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L’esperto: “La fuga e la ricerca dell’identità personale nel giovane adulto”

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di Maura Brugnoni – Psicologa  e  Psicoterapeuta

(…) A differenza del viaggio, la fuga è una partenza impulsiva, brusca, spesso solitaria, senza una meta precisa, che per lo più si verifica in un clima di conflitto con la famiglia o l’istituzione di cui fa parte il giovane.

La fuga si configura dunque come un agito, cioè un’azione irriflessiva. Rappresenta il desiderio di rottura, la ricerca di una nuova identità, l’opposizione all’ambiente di appartenenza come unica possibilità di affermazione dell’individualità personale. 

Più è grande il conflitto tra il bisogno di appartenenza a un ambiente spesso simbiotico, invischiante, e il bisogno di affermare il proprio sé differenziandosi, più la fuga tenderà ad assumere una forma patologica.Il dubbio e l’incertezza sulla propria identità induce l’adolescente a sentirsi vivo nel momento in cui parte per ricercare delle nuove identificazioni, che non può incontrare nel contesto in cui vive.

Oltre alla fuga da casa, si possono annoverare altre forme, alcune molto recenti, di allontanamento dall’ambiente e dalla realtà quotidiana, quali il mondo virtuale, l’alcool e le droghe, a cui il giovane fa ricorso in misura proporzionale all’intensità del disagio psicologico legato al senso di identità personale.

Nei casi più gravi si può assistere alla fuga dissociativa (allontanamento inaspettato da casa o dal posto di lavoro con incapacità di ricordare il passato e confusione circa le proprie generalità), alla depersonalizzazione (persistente percezione di distacco rispetto ai propri processi mentali e al proprio corpo) o al delirio (alterazione della coscienza che comporta una modificazione percettiva della realtà).

In definitiva, la fuga è una condotta a cui il giovane ricorre per discostarsi da una situazione di tensione, quando non dispone di strategie per affrontare e migliorare in altri modi le proprie condizioni di vita.

Ad adottare sistematicamente questo tipo di risoluzione disfunzionale, sono soprattutto i giovani e gli adolescenti per i quali il conflitto tra dipendenza ed indipendenza risulta più problematico, perché provenienti da un contesto familiare che non ha favorito un attaccamento sicuro, tale da promuovere lo sviluppo di un’identità autonoma.

Paradossalmente, infatti, le fughe sono più frequenti nei ragazzi per i quali il lutto delle immagini genitoriali infantili diviene patologico e, in questo caso, fonte di depressione.

(fonte: sito CERAL)

La fuga di Caty: “Scambio di SMS”

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–         Sono molto triste. Torna a casa. Il saggio lascia casa con un lavoro sicuro e un posto stabile dove andare. Tempo un anno e mezzo, conclusa la scuola, e sarai libera. Torna a casa, non è ancora tempo di andare. Abbi la pazienza di costruire qualcosa prima di andartene. Torna a casa.

–         Sei tu quella che voleva che andassi fuori casa, no? Adesso ci sono, lasciami stare. Martedì me l’hai detto e sono andata da Clara e scommetto che sei stata bene. Non può che farmi piacere. Ciao!

–         Torna a casa con meno arroganza e la convivenza sarà più facile e piacevole. La tranquillità, non chiedo altro. Sei riuscita a gestirti con gli orari, puoi riuscire con la sincerità. La mia rabbia nasce da lì, voglio potermi fidare di te. Dove andrai, poi?

–         Non ho ancora trovato un posto.

–         Torna a casa, quando ti sarai organizzata ci penserai. Ti voglio al sicuro e al caldo, non con il trolley per la strada. Se porti pazienza avrai un futuro pieno di soddisfazione. …ci sono le lasagne della nonna…

–         …….

–         Ho trovato da dormire da un’amica. Rimango da lei finchè non decido. Perché dovrei tornare? Perché domani ho scuola?

–         Perché questa è casa tua finchè non avrai l’autonomia e un posto tutto tuo dove stare. Torna, il portone è già aperto. Tra un po’ arriva anche papà e dimentichiamo questa brutta giornata

–         No, non torno, sto da lei.

La fuga di Caty: “La partenza”

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Caty è uscita di casa con la sua valigia e lo zaino in spalle. Non è la prima volta che assisto a questa scena. Questa volta però c’è qualcosa di diverso. Forse il mio sentire interiore. Forse la sua risolutezza.

–         Sei sicura di quello che stai facendo?

–         Sì.

Mi dispiace per quanto sta accadendo. So che tra qualche giorno non starò bene. Sento anche che doveva accadere e che, se deve accadere, è meglio che accada adesso.  Non so dove ci porterà tutto questo. Se devo essere onesta vedo solo catastrofe.

