tratta dell’amigdale e dei gangli che in molte specie sono la sede delle risposte automatiche allo stress. Sembra, infatti, che il nostro linguaggio più volgare sia collegato ai nostri impulsi primitivi.

Da uno studio sul parlare in pubblico è emerso che se gli altri non ti ascoltano basta mettere all’interno del discorso un’oscenità e già catturi la loro attenzione. Dire parolacce diventa allora come dire “ehi stammi a sentire”. Le parolacce però hanno anche il significato di “prendere a schiaffi” qualcuno, è quasi come un atto fisico. Si è osservato allora che diciamo parolacce quando proviamo dolore fisico. Non è un caso che le partorienti si abbandonino al turpiloquio. I soggetti che imprecano abitualmente, però, rendono meno efficace la capacità di abbassare il dolore. Si è inoltre osservato che dire oscenità nella lingua madre suscita reazioni fisiche più marcate rispetto a quelle dette in seconda lingua. La studiosa che ha condotto la ricerca ritiene che il potere delle parolacce provenga da associazioni creatasi nella madre lingua quando eravamo piccoli.

Per quanto riguarda il ruolo del turpiloquio nell’evoluzione della lingua, Darwin aveva ipotizzato che i primi esseri umani si esprimessero con vocalizzi per comunicare ostilità e libidine. Due studiosi hanno anche avanzato l’ipotesi che erano possibili gare d’insulti, simili ai duelli vocali di altri primati in cui i maschi si scambiano grida assordanti per conquistare la posizione dominante nel branco. Solo in un secondo momento la selezione potrebbe averci spinto ad un’evoluzione linguistica.

(fonte: sintesi di un articolo pubblicato su Internazionale: “Parolacce salutari” – 21 feb 2014)

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Gestione dell’ira. Il Punto

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Abbiamo sofferto molto nel fare la ricerca su questo argomento. E’ stato difficile raccogliere il materiale perché è facile parlare dei successi, un po’ meno delle tensioni tra famigliari.

Abbiamo cercato di dare una visione ampia, capace di focalizzare i problemi ma anche di formulare  proposte  per i casi meno complessi.

La sezione rimane aperta e se qualcuno vuole intervenire c’è sempre spazio e tempo.

Proposte di lettura nella sezione

  • Chi è il mediatore dei conflitti
  • Tecniche per rilassarsi
  • Metodo EMRD
  • Holding, l’abbraccio contenitivo
  • Metodo Tomatis
  • Testimonianze di genitori e ragazzi

Apriamo nei prossimi giorni una sezione che riguarderà l’intercultura, un aspetto che molti enti ancora trascurano nella preparazione delle coppie. Ci occuperemo di America Latina. Non parleremo di clima ed aspetti turistici, non forniremo neppure informazioni pratiche. Per quello ci sono molteplici siti che possono essere d’aiuto.

Cercheremo di esplorare la terra dei nostri figli con rispetto e curiosità.

Non vivendoci sarà una visione parziale e da osservatori, senza giudizio, solo prendendo atto che la realtà può essere anche così. Consideriamola una prima base per guardare  agli altri paesi con occhi diversi.

Ira e rabbia. L’esperto: “Rabbia positiva”

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Sulla scia di don Gallo chiudiamo la sezione “gestione ira e rabbia” con un articolo che considera la rabbia uno strumento per far decollare il confronto e migliorare la nostra società democratica. Sempre se riusciamo a farla convogliare nei canali giusti.

di Emma Young – Internazionale 2013

La collera è considerata un’emozione distruttiva che può rovinare rapporti di amicizia e carriere di lavoro. Ma può essere utile se sappiamo quando, dove, come e perché arrabbiarci.

Chiunque può arrabbiarsi, questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta e nel grado giusto, e al momento giusto, e nel modo giusto, questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile. – Così scriveva Aristotele.

(…) Arrabbiarsi è generalmente un’esperienza spiacevole, per questo la rabbia può essere vista come un’emozione negativa. (…) Ma provare rabbia può aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi e, a lungo termine, essere più sani e felici. (…) Dobbiamo imparare ad usare la nostra rabbia in modo strategico invece di lasciare che sia la rabbia a sopraffarci. (…) La rabbia è considerata una risposta emotiva ad una provocazione.  (…) Il modo in cui reagiamo – e quanta rabbia proviamo e fino a che punto la esprimiamo – varia da persona a persona. (..)

Ford ha osservato che chi tende a essere arrabbiato piuttosto che felice quando si confronta con gli altri dichiara un maggior benessere generale. Gli irritabili per natura manifestano anche un’intelligenza emotiva più spiccata, cosa non sorprendente se accettiamo l’idea che la rabbia, per quanto sgradevole, ha i suoi vantaggi. (…) I ricercatori hanno scoperto che la rabbia, più di qualunque altra emozione, aiuta a unire le persone vicine per convinzioni e può spingere ad agire. Per natura, la rabbia è un’emozione abbastanza energizzante. (…) Se il nostri obiettivo sono migliori condizioni di lavoro o un più ampio cambiamento sociale, la rabbia può essere un grande alleato (..)

L’equipe di Adam si è accorta che gli statunitensi di origine europea facevano più concessioni ad un interlocutore arrabbiato rispetto ad uno impassibile. Gli statunitensi di origine asiatica e gli asiatici avevano la reazione opposta. Secondo Adam, i risultati riflettono le diverse norme culturali sull’opportunità o meno di arrabbiarsi. Distinzioni a parte, se usata con giudizio, la rabbia può portare vari tipi di benefici sia sul lavoro sia nella più ampia sfera dei rapporti sociali. (…)

Litigare con il proprio partner potrebbe essere salutare. La sua equipe ha scoperto che chi soffoca la propria rabbia quando discute con il partner muore più giovane di chi sfoga e risolve le situazioni di conflitto. (…) Le coppie in cui entrambi i partner esprimono la propria rabbia vivono più a lungo (…) La rabbia non dovrebbe essere considerata il motore di tendenze caratteriali distruttive, ma un modo per favorire comportamenti positivi e costruttivi nei rapporti sociali.

(fonte: Internazionale – 19/04/2013)

Per leggere l’articolo completo: 

http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2013/04/20SIE6007.PDF

Ira e rabbia. I Nostri Padri: “L’amore autentico a volte può dividere”

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A proposito di Chiesa coraggiosa, proponiamo questa riflessione di don Roberto e don Marco che ben si allinea con le posizioni di don Gallo. Il coraggio di dire no per abbracciare una fede autentica e non di facciata ci aiuta a costruire famiglie più unite se solo capaci di dialogare anziché di recitare in una commedia perfetta ma senza anima.

 

Dal Vangelo secondo Luca (12,49-57)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 

di don Marco e don Roberto – sacerdoti ed educatori

Oggi davanti a questo Vangelo sentiamo la fatica di capire queste parole: fuoco, divisione … che sembrano contraddire radicalmente il messaggio di pace, di non violenza di amore di Gesù… Ma cos’è questo fuoco che Gesù viene a gettare sulla terra? (…) Spesso noi anche come chiesa rischiamo di spegnere il fuoco di questa parola, di addomesticarla, di toglierle la passione, la forza amorosa… D’altra parte riaccendere questa parola non significa metterle una armatura, cospargerla di benzina per lanciarla contro qualcuno. Pensiamo all’utilizzo fondamentalista della parola che esplode come una bomba in un mercato, in una strada, una chiesa, una sinagoga, una moschea.

Il fuoco della Parola è amore, è non violenza. E’ un fuoco che riaccende la mente per leggere con intelligenza i segni dei tempi, ma anche un fuoco di passione (come certe pagine della Bibbia e dei grandi mistici ci ricordano…). La Parola amorosa è una parola di fuoco, di passione.

Se pensassimo a certe lettere d’amore. Non hanno il linguaggio della ragioneria dello Stato, della cancelleria della curia e nemmeno dell’ufficio postale. Sono parole che contengono una visione, un rischio…sono cifra di una relazione. Basterebbe leggere i versi che Pablo Neruda dedica a Matilde

Davanti alla Parola, a questo fuoco si è chiamati ad una scelta, ad una decisione che può portare anche a  dividersi. Il Vangelo non è una istigazione a rompere i legami familiari, ma a renderli più autentici. Sotto una patina esteriore spesso l’immagine della famiglia nasconde molte ipocrisie. Certi legami di sangue possono dettare logiche ristrette, autoreferenziali, talora logiche violente.

L’immagine nel film  Cento passi, in cui  Peppino Impastato risponde no, urlando in faccia a suo padre che buttatolo a terra gli aveva gridato “ onora tuo padre” è l’emblema di una coraggiosa rottura di un legame che l’avrebbe colluso con quella mafia che Peppino stesso  contrastava e che ne ha provocato la morte il 9 maggio del 1978 (stesso giorno del ritrovamento del corpo di Moro).

