Archivi categoria: fuori dal coro

Per la Pasqua, non dimentichiamo l’altra parte del mondo

Standard

Abbiamo selezionato una parte della lettera che ci ha inviato padre Paolillo, missionario comboniano in Brasile, con i consueti auguri di Pasqua. Ci racconta di uno dei suoi ragazzi di strada e della vita dura quando ci si trova dall’altra parte, dalla parte di chi non ha voce.

LA VITA DI GABRIEL È UN AVVENIMENTO PASQUALE

Gabriel è uno dei nostri ragazzi. Non sappiamo con esattezza la sua età perché non è mai stato registrato all´anagrafe. Non ha il certificato di nascita. Dimostra 12 anni. Abbiamo fatto una richiesta al Tribunale dei Minori perché faccia le dovute pratiche al fine di stabilire l´età e procedere al registro. Ambulava per la strada e sniffava colla di calzolaio. Nei primi mesi del progetto si fermava spesso davanti a uno dei cancelli per osservare gli altri bambini. Lo invitammo varie volte a partecipare. Arrivammo ad iscriverlo, ma vi restava solo per qualche giorno. Finché è avvenuto il miracolo.

Gabriel frequenta regolarmente il Progetto da quasi un anno. Va anche a scuola. È iscritto alla prima elementare. Non sniffa più colla e non perambula per la strada. Vive con una sorella. Ha guadagnato peso. Anche la pelle, fino a qualche tempo fa imbiancata da una micosi, sta riprendendo il colore originale. Il suo volto ha ancora tratti di tristezza. Quando si parla di violenza contro i bambini scoppia in lacrime. È evidente che gli riaffiorano alla memoria tutte le aggressioni subite durante l´infanzia negata. Preferisce non parlarne, i suoi occhi, però, rivelano il suo dolore. Ma poi passa. Ora finalmente sorride. La vita ancora non gli ha dato quello che merita, soprattutto le cure di una famiglia premurosa. Le ferite, cicatrizzate nel corpo, ma ancora aperte nell´anima, lo perturberanno forse per sempre. Ma ha una voglia matta di vivere.

La sua è una storia di superamento. Direi di più: è un avvenimento pasquale. Non potete immaginare lo sforzo necessario per liberarsi dalla dipendenza della colla. Ma lui, da oltre un anno, non la sniffa più. Sta dicendo no alla droga e alla criminalità. Possiamo addebitargli una vittoria parziale sulla morte.

Padre Paolillo

 

Annunci

Fuori dal coro: “Adozione e la scuola che dovrebbe accompagnare i nostri ragazzi”

Standard

 

Prima ragazzi che studenti. Guai se la scuola lo scorda

(da: Giovani e storie, Avvenire del 19 agosto 2015)

Sono una mamma adottiva ormai da dodici anni. Osservo, a volte con tristezza, quanto la scuola italiana sia avara nei confronti dei nostri figli provenienti da culture diverse, che spesso faticano ad adeguarsi ai canoni di un insegnamento standard.
Eppure, sono menti vivaci, portate al “problem solving” perché abituati a districarsi in ambienti in cui te la devi cavare in qualche modo con i mezzi che hai. Ci sono storie dietro i ragazzi che vanno a scuola, non sono solo studenti. Non ci si può limitare a una valutazione puramente numerica.
Non sto scaricando tutta la responsabilità sugli insegnanti, però posso dire che in presenza di una famiglia disposta a collaborare non sempre gli educatori si fermano ad ascoltare, in particolare alle superiori.
La bocciatura fine a se stessa è inutile, se non dannosa, nel caso di un figlio adottato, perché non risolve i problemi di natura affettiva che rallentano l’apprendimento. La bocciatura ha senso se si accompagnano il ragazzo e la famiglia in un percorso diverso, se si danno delle alternative. La famiglia e il ragazzo, però, andrebbero sostenuti per evitare la bocciatura, per attutire il contraccolpo sul ragazzo. Perché i nostri figli valgono, anche se non sono i migliori secondo un sistema scuola che, non dimentichiamo, è costruito su misura della “classe dominante”, come era stato osservato da don Milani. Che fare? La solitudine della famiglia è grande, soprattutto quando hai di fronte un ragazzo con potenzialità che non sai come incanalare in un contesto scolastico poco flessibile. E il rischio abbandono è davvero molto alto.
Roberta Cellore

.

Risponde Luigi Ballerini, psicoanalista e scrittore.

Uno studente è prima un ragazzo che uno studente. Ringrazio di cuore la nostra lettrice per averci ricordato questa verità semplice ed evidente, che come tutte le verità semplici ed evidenti rischia a volte di essere ignorata. Se poi il giovane vive una condizione particolare, come il trovarsi in un tessuto culturale e sociale molto diverso da quello in cui è nato e, magari, cresciuto, l’affermazione è ancora più significativa. L’apprendimento non è mai un processo meccanico, il ragazzo che impara non è assimilabile a una carta assorbente che si imbibisce. È fondamentale per lui sentirsi a proprio agio, compreso e accolto nel contesto in cui ciò accade. L’insegnante pertanto non può essere solo un verificatore, è innanzitutto un compagno di cammino. Sta a lui suscitare la voglia nello studente, innestando la passione che nasce sulla sua propria. Così come sta a lui usare l’affetto e la flessibilità necessari a personalizzare il percorso, riconoscendo e facendo leva su tutte le risorse che si sono già dimostrate attive, seppur in contesti diversi. Nel caso di risultati insoddisfacenti deve poi aiutare il ragazzo in difficoltà non tanto a trovare la sua strada, ma a costruirsela. Anche con creatività. Non esiste infatti una strada predeterminata che andrebbe scovata, la strada viene costruita dagli incontri e dagli accadimenti.
Nella lettera è denunciato un contesto scolastico poco flessibile. Che fare, viene anche chiesto. Innanzitutto, direi, difendere il ragazzo, soprattutto se l’ambiente è davvero sordo alle istanze della persona e non ne riconosce il valore. La difesa è difesa di un pensiero di profitto. Significa lavorare perché il giovane non si scoraggi, non inizi a pensare lui stesso di non valere niente, di non poter costruire nulla. E poi guardarsi intorno: farsi aiutare da altre famiglie, cercare nuovi insegnanti e nuove scuole. L’abbandono scolastico è una sconfitta per tutti. È un atto disperato, perché figlio dell’idea che non possano più darsi frutti. I frutti invece arrivano sempre, con il tempo e il lavoro. Che la nostra certezza al riguardo sostenga i più giovani anche nei momenti più scuri.
.

(fonte: http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Giovani%20storie/Prima%20ragazzi%20che%20studenti.

