Archivio mensile:dicembre 2015

AltroNatale. I nostri Padri: “Maria ed Elisabetta, donne di rottura con il sistema patriarcale”

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Il Natale è stato possibile attraverso una donna, Maria. Nelle Sacre Scritture le donne poche volte svolgono un ruolo di primo piano. Eppure, Maria ed Elisabetta hanno fatto, in qualche modo, “opposizione culturale”. Vediamo come.

 

 

Lc 1, 39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!

A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

di don Marco e don Roberto, sacerdoti ed educatori.

Siamo vicini ormai al Natale e questo brano del Vangelo ci parla di un incontro tra due donne. Donne segnate dalla Grazia, dal “miracolo” di Dio. Da una parte, Elisabetta, sterile, avanti negli anni, che aspetta un bambino. E una adolescente, Maria, vergine, che si trova incinta.

Due donne si incontrano e custodiscono entrambe nel loro segreto, la promessa di Dio. Non solo custodiscono la promessa di Dio, ma si confermano l’una con l’altra del loro cammino. Si riconoscono: una riconosce nell’altra la presenza e la benedizione di Dio.

Hanno ricevuto un alfabeto, quello dell’amore. Sanno leggere oltre le apparenze e le convenzioni, e infatti leggono l’una nell’altra la Scrittura che in loro si è fatta carne.

Portano una Parola che hanno meditato. Sono donne delle Thorà. Accolgono la Parola e la meditano nel loro cuore.  Sono due donne che credono. Credono a se stesse. Sanno decifrare il mistero che le avvolge e le spinge verso l’altro.

Maria accoglie la Parola ( l’annuncio dell’Angelo la rivela a lei) e subito si mette in viaggio.  La Parola di Dio mette in movimento, spinge verso il mondo, fa uscire dai “vicoli ciechi del cervello” ( Alda Merini) e ci porta verso la terra dell’altro.

Un viaggio caratterizzato da una spinta verso l’altro.

Alcuni biblisti (Pagola, A. Maggi) immaginano che Maria attraversa una zona impervia e pericolosa. Si può immaginare che parta di sua iniziativa, senza avvisare il marito o il padre. Come se la parola del Vangelo segna una scelta, una autonomia. Questo è un segno di rottura con un sistema patriarcale che non riconosceva alla donna la possibilità di essere libera ed autonoma. Questa Parola fa di Maria una donna emancipata rispetto al sistema chiuso in cui abita. La Parola la spinge a fare una “opposizione culturale” e a trovare la strada per il suo viaggio, quello che la condurrà ad essere la donna e la madre che sarebbe poi diventata. Entrata nella casa di Elisabetta, non saluta Zaccaria, il sacerdote, il “padrone di casa” ma saluta un’altra donna, Elisabetta.

Anche qui sembra sovvertire una convenzione sociale. La stessa Elisabetta si oppone ad una rigida tradizione, rifiutando che il suo bambino prendesse il nome del padre, ma indicando quello ispirato da Dio, “Giovanni”.

Quanto la Parola crea in noi un modo nuovo, responsabile, libero di vivere?

Quanto la Parola ci emancipa rispetto ad un sistema sociale che chiede obbedienza a convenzioni, luoghi comuni, stereotipi? Persone non dipendenti da un sistema.

Persone capaci di scelte nuove.

Il bambino di Elisabetta sussulta nel grembo.

Queste donne riconoscono l’una nell’altra l’opera di Dio.

Che cosa crea la Parola : la parola è relazione e crea relazioni.

Quando diciamo “Il Signore sia ( è ) con te e si risponde “ e con il tuo spirito”, in fondo noi ci diciamo gli uni agli altri : io riconosco il divino che è in te, che dimora in te.

La Parola ci spinge verso l’altro con un atteggiamento di ascolto e di ospitalità.

Ognuna riconosce che Dio ha piantato nel cuore dell’altro la sua tenda.

La Parola ci fa riconosce nell’altro la presenza di Dio.

Maria come l’antica Arca, custodisce la Parola che ora si è fatta carne.

Elisabetta dirà “ Benedetta colei che ha creduto nell’adempimento della Parola”.
E indirettamente sembra rimproverare il marito, la classe sacerdotale a cui egli appartiene, la religione come sistema. Una religione che come Zaccaria non ha più parole, e diventa muta perché non sa dire l’amore.

