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Comunicazione ilpostadozione: “Raccontiamo la nostra storia, denunciamo le irregolarità nel mondo dell’adozione”

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Lo scorsa settimana ho incontrato un’amica. Tra i serio e il faceto, mi ha spiegato che il mondo è diviso in tre categorie di persone: i vincitori, i vinti e i banali. Non mi soffermerò sui “banali” che tutti incontriamo nella vita di tutti i giorni. Gli altri due gruppi li avrei tradotti in “persone che hanno voglia di cambiare le cose” e gli “indifferenti”, quelli che non si scomodano e danno per scontato che il mondo sia così, senza alternative.

Adesso vi racconto in breve che cosa è successo ad una mia conoscente. Non entrerò nei dettagli per una questione di privacy, ma la situazione la potrete capire comunque. Parliamo di adozione.

Elisa e suo marito hanno aspettato per più di quattro anni l’abbinamento con un bambino. L’ente a cui si sono rivolti ha fatto loro cambiare il paese in corso d’opera con aumento delle spese. Partono per il paese predestinato e scoprono che il bambino a cui sono stati abbinati ha seri problemi di salute. Quando dico seri, intendo seri, di quelli che solo una coppia incosciente o votata ad un grande sacrificio può affrontare, se li può affrontare, e comunque non risolvibili. La coppia rinuncia ma rimane molto scossa. Tutti li hanno lasciati soli in questo percorso difficilissimo. Non hanno avuto il supporto di nessuno. Solo attenzione ai soldi, soldi e soldi. Nessun rispetto per l’etica, nessun rispetto per la coppia. Solo mucche da mungere.

Ne racconto un’altra. Una coppia viene abbinata a due bambine. Quando le sentono al telefono parlano solo con la maggiore. Al momento dell’incontro capiscono perché. La piccola è affetta da un leggero autismo che però peggiora con l’arrivo dell’adolescenza. L’ente non si è preoccupato di avvisarli. Nessuno li aiuta nel post adozione. L’ente nel frattempo è stato chiuso per altre irregolarità. Gli stessi servizi sociali sembrano non aver dato un ausilio concreto.

Di fronte a questi due casi come vi ponete? Siete tra quelli che vogliono cambiare le cose o gli indifferenti?

Sono due situazioni diverse: il primo riguarda il pre adozione/abbinamento, il secondo l’abbinamento/post adozione. Sono uguali nella mancanza di trasparenza, nel giro di denaro e nella solitudine in cui è lasciata la coppia.

Eppure rimango convinta che cambiare le cose si può, tutti assieme, denunciando tali soprusi.

Ho scoperto su facebook un nuovo gruppo che raccoglie testimonianze negative sull’adozione. Usiamolo per fare sentire la voce del malcontento e della voglia di cambiare. “Storie di adozioni e di ingiustizie” è il nome della comunità.

Se non siete su facebook contattatemi su questo blog. Vi guiderò a questo gruppo di genitori che si sono fatti parte attiva per difendere i nostri diritti nel mondo dell’adozione.

Grazie a tutti voi che avete voglia di cambiare le cose.

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Adozione Etica. Intervista a Susan George: “Si ruba ai poveri per dare ai ricchi”

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Con Susan George integriamo la sezione “Adozione Etica” che abbiamo trattato ad inizio anno. Proponiamo l’intervista completa uscita in questi giorni. Ci ha colpito il passaggio dove la studiosa asserisce che c’è troppo scollamento tra le parti sociali (sindacato, femministe, ambientalisti….) quando invece si dovrebbe agire tutti uniti per proporre un modello alternativo. Ebbene crediamo che tale osservazione vada applicata anche al mondo dell’adozione.  Non ci può essere miglioramento se non agiamo tutti assieme verso una direzione comune del “fare sempre meglio e di più”, senza disperdere energie in percorsi solitari.

carta diritti unione europea

I neoliberisti hanno imparato perfettamente la lezione di Gramsci, riuscendo a creare una egemonia culturale inattacabile, che fa passare per ineluttabili scelte che si rivelano disastrose per la stragrande maggioranza della popolazione e che fanno arricchire ancor di più gli straricchi. Un mondo alla rovescia, nel quale i movimenti della società civile – come Occupy! – riescono solo a manifestare la rabbia, senza costruire una reale alternativa.

Intervista a Susan George di Paolo Lambruschi, da Avvenire

La guerra di classe non è morta, ma l’hanno stravinta i ricchi. Anzi, i super ricchi, nuova classe globale che ora si chiama Hnwi, acronimo di High net worth individuals, individui con alto patrimonio finanziario (almeno 35 milioni di dollari). Parola di Warren Buffett, re dei mercati finanziari globali, uno degli uomini più facoltosi del pianeta dunque membro di questo club esclusivo in crescita continua nonostante la crisi, tanto da includere quest’anno la quota record di 200 mila persone e del quale si parla troppo poco.

La lotta di classe al contrario, un mondo paradossale dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi, è il tema trattato dall’economista franco-statunitense Susan George, leader alla fine dello scorso secolo del movimento no global, nel libro “Come vincere la lotta di classe” edito in Italia da Feltrinelli. George, 69 anni, oggi presidente del Transnational Institute di Amsterdam, è considerata una delle massime esperte mondiali di fame nel mondo e di studi sulle disuguaglianze. Ma è anche autorevole animatrice dei gruppi della società civile. A cavallo del 2000 scrisse “Il rapporto Lugano”, un’opera di finzione letteraria basata paradossalmente su fatti veri nel quale immaginava che un gruppo di brillanti economisti venisse convocato da una misteriosa Commissione, espressione del potere economico e finanziario, per disegnare gli scenari adatti alla sviluppo del capitalismo nel XXI secolo. Volume che azzeccò la previsione della crisi finanziaria disastrosa puntualmente verificatasi nel 2007.

Nel suo ultimo volume la studiosa scrive il seguito, riproponendo con una certa ironia la medesima formula di finzione basata su fatti veri e immaginando che il gruppo di consulenti sia stato di nuovo convocato nella quiete di una villa sul lago in Svizzera per stilare un bilancio al termine della crisi e capire come si possa mantenere lo status quo politico, economico e finanziario. Con l’obiettivo di togliere di mezzo i diritti umani e la democrazia, considerati l’ultimo ostacolo (o l’ultimo baluardo) da superare per ricavare profitti più alti senza troppe seccature. Senza dimenticare l’altra profezia azzeccata 13 anni fa dalla studiosa, quella sui disastri ambientali dovuta ai cambiamenti climatici. Nella lettura del mondo al contrario, che rende tragicamente reale la lotta di classe degli ultraricchi di Susan George, viene considerata ormai superata dai consulenti del capitalismo selvaggio la strategia negazionista dell’inquinamento globale da parte delle multinazionali petrolifere. Anzi, occorre considerare seriamente i pericoli (evitare i Paesi colpiti perché politicamente instabili) come le opportunità di investimento e profitto che i mutamenti del clima offrono, come la possibilità di accedere ai giacimenti di combustibile fossile e minerari dell’Artico o di speculare con il land grabbing, l’acquisto di terreni agricoli in Paesi poveri, da destinare alla creazione di riserve di cereali e cibo per i ricchi Paesi del Golfo.

Signora George, nel suo libro denuncia che l’establishment economico e finanziario non ha sensi di colpa per quello che è accaduto nel mondo negli ultimi sei-sette anni. Nemmeno un dubbio?
«Assolutamente no. È uno dei paradossi di quest’epoca, i neoliberisti hanno capito il significato del concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci e l’hanno applicato benissimo. La loro ideologia è penetrata negli Stati Uniti, poi si è diffusa in tutte le organizzazioni internazionali e vanta un supporto intellettuale mai visto. Prendiamo l’Ue. Sono riusciti a ottenere consenso e supporto proponendo misure di austerità per uscire dalla crisi convincendo tutti che il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia sono la stessa cosa per cui si può spendere solo in base alle entrate. Non è così, il debito pubblico storicamente finanzia la crescita, è altra cosa dagli sprechi. Per fare un esempio due economisti della Bocconi di Milano, Alesina e Ardeagna, a mio avviso hanno fornito una errata base teorica alla Banca centrale europea, ai governi e alle istituzioni europee proponendo l’austerità per fronteggiare la depressione. E la gente è stata convinta dell’ineluttabilità delle scelte. La prova? In Grecia non hanno fatto la rivoluzione».

Perché è una teoria sbagliata?
«Dipende da cosa si taglia. Se tagli gli sprechi, va bene. Ma un euro tagliato ai servizi sociali come alla scuola ha un impatto che produce costi tre volte più alti».

Liberismo o no, le banche occidentali sono state salvate dall’intervento pubblico…
«I lavoratori hanno pagato e stanno pagando i costi della crisi provocata da altri. Mi pare obiettivo dire che chi lavora oggi non riesca a guadagnare abbastanza mentre i manager della finanza si sono elargiti subito i lauti bonus derivanti da questi salvataggi. E che la ricchezza accumulata in poche mani ammonti a 45 triliardi di dollari e sia posseduta, da 200 mila persone. Trovo immorale tutto ciò. Ma è ancor più immorale l’ideologia che consente loro di accumulare queste smisurate ricchezze e di manipolare le persone facendo loro credere che tutto ciò sia giusto e che le ricette per combattere la povertà siano quelle della Banca mondiale o del Fondo monetario».

Ovvero?
«Si continua a credere che ogni dollaro detassato alle grandi aziende e ai più ricchi venga reinvestito produttivamente. Invece la ricchezza finisce nei paradisi fiscali. E aldilà dei proclami nulla è stato fatto per illuminare gli angoli bui di queste giurisdizioni segrete e controllare i profitti di aziende e singoli. Le grandi corporation sono ormai troppo forti e determinano il pensiero unico che ci racconta un mondo bello, quello della globalizzazione, che crea occasioni per tutti. Peccato sia così solo sulla carta».

Il movimento di Occupy contestava le grandi disuguaglianze. Perché non ha fatto breccia?
«Aveva buoni contenuti, ma è stato anarchico. Hanno consentito a tutti di parlare in un momento di rabbia collettiva, ma non hanno mai preso una sola decisione per passare all’azione. Il problema della società civile è la mancanza di una visione globale: gli ecologisti pensano solo all’ambiente, i sindacati al lavoro, le femministe alle donne, altri a finanza e tasse».

C’è un’alternativa percorribile al pensiero unico?
«Non credo alle rivoluzioni, Ad esempio il modello non profit, quello cooperativistico, è una via praticabile se cooperative e imprese sociali trovano sistemi di finanziamento per crescere».

Nel libro lei prevede che democrazia e diritti siano a rischio. Qual è il pericolo?
«Il pericolo è che la gente, il 99% di chi non detiene nulla, venga convinta dal restante 1% dell’inutilità della politica. Prenda l’Ue. Credo nell’Unione e nell’euro, ma a patto che siano partecipate dai cittadini. Ormai l’85% delle leggi in Paesi come Italia e Francia recepiscono le direttive della Commissione europea, un organismo non eletto democraticamente e influenzato dalle lobby. Ma gli europei non si ribellano, preferiscono astenersi dal voto. Così garantiscono lunga vita al sistema ingiusto che ho descritto».

(fonte: MicroMega – 7 ottobre 2013)

 

Adozione etica. Il punto

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Da una parte ci sono coppie che non riescono a procreare, dall’altro un numero infinito di bambini in situazione di bisogno.

Se dietro alle spalle di questi bambini ci sta una famiglia, è la famiglia che va supportata. I bambini, per quello che si può, è giusto che rimangano nel loro paese.

Poi ci sono i casi particolari, bambini grandi o famiglie di bambini che nel loro paese non hanno futuro che nessuno vuole. Qui scatta l’adozione internazionale, quella seria, quella consapevole. Certo non si possono obbligare le coppie ad adottare solo bambini grandi o più bambini. L’impegno è gravoso e ci vogliono spalle molto larghe. Se però una coppia va oltre il suo “bisogno” di genitorialità e lo trasforma in “desiderio”, come diceva mamma Antonella, allora buona parte degli ostacoli diventano gestibili.