%20Guai%20se%20la%20scuola%20lo%20scorda_20150819.aspx?rubrica=Giovani%20storie)

Fuori dal coro: “Habtamu, viaggio senza ritorno: fra integrazione nella nuova realtà e forte nostalgia delle origini” 

Standard

Questa è l’elaborato di uno studente del corso di laurea magistrale in “Editoria e giornalismo” dell’Università di Verona sulla vicenda di Habtamu, il ragazzino etiope mancato ormai due anni fa. Ci siamo riproposti di ricordarlo ogni anno per non dimenticare che ognuno dei nostri ragazzi ha una storia, ha delle sofferenze che non sempre si riesce a trasformare in azioni positive. Per fortuna in molto casi la spinta alla vita ha la meglio, solo in pochi  il meccanismo s’inceppa. Rimaniamo impotenti di fronte all’accaduto: poteva essere evitato? Abbiamo tralasciato di ascoltare in maniera empatica?  In che cosa abbiamo sbagliato come famiglia, società, gruppo di sostegno? Questo studente ha cercato di dare la sua interpretazione. Ci teniamo ad aggiungere che si tratta di un giovane uomo straniero che quando parla di “integrazione” la vive tutti i giorni sulla sua pelle.

.

di François Halyday Mbouangui

Habtamu è un ragazzo tredicenne d’origine etiope. È stato adottato insieme al suo fratellino da una famiglia italiana nel milanese. La sua grande nostalgia dell’Africa l’ha spinto due volte a fuggire da casa poiché nell’ultimo biglietto lasciato ai genitori adottivi, scrive: “Non ce la faccio più a vivere in Italia”. Che cosa potrebbe aver causato questo vuoto?

Habtamu, secondo il Corriere della Sera, era ben inserito a scuola e anche in parrocchia, dove era addirittura nel gruppo scout e chierichetto. Il problema era di sapere se, in tutto questo, la sua integrazione era veramente stata eseguita se non solo a parole. Il ragazzino era sicuramente ben inserito e accettato dai suoi compagni di classe o di gruppo, però durante gli intervalli, lontano dalla scuola o durante la partita di calcio, era un solitario. Il TG4 nel servizio inerente ha detto che Habtamu “non riusciva ad adattarsi perché la nostalgia della famiglia d’origine era troppo forte perciò si è tolto la vita”. Nel servizio del TG di “Studio Aperto”, si è parlato che il ragazzino non si sentiva accettato poiché “la nostalgia fortissima minava ogni possibilità d’inserimento.  La sua nuova famiglia, dice il reportage, l’aveva “circondato di tutto il suo amore”, ma questo non sembra aver cambiato nulla. “Non ce la faccio più a vivere in Italia”, secondo il suo papà adottivo, Habtamu lo diceva spesso e questo era legato alla scoperta delle sue radici nella fase preadolescenziale, afferma Marco. Forte era, dunque, la sua speranza che questo malessere gli passasse.

Habtamu è rappresentato come un ragazzino “etiope” e non ragazzino “italiano” d’origine “etiope”.  Infatti, se consideriamo il processo di naturalizzazione di una persona da uno Stato a un altro, l’identità di questa persona sarebbe quella nuova e non la prima. Per esempio il giocatore Balotelli è “italiano”. L’ex-ministro dell’integrazione Kyenge è “italiana” e non congolese, ma si potrà parlare di Balotelli, italiano d’origine ghanese o della Kyenge, italiana d’origine congolese. A tal punto nel 2008, quando Balotelli ha ricevuto la cittadinanza italiana, ha dichiarato: “Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Forse non era il caso dell’“italiano” Habtamu d’origine etiope, però il fatto di parlare della “vera famiglia” del ragazzino è un altro problema. La domanda che ci poniamo subito è di sapere, qual è la nostra vera famiglia? Nella vita di famiglia, sappiamo che quando una persona è sposata e ha figli, questi sono la sua famiglia che dovrà mettere al primo posto. In questo senso, diciamo che Habtamu non aveva più i suoi genitori naturali, ma aveva comunque i genitori “adottivi”. Toglierei questa qualifica “adottivi” per fare sentire l’adottato non diverso da altri ragazzi della sua età poiché ogni volta che questo termine sarà usato, il ragazzo si sentirà a tutti gli effetti straniero in questa famiglia. A questo, aggiungiamo che “i fratelli maggiori, gli zii e le zie”, di cui parla il Corriere della Sera, non possono sostituire i genitori del ragazzo che hanno cura di lui.

Notiamo che i genitori naturali di Habtamu erano morti a causa della guerra in Etiopia. Si tratta di una delle tante guerre che fa gli interessi di tante persone e dove le vittime sono quelle che spesso o comunemente non centrano niente. In queste guerre, tanti uomini e donne muoiono e lasciano i loro bambini orfani. Tale è il caso di questo ragazzino rimasto orfano e adottato da Marco e Giulia Scacchi. Questo ragazzino poteva “considerarsi fortunato”, scrive ancora il Corriere della Sera, poiché è stato “scelto tra centinaia, forse migliaia di piccoli, neri, orfani di guerra e portato via a vivere lontano, tra i bianchi, al sicuro dalle battaglie, da quelle battaglie almeno”.  Non c’è stato, però, nulla da fare nel senso che Habtamu non ha colto questa “fortuna”. Forse pensava che il suo posto non era in Italia, ma in Etiopia, ma starci occorrebbe chiedere a chi in modo o l’altro “fabbrica” le guerre, di farne a meno. In questo modo, i bambini non rimarranno orfani e potranno vivere in pace. Sappiamo che quando c’è la pace, c’è la possibilità di lavorare per procurarsi qualcosa da mangiare. Allontanare Habtamu da “quelle battaglie” non risolve del tutto il problema di quello Stato poiché ci saranno altri orfani finché le guerre sono in corso. Penso che il miglior modo di fermare questo male consista nel fermare prima di tutto queste inutili “battaglie” e poi in caso di un’adozione, i nuovi genitori dovranno lottare per una vera integrazione e non accontentarsi delle apparenze.

Del ragazzino è detto “di essere un piccolo, solitario uomo nero – dal volto riflessivo, dagli occhi intelligenti – in mezzo a tanti, tantissimi piccoli uomini bianchi”.  Da questo si capisce chiaramente che i problemi c’erano, ma non sono stati circoscritti a fondo per poi affrontarli efficacemente. Sappiamo anche che il caso di Habtamu sembra un caso isolato. Ci sono tanti bambini o ragazzi che sono stati adottati, ma non tutti cercano di tornare nella loro terra. Notiamo però che il problema è più ampio. Nessuna copia prende in adozione un bambino senza una previa preparazione. In Italia e un po’ dappertutto nel mondo, le autorità prevedono che la tutela del bambino o in genere un minore sia garantita preventivamente da una serie di colloqui condotti da esperti, attraverso i quali si può giungere a una valutazione da presentare in seguito al giudice dei minori, che a sua volta potrà, dopo eventuali ulteriori verifiche, certificare o meno l’idoneità della coppia all’adozione. Anche qui, il problema non è del tutto risolto poiché la coppia può essere efficace o ben preparata, ma le difficoltà emergono nella fase adolescenziale.

