Archivio mensile:agosto 2015

Sessualità/abusi su minori: “L’importanza della narrazione del bambino e dell’ascolto empatico dell’adulto”

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Troviamo disarmante che tra le vittime di abuso solo una piccola percentuale si confidi con i genitori. E’ ovvio che ogni caso va valutato a sé e dipende da contesto familiare in cui si vive. Spesso il bambino vede la madre come una figura fragile su cui non si può far cadere un peso così importante; altre volte si vergogna e si sente responsabile dell’accaduto. Per noi genitori adottivi responsabili significa che il bambino non trova spazio per il suo racconto, forse perchè gli adulti si assumono sempre meno responsabilità e lui lo capisce.“Va ricordato che la comunicazione di un bambino che vive una condizione di forte disagio inizia non dalla sua bocca ma dall’orecchio di chi ascolta.”- questa è la sintesi importante di un articolo di Claudio Foti, psicoterapeuta, apparso su Minori e Giustizia nel 2007 dal titolo “Il negazionismo dell’abuso sui bambini, l’ascolto non suggestivo e la diagnosi possibile” che vi invitiamo a leggere completo (http://www.8ealtro.it/files/1-Negazionismo.pdf)

 

La violenza esiste ma tende ad essere negata. La stessa comunità scientifica è arrivata con forte ritardo e con forti resistenze a studiare e classificare le sindromi post traumatiche, a riconoscere e a considerare le reazioni traumatiche nei bambini.

La negazione è intrinseca alla violenza: dopo l’azione c’è la negazione. A ciò si aggiunga che la mente umana tende a negare un evento che travalica la possibilità di elaborazione. Questa è la ragione per cui le atrocità della storia umana tendono a non essere credute, ricordate, documentate da parte degli storici. L’ultima ipotesi che un’équipe di operatori prende in considerazione nella diagnosi del malessere di un bambino è quella della violenza ai suoi danni.

Anche nella società c’è una difficile ammissione dell’abuso sessuale. Il soggetto sociale potente cerca di squalificare la vittima. La vittima in quanto donna, in quanto bambino è già soggetto debole e socialmente svalutato, la squalifica e l’isolamento rendono l’esperienza incomunicabile. Se la vittima non trova un ambiente sociale supportivo, soccombe.

“La vittima deve trovare un ambiente sociale supportivo”

Una società basata sulla forza e sul privilegio tende a non valutare il soggetto traumatizzato. Sviluppare, allora, l’attenzione clinica verso questi soggetti significa riprendere valori democratici e solidaristici. Ma prima bisogna riconoscere che l’abuso sessuale sui minori è un fenomeno che ha dimensioni endemiche nella nostra cultura e che nonostante le sue dimensioni massicce, il fenomeno è destinato per molti aspetti a restare sommerso ed impensabile. C’è poi l’immagine della famiglia felice e accudente, difficile mito da sfatare.

Il trauma emerge e riemerge nei momenti meno impensabili se non viene elaborato anche solo attraverso la narrazione. E’ la solitudine in cui si trova il bambino ad rendere più grave il trauma. Difficilmente un bambino racconta ciò che non ha vissuto. Sebbene i ricordi degli eventi originari possano subire delle distorsioni, il fatto che i sopravvissuti ricordino l’essenza della questione è in definitiva quello che conta. Ma ciò che racconta non dà una buona immagine della società in cui viviamo e ciò non è conveniente. La vittima evoca la fragilità e debolezza della condizione umana.

Tutto s’innesta nella cultura dell’esaltazione della carne senza pensare alle conseguenze. L’attivazione prematura della pulsione sessuale nel bambino produce alterazioni neurobiologiche molto gravi, sollecita la vittima al ricorso a forme dissociative per tentare di difendersi dal richiamo confuso e disorganizzante dell’eccitazione precocemente sperimentata. Per questo va combattuta l’idea sempre più largamente accettata che la ricerca del piacere sessuale sia sempre giustificata.

