Archivi categoria: adozione etica

Adozione etica. Col senno di poi…

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– Che bisogna fare? – domandò il piccolo principe.

– Bisogna essere molto pazienti – rispose la volpe. – In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….

(da “Il piccolo principe” di Antoine de Saint.Exupèry)

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Adozione etica. L’esperto: “I genitori devono farsi aiutare a capire i bambini feriti”

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di Luigi Cancrini – psichiatra e psicoterapeuta

Luigi Cancrini da quarant’anni segue il mondo delle adozioni aiutando centinaia e centinaia di coppie. E’ considerato uno dei massimi esperti in Italia. Il problema che va sollevato in questa sede è che molto spesso non ci sono operatori preparati ad aiutare le famiglie nei casi difficili e le famiglie sono costrette ad improvvisare. Per questo è importante non isolarsi e far parte di una rete di famiglie in grado di trasmettere la loro conoscenza sul campo.

(…) Parliamo di bambini che, oltre al trauma famigliare, associano anche dei deficit motori e mentali perchè sono stati trascurati.

E’ così. Spesso hanno difficoltà di linguaggio, magari non hanno mai svolto attività sportiva. Hanno problemi motori, quindi necessità di sostegno terapeutico. Insomma bambini poco curati che quando arrivano nelle case famiglia devono anche subire le ristrettezze economiche, le stesse che non consentono un lavoro adeguato per recuperare i diversi ritardi.

Il pubblico non sopperisce…

Per due bambine che avevano necessità di un logopedista la lista era lunga da sei a dodici mesi.

E come avete fatto?

A volte con i volontari. Ribadisco: sono bambini problematici. Pensate all’impegno che ognuno riversa verso un proprio figlio. In questo caso le responsabilità si moltiplicano, ci vuole una grande elasticità.

Come in particolare?

Le faccio un esempio: se un adolescente ti rivela che si fa di spinelli, l’errore più grande è mettersi in posizione repressiva e chiusa. Si rischia di far vincere la provocazione.

E invece?

La questione è un’altra: la preparazione delle famiglie adottive e affidatarie.

A cosa si riferisce?

Al fatto che non si rendono conto di un aspetto: chi entra in casa è un bambino ferito da curare; bambini segnati duramente. Il terapeuta sa che ad un certo punto il piccolo ha subito delle violenze nel suo passato, può tirargli degli oggetti, o tentare di buttarsi dalla finestra, ma il genitore è pronto a questa manifestazione?

Il percorso per ottenere un bambino aiuta o no?

E’ come una scrematura.

Molti dicono eccessivamente dura.

Dovrebbe essere peggio. Gran parte di chi valuta la coppia, si accontenta di una stabilità economica o di una normalità comportamentale. Mentre bisognerebbe dire, a chi vuole ottenere un figlio, che avrà bisogno di aiuto.

Non è preferibile una famiglia”imperfetta” ad una casa famiglia?

Una casa famiglia organizzata è un buon luogo, dove il bambino non è solo.

Quali sono i disturbi principali che riscontra nei piccoli?

Fisici. Poi traumatizzati perché sono stati abbandonati, violentati.

Durante la crescita, è giusto raccontare o rivelare al piccolo da dove arrivano le sue sofferenze?

Il bambino deve essere aiutato a ricordare, a ricostruire quello che gli è accaduto e gli accade. Certo, nei limiti del possibile, nelle adozioni internazionali è più complesso.

In che modo?

Le spiego: al piccolo si possono dare due diverse letture di una medesima vicenda. O che la madre è una stronza che fa figli con chi gli capita, per poi abbandonarli. Oppure gli si può dire: se tu sei nato c’è stata una donna che in condizioni difficili, per nove mesi, ti ha portato con sé. Ed è un grande atto di amore. Questa persona è stata così brava a pensare a te, invece che a lei, e ha cercato una persona più adatta per crescerti.

(…) Quanto è alto il rischio di rifiuto dei genitori adottivi?

C’è. Eccome. Verso i 14-15 anni. Soprattutto se la coppia non capisce che il figlio non è completamente loro, non accetta la sua storia, le differenze. Ancora di più nei casi di bambini adottati all’estero

(fonte: Il Fatto – 14/01/2013)

Adozione etica. Papà Riccardo: “Non sopporto il senso d’impotenza”

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“Ho un rapporto speciale con la mia secondogenita. E’ una ragazzina particolare, chiusa nel suo mondo. Ha evidenti problemi di relazionarsi con le persone e le cose, ma sa anche essere molto dolce. In questi ultimi mesi la sua situazione di disagio è aumentata, forse perchè sta entrando nella pre-adolescenza. Siamo stati costretti a rivolgerci ad uno psichiatra per contenere i suoi scatti d’ira, particolarmente dolorosi per me quando sono rivolti a lei stessa. Mi sento impotente. Non so cosa devo fare.

Quando abbiamo avuto l’abbinamento hanno cercato in tutti i modi di non farci conoscere la verità su di lei. Ci parlavano sempre della sorella maggiore che è una ragazzina solare e intraprendente. Ora mi chiedo se sia giusto nascondere elementi così importanti ad una coppia di genitori. Sia chiaro, delle due, forse, la seconda è la figlia che amo di più. Il problema è che non ho gli strumenti per aiutarla.”

Adozione etica. Mamma Ilaria: “Vuoi metter la soddisfazione!”

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Calano le adozioni, è colpa della crisi, adottare è lungo e difficile, i bambini adottivi sono complicati, ci vogliono molte risorse … tutto vero, ma non è tutto qui!!!!

Io ho adottato due bambini e posso dire che i momenti di difficoltà ci sono e ci saranno, che è più complicato essere un genitore adottivo rispetto alla genitorialità biologica, ma voglio dire a gran voce che tante volte è anche molto più bello e più profondo.

Quando arriva un bambino che ha già fatto un pezzo di vita non facile senza di te, giorno per giorno capisci che lo aiuterai a lenire le sue ferite, a trovare un punto fermo, a sfogare la sua frustrazione, a incanalare le sue emozioni, a trovare fiducia in se stesso e piano piano a fidarsi di te. E’ vero, non sarà semplice e nessun corso pre-adozione ti avrà mai preparato abbastanza, ma la prima volta in cui tuo figlio ti dirà che ti vuol bene (cosa scontata per gli altri genitori) o che si addormenterà tra le tue braccia (perché prima non si lasciava andare) o che ti dirà che dopo averti tanto aspettato è stato molto fortunato a trovare una mamma come te, proverai emozioni così uniche forti che tutto quello che viene prima avrà avuto un senso.

La “conquista” di tuo figlio e il viaggio insieme a lui sono una sfida bellissima oltre che impegnativa e la bellezza dell’adozione non è l’aver salvato un bambino dal suo destino difficile, ma l’aver messo al centro un’idea di famiglia che ama, accoglie ed è plasmata dall’esperienza di crescere insieme

(fonte la 27aOra-corriere.it – 12/01/2012)

Adozione etica. “Perché adottare? L’opinione di una mamma”

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di Ilaria Lazzarini –  mamma adottiva e mediatrice familiare

“Generalmente si pensa all’adozione quando una coppia si trova nell’impossibilità di avere figli in modo naturale. Ci sono anche famiglie che scelgono di adottare pur avendo figli biologici, ma la stragrande maggioranza delle persone che intraprendono il cammino dell’adozione lo fanno dopo aver constatato la loro difficoltà a procreare.

Accostandosi all’adozione le coppie si trovano ad avere a che fare con una nuova realtà da conoscere: realtà complessa, con peculiarità e caratteristiche proprie, con un proprio linguaggio….

La scelta adottiva prima di essere vissuta, va compresa e interiorizzata. Genitore adottivi non si nasce, ma lo si diventa. In questo ci aiuteranno tutte le persone che incontreremo nei colloqui presso i servizi sociali, i tribunali, gli enti….ci aiuterà leggere libri sull’argomento, partecipare a corsi, incontri…e ci aiuteranno altri genitori adottivi con cui condividere la scelta.

Tutto il percorso che viene richiesto alla coppia è da intendersi in quest’ottica: noi siamo adulti, siamo in due e ci amiamo, camminiamo insieme per capire chi sarà nostro figlio e che genitori potremo essere per lui. Tutte le persone che incontreremo lavoreranno in questo senso, tutelando i bambini che saranno i nostri figli. Al termine di questo percorso, a volte lungo e faticoso, ma sicuramente arricchente, c’è nostro figlio e con lui inizieremo la strada unica e irripetibile della nostra famiglia.