Ristabilire i legami a partire dalla Parola significa purificarli da tutto quello che li può truccare e falsificare. Anche i legami di tipo sociale. (…) Le chiese sono spesso spente. Le piccole comunità invece dovrebbero tornare ad essere roveti accesi, che ardono dentro una città. Roveti da cui pronunciare parole di divisione. Parole cioè che rompono con logiche disumane, razziste, prepotenti …

E’ il fuoco che David Maria Turoldo vorrebbe accendere, come scrive in una sua poesia, per rompere le false paci dei nostri monasteri. Che cosa ne abbiamo fatto di questo fuoco della Parola? Quante volte l’abbiamo spento davanti al potente di turno, davanti a logiche mondane in cui le stesse chiese sono cadute.

Ma è pur vero che il fuoco di questa Parola ha anche  riscaldato la nostra vita, ci ha liberato da una religione di facciata e ci ha messo in relazione con la nostra coscienza, con la capacità di pensare, di immaginare. Ci ha spinto a fare scelte vere, coerenti. Ci ha aiutato a vincere la paura, a prendere un po’ di coraggio nell’affrontare la vita e le sue sfide.

E un Vangelo quello di oggi che ci chiede di fare un passo in avanti nella maturità della vita, nella libertà della coscienza, nella adultità della fede.

L’immagine dei bagnanti di Siracusa che si tuffano in mare per soccorrere 164 siriani, tra i quali donne e bambini ci parla di un fuoco che brucia ancora dentro di noi, un fuoco che brucia e fa sentire tutta la passione per l’altro, per la dignità della sua vita, per il suo diritto. Persone spente non compirebbero mai questo piccolo-grande gesto.

Concludiamo con una curiosa risposta data da uno scrittore ad una apparentemente bizzarra domanda. Lo scrittore  Jan Cocteau alla domanda “ Se la vostra casa bruciasse, che cosa mettereste in salvo?” rispose “ il fuoco”

Nel contesto di questo Vangelo alla parola fuoco si potrebbe sostituire amore

Ira e rabbia. Il personaggio: “Don Gallo”

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Ho visto don Gallo in TV per la prima volta qualche anno fa. Ho pensato: “E’ questa la Chiesa che mi piace.” Ho comprato qualche suo libro, ho fatto qualche ricerca e la mia simpatia è diventata ammirazione. Don Gallo era un prete di strada, quelli cioè che non trovi mai, anche nelle ore più disparate perché devono stare vicino agli ultimi, agli emarginati secondo i canoni dei ben pensanti. Parliamo di prostitute, trans, drogati, carcerati … Un po’ mi ricorda San Francesco che, pur agendo in maniera diversa dalla Chiesa tradizionale, non l’ha mai rinnegata, anzi le ha sempre portato rispetto.

Don Gallo è uno di quelli che hanno saputo trasformare la rabbia per le ingiustizie in qualcosa di buono, rimanendo fedele alla sua veste sacerdotale. L’odio, le violenze e le discriminazioni ci fanno arrabbiare. Proprio oggi mia figlia se n’è tornata a casa raccontando un episodio razzista contro una ragazzina con il velo. Che fare? Guardiamo ai modelli positivi, quelli che hanno fatto scandalo nei perbenisti, ma sono stati tanto amati dai “meno uguali”.

In fondo anche Gesù parlava alle prostitute e s’incavolava con i venditori nel tempio. Viva quella Chiesa che non tace e rifiuta di stare al suo posto!

“Un cristiano se non è un rivoluzionario in questo tempo, non è un cristiano” – Papa Francesco in occasione dei 100 giorni del suo pontificato il 18/06/2013.

E ancora:

“”Chi sono io per giudicare” – Papa Francesco nell’intervista sul mondo gay il 30/07/2013.

Scrive Vito Mancuso sul Repubblica 30/07/2013: “Queste parole collocano il Papa non tra i capi di stato e i potenti di questo mondo che per definizione giudicano, ma tra i discepoli di Gesù attenti a mettere in pratica le parole del Maestro: – Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati, perdonate e sarete perdonati (Luca 6,37).

Don Gallo l’aveva capito da tempo…

Ira e rabbia. Sofia, 48 anni: “Rabbia adottiva”

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Sofia porta alla nostra attenzione la rabbia nel figlio che non ha saputo di essere stato adottato nei tempi ordinari. Vuoi per pudore, vuoi per cultura… Stiamo infatti parlando di un’adozione nazionale avvenuta più di 40 anni fa, quando ancora nemmeno si parlava di cultura dell’adozione. Solo da poco le associazioni di famiglia e altri soggetti sensibili si interrogano sulla necessità di parlare di adozione alla luce del sole perché questa pratica è antica, nobile  e non c’è assolutamente niente da nascondere. I nostri figli grandi a volte hanno vissuto in un contesto diverso. Ascoltiamo il pensiero di una delle nostre figlie ormai donna. 

“La  troppa rabbia nel cuore di chi non riesce ancora a relazionarsi bene su questo delicato argomento, neanche con se stessi, purtroppo… questo è il “punto debole” nell’equilibrio psicologico di molti figli adottivi.

Questa difficoltà, nel tempo, ci fa chiudere in noi stessi e si tramuta in rancore incontrollato, per sfogare quei sentimenti soffocati per troppo tempo. La vera incomprensione la subiamo dai genitori adottivi, i quali spesso e volentieri hanno a loro volta paura che la verità faccia male e, per istinto protettivo, non la svelano, senza però rendersi conto che la “non verità” o la negazione di ciò al proprio figlio adottivo, fa ancora più male. Per un semplice rapporto di credibilità che viene meno, perchè di fronte a questo, ci si sente più soli e questa solitudine fa ancora più male. Ci si sente addirittura traditi da quelli che dovevano essere i tuoi punti di riferimento, accorgendoti in molte occasioni che tutti intorno a te sapevano e tu eri l’unico all’oscuro di tutto!

Niente può scalfire l’immenso amore che si porta a chi ci ha scelto e cresciuto. Dobbiamo essere sempre pronti a sopportare e comprendere. Quindi, anche eccessi di sfogo, da parte di chi ha subito, in passato e ancora purtroppo nel presente, questo lutto che è tanto difficile da rimarginare.

In fondo l’adozione fa parte di una triade: chi abbandona, chi viene abbandonato e chi non può avere figli. Tutto nasce da un dolore! Sta alle nuove generazioni di genitori adottivi essere più consapevoli di questo problema, che inevitabilmente si presenta con l’arrivare dell’adolescenza, se non prima, soprattutto nelle adozioni internazionali, visti i tratti somatici spesso diversi.

Sono fiduciosa che con questa legge (ndr: i ragazzi stanno raccogliendo firme per modificare la legge  rinominata “La punizione dei 100 anni” che in alcuni casi non consente la ricerca dei genitori biologici), chi ci obbliga a questo buio iniziale che spesso ci attanaglia possa muovere per una modifica, magari fatta a piccoli passi, ma che ci aiuti a superare tanti ostacoli che spesso ci fanno vivere l’adozione come un tabù, come una vergogna, con la cattiveria spesso di chi ci circonda ……e …..come un problema di anamnesi familiare….. possa dare anche la possibilità di sapere, un giorno, magari di conoscere e trovare un fratello o una sorella! spersi da qualche parte! …….non saremmo più soli, una volta che i nostri genitori non ci saranno più… sempre con un filtro  che permetta anche  all’altra parte di volerci conoscere! o sapere di Noi! Chissà se tutto questo si tradurrà in qualcosa di concreto. Io spero proprio di Si!”

Ira e rabbia. Il metodo Tomatis: “Esiste una stretta relazione tra orecchio, linguaggio e psiche”

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Il Metodo Tomatis ci è stato segnalato da una mamma che segue il blog. Sempre per la gestione della rabbia nell’adozione il figlio ha seguito questa terapia ottenendo buoni risultati. Com’e’ nostra consuetudine abbiamo fatto una piccola ricerca  e una breve sintesi che mettiamo a disposizione. Per chi fosse interessato consigliamo di contattare direttamente un centro di zona. Ce ne sono vari sul web. 

Il Metodo Tomatis prende il nome da Alfred Tomatis, otorinolaringoiatra e chirurgo, nato a Nizza nel 1920 da famiglia di origine italiana. Nel suo centro di ricerca osservò che le frequenze dei suoni che l’orecchio non riesce a percepire sono le stesse che la voce non riesce ad emettere. Da qui la deduzione che le persone non sono in grado di riprodurre con la voce quelle frequenze che non riescono a sentire. A partire da questa intuizione ha inventato una tecnica di stimolazione sonora e un intervento pedagogico in grado di migliorare il funzionamento dell’orecchio, la comunicazione verbale, il desiderio di comunicare e imparare, la consapevolezza dell’immagine corporea, il controllo audiovocale e quello motorio.

In condizioni normali, l’orecchio umano viene considerato un’unità funzionale “superiore” (nel senso che non è solo organo dell’udito ma interessa altri ambiti della persona) attraverso tre funzioni che si integrano:

  • l’uditiva capace di cogliere i segnali di pericolo (funzione legata al nostro stadio animale)
  • la trasmissione di energia al cervello tramite segnale nervoso (si traduce in una maggiore o minore energia dell’individuo)
  • il mantenimento dell’equilibrio (neurovegetativo e posturale).