“Una società sessualizzata come la nostra tende ad esaltare il piacere sessuale come valore sempre e comunque positivo

Un caposaldo del negazionismo è la rappresentazione di un bambino compiacente dell’adulto incapace di trasmettere la sua autonomia comunicativa. La dominazione attraverso il sesso ha sempre accompagnato il rapporto tra padrone e schiavo, fra dominatore e dominato, fra vincitore e vinto, fra potente e suddito – Ida Magli. Va invece detto, per sottolineare il significato di adulto che

“La capacità di domare gli impulsi non è un optional, ma un ingrediente insostituibile della maturità umana e spirituale”

Ciò che risulta sempre deleterio è il rapporto relazionale con l’adulto su cui ricade la responsabilità morale e giuridica dell’accaduto. Purtroppo quando ci s’imbatte in casi di abuso si tende a delegare a qualcun altro le responsabilità. Invece dovremmo parlarne sempre e di più perché ciò aiuta gli adulti attenti e sensibili ad aiutare i bambini in difficoltà. Ricordiamo che il silenzio aiuta a perpetuare l’abuso. In molti casi i bambini non vengono messi nella condizione di comunicare all’esterno il loro malessere. Si preferisce “la suggestione negativa” che altro non è che un comportamento degli adulti che scoraggia il bambino ad avvicinarsi alla propria debolezza e sofferenza per elaborarle.

“Come possiamo stare con un bambino che è stato traumatizzato, cosa possiamo fare per lui come adulti?”

Qui entra in campo il rapporto empatico:

“Il bambino cerca un interlocutore che si interessa a lui come persona e che non lo giudicherà dalla sua storia.”

Cerca un adulto che gli possa far riguadagnare la fiducia nel mondo degli adulti che l’ha così profondamente tradito. Non esiste ascolto senza un impegno dell’adulto a manifestare al bambino capacità di accettazione della sua condizione, disponibilità di tempo e mentale a rapportarsi con lui e vicinanza emotiva. L’obiettivo è quello di tranquillizzarlo, di fargli capire che sei un adulto sicuro. E’ necessario che il suo ascoltatore contenga le emozioni del bambino. L’atteggiamento dialogico alterna atteggiamenti di comprensione empatica con atteggiamenti di curiosità, intesa come interessamento rispettoso e non pressante.

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Fuori dal coro: “Adozione e la scuola che dovrebbe accompagnare i nostri ragazzi”

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Prima ragazzi che studenti. Guai se la scuola lo scorda

(da: Giovani e storie, Avvenire del 19 agosto 2015)

Sono una mamma adottiva ormai da dodici anni. Osservo, a volte con tristezza, quanto la scuola italiana sia avara nei confronti dei nostri figli provenienti da culture diverse, che spesso faticano ad adeguarsi ai canoni di un insegnamento standard.
Eppure, sono menti vivaci, portate al “problem solving” perché abituati a districarsi in ambienti in cui te la devi cavare in qualche modo con i mezzi che hai. Ci sono storie dietro i ragazzi che vanno a scuola, non sono solo studenti. Non ci si può limitare a una valutazione puramente numerica.
Non sto scaricando tutta la responsabilità sugli insegnanti, però posso dire che in presenza di una famiglia disposta a collaborare non sempre gli educatori si fermano ad ascoltare, in particolare alle superiori.
La bocciatura fine a se stessa è inutile, se non dannosa, nel caso di un figlio adottato, perché non risolve i problemi di natura affettiva che rallentano l’apprendimento. La bocciatura ha senso se si accompagnano il ragazzo e la famiglia in un percorso diverso, se si danno delle alternative. La famiglia e il ragazzo, però, andrebbero sostenuti per evitare la bocciatura, per attutire il contraccolpo sul ragazzo. Perché i nostri figli valgono, anche se non sono i migliori secondo un sistema scuola che, non dimentichiamo, è costruito su misura della “classe dominante”, come era stato osservato da don Milani. Che fare? La solitudine della famiglia è grande, soprattutto quando hai di fronte un ragazzo con potenzialità che non sai come incanalare in un contesto scolastico poco flessibile. E il rischio abbandono è davvero molto alto.
Roberta Cellore

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Risponde Luigi Ballerini, psicoanalista e scrittore.