Semplificando al massimo si potrebbe dire che da una parte c’è la coppia che sceglie di adottare per il desiderio di diventare genitori e dall’altra parte c’è un bambino che non ha scelto la sua storia, ma che ha il diritto di essere amato e di avere una famiglia.

L’adozione è l’incontro tra la coppia e il bambino, un incontro capace di riparare il dolore della sterilità e il dolore dell’abbandono, di appagare i bisogni dell’ essere genitori e soprattutto dell’ essere figli. Un incontro capace di saziare con l’amore della nuova famiglia e capace di fecondità per la vita.

(fonte: italiaadozioni.it)

Adozione etica: “Un figlio adottivo, chi me lo fa fare?”

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di Maria Luisa Villa – giornalista

 

L’incertezza sociale, la precarietà, la paura per il futuro, vanno contro la progettualità di avere un figlio. Adottivo o biologico, non cambia.

Un figlio adottivo, chi me lo fa fare?

La mia amica me l’aveva detto così, sapendo di scioccarmi, mentre guardavamo i nostri figli – dieci anni – che giocavano sulla neve: “Una volta ho pensato: se l’avessi saputo, non avrei adottato un figlio. Figurati, ci vedi senza di lui?”. No, impossibile. Eppure sapevo che era stata dura per la nostra coppia di amici, con il loro bambino, desiderato, adorato, che faceva fatica a trovare il suo posto in famiglia, a scuola, come se il loro amore non bastasse. Lei ora confessava l’inconfessabile, e questo la rendeva forte.

“Per uscire dalla crisi occorre il coraggio di ammettere le difficoltà, riflettere sulle possibilità, confrontare le esperienze, elaborare nuovi modelli. Ma la sfida è troppo complessa per essere risolta nel privato”.

Così scriveva Silvia Vegetti Finzi sabato sul Corriere, a proposito del calo delle richieste di adozioni: 20/30 per cento in meno negli ultimi due anni, una flessione che non si spiega soltanto con la crisi economica.  Secondo Giovanna  Teti, dell’associazione Ciai, che si occupa di adozioni: “L’incertezza sociale, il senso di precarietà diffuso, la paura per il futuro, vanno contro la progettualità di avere un figlio”. Adottivo o biologico, non cambia.

Quella paura è di tutta la società, non solo dei singoli, non solo delle coppie adottive. La precarietà economica rende difficile immaginare il futuro, ma c’è dell’altro. La famiglia si sta trasformando, dice Vegetti Finzi, sono tante le forme di convivenza “monoparentale, separata, ricostituita, multietnica, omosessuale. Il nocciolo duro resta il rapporto con il figlio. Che si rivela turbato da paure, incomprensioni, conflitti”.

In questo quadro, le persone che scelgono l’adozione – un percorso ad ostacoli già dallo sfinente iter burocratico – non andrebbero sostenute come una delle parti più vitali nostra società?

Mentre viene spontaneo chiudersi, per preservare il proprio equilibrio in una situazione di instabilità, c’è chi si apre, accoglie figli che non conosce, e li ama ben sapendo che non è una passeggiata. E che un giorno, come alla mia amica, potrebbe capitare di pensare: chi me l’ha fatto fare? E continuare ad amare.

(fonte: la27a Ora-corriere.it – 12/01/2012)

Adozione etica. Mamma Renata: “Un sorriso vale qualsiasi sacrificio”

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“Quando mi chiedono perchè consiglierei ad una coppia di adottare, la prima cosa che mi viene in mente è il sorriso di mia figlia. Ho visto alcuni bambini arrivare in Italia. All’inizio sono senza punti di riferimento, magari un po’ intimiditi. Dopo qualche mese cavalcano le loro biciclette e sembrano avere la situazione sotto controllo. Sono come quelle piante mezze rinsecchite cha pensi morte, ma decidi comunque di irrorarle per vedere cosa succede, quasi a sfidare mamma natura. Un goccino d’acqua oggi e un goccino domani, cominciano a far uscire le prime foglioline verdi e, con l‘arrivo della primavera, la pianta si ricopre di un’esplosione di fiori. Sì, io consiglio di adottare perché si ha il privilegio di assistere, in prima fila, ad una rinascita.”

Adozione etica. Mamma Lucrezia: “Ogni bambino ha le sue necessità”

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“In classe di mio figlio c’è un bambino etiope. Lui non ha tutti i problemi di mio figlio. E’ educato, tranquillo e gentile. Anche a scuola va bene. Ha perduto i suoi genitori per l’AIDS. Lui era già abituato ad avere una famiglia. I genitori adottivi sono diventati una seconda possibilità, due genitori da amare e con i quali relazionarsi. Certo ha dovuto essere sostenuto psicologicamente per l’elaborazione del lutto. Per lui, però, è naturale chiamare mamma e papà. Diversa la storia di mio figlio che è vissuto in un istituto e non ha mai saputo cosa vuol dire avere una famiglia. Per Cris è tutto più complesso perchè non sa come funziona avere una mamma e un papà.”

Adozione etica. Col senno di poi…

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“Un’adozione riuscita è saper accettare le sconfitte, gli errori, la gente che punta il dito, arrivare a letto distrutti per la giornata e aver voglia di sparire. Poi svegliarsi al mattino e dirsi che in fondo è un altro giorno. Un altro giorno con nostro figlio. E questa, secondo me, è già una conquista” – Lori&Vale

Adozione etica. L’esperto:”Le motivazioni delle coppie”

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di Anna Oliviero Ferraris – psicologa e psicoterapeuta

Storie di aborti plurimi, tentativi di cure antisterilità, maturazione spontanea verso l’adozione per coppie con difficoltà ad avere figli ma anche per coppie già con figli, un desiderio scaturito da esperienze positive avute in famiglia o da un viaggio all’estero. Ci sono poi i casi di coppie che accolgono bambini con bisogni speciali. In questa parte che proponiamo la dott.ssa Ferraris pone una serie di domande da tenere sul comodino per quelle coppie che intendono intraprendere in maniera consapevole la strada dell’adozione.

(…) Sebbene alcuni sostengano di avere già avuto in precedenza una inclinazione nei confronti dell’adozione, la maggioranza delle coppie adottive che abbiamo intervistato riconosce che l’adozione non è stata la prima scelta: sono approdate all’adozione dopo aver constatato di non poter avere figli e spesso dopo avere provato, per anni e senza successo, delle terapie contro l’infertilità. Ci sono però anche coppie che adottano, avendo già dei figli, perché desiderano una famiglia numerosa e perché – per cause diverse a volte legate all’età, altre volte a patologie o interventi chirurgici – non possono averne altri; oppure per riempire il vuoto lasciato da un figlio precocemente scomparso. E non mancano le coppie che decidono di adottare per motivi ideologici o altruistici, ossia per dare una famiglia a bambini che ne sono privi, che hanno sofferto o sono portatori di handicap.

Per facilitare quest’ultimo tipo di adozioni, la riforma della legge italiana sull’adozione  (1° marzo 2001) ha istituito una “corsia preferenziale” per quei coniugi che intendono adottare un bambino con più di cinque anni e con handicap accertato.

La maggior parte delle coppie riflette a lungo prima di decidersi. Secondo le statistiche, dal momento in cui una coppia inizia a parlare di adozione alla prima telefonata di contatto trascorre all’incirca un anno: come un seme, l’idea si annida nella mente di uno o entrambi i membri della coppia, si sviluppa e acquista energia. Bisogna però fare i conti con l’offerta che è decisamente inferiore alla domanda – il rapporto è grosso modo di 1 a 20 – cosicché, man mano che procede, il progetto adottivo può subire delle modifiche sia in base alla disponibilità concreta di bambini sia alla consapevolezza crescente degli aspiranti genitori.

E’ opportuno che in questa fase di “gestazione”, gli aspiranti genitori si impegnino in una verifica delle proprie intenzioni, cerchino di immaginarsi  come cambierà la loro vita, come reagiranno amici, parenti, eventuali figli, se sono pronti a compiere un passo che trasformerà la loro esistenza.

