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Colombia. Il personaggio: “Gabriel García Márquez “

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“Cent’anni di solitudine” è stato il libro preferito dei miei trentanni. Ho amato la fantasia di Marquez e le descrizioni, a volte crude, della sua gente. Tramite lui mi sono avvicinata all’America Latina. E un giorno, dall’America Latina è arrivata mia figlia….

Con la sua lettera testamento agli amici, che esprime tutta la profondità e l’esperienza di vita di questo scrittore colombiano, chiudiamo la sezione Colombia.

SE DIO….

Se per un istante Dio si dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi facesse dono di
un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto ciò che penso, ma penserei a tutto ciò che dico.
Valuterei le cose, non per il loro valore, ma per ciò che significano.
Dormirei poco, sognerei di più, essendo cosciente che per ogni minuto che teniamo gli occhi
chiusi, perdiamo sessanta secondi di luce.
Andrei avanti quando gli altri si ritirano, mi sveglierei quando gli altri dormono.
Ascolterei quando gli altri parlano e con quanto piacere gusterei un buon gelato al
cioccolato.

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Se Dio mi desse un pezzo di vita, mi vestirei in modo semplice, e prima di tutto butterei me
stesso in fronte al sole, mettendo a nudo non solo il mio corpo, ma anche la mia anima.
Dio mio se avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei l’arrivo del sole.
Sulle stelle dipingerei una poesia di Benedetti con un sogno di Van Gogh e una canzone di
Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.
Annaffierei le rose con le mie lacrime per sentire il dolore delle loro spine e il rosso bacio
dei loro petali.

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Dio mio se avessi un pezzo di vita, non lascerei passare un solo giorno senza dire alle
persone che amo, che le amo. Direi ad ogni uomo e ad ogni donna che sono i miei prediletti
e vivrei innamorato dell’amore.
Mostrerei agli uomini quanto sbagliano quando pensano di smettere di innamorarsi man
mano che invecchiano, non sapendo che invecchiano quando smettono di innamorarsi!
A un bambino darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo. Ai vecchi insegnerei
che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con la dimenticanza.

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Ho imparato così tanto da voi, Uomini… Ho imparato che ognuno vuole vivere sulla cima
della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel come questa montagna è stata
scalata.
Ho imparato che quando un neonato stringe per la prima volta il dito del padre nel suo
piccolo pugno, l’ha catturato per sempre.
Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo solo per
aiutarlo a rimettersi in piedi.
Da voi ho imparato così tante cose, ma in verità non saranno granchè utili, perchè quando
mi metteranno in questa valigia, starò purtroppo per morire.
Dì sempre ciò che senti e fa’ ciò che pensi.

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Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti guardo mentre ti addormenti, ti abbraccerei
fortemente e pregherei il Signore per poter essere il guardiano della tua anima.
Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti darei un
bacio e ti chiamerei di nuovo per dartene altri.
Se sapessi che oggi è l’ultima volta che sento la tua voce, registrerei ogni tua parola per
poterle ascoltare una e più volte ancora.
Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti che ti vedo, direi “ti amo” e non darei
scioccamente per scontato che già lo sai.
Sempre c’è un domani e la vita ci dà un’altra possibilità per fare le cose bene, ma se mi
sbagliassi e oggi fosse tutto ciò che ci rimane, mi piacerebbe dirti quanto ti amo, che mai ti
dimenticherò.

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Il domani non è assicurato per nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l’ultima volta
che vedi chi ami. Perciò non aspettare oltre, fallo oggi, perchè se il domani non arrivasse,
sicuramente compiangeresti il giorno che non hai avuto tempo per un sorriso, un abbraccio,
un bacio e che eri troppo occupato per regalare un ultimo desiderio.
Tieni chi ami vicino a te, digli quanto bisogno hai di loro, amali e trattali bene, trova il
tempo per dirgli “mi spiace”, “perdonami”, “per favore”, “grazie” e tutte le parole d’amore
che conosci.
Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi al Signore la forza e la saggezza per
esprimerli. Dimostra ai tuoi amici e ai tuoi cari quanto sono importanti.

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Gabriel García Márquez

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Colombia. Col senno di poi…

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“Non è raro che i poveri vengano privati anche della dignità di interrogarci sul perché della loro povertà. Li convinciamo che l’errore non sia nella nostra mancanza di risposte, ma nelle loro domande sbagliate, impertinenti, superbe, peccaminose. L’ideologia della classe dominante persuade le vittime che chiedere ragioni sulla loro miseria e sulla ricchezza degli altri è illecito, immorale, magari irreligioso.

 

Quando i poveri, o chi dà loro voce, smettono di porre a loro stessi, agli altri e a Dio le domande più vere e radicali, che nascono dalla loro condizione oggettiva e concreta, e si tacciono o ne formulano di più gentili ed innocue, la loro schiavitù inizia a diventare irreversibile.

 

Si può sempre pensare di liberare noi stessi o qualcuno da una trappola di povertà materiale, morale, relazionale, spirituale finché continuiamo a chiederci perché.” – Luigino Bruni, esperto di economia sociale.

Colombia. Cesar, 29 anni: “La ricerca delle origini e l’amore per il mio paese”

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Abbiamo incontrato Cesar che è un ragazzo colombiano, adottato, ritornato a vivere nel suo paese natale. Vi raccontiamo la sua storia tratta dal suo sito personale http://cesarbucci.me/. Cesar ama molto il suo paese ed è a disposizione di chi vuole informazioni sulla Colombia.

La mia vita è influenzata da un evento molto importante: la mia adozione. Sono nato a Villavicencio – Colombia – nel 1986 e sono stato lasciato da mia madre prima del mio secondo anno di età. Sono stato adottato nel 1988 e questo evento è stato per me un trauma: da allora sono vissuto cosciente che l’Italia non era il mio paese, che provenivo da un altro posto. Sono cresciuto con una domanda insistente, desideravo sapere perché mia madre mi aveva lasciato. I miei genitori adottivi mi spiegavano che era stata una necessità. In Colombia la vita era dura, la gente povera e affamata. Inoltre mia madre non aveva i mezzi per avere cura di me e per questo ha fatto questa scelta. Nonostante i loro sforzi c’erano ancora dei dubbi che mi giravano nella testa: perché se la gente moriva di fame nella mia famiglia si sprecava cibo? Che cosa avevo perso e che cosa potevo fare io per il mio paese, considerando, adesso, la mia posizione fortunata? Queste domande e il desiderio di conoscere il mio paese natale mi portarono a saperne di più e ad aiutare la mia gente. Inoltre, intorno ai 13 anni, capii che, era vero, mia madre mi aveva lasciato, ma il suo era stato l’atto di amore più grande del mondo: “Lasciare qualcuno che si ama per il suo bene”.

A 21 anni sono partito per la Colombia, assecondando i miei desideri e necessità, per conoscere il mio paese e cercare mia madre biologica. Desideravo ringraziarla per il suo atto di amore. Nei mesi a seguire ho iniziato ad imparare lo spagnolo e da lì a poco iniziai la ricerca. Non l’ho incontrata, ma ho conosciuto la verità: mia madre era una prostituta che era stata messa in carcere. La signora che si occupava di me, allora, decise di portarmi in istituto (ICBF) e da lì sono stato fatto adottare. Mai mi dimenticherò l’incontro con quella signora che si era presa cura di me al posto di mia madre: ero senza parole e incapace di formulare qualsiasi pensiero al di fuori di un martellante “L’ho incontrata”.

Soddisfatto e con desiderio di conoscere di più il mio paese mi sono stabilito a Bogotà per studiare “Trabajo Social” e poi “Cine y Televisión” all’Universidad Nacional de Colombia. In questi ultimi anni ho potuto conoscere meglio la situazione reale della Colombia. Ho potuto apprendere quanto sia difficile per i LGTBI (lesbiche, gay, transgender e bisessuali) essere accettati e come siano spesso associati solo alla prostituzione; ho potuto vedere come la violenza faccia parte della cultura della maggioranza dei colombiani; ho potuto vedere ragazzini di 16 anni indossare divise militari e, dotati di armi, lavorare come ausiliari militari. Questo è un paese dove questi giovani non hanno altra possibilità legale di vita se non entrare nelle Forze Armate. Lo studio è un privilegio, come il lavoro.

Quello del servizio militare obbligatorio in Colombia è un argomento che mi sta molto a cuore. Con l’aiuto di alcune organizzazioni statali e non, sto lavorando ad un documentario di denuncia che si vorrebbe divulgare a livello nazionale e internazionale per creare pressione sociale al fine di velocizzare la eliminazione del servizio militare obbligatorio e di portare la pace al più presto nel nostro paese.

Colombia. Per le coppie: “Procedure adottive ad oggi”

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ICBF: Risoluzione 4274 del 6 giugno 2013 . A giugno 2013 c’erano più di tremila famiglie in lista d’attesa per bambini nella fascia d’età 0-6 anni. Di fronte ad un periodo di attesa di 7 anni la Colombia ha bloccato per due anni il ricevimento di nuove pratiche per bambini in questa fascia d’età. Detto divieto è partito dal 15 luglio 2013. . Va sottolineato che il divieto non riguarda:

  • i bambini special needs e di conseguenza le adozioni tramite progetto vacaciones en el extranjero (ad oggi non ancora partito ndr)
  • le domande di adozione di famiglie colombiane residenti all’estero
  • le domande di adozione di famiglie che hanno già adottato o hanno espresso la volontà nell’ambito del procedimento di adozione o nella fase post adozione di adottare in ogni momento un fratello/sorella del figlio/della figlia già adottata.

. Inoltre questa decisione non riguarda le domande di famiglie residenti all’estero che alla data del 15 luglio 2013 si trovavano:

  • in lista di attesa
  • di stanza in Colombia o in attesa di avere l’idoneità in Colombia.

