Archivi categoria: AmLatina – Brasile

Brasile. Per le coppie: “Procedure adottive ad oggi”

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Si chiude qui la sezione Brasile. Per le coppie che stanno per adottare lasciamo questo messaggio che va comunque sempre verificato nelle sedi competenti perchè riguarda l’oggi. Domani le cose potrebbero cambiare. Se qualcuno di voi sta seguendo la vicenda Congo sa di cosa parliamo.

Da quello che sappiamo in Brasile le procedure sembrano bloccate o procedono a rilento.

La causa sono le nuove norme più restrittive – si tratta di leggi interne oppure di convenzioni internazionali – che rendono sempre più difficile l’adozione da parte degli aspiranti genitori di nazionalità straniera a cui sono preferite famiglie brasiliane.

Restrizioni che si aggiungono alle lungaggini burocratiche e ai ritardi con cui le autorità dichiarano lo stato di adottabilità del minore.

Chiedere lumi all’ente a cui ci si è rivolti o contattare la CAI per avere informazioni più dettagliate. Anche quando ci sono certe lungaggini, in alcuni paesi può esistere un percorso più veloce per i bambini superiori ai 5 anni.

http://www.commissioneadozioni.it/it/per-una-famiglia-adottiva/paesi/america/brasile.aspx

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Brasile. Bambini di strada: “La testimonianza di padre Saverio Paolillo”

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Saverio Paolillo è un padre comboniano che vive da ormai 20 anni in Brasile occupandosi della condizione dei minori nelle carceri tramite la Pastorale dei Minori fondata nel 1977 e rafforzata nel 1979 per far fronte all’emergenza dei minori a rischio sociale. Questa è la sintesi di una sua relazione al Centro Missionario Comboniano di Verona dell’aprile 2013.

La serata inizia parlando del Brasile. Il Brasile è una nazione immensa, dalle mille sfaccettature e contraddizioni, dice il padre. Da una parte il Brasile punta a diventare entro breve la terza potenza mondiale (è già la sesta dopo la Francia), dall’altra è una delle nazioni con maggiori disuguaglianze e iniqua distribuzione della ricchezza (indice GINI 0,54). La si può vedere dallo sviluppo delle sue città dove da una parte stanno i ricchi con zone residenziali curate valorizzate da parchi e moderni grattacieli, dall’altra ci stanno le case ammassate delle favelas senza servizi e tanta criminalità.

Il Governo di sinistra a causa di alleanze politiche per poter governare, non ha completato nemmeno la Riforma Agraria nelle campagne dove il 2% dei proprietari possiede metà della terra disponibile, molta della quale rimane incolta.

Uno dei problemi più sentiti dall’intera comunità è quello dei bambini di strada. Dai commercianti sono temuti perchè agiscono in gruppo e creano vere proprie bande che colpiscono gli esercizi di loro interesse. Luoghi comuni locali portano a considerare il bambino di strada come portatore di guai perché lui stesso si meriterebbe lo stato di deprivazione  in cui si trova.

Invece quella dei bambini di strada è una storia antichissima. Da almeno 500 anni si perpetua la violenza e lo sfruttamento su certi minori a cui non vengono riconosciuti i diritti più elementari come il diritto alla famiglia e all’istruzione. Le loro stesse famiglie sono condannate perché considerate responsabili della loro povertà e degrado. In verità è il sistema che è ingiusto e non dà a tutti le stesse opportunità perpetuando uno stato di deprivazione e bisogno. Basti pensare che 9 mln di brasiliani vive con meno di un euro al giorno e tra questi il 25% sono bambini fino ai 14 anni; 25 mln di brasiliani vive con meno di due euro al giorno e tra questi c’è un altro 25% di bambini fino ai 14 anni.

Il problema povertà è diffuso e il Governo ha cercato di farvi fronte con il programma “Bolsa Familia” che contribuisce con un vitalizio di eur 50 al mese a famiglia, una misera cifra se si considera che per vivere dignitosamente in Brasile uno dovrebbe guadagnare almeno 1.000 euro al mese.

Molti bambini non vengono registrati all’anagrafe perchè il procedimento non è gratuito ma a pagamento essendo l’anagrafe gestita da un ente privato. Molte mamme non hanno i mezzi per regolarizzare la nascita. Si stima che 250.000 bambini non siano stati iscritti all’anagrafe. Il problema arriva con la frequenza scolastica dove tale certificato è necessaria per l’iscrizione. I bambini di strada rientrano nella categoria dei non regolarizzati per mancanza di mezzi.

Anche a scuola esistono le discriminazioni: ogni cento bambini poveri, solo cinque terminano la scuola all’età giusta. Il resto o è molto in ritardo o si perde.  Inoltre è vero che il Governo ha introdotto programmi per disincentivare il lavoro minorile ottenendo dei risultati, ma il fenomeno è di gran lunga lontano dall’essere debellato.

Il bambino di strada, prosegue Padre Paolillo,

–      vive ai margini della società

–      è  inutile all’economia di mercato

–      è perseguitato dai commercianti

–      è ostaggio della malavita che ne crea bambini soldato per la guerra tra narcotrafficanti

–      è bambola sessuale per i turisti per lo più tedeschi e italiani

–      è espulso dalla scuola che non accetta bambini con comportamenti scorretti dettati dall’uso di crack (80% ne fa uso) e fame

–      è trattato dalla stampa come delinquente usando contro di lui un linguaggio discriminante senza le attenuanti usate per altri bambini o adolescenti della stessa età ma di diversa condizione sociale

Sta succedendo un massacro di tali bambini e adolescenti sotto gli occhi di tutti, quasi come se ci fosse una accordo tacito di eliminarli per pulire le città in prospettiva di tre avvenimenti importanti: visita del Papa, Mondiali e Olimpiadi. Solo nel 2012 sono stati uccisi 9.000 bambini di strada. Qualsiasi scusa è buona per la Polizia. Giustiziano anche ragazzini inermi e arrendevoli.

E’ una guerra contro la gioventù povera, quasi a voler risparmiare sulle politiche sociali. Il paradosso è che da un lato il Brasile si è prodigato per eliminare la mortalità infantile dagli 0-5 anni, dall’altro aumentano gli omicidi di adolescenti. C’è in atto un vero e proprio lavoro di pulizia sociale attraverso

–      l’internamento dei drogati in case apposite

–      spostamento di interi gruppi da una zona all’altra per lasciare libera la speculazione edilizia

–      uccisione di adolescenti di strada

Il destino dei ragazzini di strada è segnato: senza titolo di studio, senza lavoro, possono solo delinquere e finire in carcere. La situazione delle carceri è disastrata e non è certo lì che possono trovare modelli di riferimento per un riscatto: sovraffollamento, torture, abusi sono all’ordine del giorno. Molte volte per protestare ed avere un po’ di attenzione sono gli stessi ragazzi a farsi del male procurandosi delle mutilazioni.

L’unica via per uscirne è quella di cambiare la storia. L’unica via, insiste il padre, è la difesa dei diritti dei minori. I bambini adolescenti meritano la priorità assoluta. Attraverso il riconoscimento della loro condizione di vulnerabilità. Pochi di loro vengono adottati perché troppo grandi. Ma il destino di un bambino non può essere segnato sin da piccolo, senza possibilità di riscatto.

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La REDE AICA (Atendimento Integral à Criança e ao Adolescente = Assistenza Integrale ai Bambini e agli Adolescenti) realizza una serie di progetti destinati al recupero dei ragazzi di strada o che vivono in situazioni di vulnerabilitá sociale, esposti ad ogni tipo di minaccia alla loro identità e dignità, come la negazione dell’accesso ai diritti umani fondamentali, lo sfruttamento nel lavoro infantile, la malavita, lo spaccio e il consumo di droghe, la prostituzione infantile e lo sfruttamento sessuale di adolescenti.

Tra i vari progetti:
1. tre case famiglia;
2. quattro centri sociali che forniscono assistenza ai ragazzi in situazione di disagio durante il tempo libero dalla scuola, garantendo due pasti al giorno, doposcuola, educazione ai valori, attività sportive, culturali, artistiche, formazione professionale e alla cittadinanza;
3. una casa per l’assistenza a 400 adolescenti disagiati in libertà vigilata con sostegno psicologico e sociale;
4. un’officina per la formazione professionale di 800 adolescenti con corsi di panificazione, pasticceria, taglio e cucito, parrucchiere, manicure, informatica e saldatore
5. eliminazione dello sfruttamento del lavoro infantile per 300 bambini e adolescenti attraverso il sostegno economico mensile alle famiglie;
6. assistenza a 120 famiglie in situazione di difficoltà con due gruppi di lavoro costituiti da psicologi e assistenti sociali;
7. corsi gratuiti di formazione permanente per gli educatori.

