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AltroNatale: “I piccoli miracoli dei gesti quotidiani”

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Proponiamo la riflessione di don Marco e don Roberto, Parroccchia di San Nicolò all’Arena (VR) sul Natale che è passato, ma lascia tracce per la nostra vita di tutti i giorni. La figura di Giovanni Battista si distanzia da quella di Gesù. Gesù definisce Giovanni “il più grande tra i nati da donna”. Tuttavia i due sono la staffetta dell’altro nell’indicarci la strada per cambiare il mondo. Gesù ci invita a fare anche noi come ha fatto lui: seminare speranza. Aiutare a vivere. Inchinarsi per risollevare. Non giudicare. Guarire. Consolare. Noi famiglie adottive, nel nostro piccolo, un piccolo miracolo lo compiamo ogni giorno quando guardiamo con amore i nostri figli provenienti da più parti del mondo.

Se riesco ad aiutare anche una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente”.

Papa Francesco

Buone Feste a tutti!

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«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?»

 

Il Battista sta vivendo un momento difficile. E’ in carcere, costretto al silenzio, per aver criticato il comportamento di Erode. Sente quello che le chiacchiere della gente dicono di Gesù.

Anche Giovanni, come tutti, si aspettava un Messia diverso.

Un Messia re, un uomo di potere capace di liberare il popolo di Israele dai romani.

Invece Gesù si presenta come un Messia mite, che sta dalla parte degli ultimi.

Difende le vedove, le prostitute, i bambini, va a mangiare con i peccatori, con i pubblicani. Non grida. Parla con tenerezza. Usa misericordia con tutti.

I dubbi di Giovanni sono gli stessi interrogativi che anche noi ci poniamo tante volte.

Chi di noi non si è mai posto la domanda se quel Gesù di Nazaret sia veramente il figlio di Dio? Sono duemila anni che la chiesa e i preti dicono sempre le stesse cose.

Gesù è venuto a dirci “Beati i poveri”, ma noi siamo ancora convinti che i veri fortunati sono i ricchi.

E’ venuto a portare la pace e la mitezza, ma siamo ancora circondati da guerre e da arroganti.

Non è che siamo tutti dei poveri illusi? Stiamo forse sbagliando strada? Stiamo perdendo tempo?

Sono gli interrogativi che accompagnano la nostra fatica quotidiana di credere.

Oltre a Giovanni, anche Maria, anche Giuseppe dubitano.

Dubitare è umano. Non si può credere senza dubitare.

Ma che cosa risponde Gesù ai discepoli di Giovanni?

 

 “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete:  i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano,… i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”.

 

Potremmo oggi tradurre così le parole di Gesù: “Venite a vedere quello che faccio ogni giorno. Andate a dire a Giovanni ciò che avete visto con i vostri occhi:

Chi ha perso il senso della vita, ritrova un po’ di speranza. Chi è stato colpito da una malattia, da un lutto, da un fallimento, ora ritrova il coraggio di rialzarsi. Gli ultimi, i disprezzati da tutti, sono diventati i preferiti da Dio”.

Gesù non risponde con un ragionamento. Non si preoccupa di dimostrare che lui è il Messia. Cita Isaia per sottolineare che segue la strada dei profeti non dei potenti.

Per Gesù ciò che conta sono i fatti, non le parole.

Il Vangelo è vita concreta, non discorsi, non chiacchiere, non slogan.

Bella la testimonianza di papa Francesco.

In una delle sue prime interviste (Civiltà Cattolica) parlando della sua fede ha detto che a lui la fede più profonda gliel’ha trasmessa nonna Rosa e non i teologi. E’ la fede vissuta della gente semplice.

Nel Vangelo di oggi c’è una frase di Gesù che ci fa pensare. Dopo aver fatto l’elogio  di Giovanni definendolo il più grande tra i nati da donna, aggiunge:

 

« tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui»

 

Che cosa voleva dire?

Forse Gesù voleva sottolineare che, con la sua venuta, finiva il tempo della religione ed iniziava il tempo della “bella e buona notizia”, cioè del Vangelo. Il tempo della fede che supera anche la religione.

Giovanni esprime ancora la mentalità religiosa. Infatti annunciava un Dio severo che giudica e condanna.

Gesù invece annuncia il Dio della misericordia e del perdono. Non giudica nessuno, non condanna. Si prende cura degli ultimi.

La spiritualità di Gesù è diversa dalla religiosità di Giovanni.

Per Giovanni, il mondo nuovo si realizza attraverso la penitenza, il digiuno e i sacrifici, cioè i gesti tipici di chi è “religioso”.

Per Gesù invece, un altro mondo è possibile attraverso il donare, il condividere, lo “spezzare il pane”. E’ lo stile di vita di chi ha “fede-fiducia” in Dio.

Gesù non è venuto per risolverci i problemi a suon di miracoli, ma per indicarci la strada per cambiare il mondo. Con il suo esempio ci ha insegnato lo stile di vita delle Beatitudini. Accettare questo non è semplice. Ecco perché aggiunge una nuova beatitudine: «Beato colui che non trova in me motivo di scandalo»

 

Giovanni parlava di bruciare i peccatori.

Gesù invece va a pranzo con loro. E’ lo scandalo della misericordia! (Ronchi)

Gesù ci invita a fare anche noi come ha fatto lui: seminare speranza. Aiutare a vivere. Inchinarsi per risollevare. Non giudicare. Guarire. Consolare.

Il desiderio di Dio è di vederci contenti, di vederci sorridere, di sapere che stiamo bene, che viviamo delle relazioni belle e profonde.

Il credere non vuol dire sacrificare la propria vita. Invece vuol dire amarla profondamente. Vuol dire aprirsi a cammini inediti, a possibilità impensabili.

Vuol dire passare anche noi dall’essere religiosi al diventare credibili.

E credibile diventa chi vive la fede attraverso i piccoli miracoli dei gesti quotidiani, come uno sguardo, un sorriso, il saper ascoltare, il rispettare, il non giudicare. Profondamente evangelico quello che dice Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium”: “Se riesco ad aiutare anche una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente”.

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AltroNatale. Poesia: “Ama e Vai”

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Questo componimento è dedicato a tutti i nostri figli alla ricerca delle loro origini. Perchè sia chi cerca e trova, sia chi cerca e non trova, possa trovare un po’ di serenità in questo 2016 tutto da scoprire e da vivere.

Abbiamo una certa simpatia per il sigr Mario Avanzi, di cui abbiamo pubblicato già un altro componimento nelle festività natalizie di qualche anno fa ( http://ilpostadozione.org/?s=mario+avanzi), perchè con la sua semplicità arriva là dove tanti giri di discorsi non servono.

Buon 2016!

 

 

Ama e vai
Vai e ama
il mondo intero.

Ama
chi non può vederti

ama
chi non può sentirti

ama
chi non può toccarti.

Vai sicura di te stessa
portando dentro di te
tutto l’amore
di chi ti ha amato tanto.

Autore:  Mario Avanzi.

 

(fonte: http://chicredicheiosia.blogspot.it/ )

AltroNatale. I nostri Padri: “Maria ed Elisabetta, donne di rottura con il sistema patriarcale”

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Il Natale è stato possibile attraverso una donna, Maria. Nelle Sacre Scritture le donne poche volte svolgono un ruolo di primo piano. Eppure, Maria ed Elisabetta hanno fatto, in qualche modo, “opposizione culturale”. Vediamo come.