Queste funzioni possono essere alterate a qualsiasi età a causa di incidenti, malattie o traumi emotivi. A questo cattivo utilizzo dell’orecchio possono derivare difficoltà di apprendimento, mancanza di motivazione e depressione. Lo sviluppo dell’ascolto condizionerebbe anche lo sviluppo psicocorporeo della persona (immagine corporea del sé) e l’acquisizione del linguaggio. Ripercorrendo le tappe dello sviluppo dell’ascolto dell’individuo si andrebbero a stimolare le frequenze a cui l’orecchio si sarebbe chiuso sia per cause traumatiche che psicologiche.

Una difficoltà di ascolto comporterebbe:

  • difficoltà a gestire la frustrazione
  • mancanza di fiducia in sé
  • timidezza
  • difficoltà ad avere amici
  • irritazione
  • immaturità
  • mancanza d’interesse per scuola e lavoro
  • atteggiamento negativo verso la vita.

“ Una buona voce riflette un buon orecchio e una buona percezione di sè”

In estrema sintesi, per rieducare l’orecchio al buon ascolto il dott.Tomatis utilizza uno strumento speciale chiamato Orecchio Elettronico attraverso cui fa ascoltare in maniera passiva musiche, canti … filtrati elettronicamente per migliorare il potere selettivo dell’orecchio; seguono sedute con esercizi di lettura in modo da raggiungere il pieno controllo audiovocale.

La possibilità di resettare memorie traumatiche permette di guarire paurefobie, insicurezze e risolvere problemi di relazione e comportamento. L’adozione e le perdite affettive precoci trovano nell’Audio Psico Fonologia una risposta efficace.

Curiosità. Scoprendo che il modo di ascoltare condiziona il modo di muoverci e di stare in piedi, attraverso l’osservazione Tomatis era in grado di individuare gruppi linguistici diversi accomunati dalla postura e movimenti.

Ira e rabbia. L’esperto: ”La proprietà di linguaggio aiuta a gestire la rabbia”

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I nostri bambini adottivi arrivano qui con un idioma diverso e la loro proprietà di linguaggio non sempre è all’altezza delle situazioni. Si può considerare che un’esplosione d’ira possa essere collegata ad una incapacità di esprimerla. Così almeno sembra secondo uno studio pubblicato su “Child Development”: le competenze linguistiche aiutano i più piccoli a sviluppare maggior autocontrollo. La tappa successiva è quella di insegnare loro a controllare le emozioni e gestire le frustrazioni. L’articolo che proponiamo  (http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_aprile_04/rabbia-infantile-linguaggio_366b7766-54ed-11e2-bf2b-52f2ccd54966.shtml ) ci è sembrato perspicace e utile al nostro caso.

(…) LO STUDIO – I ricercatori del Dipartimento di psicologia dell’Università della Pennsylvania hanno monitorato 120 bambini, dall’età di 18 mesi fino a 4 anni. E, attraverso visite a casa e test in laboratorio, ne hanno misurato lo sviluppo del linguaggio e la capacità di far fronte ad attività frustranti, come per esempio aspettare, prima di scartare un regalo, che le loro mamme terminassero il lavoro in cui erano indaffarate. Hanno constatato che i bambini di tre anni con migliori competenze linguistiche tendono con più calma a chiedere supporto alla mamma («hai finito?», «chissà cosa c’è?») rispetto ai coetanei meno chiacchieroni, e a quattro anni esprimono meno rabbia riuscendo a distrarsi facendo qualcos’altro. «Il linguaggio e un ricco vocabolario aiutano infatti i bambini a verbalizzare le emozioni e a usare l’immaginazione per sopportare un’attesa che a quell’età può essere frustrante» sottolinea Pamela Cole, docente di psicologia alla Pennsylvania State University.

ESPRIMERE LA RABBIA – Il controllo delle emozioni è considerato cruciale per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini. Se reazioni di rabbia, istintive e intense, possono essere frequenti nei primi anni di vita, tendono poi a diminuire in età scolare, perché a sei-sette anni i bambini sviluppano altre abilità, cognitive e linguistiche, utili per gestire il proprio stato emotivo. «E i bambini che imparano a parlare precocemente e bene riescono meglio a esprimere i propri bisogni con le parole, a pensare prima di agire, anche alle regole (“mamma ha detto di aspettare”), e a spostare l’attenzione dall’oggetto o dall’attività desiderata. Insomma, manifestano maggior capacità di autocontrollo» ribadiscono i ricercatori. «Infatti, i bambini che hanno capacità linguistiche poco sviluppate tendono ad agire più impulsivamente e aggressivamente perché, non riuscendo a spiegarsi con le parole, tendono a parlare con i fatti» spiega Giorgio Rossi, neuropsichiatra infantile all’Istituto neurologico Mondino di Pavia, che aggiunge: «Anche i bambini iperattivi tendono a controllarsi meno, non riuscendo a contenere la propria impulsività». In ogni caso, come scrive Deborah Plummer nel libro “Esprimere la rabbia” (Erickson, 2010), la rabbia infantile non va negata, temuta o repressa perché è una normale e salutare emozione umana. I bambini piccoli, però, hanno bisogno di aiuto per poter imparare a gestire con successo i propri sentimenti. Il controllo cosciente è infatti un’operazione complessa, influenzata da diversi fattori: dal temperamento del bambino ma anche dall’ambiente familiare. «Se l’ambiente sociale in cui vive è segnato dal disagio e dal degrado, così come se i genitori rivendicano il diritto e la validità pedagogica delle percosse, può essere più difficoltoso imparare a trasformare la propria rabbia in emozioni più gestibili e comunicabili con le parole» spiega Rossi. Capacità che si conquista anche grazie ai limiti e alle regole date dai genitori. «Eppure oggi si è sempre pronti a soddisfare le richieste dei bambini, sottovalutando che i no aiutano a crescere, come recita il titolo del libro di Asha Phillips». (…)

(fonte: corriere.it – 04/04/2013)

Ira e rabbia. L’esperto: “Il bambino arrabbiato, un bambino che soffre”

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di Elisabetta Calvi – pedagogista

Ancora per molti di noi l’infanzia è una sorta di paradiso terrestre cui vorremmo tornare.

Ecco perché non sappiamo cosa fare e ci troviamo disorientati di fronte all’aggressività dei nostri bambini, alle loro paure ed angosce e ci chiediamo se è normale che un esserino, anche molto piccolo, provi anche solo degli attimi di vera collera. Eppure la rabbia è un importante tentativo di comunicazione, seppure inadeguato, e ascoltarla è importantissimo per trovare uno sbocco, una soluzione evolutiva e costruttiva a questo disagio. La rabbia è, insieme alla gioia ed al dolore, un’emozione tra le più precoci ed è un sentimento normale che come tale va trattato altrimenti rischia di diventare un tabù di cui vergognarsi. Essa ha origini diverse; spesso è dovuta al senso di impotenza del bambino, può nascere dal confronto con i coetanei, a volte è rabbia respirata in casa e poi ritrasmessa all’esterno.

La rabbia – sostiene Alba Marcoli – sembra essere una delle manifestazioni che ci spaventano di più, in noi e negli altri. Facciamo di tutto per reprimerla, fingere che non esista, come se fosse una cosa negativa e distruttiva di cui avere paura. Così facendo invece dimentichiamo che essa ha, come tutte le cose del vivere, un inizio, un’evoluzione, una fine […] alcune rabbie sono totalizzanti e faticose da gestire socialmente perché esplodono senza controllo e senza freni inibitori e sono sintomo di una grande sofferenza sul piano mentale, accompagnata spesso da altri segnali di difficoltà nel trovare il proprio adattamento ai problemi e alle situazioni di vita.

Altre rabbie sono l’espressione di disagi che si chiamano, a seconda dei casi, angoscia, dolore, impotenza, paura dell’abbandono, sentirsi svalutati, incompresi, non ascoltati. Alcuni bambini manifestano questi sentimenti con urla o con frasi che considerano offensive. Altri reagiscono picchiando, a volte anche i propri genitori. Che fare allora? E’ importante che il bambino non si senta cattivo o in colpa perché è arrabbiato, altrimenti per conservare il nostro amore tenterà sempre di nascondere e reprimere le sue emozioni negative con conseguenze poco felici anche in età adulta.

A volte i bambini sono anche spaventati da se stessi perciò farli sentire compresi e dare loro gli strumenti per gestire dei sentimenti così forti è la soluzione migliore. Si può tranquillizzare il bambino, dicendogli “capisco che sei arrabbiato, succede anche a me”. Se invece diventa aggressivo fisicamente possiamo bloccarlo dolcemente e fargli notare che nessuno in famiglia usa le mani, che invece può urlare o picchiare un cuscino.

L’importante è non negare la rabbia, non limitarsi a contenerla riportandola sul piano delle “regole” familiari, scolastiche, di comportamento. Ci si può fermare ad ascoltare e stare zitti; questo permette di riportare la relazione con il bambino su un piano evolutivo e costruttivo. Certo la cosa non è semplice; accogliere la rabbia dei nostri bambini infatti significa anche accettare di confrontarsi con le altre emozioni che la sottendono e che possono entrare in risonanza con le stesse corde dentro di noi. Così può capitare che, per evitare di provarle, reagiamo anche noi allo stesso modo perpetuando un circolo vizioso per cui alla rabbia si risponde spesso o con la rabbia o con la fuga.