Vedi http://www.comboni.org/sottocategoria/view/id/273

Per chi volesse inviare un suo contributo lo faccia esclusivamente tramite i Missionari Comboniani:

 

Mondo Aperto Onlus

Conto Corrente Postale N. 28394377
Bonifico Bancario Unicredit Banca – IBAN: IT 67 M 02008 11708 000005559379
o alla Banca Popolare Etica – IBAN: IT 68 V 05018 12101 000000512250

CAUSALE: PASTORALE DEI MINORI – CARAPINA – BRASILE SUD

per contattare Padre Paolillo: saverio.comboniano@gmil.com

 

Brasile. Col senno di poi…

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“Adottare è un atto d’amore. Reciproco. E’ diventare mamma. A tutti gli effetti, senza ma e senza se. E’ avere un figlio, senza ma e senza se.

Adottare significa diventare genitore di Tuo figlio. Tuo. Tuo. Tuo. Che più Tuo non si può. E anzi, lo sentirai dentro ancor di più, perché la strada che ti ha portato a raggiungerlo richiede un coraggio incredibile e un desiderio superiore alla norma. (…)

Adottare è spaventoso e bellissimo. Non è solo dare una casa ad un bambino sfortunato, non è solo dare un figlio a coppie infertili. Nessuno salva nessuno e allo stesso modo uno salva l’altro. E’ creare, costruire. E’ famiglia.

E io, che sono solo una delle tante, per la prima volta mi sento esattamente dove dovrei essere, nel punto esatto in cui la vita doveva condurmi. E sì, continuerei a scegliere l’adozione, sempre e per sempre. Perché mai nella mia vita ho preso decisione più giusta. Mai.” – Mamma Mara

(fonte: ilfruttodellapassione blog – coppia che ha adottato in Brasile).

Brasile. Le minoranze: “La rivincita degli afrobrasiliani”

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di Bernardo Gutierrez – giornalista

Fino a qualche anno fa gli afro brasiliani vivevano nelle zone più povere della città, svolgevano lavori umili e non andavano all’università. Oggi, anche grazie all’ex presidente Lula, sono istruiti e professionalmente affermati. Ma nel paese c’è ancora razzismo diffuso.

Fino a poco tempo fa, nelle serie brasiliane, i neri riuscivano a malapena a trionfare nel calcio e nella musica. I dati degli ultimi anni raccontano l’ascesa sociale dei neri e dei pardos (mulatti). Nel 1999 solo il 7% dei neri studiava all’università. Nel 2009 erano il 28% (…) grazie al programma Pro Uni (Programma Universidade para todos) lanciato nel 2005 dal governo dell’ex presidente Lula. Il programma offre agevolazioni fiscali alle università private che accettano studenti indigeni, neri e poveri. Il Brasile sta maturando. Bianchi e neri cominciano a capire l’importanza della diversità. Ma c’è ancora molto razzismo.

(…) Più della metà dei brasiliani è nera o meticcia. Dieci anni fa quasi nessuno frequentava l’università. (…) Il sistema delle quote è stato adottato da 162 università pubbliche. E’ una misura temporanea ma necessaria. (…) Afrodiscendente è la parola che sta prendendo piede nei circoli politicamente corretti. Ma è interessante notare che si usa molto di più l’eufemismo moreno. (…) Spesso quando un afro brasiliano diventa ricco comincia ad essere trattato come un bianco, In effetti il razzismo in Brasile ha una connotazione economica, è un razzismo mascherato da classismo o viceversa. (…)

(fonte: Internazionale 20/01/2012)

Brasile. Film: “La terra degli uomini rossi” di Marco Bechis (Italia/Brasile 2008)

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Storia di indios e di sfruttamento di un territorio da parte delle multinazionali. Una protesta pacifica inizia dal suicidio di un giovane indio. Ce ne sono stati troppi di giovani che hanno scelto questa strada, per loro l’unica per uscire da una vita senza speranza. I fazenderos, abituati alla loro ricca vita piena di ozio e di agi, reagiscono perché non vogliono cedere niente della terra che una volta apparteneva ai popoli nativi. Le attività economiche della zona sono legate allo sfruttamento in coltivazioni transgeniche dei terreni e alle visite guidate a turisti interessati al birdwatching.

Il film scava dentro il dolore senza parole di un popolo che ha perso la sua identità e invita alla partecipazione emotiva contro l’ingiustizia. Il dramma delle popolazioni native è che ogni giorno vivono l’umiliazione di non possedere più una terra che per loro non significa solo cibo ma anche (e soprattutto) radici e cultura.

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Ucciso Ambrosio Vilhalva: ispirò film Terra uomini rossi di Bechis
Nella notte tra l’1 e il 2 dicembre Ambrosio Vilhalva è stato ucciso a coltellate. La battaglia del suo popolo, i Guaranì, ispirò il film di Bechis “La terra degli uomini rossi” con Claudio Santamaria“.  Per articolo completo http://www.today.it/mondo/ucciso-ambrosio-vilhalva-terra-uomini-rossi.html

 

Brasile. Le minoranze: “Dai media sembrerebbe che…”

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La protesta degli indigeni. Pensavamo che la morìa di indigeni per malattie portate dagli occidentali fosse un triste ricordo della scoperta dell’America. Invece le popolazioni che vivono nell’Amazzonia muoiono ancora oggi di malattie a loro sconosciute a causa della vicinanza con stranieri che costruiscono dighe e strade nelle loro aree incontaminate. Neppure lo stato rispetta i loro territori. Già con il presidente Lula e adesso con Dilma Rousseff sono stati erosi via via i loro diritti. Qualche mese fa lo sciamano Kopenawa ha incontrato la presidenta ma sembra che non ci siano stati esiti positivi. I mezzi di comunicazione più influenti presentano la questione indigena come folclore e le argomentazioni sono trattate con pregiudizio sostenendo gli interessi dei potenti. (Fonte: Missioni Consolata – ottobre 2013).

Settecento indios brasiliani hanno occupato parte del Congresso, a Brasilia, in protesta contro un emendamento che consentirebbe al Parlamento di decidere i confini del territorio degli indigeni. (Fonte: corriere.it – 17/04/2013).

Contro la costruzione di una diga. Gli indios dei fiumi Xingu, Tapajos e Teles Pires sono scesi in strada a Jacareacanga, nello Stato brasiliano del Pará, per protestare contro la costruzione di una diga (Reuters/Lunae Parracho) – (Fonte: corriere.it – 03/05/2013). 

L’ammazzateci tutti degli indios brasiliani. L´8 ottobre 2012, dopo aver ricevuto da un giudice l’ordine di espulsione dalla terra dove vivevano in condizioni estremamente precarie, un gruppo di 170 indigeni Kaiowá/Guarani ha annunciato in una lettera di non voler lasciare quella terra da loro considerata sacra. Si trovano ai margini di un fiume nella città di Iguatemi, nello Stato del Mato Grosso del Sud (centro ovest brasiliano) (…) E mentre per questi índios uscire della propria terra significa migrare nelle città dove probabilmente saranno obbligati a mendicare e prostituirsi, restare dove sono nati significa convivere con la paura. Circondati dai killer assoldati dai fazendeiros per sgomberare le terre, gli índios Kaiowá/Guarani sono vittime di violenza quotidiana. Sembra incredibile, ma la soluzione per molti di loro è il suicidio: dal 1986 a settembre del 1999, 308 indigeni di età fra 12 e 24 anni si sono tolti la vita impiccandosi a un albero o avvelenandosi. E dal 2000 al 2011 più di 500. (Fonte: corriere.it – 29/10/2012).