 

 

Lc 1, 39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!

A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

di don Marco e don Roberto, sacerdoti ed educatori.

Siamo vicini ormai al Natale e questo brano del Vangelo ci parla di un incontro tra due donne. Donne segnate dalla Grazia, dal “miracolo” di Dio. Da una parte, Elisabetta, sterile, avanti negli anni, che aspetta un bambino. E una adolescente, Maria, vergine, che si trova incinta.

Due donne si incontrano e custodiscono entrambe nel loro segreto, la promessa di Dio. Non solo custodiscono la promessa di Dio, ma si confermano l’una con l’altra del loro cammino. Si riconoscono: una riconosce nell’altra la presenza e la benedizione di Dio.

Hanno ricevuto un alfabeto, quello dell’amore. Sanno leggere oltre le apparenze e le convenzioni, e infatti leggono l’una nell’altra la Scrittura che in loro si è fatta carne.

Portano una Parola che hanno meditato. Sono donne delle Thorà. Accolgono la Parola e la meditano nel loro cuore.  Sono due donne che credono. Credono a se stesse. Sanno decifrare il mistero che le avvolge e le spinge verso l’altro.

Maria accoglie la Parola ( l’annuncio dell’Angelo la rivela a lei) e subito si mette in viaggio.  La Parola di Dio mette in movimento, spinge verso il mondo, fa uscire dai “vicoli ciechi del cervello” ( Alda Merini) e ci porta verso la terra dell’altro.

Un viaggio caratterizzato da una spinta verso l’altro.

Alcuni biblisti (Pagola, A. Maggi) immaginano che Maria attraversa una zona impervia e pericolosa. Si può immaginare che parta di sua iniziativa, senza avvisare il marito o il padre. Come se la parola del Vangelo segna una scelta, una autonomia. Questo è un segno di rottura con un sistema patriarcale che non riconosceva alla donna la possibilità di essere libera ed autonoma. Questa Parola fa di Maria una donna emancipata rispetto al sistema chiuso in cui abita. La Parola la spinge a fare una “opposizione culturale” e a trovare la strada per il suo viaggio, quello che la condurrà ad essere la donna e la madre che sarebbe poi diventata. Entrata nella casa di Elisabetta, non saluta Zaccaria, il sacerdote, il “padrone di casa” ma saluta un’altra donna, Elisabetta.

Anche qui sembra sovvertire una convenzione sociale. La stessa Elisabetta si oppone ad una rigida tradizione, rifiutando che il suo bambino prendesse il nome del padre, ma indicando quello ispirato da Dio, “Giovanni”.

Quanto la Parola crea in noi un modo nuovo, responsabile, libero di vivere?

Quanto la Parola ci emancipa rispetto ad un sistema sociale che chiede obbedienza a convenzioni, luoghi comuni, stereotipi? Persone non dipendenti da un sistema.

Persone capaci di scelte nuove.

Il bambino di Elisabetta sussulta nel grembo.

Queste donne riconoscono l’una nell’altra l’opera di Dio.

Che cosa crea la Parola : la parola è relazione e crea relazioni.

Quando diciamo “Il Signore sia ( è ) con te e si risponde “ e con il tuo spirito”, in fondo noi ci diciamo gli uni agli altri : io riconosco il divino che è in te, che dimora in te.

La Parola ci spinge verso l’altro con un atteggiamento di ascolto e di ospitalità.

Ognuna riconosce che Dio ha piantato nel cuore dell’altro la sua tenda.

La Parola ci fa riconosce nell’altro la presenza di Dio.

Maria come l’antica Arca, custodisce la Parola che ora si è fatta carne.

Elisabetta dirà “ Benedetta colei che ha creduto nell’adempimento della Parola”.
E indirettamente sembra rimproverare il marito, la classe sacerdotale a cui egli appartiene, la religione come sistema. Una religione che come Zaccaria non ha più parole, e diventa muta perché non sa dire l’amore.

La donna a differenza di questo sistema è la migliore ambasciatrice di Dio. E la parente più prossima di Dio, in quanto come Dio, genera, mette alla luce…

Il corpo della donna come spazio del divino.

Non è paradossale quanto la religione e la chiesa abbiamo visto nel corpo della donna il luogo dell’impurità e del peccato? O forse, proprio perché la donna è portatrice del divino, il sistema del sacro la deve emarginare e sopprimere?

Ermanno Olmi dice che la donna è “complice di Dio”.

Nel 1964 quando sono nato, mia mamma dovette fare il rito della purificazione. Cosa poteva sottendere un rito come questo? Se quel bambino era stato generato dall’amore, da cosa bisognava purificarsi? dall’amore?

E per questo fare un gesto sacro?

Mentre la donna crede, perché vive la vita…

Il prete, Zaccaria, dice di credere, ma essendo fuori dalla vita, non riesce ad entrare nel mistero di Dio. Perché tra l’amore e il sistema, sceglie prima il sistema.

Siamo spesso figli di una classe sacerdotale che ci ha preservato… dall’amore.

Mentre Dio – Amore ci spinge verso l’amore.

Alda Merini dice di Gesù che “ era donna nel cuore”.

Dove ci porta la Parola? E’ una parola che ci rende pensanti, liberi. Ci spinge questa Parola verso le relazioni? Ci aiuta a rompere con le convenzioni di un sistema religioso che sembra più incline al potere che all’amore?

Concludiamo con un testo di una preghiera della nostra comunità di san Nicolò:

Dio della donne fa rinascere il mondo..

Voi donne siete il futuro del mondo, madri sempre incinte di Dio

con voi tutta la creazione si fa grembo per partorire un mondo nuovo

attraversate senza timore le montagne perché è l’amore che vi porta in alto,

perché è l’amore che vince la paura.

Nessuno più vi ferisca donne, nessuno più vi tolga la voce

perché senza di voi il mondo si spegne, la terra appassisce e muore.

Siano come voi anche le Chiese, incinte di Dio, gravide d’amore, lontane dai palazzi del potere.

Nel vostro incontro si prepara il tempo nuovo, nel vostro abbraccio si racchiude un nuovo sogno e Dio rinasce dentro il cuore della terra…

 

AltroNatale: “Un insolito incontro”

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Padre Saverio Paolillo, Missionario Comboniano in Brasile impegnato in progetti con i bambini di strada, ci ha mandato i suoi auguri. Ha condiviso con noi una storia ambientata nella notte di Natale. Il racconto è stato scritto tempo fa da Frei Betto, uno dei fondatori della Teologia della Liberazione. Lo introduciamo con le parole di Padre Paolillo che vive da anni dalla parte degli ultimi.