In tante circostanze noi adulti assumiamo atteggiamenti, a volte consapevoli a volte non voluti, che a lungo termine possono ritorcersi contro di noi ed i nostri bambini; si tratta di modalità che fanno parte della nostra esperienza personale e che passando da una generazione all’altra perpetuano la trasmissione di qualche caratteristica del nostri funzionamento mentale, anche se all’interno di storie diverse.E’ importante insomma che il genitore capisca quali sono le sue ferite, cosa appartiene alla storia del bambino che lui è stato e che può intervenire nella relazione con il figlio creando confusione e sofferenza. Quante volte noi adulti, che magari da bambini ci siamo sentiti abbandonati o iperprotetti, svalutati, ridicolizzati, inadeguati, cerchiamo inconsapevolmente di “riparare” le nostre ferite proiettando sul bambino bisogni che non gli appartengono e che invece parlano proprio di quel “qualcosa” che a noi stessi è mancato quando eravamo piccoli?

Conoscersi per educare rappresenta sempre il primo passo da compiere per presentarsi come adulti maturi, sereni, equilibrati ed accoglienti perché ciò che si può dare ai bambini è sempre e solo ciò che si è.

(fonte: GenitoriChe – 01/2011)

Ira e rabbia. Doc3: “Un caso di adozione in Etiopia”

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Questa è la storia di due bambini etiopi adottati da una coppia danese. In questo documentario gli interessi degli adulti vengono prima di quelli dei piccoli.

Da un lato i genitori etiopi,  a cui viene diagnosticata l’AIDS con prospettiva di pochi anni di vita davanti, che daranno in adozione i figli per garantire loro un futuro certo e pensando di rimanere in contatto con la famiglia allargata da cui si aspettano anche un supporto economico.

Dall’altra la coppia danese, oltre la quarantina, vogliosa di crearsi una famiglia.

Non ne esce pulito l’ente intermediario che promette alla giovane coppia etiope ciò che non può mantenere pur di raggiungere lo scopo.

Nel mezzo due bambini ignari degli accordi tra adulti.

Masho, la maggiore, si ribella da subito  e si stacca sempre di più dai genitori adottivi, dapprima con scatti di rabbia, poi attraverso il rifiuto del cibo.

Stiamo parlando di Danimarca. Ci auguriamo che in Italia prevalga sempre l’interesse del bambino.

E’ un documentario che ci ricollega ad un’altra sezione di questo blog, “Adozione etica”, e che ci colloca in un mondo ben lontano dalle famiglie felici di “Mamma ha preso l’areo”, andato in onda su LA7 qualche anno fa.

Di seguito il link al programma, che dura una cinquantina di minuti, ma che vale la pena di vedere per ribattere a chi crede che l’adozione vada bene sempre e comunque.

http://www.doc3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-102616e0-8bba-46c5-bc86-4099f38db007.html

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Sempre sullo stesso tema dei bambini “rubati” vedi : http://www.vita.it/welfare/adozioni-internazinali/l-adozione-non-fa-pi-audience.html

Traffico di bambini anche nel film trasmesso di recente sulla Rai: “Chi vuole mia figlia? Storia reale: una coppia di coniugi americani adotta una bimba moldava, ma dalla documentazione qualcosa non torna. La madre scopre un traffico di bambini attivato da una pericolosa organizzazione criminale internazionale.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-83e6718c-7e7e-4785-9332-75b4181652ca.html

Ira e rabbia. “Rabbia, anche i bambini piccoli non scherzano…”

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L’esperienza di mamma Paola e mamma Mag.

 

Mamma Paola: “Io morsi, sputazzi, schiaffi, pugni, calci et similia – con risatina al seguito- me li becco ancora adesso, e la nostra piccola piccola non è più…anch’io ho provato manovre diversive, ma dovrei inventarne una più del diavolo, perchè ogni mattina e/o ogni sera il rito si ripete più e più volte, e non c’è castigo (spesso ritirato perchè “ti ho chiesto scusa” o “scherzavo”) che tenga…Faccio finta di stare al gioco e di fare una lotta alla pari, che alla pari non è mai (anche perchè non voglio farle male). Queste manifestazioni vanno a periodi, e ultimamente si sono particolarmente intensificate in concomitanza con la mia prima assenza da casa per due giorni due (cioè essenzialmente una notte e una mattina) , a cui era stata abbondantemente preparata e per la quale mi aveva detto senza mezzi termini: “Se ci vai è perchè non mi vuoi bene” (vai con i sensi di colpa!). Mah, forse troverò il mio sistema, per il momento sono sputi etc. etc.”

Mamma Mag: “Mio figlio è stato spesso, ora meno, forastico: nei suoi momenti di crisi – che possono venire da una sua frustrazione, da un NO o da nulla – lui diventa una furia rabbiosa, scalcia, si getta per terra, grida e soprattutto mi mordeva. Col padre l’ha fatto solo due volte, a me decine. Ora mi morde sempre, quando è molto arrabbiato, ma piano, senza farmi male. E molto più spesso, dopo che l’ho consolato e abbracciato anche beccando calci e graffi, lui si lascia andare al pianto e mi abbraccia a sua volta. Pian piano la sua aggressività si dirige altrove, oggi ha detto “cattivo e NO!” all’elicottero…Credo che quello che intendesse dire Rap, e la psico, è che è la madre che abbandona un bimbo di pochi giorni, mesi o anni. E per quanto remoto possa essere questo abbandono nel loro inconscio, c’è. Io non vi nego che le prime crisi di disperazione di Yo mi disperavano: mi sentivo inutile e vittima a mia volta. Bisogna sempre ricordare a se stesse che siamo noi, adulte, ad avere gli strumenti per sopportare questa rabbia che pure non abbiamo provocato, non farci travolgere da essa e riuscire a lenire il dolore dei nostri bambini. Bisogna ESSERCI, nelle crisi, magari stando solo accanto al bimbo, se è proprio intrattabile, e dargli un po’ di spazio per esprimere i suoi sentimenti. Non bisogna aver paura (facile dirlo, esserci, un po’ meno) di lasciargli vivere anche i momenti negativi.”

(fonte: amalteablog.com e cercounbimbo.net/forum)

Ira e rabbia: “Esiste un razzismo sottile per i diversi”

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Parliamo di nuovo di razzismo sotterraneo. Riprendiamo questo articolo e questo argomento con piacere per evitare inutili allarmismi e per affrontare la situazione nella vita di tutti i giorni con decisione e risolutezza. Quello che intendiamo dire è che non si risolve il problema dicendo che il razzismo a scuola, per la strada, nei negozi non esiste, Quel sottile razzismo, come lo abbiamo definito, noi famiglie adottive più sensibili e attente lo sentiamo, eccome! Dobbiamo fornire ai nostri figli gli strumenti per difendersi e stoppare da subito chi con barzellette, battute e buonismo tratta questo argomento con superficialità.

La star TV Oprah vittima dell’ordinario razzismo

di Maurizio Corte

La star della televisione Usa, Oprah Winfrey, afroamericana, davanti alla boutique «Trois Pommes», di Zurigo, è stata attirata da una borsa in vetrina del costo di 38 mila dollari. Entrata nel negozio, ha chiesto di poterla vedere. La risposta della commessa italiana è stata, secondo la denuncia di Oprah, razzista: «È troppo costosa per lei. Non se la può permettere».

Una scena analoga sarebbe accaduta a Torino a una donna italiana, 33 anni, di origine indiana e con la pelle olivastra: una commessa di negozio le avrebbe negato l’acquisto di un paio di scarpe di montagna. Per entrambe le clienti un comune denominatore: il razzismo. La Winfrey ha potuto denunciarlo al mondo intero, grazie alla sua notorietà di star televisiva. La giovane donna di Torino, adottata quando aveva 4 anni, ha potuto confidarlo solo a un giornale locale.

Chi ha il colore della pelle diverso – oppure chi ha un figlio o un conoscente con la pelle scura – sa che scene di questo tipo purtroppo accadono nelle nostre città. In un negozio non ti urlano «sporco negro»: quello lo fanno, o lo pensano, i razzisti e i nazifascisti più rozzi. In un negozio ti lasciano indietro nella fila; oppure ti dicono o ti fanno capire che tu un certo prodotto non te lo puoi permettere.

Sono episodi che accadevano a noi italiani in Germania o in Svizzera, quando eravamo migranti. Ora capita, come a Zurigo, che sia un´italiana a compiere un atto di razzismo. Sono fenomeni che vanno da un lato puniti con severità; mentre dall’altro occorre fare un’azione educativa. Tutti noi, infatti, siamo in qualche cosa «diversi» dagli altri:  vuoi per l’età, l’estrazione sociale, il genere sessuale, il colore della pelle o la lingua che parliamo.