Awa Guajà, la tribù più minacciata al mondo. Così l’ha definita Survival International, l’associazione che aiuta i popoli indigeni a proteggere le loro vite. Gli indios Awa-Guajà vivono nella foresta dell’Amazzonia brasiliana, ma la loro esistenza è in pericolo, osteggiata dall’avanzare della modernità in quei luoghi ancora incontaminati in cui vivono. (…) sono in tanti, da anni, a battersi affinché la vita degli Awa possa continuare senza che sia snaturata o occidentalizzata. (…) Accerchiati e cacciati indietro dai disboscatori illegali e dagli allevatori, minacciati di morte, in un habitat sempre più ristretto e a rischio distruzione dove non possono più andare a caccia, gli indios Awa-Guajà sono ridotti alla fame. Così hanno indirizzato un messaggio disperato al ministro della giustizia brasiliano: “I bambini piangono e hanno fame, (…) Non possiamo girare per la foresta da soli: potrebbero ucciderci. Ci sono camion, motoseghe e auto fuoristrada ovunque. Non possiamo più andare a caccia. Restiamo tutti a casa. Siamo tristi perché non possiamo più stare nella nostra foresta”. “La caccia ha un ruolo centrale in ogni comunità Awa”, ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “E’ quello che fanno, è il loro modo di sopravvivere. Il Brasile sa di dover mettere gli Awa in cima alle proprie priorità prima che sia troppo tardi. E’ il momento di azioni concrete. Ma è sconfortante constatare che, al momento, le uniche azioni concrete visibili sono quelle degli invasori illegali”, ha aggiunto Corry. (Fonte repubblica.it – 01/10/2012)

Brasile, Shell rinuncia ai biocarburanti coltivati su terre indigene. Grazie a un’assidua campagna di protesta condotta dagli indigeni Guaranì e da Survival International, la Raizen, azienda di biocarburanti di proprietà della Shell in Brasile, ha deciso di non approvvigionarsi più della canna da zucchero proveniente dalle terre rubate a una tribù indigena. Una decisione storica, che crea un precedente importante nelle eterne lotte contro i giganti del petrolio in terre ancestrali.(…). I Guarani che vivono nell’area hanno raccontato che i loro fiumi sono stati inquinati dai pesticidi usati nelle piantagioni. “Potremo ricominciare a bere l’acqua della nostra terra”, ha commentato la donna. “Potremo ricominciare a far tutto.” (…) È arrivato il momento che il mondo prenda coscienza che i biocarburanti brasiliani sono macchiati di sangue indigeno”. (Fonte: elmensile.it – 14/06/2012).

Brasile. Vivere nelle favelas: “Paura e disagio mentale”

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“Ecco cosa significa vivere qui: meglio per te se non vedi, non senti, non parli. Quando scoppia la violenza, ognuno si fa i fatti suoi. È terrificante.”

Elena vive nel Complexo do Alemão, una favela con più di 170.000 abitanti di Rio de Janeiro, Brasile. Il panorama offerta dal Complexo è in netto contrasto con le immagini da cartolina a cui ci ha abituati Rio: un labirinto di vie non asfaltate che si inerpicano su per la collina, fiancheggiate da misere casupole, il tutto racchiuso entro un circolo di posti di blocco improvvisati, che servono a tenere sotto controllo il traffico in entrata. Meno plateale, ma più impressionante, è lo scenario quotidiano della violenza che schiaccia e pervade la vita degli abitanti della favela.

Il Complexo do Alemão, come centinaia di altre favela a Rio de Janeiro, è in mano a gruppi armati che gestiscono il redditizio traffico della droga nella zona. La fiamma della violenza può accendersi ovunque, in ogni momento, basta che la polizia effettui un’incursione o che gruppi rivali si decidano per lo scontro diretto. Anche quando tutto sembra tranquillo, migliaia di persone come Elena vivono soggette all’arbitrio dei gruppi armati, con la costante paura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. (…)

“Qui ci si aspetta che nessuno faccia parola delle violenze a cui abbia avuto la sventura di assistere, perciò tutte queste scene tremende rimangono sepolte dentro la testa della gente.” (…) Tra gli adulti i sintomi più comuni sono riconducibili a malattie psicosomatiche, depressione e ansia; nei bambini aggressività, disturbi del comportamento e difficoltà nell’apprendimento. Dietro questi sintomi si nasconde di solito un episodio di violenza vissuto dal paziente. La metà di tutti i pazienti visitati dagli psicologi di MSF ha alle spalle una storia di violenza. Più di un terzo di questi si è trovato nel mezzo di uno scontro e uno su cinque ha perso un familiare nell’occasione. “Di fronte a tanto orrore, ci aspettavamo un numero più alto di casi di sindrome da stress post-traumatico, come capita di solito alle persone che hanno subito uno shock improvviso,” ha dichiarato Khayat, uno dei medici. “Invece questi casi sono una minoranza. E non è un segnale confortante, perché significa che quello che noi consideriamo un evento straordinario al Complexo è oramai considerato come un fatto di ordinaria amministrazione. Eppure nessuno ne esce senza strascichi,” ha aggiunto Khayat.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)

Brasile. Vivere in campagna o nelle favelas: “Per la gente del popolo la vita è dura dovunque”

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di Fabrizio Mola

Questa è l’esperienza di quindici giovani che hanno speso le loro vacanze a realizzare progetti in Brasile: un’esperienza indimenticabile, a contatto con situazioni disperate e nell’impegno di solidarietà nella lotta silenziosa per rivendicare diritti umani e dignità. Ne riportiamo alcuni passi per capire com’è la vita in campagna e nelle favelas.

 

Inquadriamo la cittadina di Jaoquim Gomes. 

Gli uomini. Di uomini a Joaquim Gomes se ne vedono davvero pochi; la maggioranza di essi, infatti, è costretta a emigrare in altre regioni dove la manodopera è più richiesta, finendo in uno stato di semi schiavitù, in lontane ed estese piantagioni di canna da zucchero, da cui, in molti casi, non riescono più a tornare, lasciando così alla propria sorte moglie e figli. Nel solo anno 2007 da Joaquim Gomes sono partiti più di 3 mila uomini, su una popolazione di 22 mila abitanti, in cerca di un lavoro che permettesse loro di far sopravvivere le proprie famiglie; ma quasi sempre sono diventati vittime del meccanismo messo in atto dai fazendeiros, che, tramite esperti intermediari, riescono a incastrare migliaia di uomini rendendoli debitori dei loro datori di lavoro ancora prima di entrare in servizio. La strategia è molto semplice: a ogni lavoratore viene anticipato il denaro per i costi del viaggio, e per pagarsi il vitto, gli attrezzi di lavoro e il proprio sostentamento; a nessuno è permesso lasciare il posto di lavoro fino a quando non avrà ripianato il debito col padrone. Un impegno quasi impossibile, con un lavoro sottopagato. Anche se qualcuno riesce nell’impresa, rimane ancora il problema di acquistare il biglietto del viaggio di ritorno, che permetta loro di percorrere i tre giorni di pullman che separano il Mato Grosso (terra solitamente di destinazione dei lavoratori stagionali) dalle loro famiglie in Alagoas.

Le donne. In assenza degli uomini, che raramente riescono a inviare denaro alle proprie famiglie, sono le donne che lottano per la sopravvivenza dei loro figli, portando avanti la casa e provvedendo alle loro necessità. Sono donne forti e provate dalla fatica giornaliera. Fin dalle cinque del mattino le sentiamo passare per le vie, fuori dalla porta della casa che ci ospita; le vediamo scendere al fiume; in testa portano enormi bacinelle con i vestiti da lavare, in mano qualche pentola e attorno i figli più grandi con in braccio quelli più piccoli, pronti per il bagno nell’acqua torbida che scorre lenta tra le colline del paese.

Vita di tutti i giorni. Ancora prima dell’alba, gli uomini rimasti nel paese ci svegliano mentre, seduti in piazza, colpiscono con lunghe e forti strisciate del machete le pietre della pavimentazione, per preparare la lama alla lunga giornata nel taglio della canna. Poco dopo, passano vecchi pullman per caricarli e portarli nelle piantagioni, dalle quali torneranno soltanto quando farà notte. Dopo una giornata di lavoro, chi è più forte riesce a guadagnare di più, portando a casa appena un euro per ogni tonnellata di canna tagliata, sotto il sole cocente e con i vestiti che li coprono da capo a piedi per proteggersi dalle foglie taglienti.
Li si vede scendere dai pullman uno ad uno e diramarsi nei vari quartieri, con passo rapido, machete in mano e borraccia a spalle; raggiungono le loro case di fango dove, consumato un misero pasto, torneranno finalmente a riposarsi per riacquistare le energie da consumare nella dura giornata successiva.

Questa è la vita di un numero infinito di uomini, donne e bambini in centinaia e migliaia di paesi che sono sparsi, come Joaquim Gomes, nelle aree rurali di questa estesa regione del Brasile. E proprio da questa situazione siamo partiti e abbiamo potuto conoscere le altre differenti realtà che impregnano di contrasti questa terra. Tuttavia abbiamo potuto scorgere, al tempo stesso, barlumi di intensa speranza, a partire dalle favelas della caotica capitale fino agli accampamenti di senza terra, isolati nella sperduta area del sertão.

Visita ad una favela. La capitale dello stato di Alagoas è Maceio, città con circa 800 mila abitanti, che si estende a metà tra l’oceano e la laguna. Verso l’oceano sorgono i quartieri più ricchi, dove si trovano palazzi e alberghi di lusso, boutique di alta moda e design, ristoranti e club, palestre e scuole, dove autisti privati attendono i figli delle famiglie benestanti alla fine delle lezioni. A pochissimi chilometri di distanza, verso la laguna, inizia invece l’ininterrotta serie di favelas dove migliaia di famiglie vivono in baracche costruite con pannelli di legno, cartoni, cartelli pubblicitari, lamiere e teli di nylon recuperati nelle aree circostanti. Visitiamo una di queste favelas, quella di Sururù de capote, così chiamata dal nome del mollusco che vive nella laguna lungo la quale sono situate le baracche.