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La Colombia sta anche considerando un nuovo programma di adozione con maggiore trasparenza dei costi da parte degli enti, una valutazione della coppia secondo le linee guida dell’ICBF per evitare il doppio costo alle famiglie e lo stop ai progetti di cooperazione internazionale da parte degli organismi accreditati. . Per maggiori dettagli vedi: http://www.coordinamentocare.org/public/index.php/news/190-icbf-risoluzione-4274-del-6-giugno-2013.html http://www.aibi.it/ita/colombia-solarte-icbfoccorre-modificare-la-legge-sulle-adozioni-procedure-troppo-lunghe/

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Nomina del nuovo vicedirettore nel settore adozioni internazionali Il Segretario Generale dell’ICBF ha nominato il nuovo Vicedirettore incaricato del settore Adozioni Internazionali, la dott.ssa Gloria Orozco de Burgos. Avvocato specialista in diritto famigliare, la sua è un’esperienza ventennale nel campo delle adozioni. Il neo vicedirettore subentra alla dott.ssa Cardena Luna. (SOS Bambino 01/2014).

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Lista delle coppie in attesa in Colombia http://www.icbf.gov.co/portal/page/portal/PortalICBF/Bienestar/ProgramaAdopciones 11313115_10204581267267873_7942686237377821371_o Link alla CAI: http://www.commissioneadozioni.it/it/per-una-famiglia-adottiva/paesi/america/colombia.aspx

Colombia: “Il problema dei fallimenti adottivi”

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Sono poche le rìcerche sulle restituzioni adottive. Abbiamo cercato sul web e abbiamo trovato il materiale che vi proponiamo in una breve sintesi, con link al sito che l’ha pubblicato integralmente. Sebbene un po’ datata (la ricerca riguarda un periodo di indagine dal 1998 al 2001) riteniamo che contenga le variabili per far intendere il fenomeno ed arginarlo. E’ stato inserito nella sezione Colombia perchè si parla di bambini grandi e fratrie che non sono casi isolati nelle adozioni in questo paese.

Chiariamo, prima di tutto, che “Il successo dell’esperienza adottiva dipende dai genitori almeno quanto dai bambini.”

In quest’ottica lo studio parla di:

1.diversità culturale tra genitori e figli. “I problemi che insorgono all’interno di una famiglia adottiva dovuti alle diversità culturali esistenti tra genitori e figli, portano spesso i genitori a vedere nel bambino tanto desiderato la causa delle frustrazioni che permeano la famiglia stessa.”

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2.necessità di creare una consapevolezza matura nella coppia prima e dopo l’adozione. “Molti degli insuccessi registrati si sarebbero potuti evitare se la coppia, all’ingresso in Italia e anche prima dell’adozione vera e propria, fosse stata seguita, affiancata, sostenuta, orientata, se insomma avesse avuto un ancoraggio forte e sicuro.”

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3.variabili che possono aumentare il rischi restituzioni

età del figlio …” Certo sappiamo che l’età non è l’unico fattore di rischio, ma certamente possiamo dire che a età più avanzate di inserimento nel nucleo familiare sono correlati maggiori rischi di restituzione.”

– età del genitore…” L’età media dei genitori adottivi intervistati per il fallimento dell’adozione al momento dell’ingresso del minore in Italia è superiore rispetto alla media dei genitori adottivi complessivamente considerati, 45 per i mariti e 42 per le mogli contro 40 per i mariti e 39 per le mogli della media complessiva.”

paese di provenienza del figlio…” Sono i Paesi dell’America latina (51,5% delle restituzioni totali) a far segnare le incidenze più alte di restituzioni, con valori decisamente superiori a quelle dei minori provenienti dall’area dell’Est Europa (39,3% delle restituzioni complessive). (…) nel caso specifico dei minori brasiliani (il Brasile è il paese che registra il maggior numero di restituzioni- ndr) ” si può dunque affermare che la qualità del vissuto, e non solo la durata, risulta un forte fattore di rischio che può incidere profondamente sulla riuscita dell’esperienza adottiva.”

ruolo sociale e aspettative dei genitori…” Tra le coppie adottive che restituiscono i minori vi sono forti elementi di continuità. Queste famiglie presentano tutte un basso numero di figli naturali, un alto tasso di occupazione, soprattutto del padre.”…” Generalmente i fattori di rischio di insuccesso per i genitori sono strettamente connessi alle motivazioni che li hanno spinti verso l’adozione in Colombia e alle aspettative che ripongono nei figli. Un altro elemento spesso segnalato come fattore di rischio è l’esigenza di avere figli biologici nella famiglia adottiva al momento dell’adozione.

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4.motivazioni dell’allontanamento del minore. ” Le frequenze più alte si registrano in merito a motivazioni generiche che non di rado sottendono altro: difficoltà di relazione, conflittualità con la famiglia, inadeguatezza/incapacità della coppia. Frequenze più basse si hanno per motivazioni più specifiche: abuso, aggressività del minore, abbandono e maltrattamenti.

Tra i casi rilevati di minori allontanati dal nucleo familiare adottivo a seguito di aperto conflitto o difficoltà a proseguire la relazione genitori- figli si rilevano un numero elevato di minori adottati insieme ad uno o più fratelli e dalle storie raccolte emerge come raramente l’allontanamento coinvolga tutto il gruppo dei fratelli ma piuttosto riguardi prevalentemente uno solo e nella fattispecie il bambino più grande.”

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5.quando l’adozione ha successo. ” È bene precisare però che l’allontanamento del minore dalla famiglia adottiva non è che una delle manifestazioni in cui si può concretare il mancato successo di un’adozione e qualche volta non è affatto il peggiore dei mali, soprattutto se viene effettuato tempestivamente, con una pronta attivazione dei servizi sociali. (….). Il rimanere a tutti i costi nella famiglia adottiva, magari patologica o maltrattante, può arrecare al minore danni maggiori di un accoglimento in adeguata struttura.

Il successo di un’adozione, infatti, non si misura sempre con il mantenimento a ogni costo dell’unità familiare.

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6.che cosa si deve chieder all’ente. ” Il legislatore italiano ha tentato di dare indicazioni sull’attività dell’abbinamento, che si svolge interamente all’estero. Ha previsto, infatti, in primo luogo che il decreto di idoneità contenga anche indicazioni per favorire il miglior incontro tra gli aspiranti all’adozione in Colombia e il minore da adottare e in secondo luogo che l’ente abbia cura che la proposta di incontro sia accompagnata da tutte le informazioni di carattere sanitario riguardanti il minore, dalle notizie riguardanti la sua famiglia di origine e le sue esperienze di vita, che poi trasmetterà agli aspiranti adottivi.

(fonte: http://adozioneincolombia.com/il-fallimento-delladozione-in-colombia.html)

Colombia. Papà Damiano: “Alcune mie perplessità sull’adozione in Colombia”

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“Siamo tornati dalla Colombia nell’ottobre del 2013 con tre fratellini di 3, 5 e 6 anni. Dopo aver accettato l’abbinamento abbiamo mandato ai bimbi un album con le nostre foto e quelle dei parenti. Dopo un paio di mesi ci hanno fissato la data dell’”entrega” (incontro). Siamo partiti dopo due anni e mezzo dall’invio dei documenti e in tempi normali avremmo potuto concludere in sei mesi. I gruppi di fratelli rientrano tra i “special needs” e hanno (o forse è meglio dire avevano) una corsia preferenziale non essendoci liste di attesa.

Ormai però nulla è come prima. La Colombia ha di molto rallentato le adozioni tanto che una ventina di giorni prima di partire l’ente ci aveva proposto di spostarci su un altro paese per le poche speranze di concludere l’adozione con la Colombia. Altre coppie l’hanno fatto. Ufficialmente non accettano più mandati per bambini entro i 6 anni. A noi è andata di fortuna ma non me la sentirei di consigliare la Colombia come paese, neppure per le “vacaciones en el extranjero”. Anche in questo caso si tratta di bambini special needs, superiori ai 10 anni, ma con la lentezza burocratica in atto, non so, non mi fiderei. E’ un’opinione personale. Forse parlo così perché non sono motivato a diventare padre di un bambino grande.

La Colombia è un paese bellissimo. A Bogotà le temperature sono abbastanza basse e quindi conviene organizzarsi con felpe e indumenti che tengano caldo. Gli appartamenti sono senza riscaldamento e la sera questo può dare fastidio. La non conoscenza dello spagnolo non ci ha creato particolari problemi perché la gente è disponibile e cordiale. Lì sul posto siamo stati seguiti dal personale dell’ente.

Il giorno dell’entrega ti affidano da subito i bambini e comincia la convivenza. Dopo una settimana circa c’è l’integrazione ossia la conferma che la nuova famiglia funziona. Quindi si aspetta la sentenza. I tempi variano da giudice a giudice. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo aspettato solo cinque giorni, altre coppie hanno dovuto aspettare più di una settimana. Ottenuta la sentenza si torna a Bogotà e si aspettano i passaporti per rientrare. I tempi complessivi vanno dai 30 ai 40-45 giorni e certe volte anche di più.

I bambini spesso non stanno in istituti ma in famiglie sostitute. Così è stato per i nostri che sapevano come funzionava una famiglia e non hanno avuto difficoltà ad interagire con noi perché conoscevano già i meccanismi dello stare insieme. In ogni caso non ci sono contatti con gli istituti perché l’incontro con i bambini avvengono nei locali dell’ICBF, l’ente statale preposto alle adozioni. Non sono in grado di dire di più sui bambini colombiani se non quello che vedo dai miei: sono sereni, solari e sempre sorridenti.”

