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La fuga da casa. Il punto

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Mamma Lorella ci dà la speranza che tutto abbia un senso e ci possa essere il lieto fine.

Poi c’è mamma Lea che c’informa, senza diretto intervento sul blog, che suo figlio va e viene dalla famiglia a seconda del suo tornaconto creando trambusto e sconquassamenti. Ci ha confortato, allora, la risposta della psicologa alla mamma con la figlia uscita di casa e l’interpretazione laica della parabola del figliol prodigo.

Gli articoli più cliccati sono: “La fuga di Caty: la partenza” e la testimonianza di Darkie dove ci sono anche dei commenti interessanti.

Nei prossimi giorni si aprirà un nuovo capitolo sulle “gravidanze precoci” che dovrebbe concludersi per la fine di luglio.

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La fuga di Caty: “Un nuovo modo di stare assieme”

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Sono passati sei mesi. Siamo riusciti a trovare un minimo di regole di convivenza accettabile: se si impegna a scuola è certo che noi non le stiamo addosso. Ci siamo anche scambiati un po’ di idee sul futuro. Tra un paio d’anni potrebbe avere la sua autonomia economica e, se si sentirà pronta, potrà dividere un appartamento con altre ragazze, stile universitario.

Da parte nostra, abbiamo fatto dei passi avanti. Cerchiamo di non assillarla troppo e cerchiamo di guardare oltre al suo provocatorio disimpegno. Adesso, sapendo che quando sbatte la porta va dalla sua amica, è molto più facile.

Non so se continuerà a funzionare nel medio termine. Inciampando, rialzandoci e cadendo di nuovo abbiamo trovato un nuovo modo di stare assieme.

Mi rendo conto di essere cambiata anch’io. Ora guardo ai ruoli familiari come ad una commedia dove ognuno interpreta la sua parte. Noi adulti, in particolare, non possiamo permetterci di uscire di scena nelle difficoltà. Altrimenti, che adulti saremmo?

Sei mesi fa, nel mezzo della bufera, non avrei ragionato così. Mi accorgo che le tensioni e il conflitto appannano il cervello.

La fuga da casa. Mamma Lorella: “Il ritorno di Connie”.

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“Mia figlia è arrivata in Italia a 15 anni. Relazionarsi con una ragazza di questa età non è semplice. E’ nella piena adolescenza con forte spinta all’autonomia prima ancora di aver messo radici.

Per farla breve, dopo litigi furiosi, aggressioni verbali e profonde incomprensioni, a 17 anni era già fuori casa, ospitata dalla mamma del suo ragazzo. E’ inutile dire che noi non eravamo d’accordo. Da allora i contatti sono stati interrotti eccetto per qualche SMS formale nelle festività. Ci siamo dovuti tutelare perché lasciare andare una minorenne implica delle responsabilità: abbiamo avvisato il Tribunale dei Minori che Connie non viveva più con noi per sua libera scelta. Ormai pensavamo di averla persa.

Dopo circa quattro anni ci chiede di incontrarla. Ne esce una storia al ribasso: ha lasciato la scuola, si occupa solo delle faccende domestiche e, per di più, la trattano male. Era una chiara richiesta di tornare a casa. Devo ammettere che lì per lì non abbiamo reagito con entusiasmo. Raccontandola così possiamo apparire due persone algide, ma, per chi non ci è passato, è difficile capire le forti ripercussioni in famiglia di piatti e scarpe che volano per qualsiasi obiezione sollevata!

L’adozione ci ha sconvolto la vita prima, dopo e adesso…. finalmente abbiamo una figlia! Magari in questi anni di allontanamento abbiamo avuto il tempo di elaborare i nostri sbagli e abbiamo imparato a rapportarci meglio con lei, forse anche lei ha capito che scappare da una relazione non paga.

Ora Connie ha ripreso gli studi e, quando parla con noi dei suoi progetti, cerchiamo di assecondare le sue aspirazioni positive. In fondo dei genitori adottivi che accolgono un figlio grande desiderano in primis un rapporto tra persone civili. Il resto maturerà con il tempo.”

La fuga da casa: “Una possibile interpretazione della parabola del figliol prodigo”

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Quando ci si trova in difficoltà ci si appiglia a qualsiasi cosa ed io ho pensato alla “parabola del figliol prodigo” che conosciamo più o meno tutti.

Prima di tutto il padre non ostacola la partenza del figlio. Lo guarda con preoccupazione, ma capisce che non può vivere al posto suo, non può tenerlo sotto una campana di vetro. La vita fuori casa è più pericolosa senza la dovuta preparazione e maturazione, anche più vera e crudele, maestra in tutti i sensi.

Secondo, la porta rimane aperta. Se torni ti accetterò di nuovo perché, se torni,  hai capito che in questa casa ci sono delle regole e hai deciso di accondiscendere, almeno in parte.

Terzo, torni e cominci a fare il gradasso di nuovo? Sai cosa c’è fuori, l’hai già sperimentato. La decisione dipende solo da te.