Vediamo adulti e bambini che si immergono continuamente in acqua, anche per alcuni metri, e portano in superficie masse di fango putrido, mischiato alle conformazioni di molluschi che, portate a riva, vengono passate alle donne per la pulitura. Piegate sull’acqua, immerse fino alle ginocchia, esse passano giornate intere a scrostare questa specie di cozze, che, una volta ripulite, vengono vendute ai ristoratori di lusso per un prezzo irrisorio: un secchio pieno di tali molluschi, frutto del lavoro giornaliero di un’intera famiglia, viene pagato l’equivalente di un euro circa. (…)

La storia di Vania. Presentandosi subito con il suo fare deciso e fiero, Vania ci racconta la sua storia: è nata nella favela; sin da ragazzina è stata coinvolta nei giri della droga, prostituzione e narcotraffico; ha avuto 12 figli, di cui sei morti prima ancora di nascere a causa della denutrizione e delle sostanze stupefacenti da lei assunte in gravidanza. Ma ora Vania è cambiata, il suo carattere e la sua voglia di lottare hanno fatto di lei una leader della favela: ha creato intorno a sé una comunità che si sostiene reciprocamente, forte nelle rivendicazioni per i propri diritti, superando la lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza in un crescente desiderio di rimanere uniti e solidali.

Mentre giriamo nella favela, Vania interrompe i suoi racconti per richiamare i bambini che litigano, per leggere un documento a un uomo analfabeta che chiede il suo aiuto e consiglio, per spiegare alla gente chi siamo; nel frattempo il suo sguardo è sempre attento nell’osservare e vigilare su ogni cosa che succede intorno. Vania conosce la gente della favela e non ha paura di raccontarcene la vita: ci indica bambine di nove anni che, per un piatto di riso o di fagioli, si prostituiscono con i taxisti che passano nell’avenida, bambini drogati con la colla, che tornano dal centro della città, dove hanno passato la giornata a vagare e a borseggiare i passanti; ci racconta la storia di una ragazza che, dopo anni di lavoro come domestica in una famiglia benestante, è stata licenziata appena i padroni hanno scoperto che viveva nella favela. (…)

La piaga della droga. Nella nostra visita siamo accolti in un’abitazione dove si consuma un altro dramma di sofferenza e disperazione. Un genitore, rimasto solo con due bambini piccoli, dopo aver perso la moglie e le figlie in morti violente, è costretto a sprangare la porta della baracca per impedirne l’entrata alla figlia di 12 anni, poiché la ragazza, che vive in strada, ogni volta che torna a casa cerca di portare via qualcosa, oggetti o alimenti, per scambiarli con una dose di droga.

Prima di lasciare la favela e salutare le frotte di bambini che ci hanno seguito nella nostra visita, ci aspetta l’incontro più inatteso. Nell’ultima baracca in cui siamo invitati a entrare ci attende infatti l’impatto con il paradosso più grande dell’amore materno, un incontro che, pur passando attraverso i nostri occhi, rimane incredibile per i nostri schemi mentali, sviluppati in un mondo che da qui sembra ancora più distante.
Sdraiato per terra, su un sottile pezzo di gommapiuma, Thiago, un ragazzo di 13 anni, ci accoglie subito con un sorriso di felicità, ma il suo sguardo è perso nei drammi di una vita bruciata da droga e violenza. Un suo polpaccio è avvolto da una grossa catena, chiusa con un lucchetto, che lo tiene legato al tavolo di casa. La madre è al suo fianco e ci spiega che sono ormai venti giorni da quando ha deciso di tenere il figlio così legato per cercare in qualche modo di salvargli la vita.

Thiago aveva solo nove anni quando cominciò a fare uso di crack e essere coinvolto nei traffici di droga; ora, minacciato di morte a causa di conflitti e lotte tra bande, la sua vita è a rischio.La madre è sicura che se il figlio uscisse di casa, sarebbe ucciso in brevissimo tempo. Per proteggerlo e per allontanarlo dalla droga, ha chiesto aiuto ai servizi sociali, ma non ha ricevuto alcun aiuto; per cui ha messo in atto una soluzione così drastica, già usata con la sorella e sperimentata da altre madri nella favela verso i propri figli. Thiago ci racconta col sorriso in faccia la sua vita e, salutandoci, augura a se stesso di poterci vedere ancora; ci confida che vorrebbe andare in giro per il mondo, ma ammette con le sue stesse parole che tutto ciò rimarrà nei suoi sogni, confessando di essere ben consapevole che o a causa della droga o per mano dei suoi nemici la sua vita sarà davvero breve.

Un ragazzo così giovane, ma con occhi e sogni privi di speranza, richiama alla mente tutti gli altri contrasti e sofferenze incontrate nella breve esperienza in Brasile. Il suo volto rimarrà scolpito in modo indelebile nei nostri ricordi, insieme al senso di impotenza e ingiustizia che si prova di fronte a certi drammi.

(fonte: rivistamissioniconsolata.it)

Brasile. I Nostri Padri: “Papa Francesco e la teologia della liberazione”

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di Leonardo Boff – teologo e scrittore brasiliano, uno dei fondatori della teologia della liberazione

Molti si sono chiesti se l’attuale papa Francesco, provenendo dall’America Latina, sia un adepto della Teologia della Liberazione. La questione è irrilevante. L’importante è identificarsi non con la Teologia della Liberazione, ma con la liberazione degli oppressi, dei poveri e dei senza giustizia. E questo lo fa con indubitabile chiarezza.

È stato sempre questo, in realtà, lo scopo della Teologia della Liberazione. Prima viene la liberazione concreta dalla fame, dalla miseria, dalla degradazione morale e dalla rottura con Dio: una realtà che va ricondotta ai beni del Regno di Dio e che era nei propositi di Gesù. Dopo, viene la riflessione su questo dato reale: in quale misura si realizza anticipatamente il Regno di Dio e in che modo il cristianesimo, con il capitale spirituale ereditato da Gesù, può collaborare, insieme ad altri gruppi umanitari, a questa necessaria liberazione.

Tale riflessione successiva, chiamata teologia, può esistere o meno. La cosa decisiva è che avvenga il fatto reale della liberazione. Ci saranno però sempre spiriti attenti che ascolteranno il grido dell’oppresso e della Terra devastata e si chiederanno: sulla base di quanto abbiamo appreso da Gesù, dagli apostoli e dalla secolare dottrina cristiana, come possiamo offrire il nostro contributo al processo di liberazione? È quanto ha fatto tutta una generazione di cristiani, dai cardinali ai laici e alle laiche a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. E che resta valido fino ad oggi, dal momento che i poveri non smettono di crescere e il loro grido si è già trasformato in clamore.

Ora, papa Francesco ha fatto sua questa opzione per i poveri, ha vissuto e vive poveramente in solidarietà con essi e ha detto chiaramente in uno dei suoi primi interventi: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri». In questo senso, papa Francesco sta realizzando l’intuizione originaria della Teologia della Liberazione e sostenendo il suo marchio: l’opzione preferenziale per i poveri, contro la povertà e a favore della vita e della giustizia.

Tale opzione non è per lui solo un discorso, ma un’opzione di vita e di spiritualità. A causa dei poveri, ha avuto problemi con la presidente Cristina Kirchner, esigendo dal suo governo un maggiore impegno politico per il superamento di quei problemi sociali che, dal punto di vista analitico, si configurano come disuguaglianze, da quello etico come ingiustizie e da quello teologico come un peccato sociale che tocca direttamente il Dio vivente, il quale, biblicamente, ha sempre mostrato di essere dalla parte di quelli che meno vita hanno e dei senza giustizia.
Nel 1990 in Argentina i poveri erano il 4%. Oggi, a causa della voracità del capitale nazionale e internazionale, sono saliti al 30%. Non si tratta solo di numeri. Per una persona sensibile e spirituale come papa Francesco, tale fatto rappresenta una via sacra di sofferenze, lacrime di bambini affamati e disperazione di genitori disoccupati.

Ciò mi richiama alla mente una frase di Dostoevskij: «Tutto il progresso del mondo non vale il pianto di un bambino affamato».
Questa povertà, ha insistito con fermezza papa Francesco, non si supera con la filantropia, ma con politiche pubbliche che restituiscano dignità agli oppressi e che rendano questi cittadini autonomi e partecipativi.