Le domande che seguono, non costituiscono un test vero e proprio ma punti su cui riflettere. Non ci sono risposte giuste o sbagliate, soltanto domande che aiutano a capire meglio quelle che sono le aspettative proprie e dei familiari.

-Perché voglio adottare?

-In che modo la nostra vita familiare e di coppia sarà modificata dall’arrivo di un figlio, o di una figlia?

-Sarò disposto a dedicargli il tempo e le energie necessarie?

-Pensiamo che l’adozione possa aiutarci a risolvere un nostro problema di coppia, individuale o esistenziale?

-Quali sono le nostre maggiori aspettative: vogliamo dare una famiglia ad un bambino o vogliamo un bambino tutto “nostro”?

-Quando pensiamo ad un bambino, come ce lo immaginiamo? E’ una immagine realistica o idealizzata?

-Lo accetterò con gioia anche se non sarà del sesso che avrei desiderato?

-Mi sentirei deluso o “ingannato” se il bambino dovesse avere dei problemi di salute o psicologici?

-Lo accetterò con gioia anche se non risponde alle mie aspettative? (aspetto fisico, riuscita scolastica, carattere).

-Siamo pronti ad accettare le sue origini familiari?

-Sono disposto ad accettare con serenità problemi che potrebbero sorgere in seguito, connessi all’adozione?

-Pensiamo di adottare per dare un compagno di giochi a nostro figlio (se avete già un figlio)?

-Come potrà reagire nostro figlio (o figli) al nuovo venuto?

-Parenti e altri membri della famiglia sono pronti anche loro a questo passo?

-Potrei sentirmi a disagio nei confronti dei genitori che hanno figli propri?

-Eventuali apprezzamenti negativi sulla mia scelta, mi feriranno profondamente o non più di tanto?

-Lo terrò comunque anche se dovessi avere dei problemi?

-L’adozione è un lavoro di squadra tra genitori, organizzazioni, assistenti sociali e altre persone. Accetterò di lavorare in gruppo?

-Se l’infertilità è una delle cause, che atteggiamento ho a riguardo? Il problema è superato, oppure no?

-Il fatto di non avere figli ha influito sui miei rapporti di amicizia e di parentela?

-Sono abbastanza soddisfatto(a) della mia vita per non essere ossessionato(a) dall’adozione e non pensare soltanto a questo durante il periodo di attesa?

(fonte: “Il cammino dell’adozione” – annaoliverioferraris.it)

Adozione etica. Mamma Antonella: “Quando iniziai il percorso dell’adozione…”

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“… lo psicologo dei servizi affermò “l’adozione è una relazione riuscita quando al bisogno di un figlio riusciamo a sovrapporre il desiderio di un figlio”. 

La necessità di soddisfare un bisogno porta le coppie a mentire prima di tutto a se stesse e poi alle diverse persone con cui vengono in relazione. Devono raggiungere uno scopo e per far questo si chiedono continuamente  “cosa vorrà lo psicologo, piuttosto che il tribunale o l’ente da me?”  In questa posizione mentale non si risponde ciò che è ma ciò che si crede funzionale. Il giochino si rompe, però, quando la coppia passa dal bambino immaginario a quello reale. Dal pensiero della famigliola alle difficoltà da superare. 

Se invece noi genitori abbiamo il desiderio di un figlio e veniamo a patti con la realtà e i bisogni, tutto il cammino risulta più trasparente, psicologicamente più agevole. Quando abbiamo desiderio di qualcosa siamo disposti a mediare, ad abbassare le aspettative in relazione al reale. Quando dobbiamo soddisfare un bisogno no, il bisogno è un assoluto e come tale non accetta mediazione, ma soddisfacimento. 

Anche da quello che ho letto qui, le persone più serene mi paiono quelle che hanno saputo capire e accettare la realtà dell’adozione della sofferenza dei bambini, quelli che sono riusciti a togliere se stessi dal centro del percorso adottivo per farci entrare anche un bambino. Che non è necessariamente quello immaginato, ma un bambino che esiste già con una propria storia e personalità e dei bisogni. 

Provo amarezza quando vedo coppie che hanno mentito e continuano a farlo. Non cercando un figlio che esiste, ma quel figlio che vogliono o non possono avere. Spero di essermi spiegata.” 

(fonte: it.sociale.adozione – 24/12/2005)

 

Adozione etica. Roberto Piumini: “Un figlio”

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Roberto Piumini – poeta e narratore

Un figlio

Un figlio, signore e signori,

non è come un’ombra cicciona,

non è un mazzolino di fiori

e neanche un’opera buona.

 

Un figlio, signori e signore,

non è un campionato sportivo,

non è un più veloce motore

e neanche un rametto d’olivo.

 

Un figlio, mia cara famiglia,

è un corpo, una mente, una voce,

è un seme della meraviglia,

un mondo in un guscio di noce.

 

Un figlio, miei cari parenti,

vi fonda uno stato nel cuore.

Un figlio fa stringere i denti,

ma ha un delizioso sapore.

Adozione etica. Papà Enrico 4: “La coppia va preparata e supportata ad accogliere un minore abusato”

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Altro ruolo dell’Ente è quello di preparare le coppie a vivere l’accoglienza del figlio come percorso di supporto, a lenire e metabolizzare il vissuto di privazioni e violenze. In questo vissuto può esserci anche l’abuso sessuale. Le coppie devono capire che non è colpa sua, non è un marchio d’infamia! E’ una ragione in più per essergli vicino. Non si può dire “non me la sento di affrontare questo problema”, è una cattiveria che il bambino non merita. 

E’ evidente che la coppia deve essere pienamente supportata prima, durante e, soprattutto, dopo l’ingresso in Italia. L’Ente deve promuovere corsi specifici per i propri operatori e per le coppie atti a capire cosa significhi abuso e violenza su un minore e come affrontarli aiutati possibilmente da un mediatore interculturale che vive o ha vissuto nel paese d’origine del minore e ne possa capire e interpretare le varie dinamiche. 

Troppo spesso ci si illude che una volta che il minore è in Italia, con noi ”tanto buoni” in un paese “ricco”, ambiente famigliare sereno, possa dimenticare il passato e vivere sereno. Niente di più sbagliato. Permettetemi di dire che questo modo di pensare mi suggerisce la continuazione di un colonialismo che oltre a depredare il paese delle varie materie prime ora vorrebbe, “ovviamente a fin di bene ????”, accogliere i loro figli. I nostri figli sono portatori di una cultura diversa, con usi e costumi diversi, con un vissuto “triste” che dobbiamo imparare ad accettare e fare nostro. E’ un invito a vedere questa diversità come crescita individuale nostra e di chi ci è vicino, con assoluto rispetto per chi ha accolto nostro figlio prima. 

La coppia deve essere preparata ad accogliere un vissuto “problematico” che metterà in discussione la loro quotidianità e sicurezze acquisite negli anni, devono essere pronte a rimettere tutto in gioco per aiutare loro figlio a mettere insieme la vita precedente l’adozione e quella attuale per avere una dimensione corretta del sé, di chi è. Solamente cosi nel periodo della pre-adolescenza potrà essere aiutato a formarsi un’immagine del “se” che sarà una somma del passato e del presente. Il passato non può e non deve essere cancellato, ma capito ed accettato. 

Si va verso un cambiamento importante dell’istituto dell’adozione, i paesi d’origine tradizionalmente aperti all’adozione internazionale stanno iniziando a praticare l’adozione nazionale anche se ancora limitata ai più piccoli (sotto i 4 anni). Sotto la spinta delle coppie ad avere bambini piccoli si aprono nuovi “canali” tipo Cina, Vietnam, altri paesi Asiatici e Africani.

Oggi dai paesi che storicamente avevano accettato e condiviso l’adozione internazionale  vengono proposti quasi esclusivamente bambini grandicelli e i paesi che iniziano ora l’apertura all’adozione internazionale non sempre sono pronti a gestirla nel solo interesse del minore con le tutele dell’effettivo stato di abbandono e la trasparenza necessaria per la tutela anche della  famiglia d’origine. 

Penso sia utile ricordare che l’adozione deve essere proposta solamente dopo aver verificato l’impossibilita di dare una famiglia o un’adeguata soluzione nel proprio paese. Forse sarebbe opportuno fermarsi un po’ ed approfondire le varie tematiche legate all’adozione altrimenti si corre il pericolo di mettere in discussione “ l’etica” dell’adozione stessa. 