Nel post adozione, però, abbiamo bisogno di operatori capaci e presenti e le coppie non devono essere lasciate sole.

“Sit back and ponder”, siediti e pondera bene, suggerisce mamma Karla. Solo dopo esserti risposto sinceramente procedi. L’adozione può essere un’esperienza faticosa ma anche meravigliosa.

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Da non perdere in questa sezione:

– geopolitica e adozione (21 gennaio 2013)

– la battaglia contro l’abuso sui minori (8-9-10-11 febbraio 2013)

– la ricerca dell’Università Cattolica (4 aprile 2013)

– l’intervista al sociologo Bauman (14 aprile 2013)

– informazioni corrette sull’adozione (4 maggio 2013)

– consigli sulla scelta dell’ente (13 maggio 2013)

– le testimonianze di genitori e ragazzi

Adozione etica. Mamma Karla – USA: “Sit back and ponder”

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Traduzione libera.

Non adottare se non puoi amare il bambino come se fosse stato concepito e portato dentro di te. E’ un’ingiustizia per un bambino prezioso. 

L’adozione non è la seconda opportunità, la seconda migliore opportunità o il piano B. Dev’essere qualcosa che scaturisce dal tuo cuore. E’ semplicemente una diversa scelta o modo di costruire la tua famiglia. Non ho mai guardato i miei figli come una seconda opportunità. Loro sono la cosa migliore che mi potesse capitare. Non adottare se pensi che l’adozione sia un surrogato. 

(…) Non adottare per ragioni umanitarie. Adotta perché è scritto nel tuo cuore e vuoi costruire una famiglia. 

Quando dico “non adottare”, sto dicendo che il tuo cuore, motivazioni e stati d’animo necessitano di essere messi in ordine per essere il genitore che desideri essere e il genitore che tuo figlio ha bisogno che tu sia. L’adozione è una cosa bellissima. Mi piace testimoniare questa particolare unione nelle famiglie. Siediti e pondera bene…Perché vuoi adottare? Se sei convinto della tua risposta, allora è tempo di procedere.

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Testo originale 

DO NOT ADOPT if you cannot love the child as if they were conceived and carried by you. This is an injustice to the precious child.

Adoption is not 2nd rate, 2nd best or a back-up plan. It has to be something that is in your heart. It is simply a different choice or way to build your family. I never look at my kids as 2nd best. They are the best in my book! DO NOT ADOPT if you think adoption is 2nd best.

(…) DO NOT ADOPT for humanitarian reasons. Adopt because it is in your heart and you want to build your family.

So when I say DO NOT ADOPT, I am saying that your heart, motives and state of mind need to be right in order to be the parent you desire to be and the parent your child needs you to be. Adoption is a beautiful thing. I love to witness such a beautiful union take place for families. Sit back and ponder…WHY do you want to adopt? If you are happy with your answer, then by all means proceed!

(fonte: familybydesignadoption.com – 2012)

Adozione etica: “La scelta dell’ente trova radici nella nostra etica”

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Vogliamo inserire la risposta di Genitori si Diventa ad una coppia che chiedeva consiglio sulla scelta dell’ente. Dopo aver chiarito che cosa è adozione internazionale riprendendo concetti che sono stati sviluppati in questa sezione del blog (dare una famiglia ad un bambino e non figli alle coppie, approfondita indagine conoscitiva dei genitori, apertura della coppia sul paese di origine e colore della pelle del bambino, accompagnamento dell’ente…) aggiunge:

“La maggioranza dei bambini adottabili internazionalmente non sono in fasce o giù di lì, sono colorati , non provengono da paesi in grado di fornire schede mediche sicure al 100 x 100 e per adottarli ci vuole tempo. Questa è la realtà. Voler forzare questa realtà, magari andando a cercare chi promette, esplicitamente o implicitamente, iter semplificati, tempi brevi, bambini piccoli, sicuramente sani, vuol dire rischiare di essere conniventi con azioni al limite della legalità se non addirittura illegali, a volte di avallare un vero e proprio mercato dei bambini. (…)

Fatte queste premesse che cosa si deve chiedere ad un ente? Come fare a valutare che quell’ente non vi lascerà soli di fronte a scelte difficili e drammatiche? Perché vi assicuro che trovarsi di fronte ad un bambino e dover dire di no, magari perché quell’ente non ha tenuto in debito conto fin dove arriva la vostra disponibilità o perché opera avvalendosi d’intermediari senza scrupoli, è un’esperienza che si paga in termini di grande sofferenza personale. Un buon ente dovrebbe essere in grado di difendervi da questo tipo di situazioni. Purtroppo non sempre è così. Non tutti i 70 enti autorizzati dalla CAI, al di là delle frasi e delle dichiarazioni di facciata, vi garantiscono questo.

Noi, per ovvie ragioni, non vi indirizzeremo mai a questo o quell’ente. Non sarebbe giusto, né corretto. E’ una scelta vostra. Possiamo però dirvi che cosa fa o non fa un ente affidabile.

• Prima di tutto non vi blandisce.

• Non cerca di accalappiarvi promettendovi tempi brevissimi: normalmente il tempo di attesa è di almeno due anni (per alcune direzioni anche di più).

• Dichiara da subito i costi in modo trasparente, rilasciando ricevute di ogni spesa sostenuta, che comunque rientrano nei tetti massimi stabiliti dalla Commissione Adozioni Internazionali. I costi variano da paese a paese, dal tipo e dalla quantità dei documenti richiesti, e si aggirano in media intorno agli 8000, 9000 euro escluse le spese di viaggio e permanenza (alcuni enti includono nei costi complessivi anche le donazioni agli istituti, altri no).

• Un ente serio è impegnato a tutto tondo nella cooperazione e nel sostegno al paese nel quale opera. L’adozione è solo una delle attività dell’ente, per altro impegnato in progetti di aiuto reale e di promozione economica e culturale(costruzione e/o finanziamento di scuole, ospedali, microcredito, sostegni a distanza, ecc.) affinché i bambini di quel paese non vengano più abbandonati e rimangano, come è giusto che sia, nelle loro famiglie o comunque nel loro paese.

Un buon ente offre corsi di formazione pre e post adottivi, aiuta la coppia nella scelta del paese, discute le sue eventuali preclusioni, sa dire di no a richieste troppo specifiche.

Conosce gli istituti che accolgono i bambini, ha operatori che periodicamente viaggiano nei vari paesi, che conoscono i bambini personalmente e non si affida solo ad intermediari.

• Un buon ente abbina la coppia con il bambino o con un gruppo di fratellini in Italia. Permette cioè alle coppie di accettare o di rifiutare l’abbinamento proposto solo PRIMA che avvenga l’incontro. Se il paese scelto dalla coppia non prevede l’abbinamento in Italia, l’ente accompagna la coppia, nel senso che se la coppia – per qualunque motivo – non accetta il primo abbinamento proposto dal centro adozioni di quel paese, richiama la coppia in Italia, non la lascia sola in balia di profittatori senza scrupoli che, giocando sull’oggettiva fragilità e emotività della coppia in quel momento, potrebbero forzarla a fare scelte moralmente discutibili.

• Un buon ente vi dice tutto ciò che sa del bambino, la sua storia, la sua salute, la presenza o meno di famigliari, e vi informa di ogni avvenuto cambiamento nella situazione inizialmente prospettata.

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Domande specifiche da fare a un ente quando lo si contatta:

• Quali sono i tempi reali? • Quante coppie sono in lista d’attesa? • Quali sono i costi totali? • Quando vengono versate le prime somme? • Quali progetti di cooperazione sono stati attivati in quel paese? • Chi sono i responsabili dell’ente per quel determinato paese? Quante volte lo visitano? Conoscono i bambini? • Come si comportano in caso di difficoltà impreviste quando la coppia è già nel paese?

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Consigli concreti:

• Preferire enti che operino in più paesi, meglio in più aree geografiche (questo vi consente di non dover cambiare ente nel caso il paese prescelto decida, per qualunque motivo, di sospendere il rapporto con quell’ente). • Cominciare presto a pensare ad un paio di direzioni possibili. • Selezionare gli enti che operano in quelle direzioni. • In base ai criteri che vi abbiamo suggerito scegliere i tre o quattro enti che vi danno più affidamento. • Cominciare a contattare gli enti anche prima di avere il decreto d’idoneità in mano.”

(fonte: Antonella Gai Genitori si diventa 03/2013)

Per lo scandalo in Kyrgyzstan vedi l’intervista  dello 03/04/2013 all’ex Console onorario con una dettagliata  ricostruzione dei fatti: http://www.aibi.it/ita/kyrgyzstan-scandalo-adozioni-internazionali/

Per orientarsi nella giungla dei costi vedi http://www.italiaadozioni.it/?p=5262

Adozione etica. Col senno di poi…

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“Le vittorie non sono i grandi successi. non sono l’arrivo al traguardo del vincitore, non sono la corona di alloro e l’applauso del pubblico, non sono il gradino più alto del podio. Sono le vittorie che tu riporti giornalmente sulla solitudine, sulla povertà, sulla fame, sulla fatica, sulla sconfitta, sulla delusione, sull’ingiuria, sul disprezzo, sulla sofferenza. Sono la tua resistenza alle difficoltà, sono il tuo coraggio nell’affrontarle” – Padre Alceste Piergiovanni

Adozione etica. Mamma Tea: “Il compito degli operatori prima dell’abbinamento e nel post adozione”

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“Contribuisco volentieri ad arricchire la sua conoscenza sull’argomento, non per desiderio di protagonismo, ma perchè ritengo fondamentale che emergano problematiche che, per superficialità e ordinario senso di pudore non vengono descritte nella loro drammaticità. Noi, nonostante tutte le nostre ottime intenzioni, nonchè il supporto dell’associazione delle famiglie adottive, stiamo incontrando difficoltà enormi. 

Il discorso è ampissimo, ma voglio sottolineare alcuni punti fondamentali che questa storia mi suggerisce di indicare per una corretta preparazione delle coppie per l’adozione: 

– la coppia deve essere molto affiatata e sostenuta da incrollabili (e sottolineo incrollabili) valori umani e morali. 

– fondamentale “affrontare e preparare” le relazioni con i parenti e in particolare i nonni o comunque chi ha contatti frequenti o di collaborazione con i genitori e con il bambino…. possono essere deleteri per il consolidamento dei rapporti con i genitori adottivi. Per cui, oltre al corso alla coppia, sarebbe necessario se non un incontro o di preparazione o addirittura di “allontanamento” per soggetti che non preparati all’adozione possono rivolgersi ai bambini con atteggiamenti altamente protettivi e destabilizzanti per l’affermazione dei ruoli genitoriali, creando una condizione di confusione costante su chi “è cattivo” perchè da delle regole e chi “è buono” perchè “lo capisce e sa quanto ha sofferto” (devastante). 

– osservare fino a che punto la coppia dispone di sufficiente “dinamismo” e fantasia per poter rendere accattivante la relazione con un figlio e soprattutto quando questo inizia a voler “conoscere di più il mondo” e quindi anche la sua storia. Un figlio adottivo in una famiglia di pantofolai può “esplodere” …. ed ha perfettamente ragione!!!! Il figlio adottivo “vuole vivere di più” rispetto a un figlio naturale, vuole riscattare questa sua “differenza”, come lui la sente a livello inconscio creandogli una costante inquietudine ed è necessario potergli offrire proposte nuove, mirate e costruttive all’interno di un progetto educativo che possa orientarlo su strade positive.

Agli operatori vorrei dire:

– quando la coppia viene a chiedere aiuto non sottovalutare i suoi segnali… se è arrivata a farlo è perché non ne può proprio più…. Non lasciatela sola, perché tende comunque a isolarsi per l’enorme peso che deve sostenere. 