La donna a differenza di questo sistema è la migliore ambasciatrice di Dio. E la parente più prossima di Dio, in quanto come Dio, genera, mette alla luce…

Il corpo della donna come spazio del divino.

Non è paradossale quanto la religione e la chiesa abbiamo visto nel corpo della donna il luogo dell’impurità e del peccato? O forse, proprio perché la donna è portatrice del divino, il sistema del sacro la deve emarginare e sopprimere?

Ermanno Olmi dice che la donna è “complice di Dio”.

Nel 1964 quando sono nato, mia mamma dovette fare il rito della purificazione. Cosa poteva sottendere un rito come questo? Se quel bambino era stato generato dall’amore, da cosa bisognava purificarsi? dall’amore?

E per questo fare un gesto sacro?

Mentre la donna crede, perché vive la vita…

Il prete, Zaccaria, dice di credere, ma essendo fuori dalla vita, non riesce ad entrare nel mistero di Dio. Perché tra l’amore e il sistema, sceglie prima il sistema.

Siamo spesso figli di una classe sacerdotale che ci ha preservato… dall’amore.

Mentre Dio – Amore ci spinge verso l’amore.

Alda Merini dice di Gesù che “ era donna nel cuore”.

Dove ci porta la Parola? E’ una parola che ci rende pensanti, liberi. Ci spinge questa Parola verso le relazioni? Ci aiuta a rompere con le convenzioni di un sistema religioso che sembra più incline al potere che all’amore?

Concludiamo con un testo di una preghiera della nostra comunità di san Nicolò:

Dio della donne fa rinascere il mondo..

Voi donne siete il futuro del mondo, madri sempre incinte di Dio

con voi tutta la creazione si fa grembo per partorire un mondo nuovo

attraversate senza timore le montagne perché è l’amore che vi porta in alto,

perché è l’amore che vince la paura.

Nessuno più vi ferisca donne, nessuno più vi tolga la voce

perché senza di voi il mondo si spegne, la terra appassisce e muore.

Siano come voi anche le Chiese, incinte di Dio, gravide d’amore, lontane dai palazzi del potere.

Nel vostro incontro si prepara il tempo nuovo, nel vostro abbraccio si racchiude un nuovo sogno e Dio rinasce dentro il cuore della terra…

 

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Sessualita’/ abusi su minori. Col senno di poi…

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“La carezza di papa Francesco a un bambino vittima di abusi (…) Spesso chi viene abusato, chi subisce violenza viene escluso, ma nella casa del Papa questo bambino è stato accolto, abbracciato, coccolato. (…) Il Natale non è utopia, realizza il compimento di una promessa: spezzerai le catene della malvagità, rimanderai liberi gli oppressi, dividerai il pane con l’affamato, vestirai chi vedi nudo…” – don Di Noto, sacerdote in prima linea contro la pedofilia.

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AltroNatale: “Un insolito incontro”

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Padre Saverio Paolillo, Missionario Comboniano in Brasile impegnato in progetti con i bambini di strada, ci ha mandato i suoi auguri. Ha condiviso con noi una storia ambientata nella notte di Natale. Il racconto è stato scritto tempo fa da Frei Betto, uno dei fondatori della Teologia della Liberazione. Lo introduciamo con le parole di Padre Paolillo che vive da anni dalla parte degli ultimi.

“Dio è così. Ci sorprende. Lo dico per esperienza personale. Lo trovi dove meno te lo aspetti. Si nasconde quando abbiamo la pretesa di dargli un volto “a nostra immagine e somiglianza”. Sfugge quando cerchiamo di imprigionarlo nella gabbia delle nostre teorie a suo rispetto.  Si mantiene a distanza quando cerchiamo di manipolarlo per fondamentare  le nostre opinioni, per giustificare le nostre azioni e coprire le nostre omissioni. Si rattrista quando cerchiamo di sedurlo con la sontuosità dei nostri riti. Tace e diventa muto quando lo tempestiamo di domande ripetute all’inverosimile ed esigiamo da Lui una risposta ai nostri problemi. Diventa buio quando vogliamo legarlo a “vecchie verità” assolutizzate, senza dare spazio a dubbi e interrogativi che aprono le porte al dialogo, al pluralismo e al rispetto per l’altro. Non interviene quando abdichiamo dalla nostra libertà, buttando sulle sue spalle  la responsabilità di quello che avviene ed esigendo da Lui la soluzione ai nostri problemi. Si fa bambino povero quando lo vogliamo ricco; fragile quando lo desideriamo forte; servizievole quando lo sogniamo rivestito di potere e compassionevole, quando ci aspettiamo da lui la giustizia vendicativa. Dio è Colui che viene quando sappiamo fare silenzio, lo aspettiamo con ansia e lo accogliamo così come Egli é, aprendoci al Suo dono e facendoci dono uno all’altro.”