Enrico

Adozione etica. Papà Enrico 3: “Le responsabilità di enti e CAI per la protezione dei bambini”

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Cosa si potrebbe e dovrebbe fare: 

– Ruolo importante rivestono gli Enti autorizzati, molte volte per la stima e fiducia che si instaura con gli operatori, le coppie sono più disponibili ad aprirsi e raccontarsi, gli operatori dovrebbero essere in grato di capire se il minore presenta disturbi tali da far sospettare un abuso. In questo caso l’Ente deve allertare la CAI che può monitorare i casi segnalati e verificare se sono spalmati nel territorio o provenienti da uno stesso istituto in percentuale rilevante. Se ciò è, dovrà essere la CAI stessa ad allertare i servizi sociali del paese interessato e chiedere una relazione. 

– Quando l’Ente si attiva con contributi e progetti a sostegno di un certo istituto deve essere in grado di verificare che tali aiuti siano finalizzati esclusivamente al benessere del minore, una parte dei contributi (penso alla quasi totalità) deve servire per finanziare una presenza “qualificata” all’interno dell’istituto di personale di estrema fiducia (tipo referenti dell’ente) che lavori perchè il minore abbia un riferimento “certo” che, in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo, lo possa ascoltare, capire e difendere dall’eventuale “orco”. Le coppie devono avere la possibilità di accedere nell’istituto insieme a questi “tutor” e viverci un pò con i propri figli . 

– Una volta che un minore (che ancora vive nell’istituto) ha il coraggio di denunciare l’abuso, deve essere allontanato e protetto. L’Ente deve destinare una parte del denaro raccolto per assicurargli un’adeguata protezione. 

– La CAI da sempre fa una distinzione tra progetti SAD e progetti di sussidiarietà, già nel 2003 ha deliberato per chiarire questa differenza, ha firmato accordi con alcuni Enti che si muovevano in questa direzione ed i vari progetti finanziati hanno tutti la caratteristica di intervenire per il benessere psico-fisico del minore.

Probabilmente per eliminare esperienze quali quelle riportate la CAI interpreta molti progetti SAD come una semplice raccolta di fondi che non incidono nella cultura di violenza ed abuso spesso rivolte verso bambini non protetti, né nella crescita socio-economica dei Paesi di origine dei bambini stessi per cui l’Ente autorizzato viene posto fuori dalla possibilità di continuare ad operare per le adozioni internazionali e cancellato dall’albo.

Le linee guida della CAI per la richiesta  da parte di un soggetto che vuole operare come Ente autorizzato prevedono che “ L’ente non può avere alcuna forma di collegamento o collaborazione con organizzazioni impegnate in programmi solidaristici di accoglienza di minori stranieri in Italia.”  Questo, a mio avviso, a rimarcare il pericolo reale che anche in attività dichiaratamente umanitarie si possano nascondere iniziative che non sono “nell’esclusivo interesse del minore”.

(continua…)

Adozione etica. Papà Enrico 2: “Gli abusi all’interno degli istituti vanno combattuti con tutte le forze”

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Quello che va evidenziato in senso positivo è il coraggio e la maturità dei bambini che denunciano quanto hanno subito, questo è avvenuto sicuramente perchè la famiglia di accoglienza ha fatto sentire loro la piena accettazione senza se e senza ma, si sono sentiti protetti e rassicurati. Ancora una volta sono i singoli genitori adottivi a dare lezioni a istituzioni o a enti autorizzati che continuano a dissuadere l’accoglienza di bambini “grandicelli”. 

L’articolo conferma purtroppo che molte volte abusi e violenze sono perpetrati all’interno dell’istituto che dovrebbe proteggerli, ma che purtroppo protegge “l’orco che è nel recinto“. Questo a mio giudizio è da considerarsi una vera e propria “barbarie”, conosciuta, ma il più delle volte “ignorata”, taciuta o sottovalutata. Non è “umanamente” tollerabile lasciare un minore alla mercè dell’orco. Se è in famiglia o solo, può difendersi scappando chiedendo aiuto ai servizi, all’amico al vicino ecc., ma se è nel recinto che l’orco gestisce, non ha scampo. 

Non capisco il perché non si voglia vedere e affrontare il problema, anche quando emerge con evidenza. Molte volte alle coppie viene chiesto di fare una “donazione” direttamente all’istituto che accoglie il proprio figlio o di raccogliere denaro con progetti di sostegno a distanza o altre forme di aiuto diretto, in cambio magari di un abbinamento a loro gradito. Se questo comportamento passa, scavalcando le varie autorità centrali, previste dalla convenzione dell’Aja, va considerato come un campanello d’allarme che deve far pensare. 

Non si può andare ad adottare ed avere delle strane proposte, come scegliere da un catalogo o in base alla simpatia o alle regalie che si pensa, “in buona fede“, di fare al personale dell’istituto o personaggi che gli gravitano intorno. A prescindere dal giudizio morale che ognuno di noi può avere, il vero pericolo è che si aiuti inconsapevolmente a nutrire “l’orco” che utilizzerà questi aiuti per comprare “il silenzio” delle vittime e dei complici, ed apparire come il buono che riesce ad avere contributi a pioggia. 

La violenza all’interno degli istituti deve essere combattuta come priorità assoluta per la difesa del minore. Esiste una letteratura consolidata e condivisa su quanto sia “destabilizzante in modo permanente” la violenza attuata sui minori da figure di riferimento per il minore stesso (genitore convivente, famigliare, educatore, religioso, ecc…). Il pedofilo, il violentatore, il più delle volte ha subito egli stesso la violenza che infligge al minore. E’ una catena perversa che deve essere spezzata, che non si deve più permettere. 

L’istituto dell’adozione cosi come voluto dagli Stati membri nella convenzione dell’Aja potrebbe dare un contributo per smascherare e far uscire l’orco dal recinto, il caso citato ne è una prova.

(continua…)

Adozione etica. Papà Enrico 1: “Quando l’orco è nel recinto”

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Papà Enrico ha già scritto sulla tematica degli abusi su questo blog (vedi commento del 1° giugno 2012, basta inserire “abuso” in “cerca” qui  sulla barra a dex). Ora ci manda una sua riflessione legata alla lettura di un articolo piuttosto crudo sugli abusi di minori istituzionalizzati. E’ un testo che si inserisce bene in questa parte della sezione “Adozione Etica” perché certi fallimenti adottivi nascono dalla negazione di certe realtà sia da parte di alcuni enti che di alcune coppie. Questo blog si è impegnato ad affrontare anche tematiche scomode e siamo ben lieti di pubblicare questo testo che verrà diviso in quattro post per evidenziarne il contenuto.

“Violentati nell’orfanotrofio. Fotografati e filmati. Il racconto choc di tre bambini bulgari adottati in Italia apre una finestra su un orrore nascosto che può contare su molti complici. E i genitori accusano: ”Le nostre denunce sono state ignorate”. Inizia così l’inchiesta di Fabrizio Gatti pubblicata sull’espresso del 14/01/2013  (vedi http://espresso.repubblica.it/dettaglio/bulgaria-nella-tana-dei-pedofili/2198027 ) dal titolo “ Bulgaria, nella tana dei pedofili “. Continua descrivendo le violenze attuate dai più grandi sui più piccoli, poi intervengono gli adulti che partecipano, gli stessi minori vengono portati fuori dell’istituto, fatti oggetto di violenze anche da persone esterne.

Descrizione “cruda” di una storia già vista e verosimile per molte altre realtà all’interno degli istituti dei paesi dell’est Europa e non solo. A rompere il muro del silenzio e delle complicità sono stati tre bambini adottati in Italia che con coraggio hanno raccontato tali atrocità e con altrettanto coraggio i genitori hanno denunciato in sette pagine alla “Commissione Adozioni Internazionali “ e al ministro Andrea Riccardi lamentando il mancato intervento da parte dell’ente che li aveva seguiti nel percorso adottivo. Dallo stesso istituto sono stati adottati una quindicina di ragazzi ed è preoccupante che i genitori non sapessero nulla perchè esperienze cosi drammatiche hanno bisogno di un supporto attento e qualificato.

