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Anna Genni Miliotti: “Una famiglia un po’ diversa tra realtà e luoghi comuni”

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Anna Genni Miliotti,  scrittrice ed esperta di adozione,  ha il grande pregio di semplificare le cose e di mostrare quel lato dell’adozione luminoso che c’è all’interno di buona parte delle nostre famiglie. E’ un invito ad essere positivi anche nei momento bui, senza drammatizzare, consapevoli  che nell’ordinario rapporto genitori e figli può succedere anche questo.

Di seguito la sintesi dell’intervento della dottssa Miliotti in occasione Convegno CEA tenutosi alla Camera dei Deputati – Roma – il 24 febbraio 2013.

Quando mi chiedono, in TV o per qualche rivista o giornale, di definire la famiglia adottiva in poche parole, non è difficile: “una famiglia un po’ diversa” dico, citando il titolo di uno dei miei primi libri. Perché di famiglia si tratta, una famiglia al pari delle altre, ma diversa in quanto i legami tra genitori e figli sono affettivi e non di sangue. Facile? No, perché l’interlocutore se ne esce poi, immancabilmente con il solito: “Bravi! Voi sì che avete fatto una bella azione!”. Bella azione? Io parlavo di “famiglia” e non di un’opera di beneficenza.

Questo la dice lunga sulla comprensione ma anche sul grado di cultura diffusa che c’è intorno alla realtà dell’adozione. Per lo più i genitori adottivi sono visti come dei “benefattori” ed i figli adottati come dei “salvati”; il che significa che dovrebbero dire “grazie” ed essere riconoscenti tutta la vita! Non sarebbe certo una partenza adatta per costruire una famiglia “sana”, come tutte le altre, dove i conflitti generazionali o no, sono all’ordine del giorno. Eppure siamo tanti: si parla di 150.000 adottati. Ma se allarghiamo il conto a tutte le persone “touched by adoption”, ossia ai familiari (nonni, zii, cugini, ecc.) e agli amici più stretti, si può arrivare anche a più di un milione di persone che potrebbero insegnare al mondo intero cosa si intende quando si parla di famiglia adottiva.

E’ quella che nasce per un progetto di genitorialità, ma anche di famiglia allargata. Nessuno ne parla, ma nelle mie lezioni all’università mi piace sottolinearlo: la percentuale di chi adotta avendo già un figlio o più, è salita costantemente negli ultimi anni fino a raggiungere il 15,4% del totale. E invece si continua a parlare di infertilità, di necessità di “elaborazione del lutto”… Ma lutto di cosa? Nessuno è morto!

In alcuni casi potremmo parlare di perdite, ma in altri casi semplicemente di un progetto genitoriale diverso, basato anche sull’accoglienza. Purtroppo non abbiamo ricerche che scavino in profondità nel fenomeno. Tutto, e lo dico da sociologa, è solo e sempre in mano ai terapisti. Così che i media e l’opinione pubblica ci sguazzano: chi adotta è pieno di traumi, e chi viene adottato pure. Ne consegue una famiglia che avrà bisogno di terapia per tutta la vita!

Ed è l’immagine che vediamo sulla stampa, e continua a non piacerci perché non corrisponde al vero. Non leggiamo mai che gli adottati (come dimostra una ricerca inglese) sono tra le persone più determinate nella vita, quelle che riescono a raggiungere veri successi nello studio e nella professione. Ma ci leggiamo invece dei fallimenti, dei ragazzi che finiscono per essere rifiutati e finiscono in comunità.

Forse una maggiore cultura potrebbe dare una visione più corretta e positiva del “fenomeno”, perché positivo lo è. Adottare non significa risolvere i problemi dell’infanzia abbandonata nel mondo, ma aprire il proprio cuore, la propria casa, a un bambino che una famiglia non l’ha più. Significa accogliere ed amare come proprio un figlio che non è nato dalla tua pancia, ma da quella di un’altra mamma. Sarebbe bello, quando mi intervistano e mi fanno la solita domanda: “Ha delle storie dure di adozione?” Poter rispondere semplicemente. “No, perché non ce ne sono più che nelle altre famiglie.”