Non importa che papa Francesco non usi l’espressione “Teologia della Liberazione”. L’importante è che parli e agisca nella linea della liberazione.
È anche un bene che il papa non si leghi ad alcun tipo di teologia, che sia quella della liberazione o qualunque altra. I suoi due predecessori hanno assunto un certo tipo di teologia che era nelle loro teste e si presentava come espressione del magistero papale, nel cui nome sono stati condannati non pochi teologi e teologhe.

Gli storici sanno che la categoria “magistero” attribuita ai papi è una creazione recente. Cominciò ad essere utilizzata dai papi Gregorio XVI (1765-1846) e Pio X (1835-1914) e diventò comune con Pio XII (1876-1958). Precedentemente, il “magistero” era costituito dai dottori in teologia e non dai vescovi e dal papa. Questi ultimi sono maestri della fede, mentre i teologi sono maestri dell’intelligenza della fede. Pertanto, ai vescovi e ai papi non spetta fare teologia, ma rendere una testimonianza ufficiale e garantire in maniera zelante la fede cristiana. Ai teologi e alle teologhe spettava e spetta approfondire questa testimonianza con gli strumenti intellettuali offerti dalla cultura.

Quando i papi si mettono a fare teologia, come è recentemente avvenuto, non è chiaro se parlano come papi o come teologi, con il risultato che si crea una grande confusione nella Chiesa e che si perde la libertà della ricerca e il dialogo con i diversi saperi.

Grazie a Dio, papa Francesco si presenta esplicitamente come pastore e non come dottore e teologo, sia pure della liberazione. Così è più libero di parlare a partire dal Vangelo, dalla sua comprensione emotiva e spirituale, con il cuore aperto e sensibile, in sintonia con un mondo oggi abitato da una coscienza planetaria. Papa Francesco, poni la teologia in tono minore affinché la liberazione risuoni in tono maggiore: consolazione per gli oppressi e appello alle coscienze dei potenti! Pertanto, meno teologia e più liberazione.

(fonte: teologhe.org – 14/05/2013)

Per avere un’altra interpretazione si consiglia di leggere anche:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ma-bergoglio-non-e-di-sinistra/2210749

Brasile. Turismo sessuale 2: “Il disprezzo della gente del luogo e la vergogna dei connazionali onesti”

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ITALIANI, BRUTTA GENTE

Il quartiere degli italiani a Fortaleza si chiama Praia de Iracema: è un borgo degradato che l’amministrazione municipale sta ristrutturando, cercando di mandare via i nostri connazionali. Gli italiani residenti nella città sono circa 20mila, ma altrettanti vivono in clandestinità. La maggioranza è arrivata lì alla ricerca di sesso a buon mercato. Altri sono coinvolti nel giro della prostituzione, dello spaccio e degli affari loschi. La nostra padrona di casa ci spiega che «forse tra gli italiani ci saranno anche persone oneste, ma non è questa l’esperienza che ci siamo fatti qua, con loro. Abbiamo incontrato solo gente terribile. Possiamo pensare, certo, che costoro appartengano alla fascia sociale più degradata del vostro Paese, ma qui essi rappresentano tutti voi, e lo fanno nel peggiore dei modi. Noi li evitiamo in tutte le maniere non vogliamo avere nulla a che fare con loro e con i loro traffici».

In un bar italiano sulla spiaggia e meta di nostri connazionali, apprendiamo che i proprietari e gli avventori residenti in città da tempo si ingegnano, con molta fantasia e astuzia, a frodare i nuovi arrivati in cerca di sistemazione abitativa, lavoro o, molto spesso, di sesso a pagamento. Questi confidano sul fatto che il locale è gestito e frequentato da italiani, che certamente offriranno aiuto e appoggio. Invece si ritrovano ingannati: vengono proposti loro appartamenti a costi altissimi, rispetto al mercato locale, e si ritrovano presto in giri illegali e di prostitute che cercano di spillare loro quanti più soldi possono.

Un italiano proprietario di una clinica e in Brasile da dieci anni ci spiega che, per non essere visto, tutte le mattine entra dalla porta di servizio, perché i pazienti – tutti della media borghesia brasiliana – non devono sapere di avere a che fare con uno che arriva dall’Italia. Smetterebbero, infatti, di fidarsi e sceglierebbero un altro centro medico. Un altro nostro compatriota, con un’agenzia immobiliare, ci racconta che alcuni italiani andavano lì, compravano dei terreni, e facevano un progetto per la costruzione di un palazzo o di un grattacielo: i brasiliani, com’è consuetudine, acquistavano gli appartamenti sulla carta, dando una caparra e pagando delle rate fino alla fine della costruzione, ma si ritrovavano senza niente, imbrogliati e defraudati dei loro soldi. I costruttori, infatti, una volta vendute tutte le abitazioni, scappavano con il capitale raccolto facendo perdere le loro tracce. Casi come questi – insieme a prostituzione, spaccio e altre illegalità – hanno contribuito a rendere il nostro popolo, la nostra lingua e cultura, oggetto di ostilità e razzismo.

INTERNET: FIDANZAMENTI E PROSTITUZIONE

Ci sono ragazze fidanzate a decine di italiani contemporaneamente, e tutto via Facebook, email, Skype. Ce ne sono tante che vivono così, accalappiando uomini di ogni età e ceto sociale – meglio se danarosi, però – con l’aiuto – il know-how – di chi vive, malavitosamente, in Brasile da anni. La giovane adesca una preda su internet, cerca di avviare una relazione amicale o sentimentale virtuale: nel giro di qualche settimana, lei si trasforma nella «mia ragazza in Brasile». Lo scopo, ovviamente, è una trappola: attirare qui il malcapitato credulone o depravato e spennarlo per bene. Lei lo raggirerà dicendo di essere molto povera e di aver bisogno di soldi per la famiglia o per cure mediche per una zia inesistente.

Per scoprire questo traffico basta sedersi per qualche giorno in alcuni internet-point della città e, facendo finta di essere impegnati in conversazioni via Skype, o letture di quotidiani online, osservare ogni movimento e ascoltare le conversazioni di queste fanciulle: un mondo di oscuri traffici, di raggiri, imbrogli vi si dispiegherà tutt’intorno. Dall’altra parte, a 10mila chilometri di distanza, ciascun fidanzato, collegato in chat su Messenger, Fb o Skype, è certo che la dolce ed esotica brasileira sia solo per «lui», non sapendo di far parte di un nutrito gruppo di aspiranti amanti e di essere cascato in una armadilha, una trappola ben programmata, con attori e comparse, e con collaboratori italiani che lucreranno sulle sue disavventure.

Gestendo bene i turni di viaggio in Brasile, ognuna di queste prostitute invita ciascun fidanzato a passare del tempo con lei. Dopo un paio di settimane a Fortaleza, essi ritornano in Italia con il portafoglio vuoto e, probabilmente, con la carta di credito azzerata dai debiti, ma racconteranno agli amici di avere una meravigliosa morosa innamorata e in attesa della prossima vacanza insieme.

Tali e altre pratiche criminali sono ben note alla polizia federale, che spesso esegue controlli e blitz per individuare gli italiani coinvolti in questi giri e senza permesso di soggiorno.

«PORTATORI DI CRIMINALITÀ»

Non sono pochi i fogli di via e i rimpatri forzati dati ai nostri connazionali colti in flagrante attività illecita e senza documenti. Le nostre leggi sull’immigrazione e i nostri media ci hanno abituati a scene di espulsione coatta ai danni di disperati giunti nel nostro Paese a bordo di barconi scassati, che noi identifichiamo come «portatori di criminalità», facendo di tutta l’erba un fascio, e confondendo clandestini senza permesso di soggiorno e delinquenti. Qui, sulle coste nordestine del Brasile siamo noi, spesso, i clandestini, gli spacciatori, gli sfruttatori della prostituzione, gli adescatori di altri italiani, gli imbroglioni. I disprezzati. Siamo noi ad apparire nella cronaca giudiziaria dei giornali o dei Tiggì, e motivo di vergogna per altri connazionali onesti.