Ci sono stati dai casi di adozione nazionale, dove l’adottato ha scoperto la sua situazione “fuori di casa” tra amici e, quelli che lui chiama papà e mamma, non sono i suoi “veri” genitori. In tanti casi di questo genere, si è finito davanti al giudice o quando la cosa va un po’ bene, si finisce davanti allo psicologo oppure al consultorio. La vera difficoltà è quando l’adolescente adottato è deriso dai compagni giacché fra i ragazzini il termine “adottato” equivale a “figlio di puttana”. A questo, come nel caso di Habtamu, bisogna aggiungere la differenza della pelle. Non la si può nascondere. I suoi compagni sanno da dov’è originario e dunque le battute, le prese in giro, etc., possono condurre un’anima debole a gesti folli come ha fatto il nostro ragazzino. Il fatto già di fuggire da casa per tentare di tornare in Etiopia, è un atto di disperazione, di grande sofferenza e di disorientamento. Il suo malessere era troppo grande. Aldilà di quello che hanno fatto i suoi genitori Marco e Giulia, forse si poteva fare altro per salvarlo, una vera educazione alla diversità.

Giornata contro la violenza sulle donne 2014: “Progetti in difesa delle donne a Verona, Roma e Bologna”

Standard

Quest’anno ricorre il decennale dell’apertura del Centro Antiviolenza comunale P.e.t.r.a.
Nato per dare aiuto alle donne vittime di violenze e di maltrattamenti all’interno di relazioni affettive, ha poi allargato il suo raggio d’azione con l’apertura della casa rifugio e con percorsi di affiancamento per il recupero dell’autonomia personale.

La costituzione di una rete territoriale provinciale ha poi garantito la qualità e l’efficacia di progetti quali Verona libera  e Clara, che hanno evidenziato l’importanza di un diretto coinvolgimento degli uomini nella riflessione e di un intervento sugli autori della violenza. Ecco dunque la promozione a tutta la città della Campagna del Fiocco Bianco e l’apertura dello Spazio per uomini Non agire violenza.

L’azione prosegue con iniziative dedicate ai ragazzi e alle ragazze nelle scuole, con attività di prevenzione che operino nella sfera delle dinamiche relazionali e affrontino le modalità culturali di relazione tra uomini e donne. In questa azione da quest’anno sono state coinvolte anche le associazioni di genitori.

L’auspicio è che si rafforzi una consapevolezza comune: la violenza maschile sulle donne riguarda tutti.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

 

A Roma, l’Istituto di Sessuologia Clinica partecipa a questa importante campagna di sensibilizzazione offrendo il suo servizio di consulenza telefonica gratuita. Il 25 novembre dalle 15:00 alle 19:00, chiamando i numeri 0685356211 e 0685355507, i consulenti dell’Istituto forniranno orientamento, informazioni e supporto su questo tema. Inoltre, proprio martedì 25 novembre, si svolgerà presso l’Istituto un seminario d’approfondimento gratuito e aperto a tutti gli interessati che tratterà la violenza di genere e i sex offenders.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito internet:  sessuologiaclinicaroma.it

 °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

E’ all’università di Bologna l’unico seminario in Italia che parla di violenza alle donne. Praticamente obbligatorio (l’alternativa è un tirocinio) è stato istituito l’anno scorso al Corso di laurea in Filosofia. Affronta il problema con l’idea che la violenza di genere è una violazione dei diritti civili. Che sono di tutti, non solo delle donne.

Gli uomini al corso ci sono andati: sui 250 che arrivavano in aula, la metà era uomo. Quest’anno si replica. Martedì, Giornata internazionale contro la violenza alle donne, sarà presentato il nuovo calendario che si intitola “La violenza contro le donne – Problematiche dei sessi e diritti umani”. Come docenti, tra gli altri, Gherardo Colombo, Massimo Recalcati, Lea Melandri. Tutti lo fanno gratis. Una fortuna, visto che trovare uno sponsor per un corso del genere è impresa impossibile. (fonte: ANSA 22 NOV 2014).

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

.

La violenza domestica in Europa e nel Mondo: un’emergenza sociale sottovalutata

di Stefano Consiglio 

La violenza domestica rappresenta un incubo per molte donne e bambini, costretti a vivere in un regime di terrore proprio nel luogo in cui dovrebbero essere più al sicuro: la propria casa. Alla base della violenza domestica c’è un rapporto impari, in cui l’uomo sfrutta la propria superiorità fisica e spesso economica per prevaricare gli altri componenti della famiglia ed imporre i propri interessi. Lo scopo ultimo dell’autore della violenza è di affermare il proprio potere sulle vittime, controllandole sia psicologicamente sia fisicamente. Al fine di comprendere la portata di questa emergenza sociale, la cui gravità viene spesso sottovaluta, esamineremo le vittime della violenza domestica, le sue caratteristiche, effettuando infine un’analisi spaziale atta a determinarne la diffusione in Europa e nel Mondo.

La violenza sulle donne

Fino agli anni 90′ la violenza sulle donne veniva considerata una questione rientrante nella giurisdizione domestica degli Stati. Nel 1993, tuttavia, l’Assemblea Generale dell’Onu adottò la Dichiarazione per l’eliminazione della violenza contro le donne, qualificando questo fenomeno come una violazione dei diritti umani. L’articolo 1 di questa dichiarazione offre una chiara definizione di violenza sulle donne, qualificata come: “Ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”. Dalla lettura di questa definizione è evidente che non esiste una sola forma di violenza contro le donne, le quali possono essere oggetto di violenza psicologica, violenza sessuale e violenza fisica. Come precisato dall’Assemblea Generale questa lista non è esaustiva, il che è stato dimostrato recentemente in Italia a livello legislativo attraverso la creazione del reato di stalking.

La violenza psicologica

La violenza psicologica è, probabilmente, quella che più difficilmente può essere definita ed identificata. Un’indicazione delle varie forme di aggressione psicologica è stata fornita dal Dipartimento per le pari opportunità, che ha pubblicato una sorta di “guida” il cui scopo è quello di facilitarne l’identificazione.  

In questo fenomeno vengono ricompresi tutti quei tentativi di isolamento (divieto di comunicare con altre persone, di uscire senza essere accompagnata), gli strumenti di controllo(particolarmente diffuso attualmente è il controllo del cellulare, dei social network e più in generale di ogni strumento capace di garantire una comunicazione con l’esterno), la violenza economica (la cui portata è più accentuata in quei paesi caratterizzati da una marca diseguaglianza di genere nella retribuzione), la svalorizzazione (attraverso critiche pubbliche o private, reiterate nel tempo al fine di accentuare le insicurezze e utilizzarle come uno strumento di controllo) e le intimidazioni (minacce rivolte sia contro la donna sia, sempre più spesso, contro i figli).

Stando ai dati forniti dal Dipartimento per le pari opportunità solamente in Italia nel 2013 oltre 7 milioni di donne sono state vittime di violenza psicologica, che nel 43,2 percento dei casi è stata perpetrata dal partner qualificandosi dunque come una forma di violenza domestica. Le statistiche sulla diffusione mondiale della violenza psicologica sono contrastanti, con alcune agenzie come StatsCan che parlano di una diffusione pari al 53 percento mentre altre, tra le quali Alexander, riferiscono di valori che si aggirano intorno all’88 percento.