Certo la complessità esiste, l’adozione non è un progetto facile. Talvolta c’è bisogno di accompagnamento, ma i genitori adottivi lo sanno, e sono quelli che più cercano una risposta nei momenti difficili. Ma talvolta la cercano troppo lontano, e si scordano di attivare quelle risorse genitoriali che possiedono naturalmente, come tutti i buoni genitori. L’abitudine a mettersi in discussione, ad essere più esaminati che accompagnati, tipica del percorso adottivo nel nostro paese, finisce con l’addormentare quell’istinto di maternità e paternità latente, che attende solo di essere attivato.

Cito il caso di una mamma, che avendo adottato una bambina piccola, che non voleva mangiare e cresceva poco, se la mise, legata con una forte sciarpa, sulla schiena. La teneva così, sempre attaccata a sé, tutto il giorno, per molti giorni, finché i disturbi che aveva non scomparvero naturalmente. La bambina aveva solo bisogno di contatto fisico, e la mamma, senza saperlo, aveva utilizzato una tecnica che viene insegnata per aiutare i bambini nati prematuramente. Ma lei non l’aveva imparato in nessun libro e in nessun corso:  aveva semplicemente ascoltato il suo forte istinto materno.

Sarebbe davvero importante poter abbandonare i luoghi comuni, che difficilmente corrispondono alla realtà dell’adozione, per poter costruire una vera cultura, che ancora manca, e per la quale in tanti lavoriamo. Quella cultura che farebbe star bene tutti i componenti di una storia di adozione, e soprattutto i figli adottivi, che non dovrebbero, tutte le volte, star lì a spiegare da dove vengono e perché. Finalmente si sentirebbero meno soli ed incompresi. E’ importante per una crescita armoniosa e sana.

Per questo progetto, lo sapete, io ci sono!

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Adozione e luoghi comuni. Pamela, Katia e Uelita: “Tre modi di sentirsi figlie adottive”

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Nel 2011 sulla TV svizzera è andato in onda questo dossier sulle adozioni che ci avvicina a questo mondo in modo corretto, come sempre si dovrebbe, superando i luoghi comuni e spiegando com’è. Fausta Manini, che ringraziamo, è una delle due mamme intervistate di Spazio Adozione Ticino (Vedi il “chi siamo”).

Nel video vengono toccati temi che sono stati affrontati anche in questo blog: gestione dell’ira, fuga da casa, richiesta di aiuto delle famiglie, paura di essere soli.

All’inizio viene intervistata una coppia che racconta la sua doppia adozione, le perplessità e gioie di due approcci differenti perchè differenti i caratteri e le storie delle due bimbe. Di seguito la testimonianza di tre ragazze adulte provenienti da tre paesi diversi – India, Corea e Brasile –  che raccontano che cosa vuol dire per loro essere figlie adottive, con le  luci e le ombre del caso.

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Noi ci siamo focalizzati sul messaggio principale, condiviso da genitori, figli e operatrici:  le famiglie e i figli non vanno lasciati soli. Serve una maggiore sensibilizzazione dei servizi sociali e la formazione degli addetti ai lavori. Lo dicono anche in Svizzera!

Prendetevi mezz’ora di tempo. Il documentario è davvero esaustivo e parla di adozione in modo serio.

http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=423b8b7d-77db-486a-b47f-f4e14276084a

Abbiamo estratto questi tre concetti espressi da ognuna delle tre ragazze:

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– La prima volta che mi sono sentita figlia è quando mia mamma adottiva mi ha sgridato.

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– Ai ragazzi dico di chiedere aiuto. Non possiamo farcela da soli.

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– Mi sono sentita da sempre diversa, gli altri mi trattano come una straniera. Per questo ho imparato il dialetto, per difendermi. Mi sono tranquillizzata con il matrimonio, tre anni fa. Da allora mi sento più serena e  “integrata”.

Adozione e luoghi comuni. “Biologici e /o Geneticamente modificati?”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Assieme ad una mia cara amica, Anna Genni Miliotti, scrittrice, formatrice ed esperta di adozione internazionale, più volte ci siamo trovate a riflettere sulla terminologia usata nel complesso mondo legato all’adozione. Oggi pensavo di condividere le nostre riflessioni legate alla parola “Biologico”. Spesso leggiamo o parliamo di “genitori Biologici” oppure di “figli Biologici”.