Preoccupa che tutto questo accada “in un Paese come la Bulgaria che fa parte dell’UE ed ha ratificato la convenzione dell’Aia sulla protezione dei minori” per cui “ si può facilmente immaginare cosa accada altrove”. L’Equipe di psicoterapeuti che ha seguito i minori che hanno denunciato i fatti, dichiara “C’è motivo di ritenere che le precoci e ripetute esperienze fatte quando i bambini erano nell’istituto in Bulgaria, siano divenute in qualche modo comportamenti vissuti oggi come normali o comunque consentiti.”

L’inchiesta si addentra nei racconti dei minori con particolari quanto mai “raccapriccianti” anche se “maledettamente” reali. “Quei tre piccoli eroi hanno avuto davvero coraggio. Perché prima di lasciarli partire per l’Italia, li hanno minacciati. Qualcuno ha detto loro che li avrebbero riportati qui: «Se parlate, i vostri genitori italiani vi rifiuteranno e tornerete in Bulgaria». Per loro la Bulgaria è l’orfanotrofio. Non hanno visto altro.”

Contributo all’inchiesta è l’intervista al presidente del Telefono Azzurro, Ernesto Caffo, per spiegare come i genitori adottivi possono affrontare il disagio dei minori e riconoscere i segnali di un abuso subito nell’istituto di provenienza. «Come negli altri contesti di vita (la famiglia e la scuola), anche in queste istituzioni i bambini possono andare incontro a diverse tipologie di abuso psicologico, fisico e sessuale da parte di adulti. E’ bene ricordare che, come evidenziano ormai concordemente studi internazionali, il permanere all’interno di un’istituzione costituisce, di per sé, un fattore di rischio per lo sviluppo del bambino». «Il segreto rispetto agli abusi subiti è purtroppo una richiesta molto frequente che viene fatta dagli abusanti alle vittime. (…) Tra i campanelli di allarme un genitore può notare l’improvviso emergere di disturbi del sonno, enuresi, disturbi alimentari, alterazione del tono dell’umore, ansia, disturbi della condotta, calo del rendimento scolastico. A questi segnali si possono accompagnare comportamenti sessualizzati che non sono appropriati per l’età del bambino». «I genitori adottivi il più delle volte formulano una richiesta di aiuto rispetto a come devono comportarsi con il bambino. E’ però altrettanto importante che trovino un giusto supporto per affrontare il dolore, le ansie e l’incertezza. Il benessere dei genitori è di fondamentale importanza nel percorso di aiuto al bambino».

Segue tutta una disamina sui numeri dell’adozione ed emerge una tendenza al calo preoccupante delle adozioni internazionali. In effetti dall’ultimo report della CAI si evidenzia un calo del 22,8 % delle adozioni nel 2012 (3.106 ingressi autorizzati) in rapporto al 2011 (4.022 ingressi autorizzati), insieme al calo dei decreti di idoneità emessi in tutti i tribunali (dal 2006 ad oggi di circa il 50 %).

Le motivazioni sono di diversa natura, ma non viene evidenziato che anche la lettura di articoli di denuncia dei maltrattamenti dei minori contribuisce purtroppo ad allontanare la coppia dal percorso adottivo. Per mia esperienza ho potuto verificare che fra i vari limiti e paletti che la coppia mette per l’accoglienza del minore (età, malattie invalidanti, etnia, ecc…) uno dei più “diffusi” è che il minore non abbia subito abusi sessuali. Proprio per questo motivo ho pensato di dare ” una mia lettura” a tale inchiesta.

(continua…)

Adozione etica. Uno mattina: “L’importanza della formazione e del sostegno delle coppie nel post-adozione per prevenire il fallimento adottivo”

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Proponiamo, per chi non l’avesse visto, questo servizio del 21 gennaio 2013 che, secondo noi, è onesto.  Basta guardare con quale garbo è trattato il caso del bambino di Treviso che ha guidato per 900 km per ritrovare la sorella in Polonia. La puntata pone l’accento sulla necessità di preparare con maggiore attenzione  le coppie ad accogliere bambini grandi e con bisogni speciali (in aumento negli ultimi anni) e di supportare la nuova famiglia con impegno da parte di tutti (scuola, vicinato, famiglia allargata…). Non è, secondo noi, un manifesto contro l’adozione di bambini grandicelli, ma una responsabilizzazione per genitori, enti e operatori a fare sempre meglio per evitare duplici sofferenze. Chi non è disposto a guardare la realtà e a sentire la versione di tanti per rendersi conto in quale avventura si sta addentrando, forse non è del tutto  pronto a questa importante missione che richiede persone stabili e convinte della loro scelta. Dall’altra parte c’è la necessità di operatori sempre più preparati per aiutare le coppie nel post adozione. Non crediamo che sia un azzardo affermare che spesso si arriva al fallimento adottivo anche perchè la coppia è lasciata sola.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-40cbe6e6-1a44-4acd-86a8-4ab6d9050b75.html#p=

In sintesi alcune riflessioni espresse da  Luigi Cancrini – psichiatra:

– Non ci sono studi precisi sulla frequenza di fallimenti. Noi del settore vediamo solo le cose cha vanno male. Certo stiamo osservando un aumento e c’è uno stato di sofferenza altissimo delle famiglie, in particolare quelle che non sono in grado di sostenere i conflitti.

– Se la coppia capisce che l’adozione è un processo di cura di un bambino che ha avuto esperienze traumatiche, che è un compito diverso da quello del genitore biologico, la coppia è già a buon punto.

–  Negli studi per l’idoneità bisognerebbe essere in grado di capire quanto la coppia sa mantenere l’equilibrio di fronte al contrasto e se ha la modestia e disponibilità a farsi aiutare.

– La fase critica inizia nell’adolescenza e diventa acuta quando il ragazzo ha difficoltà a relazionarsi con l’ambiente circostante e i genitori si mostrano delusi del figlio (e mollano..).

Adozione etica: “Le nostre vite in vendita”

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di Michel J.Sandel – estratto dal saggio “Quello che i soldi non possono comprare”

(…) Oggi la logica del comprare e del vendere non è più applicata solo ai beni materiali, ma governa in misura sempre più ampia la vita nella sua interezza. (…) Il più grave cambiamento degli ultimi trent’anni non è stato l’aumento dell’avidità, ma l’estensione dei mercati e dei valori di mercato a sfere della vita tradizionalmente governate da norme diverse. Per affrontare questa situazione, bisogna fare qualcosa di più che inveire contro l’avidità: serve un dibattito pubblico per capire qual è il posto dei mercati. (…)

(…) il fatto che stiamo andando verso una società in cui tutto è in vendita ci deve preoccupare. Per due ragioni: una riguarda la disuguaglianza e l’altra la corruzione. Consideriamo innanzitutto la disuguaglianza. In una società in cui tutto è in vendita, la vita è più difficile per chi dispone di mezzi modesti. (…)Man mano però che il denaro arriva a comprare sempre più cose, la distribuzione del reddito e della ricchezza assume un ruolo molto più rilevante.

La seconda ragione per cui dovremmo esitare a mettere tutto in vendita è più complessa. Non riguarda la disuguaglianza e l’equità, ma gli effetti corrosivi dei mercati. Assegnare un prezzo alle cose che contano nella vita può corromperle, perché i mercati non si limitano a distribuire beni, ma esprimono e promuovono determinati atteggiamenti nei confronti dei beni che vengono scambiati.

Pagare i bambini affinché leggano i libri può spingerli a leggere di più, ma può anche insegnargli a considerare la lettura come un lavoro e non come una fonte di soddisfazione interiore. (…) I mercati lasciano il segno. Talvolta i valori di mercato escludono altri valori di cui varrebbe la pena tener conto. (…) L’esempio più ovvio è l’essere umano. La schiavitù è orribile perché tratta gli esseri umani come una merce da comprare e vendere all’asta. Questo trattamento non considera gli esseri umani come persone che meritano dignità e rispetto, ma come mezzi di guadagno e oggetti da usare. Questo vale anche in altri casi.

Non permettiamo che i bambini siano comprati o venduti, indipendentemente da quanto possa essere difficile il processo di adozione o da quanto siano disposti a fare gli aspiranti genitori. Anche ammesso che i potenziali acquirenti dovessero trattare responsabilmente il figlio, la nostra preoccupazione è che un mercato dei bambini esprimerebbe e promuoverebbe il modo sbagliato di valutarli. Giustamente i bambini non sono considerati beni di consumo, ma vite che meritano amore e cure. (…) alcune delle cose che contano nella vita sono degradate se vengono trasformate in merce.