“Dio è così. Ci sorprende. Lo dico per esperienza personale. Lo trovi dove meno te lo aspetti. Si nasconde quando abbiamo la pretesa di dargli un volto “a nostra immagine e somiglianza”. Sfugge quando cerchiamo di imprigionarlo nella gabbia delle nostre teorie a suo rispetto.  Si mantiene a distanza quando cerchiamo di manipolarlo per fondamentare  le nostre opinioni, per giustificare le nostre azioni e coprire le nostre omissioni. Si rattrista quando cerchiamo di sedurlo con la sontuosità dei nostri riti. Tace e diventa muto quando lo tempestiamo di domande ripetute all’inverosimile ed esigiamo da Lui una risposta ai nostri problemi. Diventa buio quando vogliamo legarlo a “vecchie verità” assolutizzate, senza dare spazio a dubbi e interrogativi che aprono le porte al dialogo, al pluralismo e al rispetto per l’altro. Non interviene quando abdichiamo dalla nostra libertà, buttando sulle sue spalle  la responsabilità di quello che avviene ed esigendo da Lui la soluzione ai nostri problemi. Si fa bambino povero quando lo vogliamo ricco; fragile quando lo desideriamo forte; servizievole quando lo sogniamo rivestito di potere e compassionevole, quando ci aspettiamo da lui la giustizia vendicativa. Dio è Colui che viene quando sappiamo fare silenzio, lo aspettiamo con ansia e lo accogliamo così come Egli é, aprendoci al Suo dono e facendoci dono uno all’altro.”

Padre Saverio Paolillo

Come faceva tutti gli anni, padre Alfonso celebrò la Messa di Natale a mezzanotte. Per non stancare troppo i fedeli, ansiosi di tornare a casa per il cenone, accorciò la predica e saltò le preghiere dei fedeli. Alla fine fece rapidi auguri e diede la benedizione. Alcuni parrocchiani, subito dopo la Messa, entrarono in sacrestia per fargli gli auguri personalmente. Gli portarono anche dei regali. Ormai era consetudine regalargli camicie, libri e altre cose adequate a un sacerdote.

Dopo aver tolto i paramenti, padre Alfonso si guardò attorno e vide che era rimasto da solo. Terribilmente solo, in piena notte di Natale. Nessuno lo aveva invitato. Non era la prima volta che soffriva di solitudine. Era felice per la sua vocazione. Considerava il celibato come un dono di Dio e lui lo viveva con gioia. Ma, lungo i suoi 25 anni di sacerdozio, spesso sentì la mancanza di una famiglia. Quasi sempre sedeva a tavola da solo e il cibo, pur preparato con amore dalla sua cuoca, gli sembrava insipido proprio perché lo consumava in solitudine. La mensa é, soprattutto comunione, condivisione, esperienza della gioia di stare insieme. Tutto ciò gli mancava. Spesso si sorprendeva a sognare ad occhi aperti una tavolata piena di gente.

Quella notte la solitudine gli apparve ancora più dura da sopportare. Alla fine dei conti era la notte di Natale, un momento da vivere in famiglia. Per distrarsi e superare la maliconìa, Padre Alfonso cominciò ad aprire i regali e trovò ciò che gli bastava: un panettone e una bottiglia di spumante. Gli venne un’idea. Prese la borsa usata per portare la comunione agli ammalati, vi infilò dentro la bottiglia dello spumante e il panettone e si recò in una zona malfamata, conosciuta come punto di prostituzione.

Sul marciapiede, in attesa di clienti c’era Shirley. Quella notte aveva gli occhi gonfi.  Non si sentiva bene. Provava un senso di soffocamento.  Sin dalle prime ore del pomeriggio della vigilia di Natale aveva pianto copiosamente ricordando la festa di Natale a casa sua con i parenti e amici. Si ricordò della famiglia che l´aveva cacciata di casa per una gravidanza precoce, del compagno che l´aveva abbandonata appena aveva saputo della gravidanza, del figlio che provava vergogna del “mestiere” che lei faceva, delle umiliazioni vissute sulla strada, dei clienti che abusavano di lei e che, a volte, la aggredivano con estrema violenza… Sentiva schifo di se stessa. Provava odio per la vita. Spesso si arrabbiava con Dio per tanta sfortuna.

Avrebbe voluto tanto fare a meno di “lavorare” quella notte. Ma non aveva alternative. I debiti, le bollette da pagare, un figlio da mantenere la obbligavano a prostituirsi anche la notte di Natale. Ad un certo punto vide un uomo avvicinarsi con una borsa, le scarpe nere e una camicia bianca. Sembrava tornare dal lavoro. Dal suo sguardo si rese conto che era una persona ingenua, di quelle che vanno alla ricerca di sollievo e che sono disposte a pagare qualsiasi prezzo per evitare uno scandalo.

Si scambiarono un’occhiata e lei, facendo un grande sforzo, stampò sulle sue labbra un sorriso seducente. Lui si fermò e la invitò. Lei gli mostrò un piccolo albergo all’angolo. Camminarono lato a lato senza dire niente. Lei cercava di nascondere il suo dolore. Lui si guardava attorno per paura di essere visto da qualche conosciuto. Entrarono nell’albergo furtivamente. Salirono le scale rapidamente e si diressero in una stanza. L’ambiente era orribile. C’era sporcizia da tutte le parti. Gli scarafaggi incrociavano il loro cammino. Luci soffuse cercavano di proteggere l’anonimato dei clienti.

Quando finalmente entrarono in stanza, lei, come faceva solitamente con i clienti, cominciò ad accarezzarlo, ma lui si allontanò. Spiegò che non era lì per un programma, ma in cerca di compagnia. La tranquilizzò. Le disse di non preoccuparsi che le avrebbe pagato ciò che le spettava. Cominciò a raccontare la sua vita sacerdotale, le disse dei momenti di solitudine, ma anche della gioia che provava nel servizio alla sua comunità parrocchiale.  Alla fine della presentazione le chiese se voleva pregare con lui.

Shirley si sedette sul letto, infilò il volto tra le mani e cominciò a piangere dirottamente. Ora era un pianto di sollievo e di gratitudine per una gioa che non sapeva descrivere. Subito si mise a parlare della sua famiglia, della festa di Natale a casa sua quando era bambina, del presepe che montava con i nonni, della Messa solenne e del pranzo che riuniva tutta la famiglia. Parlò del figlio e dell’amore che aveva per lui, come anche del dolore di non essere vicino a lui.

Padre Alfonso, al vedere quelle lacrime che scorrevano lungo il suo volto, si commosse. La sua sensazione di solitudine era niente in relazione al dolore di quella donna. Le propose di pregare. Lei si inginocchiò, ma lui la prese per mano e la invitò a sedersi di nuovo sul letto. Lui occupò l’unica sedia della stanza. Aprì il Vangelo di Luca e lesse piano piano il racconto della nascita di Gesù. In seguito le domandò se voleva ricevere la Comunione. Shirley rimase sorpresa. Come poteva lei, una prostituta, ricevere l’Eucarestia. Padre Alfonso le lesse il testo di Matteo: “Le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio” (Mt 21,28). Dopo le chiese se volesse confessarsi per sentire l´abbraccio misericordioso di Dio. Lei  non ci pensò due volte,

Avrebbe voluto farlo da tanto tempo, ma aveva vergogna. Le poche volte che si era decisa a farlo, difficilmente trovava un sacerdote disponibile. Quasi sempre incontrava le chiese chiuse o sacerdoti senza tempo per ascoltare le confessioni. Così, tra le lacrime, raccontó tutta la sua storia, confessò tutti i suoi peccati e ricevette l’assoluzione. Il gesto più bello fu sentire, attraverso l’abbraccio caloroso di padre Alfonso, l’amore misericordioso di Dio Padre.