Queste valutazioni sono riferite al caso di figli maggiorenni.

Ho visto due film di cui non ricordo il titolo. Nel primo c’era un padre preoccupato per il figlio adolescente e un suo amico gli dice: “Guarda che il prossimo anno va al college e là non lo potrai controllare”. Nel secondo una madre vede partire la figlia ventenne con un ragazzo conosciuto da poco. Si sente fallita nel suo ruolo protettivo e una sua amica le dice: “Tu non hai il compito di trattenerla. Hai il compito di preparare la strada per il ritorno”.

Da mamma adottiva posso dire che forse noi genitori adottivi siamo un po’ apprensivi. Ci facciamo carico di proteggere, tra mille equilibrismi, un “bene prezioso”, forte e fragile nello stesso tempo. Forte perché i nostri figli conoscono cose della vita che noi non possiamo neanche immaginare. Fragile perché sono sempre alla ricerca di quell’amore che non hanno avuto nelle prime fasi della loro esistenza e rischiano di farsi plagiare. Il nostro compito è quello di seguirli con occhio vigile, pretendere il rispetto delle regole con la dovuta flessibilità e prepararli all’autonomia.

Ho la speranza che il rapporto tra genitori e figlio si possa ritrovare alla fine di questo percorso quando, uscito di casa il figlio, verranno meno le conflittualità e ci sarà il vero piacere di ritrovarsi e stare insieme.

La musica del cuore: “Il mondo di Piera”

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Non è propriamente il genere musicale che mi rappresenta, ma proprio per questo l’ho scelto, per aprirmi a qualcosa d’altro che mi facesse capire. Il brano bisogna ascoltarlo un paio di volte per apprezzarlo.

I Prozac+ sono un gruppo musicale pop punk italiano, formatosi nel 1995 a Pordenone. I testi sono spesso basati su storie reali di disagio. I temi (piuttosto pessimisti) ricorrenti sono la droga, la solitudine, l’inconsapevolezza e il malessere. Il CD che li ha fatti conoscere è “Acidoacida” del 1998.

Al di là di tutto, ho scelto questo brano perché il video mi ha catapultato nel mondo giovanile.

 

La fuga da casa: “Nella mente dei ragazzi”

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Da un piccolo sondaggio, senza rilevanza statistica, sono risultate queste motivazioni ricorrenti. L’indagine l’ha fatta Andrea tra le sue amiche, conoscenti e compagne di scuola, adottive e non.

Bene! Allora ragazze, vorrei 10 motivazioni per cui un adolescente vorrebbe scappare o andare via di casa!

S 16 anni: “‎1) i genitori, ‎2) la voglia di libertà, 3) un grande fallimento, 4) la paura di non essere accettato per ciò che si è, 5) la stupidità, 6) una sfida, 7) la voglia di mettersi in gioco, ‎8) dimostrare k ce la si può fare da soli.”

L 18 anni: “Perchè alcuni genitori trattano male i figli o i figli sono pazzi!!”

L 20 anni: “Perchè uno vuole vivere.”

K 17 anni: “Genitori troppo assillanti o che non ti accettano per quello che sei; magari semplicemente perché si vuole provare nuove emozioni.”

L 20 anni: “Nessuna, scappare di casa non serve a nulla.”

M 20 anni: “Perchè sono adolescenti! E’ il classico pensiero, vista l’età, poi passa.”

V 22 anni: “Io ho cominciato a scappare di casa già a 10 anni, ma i motivi sono molti, però penso sempre a “casa dolce casa”.”

E 17 anni: “Perchè non mi accettano”.

G 17 anni: “Brutti rapporti con il/la compagno/a del proprio genitore, in poche parole stanno sul c*** ai figli.”

G 19 anni: “Dò la colpa agli scontri con miei genitori, un po’ alla mentalità conservatrice di paese e un po’ anche a ciò che oggi il mondo non ci offre più. Forse anche per una voglia di indipendenza molto forte.”

D 17 anni: “Scapperei di casa per poter dire: sto vivendo i miei 17 anni al 100% e come cavolo voglio io!”

R 17 anni. “Voglia di evadere, di essere ribelle, curiosità di conoscere il mondo, voglia di mettersi in gioco, abbandonare le difficoltà dell’adolescenza, sentirsi autonomi, sentirsi protagonisti di una nuova avventura.”

C 17 anni: “Paura di affrontare la realtà e deludere i genitori.”

E 18 anni: “Perche è un adolescente! E si sa…l’adolescenza è un periodo difficile! Voglia di libertà, ci si sente già uomini o donne…nessuno ci capisce a quell’età!”

F 20 anni: “1) Essere adottati e capire di non amare al 100% i tuoi genitori; 2) capire che la maggior parte delle persone sono xenofobe; 3) scoprire di essere omosessuale e che esiste anche l’omofobia…. forse sono pochi i motivi per scappare di casa, ma credo che non si debba guardare la quantità, ma la gravità e il peso che hanno questi motivi per ciascuna/o di noi.”