Biologico? Dove peschiamo questo termine?

Nei supermercati spesso troviamo il bancone del “cibo biologico”: una selezione di cibo di qualità scelta, controllata, oppure di cibo non trattato chimicamente, più naturale, ecc…Adesso esiste, grazie ai ritrovati della scienza, anche il cibo geneticamente modificato, animali geneticamente modificati, ecc…

Ma come mettiamo insieme questa connotazione che diamo al cibo con i genitori o i figli? Come possiamo usare, in modo indiscriminato, un termine che descrive tanto la qualità di un cibo, quanto quella un figlio o di un genitore?

Semplice: “Evitiamo di metterli insieme!”

Allora che significa essere “figlio biologico”? Un figlio nato dalla mia pancia? Oppure un figlio nato dalla pancia di una donna più in generale? Eppure tutti siamo nati dalla pancia di una donna. Allora perché questi distinguo?

Durante una chiacchiera con una mamma che aveva fatto la scelta di adottare, questa donna mi disse: “Si in effetti i figli sono nati tutti dalla pancia di una donna, ma i miei figli non sono nati dalla mia Pancia!”

Mi venne istintivo risponderle: “Quindi lei è una mamma geneticamente modificata!”

Se stiamo con l’etimologia della parola “biologico” è un aggettivo che si riferisce all’agricoltura o al cibo, derivante da prodotti agricoli, il sostantivo è “Biologia” e qui troviamo che “Bios” significa VITA e “logos”: STUDIO; pertanto se ipotizziamo che il compito di un genitore sia quello di “dare vita attraverso la logica e lo studio, ovvero di rendere autonomi i propri figli”, mi chiedo: “Ma questo non è un compito di tutti i genitori, siano essi “Biologici”, oppure coloro che fanno la scelta di adottare un bambino, o ancora coloro che hanno fatto la scelta di prendere in affidamento un bambino, o quanti sono genitori separati?”

Ogni genitore dovrebbe assumersi responsabilmente tale compito.

Eppure una differenza tra la persona che ha un corredo genetico in comune con un bambino e chi non ce l’ha , ci dovrà pur essere. O no? Quindi il primo si chiama biologico e l’altro adottivo o affidatario, giusto?

Personalmente a me non piace essere definita al pari di una zucchina biologica, o di un carciofo o a un sacchetto di cereali! Chiedetevi o chiedete a vostri figli se a loro piace.

Guardandomi attorno mi chiedo se c’è la stessa differenza anche in altre culture. Con la mia amica Anna, abbiamo poi notato una cosa: nei paesi anglosassoni i genitori “Biologici” vengono chiamati: “Birth Parents”= “Genitori di Nascita”, per distinguerli dagli “Adoptive Parents”= “Genitori Adottivi”.

Il termine “Genitore di nascita” trovo che sia appropriato: rispetta la nascita, i figli e i genitori. Attenendoci al termine non c’è una differenza di qualità (migliore o peggiore) tra il genitore di nascita e il genitore adottivo, e non si punta l’attenzione sull’aggettivo. Ma ci si focalizza sul sostantivo che è comune :“genitore”, quindi essere genitore! Meglio di avere in comune le zucchine e le carote, non vi pare?

E se parliamo dei figli? Che impatto ha sapersi biologico come le zucchine? Torniamo a quanto detto precedentemente: siamo tutti figli biologici, ovvero nati da una “logica” naturale che è quella della procreazione. Un mistero tanto fitto, quanto ben regolato nel suo attuarsi.

Ma allora che differenza c’è tra l’essere un figlio biologico e un figlio adottivo?

Il “Figlio Adottivo” è NATO, dalla pancia di una donna che ha SCELTO di darlo alla luce, e poi è stato anche SCELTO da altri genitori che hanno voluto prendersi cura di lui. Quindi è figlio due volte, o meglio è stato scelto due volte!

Un conto è dire al proprio figlio: “Sei stato scelto!” altra cosa è dirgli: “Sei stato scelto due volte!”