(fonte: rivistamissioniconsolata.it Luglio/Agosto – 2012)

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Sempre sul turismo sessuale e la campagna “Don’t Look Away” per monitorare il territorio durante i Mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016. Marco Scarpati, presidente di Ecpat Italia, avverte che con Mondiali e Olimpiadi i rischi aumentano. “Il mercato del sesso storicamente nasce e si sviluppa in presenza di grandi spostamenti. I grandi agglomerati hanno sempre generato un’ampia offerta di ‘svaghi’, inclusi quelli illeciti” Per l’articolo completo: http://www.lastampa.it/2013/10/01/esteri/brasile-allarme-turismo-sessuale-italiani-maglia-nera-dello-sfruttamento-ISgNbz27Db7mMWPCFCQijN/pagina.html

Brasile. Turismo sessuale 1: “Il paradiso degli orchi”

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Riportiamo questo articolo completo per dare un’idea di cosa succede in Brasile a causa di alcuni nostri connazionali. Il post, per facilità di lettura verrò diviso in due parti. Ci addolora affermare che la prostituzione minorile e la pedofilia non sono un fenomeno solo dei paesi extra UE. Ne è un esempio la nostra Napoli da cui è tratto questo servizio del Corriere. E’ palese che anche in altre città italiane, tra cui Milano, la tratta di minori stia diventando sempre più pesante.

http://www.corriere.it/inchieste/infanzia-rapita-ragazzini-che-si-prostituiscono-strada-napoli/d0c95f16-eee0-11e2-b3f4-5da735a06505.shtml

 

di Angela Lano e Fernando Lattarulo

A Fortaleza e a Natal gli italiani sono disprezzati. E con ragione. I nostri connazionali hanno in mano il business sporco. Sono inoltre tra i turisti più assidui delle due città brasiliane. La stragrande maggioranza di loro non cerca però le spiagge, bensì la prostituzione, compresa quella minorile. E, sull’aereo di ritorno a casa, se ne vanta. Senza neppure provare un minimo di vergogna…

Natal (Rio Grande do Norte). «Quella là non è il mio tipo: troppo bassa, troppo piatta». L’attenzione del gruppetto si concentra su una giovane brasiliana non molto alta e non troppo formosa.

L’autore dell’indagine anatomica è un italiano sulla sessantina, tracagnotto, dall’accento regionale marcato e dallo sguardo che saetta da una donna all’altra, tra le tante che affollano la sala d’attesa dell’aeroporto di Natal. Il resto dell’allegra brigata è formato da connazionali di varie età, tutti di ritorno da una «gita turistica» nel Nordest del Brasile.

Volano altri commenti e apprezzamenti per questa o quella, tra sgomitate e risate sguaiate. Lo spettacolo è a tratti ridicolo, quando non del tutto indecente: il branco di italiani schiamazzanti e gesticolanti si racconta ad alta voce le prodezze sperimentate durante il viaggio alla scoperta delle bellezze locali, possibilmente giovanissime e a volte (o spesso?) minorenni, incuranti del fatto che qualcuno – italiano o brasiliano che sia – possa capire e scandalizzarsi. O, semplicemente, vergognarsi di loro e di condividere la stessa patria. Ad un tratto, tra le sedie della sala d’aspetto, passa una bella ragazza dai capelli lunghi, in pantaloncini corti e maglietta aderente, e qualcuno della compagnia fa il gesto di tirare una manata sul sedere, ma è trattenuto dal vicino. «Ehi, vuoi che ti mettano dentro?», gli chiede ridacchiando il compagno.

Già, in Brasile la fama dei cacciatori di sesso facile italiani s’è ormai diffusa, e le misure contenitive e punitive si sono fatte sempre più severe, nel corso degli anni. Prostituzione, e droga, speculazione edilizia e altro ancora, in vaste aree del Nordest sono in mano ai nostri connazionali, che hanno pienamente contribuito a renderci odiosi alla popolazione locale. In certe città, dove essi si sono distinti per corruzione e sfruttamento, o utilizzo, della prostituzione, in particolare minorile, e spaccio di stupefacenti, il solo parlare in italiano può essere pericoloso, o, comunque, fortemente sconsigliato. Il razzismo nei nostri confronti è, infatti, fortissimo, e motivato dalla diffusione delle attività sopracitate, in cui diversi nostri compatrioti si sono distinti particolarmente.

PARADISO PER CHI?

Fortaleza (Cearà), marzo 2012. Entriamo in un internet-caffè in una via a ridosso del lungomare, e ci sediamo nel dehors all’aperto. Ordiniamo dell’acqua di cocco e approfittiamo per chiedere, in portoghese, al proprietario come mai tutti i clienti, seduti a fumare e a bere caffè, parlino in italiano. Ci risponde che sono nostri connazionali – lui compreso – che lavorano in Brasile o che trascorrono qui le vacanze. «Questo Paese è il paradiso per noi – dice convinto – Non tornerei più in Italia, per nessuna ragione. Qui ho trovato la mia fonte di guadagno e di vita».

Ci guardiamo intorno: il locale è sgarrupato, fatiscente, con sedie e tavoli di plastica, sporchi, quattro o cinque computer vecchio modello, un bancone sovraffollato di cianfrusaglie e un cesso degno di questo nome… Possibile, ci chiediamo, che abbia trovato «l’America», con questo postaccio e vendendo connessioni internet lente, caffè, sigarette e acqua di cocco? Mentre ci frullano in testa diverse domande che non osiamo rivolgergli, lui ci risponde da solo: intermedia l’affitto (a prezzi stratosferici, scopriremo dopo) di appartamenti per le vacanze – vacanze di tutti i tipi – per italiani che approdano in queste zone del Brasile, depresse, sporche ma dalle bellissime spiagge e con giovani donne povere e travestiti che si vendono in mezzo alla strada.

Da lì a poco, a fornirci ulteriori risposte, arriva un gruppetto di nostri compatrioti accompagnato da un paio di rumorose ragazze locali, che salutano affabilmente il nostro ristoratore. Non ci vuole molto a capire come Piero (nome di fantasia) abbia trovato il paradiso in Brasile. E come non sia il solo italiano ad essersi sistemato economicamente in questo modo, lo scopriremo nei giorni successivi, entrando in altri bar, ristoranti e internet-caffè, e osservando il traffico umano che vi si articola di giorno e di sera tardi davanti e all’interno.

Visitando altre zone della capitale dello Stato del Cearà, con minore presenza di italiani, e parlando con la gente, ci rendiamo conto di quanto siano disprezzati, se non addirittura odiati, i nostri connazionali che hanno fatto delle vacanze a scopo sessuale, o dello sfruttamento stesso della prostituzione, il leit motif della loro vita. Ne arrivano a frotte, ancora adesso, nonostante i provvedimenti punitivi anche esemplari (nei casi di sfruttamento di minorenni), introdotti dalle autorità brasiliane. Semplicemente, si sono fatti più furbi… e spesso mascherano le loro avventure con lo sport – il surf va per la maggiore in spiagge da sogno o in altri paradisi naturali, così come il nuoto o le escursioni – il business, i «fidanzamenti via internet».

(continua……)

Brasile. La condizione delle donne: “Ancora gravidanze precoci e violenze”

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Con l’aumento del tasso di scolarizzazione più donne entrano nel mondo del lavoro e le famiglie riducono il numero dei figli.  Il Brasile è però ancora citato tra i sei paesi in cui vi è un’elevata percentuale di madri adolescenti. Gli altri sono Bangladesh, Congo, Cina, India e Nigeria. Le adolescenti tra i 15 e 19 anni rappresentano l’11% delle baby mamme nel mondo.

Nel 2012 è stato celebrata la prima giornata internazionale contro i matrimoni precoci, il “Girls not Brides Day”. Le ragazzine che si sposano molto giovani sono a maggior rischio di violenza domestica e di abusi sessuali. Inoltre non hanno raggiunto un adeguato sviluppo del corpo per portare avanti una gravidanza senza pericoli. Non conoscono neppure i loro diritti e non sanno che cosa fare in caso di gravidanze a rischio.

Per quanto riguarda il tema violenza domestica, si può affermare che, nonostante l’introduzione di una legge più severa ormai da sette anni, le donne brasiliane continuano ad essere vittime di violenza e, quel che è più grave, i loro aguzzini non vengono perseguiti. Si parla di centinaia di donne senza giustizia e di cure adeguate. Un’ennesima dimostrazione che non è sufficiente avere una legge per estirpare il fenomeno.

(fonte: globalfactiva.com 2013-2012)

Brasile. Renan, 17 anni: “L’importanza della famiglia e degli amici speciali”

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“Ci sono dei giorni, dei giorni in cui è difficile credere in se stessi, quando il mondo per primo non crede in te e tanto meno alle tue parole. Quando ti guardi allo specchio e vorresti ridurlo in briciole perché riflette un’immagine diversa da quella delle persone intorno a te, quando a scuola qualcuno ti deride perché gli insegnanti per primi, non capiscono la tua realtà, il tuo animato rifiuto dell’ingiustizia che ben conosci perché l’hai dovuta conoscere troppo presto.

A questi atteggiamenti la gente risponde in modo superficiale, non comprendendo una realtà come la tua perché semplicemente fuori dagli schemi mentali. La presa in giro, il considerarti lo zimbello della scuola o del quartiere, l’additarti come qualcosa di strano che non si colloca né tra gli Italiani nè tra gli stranieri: tutto ciò ti fa soffrire e tu cominci a rispondere a modo tuo, prendendo a calci o a pugni qualcuno, usando l’ironia, urlando al mondo l’ingiustizia. Altre volte ancora tieni il tuo dolore per te, chiudendoti nell’apatia, creando un mondo tuo dove nessuno può entrare perché il mondo interiore fa meno male di quello esterno e soprattutto non ti delude mai.