A tutti noi può capitare di essere discriminati. Nessuno può sentirsi al sicuro, in una società che tratta con razzismo il «diverso».
È naturale che la diversità possa a volte far paura, intimorire o infastidire. Ma non autorizza a discriminare, a sfruttare, a violentare e a compiere atti di razzismo. In questo, i mass media (giornali, radio, tv) e i nuovi media (con Facebook, i blog) svolgono un ruolo importante. Per questo noi giornalisti ci siamo dati un codice – la Carta di Roma – che ci invita a un´informazione rispettosa della diversità di pelle, di religione, di nazionalità e di cultura.

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(fonte: L’Arena – 11/08/2013)

Ira e rabbia: “Rilassarsi e liberare energia vitale con il Rebirthing”

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Proponiamo un’altra tecnica di rilassamento per far fronte a certe giornate di tensione in famiglia con i nostri cari figli e coniugi. La terapia permette al soggetto di mettere a fuoco i suoi punti di forza e debolezza liberando maggiore consapevolezza ed energia. Il rebirthing, che significa rinascita, ha infatti lo scopo di ristabilire i ritmi vitali individuando le situazioni che si sono vissute dal momento del concepimento alla nascita. Secondo tale teoria le emozioni vissute dal feto in questo periodo si radicano a livello inconscio e condizionano la vita e le relazioni successive. Già alla terza seduta si sentono i primi benefici su tensione nervosa ed eventuale insonnia. Di seguito un testo che sintetizza cos’è il rebirthing.

Rebirthing, rilassamento in ambiente accogliente

Il Rebirthing, che significa letteralmente “rinascita”, è una disciplina che usa una particolare tecnica di respirazione unita a una forma consapevole di pensiero. Ciò che rende differente la respirazione praticata dal rebirthing da altre discipline, specialmente dallo yoga e dalle discipline orientali, è l’utilizzo di un respiro connesso, cioè senza pause e ritenzione del respiro.

Eliminando le pause si crea una respirazione pranica, cioè che carica l’organismo di prana (o energia vitale) oltre che di ossigeno. Tale processo energetico consente di liberare le memorie cellulari e di produrre dei cambiamenti effettivi in quegli stati come l’ansia, il panico, gli schemi ripetitivi, la depressione, altrimenti difficilmente modificabili.

Man mano che la persona riesce a far diventare la propria respirazione circolare, anche la sua vita lo diventa, nel senso che più si eliminano blocchi, emozioni negative e pensieri limitanti e più tutto fluisce più facilmente, con maggiore “circolarità”.

Respirando si localizzano i pensieri che stanno creando delle conseguenze di cui l’individuo non si sente responsabile a livello conscio e che probabilmente non portano né benessere né armonia, bensì sofferenza e complicazioni. Il Rebirthing è quindi una tecnica di respirazione circolare che ci aiuta a ritrovare in noi stessi nuova energia ed equilibrio.

Il Rebirthing agisce su vari livelli, a livello fisico purificando il corpo attraverso l’eliminazione di scorie e tossine, a livello psichico in quanto scarica le tensioni, ed a livello mentale, emozionale e spirituale perché sviluppa una maggior consapevolezza e conoscenza di sé.

Le sedute di Rebirthing consistono nel rilassamento in posizione supina in un ambiente tranquillo supportato da musica di sottofondo e con un rebirther che conduce l’incontro dando ritmo al respiro e aiutando il soggetto a individuare le problematiche prioritarie che la persona vuole risolvere.

Tra i benefici collaterali del rebirthing ci sono l’aumento dell’apprendimento e della memoria, della capacità di concentrazione e il superamento dell’insonnia.

Ira e rabbia. “Disagio psichico dei giovani: dai media sembrerebbe che…”

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Un ragazzo italiano su cinque tra i 18 e i 24 anni dichiara di avere “difficoltà di vita” (i problemi riguardano soprattutto l’ambito familiare) e il 61 per cento accusa sintomi di vario tipo, ovvero disturbi fisici o psichici. Nella fascia di età successiva, 25-34 anni, queste percentuali sono pure più alte, rispettivamente il 72 e l’80 per cento (sondaggio condotto da Sinopia Ricerche nel settembre 2012). Chiedono però aiuto in pochissimi, lo fa soltanto il 15 per cento. Timore di stigma sociale, onnipotenza adolescenziale, ambiente protetto della famiglia e delle strutture accademiche possono essere alcune delle motivazioni alla base di questa resistenza a esprimere il proprio disagio. I giovani che decidono di consultare qualcuno per farsi aiutare vanno in prevalenza dal medico (nel 40 per cento dei casi) oppure si rivolgono a un mix eterogeneo di figure (tra cui farmacisti, sacerdoti e maghi). Ma soltanto il 20 per cento sceglie i servizi di assistenza psicologica. – Vera Martinella –corriere.it 10/12/2012

Depressione, disturbi dell’umore, d’ansia e del comportamento alimentare: nel 2015 saranno le malattie psichiche più diffuse nella popolazione italiana e potrebbero riguardare addirittura un italiano ogni quattro. Questo almeno, stando alle stime rese note durante l’ultimo convegno della Federazione Nazionale delle Strutture Comunitarie Psico-Socio-Terapeutiche (Fenascop), ovvero le comunità che si occupano della cura del disagio psichico. Le categorie considerate più a rischio dagli esperti sono i giovani fino a 25 anni (l’80 per cento dei casi di disagio psichico infatti ha gli esordi entro questa età) e le donne, che hanno il doppio delle probabilità di ammalarsi di depressione rispetto agli uomini, mentre ragazze giovani e giovanissime, tra i 12 e i 20 anni, restano le più esposte al pericolo di manifestare disturbi alimentari. – Vera Martinelli – corriere.it 10/12/2012

Disturbo bipolare, troppe diagnosi sbagliate. Ogni giorno in Italia si verificano migliaia di errori di diagnosi in pazienti affetti da disturbo bipolare scambiati soprattutto per semplici depressi (60%) o per ansiosi (26%), con conseguenti inadeguati trattamenti che possono finire col peggiorare la loro situazione talora al punto da spingerli sull’orlo del suicidio, un rischio che in questi pazienti è 15-30 volte più elevato del normale. (…) Se il paziente arriva da noi nella fase depressiva può ingannarci, per poi virare nella fase maniacale in cui il tono dell’umore è completamente opposto. Purtroppo i pazienti non vanno mai dal medico quando sono in questa fase in cui si sentono dei leoni e pensano di non aver alcun bisogno di cure e si oppongono ai familiari che tentano di convincerli a farsi visitare. Come riconoscerli? L’unica arma di cui disponiamo è un’attenta valutazione clinica perché purtroppo è sempre mancato, in questa come nelle altre malattie psichiatriche, un marker obbiettivo capace di fornire una diagnosi di certezza. (…) all’Università L.U.de.S. di Lugano hanno invece ideato un metodo adatto alla spending review che ha ristretto i fondi della ricerca nell’ultimo anno: al servizio sanitario costerebbe qualcosa come 50 euro a paziente, che potrebbe semmai contribuire con un ticket comunque alla portata di tutti. Può essere effettuato in qualsiasi ospedale e basta un semplice prelievo ematico: si chiama ADAM e si basa sul presupposto, già in parte noto, che la membrana delle piastrine del sangue è lo specchio di quella dei neuroni, cosicché studiando le piastrine possiamo capire cosa succede nelle cellule nervose. Affidabile al 98%. Lo studio nato dall’altra parte delle Alpi ha intanto già varcato i confini elvetici e il prof. Massimo Cocchi, direttore scientifico dell’Istituto Paolo Sotgiu per la ricerca in Psichiatria affiliato all’Università luganese, ha avviato una collaborazione con gli psichiatri dell’Università di Bologna. – Cesare Peccarisi – corriere.it 14/12/2012.

Ira e rabbia. L’esperto: “Conoscere se stessi per relazionarsi con i nostri figli in difficoltà”

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Ancora sulla gestione della rabbia degli adolescenti. David Taransaud, (psychotherapeutic counsellor per adolescenti), in occasione di un incontro con i genitori da consigli su come gestire il conflitto. Ci ha colpito la ”teoria del supereroe”: nei momenti di difficoltà le persone si rifugiano nella fantasia e s’identificano con personaggi forti e invincibili. Non è un caso che i fumetti dei supereroi fossero molto in voga durante la II Guerra Mondiale. Così i nostri ragazzi si trincerano dietro ad un’immagine fredda che nasconde la loro fragilità e consente loro di sentirsi inviolabili. L’importante è capire che tutto ciò deriva dalla loro sofferenza. Siamo noi adulti che dobbiamo fare lo sforzo maggiore, quello di entrare nel loro mondo e comunicare nella loro lingua. Invitiamo a leggere il post completo http://spazioadozioneticino.blogspot.it/2013/04/david-taransaud-fantasie-di-onnipotenza.html.

 

 

(…) Come relazionarci con gli adolescenti

Dobbiamo far loro capire che ci interessa conoscerli. Di fronte alla loro aggressività dobbiamo restare calmi, in caso contrario confermiamo l’uso dell’aggressività nelle situazioni di impotenza. Il primo contatto deve avvenire con il loro Sé onnipotente e questo ci fa sentire impotenti.

Davanti a questa sensazione spiacevole possiamo reagire in diversi modi:

1. Il gendarme: ordina, punisce e ha un atteggiamento aggressivo e dominante. Ma cosi rafforziamo la sua convinzione che il mondo è popolato da persone crudeli e che per sopravvivere è necessario il potere e il controllo.