Padre Alfonso non riusciva a nascondere la sua emozione. Nel suo cuore c’era una misto di gioia e di dolore. Gli occhi di Shirley brillavano molto di più delle luci artificiali che addobavano gli alberi di Natale. Tutta quella luce gli dava una grande pace nel cuore. Ma provava  anche tristezza per tutto il dolore di quella donna reso ancora più duro dall’indifferenza e ipocrisia della gente. Alla fine dei conti non era solo Shirley che aveva bisogno di confessarsi, ma anche la società cinica, ipocrita e ingiusta che l’aveva abbandonata a una vita così degradante.

Dopo la comunione e la benedizione, padre Alfonso aprì la borsa e tirò fuori il panettone, la bottiglia di spumante e due tazze. Stappò la bottiglia e i due fecero un brindisi all’amore misericordioso di Dio che aveva visitato i due in maniera così insolita. Era l’alba quando i due ancora chiacchieravano, raccontandosi ore le cose belle della vita.

 

Pasqua 2015. Alda Merini: poesia inedita

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Bisogna essere santi  per essere anche poeti:

dal grembo caldo d’ogni nostro gesto,

d’ogni nostra parola che sia sobria,

procederà la lirica perfetta  in modo necessario ed istintivo.

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Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo  per i vicoli ciechi del cervello,

sbriciolati in miriadi di esseri  senza vita durevole e completa;

noi ci perdiamo, a volte, nel peccato  della disconoscenza di noi stessi.

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Ma con un gesto calmo della mano,

con un guardar “volutamente” buono,

noi ci possiamo sempre ricondurre  sulla strada maestra che lasciammo,

e nulla è più fecondo e più stupendo  di questo tempo di conciliazione.

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Alda Merini

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da Santi e poeti” di Alda Merini (1931-2009): è la prima poesia conosciuta della poetessa milanese.

Questo inedito datato 2 dicembre 1948, prima pubblicazione dell’autrice a 17 anni.

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AltroNatale. Francesco Mennillo: “Adozioni, numeri e prospettive”

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di Francesco M. Mennillo *
Questo è un giorno particolare per tante famiglie in attesa di adozione.
In questi giorni il tempo dell’attesa di un minore abbandonato si fa sentire di più perchè il Natale si passa in famiglia, nell’accoglienza del focolare domestico. Per le famiglie adottive e per i bambini è un momento carico di aspettative, della mente dei grandi che corre dietro quel bambino ideale che dovrà arrivare e di cui spesso e volentieri ben poco si sa.
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Penso alle famiglie in attesa dei bimbi della Repubblica Democratica del Congo. Ce ne sono circa un centinaio bloccate. Nel settembre 2013 ci fu una sospensione di un anno dei visti di uscita dei bambini del Congo, per vagliare la legalità dei procedimenti adottivi in corso. Il 27 maggio scorso, 31 bambini, figli delle coppie che erano rimaste bloccate in Congo per circa due mesi, vengono portati a Ciampino con un volo di Stato.  A fine settembre 2014 le autorità della Repubblica Democratica del Congo hanno confermato la prosecuzione della sospensione del rilascio dei permessi in uscita  per i bambini adottati. Tutto bloccato di nuovo.
Il blocco delle adozioni per i bambini del Congo è stato causato da gravi irregolarità nelle procedure, causate soprattutto da Americani e Canadesi, che consentono i fenomeni del “rehoming” dei minori adottati. Il piccolo viene cioè dato in adozione ad una famiglia, che poi autonomamente decide di affidarlo ad un’altra. Il Congo consente l’adozione solo da parte di coppie eterosessuali, e nel dubbio ha fermato tutti.
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In media, problematiche specifiche a parte, le coppie in attesa, dalla data di conferimento dell’incarico all’ente per le adozioni internazionali, impiegano 24 mesi per terminare l’iter. E, di solito, avevano già aspettato circa un anno per ricevere dal Tribunale il certificato di idoneità all’adozione portando il tempo medio a 3 anni di attesa per un bambino. Questo è un dato che non varia prendendo in considerazione il periodo 2006 -2013. Analogamente il dato si attesta su 3,3 anni se si considera anche il periodo di tempo che va dalla domanda di adozione. . Purtroppo, ammonta al 16% il numero delle coppie che, nel solo anno 2013, andavano oltre un tempo medio di attesa di 36 mesi. E’ un valore ancora alto, soprattutto se visto nell’ottica del bambino. Interessante anche valutare le cause principali di abbandono dei bambini nel paesi di provenienza: nel 61% dei casi vi è la perdita della potestà genitoriale, nel 30% il bambino viene abbandonato, nel 7,3 vi è una rinuncia da parte dei genitori. Incredibile pensare che solo nel 1,3 dei casi il bambino è orfano. Un bambino che cresce in istituto, ha minori tutele ed attenzioni, addirittura si riducono le sue aspettative di vita, soprattutto nei paesi africani dove gli Stati, a causa di difficoltà economiche, non riescono a garantire politiche sociali per la tutela del minore abbandonato. La situazione non cambia in quei paesi dove vi è maggiore tutela e il compimento del diciottesimo anno è una data spartiacque, dove dal massimo della tutela, ci si trova a perdere tutti i diritti, con un futuro incertissimo, senza prospettive e col serio rischio di entrare nell’area della criminalità. L’Italia è il secondo paese al mondo per adozioni effettuate, e proseguire con successo rappresenta una sfida in soccorso all’infanzia abbandonata. La nuova presidenza CAI – Commissione per le Adozioni Internazionali –  si sta impegnando per  incentivare la collaborazione internazionale in materia di adozioni, partendo dal presupposto che l’adozione internazionale, svolta secondo i principi della convenzione dell’Aja, è una forma di tutela dei diritti umani e in particolare dei diritti dei minori. Stiamo rafforzando i rapporti con il bureau del’Aja, negoziando o rinegoziando accordi in materia di adozioni internazionali sia con i Paesi che non hanno ratificato la convenzione dell’Aja che con quelli che l’hanno ratificata (quest’anno già sono stati sottoscritti gli accordi con il Burundi e la Cambogia). Accompagnando il percorso degli enti autorizzati alle adozioni internazionali nei paesi di origine con rinnovati programmi di sussidiarietà.

Il lavoro è intenso e mi va di augurare un felice Natale di speranza a tutte le famiglie in attesa.

* Presidente del Coordinamento famiglie adottanti in Bielorussia e rappresentante familiare in Commissione Adozioni Internazionali
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(fonte: thechronicle.it 12/2014)

AltroNatale. Libro: “Generato non procreato”

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AA.VV.

GENERATO NON PROCREATO

La sfida dell’adozione

Ed Paoline – 2014

“Generato non procreato” è un titolo che si addice al migliore Natale.

L’elaborazione della sterilità è uno dei nodi per la riuscita dell’adozione. Sterilità intesa come incapacità di rispondere: “Perchè tutto questo sta succedendo proprio a me?”

Una volta che si è inteso che non basta “volere” per realizzare un desiderio, ma che facciamo parte di un disegno più grande in cui siamo solo delle pedine, l’avvicinamento all’adozione, e a quel figlio desiderato, diventa naturale.

Allora stenti a capire, anche se lo rispetti, chi si ostina a flagellare il proprio corpo con dispendiosi tentativi di fecondazione assistita quando nel mondo ci sono tanti bambini alla ricerca di una famiglia che li ami.