A differenza della violenza fisica e sessuale, rispetto alla quale sono stati pubblicati diversi report, la violenza psicologica è difficile da rilevare anche a causa della tendenza delle vittime ad accettare i comportamenti che ne costituiscono il fondamento. Infine occorre sottolineare che la violenza psicologica è spesso perpetrata anche dalle donne nei confronti dei propri partner. Uno studio condotto nel 2005 da John Hamel, intitolato “Gender-Inclusive Treatment of Intimate Partner Abuse”, stabilisce che in una relazione la violenza psicologica è compiuta in egual misura sia dagli uomini che dalle donne”.

La violenza sessuale

Stando ai dati forniti in un report pubblicato nel 2013 dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (WHO), circa il 30 percento delle donne nel mondo ha subito violenza sessuale e/o fisica dal proprio partner con valori maggiori registrati in Africa, Mediterraneo orientale e Asia in cui si raggiungono percentuali pari al 37 percento.

È importante sottolineare che sia negli Stati Uniti sia in Europa sono stati registrati dei valori significativi, pari rispettivamente al 29,8 percento e al 25,4 percento delle donne oggetto dello studio. Per quanto riguarda le fasce d’età maggiormente colpite da questo fenomeno, i risultati mostrano drammaticamente come la violenza sessuale inizi molto presto, con una concentrazione pari al 29,4 percento delle violenze nella fascia di età 15-19 anni. Il picco massimo viene registrato tra le donne aventi un’età compresa tra 40 e 44 anni, per poi subire una lenta diminuzione.

È interessante notare che la violenza sessuale risulta molto più diffusa all’interno delle mura domestiche piuttosto che all’esterno. In Europa, ad esempio, solamente il 5,2 percento delle donne ha subito violenze sessuali extra-relazionali, un valore che raggiunge quota 10,2 percento nel caso degli Stati Uniti.

Passando ad analizzare gli effetti della violenza sessuale, le donne che la subiscono hanno anzitutto una maggiore probabilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, tra cui ovviamente l’HIV. Ciò dipende dai danni fisici causati alla donna dal rapporto, dal mancato utilizzo di precauzioni atte ad evitare la diffusione di malattie, dalla tendenza dei partner che operano la violenza ad avere rapporti extra-coniugali.

Oltre ai danni fisici causati dalla violenza sessuale occorre considerare le conseguenze psicologiche, che inducono le donne a soffrire di una forma patologica di stress che si ripercuote sulla loro capacità riproduttiva aumentando inoltre la possibilità di aborti spontanei. Nel tempo le violenze sessuali possono indurre la donna a comportamenti autodistruttivi, quali l’abuso di alcol e droghe, per poi portare a forme croniche di depressione che possono “sfociare” nel suicidio. Gli studi compiuti sulla correlazione esistente tra violenza sessuale e suicidio sono eterogenei, tuttavia un valore medio pari al 4,54 percento dei casi è stato ricavato dalla WHO.

La violenza fisica

Questa violenza si manifesta in ogni forma di aggressione fisica, sia essa perpetrata con il proprio corpo o con strumenti atti ad offendere (oggetti contundenti, armi da taglio, armi da fuoco). La violenza fisica può degenerare fino ad arrivare alla menomazione o all’uccisione della vittima. Uno studio condotto nel 2012 dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e della criminalità ha attestato che circa il 50 percento delle donne uccise nel 2012 hanno il partner o un familiare come “carnefice”.

Un dato leggermente diverso è stato fornito dall’Organizzazione Mondiale della sanità che ha eseguito uno studio su 226 report pubblicati tra il 1982 e il 2011. La conclusione finale è che in questo arco temporale il 38 percento delle donne assassinate sono state uccise dal proprio partner. Un dato che raggiunge valori pari al 55 percento nei paesi dell’Asia sud-orientale, 41 percento in Africa e 38 percento nelle Americhe.

Oltre a queste forme estreme di violenza fisica, che determinando la morte della donna sia su base intenzionale che accidentale, vi sono forme “lievi” che spesso si accompagnano ad episodi di violenza psicologica o sessuale. Il 42 percento delle donne che ha subito violenza sessuale dal proprio partner, infatti, è stato anche oggetto di violenza fisica.   

LEGGI ANCHE: Una ragazza su dieci subisce violenze sessuali entro i vent’anni: il report agghiacciante presentato dall’UNICEF

(Fonte: international business time 11/2014)

Fuori dal coro: “Il pallone al Potere”

Standard

A pochi giorni dall’inizio dei Mondiali di Calcio 2014, in Brasile si moltiplicano gli scioperi indetti dai sindacati minori che comunque bloccano le principali città. La mobilitazione riguarda i trasporti, gli insegnanti, gli agenti di sicurezza delle banche e altre categorie professionali. Anche se il Governo insiste nell’affermare che l’ammontare investito nel torneo sia irrisorio (eur 8,3 mld contro i 269 mld destinati all’educazione e alla sanità – Gilberto Carvalho, segretario generale della Presidenza della Repubblica) per molti brasiliani i Mondiali sono stati uno spreco di denaro pubblico. A questo riguardo ospitiamo nel blog  Padre Saverio Paolillo che vive da molti anni in Brasile e ne conosce tutte le contraddizioni.

 

 

 

Alcuni giorni fa abbiamo inaugurato il campo di calcio di Aguiarlândia, quartiere della periferia di Santa Rita, comune della regione metropolitana di João Pessoa, capitale della Paraíba. In realtà non ha le dimensioni di un campo regolamentare. È molto più piccolo. Era coperto da un abbondante strato di sabbia nera. Dopo la partita bisognava stare abbastanza tempo sotto la doccia per togliere la sporcizia. I ragazzi, abituati a giocare scalzi, correvano un serio rischio di prendersi qualche micosi. Così abbiamo deciso di piantare l´erba. Aiutata dalle piogge che cadono copiosamente durante questa stagione, l´erba è cresciuta rapidamente. In poco tempo il campetto è diventato un prato verde. Il giorno dell´inaugurazione è avvenuta una grande festa. I ragazzi ansiosi di correre sull´erba, si sono divertiti abbastanza. Si sono sdraiati e hanno fatto capriole su quel tappeto verde.  Sono bastati poco più di tremila reali, pari a mille euro, per realizzare questo sogno, reso possibile grazie alla generosità di amici italiani. Con una piccola manciata di soldi questi ragazzi della periferia hanno conquistato una buona struttura sportiva.

In questo tempo di Coppa del Mondo, una domanda si impone: quanti campi come questo avrebbero potuto essere allestiti con tutti quei soldi spesi per il certame calcistico? Secondo dati ufficiali divulgati dallo stesso governo, il Brasile ha già speso oltre 25 miliardi di reali per preparare il Paese alla realizzazione della Coppa. Nel cambio attuale, sono 12,5 miliardi di dollari. Anche se investiti in parte in infrastrutture importanti per lo sviluppo del Pese, sono soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per migliorare la salute e l´educazione, politiche pubbliche che ancora presentano gravi lacune. È per questo che la popolazione brasiliana non mostra il tradizionale entusiasmo sempre sfoggiato alla vigilia dei Mondiali. Lo spreco di risorse pubbliche è così grande da provocare un forte clima di malcontento tra i brasiliani. La gente comune rivendica scuole, ospedali e case popolari con lo stesso livello di qualità delle opere costruite per la Coppa del mondo.