Ciò che comunque ti aiuta è la speranza che la tua famiglia ti venga in aiuto, ti protegga, ti dia le armi giuste, quelle di cui un bambino non dispone e che solo una mamma e un papà sensibili e attenti, ti possono dare e così…

Se i tuoi genitori comprendono, finalmente ti comprendono, così non ti senti più solo e diverso nella società bensì ti senti parte di un nucleo che cambia il mondo a partire dal tuo: i tuoi genitori diventano catalizzatori, portavoce dei tuoi problemi e delle tue richieste ma soprattutto diventano prolungamenti di te stesso, persone forti come alberi a cui si appoggia un piccolo innesto: io.

Ciò nonostante capita a volte di avere bisogno di qualcosa di più, o meglio qualcuno che comprenda cosa hai nel cuore, senza dover continuamente spiegare che la tua storia è simile a quella di Mario Balotelli, perché la gente capisce solo quello.

Succede poi che ad una festa incontri dei ragazzi veramente speciali come Hercules, Carol, Lucas e Agatha che sono originari del tuo stesso Paese ma da una zona diversa e che, di primo acchito, sembrano semplicemente dei normali adolescenti con la passione per il rap ma poi ti accorgi che loro ti guardano in modo diverso dagli altri; sì, questi fratelli ti fanno sentire speciale, ti regalano un sorriso che ti scalda il cuore e capiscono che tu avevi proprio bisogno di avere accanto persone speciali, AMICI SPECIALI come loro che ti incoraggiano, ti spronano, che fanno di te una mascotte, che ti aiutano a fare COSE che né tu né tanto meno gli altri pensavano mai avresti potuto fare come: giocare a calcio o arrampicarsi a una spalliera. Così ho cominciato a credere che ce la potevo fare e di questo RINGRAZIO QUESTI MIEI AMICI SPECIALI!!!!!!!!!!!!!!!!!”

(fonte: aipaergapueros.wordpress.com/brasile)

Brasile. UNICEF: “La riduzione del lavoro minorile”

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Tra il 1992 e il 2009, per quanto riguarda il diritto allo studio, le disparità di genere, tra campagna e città e regionali sono di molto diminuite, se non del tutto eliminate. Grazie all’aumento dell’età scolare, i bambini lavoratori fino ai 10 anni sono diventati una percentuale irrisoria. Per i bambini più grandi si registrano percentuali superiori, ma comunque in flessione rispetto agli anni passati.

La maggior parte dei ragazzi lascia la scuola dopo i 16 anni. Tra i 7-15 anni è ancora al lavoro il 7% dei ragazzini. Si tratta in genere di maschi, vivono in campagna e aiutano i genitori in agricoltura. Ovviamente, ci sono anche altre forme di lavoro irregolare. Magari alcuni vanno anche a scuola, ma la fatica del lavoro non lascia molta energia per concentrarsi sulle materie scolastiche e molto spesso rimangono indietro nei programmi.

Per la diminuzione del lavoro minorile sono state importanti i programmi messi in atto dalla politica. Bolsa Escola, per esempio, ha portato ad una diminuzione delle disuguaglianze e un aumento della frequenza scolastica con conseguente flessione del lavoro minorile. Inoltre è stata fissata a 16 anni l’età lavorativa dei ragazzi (prima era 14) e la richiesta della moderna industria di manodopera qualificata ha dato una nuova credibilità alla scuola vista ora come un investimento per il futuro.

Il 30% del calo del lavoro minorile è legato in primis alla crescita dell’istruzione dei genitori che si è rivelata la molla principale per l’inversione del trend. Ha aiutato anche il calo della povertà. che non ha più obbligato le famiglie a mandare i bambini a lavorare per integrare il magro bilancio familiare, e l’accesso all’acqua con relativo miglioramento dello stile di vita.

(fonte Unicef: “Understanding the Brasilian success in reducing Child labour: empirical evidence and policy lessons – giugno 2011)

Brasile. Ist.degli Innocenti: “La scuola primaria”

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Alla scuola materna ci va solo il 10% dei bambini. La scuola primaria, invece, è obbligatoria dai 7 ai 15 anni. E’ per tutti gratuita e pubblica.

L’anno scolastico è diviso in semestri e le lezioni si svolgono da marzo a novembre con 15 giorni di vacanze invernali (dal 15/07 al 1/08).

Le lezioni iniziano alle 7.00 e terminano alle 17.00 con intervallo per il pranzo (12.00 – 13.00).

I bambini lavorano spesso in gruppo in classi di 27–35 alunni. Con gli insegnanti creano un rapporto di tipo affettivo. La famiglia partecipa poco alla vita scolastica. Programmi ad hoc sono studiati per le popolazioni indigene. In Brasile esistono più di 200 gruppi indigeni e 170 idiomi.

(fonte: Istituto degli Innocenti 2008 – “Viaggio nelle scuole: i sistemi scolastici nei paesi di provenienza”)

Brasile. World Bank: “Gli asili nido e le scuole materne”

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L’offerta formativa degli asili nido e scuole materne in Brasile è bassa: c’è necessità di avere migliori strumenti didattici, di un maggiore monitoraggio del sistema e di far circolare le esperienze. Fare valutazioni precise è difficile in quanto sono basate sull’osservazione visto che i bambini in tenera età non sono in grado di rispondere a test. Neppure i genitori hanno una reale percezione dell’efficienza delle strutture che di solito è inadeguata.

Dal 2001 al 2009 gli asili nido e le scuole materne sono comunque migliorati anche se con differenze geografiche. Le regioni al nord hanno registrato un aumento delle iscrizioni senza un adeguato numero di insegnanti a disposizione (media 26 alunni negli asili nido contro i 10 delle direttive). Manca materiale didattico e strumenti di sostegno come computer, video etc. La situazione è peggiore nelle aree rurali che scontano la difficoltà di raggiungere i centri per bambini. In questo senso sarebbe necessario creare un numero maggiore di centri più piccoli per accorciare le distanze.

Buona invece l’interazione tra bambini ed insegnanti. Si nota una minore preparazione degli insegnanti delle scuole materne ed asili nido rispetto a quelli della scuola primaria, ma è un gap che sta via via colmandosi anche se il livello d’istruzione rimane inferiore rispetto a quello di paesi più evoluti. Le migliori strutture rimangono quelle private ma sono accessibili solo ai ricchi. Lo stato ha cercato di trasferire fondi dalle regioni ricche alle povere ma le disparità permangono. Si è notato, inoltre, che i bambini ricchi delle zone rurali hanno la stessa opportunità di frequentare una scuola come i bambini più poveri che vivono in città.

In Brasile non si nota una discriminazione di genere nella frequentazione della scuola: sotto questo aspetto maschi e femmine sono trattati alla stessa maniera. Le differenze emergono nell’entrata nel mondo del lavoro quando il 50% delle donne con figli dai 0 ai 3 anni restano a casa, soprattutto nelle zone rurali. Anche le mamme casalinghe si stanno abituando all’idea di mandare i bambini piccoli all’asilo, ma non la considerano ancora una priorità.

(fonte: “Early child education” – World Bank 2012)

Brasile. OECD: “Scuola, maggiore attenzione alle famiglie povere e agli indigeni”

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English: The logo of the Organisation for Econ...

Anche la scuola ha risentito della crescita economica. Tra il 2000 e il 2009 sono stati fatti molti investimenti sebbene ancora inferiori alla media OECD. Ancora nel 2009 un brasiliano su cinque, dai 15 ai 29 anni, non aveva un’istruzione né un impiego.

Le autorità hanno concentrato gli sforzi sulla scuola primaria. Nel 2010 il 92% dei bambini di sei anni frequentavano la scuola (erano l’83% del 2003). In certe aree la presenza femminile a scuola è paritaria anche se poi le donne adulte seguono modelli ancora legati all’accudimento di figli ed anziani, invece di entrare nel mondo del lavoro.

Da alcuni studi nell’area di Santa Caterina, una delle zone ricche del Brasile, si è osservato che uno dei limiti della scuola era la dispersione di fondi perché non c’era una piano organico statale per l’educazione scolastica. Inoltre la formazione degli insegnanti lasciava piuttosto a desiderare e il tasso di assenteismo era molto elevato. Mancavano per di più delle linee guida per la valutazione e i programmi scolastici.

Il programma Bolsa Familia ha dato un notevole contributo spezzando un destino segnato, che i figli di analfabeti fossero analfabeti.