2. L’indifferente: smette di ascoltare e riduce le cure al minimo. Così facendo, l’adolescente ci vede come insensibili ai suoi bisogni e concentrati solo su noi stessi. Si convince che è meglio tenere nascosto il suo Sé ferito, che resta per lui fonte di vergogna.

3 .Il vinto: si sottomette alle richieste dell’adolescente. In questo modo ci mostriamo troppo fragili per affrontare le sue fantasie di onnipotenza e confermiamo la sua credenza che nessuno sia in grado di aiutarlo ad affrontare il suo caos interiore.

4. Il salvatore: presta attenzione con parole di supporto, offre consigli, aiuto e soluzioni. L’adolescente ci vede come una figura autoritaria, forte e potente e ciò rinforza il suo senso d’impotenza e conferma la sua strategia di sopravvivenza attraverso il suo Sé onnipotente.

In tutti questi modi non promuoviamo la fiducia, la crescita e la creatività e consolidiamo il ruolo del suo Sé onnipotente, creando un divario maggiore con quello ferito. I conflitti tra l’adolescente e gli altri peggiorano.

Approcci giusti

Scegliere di credere che il loro comportamento è una forma di comunicazione. Questo automaticamente si riflette sul nostro operato: come lo guardiamo, cosa diciamo e come ci muoviamo. L’adolescente si sentirà ascoltato e questo ci aiuterà a entrare in contatto con lui.

L’adolescente ha attivato in noi il suo (ora nostro) “Sé ferito” e questo ci fa star male. Se siamo coscienti di questo, possiamo riconnetterci e continuare a concentrarci sul ragazzo. Per arrivare a ciò dobbiamo lavorare prima su noi stessi con l’aiuto di qualcuno di cui ci fidiamo.

Dobbiamo dare empatia a noi stessi, alla nostra parte ferita.

Così saremo forti a sufficienza per reagire ai suoi attacchi aggressivi e gli dimostreremo che si può essere, allo stesso tempo, deboli e forti. Se riusciremo a trasmettergli ciò, gli daremo speranza e sarà l’inizio della sua salvezza.

Lavorare su noi stessi

Per il lavoro su noi stessi dobbiamo essere coscienti che vi sono tre tipi di adulti.

1. Quelli che ricordano la loro infanzia e adolescenza. Ricordano come si sono sentiti ed hanno empatia per il loro Sé ferito. Questi adulti (purtroppo sono una minoranza) sanno sempre cosa fare quando sono di fronte agli adolescenti aggressivi.

2. Quelli che hanno dimenticato molti aspetti della loro infanzia e adolescenza. L’adolescente aggressivo ha attivato in loro dei sentimenti che pensavano di avere dimenticato e questo li fa stare male. Ma se prendono coscienza di questo e ci lavorano, potranno crescere emotivamente. Questi sono la maggioranza degli adulti.

3. Quelli che hanno dimenticato di avere dimenticato. Sono gli adulti che reagiscono con aggressività e che non capiscono l’adolescente traumatizzato. Anche per essi è necessario entrare in contatto con le loro parti dolorose dell’infanzia e dell’adolescenza e provare empatia per esse.

L’importante è essere autentici e dobbiamo essere coscienti che di fronte ad un adolescente aggressivo non è sempre facile. Bisogna parlargli di ciò che ci fanno provare, dei nostri sentimenti e per farlo dobbiamo prima conoscerci.

Il ragazzo ci farà provare gli stessi sentimenti che prova lui. E’ importante non attaccarlo o giudicarlo, ma usare empatia. Entrare nei suoi panni, nel suo dolore, ma sapere ciò che noi siamo (vulnerabili e forti assieme). Aiutarlo a esplorare i suoi sentimenti attraverso i nostri. Raccontandogli ciò che ci fa provare con il suo atteggiamento, gli diamo la possibilità di arrivare al suo Io ferito.

Quando sono aggressivi o ci urlano addosso è solo per dirci: “Sii autentico, ti do la possibilità di essere in contatto con me!”. Il modo in cui decidiamo di interpretare il suo atteggiamento avrà un impatto sul nostro comportamento.

Dobbiamo sempre ricordarci che per un ragazzo traumatizzato l’amore fa male. Riaccende ricordi dolorosi. Tramite l’aggressività può tenerci lontano e proteggere la sua parte ferita.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.it – 04/2013)

Ira e rabbia. Vanja, 21 anni: ”Quell’irresistibile voglia di menare…”

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“Ricordo bene l’istituto. Non me ne vengano a parlare! Qualsiasi occasione era buona per prenderle e per darle. Per prime le operatrici: se la facevi nel letto ti picchiavano, se non avevi voglia di fare i compiti pure, se ti pettinavano ti tiravano i capelli, se sbagliavi qualcosa sempre le mani addosso. E noi? C’era un istinto irresistibile a rifarsi sui bambini più piccoli. Anche tra coetanei …

Adesso che sono grande un po’ mi vergogno di quello che facevo. A mia difesa potrei dire che lo facevano tutti. Mi sono posta anche delle domande. Cos’è che mi portava a picchiare? La mia solitudine? La mia invidia verso i piccoli perché venivano coccolati di più? L’imitazione?

Ancora oggi ci sono degli episodi in cui faccio fatica a trattenermi. Per fortuna gli amici che mi conoscono se ne accorgono e mi aiutano a superare il momento di crisi.”

Ira e rabbia. L’esperto: “Il comportamento degli adulti di fronte ad un caso di violenza familiare”

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Gli adulti sono importanti per i bambini, sia che si trovino a fare i genitori, sia che siano figure sostitutive di genitori deficitari. Ci guardano e imparano. L’intervento mira a far comprendere che niente è perduto, una figura di adulto “sano” può aiutare un bambino/ragazzo a decifrare la realtà e a mettere ordine nella sua mente ripartendo a costruire la sua vita da esperienze positive.

Sintesi dell’intervento della dott.ssa Chiara Braioni – Centro il Faro (VR) che si occupa di maltrattamenti e abusi sui minori 

Iniziamo dicendo che la relazione di cura è importante per il bambino. Un normale accudimento nei primi anni di vita gli consente di sviluppare opinioni, di esprimere emozioni e di relazionarsi con il mondo esterno creando una sua autonomia e sicurezza.

Tutte le figure all’interno della famiglia sono importanti: madre, padre e fratelli, ognuno per il suo ruolo, accudente la mamma e protettivo il papà. Le relazioni in famiglia gli consentono di creare quelle che saranno le basi per costruire le sue relazioni del futuro. E’ una sorta di tramando di modelli e stili.

Se però all’interno della famiglia le cose non funzionano e il bambino assiste ad atti di violenza, sviluppa senso d’impotenza e non sa spiegarsi l’accaduto. Impotenza e confusione sono i due effetti traumatici che si riscontrano in questo tipo di bambini che peggioreranno se non saranno opportunatamente accolti da un adulto. I fatti violenti in famiglia si tramuteranno in abitudini, con il convincimento che sia normale che le violenze accadano in qualsiasi nucleo familiare.

I bambini traumatizzati manifestano tre tipi di reazioni: 1) iperattività (sono nervosi, non sanno stare fermi, picchiano i compagni, non riescono a concentrarsi…); 2) depressione (sono chiusi, isolati anche dai compagni, sviluppano problemi cognitivi…); 3) reazione dissociativa (assenza, fuga del pensiero, sbadataggine…).

Se non vengono accolti, con la crescita non avranno altre alternativa che seguire quei modelli che hanno introiettato. Da adulti avranno esplosioni di aggressività, non sapranno gestire le pulsioni e anche la relazione tra i sessi prenderà dei connotati deviati, rimarcando un modello femminile e maschile malato, come avevano visto in famiglia.

Esistono, per fortuna, dei fattori di resilienza che fa ogni bambino unico: 1) carattere del bambino che lo rende capace di elaborare le informazioni distorte e 2) il contesto di vita in cui è inserito, diverso dalla famiglia. Potrebbe essere la scuola, un centro sportivo, insomma la società in genere.

Cosa devono fare gli adulti? Qua rientriamo nell’ambito della prevenzione:

–      Ascoltare il disagio

–      Fare attenzione e avere un occhio di riguardo per i bambini inibiti e isolati

–      Aiutarli a riconoscere le emozioni

–      Offrire loro un appoggio su cui possono contare

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IN QUESTO SENSO OGNUNO DI NOI E’ RESPONSABILE DI OGNI BAMBINO

–      Vedere un posto ordinato aiuta a creare uno spazio ordinato dentro la testa del bambino

–      Se il mondo esterno risponde in maniera sensata il bambino è influenzato positivamente

–      L’attenzione degli adulti è importante per dare senso agli avvenimenti e mettere ordine.

Insomma, la dott.ssa ci dice che per ogni bambino c’è una speranza se accolto, ascoltato e amato.