Colombia. Dai media sembrerebbe che …

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Le prospettive delle vittime nei negoziati di pace in Colombia.

Dopo l’attentato di qualche tempo fa si temeva un’interruzione delle trattative di pace in atto a Cuba ormai dal 2012. Teresita Gravira, senatrice Liberal, rappresenta le vittime di guerra. Nel 1999 ha fondato l’oganizzazione “Madres de la Candelaria”, a seguito della morte del figlio ucciso dal FARC. Secondo la senatrice Gravira il processo deve continuare, nonostante le difficoltà, perchè è l’unico strumento disponibile per fermare la guerriglia e la sofferenza dei civili. Le vittime chiedono lo stop dei reclutamenti e la restituzione dei ragazzi rapiti per essere addestrati nelle linee del FARC.

– fonte: colombia reports.co 04/15

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Il gioverno colombiano e ELN s’incontrano in Equador per un confronto esplorativo sul processo di pace.

L’ELN è un gruppo rivoluzionario, fondato nel 1964, collegato alla Teologia della Liberazione. E’ un’organizzazione minore, molto attiva ad ovest, nella regione di Choco, e a nord est, in quella di Catatumbo. Chiedono che gli USA ammettano le loro responsabilità nell’escalation della guerriglia colombiana.

– fonte: colombia reports.co 05/15

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Amazzonia: assassinato leader indio anti-deforestazione.

Sotto attacco i Ka’apor, che nello scorso settembre avevano catturato e scacciato un gruppo di disboscatori illegali. L’articolo tratta delle minoranze che vivono in Amazzonia, tra cui alcuni gruppi ertnici colombiani, che vengono sacrificati davanti agli affari delle multinazionali. L’articolo è di Paolo Virtuani: http://www.corriere.it/ambiente/15_maggio_05/brasile-amazzonia-deforestazione-indios-kaapor-aacb9a30-f2fe-11e4-a9b9-3b8b5258745e.shtml

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Gruppi neo paramilitari colombiani rapiscono ragazzine per trasformarle in schiave del sesso – di Adriaan Alsema

fonte: colombiareports.co 05/2014

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Colombia. Il Libro: “Viaggio di vita”

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Proponiamo questo libro scritto e documentato con splendide foto da un giovane che ha visitato la Colombia accompagnato da un sacerdote compaesano. I fondi raccolti vanno all’attività di Padre Bruno Del Piero che per 50 anni ha aiutato le gente locale con passione e gioia in un ambiente martoriato da guerriglia,assassinii e problemi sociali. Ad un anno dalla sua scomparsa, vogliamo ricordare l’impegno di Padre Bruno, un sodalizio con la popolazione colombiana che prosegue attraverso i collaboratori da lui stesso formati. Per contribuire basta contattare l’autore Alberto Cancian al seguente indirizzo mail: albento.cancian@gmail.com. Il libro è stato proposto dalla rivista Missioni Consolata.

Di seguito Alberto ci sintetizza la formidabile esperienza in questo paese che si sta risvegliando sotto un profilo economico, ma che ancora soffre di gravi disparità sociali

“Io sono stato in Colombia relativamente poco per capirla e comprenderla davvero nel profondo, però ho avuto la fortuna di visitarla con una persona che è lì da 50 anni e quindi tutto è stato più profondo di riflesso.

Sono andato in Colombia nel marzo 2012, avevo 26 anni ed il mio scopo era quello di andare a visitare le terre, dove appunto da 50 anni opera un missionario del mio paese, Roveredo in Piano, in provincia di Pordenone. Ho sentito parlare di padre Bruno Del Piero fin da piccolo, mi ha sempre affascinato, ed in quel mese ho avuto la fortuna di concretizzare le mie immaginazioni ed i miei desideri. Abbiamo visitato la Colombia in lungo ed in largo, nelle zone inaccessibili di foresta amazzonica e nelle megalopoli, non era turismo, ma viaggio.

Padre Bruno avendo aiutato quella terra ed i suoi popoli per decenni è molto amato e questo ha permesso un mio inserimento molto più agevole e sicuro in quei confini, ancora tanto instabili.

Ho potuto sperimentare le condizioni di vita delle popolazioni locali, nelle loro grandi diversità. La maggior ricchezza della Colombia è infatti nelle sue diversità, di habitat, di vegetazioni, di zone climatiche e di etnie, con i loro usi e costumi. Ho potuto toccare con mano e sperimentare la situazione a Nord della Colombia, nella zona lambita dal Mar dei Caraibi, dove la popolazione è in gran parte di discendenza africana poichè lì sono stati fondati i maggiori porti dei colonizzatori nel continente sud-americano con il conseguente commercio degli schiavi. Qui gran parte della popolazione vive in condizioni precarie ma ci sono stato troppo poco per capire a fondo le reali problematiche, se non altro ho intuito la semplicità della gente, il vivere legato al sostentamento e non al guadagno, l’integrazione razziale e sociale ed i lenti ritmi legati principalmente al caldo opprimente ed umido dell’area caraibica.

Ho avuto poi la fortuna di essere accompagnato nel centro della Colombia, nella metropoli che è anche la sua capitale, Bogotà, una città da quasi 9 milioni di abitanti..quelli censiti! Anche qui le condizioni sono spesso precarie, ma la situazione è diversa rispetto al Nord della Colombia. Appunto perchè ci si trova in una metropoli, ed in Sud America questo status porta con se tutte le sue difficoltà, dalla delinquenza alle enormi differenze fra classi sociali. Basta passare in taxi nelle vie degli sterminati sobborghi della città per rendersene conto. Qui è evidente l’opera delle varie istituzioni religiose soprattutto a livello educativo, con le decine di scuole e collegi che accolgono i bambini, li formano e a volte li tolgono da situazioni sociali davvero dure e pericolose. Le difficoltà ovviamente variano all’interno delle classi sociali, ma in ogni caso la maggior parte della popolazione appartiene a quelle più povere. C’è da dire però che il sistema educativo della città è abbastanza completo, anche per quanto riguarda le Università, che sono molte, questo credo sia principalmente dovuto al fatto che si parla della principale città di questo stato.

La terza macroarea colombiana che ho avuto la fortuna di conoscere è anche quella che mi affascinava di più prima della partenza, nella quale sono stato di più durante il viaggio e che mi ha lasciato i più incredibili ricordi una volta rientrato in Italia, ed è la zona a Sud, quella Amazzonica. Parte del territorio colombiano infatti è costituito da zone di foresta, solcate dagli enormi fiumi che confluiscono nel Rio delle Amazzoni, sono principalmente le regioni Caquetà, Putumayo e Amazonas. Come detto anche questa zona è completamente diversa dalle altre, per clima, flora e fauna e popolazione. Infatti qui vivono i discendenti degli indios e degli europei che si sono spinti fin qui, ma lungo i fiumi sono ancora presenti vari villaggi indigeni, più o meno modernizzati, addirittura alcuni ancora inesplorati. Qui ho visitato alcuni centri abitati sorti sul fiume Putumayo, il gigante d’acqua che fa da confine fra Colombia e Perù e sono stato anche accompagnato lungo i fiumi a visitare alcuni villaggi indigeni. In queste zone l’opera dei missionari è stata fondamentale, risulta evidente come siano stati e siano tutt’ora un’ancora di salvezza per la popolazione. Grazie a loro infatti sono stati fondati collegi, scuole, ospedali e strutture sanitarie e la loro opera è testimoniata anche da come siano benvoluti. Nello specifico ricorderò sempre come in ogni fangosa via di queste regioni Padre Bruno venisse salutato, fermato e ringraziato con amore e riconoscenza infiniti.

Come detto in queste aree le istituzioni scolastiche sono state avviate quasi in toto dalle istituzioni religiose e poi coadiuvate dallo stato, soprattutto nei villaggi lungo il fiume, che praticamente isolati dal mondo e raggiungibili quasi solo via fiume, hanno potuto accedere ad una sana modernità solo attraverso i missionari. In ogni caso anche qui le condizioni sono abbastanza precarie, l’aspettativa di vita molto ridotta ed alcune malattie endemiche ancora presenti. La natura però dà tutto, cibo, frutta, materie prime per la costruzione, da questo credo si possa capire ancor meglio come in molti si battano per la protezione della Foresta Amazzonica, quel bene di tutti sempre più devastato senza rimedio.

Nonostante i miei giorni in Colombia non siano stati molti, grazie alla mia “guida” esperta e amata, ho potuto coglierne alcuni degli aspetti più profondi, quelli che ti toccano dentro e ti fanno cambiare e crescere, quelli che ti danno la consapevolezza delle nostre più piccole fortune e ti fanno scoprire il vero valore delle cose. Una delle cose più belle che mi è rimasta del mio viaggio è il sorriso di ogni bambino che vedevo per strada. Fossero essi di origine africana, indigena o spagnola, avessero i piedi nudi o la maglietta bucata, ognuno di loro mi regalava un sorriso spensierato, e allora mi chiedevo, è più fortunato chi di materiale ha poco o niente però di quel poco è contento, o chi di materiale ha tutto, ma in fondo non si accontenta mai?

Alberto Cancian

Colombia. Amnesty International: “Le minoranze etniche”

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Il rapporto a cui ci si riferisce è del 2009. Viene citato per far capire i danni provocati dalla guerriglia, e gli effetti che ancora permangono, sui gruppi etnici della zona.

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(…) “Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato “La lotta per la sopravvivenza e la dignità: le violazioni dei diritti umani contro le popolazioni native della Colombia” (2009), chiama in causa i gruppi della guerriglia, le forze di sicurezza e i paramilitari, responsabili di omicidi, sparizioni, sequestri di persona, minacce, abusi sessuali contro le donne, arruolamento di bambini soldato, espulsioni dalle terre e persecuzione ai danni degli attivisti.