S 18 anni: “Non sono d’accordo sulla prima motivazione. Poi dipende, se un ragazzo viene adottato e non ama i suoi genitori vuol dire che ci sono altri motivi più profondi.”

A 15 anni: “Perché casa non è più casa, non è più il posto in cui sei protetta, amata e accettata per la persona che sei veramente e il posto in cui vivi diventa un posto dove devi imparare a sopravvivere.”

S 17 anni: “Perchè non vengono ascoltati dai genitori…si sentono soffocati…vogliono evadere dalla solita monotonia…e poi perchè possono avere anche dei problemi di relazione e tendono a scappare da tutto e da tutti. Ciao!”

B 18 anni: “Perché in giro, dove sono stata, ho trovato lavoro subito e poi perche mi trovo meglio con mio padre, qui non ho lavoro e mi tocca subire mia mamma: è già tanto che le dico ciao di giorno, buonanotte di notte o la saluti di mattina presto.”

L :‎1. indipendenza
2. autonomia
3. libertà
4. casa, lavoro, fidanzato/a senza rotture
5. silenzio
6. tranquillità
7. senza coprifuoco
8. responsabilità
9. più spazio più tempo
10. il tuo mondo come lo vuoi te, giusto o mi sbaglio?

M: “Sentirsi grandi quando in realtà sono bambinette?”

L: “Anche se hai 14 anni devi imparare ad essere grande psicologicamente.”

M: Si ma dipende dalle situazioni di ognuno…”

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E’ interessante notare come tra i sedicenni ci siano motivi di ribellione e conflittualità , mentre per i ventenni si risolva con

– È una gran cavolata

– Si può fare, ma poi è meglio tornare a casa

– Fuggire non serve a niente.

La fuga da casa: “Nella mente dei genitori”

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QUANDO IL FIGLIO E’ MINORENNE:

-Lo dobbiamo trovare a tutti i costi

-Siamo molto preoccupati, è piccola e indifesa

-E’ una questione di vita o di morte

-Povero piccolo chissà come si sentirà solo

-Speriamo che non faccia brutti incontri

-Non ce la facciamo ad aspettare le 24 ore canoniche prima di chiamare la Polizia

-Telefoniamo ad amici e parenti

-Ho bisogno di un tranquillante

……………………….

                                                                            

 

 

 Donna che piange, Picasso

 

 

 

 

SE IL FIGLIO E’ MAGGIORENNE:

-Si trovava male con noi

-Non siamo stati capaci di fargli capire il significato di famiglia

-Che fallimento!

-Sarà in grado di cavarsela?

-Forse dovevamo stringere i denti e dargli ancora tempo per maturare

-Non l’ho mai sentito completamente mio

-Ci ha sempre trattato come degli estranei

-Vuole solo metterci alla prova, in realtà ha ancora bisogno di noi

-Non abbiamo trovato la chiave per entrare nel suo mondo

-Forse siamo stati troppo rigidi….ma ce ne ha fatte passare di tutti i colori!

-Lasciamolo riflettere

…………………………

……

La fuga da casa. Papà Mario: “La poca delicatezza dei mass media”

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“La notizia del ritrovamento (di Habtamu) fa ovviamente molto piacere e, devo dire, me l’aspettavo. Vorrei però evidenziare una cosa. Un conto è scrivere sul giornale: “Marco si è allontanato da casa, ha 13 anni, è alto170 cm, porta gli occhiali e una felpa verde: chi lo avesse visto può contattare i carabinieri.” Un altro conto è scrivere: “Marco, tredicenne problematico in quanto adottato nel 2007 e con difficoltà di integrazione in quanto di colore, si è allontanato da casa e voleva tornare in Etiopia, che lui diceva essere la sua vera casa. I poveri genitori sono disperati. Ha una felpa verde e chi lo ha visto può contattare i carabinieri”.

Come ho scritto, ogni anno si allontanano volontariamente da casa centinaia di minori (perlopiù adolescenti come il ragazzo in questione): ognuno di loro ha qualche serio problema in casa, a scuola, con se stesso, con la ragazza/o altrimenti sarebbe rimasto a casa sua. E’ peraltro poco interessante sapere cosa frulli per la testa dei ragazzini: questo voleva tornare in Etiopia, quell’altro voleva ritornare dalla ragazzina conosciuta a Tropea, quell’altra voleva scappare dall’insegnante di lettere e dai compagni che la sfottevano perchè sovrappeso.

Quello che conta è ritrovarli in fretta (quasi tutti vengono ritrovati in fretta) senza far loro danni aggiuntivi come pubblicare sul giornale i loro dati sensibili che nella migliore delle ipotesi restano in circolazione su internet per anni.”

(fonte: Forum Milano – corriere.it)

Cronaca: “La fuga di Habtamu”.

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Alcune parti dell’articolo di Ferdinando Baron

«Mamma, perché io? Non potevo rimanere in Etiopia? Perché avete scelto me?». Domande angoscianti per un ragazzo e per i genitori adottivi.