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Ira e rabbia. Film: “Affliction” di Paul Schrader (USA 1997)

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Storia di una famiglia con padre alcolizzato e violento e madre sottomessa. Con il tempo, nei due figli ormai adulti, riaffiorano i traumi. Da ragazzini hanno assistito a scene brutali e subìto le angherie del papà. Si parla di legami familiari malati, di un padre e di una madre che non lasciano un’eredità positiva, il primo per la carica di ira e terrore scaricato all’interno delle mura domestiche, l’altra per non aver saputo ribaltare la storia proponendo una figura di donna alternativa. E’ una visione pessimistica ambientata nell’America lontana da Wall Street. Oscar all’attore che impersonifica il padre (J. Coburn), ma Niki Nolte sa trasmettere molto bene l’inquietudine di fratello maggiore che si è fatto carico dei mali familiari. Grazie al suo sacrificio il fratello minore riesce a costruirsi una vita normale. Tratto dal romanzo “Tormenta” (Affliction, 1989) di Russel Banks. E’ un film che trasmette molta amarezza.

Per capire le ferite profonde che lasciano rapporti familiari malsani.

Ira e rabbia. Papà Marco: “La mia opinione sugli adolescenti violenti”

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Le ricerche su come arginare atteggiamenti violenti in famiglia riguardano tutti, famiglie adottive e non, soprattutto quando si devono contenere persone adulte come i nostri ragazzi grandi. Abbiamo inserito questa testimonianza come diverso punto di vista in parte avallato da un esperimento dell’Università di Barcellona sull’aggressività dei maschi violenti verso le donne. Durante l’esperimento si è creato un ambiente virtuale in cui tredici maschi patiscono le angherie e le torture afflitte alle partner in maniera virtuale. Con l’esperienza “immersiva” questi uomini vedono e sentono il proprio corpo come quello di una donna. Direte voi, cosa c’entra con i nostri figli litigiosi? Questi esperimenti sono agli inizi, ma ci potrebbero essere dei risvolti interessanti nelle neuroscienze. Forse anche per loro sarebbe utile conoscere il sentimento della persona che aggrediscono per ricevere degli stop. E sarebbe utile anche per noi per capire cosa provano i ragazzi con i loro particolari vissuti. Per l’articolo completo: http://www.senonoraquando.eu/?p=13322 

Per motivi professionali, conosco il giovane “figlio adottivo”, processato la scorsa settimana a Lugano per violenza e bullismo, conosco la sua famiglia e pure la vittima principale, e so quanto tutti loro, per anni, hanno sofferto. Per anni infatti questa famiglia è stata confrontata all’assenza di una struttura in cui il figlio adolescente potesse veramente essere contenuto, protetto e curato. Negli anni Settanta, a Torricella, un centro del genere esisteva; era il cosiddetto “Centro minorile”, poi è stato chiuso. 

Avendo lavorato per decenni con ragazzi problematici, posso dire con convinzione che la mancanza di mezzi efficaci per il contenimento della prepotenza che i giovani aggressivi manifestano si traduce, oltre che in un danno per le vittime e per la società in genere, anche in un gravissimo danno per il giovane stesso, che non farà che peggiorare i suoi comportamenti. Provate a mettervi per un attimo nei panni del ragazzo che ogni giorno aggredisce qualcuno a parole e con i fatti e che, di fronte ad un adulto che interviene (genitore o educatore, poco importa), lo manda “affa…” senza che gli succeda niente, e va avanti a comportarsi come prima. Quel giovane si convincerà sempre di più di essere onnipotente. Se poi l’adulto, frustrato e impotente, osa minacciarlo di un ceffone, lui risponderà: “Prova a toccarmi che ti denuncio!” L’adulto, per non finire sui giornali e sotto processo, lascerà perdere, e così il giovane si sentirà ancora di più invincibile, come i bulli dei molti film o giochi elettronici che plagiano la sua mente. Soltanto quando il suo bisogno di fare il bullo non potrà più esprimersi liberamente, il giovane sarà in grado di concentrare le proprie energie in altri campi, potrà imparare un mestiere e fare delle esperienze positive e valorizzanti.”

(fonte: la Regione Ticino – 11/02/2009)

Ira e rabbia. Metodo EMDR applicato all’adozione

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Queste sono alcune applicazioni del metodo EMDR nel caso specifico dell’adozione. La fonte è sempre la gentile dottoressa di EMDR Italia che ci ha risposto. 

Nei primi anni di vita le interazioni con gli altri permettono di sviluppare importanti connessioni nel cervello, che progressivamente influenzano la percezione interiore di Sè e la capacità di avere relazioni sane con il mondo esterno. La ricerca sull’attaccamento ha dimostrato che le relazioni con le figure di attaccamento durante i primi anni di vita influenzano lo sviluppo dell’abilità di regolare le emozioni, di creare relazioni interpersonali intime, così come dell’abilità di auto-regolazione e mentalizzazione. In aggiunta a ciò, la comunicazione interpersonale ed emotiva all’interno della famiglia d’origine può determinare lo sviluppo di risorse, creare nel bambino un sentimento di essere degno e meritevole di amore, e favorire la resilienza di fronte a forti disagi emotivi, favorendo quindi la salute mentale.

Nel caso di bambini adottati tutte queste acquisizioni risultano essere più o meno deficitarie, in considerazione del fatto che con ogni probabilità essi avranno vissuto sin dai primi anni di vita esperienze traumatiche complesse ripetute nel tempo e/o esperienze profonde di trascuratezza e abbandono. Risulta dunque fondamentale aiutare questi bambini a rielaborare i traumi subiti, ma ancor prima a riorganizzare la loro percezione di sé e degli altri in un senso di identità unitario e coeso.

È importante chiarire che il bambino adottato non necessariamente è un bambino patologico, ma molto più di frequente è un bambino che necessita di un aiuto e di un sostegno specialistico affinché sia messo nelle condizioni migliori per sviluppare al massimo la sua capacità di auto-regolazione emotiva e di relazione con l’esterno, e le sue risorse mentali.

Il trattamento con EMDR rappresenta in questi casi l’approccio migliore. Poiché le esperienze traumatiche vissute sono per lo più nei primi anni di vita, e per tale motivo sono difficilmente ricordate dal bambino in modo esplicito (a livello emotivo invece il vissuto traumatico è ben presente nella mente del bambino), nel trattamento con EMDR si chiede ai genitori adottivi di partecipare scrivendo per il loro figlio una narrativa che ripercorra in modo veritiero quanto vissuto da quest’ultimo.

La presenza durante il trattamento dei genitori adottivi è inoltre di fondamentale importanza per poter ricreare col bambino e fargli vivere in modo completo un clima di accudimento e protezione che gli è precedentemente mancato. Tutto ciò, come detto sopra, favorirà lo sviluppo delle sue capacità cognitive-emotive e relazionali, permettendogli così di rielaborare anche i traumi vissuti.

Sui traumi dei bambini si consiglia di leggere direttamente http://www.emdritalia.it/ita/html/trauma.html

Ira e rabbia. Metodo EMDR: “Per saperne qualcosa di più”

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Per acquisire qualche conoscenza in più sul metodo  EMDR applicato ai bambini/ragazzi traumatizzati abbiamo contattato EMDR Italia. Di seguito la risposta. Domani pubblicheremo il metodo EMDR applicato al caso specifico dell’adozione.

Spett.EMDR Italia,

sono una mamma adottiva che ha letto del vs metodo su un blog. Una mamma parlava di problemi comportamentali del ragazzino di 11-12 anni che veniva trattato per questo motivo con il vs metodo.

Avendo contatto con  gruppi di famiglie che hanno adottato bambini grandi ora nella fascia di età 16-20 anni, che manifestano atteggiamenti violenti nei confronti di coetanei e genitori, mi chiedevo se poteste illustrami in maniera semplice il vs metodo in modo da poterlo trasferire ai miei conoscenti il più chiaramente possibile.

In particolare sarei interessata a capire se tale metodo può avere dei risultati su ragazzi che concentrano una serie di traumi: abbandono, istituzionalizzazione, abusi e violenze che sfociano nell’età adolescenziale in aggressioni verbali e fisiche nei momenti di ira incontrollabile.

Ho visto che c’è una casistica abbastanza ampia per gli abusi sessuali, ma non ho capito se può funzionare come gestione dell’ira, raptus violento.

In definitiva le domande sono:
1.       In che cosa consiste il metodo
2.       Quando viene usato
3.       Benefici per paziente e famiglia
4.       Eventuali tempi e costi della terapia
5.       Casistica nel campo dell’adozione, se l’avete

Vi ringrazio dell’attenzione.

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Risposta di EMDR Italia:

Cara Signora,

può leggere molto sull’EMDR sul nostro sito www.emdritalia.it. Comunque si tratta di un trattamento psicoterapeutico con molta ricerca alla base, riconosciuta dalle linee guida internazionali e da vari servizi sanitari pubblici europei come efficace per la cura delle conseguenze di esperienze traumatiche di vario genere, come quelle che ha citato lei e che in genere i bambini adottati presentano nella loro storia.

Si può iniziare in qualsiasi momento, prima si lavora meglio è, per evitare la cronicizzazione di alcuni sintomi o difficoltà che possono avere.

I benefici sono i seguenti: si evita che fattori di rischio come l’aver vissuto abbandoni, abusi, violenza rimangano in memoria come esperienze traumatiche e questo abbia poi un effetto sullo sviluppo della personalità e su schemi emotivi, cognitivi e comportamentali.