Oggi anche gli insegnati sono più preparati  e le scuole si sono attrezzate di materiale didattico. Questo grazie alla creazione di FUNDEF (Fondo de Desenvolvimento do Ensino Fundamental) che garantisce una spesa per studente equa in tutte le regioni.

Il programma porta avanti anche piani di scolarizzazione per gruppi indigeni e adulti analfabeti.

Risulta interessante l’attenzione verso le famiglie povere con dei piani di finanziamento per invitarle a mandare i figli a scuola e il bancomat alle madri per rafforzare il loro ruolo genitoriale.

Se gli incentivi possono funzionare per la scuola primaria e secondaria, più difficile è l’accesso alle università dove i ragazzi poveri arrivano in numero limitato.

Possiamo concludere che la spesa statale per l’educazione sta progressivamente aumentando, ma che la qualità dei risultati è ancora bassa, in particolare per le materie scientifiche e la matematica. Come nota positiva gli studenti risultano adesso più in linea con il percorso di studio, fatto  non scontato alcuni anni fa quando un ragazzo ripeteva una classe più volte.

Il programma di riforma della scuola continua e si sta orientando anche al rafforzamento degli istituti tecnici per avere personale qualificato da inserire nel sistema produttivo.

(fonte: “Achieving world class education in Brasil”  – World Bank 11/2011)

NonsoloAmLatina. Adozione e approccio interculturale: “Oltre i pregiudizi e le chiusure”

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La riflessione che segue si adatta a qualsiasi etnia o cultura di provenienza dei nostri figli. Il diverso aspetto fisico e il diverso sentire, soprattutto quando parliamo di bambini non neonati, è una sfida che tutti i genitori adottivi devono essere pronti ad affrontare nel modo più naturale possibile.

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale Università degli Studi di Verona

L’adozione si misura comunque con la diversità. Una diversità spesso culturale, a volte persino religiosa, quando si adottano bambini e bambine di altri Paesi. Proprio per questo misurarsi con la diversità culturale, possiamo considerare l’adozione un percorso di dialogo e di esperienza interculturale ai più alti livelli. Proprio in quanto esperienza “interculturale”, l’adozione deve a mio avviso evitare un duplice rischio: quello dell’assimilazione e quello del multiculturalismo.

Il rischio dell’assimilazione lo corriamo là dove vogliamo che i nostri figli adottivi diventino come noi; che crescano secondo i nostri standard. L’assimilazione c’è là dove puntiamo a “plasmare” i nostri figli, convinti che – specie se piccolissimo possano crescere a nostra immagine e somiglianza. In un’azione di questo genere, rischiamo di fare gli apprendisti stregoni: ignoriamo la cultura d’origine, le radici dei nostri figli e puntiamo a costruire personalità finte, che sono frutto solo della nostra immaginazione e non di un incontro fecondo.

Il rischio del multiculturalismo lo corriamo là dove pensiamo che – specie per i bambini grandicelli – vi sia una sorta di loro “estraneità” che non ci appartiene, che non appartiene alla nostra cultura e che è incorreggibile. Ricordo, a questo proposito, un padre adottivo che anni fa mi diceva: “Vedi, si capisce che nostro figlio è di un’altra cultura e che non abbiamo nulla in comune. E’ un altro mondo, che non si concilia con il nostro”. Ecco, nel suo pessimismo multiculturalista c’è un pregiudizio che è anche un errore: l’idea che la cultura sia qualcosa di dato, qualcosa di statico, qualcosa di immutabile.

Rifuggiamo l’idea del poter plasmare l’altro. Rifuggiamo l’idea dell’altro – di nostro figlio o figlia adottivi – immutabili e impossibili da educare. Evitiamo soprattutto di cadere nella sciocchezza e nell’errore del “mito del Dna”: quasi che tutto sia scritto nel codice genetico e che tutto sia ormai definitivo, immodificabile, irrecuperabile (nel bene e nel male). Gli studi scientifici ci dicono che persino il Dna viene mutato, con processi molto lunghi, dal nostro stile di vita: alimentazione, ambiente, relazioni. Gli studi sociali ci dicono che siamo frutto sia dell’ambiente che del patrimonio fisico che ci portiamo dietro: basti del resto osservare due gemelli monozigoti, per verificare che nascono uguali (almeno all’apparenza) ma poi hanno destini molto diversi, anche quando crescono nella stessa famiglia.

Se riusciamo ad andare oltre il pregiudizio dell’assimilazione, oltre il pregiudizio del multiculturalismo; se riusciamo a entrare in una prospettiva interculturale, allora siamo sulla strada giusta per costruire con i nostri figli adottivi una relazione che può portare
frutti positivi. La strada spesso non è facile. Il fallimento dei nostri sogni e dei nostri progetti è dietro l’angolo. Ma possiamo contare sul fatto che abbiamo delle carte da giocare: nelle relazioni con i nostri figli adottivi, nella loro educazione, nella semina di valori ed esempi di comportamento che un giorno potranno essere proficui per loro.

Su questo concetto dell’approccio interculturale, al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona, dal 2003 abbiamo un master in mediazione e comunicazione interculturale diretto dal professor Agostino Portera, pedagogista e psicologo, che ha formato sin qui oltre 300 specialisti. Proprio l’esperienza del master, dove insegno Giornalismo Interculturale e dove mi occupo della programmazione didattica, mi ha consentito di verificare come l’impegno interculturale, la fatica dell’andare oltre i pregiudizi, gli stereotipi, i conflitti sterili, porti frutti positivi anche nella mia vita quotidiana di padre adottivo.

Brasile. World Bank: “Uno sguardo d’insieme”

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Il Brasile è uno dei paesi con maggior numero di bambini in difficoltà familiare e sociale. Nel pieno rispetto della Convenzione dell’Aja l’Italia è il paese che riceve più minori brasiliani, età media 7,4 anni. Cerchiamo di capire qualcosa di più di questo paese per avvicinarci in punta di piedi ai nostri figli.

Il Brasile è l’area più vasta dell’America Latina e con la popolazione più numerosa. Negli ultimi anni ha beneficiato di una crescita economica stabile che però ha messo in evidenza i limiti delle sue infrastrutture e servizi. Il divario tra nord più povero e sud più ricco rimane soprattutto se si guarda ad indicatori come la salute, la mortalità infantile e la nutrizione.

Dal 2003 la povertà è diminuita (21% nel 2003 all’11% del 2009) e anche la povertà estrema (dal 10 al 2,2%).

La classe media è cresciuta del 50% in America Latina e il Brasile è il paese che ha contribuito con il 40% della crescita regionale. Oggi la classe media brasiliana rappresenta più del 30% della popolazione. Si noti, tuttavia, che lo studio “Economic Mobility and the Rise of the Latin American Middle Class” definisce classe media la popolazione che guadagna tra $10 e 50 al giorno. Il che significa che, considerato il basso tasso di risparmio e l’elevata propensione al consumo, al minimo rallentamento dell’economia per una buona parte della popolazione c’è il rischio di ricadere nella povertà.

Nonostante un indubbio miglioramento, le disuguaglianze sono elevate e ci sono ancora forti disparità all’accesso della scuola basica e secondaria. Ricordiamo che l’America Latina è una dei continenti con la redistribuzione più iniqua, rivale solo a certe zone dell’Africa Sub-Sahariana.

Per disuguaglianza s’intende la possibilità di accedere ai servizi di base (scuola, salute…). Le disparità hanno raggiunto l’apice negli anni ’90. Negli ultimi 15 anni l’indice GINI che misura l’inequality si è abbassato confermando che la crescita economica ha contribuito in qualche modo a livellare l’indice verso il basso. La crescita della scolarità e il progresso tecnologico sono tra i motori della diminuzione della povertà. Sono stati fatti passi avanti anche della diminuzione della deforestazione.

(fonte: “Lesson from the recent decline in income inequality in Brasil” – World Bank 01/2012)

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Da inizio giugno 2013 continua la protesta nel paese. E’ bastato l’aumento del prezzo del biglietto degli autobus per innescare la rivolta dei poveri e del ceto medio che chiedono più servizi (sanità e scuola) per tutti. La presidenta Dilma Roussef si è impegnata a realizzare riforme politiche ma oggi solo il 30% dei brasiliani approva la sua gestione. Per la prima volta dopo decenni gli abitanti delle favelas hanno protestato in maniere indipendente.Preoccupa il tasso di criminalità (Internazionale 05/07/2013). 

Sulle recenti proteste degli insegnati vedi: http://www.lastampa.it/2013/10/08/blogs/voci-globali/brasile-si-fanno-violente-le-proteste-a-sostegno-degli-insegnanti-9xIQeGe6ESYbucOGrV90HO/pagina.html