Padre Saverio Paolillo

Come faceva tutti gli anni, padre Alfonso celebrò la Messa di Natale a mezzanotte. Per non stancare troppo i fedeli, ansiosi di tornare a casa per il cenone, accorciò la predica e saltò le preghiere dei fedeli. Alla fine fece rapidi auguri e diede la benedizione. Alcuni parrocchiani, subito dopo la Messa, entrarono in sacrestia per fargli gli auguri personalmente. Gli portarono anche dei regali. Ormai era consetudine regalargli camicie, libri e altre cose adequate a un sacerdote.

Dopo aver tolto i paramenti, padre Alfonso si guardò attorno e vide che era rimasto da solo. Terribilmente solo, in piena notte di Natale. Nessuno lo aveva invitato. Non era la prima volta che soffriva di solitudine. Era felice per la sua vocazione. Considerava il celibato come un dono di Dio e lui lo viveva con gioia. Ma, lungo i suoi 25 anni di sacerdozio, spesso sentì la mancanza di una famiglia. Quasi sempre sedeva a tavola da solo e il cibo, pur preparato con amore dalla sua cuoca, gli sembrava insipido proprio perché lo consumava in solitudine. La mensa é, soprattutto comunione, condivisione, esperienza della gioia di stare insieme. Tutto ciò gli mancava. Spesso si sorprendeva a sognare ad occhi aperti una tavolata piena di gente.

Quella notte la solitudine gli apparve ancora più dura da sopportare. Alla fine dei conti era la notte di Natale, un momento da vivere in famiglia. Per distrarsi e superare la maliconìa, Padre Alfonso cominciò ad aprire i regali e trovò ciò che gli bastava: un panettone e una bottiglia di spumante. Gli venne un’idea. Prese la borsa usata per portare la comunione agli ammalati, vi infilò dentro la bottiglia dello spumante e il panettone e si recò in una zona malfamata, conosciuta come punto di prostituzione.

Sul marciapiede, in attesa di clienti c’era Shirley. Quella notte aveva gli occhi gonfi.  Non si sentiva bene. Provava un senso di soffocamento.  Sin dalle prime ore del pomeriggio della vigilia di Natale aveva pianto copiosamente ricordando la festa di Natale a casa sua con i parenti e amici. Si ricordò della famiglia che l´aveva cacciata di casa per una gravidanza precoce, del compagno che l´aveva abbandonata appena aveva saputo della gravidanza, del figlio che provava vergogna del “mestiere” che lei faceva, delle umiliazioni vissute sulla strada, dei clienti che abusavano di lei e che, a volte, la aggredivano con estrema violenza… Sentiva schifo di se stessa. Provava odio per la vita. Spesso si arrabbiava con Dio per tanta sfortuna.

Avrebbe voluto tanto fare a meno di “lavorare” quella notte. Ma non aveva alternative. I debiti, le bollette da pagare, un figlio da mantenere la obbligavano a prostituirsi anche la notte di Natale. Ad un certo punto vide un uomo avvicinarsi con una borsa, le scarpe nere e una camicia bianca. Sembrava tornare dal lavoro. Dal suo sguardo si rese conto che era una persona ingenua, di quelle che vanno alla ricerca di sollievo e che sono disposte a pagare qualsiasi prezzo per evitare uno scandalo.

Si scambiarono un’occhiata e lei, facendo un grande sforzo, stampò sulle sue labbra un sorriso seducente. Lui si fermò e la invitò. Lei gli mostrò un piccolo albergo all’angolo. Camminarono lato a lato senza dire niente. Lei cercava di nascondere il suo dolore. Lui si guardava attorno per paura di essere visto da qualche conosciuto. Entrarono nell’albergo furtivamente. Salirono le scale rapidamente e si diressero in una stanza. L’ambiente era orribile. C’era sporcizia da tutte le parti. Gli scarafaggi incrociavano il loro cammino. Luci soffuse cercavano di proteggere l’anonimato dei clienti.