Ivana Lazzarini, la curatrice del testo, porta la sua sincera testimonianza di donna di fronte all’impossibilità di avere un figlio. Il contenuto è arricchito della vicenda di Abramo e sua moglie Sara. Attraverso la loro genitorialità, raggiunta in età avanzata, possiamo intendere i percorsi di conoscenza di un uomo e di una donna prima di essere pronti alla donazione di se stessi ad un figlio. Perché ancora una volta, nella Bibbia, libro degli uomini per gli uomini, si trovano risposte esaustive per tutti, credenti e non.

La pubblicazione è arricchita da alcuni interventi curati dallo staff di ItaliaAdozioni che accompagnano la coppia nella scoperta della scelta di adottare.

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Per l’acquisto bastano eur 12 (compresa spedizione) da versare

– tramite bonifico intestato a Associazione Italiaadozioni –  IBAN: IT16C0200834070000103385842

– contattattando redazione@italiaadozioni.it per lasciare l’indirizzo di casa

AltroNatale. Col senno di poi…

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“Un asino, un bue, qualche pastore e tre re: un po’ scarsa come audience” – Guido Clericetti, vignettista satirico.

“C’è scarsa audience a Natale: sempre di più, se si pensa che è il giorno dove di ritrova la famiglia, che talvolta ha perso qualcosa dei suoi connotati. E si preferisce, più consciamente che inconsciamente, occultare una domanda con altro: cibo dentro la sua forma, i regali, la festa ….le vacanze “ – Paolo Massobrio, critico gastronomico.

“Diventiamo collezionisti di relazioni, di contatti, di connessioni, ma non siamo più capaci di costruire legami” – Lorenzo Biagi, filosofo

AltroNatale. I Nostri Padri: “L’Avvento è compito di Dio. Il futuro è compito nostro”

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“State attenti…vegliate…vigilate… sperate…non addormentatevi…”

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di don Marco e don Roberto, sacerdoti ed educatori

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“Ecco i verbi che ci accompagneranno per tutto questo periodo di Avvento.

L’Avvento è un piccolo viaggio della speranza.

E’ proprio il profeta Isaia che esprime il lamento di un popolo disperato con un grido a Dio: : “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”!

Oggi dietro quella preghiera di tanta gente stanca e sfiduciata ci sono anche le nostre crisi, le nostre paure, le nostre delusioni della vita, della politica, della possibilità di cambiare.

L’Avvento ancora una volta ci ricorda che il cielo si apre e Dio “avviene” verso di noi, si avvicina  per abbracciare la terra e l’umanità.

Il Dio del Vangelo è il Dio che non delude, non abbandona, non disattende le nostre attese.

Quindi l’Avvento non è semplicemente un prepararsi a vivere il Natale, un far finta che Cristo rinasca un’altra volta, ma un imparare a cogliere ogni giorno nella nostra vita i segni della presenza di Dio.

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Anche noi vorremmo conoscere il futuro. Anche noi, nei momenti di crisi, vorremmo un Dio che potesse risolvere i nostri problemi con un tocco magico, con qualche miracolo.

Ma Gesù non ci dice nulla su come sarà la fine del mondo.

Ci offre invece una lettura profetica della storia.

“Quanto a quel giorno o all’ora, nessuno ne sa niente, neppure gli angeli del cielo e neppure il figlio, se non il Padre” (Marco 13,32).

Sposta il problema del “quando” avverrà la fine, al “come” dobbiamo vivere questo temo dell’ attesa. Invece di fantasticare sul futuro, Gesù ci esorta a tenere gli occhi ben aperti sul presente.

Gesù ci esorta soprattutto a prestare attenzione e a vigilare.

Ecco l’originalità dell’Avvento.

Non siamo invitati a cercare Dio, ma ad attenderlo.

Il Vangelo ci dice che dobbiamo metterci nell’atteggiamento di lasciarci cercare da Dio. Dobbiamo imparare ad “aspettarlo”. E’ lui che ci sorprende. E’ lui l’imprevedibile. Noi dobbiamo attendere il “Dio che viene”.

Prima del nostro  “fare”, c’è il nostro “attendere”.

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Ma dove lo possiamo incontrare?

L’Avvento ci regala un messaggio originale: Lascialo entrare …. dentro di te!

Se vuoi incontrare Dio nell’altro, nella natura, nella vita, prima lo devi accogliere dentro di te.

Sant’ Agostino nelle sue Confessioni scrive:

“Eppure Signore, tu eri dentro di me ed io ero fuori”.

Un famoso detto ebraico dice:

“Dio entra soltanto là dove lo si lascia entrare”.

Gesù entra nella storia di ognuno di noi attraverso i piccoli gesti di tenerezza e di umanità che reciprocamente ci regaliamo nelle relazioni con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana.

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In queste ultime settimane, grazie ad un film sulla vita di Leopardi,  si è parlato molto di questo grande poeta. Tutti ricordiamo la sua bellissima poesia  Il sabato del villaggio. Parla proprio delle emozioni della vigilia della festa.

E’ soprattutto la vigilia che ci fa vivere degli stati d’animo straordinari. Tutti siamo stati studenti e ricordiamo  come il sabato sera era il momento più bello della settimana. Era la serata libera. Il tempo in cui si poteva uscire, stare con gli amici, mangiare una pizza, divertirsi. Una serata piena di emozioni, di attese.

Potremmo dire un piccolo Avvento settimanale.

Il mondo non è cambiato.  Ancora oggi la nostra città, il sabato sera  è invasa di giovani che hanno voglia di vivere, che sognano un futuro, che desiderano un mondo migliore.

Purtroppo c’è una società, una politica e una chiesa che per troppo tempo si è addormentata e si è dimenticata di loro. I dati sono sempre più allarmanti. Un giovane su due è senza lavoro e questo, come di papa Francesco, vuol dire senza futuro e senza dignità.

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C’è un altro particolare molto importante della parabola. Ci racconta  che il padrone :

 «è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi».

Quei servi siamo noi. Dio si mette nelle nostre mani.

L’Avvento è compito di Dio. E’ lui che viene.

Il futuro invece è compito nostro.

Siamo noi i responsabili del nostro futuro. Siamo noi che dobbiamo costruirlo giorno per giorno. Il futuro è il frutto delle nostre fatiche, del nostro impegno.

Ecco il compito straordinario che Dio ci affida: siamo chiamati a riempire il mondo   “della speranza che è in noi”. Noi dobbiamo portare avanti il suo sogno. Ognuno con un ruolo unico ed originale e nessuno può essere sostituito. Siamo noi che dobbiamo trasformare l’attesa in festa, l’Avvento in un tempo di speranza.

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Vivere l’Avvento vuol dire imparare a vivere il nostro Natale tutti i giorni.

Vivere con passione e responsabilità la nostra piccola avventura quotidiana

Dio non viene nella mia vita una volta all’anno. Viene tutti i giorni.

Forse anche noi dobbiamo imparare a … lasciarLo entrare e a sentirci sempre, come dice il profeta Isaia (64,7), dei vasi di argilla nelle mani di Dio.

Lasciamo che ogni giorno ci plasmi, ci accarezzi e ci dia forma.”

Comunicazione ilpostadozione: “Buona Pasqua!”

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Riflessioni di don Roberto e don Marco sulla Pasqua, la nostra, nella vita di tutti i giorni.

Questa domenica non abbiamo fatto l’omelia.

Più che alle parole abbiamo lasciato spazio al silenzio e alla meditazione.

Il lungo racconto della Passione di Gesù parla da solo.

