Archivio mensile:maggio 2015

Colombia. Il Libro: “Viaggio di vita”

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Proponiamo questo libro scritto e documentato con splendide foto da un giovane che ha visitato la Colombia accompagnato da un sacerdote compaesano. I fondi raccolti vanno all’attività di Padre Bruno Del Piero che per 50 anni ha aiutato le gente locale con passione e gioia in un ambiente martoriato da guerriglia,assassinii e problemi sociali. Ad un anno dalla sua scomparsa, vogliamo ricordare l’impegno di Padre Bruno, un sodalizio con la popolazione colombiana che prosegue attraverso i collaboratori da lui stesso formati. Per contribuire basta contattare l’autore Alberto Cancian al seguente indirizzo mail: albento.cancian@gmail.com. Il libro è stato proposto dalla rivista Missioni Consolata.

Di seguito Alberto ci sintetizza la formidabile esperienza in questo paese che si sta risvegliando sotto un profilo economico, ma che ancora soffre di gravi disparità sociali

“Io sono stato in Colombia relativamente poco per capirla e comprenderla davvero nel profondo, però ho avuto la fortuna di visitarla con una persona che è lì da 50 anni e quindi tutto è stato più profondo di riflesso.

Sono andato in Colombia nel marzo 2012, avevo 26 anni ed il mio scopo era quello di andare a visitare le terre, dove appunto da 50 anni opera un missionario del mio paese, Roveredo in Piano, in provincia di Pordenone. Ho sentito parlare di padre Bruno Del Piero fin da piccolo, mi ha sempre affascinato, ed in quel mese ho avuto la fortuna di concretizzare le mie immaginazioni ed i miei desideri. Abbiamo visitato la Colombia in lungo ed in largo, nelle zone inaccessibili di foresta amazzonica e nelle megalopoli, non era turismo, ma viaggio.

Padre Bruno avendo aiutato quella terra ed i suoi popoli per decenni è molto amato e questo ha permesso un mio inserimento molto più agevole e sicuro in quei confini, ancora tanto instabili.

Ho potuto sperimentare le condizioni di vita delle popolazioni locali, nelle loro grandi diversità. La maggior ricchezza della Colombia è infatti nelle sue diversità, di habitat, di vegetazioni, di zone climatiche e di etnie, con i loro usi e costumi. Ho potuto toccare con mano e sperimentare la situazione a Nord della Colombia, nella zona lambita dal Mar dei Caraibi, dove la popolazione è in gran parte di discendenza africana poichè lì sono stati fondati i maggiori porti dei colonizzatori nel continente sud-americano con il conseguente commercio degli schiavi. Qui gran parte della popolazione vive in condizioni precarie ma ci sono stato troppo poco per capire a fondo le reali problematiche, se non altro ho intuito la semplicità della gente, il vivere legato al sostentamento e non al guadagno, l’integrazione razziale e sociale ed i lenti ritmi legati principalmente al caldo opprimente ed umido dell’area caraibica.

Ho avuto poi la fortuna di essere accompagnato nel centro della Colombia, nella metropoli che è anche la sua capitale, Bogotà, una città da quasi 9 milioni di abitanti..quelli censiti! Anche qui le condizioni sono spesso precarie, ma la situazione è diversa rispetto al Nord della Colombia. Appunto perchè ci si trova in una metropoli, ed in Sud America questo status porta con se tutte le sue difficoltà, dalla delinquenza alle enormi differenze fra classi sociali. Basta passare in taxi nelle vie degli sterminati sobborghi della città per rendersene conto. Qui è evidente l’opera delle varie istituzioni religiose soprattutto a livello educativo, con le decine di scuole e collegi che accolgono i bambini, li formano e a volte li tolgono da situazioni sociali davvero dure e pericolose. Le difficoltà ovviamente variano all’interno delle classi sociali, ma in ogni caso la maggior parte della popolazione appartiene a quelle più povere. C’è da dire però che il sistema educativo della città è abbastanza completo, anche per quanto riguarda le Università, che sono molte, questo credo sia principalmente dovuto al fatto che si parla della principale città di questo stato.