Eppure cominciava a porsi questi dilemmi Habtamu Scacchi, 13 anni, residente a Paderno Dugnano, scomparso da Pettenasco, in provincia di Novara, la sera di mercoledì 4 gennaio. Si rivolgeva a mamma Giulia e papà Marco, ma soprattutto a un amico sacerdote con cui si confidava. Cercare di capire qualcosa di più sulle proprie origini. Potrebbe essere questo il motivo, o uno dei motivi, che hanno spinto l’adolescente ad allontanarsi, proprio durante il periodo delle feste, dai genitori e dalla casa di vacanze sul lago d’Orta. (…).

Di certo si sa che il ragazzino ha comprato un biglietto ferroviario chilometrico all’edicola del paese. (…) Habtamu ha sempre dimostrato di essere più maturo della sua età. Ai militari i genitori hanno confidato che ultimamente il loro figlio si poneva molte domande sulle proprie origini ed erano sorte delle difficoltà di integrazione. Habtamu però non disdegna la solitudine e ama fare lunghe passeggiate col suo zainetto, da solo. Anche il giorno della scomparsa era uscito per un’escursione. O almeno così credevano mamma e papà. Poi alla sera non è rientrato. E il suo cellulare risulta spento da ore.

(fonte: corriere.it)

La fuga da casa. Mamma Giulia: “E’ scappata di già?”

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Mia figlia, 12 anni, è scappata di casa, bigiando la scuola un normale lunedì mattina. Siamo andati a recuperarla a Bologna, noi che viviamo a Milano! L’amica voleva scappare di casa perchè verrà bocciata e così hanno deciso di vivere in libertà senza gli adulti e le loro regole. Molti di quelli con cui ne ho parlato (psicologi, genitori e insegnanti) mi hanno detto: “Ah, l’ha fatto di già? Un po’ presto, ma niente di nuovo!”

 (fonte: it.sociale.adozione)

La fuga da casa. Papà Piero: “Per fortuna il Vietnam non è dietro l’angolo”

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“Mia figlia, 10 anni, nei momenti di incazzatura minaccia di scappare di casa e di andare in Vietnam. I riferimenti li ha tutti. Per fortuna il Vietnam non è dietro l’angolo…. ma durante l’adolescenza (ormai alle porte) le bimbe-ragazze-donne fanno delle cose da incoscienti ….”

(fonte: it.sociale.adozione)

La fuga da casa. Film: “I quattrocento colpi” di François Truffaut (1959)

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L’immagine che mi è rimasta dentro è questo ragazzino che scappa e corre verso il mare. E’ stato il primo film che ho visto sui preadolescenti difficili e mi ha lasciato una grande poesia con retrogusto di amarezza. Merita di essere preso in considerazione.

Il piccolo Antoine, quasi ignorato da genitori distratti, risponde a un’evidente mancanza di affetto con atti di ordinario rifiuto delle consuetudini civili e finisce in riformatorio.

Per chi ama i bambini e l’arte di raccontare il loro mondo di Truffaut

La fuga di Caty: “Il patto”

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Ci sono tre amiche di Caty di là. In questa settimana ho cercato di andarle incontro evitando qualsiasi conflitto. Non ho mancato, però, di esprimere le mie ragioni al bisogno.

Ad esempio, porta l’amica a casa, mettono a soqquadro la stanza da letto e, ad una settimana, non c’è alcun segnale di riordino. Stasera mi porta a casa altre tre amiche.

Ho stabilito un patto: domani tutto in ordine altrimenti le amiche qui non entrano. Si avvererà qualcosa di positivo? L’ho detto con calma, ma quanta fatica!!!

La fuga da casa. L’esperto: “Adolescenza. Prospettiva per genitori”

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di Franco Carola – psicologo 

Sono stati selezionari i passaggi più importanti. Chi vuole leggere l’articolo completo veda la fonte.

L’adolescenza di un figlio viene spesso accolta con un misto di curiosità e apprensione. I cambiamenti fisici e gli assestamenti emotivi in atto nella progenie sono sovente imperativi e categorici, non lasciano molto spazio e tempo a riflessioni di sorta.

L’urgenza di capire “cosa stia accadendo” diviene priorità assoluta.

Se spostiamo il vertice di attenzione di questo ricco e problematico passaggio di crescita e focalizziamo la nostra attenzione non più sul figlio, ma sui genitori, potremmo incontrare differenti e intriganti ambiti di approfondimento, di cui due particolarmente ricchi di spunti di riflessione.

(…) È sempre necessaria la chiarezza su chi sia il genitore e chi l’adolescente!

Il figlio rischia di vedersi negare la possibilità di entrare in un sano conflitto col genitore, momento di profonda affermazione di Sé e delle proprie distintive caratteriali.

L’adolescenza di un figlio adottivo, poi, necessita più che mai di attualizzare e manifestare tale conflittualità; essa si configura come una maniera naturale per cercare una risoluzione profonda e definitiva dei conflitti intrinsechi alla propria condizione di non consanguineità.