Abbiamo invitato tutti, durante la  “Settimana santa”, a trovare qualche momento per rileggersi alcuni passi di quelle pagine che sono il “cuore” di tutto il Vangelo.

Il racconto della Passione non è una semplice cronaca di avvenimenti accaduti più di duemila anni fa.

E’ invece il “fare memoria” di fatti che ancora oggi riguardano ognuno di noi.

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La Passione continua. I protagonisti della Passione siamo noi.

Dietro le figure di Pietro, di Pilato, di Giuda, dei Sommi sacerdoti, della folla, possiamo vedere il volto di ognuno di noi.

Anche oggi ci sono ancora tanti “poveri cristi innocenti” che soffrono e muoiono ingiustamente.

Pensiamo …

agli anziani soli e abbandonati,

alle tante donne vittime della violenza,

ai nostri giovani senza lavoro e senza futuro,

alle migliaia di disperati che finiscono annegati in mare … ,

E noi quale ruolo abbiamo nella Passione di oggi?

Da che parte stiamo?

Forse anche noi, come Pietro qualche volta siamo presi dalla paura.

Forse spesso come Pilato ce ne laviamo le mani e rimaniamo nella nostra indifferenza.

Ma possiamo fare anche noi come “le donne” che si sono prese cura del corpo di Gesù.

Cercare di stare accanto ai “poveri cristi” che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada.

Cercare di tener viva la speranza di poter rendere un po’ più bella e più vivibile questa nostra vita.

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“M’immagino che certe persone

preghino con gli occhi rivolti al cielo:

esse cercano Dio fuori di sè.

Ce ne sono altre che chinano il capo

nascondendolo fra le mani,

credo che cerchino Dio dentro di sè”.

 

Etty Hillesum – Diario 1941 – 1943

Giornata della memoria. Col senno di poi….

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“La battaglia di oggi è dare alle nuove generazioni gli strumenti per non rimanere indifferenti di fronte alle tragedie del presente. Che non sempre si manifestano subito con la violenza fisica, ma cominciano con quella verbale e con l’arma della demagogia, sventolando beceri stereotipi contro ogni minoranza, al fine di trovare una valvola di sfogo ai drammi contemporanei.” – Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma

Adozione e luoghi comuni. Anna Genni Miliotti: “Adozione significa capire che cosa è una famiglia”

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Per chi non l’avesse vista proponiamo la puntata “Guerrieri” di LA7 dove viene presentata la famiglia di Anna Genni Miliotti, scrittrice ed esperta di adozioni internazionali. Ci sembra un bel modo per iniziare questo 2014, all’insegna dell’ottimismo e della semplicità.

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Le frasi più significative del video per spiegare l’adozione:

– Non ci assomigliamo per il DNA ma perchè stiamo assieme.

– Ho messo loro al primo posto della mia vita. Non basta la qualità, bisogna esserci quando i figli ne hanno bisogno. E questi ragazzi ne hanno bisogno tanto.

– La sfida di arrivare all’adozione è la prima parte. La seconda sfida è crescerli questi ragazzi. Tra le altre sfide c’è l’affrontare le ferite dei miei figli che non sono poche.

– Mio figlio non aveva mai avuto una famiglia. La cosa più difficile da fargli capire è che cos’era una famiglia.

– Quando i miei due figli sono arrivati ancora non eravamo una famiglia. Eravamo quattro estranei. E’ questa la sfida dell’adozione.

– La mia mamma è grande. E’ stata la prima persona a vedermi anche se venne a prendermi il mio babbo. E’ stata lei che ha preso la decisione di adottarmi.

– Hanno bisogno, oltre all’affetto, che ti dimostri forte perchè hanno bisogno di appoggiarsi a qualcuno. Io ero quella forte.

– La mia famiglia è riuscita a fare cose che non tutti sono in grado di fare. Non solo mi ha adottato, mi ha istruito e staccato. Ed io gliene sono grato. Ora la vita è mia.

– Mi capita di sognare la mia mamma russa. Se penso a lei mi viene sempre da piangere. Lei è la mamma che doveva accompagnarmi fino alla fine del viaggio.

– Se dovessi incontrare i miei genitori biologici chiederei: “Perchè l’avete fatto?”

– L’adozione racchiude dentro di sè il coraggio. Da parte di un figlio di affidarsi. Da parte di un genitore di accogliere un figlio estraneo da te. Ci vuole coraggio a dirgli “ti voglio bene, ecco la tua mamma”.

– Ho capito che l’adozione è un percorso difficile che può essere doloroso sia per i figli che per i genitori. Servono tenacia e forza di volontà. (…) Anna ha combattuto due volte nella sua vita, per crearsi una famiglia e per sanare le ferite dei suoi figli.

AltroNatale: “Decalogo semplice per stare al mondo”

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Per starci bene. Per continuare ad avere voglia di camminare.

Proposto da don Roberto e don Marco – sacerdoti ed educatori

– Amare. Essere amati.


– Non dimenticare mai la propria insignificanza.


– Non abituarsi mai alla violenza indicibile
e alla volgare disparità della vita che ci circonda.


– Cercare la gioia nei luoghi più tristi,
inseguire la bellezza là dove si nasconde.


– Non semplificare mai quello che è complicato
e non complicare quello che è semplice.


– Rispettare la forza, mai il potere.


– Soprattutto osservare. Sforzarsi di capire.


– Non distogliere mai lo sguardo. E mai, mai dimenticare.

 

Arundhati Roy, lettera a un’amica

La musica del cuore: “Inno alla gioia di L.V.Beethoven”

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Siamo noi, la gente comune, che ha voglie di gioire e prendersi spazio per la vita. Abbiamo scelto questo video perché dà forza per affrontare un nuovo anno. L’unico neo è lo sponsor, ma non si può certo dire che manchi l’obiettivo sull’importanza della coesione sociale e del gusto delle piccole cose. Perché tutti assieme si può.

Lo dobbiamo ai nostri figli: fiducia e riscatto. Questo è il motto che dovrebbe accompagnarci per l’intero 2014.

“Inno alla Gioia”

O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

L’uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, – chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c’è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero Fratelli,
sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.

Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

AltroNatale. Mamma Giusy: “Il valore sacro del tempo”

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di Giusy Rombi

So che a molti non piace il Natale, che queste feste, così lunghe, portano tristezza perché non hanno una famiglia con cui stare o, pur avendola, non amano starci. Ricordano forse solo il lato consumistico di questi giorni, costretti dalla massa e dai mass-media a comprare per forza uno o più regali da offrire senza metterci l’anima.

Io ho un ricordo piacevole del Natale, sarà per l’educazione religiosa che ho ricevuto, sarà perché col tempo ho imparato a capirne il valore… Ci è dato un tempo nella vita, un tempo che trascorre tra l’ordinario e il sacro, e il Tempo del Natale è per me ricordare il valore sacro del tempo, quello che mi permette di fermarmi dal lavoro, di riscoprire la gioia dello stare insieme, di preparare la casa e il cuore ad un avvenimento così intimo e solenne. Nella Notte il mistero si fa contemplazione e l’Attesa si fa preghiera.

Io attendo il Tempo del Natale pur non avendo aspettative di regali, ma solo la consapevolezza di essere io un dono per gli altri.