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Secondo i dati forniti dall’Organizzazione nazionale indigena della Colombia, solo nel 2009 almeno 114 nativi, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e migliaia costretti a lasciare le proprie terre. I crimini commessi nei loro confronti vengono raramente sottoposti a indagini da parte delle autorità. Le migliaia di nativi espulsi dalle terre vivevano spesso in aree dove erano in corso violenti scontri militari o su terre ricche dal punto di vista della biodiversità e delle riserve minerarie e petrolifere. Molti altri nativi sono stati costretti a rimanere perché i gruppi armati hanno minato le zone circostanti.

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L’accesso al cibo e alle cure mediche essenziali è stato a sua volta bloccato dalle forze in conflitto, con l’argomento che altrimenti sarebbero stati consegnati al “nemico”. Tutti i protagonisti di questo scontro hanno occupato scuole usandole come basi militari, negando l’accesso all’istruzione alle comunità native e mettendo in pericolo l’incolumità degli insegnanti. (…)
Oltre la metà dei nativi uccisi nel 2009 apparteneva alla comunità awá. Questa comunità possiede collettivamente il terreno e i fiumi del “resguardo” (riserva indigena) di El Gran Rosario, situato nella municipalità di Tumaco, nel dipartimento sudoccidentale di Nariño. La zona riveste un’importanza strategica per le parti in conflitto e vede l’attiva presenza dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) e dell’Esercito di liberazione nazionale, delle forze di sicurezza e dei narcotrafficanti.

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(fonte: Amnesty International.it 23/02/2010)

Colombia. Il personaggio: “Ana Angelica Bello Agudelo”

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È avvolta ancora in un mistero la vicenda della morte di Ana Angélica Bello Agudelo, avvocata e attivista per i diritti delle donne vittime della violenza dei gruppi armati colombiani, dove gli abusi, le aggressioni e la sottrazione dei terreni sono all’ordine del giorno nel silenzio più totale.

Ha lottato per difendere circa seicento donne vittime di violenza in Colombia ma anche lei non ce l’ha fatta. Ana Angélica Bello Agudelo è stata trovata morta nella sua abitazione nel comune di Codazzi, nel distretto di César, a metà febbraio 2013 e il mistero sulle cause della tragica scomparsa deve ancora essere sciolto.

Ana Angélica Bello Agudelo era un’attivista colombiana, direttrice nazionale di Fundhefem ( Fundación Nacional Defensora de los Derechos Humanos de la Mujer), un’organizzazione per la difesa dei diritti umani e delle donne vittime del conflitto armato che dura ormai da mezzo secolo in un silenzio assordante. Dal 2006 si batteva per la restituzione delle terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Una vita spesa per le donne, in un Paese dove la prima forma di aiuto si è rivelata essere la consapevolezza di non essere sole e l’opportunità di rompere il silenzio attraverso la denuncia delle aggressioni subite per cercare giustizia. Tanti i dipartimenti in cui è arrivato il suo contributo: Cartago, Ansermanuevo, Alcalá, El Cairo, Tuluá e San José del Palmar, Meta, Cauca, Nariño, Chocó, Risaralda, Tolima, Quindío, Caldas e Cundinamarca, dove è riuscita a far restituire le terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Potrebbe portare il suo nome la futura legge contro la violenza sessuale al vaglio del Congresso, una norma che aveva fortemente sostenuto fino al giorno della sua morte. Lei stessa e una delle sue tre figlie erano state vittima di abusi, ma ebbe il coraggio di portare alla luce la sua storia personale attraverso i media, incitando le donne a fare altrettanto. Ana Angélica beneficiava di misure cautelari e di uno schema di sicurezza messo a disposizione dal governo perché aveva già denunciato minacce e azioni intimidatorie di cui era vittima in modo sistematico, in particolare da gruppi paramilitari. La chiarezza sulla fine di Ana Angélica è doverosa per tutte le vittime di genere, non solo del Paese che ha perso l’angelo delle sue donne.

(fonte: combonifem.it – 03/2013)

Colombia. Elda, ex guerrigliera delle FARC: “Una vita dopo la guerriglia”

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Sono in stato di avanzamento i negoziati tra le FARC e il governo colombiano, ma nessuno parla delle difficoltà di reinserimento degli ex guerriglieri nella società. Il Programma per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei guerriglieri era stato presentato a Bogotà ancora nel 2003  Di seguito la testimonianza di una ex guerrigliera.

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di Anne Phillips – pseudonimo di una giornalista esperta di diritti umani.

(…) Elda ha deposto le armi nel 2008 consegnandosi volontariamente alle autorità: aveva 45 anni e ne aveva trascorsi ventiquattro nelle FARC. E’ l’unica donna ad aver raggiunto a suo tempo il grado di comandante del fronte, è accusata di aver ucciso duecento persone tra ufficiali, poliziotti e civili, di aver trattato in modo disumano i suoi prigionieri e di aver fatto a pezzi dei cadaveri.

Considerando il maschilismo, il razzismo e il classismo presenti nella società colombiana, il fatto che Elda sia nera e “poco attraente” ha consentito alla stampa colombiana di dipingerla come un mostro. E’ per questo, forse, che la sua presunta crudeltà fa parte della leggenda, mentre quella dei suoi colleghi e superiori maschi no. Conoscendola di persona mi accorgo che Elda non è né pazza né brutta, anche se ha perso un occhio in combattimento.

(…) Quando aveva sei anni i genitori, militanti del Partido Comunista de Colombia (PCC) la mandavano a vendere arepas (focacce di mais) per le strade del suo villaggio nel dipartimento di Antioquia. Con il ricavato Elda si comprava quaderni e matite per la scuola. All’età di 12 anni il padre le disse che, a causa del colore della sua pelle e del suo aspetto fisico, nessun uomo l’avrebbe voluta. Quindi, per sopravvivere, Elda avrebbe dovuto lavorare più degli uomini. Per questo la mando in una finca per l’addestramento della gioventù comunista, pensando che così sarebbe diventata qualcuno. Quando a 15 anni fu reclutata dalle FARC, che all’epoca erano il braccio militare del PCC, ricevette la benedizione dei genitori.

(…) Finora il programma di mobilitazione ha aiutato più di 53mila ex combattenti, ma non ci sono statistiche sulle percentuali di successo. (…) le donne vanno avanti perché possono contare sulla forza della determinazione che hanno sviluppato per sopravvivere nella cultura maschilista delle FARC. Ma purtroppo gli uomini e le donne che non completano il programma sono più numerosi. (…) Molti guerriglieri smobilitati lasciano gli hogares de paz psicologicamente impreparati al trauma della transizione alla vita civile. La conseguenza è che molti spendono il sussidio in alcool e droga.

Alcune donne, soprattutto le più giovani, hanno paura e cercano soldi e protezione lavorando come prostitute per uno sfruttatore. Gli uomini privati delle armi e della loro identità maschilista, entrano nelle bande di narcotrafficanti.

(…) Il programma di disarmo e reinserimento degli ex guerriglieri può rivelarsi esemplare se il paese farà gli investimenti giusti per renderlo più efficace. Servono più consulenti, per affrontare le esigenze degli ex combattenti neri e indigeni.

(fonte: Internazionale 16/11/2012)

Colombia. Profamilia 2011: “Alcune donne pensano di meritare la violenza coniugale”

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Profamilia è un ente privato colombiano che si occupa di assistenza sociale. Dal 2001 e 2011 ha effettuato interventi in alcune aree del paese per arginare la difficile condizione delle donne rifugiate. Nel 2011 sono stati pubblicati i risultati. Si è potuto constatare che, dopo le azioni positive, sono stati registrati miglioramenti in ambito scolastico e lavorativo; molto più difficile è, invece, educare per una minore violenza sulle donne con effetti a lungo termine.

Il dato nazionale dice che il 32% delle donne è stato oggetto di violenza da parte del coniuge o compagno, in calo rispetto al 2001 quando la percentuale si assestava al 47%. Anche la violenza sessuale sembra in diminuzione (9,7% contro il 14%). Quello che fa riflettere è che le donne che non denunciano l’aggressore pensano di essere in grado di risolvere la situazione da sole (30,9%), non credono nella giustizia (4%), considerano la violenza parte della vita normale (6,7%) o pensano di meritare l’abuso (2,4%).

 

http://www.profamilia.org.co/encuestaenzonasmarginadas/2011_prensa.html confrontare i dati ripostati nella sintesi

Colombia. “S. 15 anni: “Io, vittima di violenza sessuale”

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S.potrebbe essere una delle madri dei nostri figli. La sua testimonianza ci aiuta a calare il significato/peso di un figlio in un certo tipo di società.

 

“Quell’uomo abitava accanto a noi. Usavamo lo stesso bagno, era in comune. Quel giorno io ero a casa da sola, era mattina, prima di uscire per andare a scuola. Mi stavo lavando, lui mi ha vista ed è entrato in casa. Mia sorella più piccola aveva rotto la spina del televisore così lui mi ha detto di entrare in casa sua per guardare la TV. Allora ho portato una sedia e appena mi sono seduta lui mi si è avvicinato, ha afferrato le mie braccia e ha cercato di farmi sedere sul letto. Gli ho risposto che non volevo sedermi sul suo letto perché era irrispettoso. Insisteva e alla fine l’ho fatto: mi sono seduta sul suo letto. Mi è saltato addosso e ha cominciato a tenermi ferme le mani, io allora ho detto: “Non farlo!”