Il momento del “litigio”, del “non sono d’accordo”, “non mi riconosco come tuo figlio”, tanto temuto dal genitore, è un passaggio essenziale nella definizione di una nuova, sana identità del giovane che si affaccia all’età adulta; è un sistema per superare quella dicotomia tra il “sono figlio vostro” e il “sono figlio di un abbandono”, per giungere a un “io comunque esisto e sono grato per ciò che sono”.

Parimenti, genitori che abbiano attraversato l’adolescenza senza scioglierne i principali cardini psicoaffettivi e le relative problematicità, potrebbero rifiutare i cambiamenti che vanno manifestandosi nel figlio svalutandone il processo di crescita o rendendosi particolarmente ostili a ogni tentativo di quest’ultimo di creare un dialogo “tra adulti”. È questo il caso in cui vediamo genitori completamente insensibili ai messaggi di aiuto lanciati dai propri figli o, nel caso di figli adottivi, di padri e madri che “delegano” alla questione dell’adozione tutte le problematicità che emergono nella vita del giovane. Ridurre ogni problema a una questione legata all’adozione determina il rafforzamento, nell’identità del giovane, di un “Io”la cui esistenza è legata solo alla propria condizione di stirpe e non a quanto si sta sviluppando in lui come essere umano. Rispondere a un comportamento aggressivo, ad esempio, “leggendolo” come frutto del fatto che “lui è adottato e ci aspettavamo avrebbe creato problemi”, si pone come un vero e proprio diniego assoluto del problema. Tale situazione, più comune di quanto non si pensi, reca in se stessa una profonda svalutazione dell’adolescente adottato che vede d’innanzi a sé i propri cari in una posizione altamente difensiva; qui si produce un ulteriore strappo e la possibilità di una crisi totalmente irrisolvibile: una frattura intrafamiliare insanabile.

L’etimologia del termine adottare (dal latino optare, cioè scegliere, preceduto dal rafforzativo ad) indica la dimensione della scelta, intrinseca alla costituzione di un patto genitoriale di tipo adottivo.

Anche il figlio è chiamato nel tempo, soprattutto in adolescenza, a effettuare una scelta e decidere di essere figlio di quei genitori. In tale senso il legame familiare va visto in termini di “patto”, termine che richiama ad aspetti paritetici di etica del legame.

La coppia, in concomitanza con l’entrata del figlio adottato in adolescenza, spesso riattraversa le motivazioni che l’hanno spinta alla scelta adottiva. Le verifiche alle quali è di continuo sottoposta dal figlio, il quale spesso nega ai propri cari un esplicito riconoscimento per gli sforzi fino ad ora compiuti nel creare un giusto e solido legame familiare, mettono a dura prova entrambi i genitori; essi si trovano a doversi interrogare nuovamente sulle scelte compiute e sui numerosi dubbi e paure già presenti ed elaborati nel periodo di attesa di abbinamento con il figlio. Tornano a galla fantasmi circa la provenienza di stirpe, domande circa le somiglianze genetiche, dubbi circa la propria adeguatezza a coprire il ruolo genitoriale. E anche quando tutte le questioni citate non apparissero spontaneamente, ci penserebbe il figlio a ricordarle attraverso le sue crisi improvvise, i suoi comportamenti non sempre prevedibili, i suoi richiami talvolta drammatici.

La coppia rischia di scoppiare sotto il peso di atmosfere cupe, drammatiche, ostili,alle volte insostenibili. I genitori cercano una strada di comunicazione col proprio figlio e si trovano a dissentire sul comportamento del coniuge: “volano” accuse, insulti, richiami a una maggiore maturità ecc.

La coppia attraversa una profonda mutazione: cresce insieme al figlio, ridiscutendo se stessa, la cultura familiare creata e sostenuta fino ad allora, i capisaldi del progetto che l’ha portata ad avvicinarsi a un progetto adottivo. I radicali cambiamenti di questo periodo possono sembrare prove troppo dure, tanto che alcuni genitori attraversano profondi stati depressivi, a volte rabbiosi e dolorosi. Il coniuge rischia di non essere più valido sostegno e le sensazioni di solitudine prendono spazio.

Ma questo è ciò che anche il figlio sperimenta! La sensazione di non appartenenza, di dover creare una nuova identità dal nulla o da uno strappo originario, provoca vissuti di solitudine profonda che figli e genitori condividono, il più delle volte inconsapevolmente.

Una madre che si sente sola e scoraggiata, un padre che prova emozioni altrettanto forti e un figlio che si vive solo contro il mondo. È dall’incontro di queste tre solitudini che rinasce la famiglia, luogo sicuro dove potranno rincontrarsi tutti e tre come adulti. Tre persone rinnovate che condividono una nuova consapevolezza di sé e dei propri amati.

Vi è un’unica certezza circa questo critico passaggio familiare: l’adolescenza finisce!