Quando finalmente entrarono in stanza, lei, come faceva solitamente con i clienti, cominciò ad accarezzarlo, ma lui si allontanò. Spiegò che non era lì per un programma, ma in cerca di compagnia. La tranquilizzò. Le disse di non preoccuparsi che le avrebbe pagato ciò che le spettava. Cominciò a raccontare la sua vita sacerdotale, le disse dei momenti di solitudine, ma anche della gioia che provava nel servizio alla sua comunità parrocchiale.  Alla fine della presentazione le chiese se voleva pregare con lui.

Shirley si sedette sul letto, infilò il volto tra le mani e cominciò a piangere dirottamente. Ora era un pianto di sollievo e di gratitudine per una gioa che non sapeva descrivere. Subito si mise a parlare della sua famiglia, della festa di Natale a casa sua quando era bambina, del presepe che montava con i nonni, della Messa solenne e del pranzo che riuniva tutta la famiglia. Parlò del figlio e dell’amore che aveva per lui, come anche del dolore di non essere vicino a lui.

Padre Alfonso, al vedere quelle lacrime che scorrevano lungo il suo volto, si commosse. La sua sensazione di solitudine era niente in relazione al dolore di quella donna. Le propose di pregare. Lei si inginocchiò, ma lui la prese per mano e la invitò a sedersi di nuovo sul letto. Lui occupò l’unica sedia della stanza. Aprì il Vangelo di Luca e lesse piano piano il racconto della nascita di Gesù. In seguito le domandò se voleva ricevere la Comunione. Shirley rimase sorpresa. Come poteva lei, una prostituta, ricevere l’Eucarestia. Padre Alfonso le lesse il testo di Matteo: “Le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio” (Mt 21,28). Dopo le chiese se volesse confessarsi per sentire l´abbraccio misericordioso di Dio. Lei  non ci pensò due volte,

Avrebbe voluto farlo da tanto tempo, ma aveva vergogna. Le poche volte che si era decisa a farlo, difficilmente trovava un sacerdote disponibile. Quasi sempre incontrava le chiese chiuse o sacerdoti senza tempo per ascoltare le confessioni. Così, tra le lacrime, raccontó tutta la sua storia, confessò tutti i suoi peccati e ricevette l’assoluzione. Il gesto più bello fu sentire, attraverso l’abbraccio caloroso di padre Alfonso, l’amore misericordioso di Dio Padre.

Padre Alfonso non riusciva a nascondere la sua emozione. Nel suo cuore c’era una misto di gioia e di dolore. Gli occhi di Shirley brillavano molto di più delle luci artificiali che addobavano gli alberi di Natale. Tutta quella luce gli dava una grande pace nel cuore. Ma provava  anche tristezza per tutto il dolore di quella donna reso ancora più duro dall’indifferenza e ipocrisia della gente. Alla fine dei conti non era solo Shirley che aveva bisogno di confessarsi, ma anche la società cinica, ipocrita e ingiusta che l’aveva abbandonata a una vita così degradante.

Dopo la comunione e la benedizione, padre Alfonso aprì la borsa e tirò fuori il panettone, la bottiglia di spumante e due tazze. Stappò la bottiglia e i due fecero un brindisi all’amore misericordioso di Dio che aveva visitato i due in maniera così insolita. Era l’alba quando i due ancora chiacchieravano, raccontandosi ore le cose belle della vita.

 

Sessualità/abusi su minori: “L’ascolto empatico del genitore adottivo o affidatario”

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Proponiamo la riflessione integrale di Alessandro Bruni, genitore bio e affidatario, sull’ascolto empatico dei genitori adottivi o affidatari di un bambino abusato.

LEGGERE I SILENZI, LEGGERE IL CORPO

Il silenzio. Ascoltare richiede attenzione e presuppone una scelta, infatti è il “concentrarsi della mente su un determinato oggetto, distogliendosi momentaneamente da ogni altro pensiero. L ‘ascolto, mette al centro il bambino, che per vari motivi, può non essere in grado di parlare, eppure con la sua sola presenza, con il suo solo esserci, racconta di sé. Leggere i silenzi è dunque ascoltare il corpo.