– fate in modo di avere un ampio bacino di proposte da offrire alle famiglie ed ai ragazzi che avranno bisogno di orientarsi. 

– il livello di sofferenza è estremamente alto e le coppie in difficoltà non hanno bisogno di incontrare “operatori”, ma “amici esperti” che gli facciano capire che qualcuno s’ interessi di loro.

Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma desidero sottolineare che gli elementi fondamentali nel vostro ruolo sono il rispetto e l’attenzione verso le persone e, come dice Ernesto Olivero del “Sermig”, se si vuole fare del bene, bisogna fare le cose bene”.

Ritengo, infine, che le coppie adeguatamente accompagnate diventino più aperte alle relazioni, più responsabili/attive sul piano civico mostrando voglia d’impegnarsi nel sociale, siano in due parole capitale sociale.”

(fonte: http://www.servizisocialionline.it/adozione-e-formazione.pdf – mail di una mamma adottiva)

Adozione etica: “Famiglie adottive troppo sole, dalla scelta dell’ente al post adozione”

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Ogni anno, ma quest’anno ci è sembrato più aggressivo del solito, dopo la pubblicazione delle anticipazioni CAI vengono creati pacchetti di programmi, articoli e approfondimenti sull’adozione. Ci si è concentrati sul calo delle adozioni. Addirittura si è arrivato a dire che le coppie italiane stanno diventando meno accoglienti. A questo riguardo ricordiamo ancora che l’Italia è al primo posto in Europa e al secondo posto nel mondo, dopo gli USA, come numero di adozioni.

Non ci dovrebbe sorprendere una certa diffidenza delle coppie verso il futuro in tempi di crisi e crediamo sia umano farsi delle domande sulle criticità del processo adottivo che, non finiremo mai di ripeterlo, non si esaurisce nell’iter burocratico e si rivela più complesso nel post adozione. Sarebbero situazioni gestibili se solo la famiglia venisse supportata.

Forse le coppie si parlano, realizzano che oltre alla lunghezza dell’iter e ai costi impegnativi, ci sono anche complessità da gestire. Poi c’è, a volte, l’aggravante di agire in un clima culturale poco accogliente. Ne sono un esempio le infelici esternazioni degli ultimi giorni di qualche politico sul colore della pelle del nuovo ministro Cecile Kyenge. Già, perché l’adozione riguarda tutta la comunità (intendiamo scuola, parrocchia, centri cittadini, famiglie, compagni di classe, vicinato, operatori, educatori etc) non solo la famiglia adottiva.  Invece la famiglia molto spesso è lasciata sola.

Ci domandiamo che cosa possano capire le persone che non conoscono questo mondo.

Noi che lo viviamo dall’interno, che conosciamo famiglie che si muovono prudenti nelle mille prove a cui la vita le mette di fronte, rimaniamo imbarazzati di fronte a certe esternazioni e tanta superficialità. Proviamo in breve a riassumere ciò che, secondo noi, sono le riflessioni che vale la pena chiarire o semplicemente focalizzare.

 

COSTI

Da un servizio visto in TV (Uno Mattina del 31/01/2013) sembra che i costi oscillino tra gli eur 5.000 ai 20.000 euro. Una persona in sala affermava che lei non se lo può permettere. Ci sono enti ed enti, come ribadiva un ospite del programma. Loro si sono rivolti ad un ente di volontari che ha portato a compimento l’iter a costi contenuti.

Nei costi valutiamo anche il post adozione. Forse una struttura costa di più ma ti offre anche di più come servizio alla famiglia. Queste sono valutazioni che devono essere fatte dalla coppia e chieste in maniera esplicita all’ente a cui ci si rivolge. Una volta a casa la famiglia potrebbe aver bisogno di un supporto concreto che l’ente dovrebbe essere in grado di fornire. Altrimenti sei costretto a rivolgerti a professionisti privati, per di più non sempre preparati per le tematiche dell’adozione, che costano molto. Le ASL fanno quello che possono.

Contenimento dei costi da parte degli enti. Sembra che si possano rivedere i compensi con i mediatori all’estero e avvalersi di personale dipendente, pagato dall’ente a mese e non a cottimo. Queste sono considerazioni che devono fare nei loro bilanci i singoli enti. A questo propositi sarebbe interessante conoscere il peso delle Famiglie all’interno del dibattito CAI.

I costi sono deducibili dal 730. Basta chiedere all’ente con cui siamo in contatto o al nostro commercialista per conoscere gli aggiornamenti del caso. Siamo d’accordo nell’affermare che le coppie andrebbero aiutate in base al reddito ad avere una maggiore deducibilità fiscale. Attualmente il 50% è fiscalmente deducibile; il 50% delle spese restituito dallo stato in misura parametrata alla ricchezza delle coppie viene invece deciso di anno in anno in base ai fondi disponibili (vedi sito della CAI). In questo caso va sottolineato che se tutti pagassero le tasse, ci sarebbero i fondi per aiutare chi più ha bisogno. Quindi,  in un clima di formazione di una maggiore coscienza e partecipazione civile, cerchiamo di non scaricare sullo stato responsabilità che sono di ognuno di noi, anche quando assecondiamo prassi consolidate nel nostro quotidiano come la non emissione dello scontrino fiscale. Siamo consapevoli che l’evasione fiscale (e gli sprechi!) tocca ambiti ben più ampi. Il messaggio è che non possiamo lamentarci senza agire da cittadini onesti.

Si consideri, inoltre, l’età del bambino che entra in famiglia. Potrà sembrare una forzatura, ma non sottovalutiamo il ragionamento. Se un bimbo arriva in media all’età di 6-7-8 anni, in quegli anni noi non l’abbiamo mantenuto. Quanto ci sarebbe costato mantenere un figlio fino a quell’età? Secondo d.repubblica.it del 21 febbraio 2013 (“Caro bimbo, poveri genitori” di Eva Grippa) nel primo anno di vita un bambino costa da 6.585 a 14.110 euro. Certo, siamo consapevoli che una cosa è far fronte ad un esborso in un’unica soluzione e un’altra giorno per giorno. Come sempre nella vita bisogna stabilire dei progetti e delle priorità.

L’inseminazione artificiale non costa meno. Se poi mettiamo in conto i costi in termini psicologici diventa, a nostro avviso, una cifra ben più pesante rispetto ad un’adozione.

TEMPI

Si parla di tempi lunghi, di colloqui estenuanti per la coppia, del tempo dell’attesa che non passa mai (tempi medi 25 mesi secondo il rapporto CAI 2012). Secondo Andrea Speciale, membro CAI dal 2007 e appartenente al Forum delle Associazioni Familiari (oltre 3 milioni di famiglie), la verifica della coppia è necessaria. Semmai quello che deve cambiare è la tempistica e la preparazione dei soggetti che gestiscono l’attuale sistema che “con le note criticità e i diffusi patologici ritardi non riescono a far sentire accolte le famiglie, ma sembrano che facciano di tutto per allontanarle e scoraggiarle.” – Intervista di GSD del 02/01/2013

Le valutazioni delle coppie sono diventate più rigide perché negli ultimi anni ci sono stati ingressi di bambini con bisogni speciali che hanno il diritto di avere genitori speciali. Anche se i fallimenti adottivi sono una percentuale modesta rispetto al numero delle entrate in Italia di bambini dati adozione, negli ultimi anni si è riscontrata una crescita dei rifiuti da parte delle coppie. La fase più critica è quella della preadolescenza e adolescenza quando s’innescano meccanismi aggressivi da parte del ragazzo che la coppia è impreparata a gestire. A questo proposito si consiglia di leggere i due interventi degli psicologi Luigi Cancrini (12 marzo 2013) e Emilio Masina (17 marzo 2013) su questo blog.

La burocrazia all’estero non è direttamente controllabile dalla CAI. I paesi si aprono e si chiudono alle adozioni. E’ difficile da prevedere da parte della coppia. Si può essere molto sfortunati se ci si incanala nella corsia sbagliata e i tempi possono davvero sballare. Certo è che i rapporti con le Autorità Centrali degli altri paesi dipende anche dal comportamento di ciascun ente, con ricadute enormi su tutte le altre adozioni effettuate da altri enti in quel paese. Dipende poi dalla trasparenza del paese collaboratore. La recente sospensione del Kirghizistan per tangenti, da un lato ci fa vivere la sofferenza delle coppie che non sanno se ci sarà davvero una lieta conclusione dell’iter adottivo in corso, dall’altra ci fa nuovamente riflettere sulla necessità di combattere il dilagare di corruzione e lucro sugli esseri umani.

Meglio aspettare di più se questo significa essere sicuri della trasparenza dello stato di adottabilità del bambino. La povertà non dev’essere uno stato di adottabilità, ma la provata incapacità della famiglia biologica a crescere quel bambino. L’adozione internazionale dovrebbe essere l’ultima pedina da giocare.

INSEMINAZIONE ARTIFICIALE

Sembra che sempre più coppie si rivolgano a specialisti per l’inseminazione artificiale e che la scienza abbia alzato le probabilità di successo. Dal 2005 al 2009 il numero delle coppie che si è avvicinato alla procreazione assistita è cresciuto del 37%. Quasi un paziente su quattro ha più di 40 anni. L’età è la prima causa di infertilità. Nell’88% dei casi chi adotta ha sperimentato queste tecniche.

L’adozione non dovrebbe essere l’ultima spiaggia dopo l’inseminazione artificiale. I due percorsi dovrebbero essere separati o almeno distanziati nel tempo. Sarebbe molto meglio e corretto nei confronti del bambino scegliere già all’inizio. Gli aborti multipli non aiutano la coppia psicologicamente. Un bambino già deprivato all’origine si merita molto di più. Secondo  Raffaella Pregliasco, responsabile del Dipartimento Adozioni dell’istituto degli Innocenti di Firenze, considerare l’adozione come ultima spiaggia è un errore. Il ricorso a tecniche di fecondazione assistita può influire negativamente sul giudizio di idoneità di una coppia – L’espresso 15/01/13. E’ importante che la coppia abbia maturato la consapevolezza che un figlio adottato non è il surrogato di un figlio biologico mancato.

Dopo aver aspettato fino alla quarantina per le proprie vicissitudini personali e familiari, non si può poi inveire contro la burocrazia perché i tempi sono lenti. Anche in questo caso si tratta di stabilire delle priorità. Nella vita non si può avere tutto.

CONCLUSIONI

L’adozione non segue le regole di mercato ma ha bisogno di scelte valoriali di grande impegno. Perché nell’adozione è soprattutto il minore a prendere un rischio. La coppia adottiva, da parte sua, adottando compie una scelta di civiltà che ci arricchisce tutti come società. Ma noi tutti dobbiamo aiutarla perché si evolva per il meglio. 

Concludiamo con l’intervento di Anna Guerrieri su GSD del 25/01/2013. “L’adozione (nazionale e internazionale) è uno strumento giuridico fondamentale per dare una famiglia a bambini e bambine che non la hanno. Se non ci fosse l’adozione, tanti bambini resterebbero soli. (..) E’ bene quindi tenere la discussione saldamente su un binario preciso: come far si che l’adozione (nazionale e internazionale) funzioni al meglio. (…) Quello che manca ancora, tuttavia, sono risultati positivi più stabili in materia di accuratezza del processo, di attenzione alle prassi, di aiuto economico alle famiglie che si rendono disponibili, di preparazione prima e di sostegno dopo l’adozione.

Dunque, se abbiamo a cuore l’istituzione dell’adozione, se ci crediamo, abbiamo il dovere di intervenire nel dibattito di questi mesi e di dire che, ben consapevoli dell’intenso lavoro dei tanti che credono fortemente nel bene dell’adozione, si può fare “meglio” e “di più”.