E quando ciò accade, il più delle volte si scoprirà che l’amore tra i membri della famiglia è stato rinnovato, riconfermato e non sarà più messo in dubbio!

(fonte: genitorisidiventa.org)

La fuga da casa. Il personaggio: “Rosaria Costa, vedova Schifani”

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Questa settimana c’è stato il ventesimo anniversario della Strage di Capaci  (23  maggio 1992-2012).                            

Si lo so, non c’entra niente con il post-adozione, ma non possiamo dimenticare Giovanni Falcone e la sua scorta.

Rosaria Costa è rimasta vedova poco più che ventenne, mamma di un bimbo di quattro mesi.  Poteva lasciarsi andare e sprofondare nella sua solitudine e dolore. Non è un po’ quello che è successo ad alcune madri biologiche dei nostri figli? Lei ce l’ha fatta con la sua forza e l’appoggio delle persone che l’hanno amata.

Se n’è andata Rosaria, se n’è andata dalla sua città per rifarsi una vita, per crescere suo figlio lontano dalla mafia. Si può dire che è  fuggita da Palermo, ma è sempre tornata con la testa  per cercare  verità e giustizia.

Ecco il filo conduttore che ci accomuna a Rosaria: la lotta contro l’ingiustizia.

La fuga di Caty: “Tecniche di visualizzazione”.

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Immaginiamo che la figlia della mia amica sia come Caty, cosa le consiglierei?

 “Lascia accadere le cose. Se verrà bocciata prenderete provvedimenti.

Adesso proponile solo qualche sana riflessione.

Osserva quello che fa, ma non infastidirti.

Continua le tue attività senza farti distogliere da lei.

Pretendi educazione e il rispetto dei patti”.

La fuga di Caty: “Dovremo prendere una decisione”

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Sara, com’era ovvio, si è fermata anche a pranzo così non abbiamo ancora parlato. Alle quattro sono uscite di nuovo e mentre sto scrivendo ricevo una mail dove mi avvisa che non rientrerà prima delle dieci.

Questa è la vita di Caty: cazzeggio, strada, frequentazioni discutibili. Non si capisce cosa intende fare della scuola, tre insufficienze nel primo trimestre. Lavoricchia nel fine settimana ma non è un lavoro che si potrà trasformare in stabile.

Ricominceremo di nuovo con lo strascicare le giornate tra letto, computer, cellulare e TV? Mi dispiace, non ce la faccio. Preferisco una soluzione definitiva. Vedremo se nei prossimi giorni si potrà fare il punto della situazione con lei.

La fuga da casa. L’esperto: “Riconoscere il dolore di diventare grandi”

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di Gustavo Pietropolli Charmet (psichiatra) e Loredana Cirillo (psicologa)

Agli esperti in materia di adolescenza che ogni giorno incontrano genitori e figli nel trambusto delle vicende evolutive adolescenziali, sono cari i temi della protezione e dell’emancipazione, concepiti come due facce della stessa medaglia. (…) Ma si tratta anche di un duplice compito che spetta ai genitori assolvere: svolgere una funzione protettiva che non sia troppo ingombrante o di ostacolo alla necessità di favorire l’autonomia e l’evoluzione.

 Proteggere senza ansia

 (…) Per svolgere una reale funzione protettiva senza cadere nel controllo ansioso e controproducente, ai genitori cerchiamo di rispondere incoraggiandoli ad accettare loro per primi l’idea che sia doloroso crescere. Ci sembra che si lavori educativamente in modo più efficace se si riesce a condividere il dolore dei figli dovuto ai molti lutti che l’adolescenza comporta di elaborare: fine dell’infanzia, dell’onnipotenza, della tutela, del gioco creativo e di finzione per affrontare invece la grande solitudine, la sfida della costruzione di nuove relazioni di amicizia e di amore, col rischio di molti insuccessi.

 Le madri e i padri che “sanno” che la crescita comporta lo sviluppo della capacità di elaborare il dolore, non ridicolizzano la fatica dei figli e la loro ricerca di anestetici, di illusioni, di scorciatoie ma li sostengono nella ricerca delle nuove verità affettive, tollerando loro per primi il rischio che la separazione dal conosciuto comporta. (…) La funzione protettiva dei genitori diventa credibile e ricercata da parte dei figli se sono loro a garantire una discreta elaborazione del dolore e la motivazione a farlo diventare una risorsa per lo sviluppo dell’attività creativa; altrimenti i figli si rivolgono altrove e con i genitori fingono di crescere in anestesia emotiva. Alle madri e ai padri consigliamo di tener duro, se vogliono proteggere i figli dalle seduzioni del contesto narcisistico e dalla società dell’annullamento dei valori etici a favore dei valori estetici, sull’etica della responsabilità. Lo sviluppo della responsabilità svolge un’essenziale funzione protettiva nei confronti dei rischi di arruolamento del figlio nel casting dei ragazzi alla ricerca della visibilità a tutti i costi, compreso quello del tradimento del mandato familiare. (…) 

 Per poter dialogare con i figli e farsi spiegare cosa stia realmente succedendo nella loro mente e nelle loro nuove relazioni è necessario tenere aperto un canale di dialogo e ciò significa tenere basso il livello del conflitto all’interno della famiglia: se il conflitto si innalza troppo si odono solo rumori e non si capiscono più le parole e i silenzi. Se si combattono frontalmente le temporanee ideologie della crescita si rischia di non riuscire a svolgere l’essenziale funzione di donare senso, di garantire l’esistenza del tempo futuro, di far capire che si può ammettere l’importanza della bellezza, che si è in grado di familiarizzare il gruppo degli amici e il partner di coppia, svolgendo così anche nei loro confronti una utile funzione protettiva.