Non volevo raccontarlo a nessuno, ma ho cominciato a stare molto male e a vomitare di continuo. Mi dava la nausea l’odore del cibo, persino l’odore dei fiori al matrimonio di mia sorella mi faceva stare male, poi mia sorella maggiore e mia madre hanno deciso di portarmi da un medico. Durante la visita il dottore mi ha fatto un test e mi ha detto che ero incinta. Mia sorella mi ha chiesto di chi fosse il bambino e io continuavo a dire di non saperlo. Poi mi ha chiesto dell’uomo che abitava accanto a casa nostra e io ho vomitato immediatamente. Mia madre è scoppiata a piangere e io con lei. Allora ho raccontato loro cosa era successo, che mi aveva preso con la forza dopo avermi costretto a sdraiarmi sul letto.

Dopo aver saputo che ero incinta ero distrutta: quell’uomo aveva abusato di me e tutto era finito con una gravidanza! Lo odiavo e piangevo tutto il giorno, non volevo tenere quel bambino. L’unica cosa che volevo era continuare i miei studi, avere un figlio a 13 anni avrebbe distrutto tutti i miei sogni; ma non era una decisione facile da prendere.

Non volevo nemmeno andarmene di casa, le persone mi passavano accanto e mi guardavano incuriosite: tutti sapevano che ero stata violentata. Ho anche pensato di suicidarmi. Dopo quello che era successo, alcune di quelle che prima erano le mie amiche hanno iniziato a chiamarmi “la ragazza dell’aborto”. A scuola nessuno voleva sedersi accanto a me e quando dovevamo svolgere attività di gruppo nessuno mi voleva all’interno del proprio gruppo. Anche una delle mie insegnanti mi disprezzava: diceva che era sbagliato interrompere la gravidanza. Tutto questo non mi piaceva, non mi piaceva che le persone mi giudicassero, perciò ho deciso di cambiare scuola. Ero una studentessa molto brava.

Oggi, una parte di me è felice perché ho potuto continuare i miei studi, la cosa più importante per me; ma l’altra parte è triste per tutto quello che è successo. Ho un nipotino piccolo e quando vedo che tutti lo abbracciano e lo accarezzano, ripenso al bambino che non ho avuto.

Il mio vicino di casa è scomparso. Ho avuto l’impressione di averlo visto una volta sull’autobus mentre andavo a scuola, ma non sono sicura che fosse lui. Stava camminando lungo la strada con una donna e un bambino, quindi forse ha un figlio. Quando l’ho visto, il mio cuore ha cominciato a battere freneticamente. Ero nervosa e sentivo tutta quella rabbia riaffiorare.

Sono passati due anni da quel terribile giorno, ma voglio ringraziare Medici Senza Frontiere per il supporto psicologico che mi sta dando e per avermi dato la forza di raccontare questa storia. Ora mi sento forte e voglio che tutti sappiano cosa mi è accaduto.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)

Colombia: “La giustizia lenta e la discriminazione delle donne”

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di Lorenzo Cairoli – scrittore, sceneggiatore, blogger globetrotter tratto dall’articolo “Giustizia lenta e a senso unico poca attenzione e spesso totale impunità per i reati di genere”

“In Colombia si sta cercando di riformare una giustizia che fa acqua da tutte le parti, medievale, iniqua, scabrosa. Un esempio. In 350 municipi colombiani non ci sono giudici a cui appellarsi, il che significa che in un municipio su tre non si può avere giustizia diretta. Scordarsi, quindi, lo Stato di Diritto se nel 31% del paese il cittadino non può avere giustizia. E non finisce qui.

Ci lamentiamo con ragione della lentezza sfibrante della giustizia italiana, ma quella colombiana è la sesta più lenta del mondo e la terza nei Caraibi e in America Latina (…) Il 98% dei casi di violenza sessuale restano impuniti. La probabilità che ha un imputato di essere condannato per un crimine è del 20%, per un omicidio solo del 3%.

(fonte: lastampa.it-22/07/2012)

Colombia. Amnesty International: “La condizione delle donne”

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Le autorità colombiane continuano a non affrontare il problema della giustizia delle donne oggetto di violenza.

(…) “In Colombia, le donne e le ragazze sono spesso trattate come trofei di guerra. Vengono stuprate e sono soggette ad altri abusi sessuali da tutte le parti in conflitto, per ridurle al silenzio e punirle” – ha dichiarato Susan Lee, direttrice del programma Americhe di Amnesty International. (…)

La mancanza di statistiche ufficiali affidabili e la paura di denunciare i reati rendono molto difficile valutare la reale dimensione del problema. I dati disponibili non fanno comprendere in modo chiaro quanti casi di violenza sessuale contro le donne e le ragazze possano essere collegati alla guerra.

Nel 2010 l’Istituto nazionale di medicina legale e scienza forense ha condotto 20.142 esami su casi sospetti di violenza sessuale, rispetto ai 12.732 del 2000. Tuttavia, solo 109 degli oltre 20.000 casi sono stati classificati come riferiti alla guerra, mettendo in evidenza l’invisibilità di tali crimini. Anche quando le donne trovano il coraggio per denunciare un caso di stupro o di violenza sessuale, le indagini vengono raramente condotte in modi efficace. (…)

Tra gli ostacoli alla giustizia, Amnesty International elenca la carenza storica di volontà politica per combattere l’impunità, le insufficienti misure di protezione per testimoni e vittime, la scarsa formazione degli ufficiali giudiziari sulle questioni di genere e l’assenza, nella legislazione nazionale, di una definizione di stupro come crimine di diritto internazionale.

Le donne native vittime di violenza sessuale vanno incontro a ulteriori barriere, tra cui la mancanza di traduttori, la difficoltà di spostarsi dalle zone interne verso luoghi in cui possano ricevere assistenza ufficiale e, infine, la forte presenza di combattenti nelle aree in cui vivono.

Le forze di sicurezza colombiane, i gruppi paramilitari e quelli della guerriglia prendono di mira le donne e le ragazze per sfruttarle come schiave sessuali e per vendicarsi contro gli avversari. (…) Donne e ragazze provenienti da comunità agricole native e di origini africane, quelle allontanate a forza dai combattimenti e quelle che vivono in condizioni di povertà sono facili obiettivi della violenza sessuale. I difensori dei diritti umani delle donne e le loro famiglie sono oggetto di minacce e intimidazioni. (…)

(fonte: amnestyinternational.it)

 

Colombia: “I bambini special needs hanno bisogno di attenzioni speciali”

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Ci teniamo a sottolineare che addentrarsi nell’ambito bambini con bisogni speciali (special needs) non è da tutti. Non si possono infatti sottovalutare le difficoltà che dovrà affrontare la coppia. Non si può vender come facile un tragitto che potrebbe essere molto doloroso per coppia e minore. Siamo, però, convinti che con un’adeguata preparazione molte coppie ce la possano fare. Ma, è necessario sottolinearlo, che la coppia non vada mai lasciata sola né nel pre adozione, tantomeno nel post. Di seguito le riflessioni della dott.ssa Donatella Simonini (psicologa) e del dott.Mauro Zaffaroni (pediatra) di ARAI – Regione Piemonte.

Negli ultimi anni sono aumentate le proposte di abbinamento con bambini special needs. Dall’esperienza e osservazione le coppie e gli operatori che le seguono necessitano di una specifica preparazione. C’è il rischio, infatti, che le coppie siano troppo disponibili a ricevere bambini con problemi particolari senza valutare attentamente le loro personali attitudini a sostenere una situazione di stress. Potrebbero essere allettate dai tempi inferiori dell’adozione o dalla tenera età di un bambino con problemi sanitari. Il compito dell’operatore è quello di accompagnare la coppia nel riconoscere limiti e potenzialità nel loro interno.

Lo scopo ultimo è quello di non banalizzare né demonizzare le schede sanitarie dei ragazzini, bilanciando eccessivo entusiamo o panico. In un unico termine bisogna PONDERARE attentamente ciò che ci viene proposto.

La riflessione aggiunge: “Non tutte le situazioni possono essere ugualmente affrontabili, tra le coppie c’è chi appare più sensibile alle malattie visibili, chi va più in crisi se la parte più fragile del bambino è quella cognitiva, ovvero dell’adeguatezza scolastica, chi più spaventato dalle cure ospedaliere, chi fatica a presentare alla rete parentale la particolare appartenenza etnica del bambino che si è accolto. Ancora, c’è chi non riuscirebbe a garantire nel tempo il mantenimento di rapporti tra fratelli separati e adottati da famiglie diverse.”

Ancora: “Sembra che l’interesse prioritario delle coppie sia maggiormente concentrato sulle questioni sanitarie, meno sulla dimensione delle fratrie, (anche per la specifica realtà del Tribunale per i minorenni di Torino che concede pochissime idoneità per fratelli) e sulle conseguenze del grave pregiudizio, come il maltrattamento grave o l’abuso sessuale, non perché eventi sottovalutabili o trascurabili, ma perchè l’impressione è che ci sia già stato per esse uno spazio ed un luogo di pensiero e di riflessione all’interno del processo valutativo con le equipe di territorio.”

Prosegue con: “In presenza di possibili abbinamenti di bambini affetti da patologie importanti si rendono necessari colloqui di approfondimento con le singole coppie al fine di chiarire il quadro clinico e le difficoltà che si dovranno eventualmente affrontare, senza sottovalutare quanto segnalato e spesso con diagnosi parziali e informazioni carenti al momento dell’abbinamento e spesso rivelate in seguito.”

Per l’articolo completo: http://www.glnbi.org/documenti/1709bb151ac4608d1a00810c4f8d1608.pdf

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Per avere una visione più chiara su cosa s’intende per bambini special needs vedi anche http://www.italiaadozioni.it/?p=6655

Colombia. Vacaciones en el extranjero: “I pro e contro dai gruppi social”

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Abbiamo girato tra i vari gruppi di FB e abbiamo sintetizzato le riflessioni in favore o contro le vacaciones en el extranjero dei post precedenti.