Caty è arrivata da noi otto anni fa. Aveva dieci anni. Ha degli splendidi occhi azzurri e un sorriso che ammaglia. Ce ne siamo innamorati subito. Non sono stati facili questi otto anni, ma eravamo fiduciosi che avrebbe capito. Avrebbe accettato la nuova famiglia, la nuova città e i nuovi amici. Sottinteso che, per primi, noi avremmo dovuto capire e accettare lei.

Adesso che se n’è andata, capisco che quello che conta non sono le domande tipiche che si pone una coppia che sta per adottare: in quale classe la inseriremo, imparerà presto l’italiano, sarà felice con noi, accetterà il nuovo cibo, saprà amarci? La domanda giusta, quella che determinerà la riuscita di un’adozione è: la nostra potrà diventare una relazione autentica?

Non c’è dubbio che abbiamo fallito. Siamo partiti con l’idea che gli adulti siamo noi. Noi abbiamo azionato la leva dell’iter adottivo. Noi abbiamo deciso di adottare. Noi abbiamo adottato una bimba. Caty, però, non ha mai adottato noi. O meglio, ha accettato la situazione i primi anni del suo ingresso in famiglia, costretta dalla tenera età. Giunta nell’adolescenza, ci ha allontanati sempre di più fino ad arrivare ad oggi, diciotto anni e l’insofferenza di un animaletto selvatico.

Nessuna regola, nessun rispetto, pretese solo pretese. Nessun impegno per la scuola, anticamera di una prospettiva di lavoro per essere libera. No, tutto e subito, senza fatica ed impegno.

Oggi se n’è andata e i libri sono rimasti qua. La sua è una vita impostata ai minimi termini: mangiare, dormire e divertirsi. Le sue amicizie rispecchiano questo vivere ai minimi termini.

Vedo spesso, qui in centro, una donna senza fissa dimora che trascina il suo trolley. Caty se n’è andata con il suo trolley rosso. Spero che la storia non si ripeta. Spero che capisca. Spero che tutto si aggiusti prima che avvenga l’irreparabile.

La fuga da casa: “Forse è arrivato il momento”

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Per una madre non è mai il momento che un figlio se ne vada di casa. Sembra sempre che ci sia qualcosa di più da imparare, qualcosa in più da trasmettere, uno strumento da lasciare in più come dote per affrontare la vita. S’immagina che una figlia se ne possa andare dopo aver trovato la sua strada: avere un titolo di studio o una professione, un lavoro con cui mantenersi. Se poi ci fosse anche un compagno di vita ci sentiremmo più tranquille perché la vedremmo più protetta. Sappiamo bene che la vita reale non è così. I compagni di vita non sempre sono tali e il posto di lavoro a volte una chimera. Ci sconvolge, però, che i nostri figli siano molto spesso  irrequieti sin dalla prima adolescenza, quando le statistiche in Italia danno per certo che una buona percentuale di giovani adulti rimane in famiglia oltre i 30 anni. La crisi economica ha peggiorato questo aspetto.

Molti dei nostri figli, invece, sono trepidanti. L’insofferenza delle regole familiari, la difficoltà a creare un buon rapporto con le figure genitoriali ed adulte fa nascere la necessità di prendere il volo il prima possibile, per dove non si sa. Una cosa ho imparato: i rapporti familiari tra genitori e figli adottivi non sono “classici”.  In alcuni casi non posso pretendere che un ragazzino abituato a razzolare per le strade per sopravvivere sia ligio agli orari canonici di una famiglia o abbia una visione della vita ordinaria. Lo può fare per un certo periodo, per compiacerti, ma prima o poi la sua anima libera si rivelerà. E’ allora che una madre dovrà chiedersi se è arrivato il momento di mollare, per i figli già grandi, intendo. Certo si vorrebbe che la cosa avvenisse in maniera civile. Invece lo strappo non è mai piacevole e molte volte è preceduto da profonde incomprensioni e affermazioni aggressive.

Ci sono vari tipi di fuga: la fuga da casa è la più comune, ma vi è anche la fuga dal rapporto e la fuga dalle responsabilità. Non è detto che un figlio tutto casa e famiglia sia un figlio con la “F” maiuscola: dipende dal rapporto sottostante. Quello, secondo me, fa la differenza e vale anche per i figli bio.

A differenza del mese precedente ci sarà una piccola storiella intitolata “La fuga di Caty”. Caty è una ragazza immaginaria, come la storia,  prototipo di ciò che potrebbe accadere nelle nostre famiglie. Seguiranno via via riflessioni sul tema.