 Riuscire ad annettere questi aspetti all’interno della relazione, senza farci la guerra, significa legittimare il percorso di sviluppo del proprio figlio adolescente, garantendosi così non solo la propria presenza e la possibilità di partecipare senza essere tagliati fuori, ma addirittura un posto a sedere tra le prime file dello spettacolo che riguarda la loro crescita. Spesso le maggiori difficoltà educative e affettive, i più acclamati scontri tra genitori e figli adolescenti si condensano proprio attorno a quella linea sottile e spesso impalpabile che separa i confini esistenti tra la funzione protettiva e la spinta all’autonomia, alla crescita, all’emancipazione che ogni genitore sente di dover esercitare, a cui sente di dover dare ascolto.

 (…) Comprendere la mentalità, intercettare i codici attraverso cui prende parola e forza la spinta alla crescita dei moderni figli adolescenti, costituisce il principale fattore protettivo e insieme emancipativo, ovvero in grado di dare maggiori garanzie che si possa crescere senza troppi e gravi intoppi.

 Ma com’è questa mentalità, che faccia ha? E soprattutto quali sono in linea di massima gli aspetti che ormai sono entrati a far parte di questa moderna fisiologia? (…) Crescere per un adolescente contemporaneo significa innanzitutto riuscire a costruire un Sé sociale dalla forma accettabile, meglio ancora se ammantato di un riflesso splendente in grado di garantire consistenti quote di successo. Un Sé sociale quindi in grado di attivare il plauso degli adulti e dei coetanei che abitualmente incontra a scuola, nello sport, nei vari gruppi e sottogruppi sociali con cui si trova a confrontarsi. (…) Ha bisogno di tanti specchi sociali quante sono le persone che incontra, solo così potrà ottenere conferme della sua straordinaria unicità e del suo valore.

 (fonte: genitoriche.org)

La fuga di Caty: “Di nuovo qui”

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Dopo mille scambi di SMS, Caty è tornata. Ha buttato tutto nella sua stanza, si è fatta una doccia veloce e se n’è andata di nuovo senza dire una parola.

Mio marito ed io eravamo preparati. Abbiamo continuato le nostre attività come se niente fosse. Al suo saluto abbiamo iniziato a preparare la cena.

E’ rientrata alle due e una quarto di notte con l’amica Sara che si è fermata a dormire da noi, giusto per avere il terzo incomodo che non consentisse uno scambio di idee chiaro e trasparente.

Ci metto la testa che in questa settimana è stata da Sara che le ha fatto da spalla parlandomi di un’altra amica che le avrebbe dato ospitalità.

Quante balle! Da mesi ne sono sommersa.

La fuga di Caty: “Possiamo parlare?”

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–         Perché non rispondi al telefono? Almeno passa da casa che ci parliamo. Come possiamo risolvere le incomprensioni se non ci parliamo? Ogni volta che c’è stato un problema abbiamo sempre trovato una soluzione. La troveremo anche questa volta.

–         Sono fuori città e non ho tempo.

–         Sai che ci teniamo a te.

–         Sei tu che mi hai detto di andare via.

–         Ero molto arrabbiata: tre giorni a casa di Sara senza avvisare e farti sentire. Sfido qualsiasi madre a non arrabbiarsi.

–         Non è la prima volta che lo fai.

–         Ho sbagliato, ma si dà una possibilità anche al peggiore dei malandrini. Sai bene che se fissiamo un patto lo mantengo. Bisogna però parlarsi. Decidi tu quando.

–         Domani torno in città.

La fuga di Caty: “Telefonata all’amica del cuore”.

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–         Pronto Sara? Sono la mamma di Caty? Mi sapresti dire dov’è? E’ da giorni che la cerco, ma non risponde al telefono.

–         Non la vedo da un po’. L’ultima volta era a casa di Clara.

–         Potresti parlarle tu? Dille di farsi sentire. Se non si parla non si può chiarire la situazione. In fondo tutto questo si è creato perchè mi ha detto che veniva a casa tua una sera, invece è rimasta tre notti senza avvisarci e senza farsi sentire. La stessa cosa l’aveva fatta la settimana prima piazzandosi a casa di Valeria. Per me è maleducazione e domenica ero molto incavolata. Si, le ho detto di andarsene se non accettava le condizione di un’educata convivenza familiare. Ma, sai bene anche tu che sei figlia e hai una madre, che certe esplosioni sono passeggere, poi bisognerebbe cercare il dialogo. Lei invece fugge.