(…) un’economia di mercato è uno strumento – prezioso ed efficace – per organizzare l’attività produttiva, una società di mercato è un modo di vivere in cui i valori di mercato penetrano in ogni aspetto dell’attività umana. Un luogo dove le relazioni sociali sono trasformate a immagine del mercato. (…) In un’epoca in cui il dibattito politico consiste soprattutto in confronti televisivi dai toni accesi, in un livore fazioso negli interventi alla radio e in battaglie al congresso alimentate dalle ideologie, è difficile immaginare un dibattito pubblico caratterizzato da un ragionamento su questioni morali difficili come il modo giusto di valutare la procreazione, l’infanzia, l’istruzione, la salute, l’ambiente, la cittadinanza e altri beni.

I mercati non rimproverano, non discriminano tra preferenze lodevoli e preferenze spregevoli. Ognuna delle parti di un affare decide autonomamente quale valore attribuire ai beni al centro dello scambio. Questo atteggiamento nei confronti dei valori sta al cuore della logica di mercato e spiega gran parte del suo fascino. Ma la nostra riluttanza a impegnarci nell’argomentazione morale e spirituale, insieme con la nostra adesione ai mercati, ha avuto un prezzo elevato: ha svuotato di energia morale e civile il dibattito pubblico e ha dato un contributo alle politiche manageriali e tecnocratiche che affliggono oggi molte società. Un dibattito sui limiti morali dei mercati potrebbe consentirci, come società, di decidere dove i mercati sono utili al bene comune e dove non devono stare.

(fonte: Internazionale 21/27 dic 2012)

Adozione etica: “Chi rapisce i bambini”

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di Alessandro Gilioli – giornalista

Una ricerca della Fondazione Migrantes ha stabilito che non solo i nomadi non rapiscono i bambini – diceria medievale, roba da Rodolfo il Glabro – ma che il problema è semmai nelle adozioni troppo facili dei bimbi rom, sottratti alle loro famiglie e spediti prima in un istituto poi da genitori adottivi italiani.

(…) La questione di un Occidente ricco e sterile che importa bimbi acquistandoli da un Terzo Mondo povero e fertile è uno dei grandi scandali della contemporaneità, di cui è effetto collaterale. Eppure interessa poco e poco è trattato dai media, fondamentalmente per l’ipocrita sottofondo culturale secondo cui «comunque quei bambini vivono meglio da noi» – questa sì che è una frase razzista, assai più che Obama abbronzato.

Qualche tempo fa mi sono imbattuto per caso nel traffico dei bambini dal Nepal all’Europa, scrivendone anche su questo blog e su L’espresso cartaceo. Ma nessuna istituzione qui in Italia – secondo paese importatore di bambini nepalesi – ha mosso un dito per verificare e controllare, nemmeno il ministero della famiglia che ne avrebbe il compito per legge.

Quello del Nepal, del resto, è solo uno dei tanti traffici di bambini a scopo di adozione: dalla Moldavia alla Romania, dal Brasile al Guatemala, il mercato cresce geometricamente.

Altro che zingari, cacchio.

(fonte: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/11/11/chi-rapisce-i-bambini/)

 

Vedi anche: Il fatto del 14/01/2013: “Nel 2012 un milione di bambini venduti”  http://piemontenews.wordpress.com/tag/nel-2012-un-milione-i-bambini-venduti/

 

Adozione etica. “Il cibo che sprechiamo. Dai media sembrerebbe che….”

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Metà dei prodotti alimentari viene sprecata. Colpa delle brutte abitudini e di una cattiva gestione. Se pensiamo che quasi un miliardo di persone è denutrito, lo spreco di cibo rientra nell’area dell’”etica”. Da un rapporto della FAO sembrerebbe che le nostre cattive abitudini siano collegate anche alle offerte “prendi due e paghi uno”, che ci portano ad acquistare più del necessario, e da una gestione delle scadenze dei supermercati che andrebbe modificata. I produttori, infatti, metterebbero una data di scadenza con enormi margini di sicurezza per minimizzare il rischio che qualcuno si ammali per cibo avariato e li trascini in tribunale. Al di là della conservazione e gestione dei prodotti in frigorifero, andrebbero valutati anche i quantitativi di acqua ed energia per produrli. Sempre secondo il rapporto della FAO circa il 70% dell’acqua dolce viene usato per la produzione alimentare, di cui il più importante catalizzatore sarebbe la produzione di carne rossa. “Ogni chilo di manzo richiede 15.415 litri d’acqua rispetto ai 237 necessari per produrre un chilo di cavoli”. Il cioccolato ne consuma anche di più: 17.196 litri al chilo! Nei paesi ricchi, inoltre, gran parte dell’energia finisce nei fertilizzanti e pesticidi. Per sfornare riso e patate per 19-22 persone è necessario un ettaro di terra, lo stesso appezzamento servirebbe per sfamare solo due persone che si nutrono di carne – (sintesi dell’articolo “Gli sprechi a tavola” – Internazionale 18/01/2013).

Le responsabilità delle autorità centrali. (…) Tim Fox, responsabile energia ambiente per l’Ime, conclude: “Il quantitativo di cibo sprecato e perso in tutto il mondo è vertiginoso. Questo cibo potrebbe essere usato in prospettiva per alimentare la popolazione mondiale, in costante aumento come per far fronte ai bisogni di chi soffre la fame oggi. E tutto ciò implica anche uno spreco non necessario di terra, acqua e energia….I governi e le agenzie internazionale, e l’Onu in particolare, dovrebbero lavorare di concerto per fare in modo di cambiare la mentalità della gente e scoraggiare le pratiche di spreco di contadini, produttori di cibo, supermercati e consumatori” – (fonte: repubblica.it – 10/01/2013).

Nel laboratorio dei sogni il cibo cresce sul muro di casa. La cucina di casa come un pianeta in miniatura, nel quale far crescere ciò di cui  si ha bisogno, da cui ricavare energia e materiali riciclati, e grazie al quale avere uno stile di vita più sano.  Sta tutta nell’eco-cucina la visione del mondo urbano come realtà sostenibile presentata dal gruppo di ricercatori, ingegneri e designer della Dalian Nationalities University cinese, vincitore del Dream Lab 2012 della Kingston University di Londra. (…) Secondo i vincitori, le pareti della cucina (così come i tetti dei grattacieli) potrebbero essere sfruttate per far crescere legno e vegetali grazie alla tecnologie di coltivazione verticale; ciò che viene prodotto come scarto o rifiuto potrebbe essere riciclato in una specie di stomaco meccanico in grado di produrre energia, e le cattive abitudini alimentari (dalla cottura a ciò che si mette in tavola) potrebbero essere corrette grazie ai consigli di un robot che potrebbe funzionare come coach per il cibo. Per quanto riguarda le ricette, poi, alghe e insetti potrebbero diventare protagonisti di gustose pietanze e avere un ruolo molto più importamte  di quello attuale nell’alimentazione quotidiana – ( fonte: Sole24Ore – 27/01/2013).

In attesa della eco cucina, piccolo comportamento etico. Difficilmente, per la parte del mondo affamata, cambierà qualcosa se buttiamo via meno cibo, ma, personalmente, penso: “Sono una persona fortunata, non mi manca nulla. Quello che ho, però, cerco di utilizzarlo al meglio e fino in fondo. E’ una forma di rispetto per chi non ha niente. Tra l’altro ciò mi avvantaggia anche sotto un profilo salutistico. Utilizzerò per il mio organismo solo quello che serve. Eviterò così malattie come il diabete e l’obesità causate dall’eccesso di cibo”.

Per parlare di come superare la fame del mondo in maniera seria vedi il recente rapporto di Save the Children:  “Metter fine alla povertà in questa generazione” – 2012 http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/Single?id_press=547&year=2013&utm_source=stc&utm_medium=email&utm_content=adv&utm_campaign=e-news

Adozione etica. Il personaggio: “Will Salas, il Robin Hood del futuro”

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Chi è Will Salas? E’ un Robin Hood del futuro, quello del film di fantascienza “In Time” (2011). Tutto si può comprare ma la nuova moneta è il tempo. Le persone sono programmate per vivere fino a 25 anni poi scatta un timer che, azzerandosi, li uccide. Questo limite può essere esteso con ulteriore tempo, che va però acquistato, e permette di vivere ancora, senza peraltro invecchiare fisicamente. I ricchi possono vivere per sempre, mentre gli altri cercano di negoziare per la loro immortalità. Will e la sua compagna, figlia di un uomo facoltoso, che all’inizio, abituata ad avere tempo in abbondanza, non conosce le sorti della popolazione comune, cercheranno di sradicare il malcostume dilagante di un sistema corrotto da secoli, di combattere le ingiustizie e le disparità sociali.