I prezzi sono quelli normali di una psicoterapia, intorno ai 60/100 euro, a seconda del terapeuta e della città. Noi siamo un’associazione nazionale, quindi vi possiamo dare dei riferimenti in qualsiasi città (sul sito si trova la lista degli specialisti che usano tale metodo).

Ira e rabbia. Mamma Blog: “Dalla teoria alla pratica”

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Ci hanno sempre detto che il pequeño andava rassicurato.

Dovevamo fargli capire con certezza che noi non eravamo parte della famiglia degli stronzi che l’avrebbero di nuovo abbandonato, da solo.

E quindi – nonostante le botte, gli insulti, i cazzotti e i lividi, noi – stoici – siamo sempre stati lì, impassibili, a ripetergli NOI CI SIAMO – tu puoi fare quello che ti pare, puoi essere il peggior pequeño del mondo, ma noi non ti molliamo, né mai ti molleremo, accada quel che accada.

Sette anni di “trattamento pequeño”  vi assicuro non sono stati una passeggiatina, anzi.

Eppure – nonostante i pensieri insistenti e ricorrenti (!) del ma chi me l’ha fatto fare – mai, neanche per un secondo ho pensato di mollare da solo il mio pequeño, mai.

Da un figlio non si torna indietro, non si può. E’ un po’ come pensare: ecco, mi sono stufata, adesso prendo questa gamba, me la taglio e la do a qualcuno. Impossibile. Insensato.

Eppure l’altro giorno dalla terapeuta che da qualche mese segue il nostro pequeño (quella dell’EMDR, per intenderci), ho scoperto che il nostro comportamento non era credibile e quindi destabilizzante e dannoso per la creatura.

PAM!

Giuro che ero basita.

Ma poi – più ci pensavo – più capivo che doveva proprio essere vero.

Eh già. Perché hai voglia a dire ad un piccolo che è stato abbandonato per 8 volte (sì, ha dell’incredibile ogni volta che ci penso, ma noi siamo i noni!):

stai tranquillo, noi non ti lasceremo mai

e lo fai mentre lui ti sta massacrando in tutti i modi che la sua piccola ma fervida mente gli suggerisce…. beh, in effetti è davvero poco credibile.

E quindi crea panico. Paura.

Destabilizza.

Attenzione, questo non significa che bisogna mettergli paura che lo molliamo, no, no.

Solo occorre fargli capire che il legame, anche se non si spezza, così si deteriora e lui così ci fa stare male. E sta male pure lui.

Ecco. Fino a ieri avevamo solo un problema. Oggi abbiamo anche una soluzione, teorica. Adesso dobbiamo trovare il modo per fargli capire nella pratica che è al sicuro, ma non vale tutto!

E già me lo vedo che mi dice: Perché se no cosa mi fai?!! Con quella sua faccetta da professionista della provocazione!

Perché se no siamo tutti infelici. Ecco perché. E basta.

Ho solo una piccolissima domanda:

Ma come ca….volo si fa???

Come si passa dalla teoria alla pratica?

😦

(fonte: postadozione.blogspot.com)

Ira e rabbia: “Adolescenti e insulti ai genitori”

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Sembra sia diventata una prassi insultare i genitori, in particolare la madre. Una signora su un autobus è rimasta allibita dal linguaggio di un ragazzino contro sua madre. Per questo ci è sembrato interessante proporre la sintesi di una ricerca condotta tra i ragazzi delle superiori, di 16-17 anni, per capire come viene interpretato il rapporto con i genitori.

Ebbene non si sono notate variazioni tra ordini di scuole o provenienza geografica. Buona parte dei ragazzi considerano ordinaria amministrazione dare della/o “stronza/o” o esprimersi con un “vaffa” contro i genitori. Solo il 23% non insulta i genitori. Secondo gli studiosi ciò sarebbe scatenato da due fattori: la tendenza all’informalità della cultura giovanile e l’autoreferenzialità dei giovani. Nell’indagine si sottolinea che una grande responsabilità ce l’ha la TV con i programmi di basso livello che propongono rapporti conflittuali e litigiosi (talk show, talent show e reality…). Per otto esperti su 10 sono troppe le scene in cui dominano violenza fisica, parolacce e insulti.

Per chi volesse approfondire il tema: http://www.cppp.it/files/inchiesta_adolescenti_conflitti4-09.pdf

Ira e rabbia. Col senno di poi…

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“Ecco, credo che i bambini/ragazzi ti mettano alla prova perché preferiscono liberarsi subito da un genitore pappa molla, piuttosto che affezionarsi e poi essere abbandonato di nuovo… sanno perfettamente che cos’è il dolore dell’abbandono. Ed è meglio essere abbandonati da uno sconosciuto che da una persona alla quale si crede…”- Mamma Betty

Ira e rabbia. “E adesso cosa faccio? Suggerimenti per genitori in difficoltà”

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Come gestire la rabbia nei nostri figli ormai adulti: molti genitori hanno difficoltà a trovare la chiave nei momenti di tensione. Per questo è importante prepararsi prima. .
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Se sai in anticipo cosa ti può capitare, non ti spaventi, hai gli strumenti per intervenire subito e sai a chi rivolgerti.

Ci sono momenti in cui il dialogo con i figli si interrompe e si rischia di arrivare allo scontro. Per evitare il reciproco arroccamento, è meglio tirare il fiato e prendersi una pausa di riflessione. “Cosa mi sta succedendo“?. Ecco alcune cose da non fare e da sapere. Se hai bisogno di un sostegno, è arrivato il momento di chiedere aiuto!

  • Non reagire emotivamente alle provocazioni: fai il suo gioco; sente che ti ha in pugno. Devi sforzarti di mantenere il controllo.
  • Non competere mai per il controllo della situazione.
  • Solo se tuo figlio si sente sicuro può cambiare.
  • Quando non condividi un suo comportamento controlla il tono della voce: deve restare neutro. Massima attenzione al linguaggio del corpo (la comunicazione passa al 50% attraverso il corpo, il 40% attraverso la voce, il 10% attraverso le parole).
  • Non cadere nella trappola del fare (agire d’impulso). Fermati e chiediti cosa ti vuol dire tuo figlio comportandosi così.
  • Essere empatici non vuol dire “ti capisco” (sarebbe presuntuoso, visto che lui non si capisce!).
  • Quando fa la vittima non mostrare empatia.
  • Evita di essere permissivo, accondiscendente, indulgente. La mancanza di regole certe aumenta l’ansia.
  • Poche regole chiare di cui si dà per certo il rispetto (non entrare in discussione! Quando si stabilisce un accordo non si può rinegoziare).
  • Non gettare la spugna: mai dire “fa come ti pare”.
  • Non fare mai domande dirette se sai che tuo figlio dice spesso bugie. Formula delle ipotesi (“Mi sembra che oggi tu…”) e aspetta le sue reazioni.
  • Non avere paura di parlare degli eventi traumatici del suo passato. Parlare lo aiuta a capire il presente.
  • Quando chiedi a tuo figlio di impegnarsi a fare qualcosa che lui non vorrebbe fare, dai un rinforzo positivo per evitare la rabbia e il sabotaggio.
  • Dire “grazie” è per lui molto difficile, è ammettere la propria dipendenza.
  • Quando noi lo ringraziamo dobbiamo sempre spiegare il perché.
  • Può non capire la gentilezza e pensare di essere manipolato.
  • Cerca gratificazioni immediate (la promozione a scuola è una meta troppo lontana!).
  • Basta un rimprovero per interrompere il rapporto di “fiducia vigile”. In tal caso il genitore diventa il suo “persecutore”.
  • Usa i comportamenti come delle “sonde”: provocatori o concilianti per controllare le nostre reazioni. Se ci mostriamo deboli o incerti è finita.
  • Amorevoli, empatici ma vigili e solidi come una roccia.
  • Basta 1 minuto per trasformare l’ansia in crisi di panico: intervieni prontamente, non lasciare che la situazione degeneri.
  • Non comportarti mai in modo prevedibile. Spiazzarlo, ti mette in una situazione di forza.
  • Osserva il comportamento non verbale (leggi lo sguardo)! Il contatto oculare va bene, ma non forzarlo in caso di conflitto!
  • Non usare con lui la parola “manipolare”, preferisci “trucco”.
  • Noi genitori vorremmo essere ricambiati nell’amore… ma è meglio dire “Noi ti diamo amore; sta a te decidere se accoglierlo a meno”. Il fatto che non ci ricambi, non è un nostro problema!
  • Non catturare su di te la sua ansia: non puoi sostituirti a lui nella soluzione dei problemi.
  • Riconoscere che il proprio figlio potrà fare qualche pasticcio nella sua vita, aumenta le probabilità che NON lo farà!
  • La parola “scelta” va spiegata con tanti esempi. Insistere sui motivi.
  • Più proponi soluzioni, più lui si sente minacciato (=perdita del controllo sulla propria vita).
  • Non offrire aiuti o consigli se non richiesti.

(fonte: spazio adozione.blogspot.com -10/05/2012)