Si può farlo ad esempio in materia di controllo di quelle che sono le strutture all’estero delle controparti Italiane, i referenti esteri. Una normativa esiste ed appare piuttosto chiara, piacerebbe darne per scontata l’attuazione.

Si può farlo nell’investire sulla preparazione di chi si apre all’adozione, aprendo una finestra vera sulle realtà dei bambini che si incontreranno, non minimizzando il significato di “bisogno speciale” dal punto di vista medico, anagrafico o di fratria, bensì aiutando a comprendere l’entità di quello che si sta facendo prendendosi cura di una persona con una propria storia, un proprio vissuto e una propria realtà importanti, forti. Se l’adozione è quello che deve essere, uno strumento per i bambini, si può fare certamente di più.” (…)

Adozione etica. Cosa dice la CAI: “Sintesi del rapporto annuale 2012 sulle adozioni internazionali”

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Ad aprile è stato pubblicato il rapporto annuale CAI con dati completi sulle adozioni internazionali 2012. Pur rilevando un consistente calo delle adozioni (-22,8% bambini adottati;  3.106 i bambini stranieri entrati in Italia nel 2012), la CAI tiene a precisare che dopo i due picchi registrati nel 2010 e 2011, quando è stata superata la soglia di 4.000 adozioni, era difficile eguagliare il numero di bambini adottati nel 2012. Già dal 2005 negli altri paesi si era registrata una costante contrazione, mentre l’Italia era in controtendenza.

Le motivazioni di questa flessione italiana vanno riconosciute nei cambi di legislazione di alcuni paesi (Vietnam, India e Polonia) e nella revisione delle procedure di adozione e stato di abbandono dei minori della Colombia da cui arrivava una buona percentuale dei nostri bambini.

La CAI tiene a sottolineare, con atteggiamento positivo, che in alcuni paesi migliorano le condizioni delle famiglie e dell’assistenza ai minori, con maggiore interesse verso l’adozione e il potenziamento dell’affido familiare in loco.

Nuove collaborazioni si aprono con Cina, Romania e Haiti.

In Italia calano le domande ai Tribunali dei Minori. Anche questo dato può essere interpretato come una maggiore consapevolezza delle coppie italiane della crescente complessità dell’adozione internazionale o come una maggiore cautela dettata dalla crisi economica.

Ancora una volta, la CAI parla di professionalità e eticità: “Chi opera per conto dei paesi di accoglienza non può disinteressarsi alle possibili fragilità del paese di origine, ma deve farsene carico.” Continua: “L’adozione internazionale deve essere davvero la soluzione ultima e residuale rispetto alle misure di protezione dell’infanzia che consentono ai bambini di restare nelle loro famiglie biologiche, nelle loro comunità e nei loro paesi di origine.”

Passiamo ora ad analizzare alcuni punti. Le parti in corsivo sono nostre riflessioni, non della CAI.

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LA MOTIVAZIONE

La motivazione più frequente è legata all’infertilità: il 92,5% ha deciso di iniziare il percorso adottivo per la propria incapacità di procreare. La seconda motivazione è la conoscenza del minore tramite esperienze alternative di accoglienza, quali i soggiorni estivi dei bambini di Chernobyl. Il terzo è un desiderio di solidarietà verso bambini bisognosi. Nella seconda adozione lo schema cambia: l’attenzione è spostata sull’esigenza di dare un fratellino al figlio che c’è già.

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LA COPPIA

Il 97% delle coppie viene ritenuto idoneo, ma aumenta il numero delle coppie con decreto mirato (si danno indicazioni specifiche sulla disponibilità della coppia). Geograficamente il maggior numero di coppie che hanno adottato si trovano in Lombardia, Veneto e Lazio. Subito dopo Toscana, Emilia Romagna e Campania. 

Nel 2012 si conferma l’età elevata delle coppie adottanti: circa un terzo dei mariti (32,2%) e il 22,1% delle mogli hanno più di 45 anni. Questo significa che, se il bambino/a ha 8/9 anni all’ingresso, il papà/mamma avranno 55 anni al compimento dei 18 anni del figlio/figlia. Se il bambino è di età inferiore, il neo maggiorenne avrà a che fare con genitori sulla sessantina. Questo pone delle domande sulla resistenza fisico-psicologica di questi genitori “anziani” di fronte ad un figlio adolescente irrequieto.

Il 78% delle coppie adotta solo un minore e diminuiscono quelle che adottano tre o più figli (solo il 3,8%).

Come titolo di studio sono in netta prevalenza i genitori con scuola media superiore (45% in media), seguono i genitori con titolo universitario (33% per i mariti e 36% per le mogli). Parlando con un operatore di un ente si è potuto constatare che, a volte, il livello culturale non sempre va a braccetto con elasticità e accoglienza. Forse chi è abituato a fare business-plan nella sua vita, ha difficoltà a capire che il discorso non vale per un bambino che viene da lontano. D’altro lato, maggiore cultura può aiutare ad affrontare certe sfide dell’adozione, ma non può essere scissa dall’empatia e capacità continua di rimodulare i propri convincimenti.

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I MINORI

I minori adottati provengono principalmente da cinque Paesi, come nel 2011: Federazione Russa, Colombia, Brasile, Etiopia e Ucraina. La Federazione Russa resta il primo Paese di provenienza, con 749 minori entrati in Italia nel 2012, pari al 24,1 per cento. Al secondo posto si trova la Colombia, con 310 minori, al terzo il Brasile (270), mentre al quarto e quinto ci sono l’Etiopia (233) e l’Ucraina (225).

Da tempo si assiste al fenomeno dell’innalzamento dell’età dei bambini che entrano nel nostro paese nella fascia tra i 5-9 anni (il 47,5% dell’aggregato), fatto che pone ancora una volta l’accento sulla necessità irrimandabile di aiutare le famiglie accoglienti nello svolgere il loro ruolo nel post adozione. 

Inoltre si accentua la presenza di minori con bisogni particolari. Per bisogno particolare s’intende un bambino con patologie che si presuppone possano sparire nel corso del tempo o in maniera totale o per lo meno consentendo un inserimento sociale autonomo. Per i bambini provenienti dall’Europa e dall’America Latina si tratta di ritardi psicologici e/o psicomotori causati dalla lunga istituzionalizzazione in ambienti inidonei e con scarsa stimolazione. I bambini dell’Africa hanno malattie attribuibili a carenze nutritive, come in Asia dove a ciò si aggiunge la scarsa igiene.

Tra i bambini “special needs” viene compreso anche chi ha un’età maggiore ai sette anni e chi fa parte di un gruppo di fratelli.

I bambini provenienti dall’Africa sono stati per lo più lasciati alla nascita nelle strutture ospedaliere. Quelli dell’Europa dell’est e dell’America Latina per la perdita della patria potestà del genitore.

Testo completo (PDF)

(fonte: commissione adozioni.it – 11/04/2013)

Adozione etica. Mamma Enza: “Che cosa direi ad una coppia che sta adottando?”

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“Di solito se è una coppia all’inizio esordisco dicendo che è un bell’impegno. Sono, in verità, una mamma fortunata, perché mio figlio, ora trentenne, non mi ha dato particolari grattacapi. Però conosco famiglie che stanno facendo molta fatica. Quindi non mi va di raccontare tutto il bene. Anche quello, ma, a mio parere, vanno aggiunte le informazioni sulle difficoltà quotidiane. Poi, lo sappiamo bene, i bambini non sono tutti uguali. Ci sono i più semplici e quelli più impegnativi. Ci può capitare quello della seconda specie. Nell’adozione è meglio metterlo in preventivo. E’ correttezza raccontare alle coppie la verità senza glissare sulle probabili tensioni che si creeranno.”

Adozione etica. Mamma Alessandra: “L’adozione comincia quando il bambino arriva in famiglia”

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“Cosa direi ad una coppia che sta per adottare? Niente di particolare perché tanto non serve a nulla. Anche a noi avevano raccontato varie storie e hanno cercato di farci aprire gli occhi sulle difficoltà, ma niente, noi avanti imperterriti. Quando sei all’inizio hai solo voglie di realizzare il tuo sogno. Le parole passano da una parte all’altra e ci rifletti fino ad un certo punto. Poi arriva il bambino ed è lì che si comincia a ballare! Per lo meno sulla base della nostra esperienza di genitori di una bambina arrivata qui a nove anni”

Adozione etica. L’esperto: “Essere genitori adottivi, un compito non privo di ostacoli”

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“Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più d’adozione e dei problemi legati a questa scelta. Che cosa significa essere genitore adottivo? È sufficiente desiderare un bambino e volergli bene per tutta la vita per risolvere i problemi? Purtroppo non sono sufficienti affetto e cure perché si ha a che fare con problematiche diverse rispetto alla genitorialità naturale. Per prima cosa l’adozione è una vicenda diversa dalla “normale” procreazione, perché prima di essere adottati tutti i bambini vivono esperienze di separazione, perdita e abbandono.

Si tratta di momenti che fanno sentire il bambino “incompleto” e portano a relazioni e comportamenti comunemente definibili di afflizione. Un bambino necessita fin dalla nascita del contatto con il corpo della madre, strumento indispensabile per il piccolo al quale viene in questo modo offerta la possibilità di superare le paure e porre nel suo interno l’oggetto buono, fulcro di sicurezza e fiducia.

Il bambino per crescere come persona autonoma e acquisire sicurezza, ha bisogno di veder soddisfatti due bisogni: sentirsi amato e protetto dai genitori e sentirsi incoraggiato a differenziarsi come persona autonoma. L’amore è per il bambino un bisogno principale e la sua mancanza provoca cicatrici che si riescono a superare solo con duri sforzi. Le esperienze dolorose e le carenze affettive hanno una forte incidenza sul bambino. Le conseguenze immediatamente riscontrabili e più frequenti sono:

  • Tratti depressivi con sensi di colpa
  • Cattiva capacità a controllare le tensioni
  • Grande fragilità emotiva
  • Profonda sfiducia in sé e negli altri

Per questo nel bambino adottato sono abbastanza frequenti crisi d’identità, difficoltà di apprendimento, manifestazioni fobiche, tendenza all’isolamento; le difficoltà aumentano ancora di più se il passaggio da un ambiente all’altro comporta anche un cambiamento socioculturale o etnico, quando cioè si possono cogliere differenze nei tratti somatici.

Il genitore adottivo deve essere sempre pronto a fronteggiare questi problemi rassicurando, valorizzando e confermando il proprio amore. Una disponibilità costante permetterà al bambino di accettare la realtà, lo aiuterà a trovare più facilmente gli oggetti d’amore. I genitori devono ricordare che quando il bambino arriva in famiglia, qualunque sia la sua età, porta con sé un bagaglio fatto di ricordi, vissuti ed emozioni.

Nel minore c’è un prima, solitamente doloroso, privo di affetto e cure che spesso è rimosso per difendersi, e un dopo cioè la nuova vita. Proprio questa scansione determina l’abbandono. Un bambino adottivo sarà molto diverso da noi, e bisogna fare di questa diversità un punto di forza; accettare le sue origini, cultura e paese di provenienza.”

La riflessione prosegue proponendo spunti sulla preparazione della coppia e la creazione della nuova famiglia.

(…) Le prime crisi del bambino adottivo

“Nonostante oggi non si nasconda più ai figli adottivi la loro origine, questo non significa proteggerli dal dolore e da un trauma. L’ingresso nell’età adolescenziale vede intrecciarsi la turbolenza emotiva di questa fase evolutiva con la specificità della condizione adottiva. Ciò rischia di acuire i conflitti tipici dell’età. Questo rischio dipende dalla relazione che si è andata strutturando nella famiglia negli anni precedenti.

Il processo di separazione dai genitori appare più conflittuale per gli adolescenti adottati se il passato non è stato sufficientemente elaborato, a livello intrapsichico e all’interno della relazione famigliare.