Il silenzio è un modo di vivere inosservati, così come fanno i cuccioli, gli animali, gli uomini che nel percepire il pericolo si acquattano e si fingono morti, così si puo’ ascoltare questo tipo di silenzio che racconta il terrore, lo sperare di non essere presi in considerazione, ”se taccio non mi vede “, ma vi è anche il silenzio della riflessione o della confusione, della regressione al pre-verbale, del mutismo traumatico o selettivo.

Eppure al bambino abusato noi chiediamo di parlare di raccontare, di rinnovare il dolore per avere una prova inconfutabile: per permetterci di costruire la così detta prova-provata deve parlare in modo giuridicamente accettabile, altrimenti si archivia il caso!

Ecco perché bisogna imparare ad ascoltare il silenzio del dolore e della vergogna di un bambino, frugato e lacerato nell’intimo della carne e spesso nella fiducia dei sentimenti. Silenzio che può comparire all’improvviso, anche durante un fluente racconto di fatti pertinenti, in quel momento bisogna cogliere il significato di quel ritirarsi, forse si è toccato un argomento non ancora maturo, forse un ricordo improvviso è esploso nella memoria, forse bisogna fermarsi ed aspettare, intuire, prevenire, rassicurare, intervenire, stringere una mano o lasciarla andare, questo è saper ascoltare il silenzio.

Il corpo. Cosa racconta la fobia di essere toccato, quale esperienza penosa scatena l’attacco asmatico, il vomito? Perché quell’odore, quel profumo o quella puzza sconvolgono il bambino? Ricordo il terrore di una bambina al mio tentativo di farle una carezza, l’urlo di terrore di un bambino al mio avvicinarmi. Perché?

Dicono che non vogliono il latte e poi si lasciano sfuggire che è ”perché il latte di papà era cattivo“, non vogliono aprire la bocca perché temono di soffocare, spesso non si reggono in piedi, hanno una vera e propria ipotonia, forse così facendo hanno evitato ulteriori violenze.
Non hanno più il controllo degli sfinteri, si sono arresi alle penetrazioni, non sono più in grado di trattenere nulla, contrarre i muscoli comporta ulteriore sofferenza perché a questo sono stati obbligati ed abituati, violando e forzando l’etica psicosomatica del loro corpo. Si lavano le mani e il corpo in modo ossessivo con espressioni di disgusto: in modo inconscio si purificano.

In molti casi vi è una forte riattualizzazione psicosomatica, oppure compare una risposta stereotipata, come in quei bambini che di fronte ad una macchina fotografica o ad una cinepresa si muovono senza imbarazzo ed inibizione, con mosse seduttive, mimando comportamenti erotici, perché utilizzati per riprese pedopornografiche, forse in un istinto di sopravvivenza hanno imparato ad essere docili per evitare attacchi sadici.

Le persone di riferimento, nuovi genitori, psicologi, assistenti sociali, devono essere preparate al cercare del bambino di sessualizzare il rapporto personale: è un’esperienza sconvolgente, ma il bambino utilizza l’unico modo che conosce per entrare in relazione con l’adulto.

Il padre affidatario che deve affrontare una bimba abusata dovrà agire con molta forza d’attenzione in modo che i suoi gesti non siano male interpretati: lei tenterà un approccio fortemente sessualizzato, soprattutto per ottenere piccoli regali o riconoscimenti di preferenza. Correggere è possibile con molta pazienza e fermezza, ma sempre con la giusta affettuosità.

Bisogna ricordare che il minore abusato esprime i suoi sentimenti come fa il mimo nell’arte scenica: sostituendo la parola con il gesto e l’atteggiamento. I genitori accoglienti devono tenere presente la loro funzione di specchio in cui il bambino può riconoscersi, controllando il loro stato emotivo, sapendo che ciò che sta accadendo è l’inizio della riparazione del trauma della giovane vittima.

Concludendo, questo post è doloroso. Le parole dette su silenzio e corporalità fanno comprendere come silenzio e corpo siano fortemente indicativi di drammaticità di abuso e come i genitori accoglienti devono essere preparati a comprendere o a individuare silenzi e atteggiamenti sospetti. Se in campo professionale si ritiene necessaria una preparazione specifica dello psicologo tramite un training psicosomatico, a maggior ragione questa preparazione deve essere fatta sui genitori accoglienti per renderli più capaci di comprendere e di correggere amorevolmente.