AltroNatale: “Passeggiata socratica”

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di Adriano Sella, missionario e militante della giustizia e della pace

Oggi ho fatto una passeggiata socratica in un centro commerciale. Ho potuto capire che veramente tante sono le cose di cui non ho bisogno per essere felice.

Si tratta, più o meno, della stessa esperienza che ha fatto Socrate, il filosofo greco circa 2400 anni fa. Si racconta che quando Socrate andava per le strade di Atene, dove c’erano delle botteghe, veniva avvicinato dai venditori che gli chiedevano se voleva qualcosa, lui rispondeva: “No, sto solo osservando quante cose esistono di cui non ho bisogno per essere felice”.

In questa nostra società consumistica, dove sono stati altamente aumentati i bisogni e quindi anche le cose mediante una produzione che riesce a moltiplicare, anzi a triplicare o quadruplicare le cose, siamo continuamente sedotti da tantissime cose da comprare. Il consumare sta diventando un “obbligo” del cittadino, altrimenti, dicono, si blocca questo sistema economico che viene alimentato dal consumo.

Ecco, allora, gli appelli fatti da parte dei nostri governanti ai cittadini di consumare in modo da far accelerare l’economia. Ecco, quindi, i continui sondaggi sui consumi pubblicati dai media, che fanno capire come la riduzione dei consumi sia solamente un sinonimo di crisi economica, senza lasciare spazio a una riflessione più profonda che potrebbe far emergere la crisi di un sistema che non funziona più.

Oggi nei centri commerciali, stile occidentale, non sono più tanto i venditori che ti inducono a comprare. Questo metodo è ancora presente nei grandi mercati o negozi del Sud del mondo: ad esempio, mi ricordo bene in Brasile dove si era assediati dai venditori, perché la manodopera costa molto poco, per cui i proprietari dei negozi assumono molte persone che stanno addirittura all’entrata del negozio, invitando i passanti ad entrare e a comprare.

Il metodo occidentale, invece, non usa più la manodopera per far comprare, ma le cose stesse vengono presentate nelle vetrine, in maniera molto seducente, facendo uso delle moderne tecniche di marketing, in modo da coinvolgere emotivamente il consumatore che viene attratto dalla bellezza estetica delle cose e facendo suscitare in lui il bisogno di quella cosa: si tratta di un bisogno indotto che diventa una strategia per far vendere e soprattutto per far comprare.

Quelle poche volte che sono stato nei centri commerciali ho potuto capire la difficoltà che ha il passeggiante nel difendersi dalla seduzione del consumismo. Così come vengono presentate le cose, è davvero difficile uscire dal centro commerciale senza aver comprato niente! Bisogna essere quasi di ferro per non essere coinvolto emotivamente da quel fascinoso luccichio delle cose.

Ecco allora che bisogna prepararsi ad andare con un importante bagaglio sulle spalle. Sarebbe saggio, quindi, andare qualche volta solamente per fare una buona e sana passeggiata socratica, così come faceva il filosofo greco. Osservare quelle cose e percepire che non sono essenziali per essere felice. Riscoprire quindi quella sobrietà felice che non è la sobrietà intesa come rinuncia, sacrificio, vita spartana. Ma sobrietà che ti fa riscoprire quali sono le cose importanti della vita e quelle di cui possiamo fare a meno per essere davvero felici.

Fanno pensare quelle ormai varie inchieste che hanno rivelato come oggi abbiamo molte più cose di ieri, anzi ne abbiamo in abbondanza, però non siamo più felici. È sufficiente guardare il volto della nostra gente per capire che c’è più amarezza che gioia, più stanchezza che serenità, più preoccupazione stressante che impegno fatto col sapore creativo.

Mi hanno toccato molto le testimonianze di alcuni giovani che facevano emergere come non hanno bisogno tanto di cose ma soprattutto di relazioni umane calorose e solidali. Un ragazzo mi ha detto che uno dei regali più belli, avuti nel giorno del suo compleanno, è stata la lettera di sua madre scritta di suo pugno che gli manifestava tutto l’amore di mamma. Un adolescente mi ha manifestato la sua delusione quando ritornava a casa dalla scuola, perché aveva bisogno di comunicare con i suoi famigliari, per raccontare quello che aveva vissuto, invece trovava sempre la televisione accesa e non c’era spazio per il dialogo. Un giovane mi ha rivelato che quello che lo faceva soffrire molto nella sua vita era il fatto che non riceveva mai un abbraccio da suo padre.

Sono testimonianze vere di giovani che segnalano una esigenza importante: non sono le cose che fanno felici ma i rapporti umani.

Allora, se riuscissimo a realizzare qualche volta una passeggiata socratica nei centri commerciali, usciremo di là non più con tante cose ma con la convinzione, sempre più forte e profonda, che le cose possono essere necessarie, sì, ma non sono essenziali per essere felici. Alla fine, quello che conta è essere e non tanto avere.

E allora, più rapporti umani e meno cose, più relazioni di tenerezza e meno corse consumistiche, per poter raggiungere una sobrietà felice.

(fonte: Associazione Ains  2009)

Comunicazione ilpostadozione: “Ringraziamenti di fine anno”

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Il postadozione non ha risultati da conseguire. A noi piace esserci. Esserci quando si parla di adozione, a modo nostro, senza pietismi o voli pindarici. Semplicemente lanciando uno sguardo all’umano e facendocene carico. Gioire con i nostri figli ed essere il loro saldo punto di riferimento.

Ringraziamo tutti quelli che ci leggono e che hanno trovato conforto dalle nostre riflessioni. Siamo qui. Non per dare soluzioni, ma per fare un cammino assieme.

Nel periodo natalizio interrompiamo le nostre considerazioni sull’adozione in senso stretto per focalizzarci, senza presunzione, su una diversa lettura del mondo che ci circonda.

 

AltroNatale. Mamma Giusy: “Riflessione sul Natale che sta per finire”

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di Giusy Rombi – insegnante e mamma adottiva

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Jehoshua

Appoggia i tuoi pensieri su di me.

Regalami i tuoi silenzi,

le tue lacrime,

i tuoi fallimenti.

Sono Colui che non delude

e che ascolta i tuoi deliri

senza giudizio.

L’Eternità era il mio tempo,

ma ho lasciato i Cieli

per vederti rinascere da ogni tuo fallimento.

 

Sono l’Atteso,

ma ora attendo te.

Vieni,

il Solstizio dice che le tenebre son vinte.

Vieni

e vedremo ancora il sole sorgere!

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Mamma Giusy ci spiega il suo componimento: “Il titolo è il nome ebraico di Gesù, che appunto è Colui che è atteso dai cristiani durante l’avvento. Ho immaginato però che lui parlasse direttamente a ciascuno e a ciascuna perchè il Natale fosse veramente un “incontro”…

Anche per chi è credente, non è facile talvolta “abbandonarsi con fiducia”, lasciare che qualcuno si occupi di noi, così come siamo, con le nostre debolezze e preoccupazioni…

Il Natale è la festa della Luce, quella luce che dal 21 dicembre in poi (giorno del solstizio d’inverno), comincia pian piano ad allungare le nostre giornate. Io chiamo questo fenomeno “il paradosso dell’inverno”, perchè la stagione più fredda in realtà è anche quella in cui si prolunga la luce, ogni giorno impercettibilmente il sole comincia a tramontare più tardi.

Ecco, molto semplicemente, cosa ho cercato di esprimere con quelle parole.”