–         Glielo dico sempre anch’io, ma non capisce. Comunque proverò a chiamarla e a parlarle. Ci sentiamo.

L’esperto: “Adolescente in fuga – lettera di una madre”

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Cara dottoressa, sono una madre di 45 anni con una figlia quasi di 20 che circa 2 anni fa ha iniziato a dire che la limitavamo (io e il padre) nelle sue scelte (ha sempre fatto tutte le attività ricreative che chiedeva senza continuità). A casa si isolava nella sua camera davanti al PC chattava e pensava alla musica, anche se le chiedevo di fare ordine, mi ignorava. Diceva che l’università l’avrebbe fatta in un’altra città per fuggire da noi, ma la cosa è sfumata per vari motivi. Nel frattempo ha conosciuto un coetaneo che lavora e abita da solo, dopo 2 mesi ha detto che non poteva fare a meno di lui e che sarebbe andata a conviverci. Siamo riusciti a dissuaderla ma dopo un ennesimo litigio, ci ha detto che non sarebbe più tornata perchè non la capiamo e questo lo sappiamo perchè l’abbiamo chiamata noi al telefono. Se le concediamo un dito prende tutto il braccio, se neghiamo dice che la soffochiamo, si crea un mondo di false verità in cui vive, scoperta nega dando goffe giustificazioni.

 Risponde la psicologa

Cara Signora, dalla sua lettera si evince che sua figlia ha iniziato due anni fa ad esprimersi attraverso le classiche reazioni degli adolescenti e spesso, per raggiungere l’autonomia, i ragazzi hanno bisogno di contrapporsi a coloro che vengono ritenuti “nemici”. E spesso i genitori, per non sentirsi respinti, reagiscono concedendo e cedendo ad ogni richiesta. L’adolescenza è il periodo più critico sia per i ragazzi sia per i genitori; questi ultimi hanno una grande responsabilità e devono continuamente bilanciare stati emotivi contrapposti. Gli adolescenti che hanno questa esigenza di rendersi indipendenti (cerchiamo di ricordare come eravamo noi alla loro età) hanno modalità espressive anche molto provocatorie. L’adulto ha il compito di accompagnare la crescita, aiutando a far emergere sempre più una capacità riflessiva, il sapersi mettere nei panni degli altri, nell’ascolto delle proprie emozioni e di quelle degli altri. Si devono sanzionare i cattivi comportamenti e non la persona alla quale si deve sempre dare fiducia per un possibile cambiamento. Quando i ragazzi sentono che dietro la fermezza c’è l’amore, facilmente poi riescono a riprendere i rapporti interrotti. Non abbia timore, dimostri il bene e comunichi la capacità di attendere. Vigili comunque da lontano per sapere che non siano state intraprese strade cattive. Se i ragazzi lavorano e sanno mantenersi senza il bisogno di mamma e papà è un buon segno. Attenda fiduciosa. Auguri.

(fonte: oggi.it)

La fuga da casa. Darkie, 21 anni: “Alla ricerca della libertà”

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“Da figlio adottivo capisco benissimo il desiderio di fuga: è dettato dall’incomprensione; quando uno si sente così non fa altro che cercare la cosa più istintiva in qualsiasi animale, la libertà. E perchè il 70% delle volte si torna indietro??? Perchè non si è in grado di autogestirsi!! Quindi, ripensandoci su, tutti quelli che sembravano problemi insormontabili, diventano solo fastidi in confronto a una casa calda, un letto, la tv, il computer, ecc…

 Questo però non vuol dire che il problema sia risolto, è stato solo rimandato, messo da parte…ma è solo una bomba ad orologeria, che è pronta a riscoppiare da un momento all’altro se non affrontata alla radice! Come una bomba, puoi tagliare i fili per renderla inoffensiva, ma chiunque può ricollegarla rendendola nuovamente attiva….

 E allora pongo una domanda che feci un po’ di tempo fa a mia mamma sulla quale vorrei che tutti riflettessero: “E’ giusto imporre ad un figlio adottivo di adattarsi ai genitori, o sono i genitori che si devono adattare a lui?”

 So che è una domanda molto arrogante e supponente…ma dato che da ragazzi adottati ci si sente spesso come “merce acquistata o acquisita” (perchè indicati o derisi da coetanei così….) SE TU ACQUISTI UNA MAGLIETTA CHE TI PIACE MA NON TI VA BENE ADDOSSO, LA CAMBI E NE PRENDI UN’ALTRA, NO?“… ecco, allora che ci si sente così, come quella maglietta, ogni volta che facciamo qualcosa che NON VA BENE…e allora ci si chiede: “Perchè mi avete voluto portar via da dov’ero se poi non vi va bene quello che faccio???”

 (fonte: forum AFAIV)