In realtà, il Brasile è in mano alla Fifa. Da quando, nel 2007, è stato scelto come sede ufficiale dei Mondiali di Calcio del 2014, il colosso latino-americano sembra aver trasferito la sovranità nazionale alla potente organizzazione calcistica e vive sotto la dittatura del pallone. Il paese è andato letteralmente in palla. A farne le spese sono i più poveri, espulsi prima ancora che le nazionali scendessero in campo. Migliaia di persone sono state rimosse con la forza per fare spazio ai Mondiali. Un vero piano di guerra è stato messo a punto per garantire la pace durante le partite. Truppe della polizia e dell´esercito, fortemente armate, occupano le favelas per imporre la pace armata. Leggi che criminalizzano i movimenti popolari sono state approvate in tempo record dal Parlamento brasiliano per scoraggiare le eventuali contestazioni sullo stile di quanto accaduto durante la Coppa delle Confederazioni. Chi si ostina a contestare rischia di essere arrestato come terrorista. Operazioni di pulizia urbana ripuliscono le strade del centro e le zone frequentate dai tifosi, spazzando via barboni, tossicodipendenti e ragazzi di strada. I turisti non possono correre rischi. Poco importa se il prezzo da pagare è mettere in rischio la vita dei più poveri.

Chi pensava di approfittare dell´opportunità per guadagnare qualche spicciolo ne è rimasto frustrato. La Fifa ha già fatto sapere che, intorno agli stadi, non sarà permessa l´attività dei venditori ambulanti. Commercianti autorizzati potranno vendere soltanto i prodotti dei patrocinatori.  Anche chi ha trovato lavoro nei cantieri non se l´è vista bene.  I salari, in media, sono stati bassi e le dure condizioni di lavoro hanno messo in rischio l´integrità fisica dei lavoratori. Infine, chi pensava di approfittare dei Mondiali in Brasile per andare allo stadio e assistere almeno a una partita dovrà accontentarsi di vedersela in televisione. I prezzi dei biglietti sono molto cari e inaccessibili a una popolazione che sopravvive con uno stipendio di 250 euro al mese.

In realtà a godersela sono soltanto la Fifa, i gruppi patrocinatori, le multinazionali, le imprese edili brasiliane e l´industria del turismo che, prima ancora del fischio iniziale, hanno già fatto la festa con le ingenti somme di denaro che hanno succhiato dalle mammelle dello Stato. Per gonfiare il pallone della FIFA e le tasche degli imprenditori, il Brasile, ufficialmente, ha già investito 25 miliardi di reali, equivalenti a quasi 11 miliardi di dollari.

Sette miliardi di dollari sono stati destinati al miglioramento  delle strutture come aeroporti, porti, viabilità urbana, telecomunicazioni e turismo e oltre 4 miliardi di dollari sono stati impiegati nella costruzione o riforma dei 12 stadi che ospiteranno le partite. Corruzione, super fatturazione, esenzione fiscale e finanziamenti agevolati hanno sgonfiato le casse dello Stato a beneficio di un ristretto gruppo di privilegiati. L´esempio più evidente dello spreco è stata la costruzione di stadi inutili a prezzi folli. Secondo uno studio fatto dalla società KPMG (Network specializzato nella revisione e organizzazione contabile, nella consulenza manageriale e nei servizi fiscali, legali e amministrativi) il Brasile ha costruito gli stadi più costosi del mondo. Rispetto al preventivo iniziale, c´è stato un aumento delle spese del 263%. Dai 2.2 a miliardi di reali previsti sei anni fa si è passati a circa 10.5 miliardi di reali. Praticamente il Brasile ha sborsato negli stadi più di quello che hanno speso la Germania e il Sudafrica insieme nelle ultime due edizioni dei mondiali, rispettivamente nel 2006 e nel 2010. Ogni posto a sedere negli stadi brasiliani è costato, in media, US$ 5,8 mil (R$ 13,5 mil). Il valore è superiore a quello delle tre ultime Coppe del Mondo. In Sudafrica (2010) la media è stata di US$ 5,2 mil (R$ 12,1 mil). In Germania (2006) e negli Stati Uniti di  US$ 3,4 mil (R$ 7,9 mil). Alcuni di questi stadi saranno “elefanti bianchi”. In Cuiabá, per esempio, non esiste il calcio professionista. In Recife ci sono già tre stadi appartenenti alle tre squadre locali. In Brasilia è stato costruito uno stadio per 70 mila persone per le partite delle due uniche squadre locali e in San Paolo lo stadio del Morumbi era più che sufficiente per ospitare i Mondiali.

La grande vincitrice è la FIFA. Oltre a riuscire a fare cambiare la legge che impediva la vendita di alcoolici negli stadi, ha ottenuto l´esenzione delle tasse sulle proprie attività. Grazie a questi benefici non pagherà oltre 500 milioni di reali di imposte, pari a 250 milioni di dollari. Secondo le ultime informazioni, grazie ai Mondiali si porterà via 7 miliardi di reali (3,5 miliardi di dollari) senza spenderne neppure un terzo.

Non sono contro il calcio né contro la realizzazione dei Mondiali. Pur essendo una schiappa, ho sempre incentivato i ragazzi a praticare attività sportive. Credo nello sport come attività importante per il loro sviluppo integrale. Ma sono deluso di fronte alla crisi che vive il calcio attualmente. Lo sport più popolare del mondo è diventato un big business, un affare colossale il cui obbiettivo è guadagnare sempre più soldi. I propri calciatori, immersi nel denaro, non sempre sono un buon esempio per i nostri ragazzi. Conducono uno stile di vita senza riferimenti etici.

Io preferisco il nostro campetto di Aguiarlandia e il calcio de nostri ragazzi di periferia. Il nostro campo non ha la qualità delle strutture costruite per la FIFA, ma ha il profumo della solidarietà e il gusto del diritto conquistato. Su questo terreno di gioco faremo dello sport uno strumento di costruzione della cittadinanza e di affermazione della cultura della pace. Noi abbiamo dimostrato che non c´è bisogno di molti soldi per garantire ai bambini, adolescenti e giovani di periferia spazi in cui possano esercitare il diritto allo sport e alla ricreazione. Ma ancora una volta i piccoli sono stati messi da parte, anche se la Costituzione Federale del Brasile garantisce loro un trattamento prioritario. Al vedere la differenza abissale tra la qualità delle strutture destinate ai Mondiali e quella delle scuole e degli ospedali pubblici rimane la sensazione che il Brasile abbia tolto il principio costituzionale della “priorità assoluta” dalle mani dei bambini e degli adolescenti per darlo al calcio, alla Fifa e ai suoi sponsor.

 

Fuori dal coro: “Un’Europa attenta al mondo dell’adozione”

Standard

Proponiamo questo articolo del giornale “L’Arena” dove vengono sintetizzate le richieste dell’Europarlamento in difesa dei diritti dei minori adottati e l’attività portata avanti dalle famiglie adottive in sede CAI rappresentate da Francesco Mennillo (Associazione Coordinamento Nazionale Adozioni).