I ragazzi pensano di essere stati abbandonati perché diversi e indegni d’amore. Sanno di essere nati in condizioni degradate, di provenire dalla parte povera del mondo, ma per loro la più grande ferita è essere stati lasciati, anche se questo gli ha permesso una vita migliore.

Anche i genitori adottivi hanno alle spalle traumi dolorosi: la sterilità. Per questo motivo la via di uscita è cercare di far incontrare i due dolori, di comunicarseli a vicenda, in modo che scontri e conflitti apparentemente inevitabili possano essere elaborati insieme.

L’errore più grande è quando i genitori si offendono perché il figlio mette in evidenza il fatto di non essere nato da loro. Padri e madri devono far capire che anche loro hanno sofferto per non essere stati capaci di generare un figlio, ma che hanno trovato in lui proprio quello che desideravano.

A volte i figli adottivi vivono periodi in cui divengono aggressivi, hanno problemi a scuola e comportamenti antisociali.

Tutto questo non deve essere accettato come tale: bisogna cercare le ragioni per cui questi atteggiamenti si manifestano. È importante il dialogo, ascoltare i dubbi e accettare quella parte di vita precedente all’incontro con i genitori adottivi, che seppur breve e piccola, ha rappresentato una grossa ferita.

L’idea dei genitori naturali deve essere presente sia nei figli sia nei genitori adottivi affinché si possa costruire una storia di vita affettiva mentale comune.

Qualche volta sono sufficienti comprensione e tempo per cicatrizzare le ferite. Altre è necessario l’aiuto di uno specialista.

Consigli utili per i genitori adottivi nel rapporto con il bambino adottato

È fondamentale in una situazione adottiva parlare sempre chiaramente, tirare fuori i propri sentimenti e sensazioni.

Il bambino deve sentirsi libero di esprimersi anche se sa che questo può provocare tristezza e sensi di inadeguatezza nei genitori.

Un percorso di psicoterapia nell’infanzia e adolescenza può essere molto utile al figlio adottivo per chiarire eventuali carenze affettive subite e ricostruire con una terza persona (lo psicoterapeuta) il proprio vissuto. L’elaborazione del trauma è fondamentale per crescere.

Per i genitori adottivi vengono organizzati gruppi condotti da psicologi, in cui le famiglie adottive condividono esperienze e problematiche e non lasciano sola la coppia che affronta questo delicato cammino.

A volte non sono sufficienti l’amore e la volontà, perché i problemi possono essere grossi e ingestibili. Con il supporto e la preparazione giusta, l’adozione può trasformarsi in un’esperienza unica e meravigliosa, che regala immense gioie e felicità.

(Per l’articolo completo vedi: http://www.guidaconsumatore.com/pianeta_donna/genitori_adottivi.html)

Adozione etica. Mamma Gio: “Solo dopo aver riconosciuto le nostre frustrazioni possiamo goderci appieno l’esperienza adottiva”

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“Alle coppie che intendono avvicinarsi al percorso dell’adozione io, basandomi su un’esperienza che dura da più di 25 anni (mia figlia è arrivata che aveva pochi mesi), consiglierei di non farsi scoraggiare dalle difficoltà e dai timori, ma di non chiudere neppure gli occhi di fronte ai problemi, perché poi il tempo ci presenta sempre il conto e se non ce lo aspettavamo pagarlo è molto più doloroso.

Cosa intendo dire?

Che l’esperienza dell’adozione è straordinaria ed estremamente gratificante: è meraviglioso per chi da tempo ha il desiderio frustrato della genitorialità avere un cucciolo da accudire, seguirne la crescita, trasmettergli tutto ciò che si ritiene degno di essere trasmesso, immaginarne il futuro e seguirlo poi mentre si attua, avere quello scambio affettivo che solo con un figlio si può realizzare, sentirsi davvero utili ed importanti per qualcuno.

Tuttavia bisogna sempre essere consapevoli che si tratta di un’esperienza diversa da quella della genitorialità naturale, un’esperienza che dovrebbe essere affrontata prima di tutto dopo aver elaborato il lutto della propria sterilità. Non intendo dire che si debba pensare all’adozione quando non si soffre più per il fatto di non poter procreare (allora forse non ci si arriverebbe mai), ma che ci si deve giungere quando si è accettata questa realtà e dopo aver preso coscienza il fatto che l’adozione non potrà mai toglierci alcune frustrazioni di fondo: ad esempio, per la donna la mancata esperienza della gravidanza e del parto, per entrambi i genitori adottivi il fatto di non potersi fisicamente e spesso anche caratterialmente riconoscere nel proprio figlio, nonché il fatto di dover accettare che quest’ultimo, da adulto, probabilmente desidererà incontrare o ritrovare i genitori naturali e che forse, nonostante la nostra dedizione, vivrà un rapporto affettivamente conflittuale con noi.

Non che molti di questi “rischi” non esistano con un figlio naturale, ma certamente sono più probabili nel caso dell’adozione.

Inoltre bisogna essere consapevoli del fatto che un bambino adottato generalmente ha più difficoltà scolastiche e relazionali rispetto agli altri e che perciò richiederà un impegno elevato e una dedizione spesso frustrata dai risultati.

Insomma, adottare un bambino è una sfida esistenziale importante, che va affrontata con entusiasmo, ma anche con grande consapevolezza.

In base alla mia esperienza, è comunque una sfida che vale mille volte la pena di affrontare.”

Adozione etica. Zygmunt Bauman: “Intercultura significa interagire tra diverse etnie senza perdere la propria identità”

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Zygmunt Bauman, il sociologo e filosofo polacco della «società liquida» sarà domani, lunedì 15 aprile 2013, a Verona per un convegno universitario internazionale. Alla sera ci sarà una conferenza aperta ai non addetti ai lavori alle ore 20.00. Entrambi gli eventi sono organizzati dal Centro Studi Interculturali dell´Università di Verona (http://www.csiunivr.eu/). Nel blog abbiamo riportato la parte dell’intervista a Mr Bauman dove parla di intercultura, visto che i nostri figli e le nostre famiglie possono essere interessati al tema.

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di Agostino Portera e Maurizio Corte  – rispettivamente direttore e docente del Centro Studi Interculturali Università di Verona

Il «diverso» – dice Bauman in questa intervista concessa in esclusiva al nostro giornale – è in casa nostra; e non se ne andrà. La soluzione, allora, è saper trasformare, grazie alle competenze interculturali, quella fonte di rischi e di problemi che può essere la diversità in un´occasione di arricchimento reciproco. Come? «Con la cooperazione e con il dialogo», consiglia il sociologo polacco. (…) 

(…) L´educazione interculturale può essere considerata una rivoluzione copernicana poiché l´identità e la cultura non sono viste come statiche, ma dinamiche e in costante evoluzione. La diversità, l´emigrazione, la vita in una società multiculturale non sono solo fattori di rischio ma anche opportunità di arricchimento e di crescita, per una nuova sintesi, con più ampie occasioni di dialogo, scambio e interazione. Cosa ne pensa?

«Sono assolutamente d´accordo. Noi siamo in effetti sottoposti a qualcosa che ricorda la Rivoluzione Copernicana. Suggerirei anzi che è addirittura qualcosa di più rivoluzionario di quella originale. Copernico rivoluzionò il nostro modo di vedere il mondo in cui abitiamo, mentre il passaggio che lei chiama “educazione interculturale” è sospinto non così tanto da un cambio di visuale, quanto da un cambio del mondo in sé stesso. 

Per gran parte dell´era moderna noi supponevamo, a torto o a ragione, che la diversità culturale fosse un fastidio temporaneo da risolvere; un fastidio e da lasciare indietro nell´ambito di quell´universalismo che noi credevamo fosse la maggiore delle conquiste dell´umanità. Noi pensavamo, inoltre, che questo effetto universalistico sarebbe stato prodotto dalla “assimilazione”: persone “diverse da noi” avrebbero abbandonato la loro alterità per diventare come noi, partecipi dello stesso modello di vita umana. Questo punto di vista non è più sostenibile a lungo, non già perché abbiamo cambiato le nostre menti, ma a causa della continua “diaspora” del pianeta: persone di differente appartenenza etnica, di differenti origini, linguaggi, fedi e scelte culturali ora vivono assieme e interagiscono senza abbandonare le loro differenti identità; e senza rinunciare al loro diritto di affermare sé stessi. 

I diversi modi di essere persona sono qui con noi; e con tutta probabilità non se ne andranno via. Dobbiamo prepararci alla prospettiva di vivere in un mondo culturalmente diversificato in modo permanente. Dobbiamo sviluppare e praticare l´arte del “convivere con la differenza” e trarre beneficio da quel modo di vivere, facendolo non malgrado le nostre differenze, ma grazie ad esse. Noi possiamo davvero diventare tutti più saggi e più ricchi e più umani, imparando ciascuno dai tesori di esperienza e saggezza dell´altro». 

Fra le competenze interculturali una delle più importanti è la gestione dei conflitti. Un´educazione alla pace intesa non come assenza di contrasti (la pace eterna dei cimiteri), non come una finzione diplomatica, non come un qualunquistico «lasciar andare». Al contrario: come un´abilità attiva di gestire i conflitti. Poiché è impossibile eliminare i conflitti, così è necessario imparare a gestirli, senza ricorrere a una schiacciante violenza o distruzione. Cosa ne pensa?

«Concordo anche su questo. Vivere a contatto quotidiano l´un l´altro, conversare, interagire, cercare di conoscersi reciprocamente meglio e conoscersi in modo più profondo, non significa accettare che “tutto va liscio” così. La mia convinzione è, invece, che ciascuno di noi può allo stesso tempo guadagnare in qualità della vita, attraverso la cooperazione con gli altri. Sono convinto che la formula di Richard Sennett di una “aperta e informale cooperazione” indichi la strada per raggiungere quell´effetto. Tutti e tre gli aspetti selezionati in quella formula sono essenziali allo stesso modo. “Informale” significa la rinuncia al fissare delle regole in anticipo e l´essere aperti a che le regole emergano e si mettano alla prova nel corso dell´interazione. “Aperto” significa essere d´accordo sul recitare, quando ne sorga la necessità, sia il ruolo dell´insegnante che quello dell´allievo. E la “cooperazione” ha di diverso dai soliti dibattiti che non mira a persuadere o costringere gli altri ad accettare il mio punto di vista e a rinunciare al loro, ma spinge tutti a condividere qualsiasi cosa sia giusta e utile all´esperienza dei partecipanti alla discussione. Nella cooperazione non ci sono vincitori e sconfitti: ognuno risulta vincitore, guadagnandone in saggezza. Questa è condizione sine qua non per un tipo di coesistenza che esclude le minacce gemelle sia dell´oppressione e che della reciproca indifferenza».

(fonte: L’Arena 14/04/2013)

Adozione etica. Sharal, 23 anni: “La fortuna di vivere in una famiglia gioiosa“

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Dopo lo studio dell’Università Cattolica ci è sembrato appropriato postare questa testimonianza che avvalora la tesi delle due studiose Rosnati e Ferrari: lo stile familiare giocoso ha una sua importanza nella riuscita di un’adozione.

Romanzare la storia della mia vita, in particolare della mia adozione, non mi è mai molto piaciuto. Lo trovo frustrante e anche un po’ ipocrita da parte mia. Perché, in fondo, io non mi sento per niente una “ragazza speciale” per essere stata adottata, come forse credono i media. 

Sono nata a Mangalore, una città a sud-ovest dell’India, e sono stata adottata all’età di un anno. Sono cresciuta in un paese in provincia di Verona, dove vivo tutt’ora con i miei genitori e mio fratello, anche lui adottato. La mia è una storia molto semplice. Inizia in India ma si sviluppa in Italia, la terra che mi ha accolta e amata. A parte il primo anno di vita che ho vissuto “diversamente” rispetto ai miei coetanei, il resto è stato uguale. Scuola, università, relazioni. 