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  • Conoscere i bambini senza impegno: la cosa potrebbe essere fattibile se le coppie venissero preparate all’accoglienza. In questo caso saremmo davanti a degli adulti in grado di decidere mettendo al primo posto il bene del bambino piuttosto che il loro.
  • Le vacaciones sono una bella opportunità per i bambini grandi. Una mamma dice: “Io sono stata adottata da mio figlio, non viceversa, perché lui era grande. E’ lui che ha accettato me”. Si cambia quindi prospettiva. I ragazzi hanno il diritto di conoscere la famiglia che li accoglierà.
  • Le coppie che si avvicinano a questo progetto non sono coppie qualsiasi: è convinzione che se non vuoi adottare un bambino grande o con bisogni speciali non ti addentri in questa procedura. C’è già una selezione iniziale. Ciò non toglie che ci sia la necessità di formare le coppie in maniera più incisiva rispetto all’adozione ordinaria attuale. Aggiungiamo anche la necessità di attivare un supporto post adozione alla coppia. E’ azzardato e ingiusto nei confronti di coppia e bambino dare avvio a questo progetto se non ci sono le strutture per aiutare la coppia nei momenti di crisi.
  • Sradicamento di bambini grandi o bambini con problemi particolari: ci si chiede quali conseguenze ci possano essere per un ragazzino nella pre adolescenza che lascia il suo porto sicuro per addentrarsi in un’altra cultura senza sicurezza di poter mettere radici. I rischi dovrebbero essere caricati sugli adulti, non sui minori.
  • Sarebbe interessante conoscere l’opinione dei ragazzi di Cernobyl che sono stati adottati dopo le vacanze sanitarie qui in Italia. La Bielorussia preferisce questo tipo di soluzione, conoscenza della famiglia ed eventuale adozione per i ragazzi adottabili.
  • Potrebbe questo iter far diminuire le restituzioni di ragazzini adolescenti? Il fenomeno dei fallimenti adottivi non è abbastanza monitorato qui in Italia ma sembrerebbe in aumento. Non tutte le regioni hanno un osservatorio, per cui i dati sono frammentati, parziali e non confrontabili.
  • Non dimentichiamo i bambini italiani ai quali non vengono proposte queste vacanze che avrebbero su di loro uno shock culturale inferiore. Bisognerebbe chiedersi perché si spinge sull’adozione internazionale e non sulla nazionale a parità di età del bambino.
  • Ogni famiglia ha i suoi tempi di maturazione. L’incontro con l’umano ha mille sfaccettature, noi non siamo nessuno per giudicare e nemmeno per parlare della nostra storia come l’unica possibile. La proposta delle vacaciones è solo una delle tante strade per dare una famiglia ad un bambino grande e con dei problemi che altrimenti sarebbe condannato a rimanere per sempre in istituto.
  • Se solo un bambino raggiungesse la felicità con queste vacaciones forse varrebbe la pena di sperimentare l’approccio per poi migliorarlo passo dopo passo con il minor impatto negativo possibile sui ragazzini coinvolti.
  • Il periodo delle vacaciones potrebbe essere un periodo “snaturato”. Impossibile avere la certezza che i bambini che ritornano a casa non sappiano che cosa succede agli altri compagni di viaggio. Rimangono oscuri troppi aspetti del progetto per abbracciarlo con pieno favore.

Colombia. Vacaciones en el extranjero: “A che punto siamo”

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Attenzione, Il progetto non è stato avviato neppure nel 2014, così ci informa un rappresentante de La Maloca, perché i ragazzi proposti erano tanto grandi. Parliamo di quattordicenni. A noi sembra, comunque, importante parlare di questo argomento in prospettiva di un’evoluzione futura. Qualche mese fa avevamo trovato questa informazione e avevamo contattato l’ente per farci spiegare meglio come potrebbe funzionare questo tipo di adozione.

DIAMO L’OPPORTUNITÀ A DEI BAMBINI COLOMBIANI DI PASSARE UNA VACANZA IN UNA VERA FAMIGLIA!

Riceviamo comunicazione che ICBF Colombia ha riattivato il progetto “Vacaciones en el extranjero”, al quale Centro Adozioni La Maloca aveva aderito …anche nel 2013, ma che per problemi burocratici non è stato possibile realizzare in Dicembre 2013. Ora la Nuova dirigenza ICBF ha deciso di rendere attivo il progetto per il 2014, ed è nostra intenzione ripresentare tale Progetto per fare venire in Italia i minori nel mese di Dicembre 2014.

L’obiettivo è dare un’opportunità a uno o più bambini colombiani in stato di abbandono di trascorrere un periodo di vacanza nel nostro Paese, in una famiglia disposta ad accoglierli, con la possibilità che questo si trasformi in un’adozione dei minori accolti. L’invito è rivolto a famiglie italiane in possesso di Decreto di idoneità all’adozione internazionale, sia che abbiano presentato richiesta di adozione in Colombia, sia che non abbiano ancora sviluppato percorsi adottivi in nessun Paese.

Il periodo dei minori in Italia dovrebbe essere di 3 settimane nel Dicembre 2014 (da definire) e i Minori Colombiani coinvolti sono Bambini in stato di adottabilità, con le seguenti caratteristiche: Fratelli di cui uno con più di 9 anni, minori singoli con più di 10 anni, bambini con meno di 8 anni con problematiche fisiche o psichiche.

Chi voglia richiedere informazioni dettagliate contatti le segreterie Maloca di Parma allo 0521944855 info@lamaloca.it o Avellino al 3475822246 sedeavellino@lamaloca.it entro il 3 marzo 2014.Altro…

 

Il progetto vacaciones Colombia è in fase di avviamento. Due enti se ne occupano, La Maloca e AIBI. Il progetto non è andato in porto nel dicembre 2013 per motivi burocratici. Quest’anno si conta di avviarlo per dicembre 2014, dopo le elezioni in Colombia per evitare ritardi e false aspettative per le coppie.

I bambini provengono da tutta la Colombia e per 2 settimane vivranno assieme in un piccolo istituto di Bogotà dove assieme a dei tutor (uno per sette bambini) cominceranno un percorso di avvicinamento alla cultura italiana imparando anche qualche parola della lingua. A loro viene spiegato che si tratta di una vacanza da trascorrere all’interno della famiglia. Dall’altra parte le coppie invece sono contattate dall’ente e, con decreto d’idoneità alla mano, verranno abbinate ai bambini. Il tutor accompagna in Italia i piccoli e soggiornerà con loro per due giorni nella famiglia che li accoglie. Alla fine dell’esperienza i bambini torneranno in Colombia e il tutor redigerà una relazione dove verranno evidenziati i fattori di criticità e potenzialità di un’adozione.

In Italia la coppia dovrà decidere per l’abbinamento definitivo in 15 gg. Dopo di che l’adozione segue l’iter ordinario, con permanenza in Colombia della coppia per l’espletamento dei documenti. Nel frattempo i bambini ritornano nei rispettivi istituti e non sapranno se gli altri sono stati adottati o meno. Lo stesso bambino potrà fare più vacanze sempre con questo spirito di periodo di vacanza all’estero.

Interessati al progetto sono bambini special needs: famiglie di bambini o bambini superiori ai 10 anni, di solito non più di 12 anni. Ci sono poi bambini inferiori agli 8 anni con problematiche fisiche o psicologiche.

A diversità dei bambini di Chernobyl in questo caso si tratta di bambini adottabili e di coppie con decreto d’idoneità. Il progetto non è quindi esteso a single o coppie non intenzionate ad adottare.

L’aspetto positivo è che con questo progetto viene data anche ai bambini grandi la possibilità di conoscere una famiglia e di essere da questa accolti. Ricordiamo che in Italia i bambini di 8 anni sono già considerati special needs.

Secondo noi, un aspetto da valutare sarebbe quello di aprire una corsia preferenziale alle coppie alla seconda adozione che hanno già sperimentato nella prima l’accoglienza di un bambino grande.

Vedi anche: http://www.aibi.it/ita/colombia-da-oggi-sara-piu-facile-dare-una-famiglia-a-6440-bambini-e-adolescenti-adottabili/

http://www.aibi.it/ita/colombia-lautorita-centrale-vuole-reagire-al-calo-delle-adozioni/

Colombia. “Vacaciones en el extranjero”

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Da alcuni anni la Colombia sta supportando l’adozione dei bambini grandi attraverso programmi di ospitalità estiva già attivi in Francia, Germania e USA dal 2003. In media, su 100 minori, il 76% è stato adottato dopo la conoscenza con la famiglia. Rimane qualche dubbio sulle ripercussioni sui minori interessati alle adozioni che non vanno a buon fine. Mentre Marco Griffini difende il progetto, si esprime Donata Micucci, presidente dell’ANFAA.

“Possiamo chiamarle vacanze? Nei giorni scorsi è stato lanciato da Ai.Bi. il progetto “Vacanze adottive”, di circa tre settimane, che Ai.Bi. propone “a tutte le coppie già in possesso del decreto di idoneità” con questa motivazione: “Le Vacaciones en el extranjero vengono avviate, per la prima volta, grazie alla collaborazione di Ai.Bi. con la Commissione per le Adozioni Internazionali e l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar, l’Autorità centrale colombiana, per facilitare l’adozione di bambini in stato di abbandono:- di età superiore a 10 anni- di età inferiore a 10 anni, ma con particolari bisogni e condizioni psicofisiche- di fratrie di cui almeno uno dei minori sia di età superiore a 10 anni… al termine della “vacanza”, le famiglie…. possono già manifestare la volontà di proseguire con l’iter che li renderà genitori. Nel caso in cui, invece, non vogliano accogliere definitivamente il bambino come figlio, la coppia ospitante resterà comunque un referente amicale e affettivo, “a distanza”, per il minore, impegnandosi a mantenere i contatti con lui, informandosi sulla sua vita e sui suoi sviluppi.”  (testo tratto dal sito http://www.aibi.it).