LEGGERE IL GIOCO E LE PAROLE

Nulla è più vero ed immediato della rappresentazione psicodrammatica del gioco che il bambino abusato compie. Attraverso il gioco racconta situazioni, fatti, atti compiuti o subiti, identifica persone, luoghi, indica terrori e consolazioni, compie vendette e passaggi all’atto, vive crisi abreattive (termine della psicanalisi per indicare l’improvvisa scarica emotiva per mezzo della quale il paziente si libera di antichi traumi inconsci e repressi), modifica in termini difensivi o enfatizza in termini aggressivi,  punisce se stesso e l’altro da sé (classico lo scaricare davanti allo specchio il vissuto dei traumi o l’imprecazione solitaria e improvvisa ad alta voce al ricondo di un fatto ritenuto spiacevole, ma non raccontabile).

Il bambino lasciato nel silenzio del suo rappresentarsi racconta cose che altrimenti non saprebbe come trasmettere. Come quella bambina che continuamente denudava le Barbie e con il rossetto disegnava i capezzoli e il pube…; come quel bambino che metteva gli elefantini uno dietro l’altro e diceva che era il gioco del pisello che facevano con lui il papà e i suoi amici …; come il gioco del dottore fatto con un signore vecchio che “infilava le supposte nel sederino”…; come la mamma che “giocava a farle male per farla piangere, per poi fare la pace con tanti baci sulla passerotta“…

Le parole servono per indicare le cose ed esprimere le idee in modo chiaro e diretto, se si ha liberta’ intellettuale, e in modo criptico o  simbolico  se vi è soggezione o si è subita violenza con riduzione in schiavitù, come spesso accade ai bambini abusati, resi oggetti pedofili .

E’ nell’ascolto delle parole  del bambino, che il genitore deve essere duttile, empatico, tranquillo,  non suggestivo, non direttivo, non manipolatorio. In sintesi, non deve ingabbiare la comunicazione spontanea del minore e deve trovare identità di linguaggio: solo in questo modo potranno dialogare in termini paritari. E’ una operazione molto difficile per un genitore e senza ogni dubbio è bene che venga svolta da un professionista. La cosa migliore è non far trasparire le proprie emozioni, valutare con delicatezza e razionalmente. Nel sospetto, rivolgersi ad uno psicologo specialista del servizio pubblico.

Quando il bambino parla è perché ha deciso di fidarsi, il genitore o la sua persona di riferimento, è divenuta di sua fiducia. Quell’adulto può ascoltare e sapere la sua storia, basta che stia ai suoi patti, inutile insistere nel voler sapere di più, se in quel momento il bambino dice basta.

Mai fare domande, sempre essere pronti ad accogliere anche la più sconvolgente delle rivelazioni, o la più banale fabulazione. Il piccolo abusato compie sempre una sorta di messa alla prova nei confronti di quell’adulto che vuole sapere i suoi segreti. In lui scatta il meccanismo di chi essendo stato sottoposto a regole altrui, con chi si fida e pensa di poterlo fare, è lui a dettare le regole di quando dire e cosa dire.

Ascoltandolo, il nostro fare tranquillo e sereno, permette, in una dinamica identificatoria, che il bambino non si senta destrutturato, inizia così ad introiettare una capacità riparatoria che già nell’atto dell’essere ascoltato  assume un aspetto  terapeutico, catartico (purificante), cosi facendo l’ascoltatore esplica una funzione psicologica, riportando il minore alla corretta percezione di sé e degli adulti.

Si crea la magia del contenitore concentrico, l’adulto (ad esempio la mamma, ma potrebbe essere l’operatore) contiene le ansie e le paure, le ferite e i ricordi traumatici del bambino. Avviene il trasporto ansiogeno da lui al contenitore più ampio, scaricandolo in parte della tensione, della colpa, della paura.