Quella che i media chiamano “sana integrazione” per me non è neanche esistita. Io e mio fratello siamo stati accolti in automatico, proprio come fossimo nati qui. Di certo i nostri genitori hanno contribuito vivere l’adozione in modo sano e spensierato. Casa nostra ha sempre avuto le porte aperte verso il mondo, verso gli amici, il parentado, le persone che avevano bisogno. Così tutte le relazioni sono nate naturalmente e tutti ci hanno conosciuti naturalmente, senza sforzi, senza strani discorsi. I nostri genitori sono sempre stati dentro il mondo, hanno sempre avuto molte persone attorno a loro. Io e mio fratello li riteniamo dei “fighi”. E anche leggermente pazzi.

Ci hanno sempre lasciati liberi di esprimerci, liberi nel pensiero. Prendono la genitorialità come una continua scatola di sorprese. Non si sono mai fatti programmi, né tabelle da seguire. Sono incasinati, anticonformisti e al contempo modaioli e frizzanti. Fanno battute sul fatto che io e mio fratello fisicamente non assomigliamo per niente a loro, e io rido sempre a crepapelle perché mi hanno insegnato la bellezza di essere autoironici e di non prendersi troppo sul serio. 

Non ci hanno mai fatto grandi discorsi sull’adozione, semplicemente ogni tanto raccontano di quando sono venuti a prenderci e ne parlano con grande dolcezza. Raccontano dell’iter durato quattro anni in cui hanno superato sedute psicologiche, incontri in tribunale, burocrazia, per poi essere stati attestati come “idonei” all’adozione.

Raccontano di avere visto molte coppie, che loro ritenevano ottime, non ottenere l’idoneità. Vedendo i miei e conoscendo diversi genitori con figli adottati, sono arrivata alla conclusione che per essere “idonei” non serve essere perfetti o impeccabili, serve invece essere una coppia con mille difetti perché è naturale, con tante paure perché è sana e con tanto amore perché è vera. 

Mamma e papà hanno sempre trattato me e mio fratello come dei figli quali siamo, nel bene e nel male. Non hanno mai giustificato un nostro comportamento sbagliato, né si sono mai sentiti diversi rispetto agli altri genitori, anzi. Sicuramente sono molto aperti di mentalità e molto sensibili a certe tematiche. Anche per questo non hanno mai seguito dogmi imposti, non ci hanno mai dato regole di vita né ci hanno mai fatto grandi discorsi filosofici. Sono sempre stati molto concreti. Ho imparato tutto quello che so dai loro gesti, dal loro comportamento. Si amano ancora alla follia e quando li guardo abbracciarsi come due adolescenti, dopo venticinque anni di matrimonio, sento di avere una famiglia che è una goccia nell’oceano.

E allora penso che non conti essere adottati o biologici, i figli crescono felici se di fronte hanno due genitori felici. Ci sono figli adottati che si imbattono in problemi e che vivono disagi ma sono gli stessi problemi e disagi che può vivere anche un figlio biologico. Quando c’è l’amore c’è tutto, e non è un modo di dire, è la verità. Quando in una famiglia ci si ama davvero, si possono commettere tutti gli sbagli del mondo nei confronti di un figlio ma nessuno sbaglio sarà in grado di dividere, anzi, sarà un ostacolo che rafforzerà tutti i legami. 

La nostra famiglia è un miscuglio di pelli, di idee, di ambizioni e di sogni. È una famiglia in cui ci si aiuta, ci si parla. E si parla davvero di tutto, senza paure né esitazioni. Siamo così diversi, tutti e quattro, e al contempo così uguali. Io e mio fratello ci sentiamo italiani puri, ma al contempo abbiamo, forse geneticamente, un modo di pensare più “orientale”. I miei genitori non hanno fatto di questa nostra diversità un dato di fatto, bensì un valore, una ricchezza. È come se, in un certo senso, ci avessero sempre stimolato ad essere diversi. Diversi dagli altri, capaci di pensare con la nostra testa, di scegliere autonomamente. Di ascoltare la musica che ci piace, di vestirci come ci piace, di amare chi ci piace. Di essere chi vogliamo essere. Ecco che allora la diversità diventa davvero una risorsa, una cosa che ci contraddistingue e ci rende speciali.

Non credo quindi che sia stata l’adozione a rendermi speciale, ma la mia famiglia, così com’è: caotica, creativa, sfrontata, energica e innamorata della vita. “

Adozione etica. Paula, 12 anni: “Pagina di diario”

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“Sono una bambina arrivata in Italia due anni fa.

Sono stata adottata da genitori italiani.

Il mio paese è il Cile (Chile).

Sono vissuta fin da piccolina in un istituto fino ai sette anni.

Dopo i sette anni mi hanno portata in un altro istituto e quando ho compiuto otto anni sono finita in un altro posto per i bambini senza famiglia.

In questo istituto mi chiesero se volevo avere una famiglia per sempre.

Io ho riflettuto un po’ e poi ho detto di sì, perché in una famiglia ci sono le coccole, c’è la felicità, ci sono altre cose ma soprattutto c’è l’amore verso i figli…..”

Adozione etica. I Nostri Padri: “L’adultera e lo sguardo di Gesù verso gli ultimi”

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In vicinanza della Pasqua proponiamo la pagina di Vangelo che parla dell’adultera con l’interpretazione in chiave moderna dello sguardo di Gesù sulle donne e sugli ultimi.  Buona Pasqua a tutti!

di don Marco Campedelli e don Roberto Vinco – sacerdoti ed educatori

“Tutto è soggetto alle categorie degli uomini del sacro. Del potere sacro. Anche Dio “gode in questi ambienti di una libertà limitata” (Luigi Pozzani). La donna ha commesso adulterio – reato punito con la lapidazione. In questo contesto viene posta la questione a Gesù. Volevano metterlo alla prova…

Ma Gesù porta con sé un Dio che non è soggetto alla legge del tempio, è più grande del tempio, più grande della religione, più grande della morale. Ecco quello che fa Gesù: libera Dio dal recinto che lo soffoca, che gli fa recitare la parte del punitore. Il primo ad essere lapidato dalla religione, da ogni religione quando si ammala di fondamentalismo è Dio. Un Dio che si prende a pietre. Una religione malata di narcisismo e di potere uccide Dio per istallarsi sul suo trono. 

La donna viene trascinata nel mezzo, è un oggetto. A suoi giudici non interessa nulla di lei, lei è un pretesto per mettere alla prova Gesù- E’ un sistema patriarcale tremendo quello che agisce: che assolve i maschi e punisce le donne. Gesù pone una domanda ai suoi interlocutori: chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra.

Gesù fa in modo che il dito che gli scribi e farisei hanno puntato sulla donna si rivolga a loro stessi, in direzione della loro coscienza. E ad uno ad uno se ne vanno, lasciano cadere le pietre per terra. Rimane Gesù e la donna: al centro. Ma Gesù trasforma uno spazio di condanna in uno spazio di misericordia, di tenerezza, di perdono. Gesù scrive per terra.. Che cosa avrà scritto? Quanti se lo sono chiesti…! Ma ciò sembra non avere molta importanza . Sembra piuttosto che scriva per terra perché non vuole ferire con lo sguardo la donna che tanti, troppi  sguardi, hanno ferito e umiliato. Solo dopo quando invita la donna a guardarsi intorno Gesù gli rivela il suo sguardo e le dice: “Va in pace e non peccare più”… 

Questo è un Vangelo che ci educa a rovesciare gli spazi: dagli spazi dell’esclusione a quelli della misericordia, dei diritti umani, della dignità della persona. Un Vangelo che ci aiuta a rimettere al centro il Dio del Vangelo e non il dio della religione, il dio della morale, il dio del potere religioso. Un Vangelo che ci chiama a verificare una lunga prassi di pensiero patriarcale che ha creato esclusione anche nella chiesa, che ha ferito molte donne, che ha messo al centro non il diritto ma spesso l’umiliazione. 

Un Vangelo che ci aiuta a comprendere quanto possa essere importante lo sguardo sull’altro, come sia possibile convertire, cambiare lo sguardo. E ci aiuta anche a capire come uno sguardo malato su dio, porti a proiettare uno sguardo malato sul mondo, sugli altri…( uno sguardo patriarcale su dio genera uno sguardo violento sulle donne, sui bambini, sugli stranieri… )

Da questo Vangelo ci possiamo fare delle domande essenziali:

–          Quale Dio è al centro della nostra vita? Il Dio del Vangelo, compassionevole, liberatore, Padre… oppure il dio vendicativo, patriarcale, moralistico?

–          Abbiano cercato di convertire spazi di esclusione in spazi di accoglienza?

–          Abbiamo cercato di cambiare lo sguardo sugli altri? Sulle donne?

La prima lettura dal profeta Isaia è un invito alla speranza, un invito ad alzare lo sguardo : “ Ecco faccio nuova ogni cosa: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” Così con questa speranza andiamo verso la Pasqua.

In questi giorni sono avvenuti fatti che fanno sperare. Sembra che qualcosa germogli… non ce ne accorgiamo?

Viene eletto un Papa che si mette nome Francesco. Entra nelle case di tutti attraverso gli schermi e dice come direbbe chiunque viene a trovarci: Buonasera! Non è questa la sede per fare analisi dettagliate. Ma possiamo registrare un cambiamento di linguaggio. “ Vorrei una chiesa povera per i poveri”: Non eravamo più abituati a queste parole. Per alcuni sarà poco. Ma il germoglio sull’albero sembra essere spuntato. 

Nel nostro Paese una giovane presidente della Camera appena eletta parla dei diritti, della dignità di tutti, della tutela dei deboli. E’ una lingua che da tempo avevamo dimenticato. Per qualcuno sarà poco. Ma questo linguaggio assomiglia molto a quello delle Costituenti e dei Costituenti che ci hanno regalato la “ più bella Costituzione del mondo”. 

Al Senato sale come presidente un uomo che è stato allievo di Giovanni Falcone. Un uomo che ha combattuto la mafia. Per qualcuno sarà poco. Ma in un paese dove la moralità delle politica è precipitata nella vergogna… questo è qualcosa, questo è un segno che qualcosa germoglia.

E germoglia se il bene del Paese è messo al centro, Paese come persone, volti, storie, ferite, sogni… Così si può scoprire di avere una coscienza a cui rispondere che è molto di più che rispondere al proprio “guru”… La primavera e la Pasqua vanno insieme. Pasqua è primavera. Ma questa primavera, incomincia da noi, dal nostro sguardo su Dio, sul mondo, sull’altro…

Ci sono due immagini ispirate a san Francesco che appartengo al patrimonio mondiale ma che sono nate in questo nostro Bel Paese: l’affresco di Giotto, il sogno di papa Innocenzo che vede una chiesa ormai pronta a crollare sorretta dal Poverello di Assisi. L’altra è nelle stupende parole di Dante nell’XI canto del Paradiso: là dove dice che Madonna povertà rimase vedova per millecent’anni e che solo dopo aver incontrato Francesco potè risposarsi. “Questa privata del primo marito, millecent’anni e più diispetta e scura fino a costui si stette senza invito”.

Non sappiamo cosa ci riserverà il domani. Ma l’oggi sembra regalarci un germoglio. Questo ci basta per sperare nella Primavera.

Che la Pasqua ormai vicina possa essere per la chiesa e per il mondo una nuova primavera: così da ascoltare l’invito del salmo: getta via la veste del lutto e indossa l’abito della gioia….

Adozione etica: “Anche le nascite sono in calo”

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L’Italia continua a invecchiare. Secondo i dati Istat sulla popolazione residente, sono stati 546.607 gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2011, circa 15 mila in meno rispetto al 2010. Il dato, secondo l’Istat, conferma la tendenza alla diminuzione delle nascite avviatasi dal 2009. Il calo delle nascite è causato per lo più alla diminuzione dei nati da genitori entrambi italiani, quasi 40 mila in meno rispetto al 2008.