Uno studente è prima un ragazzo che uno studente. Ringrazio di cuore la nostra lettrice per averci ricordato questa verità semplice ed evidente, che come tutte le verità semplici ed evidenti rischia a volte di essere ignorata. Se poi il giovane vive una condizione particolare, come il trovarsi in un tessuto culturale e sociale molto diverso da quello in cui è nato e, magari, cresciuto, l’affermazione è ancora più significativa. L’apprendimento non è mai un processo meccanico, il ragazzo che impara non è assimilabile a una carta assorbente che si imbibisce. È fondamentale per lui sentirsi a proprio agio, compreso e accolto nel contesto in cui ciò accade. L’insegnante pertanto non può essere solo un verificatore, è innanzitutto un compagno di cammino. Sta a lui suscitare la voglia nello studente, innestando la passione che nasce sulla sua propria. Così come sta a lui usare l’affetto e la flessibilità necessari a personalizzare il percorso, riconoscendo e facendo leva su tutte le risorse che si sono già dimostrate attive, seppur in contesti diversi. Nel caso di risultati insoddisfacenti deve poi aiutare il ragazzo in difficoltà non tanto a trovare la sua strada, ma a costruirsela. Anche con creatività. Non esiste infatti una strada predeterminata che andrebbe scovata, la strada viene costruita dagli incontri e dagli accadimenti.
Nella lettera è denunciato un contesto scolastico poco flessibile. Che fare, viene anche chiesto. Innanzitutto, direi, difendere il ragazzo, soprattutto se l’ambiente è davvero sordo alle istanze della persona e non ne riconosce il valore. La difesa è difesa di un pensiero di profitto. Significa lavorare perché il giovane non si scoraggi, non inizi a pensare lui stesso di non valere niente, di non poter costruire nulla. E poi guardarsi intorno: farsi aiutare da altre famiglie, cercare nuovi insegnanti e nuove scuole. L’abbandono scolastico è una sconfitta per tutti. È un atto disperato, perché figlio dell’idea che non possano più darsi frutti. I frutti invece arrivano sempre, con il tempo e il lavoro. Che la nostra certezza al riguardo sostenga i più giovani anche nei momenti più scuri.
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(fonte: http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Giovani%20storie/Prima%20ragazzi%20che%20studenti.

%20Guai%20se%20la%20scuola%20lo%20scorda_20150819.aspx?rubrica=Giovani%20storie)

Sessualità/abusi su minori: “Gli adulti evitano il discorso”

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Parlare di un argomento che ci mette a disagio può aiutarci, a nostro avviso, a smontarlo e ad affrontarlo meglio. L’idea di questa sezione è nata nel negozio di una parrucchiera che abbassando la voce ci ha detto: “Sto sentendo cose terribili sui bambini adottati. Molti di loro sono stati abusati”. Qualche anno fa c’è stata la vicenda di Maria (nome di fantasia), la bambina bielorussa ospite in Italia in una delle vacanze sanitarie annuali, che “è stata rapita” dalla coppia affidataria per evitarle di tornare nell’istituto dove subiva abusi.

Come stupirsi? Sappiamo bene che gli istituti non sempre sono oasi di felicità. Sappiamo anche che, a seconda del paese di provenienza dei nostri figli, ci possono essere adulti deplorevoli locali o provenienti da altri luoghi. Ci riferiamo, ad esempio, al turismo sessuale in Brasile e Tailandia. Pensiamo forse di “tutelarci” dicendo no, non voglio un bambino abusato? Ci sembra un’affermazione che non tiene conto della realtà dei fatti.

Infatti, non sempre i servizi sociali sono al corrente di ciò che è accaduto al bambino. A volte le famiglie si ritrovano a gestire i racconti dei propri figli senza un’adeguata preparazione. Per questo abbiamo attivato questa sezione, per non entrare nel panico di fronte a racconti imprevisti che potrebbero metterci in difficoltà, ma che, se opportunatamente gestiti, possono rappresentare un passo molto importante nell’avvicinamento tra coppia e bambino.

Tutte le coppie adottive consapevoli hanno al loro interno una loro specialità. C’è chi si fa carico di neonati malnutriti e sottopeso; chi accoglie tre bambini senza fiatare; chi accetta bambini grandicelli domandandosi se sarà all’altezza, ma poi è felice e gratificato dal frutto che quella pianta saprà dare; chi apre il suo cuore a bambini di altra carnagione in un contesto culturale non sempre facilitante; chi ha energie per far fronte ad un handicap con il sorriso sulle labbra. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano coppie disposte ad aggiustare la ferita di un bambino abusato solo perché tale marchio è ancora infamante per la nostra società.

Lo scopo di questa sezione è quello di:

  • sdrammatizzare (che non significa sottovalutare) l’eventuale riconoscimento del trauma
  • smontare la credenza che un abuso sia “per sempre” perchè uscire dal trauma si può, se opportunatamente gestito
  • avvisare che adottare un bambino di tre o quattro anni non significa essere “salvi” da tale pericolo, perché i pedofili si stanno interessando a bambini sempre più piccoli
  • ricordare che in alcuni casi le violenze avvengono all’interno dell’istituto
  • informare le coppie perché non si trovino sprovviste di una piccola guida per gestire l’imprevisto

 

Ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che:

IL BAMBINO E’ LA VITTIMA E NOI ABBIAMO IL DOVERE DI AIUTARLO. 