 

 

NELLE ADOZIONI REGOLE A TUTELA DEI BAMBINI – di Maurizio Corte

La Repubblica di Polonia è in testa alla classifica dei Paesi dell’Unione europea per adozioni internazionali da parte di coppie adottive italiane. Dall’anno 2000 a oggi sono stati 2.476 i bambini polacchi adottati da italiani (43 sono stati adottati nel 2014); seguiti dalla Bulgaria con 1.576 bambini. Nel gennaio 2011, con una Risoluzione sull’adozione internazionale nella Unione europea, il Parlamento europeo ha invitato Commissione Ue e Stati membri a «esaminare la possibilità di coordinare, a livello europeo, le strategie relative allo strumento di adozione internazionale, conformemente alle convenzioni internazionali, al fine di migliorare l’assistenza nei servizi di informazione, la preparazione per l’adozione internazionale, il trattamento delle procedure di candidatura all’adozione internazionale e i servizi post-adozione ». Servizi, come sottolinea il blog italiano http://www.ilpostadozione.org, che sono di primaria importanza per chi ha adottato.

TUTELARE I BAMBINI. L’Europarlamento ritiene poi «che occorra dare priorità all’adozione di un minore nel suo Paese di origine o, in alternativa, a soluzioni di custodia in famiglia, quali l’affido o strutture di accoglienza, oppure trovando una famiglia attraverso l’adozione internazionale conformemente alla legislazione nazionale e alle convenzioni internazionali pertinenti; e che la collocazione in un istituto debba essere utilizzata soltanto come soluzione temporanea ». L’Europarlamento chiede anche alle istituzioni dell’Ue «di svolgere un ruolo più attivo in seno alla Conferenza dell’Aia per esercitare pressioni in tale sede al fine di migliorare, semplificare e agevolare le procedure di adozione internazionale; ed eliminare gli inutili intralci burocratici, pur impegnandosi a salvaguardare i diritti dei minori provenienti da paesi terzi». Chiede inoltre «agli Stati membri di riconoscere le implicazioni psicologiche, emozionali, fisiche e socio-educative che possono verificarsi allorché un bambino viene allontanato dal proprio luogo d’origine e a fornire adeguata assistenza ai genitori adottivi e al bambino adottato ». E di partecipare alla lotta contro la tratta dei minori.

FAMIGLIE ADOTTIVE ITALIANE. Su questa linea si muovono peraltro le famiglie adottive italiane, rappresentate a livello nazionale, nella Commissione per le adozioni internazionali (Cai), da Francesco Mennillo (Associazione coordinamento nazionale adozioni), padre adottivo di due figli originari della Bielorussia. «Stiamo raccogliendo le firme fra i cittadini, genitori adottivi e non, affinché la normativa italiana sia migliorata in un’ottica di trasparenza, equità e considerazione dei diritti dei minori e delle famiglie », spiega Mennillo (f.mennillo.cai@gmail.com). «Proprio nell’ottica della pronuncia del Parlamento europeo, fra le richieste che rivolgiamo al governo e al Parlamento italiano, vi sono quelle di semplificare l’iter per ottenere il decreto di idoneità ad adottare; di riorganizzare la Commissione per le adozioni internazionali, in modo da renderla più efficace nelle attività di controllo e di promozione delle adozioni all’estero; di rendere più trasparenti i costi a carico delle famiglie adottanti; di assicurare la gratuità dell’adozione o il rifanziamento dei fondi per il rimborso delle spese adottive; di sviluppare il sistema dei permessi di studio per minori stranieri; di istituire una giornata nazionale sull’adozione. E di costituire una Unità di Crisi e avviare accordi bilaterali per gestire in tempi rapidi situazioni di difficoltà come quelle delle coppie adottive in Congo o in Bielorussia ».

(fonte: L’Arena – 21/05/2014)

Fuori dal coro: “Pagare le tasse per avere più servizi e aiutare chi non ce la fa”

Standard
Di fronte alle preoccupazioni delle giovani coppie all’innalzarsi dei costi delle adozioni internazionali, non possiamo che rammaricarci e partecipare al loro sdegno. Vedi http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2013/13-novembre-2013/coppia-fa-mutuo-adottare-bambino-2223636971790.shtml)..

Fino al 2011 c’era un Fondo gestito dalla CAI che consentiva, a coloro che non raggiungevano un certo reddito, di avere un rimborso extra agli sgravi fiscali previsti nel 730. Sulle sorti del fondo ci sembra di capire dalle voci sul web che sia stato prosciugato e che le attuali casse dello stato non siano in grado di ricostituirlo.

.

Nei mesi passati girava anche l’ipotesi di eliminare gli sgravi fiscali. Adesso sul facebook gira una raccolta fondi per supportare i bambini rimasti in Congo, figli delle coppie che stanno rientrando a casa.

.

Per aiutare le coppie e le famiglie servono fondi (vedi http://www.vita.it/welfare/adozioni-affido/arriva-adozionebenecomune.html). I fondi vengono dalle tasse che non vanno demonizzate se ritornano ai cittadini sotto forma di servizi. Impariamo in questo senso dai paesi nordici dove a tasse elevate corrispondono servizi di qualità che supportano famiglie e imprese. Cominciamo, per favore, a ragionare in maniera diversa dai soliti luoghi comuni. A questo proposito invitiamo alla lettura di stralci di un articolo scritto da un biblista, Paolo Farinella, che fa le pulci ai cattolici. E non solo. 

.

Quando parliamo di tasse intendiamo tasse per tutti, non solo per i cittadini onesti. E’ sottinteso che va in parallelo una ferrea lotta agli sprechi e punizioni severe ai politici corrotti. Avete a questo riguardo firmato la petizione di don Ciotti contro la corruzione? Cercatela sul web.

Ghandi: “Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo”

di Paolo Farinella – biblista

.