I nati da genitori entrambi stranieri, invece, «sono ancora aumentati, anche se in misura più contenuta rispetto agli anni precedenti e ammontano a 79 mila nel 2011 (il 14,5% del totale dei nati). Se a questi si sommano anche i nati da coppie miste si ottengono 106 mila nati da almeno un genitore straniero (il 19,4% del totale delle nascite)». Considerando la composizione per cittadinanza delle madri straniere, ai primi posti per numero di figli si confermano le rumene (18.484 nati nel 2011), al secondo le marocchine (13.340), al terzo le albanesi (9.916) e al quarto le cinesi (5.282).

(fonte: corriere.it 14/11/2012)

Adozione etica. “Le proposte di AiBi contro il crollo delle adozioni internazionali, sono condivisibili?”

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di Alessandro Bruni – papà biologico e affidatario

Le Adozioni internazionali sono in calo, a dirlo sono i numeri: il 16 ottobre 2011 Aibi sferrava un durissimo attacco alla regolamentazione delle adozioni internazionali. Nel maggio 2012 emetteva un nuovo comunicato dove faceva alcune proposte e proponeva una raccolta firme per evitare il crollo, il mese scorso c’era un nuovo comunicato sul loro portale(link dopo il testo). Abbiamo scelto questo commento che spiega qual è invece la posizione delle Associazioni di Famiglie.

 (…) “Ai.Bi. Amici dei Bambini risponde a questa crisi proponendo l’immediata modifica della Legge 184/1983 e successive modifiche attraverso sei punti specifici: Riforma culturale: dalla “selezione” all’“accompagnamento” delle coppie; Riforma dell’iter: semplificazione e brevità delle procedure; Riduzione dei costi e gratuità dell’adozione internazionale; L’adozione internazionale nella politica estera dell’Italia; Agevolare l’adozione dei minori con “bisogni speciali”; le accoglienze innovative.

«L’insieme di queste importanti e urgenti misure – afferma Marco Griffini, Presidente di Ai.Bi. Amici dei Bambini – consentirà di superare l’attuale fase di stallo delle adozioni internazionali, rimuovendo i troppi vincoli posti alle coppie dalla dominante cultura della selezione, snellendo un iter troppo lungo e costoso ed aprendo a nuove opportunità di adozione oggi non percorribili». Prosegue quindi Griffini: «Il tutto puntando all’efficienza, e quindi senza alcun costo aggiuntivo a carico del bilancio dello Stato».

(…) Venendo ai sei punti proposti da AiBi, pur riconoscendo che non è possibile valutarne lo spessore con semplici titoli, ritengo opportuno cercare di leggerli con riflessione e propositi di approfondimento.

1. Riforma culturale: dalla “selezione” all’“accompagnamento” delle coppie. Commento. Detta così significa poco. La valutazione della genitorialità è comunque fondamentale. Se una famiglia ritiene di essere selezionata significa che non ha capito nulla. Il percorso è fatto per determinare una maggiore capacità di introspezione, quindi è già insito il concetto di accompagnamento. Non esiste alcun diritto ad avere un bambino, e lo sappiamo bene. Esiste invece la necessità del bambino di avere un buon abbinamento con genitori adatti alla sua personalità.

2. Riforma dell’iter: semplificazione e brevità delle procedure. Commento. Sì, le procedure sono lunghe, spesso inutili, con eccesso burocratico. Ma talora sono troppo superficiali. Meglio allora dire che l’iter deve essere a dimensione delle necessità del bambino, non degli adottandi e non di una burocrazia cieca e ottusa.

3. Riduzione dei costi e gratuità dell’adozione internazionale. Commento. La riduzione dei costi è fondamentale. E’ una proposta dalla parte dei bambini perché così si permette al bambino di poter essere adottato dalla famiglia giusta scelta tra quelle disponibili. E’ il bambino (i suoi tutori) che deve poter scegliere (inteso con il miglior abbinamento possibile) e non la famiglia adottanda. Sulla gratuità, mi pare espressione vaga, utopica. Meglio dire che può rientrare nelle spese della cooperazione tra i paesi.

4. L’adozione internazionale nella politica estera dell’Italia. Commento. Solo se questa espressione riguarda le relazioni di cooperazione bilaterale, non se è espressione specifica di politica estera. Torno a dire che bisogna essere dalla parte dei bambini e non degli adottandi.

5. Agevolare l’adozione dei minori con “bisogni speciali”. Commento. Questo è un bel punto, sicuramente da esplorare e meglio definire. Tuttavia, come dire, perché non incentivare l’accoglienza adottiva di minori italiani con bisogni speciali? In Italia abbiamo problemi non piccoli sui ragazzi che nessuno vuole perchè “dimenticati” in comunità, con piccole disabilità, con piccole e grandi problemi di salute che avrebbero bisogno di famiglia. Più speciali di così!

6. Le accoglienze innovative. Commento. Bella frase! Mi piace! Questo sì che è un evento nuovo da esplorare. Questo sì che sarebbe un evento culturale che porterebbe a una riforma di pensiero!

Agli amici di AiBi suggerirei maggiore riflessione condivisa con le altre associazioni che si occupano di accoglienza di minori. Insieme potremmo fare meglio!

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 19/05/2012)

Sempre sull’argomento vedi:

Anfaa del 16-10-2012  => http://www.anfaa.it/notizie_e_articoli/article/90/documento_congiunto_anfaa_batya_ciai_cnca_adozione_diritto_dei_bambini_soli_e_senza_famiglia.html

 

AIBI del 21-02-2013 => http://www.aibi.it/ita/roma-commissione-parlamentare-per-linfanzia-e-ladolescenza-la-legge-delladozione-internazionale-va-riformata-la-cai-passi-alle-competenze-del-ministero-affari-esteri/

Adozione etica. “L’Italia non adotta più”

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Secondo noi è limitativo spiegare il calo delle adozioni con la paura del futuro. In fondo l’Italia rimane il secondo paese per numero di adozioni dopo gli USA. E’ vero le stime dell’Unicef sull’infanzia abbandonata sono preoccupanti, ma, a nostro avviso, il fenomeno del calo delle adozioni evidenzia un maggiore rispetto dell’adozione da parte di operatori e genitori.

Forse è subentrata anche una certa consapevolezza da parte delle coppie che non si può arrivare all’adozione dopo un numero estenuante di aborti provocati dalla fecondazione assistita. Chi vuole un figlio biologico a tutti i costi è giusto, valutando il peso psicologico, che segua questa strada. Un figlio adottivo è diverso da un figlio biologico: di solito merita più attenzione e un diverso approccio educativo. Ci vuole molta forza e umiltà per adottare. E’ alquanto sconsigliabile indirizzare una coppia verso l’adozione come ultima spiaggia di un desiderio irrealizzabile e allo stremo delle forze (circa il 90% delle coppie arriva all’adozione dopo più tentativi falliti).

Forse si tratta anche di spingere verso una nuova cultura dell’affidamento, che in Italia stenta a decollare. La cosa peggiore è quando questi ragazzi vengono spostati come pacchi postali alla scadenza dei termini di legge sottovalutando la creazione di un rapporto che si è formato in quegli anni con i genitori affidatari.

Di seguito le opinioni di Melita Cavallo e Milena Santerini raccolte da Maria Novella De Luca – giornalista

(…) «È vero – ammette Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i minori di Roma, ed ex presidente della Commissione adozioni internazionali – oggi la tendenza è quella di limitare nei decreti l’età dei bambini, e di essere ancora più attenti nel valutare i genitori. E questo di certo limita le possibilità visto che dall’adozione internazionale arrivano ragazzini sempre più grandi. Ma la nostra severità è data dal fatto che le “restituzioni” di figli adottivi stanno diventando di anno in anno più numerose, proprio perché i bambini arrivano a 8, 9 anche 10 anni, quasi sempre con situazioni gravi alle spalle e i genitori non reggono e li rifiutano. Cioè li riportano a noi, che non possiamo fare altro che metterli in un istituto, nella speranza di trovare loro un’altra famiglia adottiva. E non sempre accade». 

La pagina delle “restituzioni”, ossia dei fallimenti, è l’altra faccia del boom delle adozioni, il lato buio di una storia d’amore, un capitolo quasi sempre censurato. «Da quando dirigo il Tribunale per i minori Roma – aggiunge Cavallo – cioè da due anni e mezzo, ho avuto 10 restituzioni, tra le ultime una bambina indiana di 8 anni e un ragazzino vietnamita quasi adolescente. Troppe. Sintomo di un malessere che non si può ignorare». Un fenomeno nuovo, perché sul numero complessivo delle adozioni in Italia, quelle fallite non superano storicamente l’1,7% del totale, e hanno riguardato nel tempo soprattutto l’adozione nazionale. 

«Non sottovalutiamo però una globale paura del futuro – avverte Milena Santerini, ordinario di Pedagogia all’università Cattolica di Milano, con una lunga esperienza nelle adozioni internazionali – che così come scoraggia i genitori biologici, deprime gli aspiranti genitori adottivi. È l’onda del calo demografico, della cultura della sfiducia. Spesso nelle coppie la scelta adottiva arriva tardi, oltre i 40 anni, dopo molti tentativi falliti di maternità naturale e assistita. Partendo da questa età i tempi oggi sempre più lunghi dell’attesa possono apparire insostenibili». 

E poi c’è il tema controverso della chiusura dei paesi. Alcuni stanno sviluppando un’adozione interna, ma è un fenomeno circoscritto. «Altri invece chiudono per orgoglio nazionale – aggiunge Milena Santerini – per calcolo politico, per alzare il prezzo verso i paesi occidentali, nascondendo il vero stato della loro infanzia». 

(fonte: repubblica.it – 10/01/2012)

Adozione etica. Papà Giancarlo: ”Oltre le nuvole ci sono mille soli che ci aspettano”

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Papà Giancarlo ha pubblicato un libro “Oltre le nuvole” (ilmiolibro.it – 2010) dove racconta il viaggio in India per incontrare Prema, la figlia adottiva. Oggi Prema ha più di vent’anni. Dal libro abbiamo selezionato questa parte che è attinente al tema che stiamo trattando.

Ogni tanto torna di moda, a seguito di qualche evento, affrontare il tema dell’adozione. L’adozione è ancora vista dai più un atto eroico, un profondo bisogno della coppia: “poverini, non riuscivano ad avere figli,….la colpa è di lui,…..la colpa è di lei,….che bravi che sono stati,….hai visto che brutto che è quel bambino,…di che razza è?,….chissà che tare avrà,….non ti sembra troppo nero?…etc etc.
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La società è quella che è, non possiamo inventarcela. L’egoismo la fa da padrone, come la rincorsa prima al benessere e poi al superfluo. Come non possiamo nemmeno idealizzare tutte quelle strutture e quindi quelle persone che per lavoro s’interessano alle problematiche dell’adozione, per evitare di farne comunque delle icone. Non può essere, infatti, che manchi, fra i tanti esempi, il bidello che non fa il suo lavoro o l’insegnante lavativo, e non vi sia nell’ambito adottivo colui che non fa il proprio dovere.

D’altra parte non può nemmeno essere che ogni qualvolta qualcuno provoca lo scoop, sia la figura dell’assistente sociale, quasi sempre donna e nubile, l’emblema dell’incapacità e dell’indifferenza, mentre i genitori, rapinati dei loro figli, risultino sempre idealizzati dai media.

Esiste purtroppo anche l’adozione a tutti i costi che è interpretata dalla nostra società come un atto di altruismo estremo e quindi, nel momento in cui chi di dovere tenta di ripristinare la norma, ecco comparire fior di esegeti che si scagliano contro chi ha quest’obbligo, dipingendo costoro a tinte fosche, sorvolando naturalmente sul come questi genitori siano divenuti tali.

C’è poi la società dal palato fine, quella di solito acculturata e ideologizzata, che vede l’adozione internazionale come una rapina nei confronti dei paesi poveri, che vede nei genitori adottivi una cellula piccolo borghese da combattere.