Convegno AiBi: “Adozione Internazionale in cerca di futuro”- Gabicce ago 2015

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CONVEGNO

Adozione Internazionale in cerca di futuro

26 e 27 agosto

Gabicce Mare (PU) – Grand Hotel Michelacci

L’accoglienza familiare continua il suo declino, qui in Italia come negli altri Paesi storicamente accoglienti. Solo a casa nostra, negli ultimi 5 anni, le adozioni internazionali si sono dimezzate. Questo Convegno Internazionale sarà l’occasione per indagare sulle ragioni di tale caduta attraverso il confronto con altre realtà di oltre confine nell’intento di riflettere su quali strade sia necessario incamminarci per far si che uno degli strumenti di protezione più importanti per i minori in stato di abbandono non venga a scomparire.

L’esperienza a tutto campo che verrà presentata nell’arco delle due giornate metterà a fuoco i fattori esogeni, magari comuni a tutti i Paesi accoglienti, ed i fattori endogeni che caratterizzano e diversificano l’esperienza spagnola, da quella francese a quella italiana.

In una sorta di excursus dell’adozione internazionale, locale e globale, raccoglieremo elementi di confronto e crescita. Indagheremo su nuovi strumenti da inventare e sistemi da riorganizzare. Ragioneremo sull’etica dell’adozione internazionale partendo dal rivoluzionario lavoro che la Conferenza de L’Aja sta conducendo per la trasparenza. Approderemo a casa nostra e cercheremo di capire come tali principi possano e debbano declinarsi operativamente al fine di restituire fiducia e speranza alle tante famiglie disposte a divenire casa per i milioni di bambini ancora adottabili.

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Il convegno internazionale si svolge nell’ambito della XXIV settimana delle famiglie di Amici dei Bambini.

L’appuntamento prevede momenti formativi di studio e momenti di svago.

Per programma e scheda iscrizione: 

Allegati

Programma

“I colori del vuoto”, un libro che diventa spettacolo

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Racconti di adottati, genitori adottivi e naturali

 

di e con Ramona Parenzan

Lo spettacolo è una declinazione drammaturgica in forma di monologhi che si susseguono, dei racconti presenti nella raccolta (Autori vari, a cura di Ramona Parenzan) I COLORI DEL VUOTO, edito da Libere Edizioni

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Spazio scenico in ombra. Sei sedie vuote. Accanto ad ogni sedia, in basso, si trovano degli “oggetti speciali”, un po’ curiosi: una balena rosa, una lampadina, un paio di scarpe con la zeppa anni settanta, un vecchio disco in vinile, un paio di scarpette da danza… Sono i preziosi oggetti simbolici che hanno “salvato” dal vuoto i protagonisti delle storie. Una voce fuori campo introduce il tema attraverso delle domande ripetute. Sul telo scorrono immagini. Poi, lentamente, quasi per magia, arriva cantando la narratrice. Sedia dopo sedia, oggetto dopo oggetto, fotografia dopo fotografia, illustrazione dopo illustrazione, prendono corpo, colore e voce le storie e i racconti presenti nel libro. Lo spettacolo diventa così  un delicato, e a tratti anche surreale, susseguirsi di voci rappresentative di adottati, genitori adottivi e genitori biologici alla ricerca dei propri figli, desiderosi di comunicare agli spettatori, le loro più profonde emozioni. Il tema centrale dei racconti è l’abbandono e la perdita, ma anche i vari modi in cui i protagonisti sono riusciti, nel tempo, a trovare risposte e a ridipingere il vuoto.  

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Note tecniche   Durata:  60 min, più dibattito con il pubblico per un totale di circa due ore

Montaggio scenografia: quindici minuti circa

Spazio scenico: teatro, aula magna, auditorium, biblioteche, palestre e spazi aperti

Dispositivi richiesti: pc, telo bianco, proiettore, 6 sedie, casse acustiche

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Costi 120 Euro nette (più eventuali spese di viaggio e di pernottamento)

Performer Ramona Parenzan, autrice di vari libri, racconta storie

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Per informazioni Ramona Parenzan 339 1622954;  ramona.parenzan@libero.it

“I colori del vuoto”: intervista alla curatrice del libro, Ramona Parenzan

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Ramona parla del vuoto che ragazzi adottati, genitori adottivi e genitori biologici si portano dentro. Un vuoto che può essere colmato se solo lo si vuole e non si ergono barriere. Se si comunicano le emozioni e si decide di non viverle più in solitudine.

L’intervista mette in luce gli obiettivi del libro e come è nato. Ramona, inoltre, legge stralci di tre racconti che spaziano dal significato di abbandono per una ragazza adottata, all’importanza dell’incontro con la mamma biologica, tutto condito dal sentimento di chi ci è passato davvero.

Buon ascolto.

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