Cattolici finti e politica evangelica

Ogni volta che tra i cattolici, e oggi tra chiunque, si accenna a «politica» o, peggio ancora, ai «politici», ci si trova di fronte a un senso di ribrezzo e di nausea, perché «politica» è diventata sinonimo di corruzione, di sporcizia, di malaffare, e nel caso più benevolo di furbizia. Il merito principale è dei politici professionisti che si professano cattolici, ma i cui comportamenti e le cui scelte sono sistematicamente in contraddizione con la loro asserita appartenenza religiosa.Essi non hanno scelto di servire il loro popolo in nome di una superiore carità che ha come obiettivo il «bene comune», al contrario, essi si servono del loro stato di credenti per approfittare dei benefici ideologici e materiali che la loro condizione di eletti offre loro senza che essi facciano alcuna fatica.La cronaca è piena di questi cultori di «sistemi di peccato» che trafficano tra il diavolo e l’acqua santa con noncuranza e senza problemi di coscienza: la maggior parte degli inquisiti, dei condannati con sentenze di tribunali sono cattolici dichiarati. Cattolici che si vantano di essere tali e non perdono occasione di mettersi in mostra come praticanti e osservanti religiosi, che addirittura fanno parte di associazioni e movimenti religiosi «impegnati», qualcuno anche con «voti» espliciti, e che al tempo stesso militano alacremente in partiti dove la corruzione scorre con dovizia, sostengono governi che legiferano a favore di mafiosi e delinquenti, votano contro gli arresti di camorristi, rubano direttamente e sostengono sistemi perversi, dove l’economia è a favore dei più forti e potenti e a danno dei più poveri e indifesi.Per un cristiano, «la Politica» dovrebbe essere il prolungamento del Vangelo, l’ambito e l’obiettivo della propria azione di testimone del Regno (…) perché Gesù non ci ha insegnato a pregare dicendo «Padre Mio», ma sempre e solo «Padre Nostro», forma inclusiva dei singoli individui, senza esclusione di alcuno. (…) Don Lorenzo Milani traduceva tutto questo principio in una affermazione lapidaria di altissima pedagogia: «Politica è sortirne tutti insieme. Sortirne da soli è l’avarizia» (Lettera ad una professoressa, Lef Firenze 1966, 14). Il Cristianesimo è per sua natura «assemblea», cioè il contrario di individualismo; è progetto d’insieme, che è il contrario dell’interesse privato; è convenire insieme, che è il contrario di vagare da soli. (…).

Gesù politico-servo

Gesù fu un grande politico perché non guardò mai al suo interesse, ma ad esso antepose sempre il benessere materiale e spirituale delle folle che lo cercavano. Gesù esercita in sommo grado la politica come servizio e disponibilità verso i bisogni della povera gente, come sfamare gli affamati, guarire i malati, consolare i dubbiosi, prendersi cura dei piccoli e dei deboli. Nello stesso tempo, egli prende le distanze dai potenti che fanno della politica lo strumento della loro sete di onnipotenza per avere sempre più potere per i propri interessi. In tutto il Vangelo, Gesù opera prevalentemente lontano dalle grandi città, specialmente se sono centri di potere e predilige i villaggi, anche non ebrei, ma abitati da pagani, ai quali offre lo stesso servizio e gli stessi segni che opera per i Giudei. è il criterio della «Politica generale», quella che non fa preferenze, ma guarda all’umanità nella sua globalità di creatura del Padre. (…)

.

La politica come credibilità di Dio

Un credente che evade le tasse, che non svolge con competenza e impegno il proprio lavoro, che approfitta delle proprie conoscenze per prevaricare sugli altri, che usa la religione per avere contatti «importanti» o leggi o denaro o qualsiasi altro vantaggio per sé e la propria istituzione, tradisce il Regno di Dio e allontana la città degli uomini dal volto divino di Dio perché solo con la propria non coerenza rende visibile l’incredibilità di Dio. Questo, infatti, è il compito della religione: rendere credibile Dio, che non si vede, attraverso le azioni, le scelte, le parole (pensieri, parole, opere e omissioni) di chi dice di credere. La persona religiosa è una persona condannata a essere coerente fino allo spasimo perché ogni suo gesto, ogni suo respiro testimonia Dio o lo nega. (…)

.

Tasse

L’esempio delle tasse è devastante. Si è diffusa la mentalità che siccome la tassazione è alta, in un certo senso, sarebbe «morale» autodetassarsi, cioè evadere, come ha addirittura incitato a fare un presidente del consiglio dei ministri in campagna elettorale per guadagnare qualche voto in più (Il Corriere della Sera, 17-02-2004). Nessuna reazione da parte del mondo cattolico a questo invito che guardava con benevolenza agli evasori costringendo gli onesti a pagare sempre di più. Chi sta al governo dovrebbe educare al senso dello stato e della partecipazione come condivisione dei servizi per lo sviluppo della personalità, la tutela della famiglia, il progresso ordinato e congruo della comunità. Quando manca il senso di Dio, è fortemente carente anche l’etica dello stato. Si ha un bel dire di essere cristiani o d’ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa, ma se si evadono le tasse, ci si mette fuori dall’amore di Dio, che s’incarna nell’amore del prossimo, e dal diritto di pretendere dallo stato servizi essenziali (sanità, scuola, assistenza, trasporti, pensioni, ecc.).Chi non paga le tasse, non solo costringe chi le paga onestamente a pagarne sempre di più, ma non ne ha nemmeno lui stesso un beneficio diretto, in quanto alla fine deve pagare di più i servizi che lo stato non può erogare per mancanza di fondi. Pagare le tasse è condivisione evangelica oltre che dovere civile di altissima responsabilità. Per questo bisogna mandare al governo persone oneste che garantiscano non i privilegi in nome della religione, ma che amministrino con grande senso di responsabilità il denaro di tutti, verso il quale dovrebbero, se credenti, avere lo stesso rispetto che hanno per il Corpo di Cristo perché sono chiamati a servire e curare i corpi e gli spiriti di coloro con i quali Cristo si è identificato in tutti i tempi (cf Mt 25, 31-46). Il mondo del diritto e della trasparenza, dell’onestà e della condivisione è il mondo proprio dei credenti che devono anche farlo diventare il mondo proprio della politica e dello stato.

(fonte: http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=3264)

:::::::::::::::::

Qualche tempo dopo ha proseguito il Papa: “La doppia vita di un cristiano fa tanto male, tanto male, “Ma io sono un benefattore della Chiesa! Metto la mano in tasca e do alla Chiesa”. Ma con l’altra mano, ruba: allo Stato, ai poveri…ruba. E’ un ingiusto. Questa è doppia vita. E questo merita, dice Gesù, non lo dico io, che gli mettano al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Non parla di perdono, qui” – Repubblica 12/11/2013.

Fuori dal coro. Note sulla trasmissione “Che tempo che fa”

Standard

Premesso che non abbiamo visto la trasmissione ma solo il filmato che è stato caricato su you tube (vedi). Non sappiamo quindi se nella presentazione il conduttore Fazio abbia fatto una premessa per inquadrare la situazione in Congo. Fatto rimane che quello che gira sul web è l’intervento di Gramellini che abbiamo trovato parziale, a volte fuorviante, se non addirittura pericoloso.

.

Seguiamo la vicenda da un po’ di settimane sui principali giornali e ci sentiamo di dire che:

.

1) Il Congo ha attivato questo blocco delle adozioni a seguito di comportamenti scorretti da parte di enti americani e canadesi. Questi, una volta in patria, avrebbero reinserito i bambini sul “mercato dell’adozione”, dando i bimbi a coppie che le autorità congolesi non avevano conosciuto e vagliato. Si parla anche di un’adozione a un coppia gay quando il Congo non autorizza tali adozioni. Il blocco non è, quindi, un capriccio ma l’esigenza di una maggiore tutela dei minori scaturita da comportamenti illeciti di adulti. In questo marasma siamo stati coinvolti anche noi italiani assieme ad altre famiglie di altre nazionalità, americani, canadesi, belgi. Il punto è che dovremmo interrogarci sugli atteggiamenti arroganti di certi “paesi evoluti” che si ripercuote su altri. Invece questo aspetto, a nostro avviso, è passato in sordina.

.