Anche il bambino di colore in braccio ad una donna bianca è visto con curiosità, almeno fino a quando non cresce e comincia a combinare qualche marachella, come tutti. La musica allora cambia e le esternazioni, anche di persone anziane e timorate di Dio, sono alquanto squallide.

E’ in mezzo a questa società, che quasi sempre ci compatisce e a volte ci idealizza, che comunque abbiamo imparato a vivere. Siamo una minoranza consapevole anche di essere discriminati da una normativa statale, una minoranza che va per la propria strada, cosciente di percorrere la via maestra sperando che un giorno non lontano, tutte le strade si uniscano. Perché stiamo parlando dei nostri figli, della società del futuro, che immagino, tutti vogliano foriera di benessere, ma anche più equa e meno egoista.

A distanza di anni, dal viaggio che abbiamo vissuto insieme a Prema, il nostro bilancio era, è e rimarrà, comunque, positivo.

Adozione etica. Il personaggio: “Laura Boldrini”

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Nel 2010 Famiglia Cristiana l’aveva nominata italiana dell’anno per il suo impegno a fianco dei più deboli.

Era tempo che ci venisse proposta una donna di valore in un posto di prestigio! Così per lo meno ce l’hanno presentata giornali e addetti ai lavori. Rimaniamo fiduciosi fino a prova contraria.  Una donna che nel suo discorso d’insediamento ha fatto riferimento alle altre donne, alle donne  ogni giorno umiliate ed usate, violentate e non rispettate. Una donna che parla degli ultimi, dei diseredati di quelli che soffrono e muoiono di fame. In Laura Boldrini non ho visto una Onorevole lontana, ma un’alleata. Noi mamme adottive che conosciamo le ferite dell’anima nostra e dei nostri figli potremo avere finalmente una interlocutrice all’altezza, che capisce. 

Alcuni passaggi del suo discorso d’insediamento ben si allineano con questa sezione dove abbiamo parlato di ricchezza e povertà, di rispetto delle origini dei nostri figli e della nostra testimonianza nel mondo: 

“Arrivo a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a difendere e rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. Un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera”. (…) “Farò in modo che questa istituzione sia anche un luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno.” 

“Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze per dare piena dignità a ogni diritto, per ingaggiare una battaglia vera contro la povertà e non contro i poveri”. Perché “in quest’Aula sono stati scritti i principi fondamentali della nostra Costituzione, la più bella del mondo” e allora “quest’Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontani dall’Italia.” (…) 

“Questo è un Parlamento largamente rinnovato, scrolliamoci di dosso ogni indugio nel dare piena dignità alla nostra istituzione che saprà riprendersi la centralità e la responsabilità del proprio ruolo. Facciamo di questa Camera la casa della buona politica.”

Buon lavoro, Presidente Boldrini!

Adozione etica. L’esperto: “Adozione, un progetto condiviso della coppia in cui è necessario un inarrestabile allenamento”

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di Emilio Masina – psicologo

Come tutte le questioni di cuore che implicano affetti profondi il tema dell’adozione non è facile da trattare perché si presta a tante considerazioni positive ma anche a rilievi critici. Sono spinto ad occuparmene dalla crescente banalizzazione dell’argomento, di moda nei salotti televisivi, che trasmettono un’immagine tutta rose e fiori, dove le uniche difficoltà sono i limiti imposti dalla legge e da giudici e psicologi considerati ingiusti, se non persecutori.

Diciamolo subito: l’adozione di un bambino è una delle avventure più belle e affascinanti che una coppia possa intraprendere ma, al tempo stesso è, sempre, un percorso difficile e sofferto, che richiede preparazione e una grande mole di investimenti: economici ma soprattutto psicologici e affettivi.

Le motivazioni per cui si adotta sono molteplici: alcune sono conosciute dalla coppia, mentre altre sono inconsce. Alla base c’è un intento altruistico: aiutare un bambino che soffre ad uscire dalla condizione di abbandono e a trovare una famiglia che se ne prenda cura. C’è anche la motivazione di dare alla propria coppia, che il più delle volte non è fertile, per cause organiche riconosciute oppure per motivi inesplicabili (si dice “sine causa” in gergo tecnico), un orizzonte più ampio, la possibilità di arricchire la propria sfera affettiva e di sperimentarsi nel compito evolutivo di diventare genitori.

Sappiamo infatti come la dimensione a due, se non è nutrita da un progetto condiviso rischia di impoverirsi affettivamente o di ripiegare su sostituti (un cane, una barca, una casa), che non soddisfano né i propri bisogni di intimità e di condivisione né quelli di realizzare più compiutamente la propria identità di uomo e di donna. L’adozione, inoltre, è un progetto sensato quando corrisponde alla scelta della coppia di non insistere in modo onnipotente ad avere un figlio biologico quando tutte le condizioni sono avverse, rinunciando a ricorrere a procedure tecniche che, con l’andare del tempo, diventano pratiche disumane.
E tuttavia l’adozione rimane un progetto a rischio. In Italia, negli ultimi quattro anni, secondo una ricerca dell’Istituto degli Innocenti, sono stati restituiti 331 bambini ma sono molte di più le famiglie che approdano agli studi degli psicoterapeuti perché non riescono a creare un’armonica relazione con il figlio adottivo. Chi sono allora i protagonisti del processo adottivo? E quali difficoltà cercano di superare?

Solitamente c’è una coppia, ferita nel proprio desiderio di avere un bambino, di fronte alla necessità di fare un lutto con le proprie aspettative. Questo lutto viene elaborato dalla coppia? Si riesce, cioè, a pensare la sofferenza e a stabilire collegamenti fra i vari pensieri, oppure dare corpo ai propri vissuti smuove troppo dolore? Il partner responsabile, per così dire, dell’infertilità si sente, oltre che inadeguato personalmente, di aver tradito le aspettative del coniuge? E quest’ultimo rinforza questa sensazione, tagliando corto, oppure la smentisce, mostrando comprensione per il dolore dell’altro? O invece, paradossalmente, vi è nella coppia un sollievo condiviso perché uno o tutti e due i partners si sentivano inadeguati nell’assumere l’identità di genitori e si sentono meno in ansia all’idea che il bambino che educheranno è già stato partorito? I coniugi appaiono talmente occupati a nutrire reciprocamente il bambino interiore dell’altro da non avere spazio per i bisogni di un bambino reale? L’adozione si configura come un progetto che, quasi magicamente, rimetterà tutto a posto?

E poi c’è un bambino. Ancora non lo conosciamo ma sappiamo che è stato ferito nella sua esigenza più elementare, quella di avere un padre e una madre, che deve superare la perdita e ritrovare la speranza. Spesso egli ha subìto altri traumi, ha provato più volte a riaprirsi alla vita ed è stato sconfitto. Con quali risorse e quali difese psicologiche è sopravvissuto a queste difficoltà? E’ diventato diffidente? Ha imparato a mettere alla prova la tenuta degli adulti che gli si propongono, a sfidarli, a saggiarne, facendo il diavolo a quattro, le risorse e le competenze? Oppure è diventato compiacente perché deve garantirsi di essere preso e di non essere più cacciato? E’ buono, anche affettuoso ma ha sviluppato un falso Sé che, con la crisi dell’adolescenza spesso non tiene, perché è diventato come un’ ingessatura troppo stretta e soffocante?

L’incontro fra questi interlocutori che la vita ha messo a dura prova è un incontro aperto. Sapranno i “nuovi” genitori lenire le ferite del bambino oppure chiederanno, in modo inconsapevolmente egoistico, un risarcimento affettivo per quanto hanno subìto, che diventerà per il “nuovo” figlio una pesante e incondizionata aspettativa da soddisfare? Saprà il bambino, specie se grandicello, apprezzare le qualità di chi lo ha così intensamente cercato e voluto oppure proietterà loro addosso le immagini dei genitori “cattivi” che lo hanno abbandonato?
Fortunatamente, in molti casi dopo le prime difficoltà la paura dell’estraneo è superata e la “nuova famiglia” può cominciare il suo cammino con un grado sufficientemente buono di fiducia e di affetto reciproco.

Altre volte le cose vanno meno bene: le difficoltà di inserimento si prolungano oppure la coppia dei partners, incapace di fronteggiare il difficile passaggio dal due al tre, si separa. O, ancora, tutto sembra procedere per il meglio ma, con l’avvento dell’adolescenza, si presentano problemi mai nemmeno immaginati: il ragazzo scappa di casa alla ricerca dei suoi veri genitori, oppure diventa violento, o comincia a drogarsi…

Insomma, meglio prepararsi. Nel senso di non dare nulla per scontato ma anche di allenarsi all’impresa di crescere insieme con un bambino che non sarà mai, come non lo è nemmeno il figlio biologico, completamente “tuo”. I magistrati, gli psicologi, gli assistenti sociali che si occupano della selezione delle coppie adottive non devono essere sentiti (non devono farsi sentire) giudici della “bontà” o della “cattiveria” della coppia che vuole adottare; non devono essere sentiti (non devono farsi sentire) come genitori castranti o detentori del potere di dare o non dare un bambino, disinteressati ai bisogni e alle difficoltà di quella specifica famiglia.

Non sempre i genitori adottivi chiedono aiuto ma è compito degli operatori competenti, che conoscono il processo adottivo, offrirsi come compagni di strada. Che possono, come una guida in un territorio sconosciuto, facilitare il viaggio.

(fonte: rifornimentoinvolo.it)

Adozione etica. Mamma Lucia: “Adozione, no grazie!”

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“Dopo mobili sfasciati, qualche pugno mollato qua e là, appostamenti per osservare le pessime frequentazioni di mio figlio, chiamate al 118 per calmare le crisi isteriche…. Beh, faccio un po’ fatica ad essere ottimista. No, non credo che adotterei di nuovo. E’ stata veramente molto dura. Adesso mio figlio ha 25 anni e sembra aver trovato un certo equilibrio. Finalmente, dopo 25 anni, lo sento figlio mio fino in fondo. Non posso, però, dimenticare l’enorme sforzo di mio marito e mio nel gestire la situazione. Noi abbiamo avuto legami e aiuti specialistici che ci hanno sostenuto e che non tutti hanno la fortuna di avere. Si, ci penserei molto bene. Prima di adottare bisogna fare i conti con le forze e i mezzi che si hanno a disposizione in maniera onesta, senza ingannarsi.”

Adozione etica. Mamma Livia: “Pensavo di non farcela più”

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“Eravamo allo stremo con mio figlio adolescente. Battaglie tutti i giorni e tutte le notti. Non so cosa pensassero i miei vicini di casa. Mi aspettavo che chiamassero il 113 tanto era il trambusto che creavamo nel condominio. Un giorno mi arriva a casa un questionario un’indagine sulla situazione delle famiglie adottive con figli adolescenti. C’erano domande molto specifiche che coglievano nel vivo le difficoltà che vivono molte famiglie adottive e gli stati di devianza di alcuni ragazzi. L’indagine era rivolta ai genitori e ragazzi con questionari separati. La sezione dedicata alle madri indagava sulle cause di stress e stanchezza psico-fisica chiedendone il motivo e il peso in un range da 1 a 6. Ormai all’apice della sopportazione, ho risposto al massimo della valutazione negativa a tutte le domande. Poi, però, alla domanda diretta “Adottereste di nuovo?” mi sono ritrovata a rispondere “si”. In quel momento mi sono resa conto che, nonostante le arrabbiature e forti pressioni del momento, rimaneva chiaro che, io, come persona, consideravo l’adozione un’esperienza di vita importante. Devo, infatti, ammettere che mi ha fatto scoprire alcuni lati di me che non conoscevo, da quelli negativi come la facilità all’ira, alla grande forza interiore e determinazione. Certo l’adozione non la consiglio a chi crede di costruire una famiglia patinata.”