Un conto è sentirsi scelti in quanto nati, un conto è sentirsi scelti due volte in quanto nati e adottati!

Questa, credo, sia l’unica differenza, che poi diventa anche sostanziale, esistenziale, ed è comunque reale!

La storia di uno di noi!

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna che accolse nella pancia per nove lunghi mesi, un  dono, un bambino. Questa donna  ha scelto di darlo alla luce, con il dolore di un parto. Dopo aver dato a questo bambino la vita, ha scelto di lasciare suo figlio…

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia di persone che scelsero di diventare genitori di un bambino che era stato lasciato dalla  sua mamma di nascita.

C’era un bambino, a cui una donna scelse di dare la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di persone che diventarono i suoi genitori, e lui è  diventato di nuovo figlio…

To be continued…

Adozione e luoghi comuni: “Abbandonati o Lasciati?”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Se leggo o ascolto “esperti”, articoli, commenti, libri, o qualsiasi cosa che tratti l’argomento dell’adozione, viene menzionato, almeno una volta il termine abbandono e di seguito il “Trauma dell’abbandono”, da cui le inevitabili domande: Come si supera il trauma dell’abbandono? I bambini abbandonati e poi adottati riusciranno mai ad essere persone equilibrate? Come potranno essere felici sapendo e convivendo con il trauma e la ferita dell’abbandono? E così via…

Cosa significa “Abbandonare”?

Da un punto di vista etimologico abandomun è una parola difficile. Ai giorni nostri è comune il senso derivante dal francese antico del lasciare alla mercé di qualcuno. Altri scompongono la particella Ab-bandum che viene sostituito in tedesco arcaico con ab- handum  cioè togliersi qualcosa dalle mani: “lasciar andare”. Quest’ultima versione sembra essere coerente con la connotazione positiva che si dà a questa parola quando si dice “mi abbandono a te” ovvero “mi lascio andare a te”.

Secondo Padre Alceste Piergiovanni, religioso e pioniere delle adozioni internazionali in Italia, questa parola si poteva scomporre in “ab-donare”, cioè: donare a qualcuno qualcosa. Infatti diceva, se “quel bambino è stato abbandonato”, e diamo una connotazione negativa a questo termine, è come dire “quel bambino non ha valore!”

Ma “Come può un bambino, o un ragazzo non avere valore?

Infatti quando si parla di bambini abbandonati, l’uso di questa parola suona così fastidioso, a volte tanto dolorosa. Beh, capisco il fastidio o il dolore di essere definiti e quindi considerati come persone che non hanno valore!

Mi chiedo, dunque: “Come si può superare il trauma di sapere ed essere trattati come persone che non hanno valore? Quale persona può avere una vita felice ed equilibrata avendo questo marchio di fabbrica?”

Non hai valore. Quindi non sei nessuno. Forse sei una cosa. Ma di certo, non sei una persona!

Ma se sei una persona, un bambino o un ragazzo, e ti viene detto che sei una cosa senza valore, che non vale niente, come una gomma masticata e sei trattato come tale… probabilmente crescerai pensando che sei solo una gomma da masticare. Ti comporterai nello stesso modo di una gomma masticata, appiccicosa, fastidiosa e difficile da togliere!

Come si possono mettere insieme dei bambini con delle gomme masticate? Come si possono considerare delle persone umane, gomme masticate senza valore? Eppure, a me sembra che sia questo il messaggio che viene dato quando si parla di bambini e ragazzi Abbandonati.

E se invece diamo un nome diverso ma più autentico alle realtà che vedono madri che si separano dai figli, e altre mamme che sono pronte ad accoglierli e ad averne cura, come sarebbe?

Come suonerebbe la frase: “La donna che ti ha dato alla luce ti ha LASCIATO, donando il suo bene più prezioso, suo figlio. E noi abbiamo scelto di accoglierti”. Sembra una affermazione autentica, non vi pare?

La storia di uno di noi

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna che ebbe nella pancia per nove lunghi mesi, un  dono, un bambino. Questa donna  ha scelto di darlo alla luce, con il dolore di un parto. Dopo aver dato a questo bambino la vita, ha scelto di lasciare suo figlio…

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia di persone che scelse di diventare genitori di un bambino che era stato lasciato dalla mamma.