Si viene così a creare il momento dell’ascolto empatico, ogni minimo errore può pregiudicare  il prosieguo della narrazione, la vittima ora è recettiva ad ogni stimolo ed è in questa fase che il disegno può prendere il posto della verbalizzazione, il disegno può dire, raccontare descrivere ciò che con le parole non si sa dire. Questo significa che il bambino può iniziare un racconto senza concluderlo poiché quando diviene troppo doloroso parlare continua la sua narrazione con un disegno, con un gioco, con un atteggiamento.

Quando  la vittima racconta si può apprezzare direttamente il suo stato di agitazione, la ritrosia a tornare su argomenti evidentemente sollecitanti vergogna, tensione interiore e sofferenza, che si traducono in risposte brevi, in parole sommesse o urlate e in ricorrenti e manifesti tentativi di eludere  i temi ansiogeni, anche con i disegni o i comportamenti gestuali. E’ questo il momento della rivelazione, caratterizzato da processualità, progressività e segmentazione della narrazione. Questo avviene nel momento in cui la vittima percepisce il consolidarsi del rapporto di fiducia instaurato con la persona  cui viene affidato il ricordo.

Concludendo, sono consapevole di aver portato i lettori verso la soglia di un inferno che non vorremmo mai conoscere. Tuttavia, non dobbiamo fermarci al nostro disagio e rivolgere le nostre cure al bambino abusato e accolto. Dobbiamo riflettere sulla paura, l’angoscia, il dolore, la vergogna, la solitudine che quel bambino tradito deve aver provato da parte di chi doveva proteggerlo e amarlo. In questa condizione, il genitore accogliente deve imparare ad aiutare in modo adeguato, con l’aiuto e a supporto di professionisti, con un ascolto sensibile e competente.

Missione impossibile? Non è così, l’esperienza di molte famiglie accoglienti e di bambini abusati dicono che è possibile.

 

(fonte: crescerefiglialtrui – blog)

Sessualità/abusi su minori: “Lavorare con il minore e la famiglia adottiva”

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Lettura dello studio “La famiglia adottiva di fronte all’abuso: l’esperienza degli operatori delle équipes adozioni” di Alessandra Simonetto e Marina Farri – Torino, febbraio 2007

Di fronte ad un abuso sessuale la soluzione estrema è un estremo cambiamento nella vita del bambino: i servizi sociali lo affidano ad una coppia adottiva. E’ quello che succede ad un certo numero dei nostri bambini. Le tabelle del link che invitiamo a visionare riepilogano come si individua un abuso (segnali e sintomi dell’abuso espressi dal bambino) e come si sceglie una famiglia adatta a quel bambino.

Si parla poi dei cambiamenti necessari a livello familiare con la scelta oculata di una coppia adottiva consapevole e preparata all’evento. Si richiede, inoltre, l’accettazione del rischio sanitario da abuso, il che presuppone che la coppia sia stata informata dei fatti. Ma il cambiamento deve investire anche gli operatori e il legislatore che dovrebbero mostrare maggiore sensibilità in tema di abuso e fornire strumenti di supporto alla coppia.

Il supporto si esplica sul minore attraverso la facilitazione nel creare nuovi legami all’interno della neo famiglia e l’elaborazione dell’esperienza traumatica; sulla coppia attraverso strumenti atti alla formazione e sostegno del nuovo nucleo familiare; sul contesto allargato che dovrebbe essere in grado di offrire contenimento e cura al minore alla coppia.

Viene sottolineata l’importanza del rispetto dei tempi del bambino nell’elaborazione della vicenda, senza drammatizzare il passato ma aiutandolo nella ricostruzione della sua storia personale. Si insiste più volte sul sostegno della coppia sia da parte degli operatori sia della famiglia allargata.

(fonte: http://www.8ealtro.it/files/11-simonetto.pdf).

Sessualità/abusi su minori. Col senno di poi….

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Dalla letteratura internazionale si rileva che tutte le condizioni di abuso vissute dal bambino tendono ad aggravarsi nel tempo, non hanno una risoluzione spontanea Inoltre, è stato rilevato che la percezione della condizione di abuso varia a seconda del contesto socio-culturale; quando se ne rilevano i segnali in un bambino si deve quindi tenere conto anche delle radici culturali della famiglia (questo non significa che l’abuso è più o meno grave in funzione del contesto, ma semplicemente che l’azione di tutela e di terapia deve tenere conto del contesto sociale).” – Alessandro Bruni, papà biologico e affidatario