L’assemblea dei soci del 2013 dell’Anfaa ha espresso fortissime perplessità su questo progetto: preoccupano moltissimo i riflessi negativi su bambini già duramente segnati da anni di ricovero in istituto e da fortissime deprivazioni affettive se non da maltrattamenti e abusi.

Queste vacanze, che creeranno in loro forti speranze e illusioni, pongono tanti interrogativi che riguardano soprattutto le conseguenze difficilmente riparabili derivanti dal fallimento del possibile “abbinamento”. Questi bambini, che attraverseranno l’oceano per passare “tre settimane di vacanza” con una famiglia in Italia, saranno ben consapevoli delle reali finalità di questa iniziativa, che inevitabilmente creerà in loro forti aspettative. Questa esperienza rappresenterà forse l’unica possibilità di avere una famiglia cui hanno diritto, ma che non hanno mai avuto… Sapranno anche che se questa “prova” non riuscirà, trascorreranno il resto della loro vita da soli, in istituto…

Chi di noi ha adottato bambini grandi sa, dai loro stessi racconti, con quanta angosciante preoccupazione e paura hanno vissuto l’incontro con quegli adulti che sarebbero poi diventati i loro i loro genitori; alcuni di essi, che avevano già vissuto precedenti tentativi di “abbinamento” falliti, al momento dell’incontro hanno manifestato reazioni di vero panico, temendo un nuovo rifiuto…

Siamo allibiti poi dalla soluzione proposta da Ai.Bi., nei casi in cui la coppia “non voglia tenersi il bambino al termine della vacanza”: come può vivere il bambino questa esperienza su cui ha posto tante aspettative?  Come potrà superare questa ennesima frustrazione e accettare di essere un bambino che può andar bene sì per una vacanza, ma non per essere accolto e amato per sempre? Non si può giocare sui sentimenti dei bambini e trattarli come un “giocattolo” o come un elettrodomestico ancora in garanzia che rilevatosi “difettoso”, viene restituito! Questi bambini quanto dovranno simulare per rendersi desiderabili e/o accettabili agli occhi dei loro possibili genitori?

E’ inutile negare che i minori proposti sono bambini “impegnativi”: hanno subito sovente maltrattamenti ed abusi che li hanno segnati nel profondo e che richiedono, in base alle nostre esperienze, non solo tanto, tanto tempo, ma anche tanta pazienza, tante attenzioni e tante cure affettuose e continue da parte dei genitori. Per riuscire a colmare le gravi carenze affettive subite e recuperare il tempo perduto…

Dobbiamo anche operare non solo per trovare queste famiglie, ma soprattutto nel sostenerle nel loro difficile ruolo di genitori: come abbiamo ripetuto tante volte, non si può però pensare che l’adozione di un bambino “diverso” possa riuscire fidando solo sulla loro disponibilità : è necessario creare una rete di rapporti umani e sociali intorno ad esse che arricchisca la vita del nucleo familiare e ne impedisca l’isolamento.

E’ indispensabile anche un sostegno attento e continuativo da parte dei Servizi socio assistenziali e sanitari. Com’è noto il comma 8 dell’art. 6 della legge 184/1083 e s.m. recita: «Nel caso di adozione dei minori di età superiore a dodici anni o con handicap accertato ai sensi dell’articolo 4 della legge 5 febbraio 1992 n.104, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono intervenire nell’ambito delle proprie competenze e nei limiti delle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci, con specifiche misure di carattere economico, eventualmente anche mediante misure di sostegno alla formazione e all’inserimento sociale, fino all’età di diciotto anni degli adottati» e quindi purtroppo non impegna le istituzioni a fornire gli aiuti previsti in quanto gli stessi sono subordinati alle «disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci».

Ai.Bi. e gli altri Enti autorizzati, che mirano all’aumento delle adozioni di minori “con bisogni speciali”, non dovrebbero limitarsi solo a proporre queste adozioni, ma contestualmente attivarsi nei confronti delle Istituzioni competenti affinché vengano assicurati i necessari sostegni, altrimenti si rischia di vedere aumentare il numero dei minori adottati inseriti in comunità perché i loro genitori, lasciati soli dagli Enti autorizzati ed abbandonati dai Servizi, non ce l’hanno più fatta!

Per promuovere e sostenere le ”adozioni difficili”, sarebbe anche necessario che gli Enti autorizzati sostenessero la proposta avanzata dall’Anfaa ai Tribunali per i minorenni, affinché nelle sentenze relative all’adozione dei minori italiani e stranieri ultradodicenni o con handicap accertato, venga precisato  che agli adottanti devono essere estese le provvidenze previste dall’art. 6 della legge n.184/1983 e s.m. sopra citato e vengano indicati  i Servizi sociali incaricati di supportare il nucleo adottivo (analogamente a quanto previsto per l’affidamento dalla legge n. 184/1983 e s.m.): questo monitoraggio consentirebbe di supportare il nucleo adottivo, svolgendo in tal modo un efficace azione preventiva.

Grati per la pubblicazione, porgiamo distinti saluti e restiamo a disposizione per ogni eventuale chiarimento.”

Donata Nova Micucci – Presidente nazionale Anfaa

Torino, 7 giugno 2013

(fonte: anfaa.it – 06/2013)

Colombia. Papà Francesco: “10 anni di tappe tra Colombia e Italia”

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Ecco la tenera e sensibile testimonianza di un papà che può accompagnare le coppie nelle diverse tappe dell’adozione.

 

Proprio in questi giorni abbiamo festeggiato i 10 anni che Y è arrivato in Italia dalla Colombia.

Quanti ricordi, immagini, situazioni, sentimenti, persone.

L’ATTESA: un forte senso di inadeguatezza e una consapevolezza di non riuscire a mettere in fila tutte le cose che avremmo dovuto affrontare.

LA PRIMA FOTO: Y l’ho visto la prima volta in fotografia, la sua immagine si è materializzata sul pc da li in avanti ho compreso che stavo partecipando a qualche cosa più grande di me, quell’immagine mi ha riempito di responsabilità di aspettative che probabilmente mi ha fatto lo stesso effetto di quello che prova un padre biologico quando vede la prima ecografia…tanto bisogno di silenzio per ascoltarmi per comprendermi.

LA PARTENZA: io arido di sentimenti ho scoperto il calore degli amici, in quei giorni si sono cementificate delle amicizie che dureranno per sempre. La sera prima Don G. mi ha aperto un mondo e mi ha rasserenato ”…un uomo e una donna, forti del loro amore e del progetto divino su di loro, si affidano e vanno addirittura dall’altra parte del mondo per diventare famiglia”.

L’INCONTRO: quando lo abbiamo conosciuto sembrava un piccolo carcerato che aveva ricevuto la grazia, pelato, jeans, camicia blu e scarpe di cuoio nere durissime, per descriverlo ulteriormente un’unica parola INCONTENIBILE. Al pranzo di rito con gli addetti ai lavori Y fa volare un vassoio di patatine, il ns avvocato lo prende in braccio con autorità per farci vedere come si trattano “questi bambini”…lei lo avvicina alla sua faccia e lo ammonisce in colombiano, lui la guarda diritto negli occhi e la centra in pieno viso con una cinquina…cala il silenzio e sale l’imbarazzo…l’avvocato non ha più espresso pareri educativi.

QUIBDO’ LA SUA CITTA’ sperduta nella foresta pluviale, povera ma dignitosa con donne bellissime molto attente all’estetica e uomini lentissimi che sopravvivono.

BOGOTA’ è dove abbiamo trascorso quasi tutto il soggiorno colombiano. Dieci anni fa una metropoli distante dalla nostra concezione di vita…il benessere di pochi viene custodito e preservato dai militari per le strade, dai fucili a pompa davanti ai negozi e i centri commerciali…la povertà la si vede ovunque la si respira ed è  quella più brutta quella priva di dignità, quella che si prostituisce e vive di espedienti, quella che ti viene sbattuta in faccia violentemente ad ogni angolo delle strade. Due immagini non potrò mai cancellare dalla mia mente, una ragazza gravemente handicappata incinta che chiede l’elemosina e una bimba che seduta sul marciapiede nasconde le monetine raccolte dentro una scarpina, il tutto tra la non curanza della gente. Oggi con amarezza dico che l’aria pesante respirata la si inizia a respirare anche nelle nostre città e  l’indifferenza è una brutta malattia che ha contagiato anche noi.

LA PRIMA NOTTE: nel caldo silenzio equatoriale io e mia moglie guardiamo i nostri cuccioli dormire, due angioletti, uno chiaro e uno scuro. Il primo momento di quiete della giornata passata a “contenere” e solo allora abbiamo notato la differenza cromatica e tutte le paure che ci angosciavano nel merito si sono dissolte.

A COLAZIONE due anni dopo Y ha iniziato a sfarfallare (stereotipia dei bimbi autistici)…un tuffo al cuore…da quel giorno abbiamo dovuto resettare la nostra vita , in particolare i sogni.

LE FAMIGLIE DEL MONDO un’associazione composta da tante persone che insieme ti offrono ristoro, riparo, comprensione e condivisione, le consiglio vivamente a chi abita a Milano e d’intorni sia per il preado che per il postado. Durante un loro incontro a mia moglie hanno chiesto se fosse arrabbiata con la Colombia o con l’associazione che ci ha accompagnato, perché forse qualcuno avrebbe dovuto tutelarci. Lei mi ha spaccato il cuore rispondendo serenamente e con un sorriso: “sono felice di non aver saputo nulla prima, perché forse oggi Y non sarebbe mio figlio “

LA SCUOLA, grandi difficoltà nel far valere i diritti di Y, ma anche grandi insegnanti che lo hanno saputo gestire considerandolo DIFFERENTE e non DIVERSO. La sua serenità di oggi la dobbiamo sicuramente anche grazie a loro.