La musica del cuore: ”Caminando”

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Ruben Blades è un cantate panamense, interprete di musica latina, soprattutto salsa e Tex-Mex. Si è aggiudicato per  sette  volte il Grammy Award. Oltre ad essere un attore affermato, è anche conosciuto per essere un intellettuale e un attivista politico. E’ stato candidato alla presidenza del suo paese, ed è stato ministro del turismo di Panama (2004-2009).

Un testo importante e una musica carica di vita per il nuovo anno!

 

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TRADUZIONE

Camminando, si impara la vita

camminando, si sa quello che è

camminando, si cura la ferita

camminando, che lascia il passato

a Porto Roy, Panama’

in Colombia o a New York

colui che non vive non prova

il sapore che dà l’amore

camminando, ho inciampato mille volte

camminando, e mai mi sono fermato

camminando, tra risa e dolori

camminando, sempre avanti e con fede

con il tempo ho capito

che la vita dà a tutti

che niente cancella il ricordo

di quello che ognuno ha camminato

camminando, guardando una stella

camminando, ascoltando una voce

camminando, seguendo le tracce

camminando, che altri hanno percorso

camminando, cercando la vita

camminando, cercando l’amore

camminando, curando la ferita

camminando, che lascia il dolore

AltroNatale. Nonno Mario: ”Giovannino”

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Sergio mi ha segnalato questa poesia scritta da nonno Mario che si rifà ad una storia realmente accaduta. Noi siamo abituati a veder la maternità come un qualcosa di ovattato e dolce. Per alcuni bambini non è così. Giovannino è uno di questi. Eppure, in lui, c’è tanta tenerezza… 

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GIOVANNINO

Grazie mamma

d’avermi dato la vita,

grazie per avermi fatto conoscere

la luce del sole.

 

Otto mesi son tanti

passati nel tuo grembo,

insegnami a scordar

l’amore che per te ho nutrito.

 

Nemmeno un bacio, né un abbraccio

tu m’hai donato,

temevi forse d’innamorarti

d’un minuscolo fanciullo?

 

In ogni donna

invano cercherò il tuo volto,

in ogni volto

cercherò il tuo sorriso.

 

E chissà che un giorno,

solo quando Dio lo vorrà,

possa stringerti tra le mie braccia e dirti:

“Grazie mamma per la vita che mi hai donato”.

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Autore: Mario Avanzi

(fonte: chicredicheiosia.blogspot.it)

AltroNatale. I Nostri Padri: “Buon Natale a quelli che…”

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di Valeria Poletti – studiosa di teologia e mamma adottiva

Buon Natale a quelli che …..

Buon Natale a quelli che ….. il presepe fa tanto tradizione, senza ricordarsi che quando san Francesco l’ha inventato per poco lo scomunicavano: come è possibile far fare Dio a un bambino vero e per giunta povero.

Buon Natale a quelli che ….. per Natale l’atmosfera ci fa sentire più buoni, per poi essere cinici il resto dell’anno

Buon Natale a quelli che ….. i re magi sono le nostre radici culturali: un re extracomunitario l’antichità poteva immaginarlo, il nostro civilizzato mondo fa ancora fatica

Buon Natale a quelli che ….. quanto mi commuovono gli angioletti e poi non li riconoscono nelle mille facce di ogni giorno

Buon Natale a quelli che ….. tanto basta stare insieme e poi non ci sono per nessuno negli altri giorni

Buon Natale a quelli che ….. non se ne può più di questo consumismo e partono per lontane spiagge

Buon Natale a quelli che ….. il bue e l’asino ha detto il Papa non sono mai esistiti, giusto, ma quanto daremmo per un respiro caldo e vicino vicino

Buon Natale a quelli che ….. non sopportano tutta questa melensaggine della stalla e della mangiatoia e magari dimenticano quanti si sentirebbero oggi privilegiati ad avere anche solo una capanna per ripararsi

Buon Natale a quelli che ….. magari gli va pure bene che Dio si faccia uomo, ma bello, simpatico, intelligente, colto, biondo e magari con l’occhio azzurro

 

Buon Natale a quelli che ….. tanto poi passa, vero, ma intanto anche stringere i denti fa male.

Buon Natale a quelli che ….. sono stanchi, perché nella capanna possono trovare un posticino anche per loro

Buon Natale a quelli che ….. si sentono in un buco nero, perché anche nella notte nera potrebbe sbucare una stella

Buon Natale a quelli che …..  non hanno tanta voglia di festeggiare, perché credo che anche per Giuseppe e Maria questi non siano stati giorni facili

Buon Natale a quelli che ….. hanno buona volontà e si ritrovano con pochi risultati: il Signore è venuto per loro. Sono loro gli invitati dagli angeli, perché sanno che solo nelle piccole cose sono nascoste quelle grandi.

AltroNatale. Stefani, 18 anni: “Il Natale più bello”

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“Non appena metto piede fuori casa, mi trovo circondata da una carica di luci natalizie alquanto esagerata. Giro per la città e noto con estrema tristezza tutte queste decorazioni delle quali si potrebbe fare a meno: alberi grandissimi addobbati con tremila luci, pieni di palline e circondati dalla neve finta, negozi che sembrano tutt’altro che negozi, per non parlare delle chiese! Pura vergogna per le chiese allestite. 

Accendo la televisione e di sottofondo mi ritrovo la canzoncina di Natale, cambio canale e vedo pubblicità che incitano la gente a comprare regali di tutti i tipi o di andare al cinema per gli scontati cinepanettoni. Alla radio ci sono pure concorsi per questa festività. Cose assurde. 

C’è un detto che dice più e meno: “A Natale sono tutti più buoni”. Baggianate!

Trovo che la gente non sia poi così coerente in quello che fa e che dice. Ci sono i così detti perbenisti che davanti sono persone meravigliose, ma poi, appena te ne vai, trovano sempre un modo per metterti in cattiva luce. Per esperienza dico che il Natale mi delude sempre di più, ogni anno che passa lo sento sempre più falso. Provo un misto di tristezza, rabbia e disgusto se penso che c’è chi, nella povertà, vive quest’evento con la massima serenità e con una felicità che quasi invidio. 

In diciotto anni credo di aver trascorso un Natale indimenticabile solo una volta.

In Cile ricordo mia nonna incartarmi un pupazzo in qualche maniera, con le mani che le facevano male. Ad un certo punto mi guarda e dice: “Stefani, scusami, lo so, sono la nonna più stupida di questo mondo, non ho potuto farti altro. Il solo pensiero di averti qui mi ha fatto dimenticare tutto il resto”. L’ho abbracciata forte forte e con le lacrime agli occhi le ho detto: “Ti voglio bene nonna”. Sarà difficile rimuovere un ricordo così. 

Io sono stata adottata otto anni fa, perciò, certi fatti, purtroppo sono ancora molto vivi. Impossibile dimenticare i Natali in Cile. Addobbi? Nemmeno uno, forse un misero albero. Regali? L’unico regalo che si poteva ricevere, se eri fortunato, era quello di trovarti qualcuno della “tua famiglia” in istituto pronto a portarti a casa in quel giorno. Cibo? Riso e altro. Concetto di affettività per Natale? Se andava bene uno schiaffo. 

In Italia, invece, è sempre stato tutto diverso. Hanno ridicolizzato tutto quanto. Si pensa solo a spendere e a vendere, dimenticando il vero senso del Natale.”