La frase del film: “Per far vivere pochi immortali, gli altri devono morire”

Adozione etica. L’esperto: “Ricchezza e povertà spiegata ai ragazzi”

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Riportiamo una parte dell’articolo di Fabrizio Galimberti apparso sul Sole 24Ore nel novembre 2012.

(…) Bene o male, l’economia ha continuato a crescere ma le diseguaglianze, che si erano attenuate negli anni Sessanta e Settanta, sono aumentate. A cosa è dovuto tutto questo? Alla globalizzazione e alla tecnologia, le due grandi forze che hanno plasmato il mondo negli ultimi vent’anni. Sono entrati nell’economia di mercato di miliardi di lavoratori dall’ex impero sovietico, dalla Cina, dall’India… Il loro costo del lavoro era molto basso e i beni che producevano facevano concorrenza a quelli prodotti dai Paesi occidentali. Questi ultimi, per competere, dovevano tenere sotto controllo stretto i propri costi del lavoro. Allo stesso tempo, le imprese occidentali andavano a produrre nei Paesi nuovi arrivati. Meno costo del lavoro vuol dire più profitti, e questa è una ragione dell’aumento delle diseguaglianze (chi riceve i profitti è di solito più ricco di chi riceve i salari). Secondo, la tecnologia. Siamo nell’economia della conoscenza, e coloro che padroneggiano le nuove tecniche guadagnano di più, allargando il divario fra le loro retribuzioni e quelle dei lavori manuali o più tradizionali (tenuti bassi dalla prima ragione sopra menzionata).

Questo aumento delle diseguaglianze ha tuttavia raggiunto il punto in cui fa più male che bene. Guardiamo alla scuola. I figli dei ricchi hanno sempre avuto un vantaggio rispetto ai figli dei poveri, malgrado l’esistenza di scuole pubbliche aperte a tutti. Ma quando questo vantaggio diventa troppo grande, viene minata la cosidetta “eguaglianza dei punti di partenza”, cioè la possibilità per tutti di correre la gara della vita senza ingiusti vantaggi: per esempio, in America la differenza nei test scolastici fra ragazzi di famiglie ricche e di famiglie povere è del 30-40% a vantaggio dei ricchi; una differenza maggiore di quella che si dava 25 anni fa.

Un altro pericolo: se la diseguaglianza continua a crescere, si faranno sempre più acute le proteste, con conseguente instabilità sociale e politica, e potranno andare al potere partiti portatori dei rimedi sbagliati.

Quali sono allora, i rimedi giusti? La politica può attenuare le diseguaglianze, dando servizi pubblici di base – istruzione, sanità, infrastrutture, giustizia… – eguali per tutti ma soprattutto migliori, e intervenendo sui casi estremi di povertà. La rete di sicurezza sociale in molti casi dà vantaggi anche a chi non ne necessita: sussidi e aiuti dovrebbero invece essere riservati alle situazioni di vero bisogno. Il sistema fiscale è già progressivo (cioè a dire, chi ha un reddito più alto paga proporzionalmente di più di chi ha un reddito più basso). Ma oggi, con la crescente complessità dell’economia e della finanza, ci sono vari modi, per i ricchi, di sfuggire alla progressività con vari espedienti legali: pensate al candidato alla presidenza americana Mitt Romney, i cui redditi milionari finivano col pagare meno tasse (in percentuale del reddito) di quelle che pagava la sua segretaria.

Da ultimo, lotta ai monopoli e alla corruzione: in Cina, le imprese statali godono di vari privilegi e fanno profitti in favore di chi è ammanicato col potere politico; in Russia, nel passaggio all’economia di mercato grosse fette di potere e di reddito sono state appropriate dai cosidetti oligarchi; in altri Paesi, dall’India all’Italia, la corruzione ha creato sacche di ricchezza immorale, con devastanti conseguenze per la tenuta del tessuto sociale…

(fonte: Il Sole 24 Ore – 18/11/2012)

Adozione etica. Libro: “I diritti dei bambini. Come aiutare noi e i nostri figli a diventare adulti migliori”

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Marco Scarpati è un avvocato di diritto minorile. Da anni si batte contro lo sfruttamento sessuale dei bambini. La presentazione del libro è estratta da un articolo di Silvana Mazzocchi – giornalista.

 

Marco Scarpati

“I diritti dei bambini.

Come aiutare noi e i nostri figli a diventare adulti migliori”

Infinito Edizioni 2012

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(…) il diritto internazionale è ancora una “scienza giovane” e in molti paesi del mondo i diritti già acquisiti sulla carta non vengono di fatto rispettati, vengono ignorati gli accordi sottoscritti e milioni di bambini vengono privati sia dei loro diritti specifici, sia di quelli che appartengono a ogni essere umano.(…) “Fino a qualche anno fa”, dice Scarpati ” si pensava che il bambino fosse solo un essere in divenire, e quindi i suoi diritti venivano legati al suo sviluppo e alla sua vita futura… E, invece, non c’è niente di più errato” sottolinea ” la vita di ogni persona è anche e soprattutto. il suo presente….” E dunque sul presente dell’esistenza di ogni bambino devono essere concentrati gli sforzi comuni.

 (…) Un decalogo dei diritti imprescindibili…

“Provo ad elencarli: Il primo è vivere in una famiglia: ogni bambino deve poter crescere in una famiglia, che va sempre aiutata. Se la famiglia non c’è o non si riesce a risanare, mille volte meglio l’adozione piuttosto che gli affidi sine die o gli istituti. Ha diritto ad avere genitori che lo guidino nel percorso di crescita e di un mondo che aiuti i genitori a scegliere al meglio per il loro figlio. Poi c’è il diritto ad essere aiutato quando è in difficoltà: e questo riguarda sia lui che la sua famiglia. Fondamentale è il diritto allo sbaglio: un bambino può e deve sbagliare, è così che cresce. Chi gli sta intorno deve aiutarlo a capire non stare con il dito puntato e punirlo. Questo vale per tutti: la famiglia, la scuola, la giustizia.

Importante è anche il diritto all’istruzione: il bambino ha diritto a capire il mondo che lo circonda, a studiare fino a che ne è sazio, e di sperare per sè un futuro diverso. Ha diritto al sogno e alla fantasia, così come ha diritto al gioco e a vivere con altri bambini. Ha diritto alla propria identità e quindi di scegliere di crescere anche con idee diverse da quelle dalle persone che lo circondano. Ha diritto a non essere sfruttato o usato per cose che non lo riguardano, e nel contempo ha diritto a vivere il proprio corpo e le proprie pulsioni, essendo educato al rispetto di quelle degli altri. Ha diritto ad essere ascoltato su tutte le cose e le decisioni che lo riguardano. Questo non vuol dire che gli adulti devono sempre eseguire ciò che egli vuole, ma che essi devono decidere dopo avergli spiegato di cosa si discute e dopo aver stimolato la sua opinione. Ha diritto al rispetto dei suoi tempi: spesso trattiamo un bambino come un piccolo adulto, ma non è così. Ha diritto a scelte celeri per le questioni che lo riguardano…” 

(…) I diritti dell’infanzia sono sicuramente più rispettati nel mondo ricco, mentre in buona parte del mondo povero diritti fondamentali, come quello all’istruzione o alla salute, non sono ancora pienamente salvaguardati. Così come in altre parti del mondo è impensabile il diritto alla libertà religiosa, alla identità sessuale: un paio di anni fa in Etiopia, durante un seminario, alcuni psicologi mi dissero che eravamo noi europei che mettevamo in testa l’omosessualità ai loro ragazzi. Ma la globalizzazione, la crisi economica e il fenomeno della migrazione clandestina stanno modificando di molto il mondo occidentale. In Europa, come in Nord America, ci sono grossissime sacche di povertà, e per un bambino la povertà della sua famiglia fa coppia con la mancanza di diritti. Un bambino clandestino non gode dei medesimi diritti di un bambino che vive nel paese di cui ha la nazionalità. E del resto noi continuiamo a considerare stranieri (negando loro importanti diritti) bambini nati e cresciuti in Italia. Nel nostro paese non tutto è perfetto. Anzi, abbiamo diversi problemi da risolvere in ordine alla protezione dell’infanzia in concreto. Ma ciò che contraddistingue l’Italia (come accade, per una stranezza che in realtà non è tale, in diversi paesi del sud del mondo) è che la famiglia regge, malgrado tutto e crea una rete protettiva che aiuta un bambino a crescere bene e a fare a meno di molti dei sostegni sociali necessari in altri paesi. Così un bambino che ha una famiglia è sempre un bambino che ha tempo per crescere.”