IL PROVERBIO AFRICANO: per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Da quando io e mia moglie abbiamo letto queste poche righe le abbiamo fatte nostre e quindi ci spendiamo per gli altri affinché tutto ci ritorni, ci siamo messi in gioco nel sociale, ci siamo resi visibili perché è fondamentale che tutti sappiano di chi sono figli i tuoi figli e soprattutto per testimoniare la nostra normalità di famiglia e per diffondere un motto che ci sta molto a cuore NESSUNO E’ DIVERSO  TUTTO E’ UNICO.

Colombia. “Perché sono calate le adozioni in Colombia”

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Su questo blog l’abbiamo più volte ribadito che i bambini hanno il diritto di vivere nella loro terra e si deve fare tutto il possibile perché ciò accada. Poi ci sono i casi estremi della Colombia dove la nuova legge dispone che si debba cercare il parente fino al sesto grado. Non c’è dubbio, che per il bene dei bambini, esistono anche le vie di mezzo.

 

Da una parte, l’evidente crollo della “voglia” di adozione in Italia per i motivi ormai noti: lungaggini burocratiche, esami a raggi X delle coppie, insostenibilità economica dei processi, lentezza degli iter adottivi.

Dall’altra, il tracollo drammatico delle adozioni in Colombia. Nel Paese del Sud America il 2012 è stato l’annus horribilis della storia delle adozioni, sia nazionali che internazionali. Per la prima volta, infatti, nel corso degli ultimi 26 anni (dal 1997 al 2012), il numero dei bambini adottati è sceso sotto la soglia di 1500, fermandosi a 1465. Un calo del 46% rispetto al 2011. E anche i dati del primo semestre del 2013 sono scoraggianti, e in continua decrescita.

Fra i motivi di questo calo ci sono da un lato i criteri imposti dall’ICBF (Istituto colombiano del benessere familiare), dall’altro una sentenza emessa dalla Corte Costituzionale nel 2011, che obbliga l’ICBF, prima di dichiarare adottabile un minore, a cercare eventuali parenti fino al sesto grado per verificare la disponibilità di costoro ad accoglierli.

Il risultato di questa misura è eloquente: prima della sentenza, la dichiarazione di adottabilità poteva durare al massimo sei mesi, ora dura anche anni, poiché l’ICBF è obbligato a indagare sulle lontane origini di ciascun minore. E intanto i minori crescono nelle strutture e, raggiunta una certa età, hanno sempre meno probabilità di essere adottati.

Se gli stessi genitori e familiari più vicini non si fanno carico dei bambini in tutela all’ICBF per motivi di abbandono, abuso o maltrattamento, che speranze abbiamo di trovare lontani parenti che lo facciano?”, si chiede l’avvocatessa Teresita Ojalvo specializzata in adozioni.

Cosa farà a questo proposito il Governo per il futuro dei bambini colombiani in sospeso? La domanda se la pongono tutti i direttori delle strutture di accoglienza dei bambini abbandonati, gli avvocati che lavorano per i diritti dei minori e gli aspiranti genitori adottivi che sono in attesa di dare il proprio amore ai bimbi che non ne ricevono.

In Colombia abbiamo 86mila bambini, bambine e adolescenti sotto la protezione dell’ICBF. In un Paese con alti livelli di vulnerabilità come il nostro, questi bambini rappresentano per noi una priorità oltre che una forte preoccupazione”, ha dichiarato Camilo Domínguez, direttore del Settore Protezione dell’ICBF.

Certo, l’ideale è che ogni bambino cresca nella propria famiglia naturale, ma ci sono molti casi in cui questo non è possibile, perché se i genitori non riescono a garantire al minore il benessere, l’amore e le cure di cui ha bisogno, allora è meglio trovare un’altra famiglia nel più breve tempo possibile o modificare quella assurda sentenza che, nell’intento di garantire ai minori il diritto alla famiglia, in realtà fa l’esatto contrario”, chiosa l’avvocatessa Ojalvo.

(fonte: AiBi – 21/10/2013)

Colombia. Anche le Autorità colombiane s’interrogano sul calo delle adozioni: “El mal momento de la adopción”

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Il seguente post viene inserito per informare che in Colombia il dibattito sulle adozioni non si è fermato e che a dicembre 2014 c’è stato questo forum. Si lascia anche il programma per aver i nomi di chi si interessa dell’argomento in loco.

Bogotá, noviembre de 2014.

El panorama de la adopción en Colombia es crítico. En los últimos cuatro años, el número de adopciones cayó 70 por ciento. Mientras que en 2010 se adoptaron 3.058 niños, niñas y adolescentes, entre enero y octubre de este año fueron 924, según cifras del Instituto de Bienestar Familiar (ICBF).

Una de las principales causas tiene que ver con la sentencia de la Corte Constitucional (la T-844 de noviembre de 2011), que señala que para declarar a un niño o niña en adoptabilidad debe ubicarse inicialmente a la familia hasta el sexto grado de consanguinidad. Esto, indudablemente, ha reducido la viabilidad de los procesos de adopción primando en ocasiones el interés de la familia, muchas veces sin vínculo directo, por encima de los derechos de los niños y niñas.

A lo anterior se suma, la desinformación, la mala interpretación del proceso y el cuestionamiento de las capacidades del ICBF. Las alarmas están encendidas, pues hay por lo menos 8.000 menores en lista de espera. El riesgo es que los niños pasen los años más importantes del desarrollo de habilidades sociales y cognitivas en centros y hogares de paso y que se dificulte la consecución de una familia.

Esta problemática será analizada en el foro ‘¿Crisis en la adopción en Colombia? Retos y perspectivas’, que organiza la revista SEMANA y la Alcaldía de Medellín y que se llevará a cabo el martes 2 de diciembre en Plaza Mayor de Medellín. Durante el encuentro se expondrá la situación actual desde el punto de vista legal, científico, económico y vivencial. El objetivo es plantear las posibles soluciones para garantizarles el derecho a la familia a los niños, niñas y adolescentes adoptables.

Esta es la agenda del foro:

FORO ‘¿CRISIS EN LA ADOPCIÓN EN COLOMBIA? RETOS Y PERSPECTIVAS Medellín (Antioquia), 2 diciembre de 2014

Plaza Mayor. Medellín

Agenda académica**

7:30 a.m. a 8:00 a.m. Registro
8:00 a.m. a 8:30 a.m. Video Palabras de bienvenida

Alejandro Santos. Director de la Revista Semana.

Claudia Márquez. Primera Dama de Medellín.

8:30 a.m. a 9:00 a.m. Conferencia central
  Charles “Chuck” Jhonson. Presidente del Consejo Nacional de Adopción.
9:00am. a 9:30 a.m. Refrigerio
9:30 a.m. a 12:00 m. Mesa activa: Retos y perspectivas de la adopción en Colombia
  Conferencista Nacional:Cristina Plazas. Directora del Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF).

Moderador:

Manuel Manrique. Columnista y miembro del Consejo Asesor del diario El Mundo.

Participantes mesa activa

Charles “Chuck” Jhonson. Presidente del Consejo Nacional de Adopción.

Cristina Plazas. Directora del Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF.)

Ilva Myriam Hoyos. Procuradora delegada para la Defensa de los Derechos de la Infancia.

Magistrado Álvaro Fernando García. Sala Civil de la Corte Suprema de Justicia.

Margarita Fernández. Ex Directora ejecutiva del Comité Privado de la Asistencia a la Niñez PAN.

María Clemencia Márquez. Directora Asociación Amigos del Niño “ayudame” Clemencia Gutiérrez Wills.

Lorena Vargas. Subdirectora de Casa de la Madre y el Niño.

Raúl Velez. Abogado especialista en adopciones.

Irene Gaviria. Directora periódico el Mundo.

Familia adoptante: Ricardo Smith y Claudia Rave.

Gloria Montoya. Juez de familia.

Osneider Alexander Guisao Guillermo Gómez

Preguntas al público asistente

12:00 m. a 12:30 p.m. Conclusiones generales y cierre
  Marcela Prieto Botero. Directora de Foros Semana

Colombia: “Nel 2013 annunciata la sospensione del deposito di nuove istanze di adozione relative a bambini fino ai sei anni d’età”

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Questa e’ l’ ultima comunicazione Cai sulla Colombia. Risale al 2013.

“In occasione dell’incontro tenutosi a Medellin nei giorni 29 e 30 maggio u.s., l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF) ha comunicato alle Autorità Centrali dei Paesi d’accoglienza la decisione di sospendere l’accettazione di nuove istanze mirate all’adozione internazionale di bambini fino a sei anni d’età. La decisione è motivata dall’attuale pendenza presso l’ICBF di oltre 3000 domande di famiglie straniere mirate all’adozione di bambini di tale fascia d’età senza problemi di salute, a fronte di un numero molto inferiore di minori colombiani adottabili corrispondenti a tali aspettative. Continueranno invece ad essere accettate e registrate le domande mirate all’adozione di bambini con bisogni speciali, e quindi di:

  1. bambini di età superiore ai sei anni
  2. bambini con specifiche necessità sanitarie (anche di età inferiore ai sei anni)
  3. gruppi di fratelli

Nei prossimi giorni la decisione verrà formalizzata dal direttivo dell’ICBF. Non appena possibile, si provvederà a comunicare i dettagli attuativi del provvedimento.”

(fonte: CAI – 04/06/2013)