C’era un bambino, a cui una donna aveva scelto di dare la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di genitori, ed è diventato loro figlio…

To be continued…

Adozione e luoghi comuni: “Partiamo dalle origini!”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Usare le parole in modo adeguato evita l’insorgere di malintesi, dubbi, rancori e frustrazioni, soprattutto da parte di coloro che vivono una specifica realtà quale è quella dell’Adozione. Purtroppo spesso mi trovo a “scontrarmi” con gli addetti ai lavori e con gli esperti, quando faccio loro notare che è davvero poco funzionale usare in materia di “adozione”, parole quali: Abbandono, Trauma dell’Abbandono, Genitori Biologici, Veri Genitori, Nuova Famiglia, ritorno alle origini, ecc…

Penso che sia importante costruire un vocabolario adeguato alla realtà adottiva. In questo progetto, oltre all’uso dei termini in un modo che siano il più fedeli possibili a ciò che descrivono, c’è anche il desiderio di cambiare la cultura dell’adozione, o meglio di riportarla al suo significato etico, sociale e umano, in cui si tiene conto che le persone che ne fanno parte, hanno provenienze  geografiche, politiche, sociali, linguistiche e culturali profondamente diverse.

Perché questa scelta di campo? Perché credo che ogni aspetto che appartiene all’essere umano ritorna lì, alle origini, alla base dei significati, siano essi etimologici, di senso, di valori o di affetti.

Vorrei iniziare a parlarvi di che cosa significa la parola “Adottare”: Ad- optare (dal latino), cioè optare per= scegliere.

Ecco perché penso che l’adozione non parta da un sentimento altruistico, o forse anche da questo, ma alla base dell’Adozione c’è una scelta.

La scelta di una famiglia? Si.

La scelta di fare un’avventura indimenticabile? Anche.

La scelta di curare le proprie ferite? Anche.

La scelta di prendersi cura di un bambino… lasciato, anche.

Migliaia di scelte, quante sono le persone coinvolte.

Ma alla base di tutti questi comportamenti, desideri, bisogni, affetti, emozioni c’è una semplice, a volte profonda, altre volte valida e molte volte complessa … scelta!

Se usassimo la parola “Scelti” al posto di “Adottati”, quale impatto pensate che avrebbe sulle persone? Su di voi? Se voi foste definiti come “figli scelti”, oppure come “genitori che fanno una scelta”, come sarebbe?

Non potrei dire che sarebbe bello, ma sentirei queste parole senza dubbio autentiche. Perché rispecchiano la realtà (bella o brutta che sia).

È reale che sono una figlia scelta, è reale che i miei genitori hanno fatto una scelta.

Non sento in queste parole un giudizio di valore, una definizione, una connotazione, né su coloro che hanno fatto una scelta né su coloro che sono stati scelti… Non vi pare?

Raccontiamo, allora, la nostra storia che è…

La storia di uno di noi!

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna …

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia che scelse di prendere un bambino, diventando genitori…

C’era un bambino, a cui una donna aveva dato la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di genitori, ed è diventato loro figlio…

To be continued…

Adozione e luoghi comuni: “Un nuovo spazio per capire l’adozione”

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“Adozione e luoghi comuni” è una nuova proposta de ilpostadozione.

E’ uno spazio che sarà gestito da Margarita Soledad Assetati figlia adottiva, madre, psicologa e psicoterapeuta, nonchè giudice onorario.

Perché questo titolo? Perchè sull’adozione tanti parlano, pochi conoscono. E’ arrivato il momento di interpretare questo mondo con gli occhi disincantati di chi ha vissuto l’esperienza come figlia e ora vede l’evolversi di famiglie e normative con l’occhio attento di chi opera nel settore.

L’intento è quello di superare i luoghi comuni sull’adozione usando un linguaggio semplice, al di là dei tecnicismi, per arrivare a tutti e aprire un dibattito.
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I post saranno inseriti senza cadenza prestabilita. Seguiteci!