(fonte: repubblica.it – 15/11/2012)

Adozione etica: “Il dovere di sostenere prima di tutto le famiglie biologiche“

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Vi proponiamo alcune riflessioni tratte dal Bollettino 04/2003 – Ottobre / Dicembre 2003 dell’ANFAA. La lettura ci aiuterà a capire che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale negli ultimi dieci anni. La CAI, in questo, ha avuto un ruolo importante. Nelle linee guida per gli enti ha loro imposto una maggiore cooperazione internazionale nei paesi in cui effettuano adozioni. Ne è risultata una maggiore attenzione verso i minori e il reinserimento in famiglia e i programmi educativi per mamme ed operatori.

(…) Per un’etica dell’adozione

Secondo Melita Cavallo, presidente della Commissione per le adozioni internazionali, per etica dell’adozione si deve intendere “l’insieme dei valori che la collettività (…) ritiene debbano caratterizzare i comportamenti sia dei soggetti che operano nel campo a livello istituzionale, sia dei cittadini i quali aspirano a diventare genitori adottivi”.

Nel dibattito sull’adozione si sono privilegiati in questi anni gli aspetti giuridici e psicologici e si sono trascurate le implicazioni etiche. Le coppie adottanti attribuiscono spesso alle opportunità offerte dalla normativa vigente un valore automaticamente morale. Ma non sempre è così.

Talvolta dietro le motivazioni apparenti dei genitori aspiranti adottivi possono nascondersi scelte etiche discutibili. La coppia aspirante adottiva dovrebbe essere mossa dall’impulso di dare una famiglia a un bambino che non ce l’ha, pur potendo coesistere questo impulso fondamentale e prioritario con altri desideri e bisogni perfettamente rispettabili e legittimi.

Essenziale è che la scelta dell’adozione non venga strumentalizzata in senso utilitaristico e che il bambino non venga equiparato ad una cosa.

(…) mentre non è difficile trovare una famiglia ai bambini piccoli e sani, gravi difficoltà si incontrano nell’inserimento familiare dei bambini grandicelli e di quelli handicappati o malati. E’ però importante dire che molti di loro hanno incontrato famiglie che li hanno accolti ed amati, famiglie che devono però essere preparate e sostenute da parte delle istituzioni (Servizi socio-sanitari, scolastici, ecc.).

E questo avviene quando l’adozione è realizzata eticamente nell’interesse preminente del minore.

Non possiamo poi sorvolare su alcune tendenze, contrarie ai principi dell’etica, che stanno prendendo piede oltre Atlantico. Negli Stati Uniti è possibile un abbinamento diretto coppia-bambino, via internet. Bambini ordinati su catalogo. Anche la cosiddetta “adozione prenatale” ha i suoi siti. La gestante che non intende riconoscere il figlio sceglie, via internet, la coppia migliore, in base alla composizione familiare, alla professione esercitata, alla religione praticata, ecc. Procedure aberranti che ricordano le nostre video-promozioni e che di recente Melita Cavallo ha energicamente disapprovato. (..)

“La dichiarazione dello stato di adottabilità di un bambino straniero – ha ribadito Chantal Saclier, Segretario generale del Servizio Sociale Internazionale di Ginevra nel convegno di Firenze – non è un fatto meramente giuridico, e gli eventuali problemi non sono solo burocratici, ma investe aspetti di ordine psicologico, sociale, medico e anche giuridico. Non basta quindi dare un’altra famiglia a un bambino che ne resta privo, ma bisogna dare la priorità a tutti gli interventi che possano prevenire l’abbandono attraverso adeguate politiche di sostegno alla famiglia nel paese di origine, politiche di accompagnamento per madri in difficoltà o di semplice sostegno economico, poiché la povertà non deve più essere la causa dell’adozione. Sono rimasta sconvolta nel vedere un reportage sulla Colombia in cui una mamma di quattro figli era in procinto di abbandonare il quinto perché non avrebbe potuto mantenerlo ed era disperata. Era però stata una buona mamma per gli altri quattro fino a quel momento e un po’ di dollari al mese le sarebbero bastati per evitare una separazione certo traumatica per lei e per il bambino!”.

“In realtà – aggiunge ancora la Saclier – dobbiamo rilevare innanzitutto che di prevenzione dell’abbandono se ne fa molto poca, solo pochi Paesi sono consapevoli di questa necessità; anche se recentemente si è visto qualche progresso. Resta poi ancora molto da fare sul piano della deistituzionalizzazione, sulla consapevolezza che l’istituto non può rappresentare una soluzione.

L’adozione nazionale negli attuali paesi di origine è molto poco diffusa e non viene vista in modo positivo, un po’ come avveniva da noi fino agli anni 30 e 40. A volte avviene segretamente, si fa credere che il bambino adottato sia invece figlio naturale della coppia (…).

Anche a questo riguardo si è però constatato un certo miglioramento negli ultimi 10 anni, in parte anche perché il fenomeno delle adozioni internazionali ha avuto l’effetto positivo di suscitare degli interrogativi nei paesi d’origine, dove all’inizio non si capiva perché qualcuno volesse adottare questi bambini. Si è così iniziato a cambiare mentalità e sempre più adozioni vengono fatte apertamente.

Vi è poi l’aspetto economico legato alle adozioni internazionali, nei paesi d’origine si identifica la felicità con la ricchezza, per cui si ritiene sempre migliore l’adozione all’estero con la quale il bambino potrà vivere in una famiglia “ricca” anche se il concetto di ricchezza è molto relativo. Questa visione ostacola la prevenzione e il reinserimento nella famiglia d’origine, perché sono gli stessi operatori a credere nel mito della ricchezza.

Un altro problema è quello dei veri e propri traffici di minori, che hanno dato luogo, in alcune ONG, a posizioni ostili verso l’adozione internazionale, vista come un’ennesima forma di sfruttamento”.

Un caso a parte è costituito dalla tragedia dei figli dei “desaparecidos” adottati (o falsamente riconosciuti) dai carnefici dei loro genitori.(…)

Un bambino adottato può dover superare, più di altri, una serie di ostacoli per sentirsi inserito prima nella propria famiglia e poi nel contesto più ampio di appartenenza.

Ma quando un bambino raggiunge la sicurezza psicologica di appartenere ad una famiglia in quanto si prende cura di lui, questa sicurezza a volte può vacillare di fronte al non riconoscimento esterno dell'”altro”.

A volte gli viene richiesto dalla scuola stessa, a volte dai compagni, ma quello che conta è in che contesto il bambino si trova quando si deve porre davanti agli altri con la sua “diversità”. Non è la diversità ad essere un problema, ma come la diversità viene recepita dagli altri. (…)

(leggi l’intero bollettino su http://old.anfaa.it/boll_0304a.htm)

Sempre sull’argomento vedi le recenti riflessioni ANFAA su www.anfaa.it nella sezione notizie.

La musica del cuore: “Il mondo che vorrei”

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Questa canzone di Laura Pausini è stata proposta “fortemente” da Valentina, 17 anni.

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Quante volte ci ho pensato su,
Il mio mondo sta cadendo giù
Dentro un mare pieno di follie,
Ipocrisie. (…)
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Per chi crede nello stesso sole
Non c’è razza non c’è mai colore
Perché il cuore di chi ha un altro Dio
È uguale al mio.
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Per chi spera ancora in un sorriso,
Perché il suo domani l’ha deciso
Ed è convinto che il suo domani
E’ insieme a te.