2) Sono stati accusati Kyenge, Bonino, Ministero degli esteri etc perchè non sarebbero efficienti-efficaci. Si sono fatti parallellismi con la Francia che è riuscita a far rientrare in patria alcune famiglie. Ebbene anche due famiglie italiane sono riuscite a ritornare. Immaginiamo che l’ente NAAA abbia dato la sua versione dei fatti alla CAI. Noi conosciamo solo il comunicato sul sito secondo il quale il rientro sarebbe avvenuto in modo regolare. Per quanto riguarda la Francia ricordiamo che negli ultimi tempi ha mandato militari in varie zone africane per mantenere la stabilità perchè ha molti affari con questi paesi. Non sempre avere poca voce in capitolo è sinonimo di debolezza. Può significare anche che siamo al di fuori di certi schemi colonialistici ancora in auge, purtroppo.

.

3) Gli enti sono poco menzionati e non si indaga sulle loro responsabilità. Secondo il Ministro Kyenge non è stata data nessuna autorizzazione a partire alle famiglie (intervista al Corriere del 20/12/2013). Allora chi ha detto loro di prendere l’areo? Non crediamo che le famiglie l’abbiano fatto di loro iniziativa. Ricordiamoci che le famiglie sono le vittime di questa vicenda. E’ indubbio che fuorvianti sono state le trattative tra Kyenge e Congo che, da quel che ci è dato sapere, le aveva assicurato una procedura lineare. Tra gli enti coinvolti la voce viene data in netta prevalenza all’AiBi che dà la sua versione dei fatti. C’è poi da rilevare che alcune di queste famiglie erano già in Congo, prima del viaggio del Ministro Kyenge.

.

4) Nessuno è prigioniero di nessuno. Gli italiani possono tornare in patria quando vogliono. In questi giorni sembra che siano stati prorogati i permessi di soggiorno per andare incontro alle famiglie. Quelli che non possono uscire sono i bambini che, ricordiamocelo, senza quel timbro sono ancora congolesi. Niente a che fare, quindi, con i “sequestri di persona” di cui parla il giornalista.

.

5) Usare le vicende personali ci aiuta a non dimenticare che parliamo di persone e non di pezzi di carta. D’altro lato, però, non si possono avallare le idee di fuggire o rapire i bambini: cosa succederebbe a quelli che rimangono, ammesso che una famiglia riuscisse a tornare a casa in maniera irregolare? Gli equilibri sono molto delicati ed è compito di chi è in contatto con queste famiglie calmare gli animi e farle ragionare. Enti, famiglie e associazioni dovrebbero raccordarsi per dare supporto agli interessati e non farsi la guerra tra loro per apparire.

.

5) Aggiungiamo che su alcuni giornali, per attaccare le istituzioni, sono stati fatti parallellismi con la vicenda marò in India e ultrà in Polonia. Troviamo fuori luogo parlare di adozioni come si fa per soggetti su cui sono in corso indagini per la presunta uccisione o il presunto pestaggio di persone. Le coppie che adottano portano un messaggio di pace e di fratellanza tra i popoli. Poi, però, succede che, per colpa di pochi, ci vada di mezzo anche la moltitudine onesta. Non dimentichiamo che l’azione inconsulta di uno può riversarsi su molti. E’ una cosa che tutti dovremmo tenere bene a mente.

Sia chiaro, rimane in prima linea la vicenda umana dolorosa. Il momento della formazione di una famiglia dovrebbe essere indimenticabile per il turbinio di emozioni e sentimenti che investe il rapporto genitori e figli. Invece in questo caso è diventato la triste battaglia di timbri e notizie imprecise che cavalcano la disperazione altrui.

Noi del blog ilpostadozione capiamo bene la preoccupazione e le difficoltà di queste famiglie. A loro va tutta la nostra solidarietà. Presentiamoci uniti per una volta per risolvere un grosso problema. Spingiamo le istituzioni a dare un’assistenza dedicata alle adozioni. Soprattutto cerchiamo di non fare marketing sulle disgrazie altrui. Sarebbe un quadro davvero desolante.

Per chi poi sostiene che il compito dei giornali e dei giornalisti sia quello di pressare le autorità e che qualsiasi mezzo possa essere valido, rispondiamo che sarebbe più corretto e costruttivo se lo si facesse con un linguaggio adeguato e senza creare false aspettative. Non ci risulta che l’Italia possa emettere un passaporto per far rientrare queste famiglie senza l’ok del governo congolese. E anche se potesse, cosa ne sarebbe delle altre famiglie che stanno aspettando un abbinamento in quel paese? Nell’adozione ci sono equilibri e sensibilità che vanno sempre rispettati per garantire quelli che vengono dopo.

::::::::::::::::::::::::::::

Sergio, sentito che parliamo d’Africa, ci segnala questa poesia

che dedichiamo alle bambine del Congo

.

Cialtu

Sei solo una bambina
ma nei tuoi occhi neri,
come il carbone, vedo
lo scintillìo delle braci che ardono,
vedo il fuoco delle donne d’Africa.
.
Autrice:  Maga.
(fonte: chicredicheiosia.blogspot.it)

Fuori dal coro: “Il dolore, la morte di un figlio, le domande che restano…”

Standard

Oggi la terribile notizia nella morte di Habtamu, il ragazzino quattordicenne di cui avevamo parlato su questo blog il 4/06/2012 nella sezione “fuga da casa”. Le righe che seguono sono state scritte dopo aver letto varie testate giornalistiche e il commento di un blog. Ci sembra un po’ semplicistico affermare che ciò che è successo sia legato al suo desiderio di tornare alla terra madre, che i suoi genitori adottivi avrebbero dovuto capire, essere più umili.

I nostri figli racchiudono dolori e segreti che nessuno potrà decifrare con precisione e certezza. Quello che, invece, ci sentiamo di affermare, perchè nato dall’osservazione di tanti nostri adolescenti in sofferenza, è che, molte volte, una grande fonte di disagio deriva da una falsa accoglienza che la nostra società riserva  loro.

Non è detto che ciò sia stato il caso di Habtamu di cui non conosciamo la storia intima. Noi de ilpostadozione ci limitiamo ad esprimere la nostra vicinanza ai suoi genitori nel timido tentativo di alleviare il loro profondo dolore.

.

Entro nei tuoi occhi neri,

ti vedo sereno e penso di conoscerti.

Quando il vento della tormenta si alza

ti perdo di nuovo.

.

Capisco che noi siamo qui

ma non siamo il tuo mondo.

Il tuo mondo è altro.

Possiamo parlarne

costruire ponti

dare significato a ciò che c’è

e a ciò che è lontano.

Possiamo anche dirti che

quel mondo lo amiamo

che siamo arrivati a te

tramite il rispetto e la stima per la tua gente.

.

Forse capisci,

forse ci compatisci.

Sappi solo che tutto è stato fatto con onestà,

quella onestà che in questo drammatico momento

è la nostra forza.

.

Di fronte alla tua risposta risoluta al dolore

rimane la nostra inconsolabile disperazione

e l’eterna domanda:

perchè a te, nostro figlio,

che abbiamo desiderato e amato tanto?