La terza macroarea colombiana che ho avuto la fortuna di conoscere è anche quella che mi affascinava di più prima della partenza, nella quale sono stato di più durante il viaggio e che mi ha lasciato i più incredibili ricordi una volta rientrato in Italia, ed è la zona a Sud, quella Amazzonica. Parte del territorio colombiano infatti è costituito da zone di foresta, solcate dagli enormi fiumi che confluiscono nel Rio delle Amazzoni, sono principalmente le regioni Caquetà, Putumayo e Amazonas. Come detto anche questa zona è completamente diversa dalle altre, per clima, flora e fauna e popolazione. Infatti qui vivono i discendenti degli indios e degli europei che si sono spinti fin qui, ma lungo i fiumi sono ancora presenti vari villaggi indigeni, più o meno modernizzati, addirittura alcuni ancora inesplorati. Qui ho visitato alcuni centri abitati sorti sul fiume Putumayo, il gigante d’acqua che fa da confine fra Colombia e Perù e sono stato anche accompagnato lungo i fiumi a visitare alcuni villaggi indigeni. In queste zone l’opera dei missionari è stata fondamentale, risulta evidente come siano stati e siano tutt’ora un’ancora di salvezza per la popolazione. Grazie a loro infatti sono stati fondati collegi, scuole, ospedali e strutture sanitarie e la loro opera è testimoniata anche da come siano benvoluti. Nello specifico ricorderò sempre come in ogni fangosa via di queste regioni Padre Bruno venisse salutato, fermato e ringraziato con amore e riconoscenza infiniti.

Come detto in queste aree le istituzioni scolastiche sono state avviate quasi in toto dalle istituzioni religiose e poi coadiuvate dallo stato, soprattutto nei villaggi lungo il fiume, che praticamente isolati dal mondo e raggiungibili quasi solo via fiume, hanno potuto accedere ad una sana modernità solo attraverso i missionari. In ogni caso anche qui le condizioni sono abbastanza precarie, l’aspettativa di vita molto ridotta ed alcune malattie endemiche ancora presenti. La natura però dà tutto, cibo, frutta, materie prime per la costruzione, da questo credo si possa capire ancor meglio come in molti si battano per la protezione della Foresta Amazzonica, quel bene di tutti sempre più devastato senza rimedio.

Nonostante i miei giorni in Colombia non siano stati molti, grazie alla mia “guida” esperta e amata, ho potuto coglierne alcuni degli aspetti più profondi, quelli che ti toccano dentro e ti fanno cambiare e crescere, quelli che ti danno la consapevolezza delle nostre più piccole fortune e ti fanno scoprire il vero valore delle cose. Una delle cose più belle che mi è rimasta del mio viaggio è il sorriso di ogni bambino che vedevo per strada. Fossero essi di origine africana, indigena o spagnola, avessero i piedi nudi o la maglietta bucata, ognuno di loro mi regalava un sorriso spensierato, e allora mi chiedevo, è più fortunato chi di materiale ha poco o niente però di quel poco è contento, o chi di materiale ha tutto, ma in fondo non si accontenta mai?

Alberto Cancian

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AmLatina. Il personaggio: Oscar Romero

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Postiamo la parte finale di una riflessione sulla figura di Mons. Oscar Romero che la Chiesa,  oggi (23 di maggio), proclama Beato. di P. Saverio Paolillo, missionario comboniano in Brasile

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Mons.Romero è stato l’uomo delle Beatitudini perseguitato da persone che si professavano cristiani

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Egli è stato ucciso per volere di cristiani. All´origine del suo omicidio e delle situazioni di morte che hanno fatto soffrire la sua gente c’erano persone che si professavano cattoliche. A differenza di quello che avveniva nei primi secoli della Chiesa quando i cristiani erano sacrificati da chi rifiutava la proposta di Gesù Cristo in nome del culto all´imperatore, il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero e di molti altri è avvenuto in un contesto prevalentemente cristiano. Chi ha deciso la sua morte, chi ha sponsorizzato le dittature militari e chi ha sporcato de sue mani con il sangue di innocenti provocando danni irreparabili a migliaia di famiglie che hanno visto i loro familiari esecutati ingiustamente o scomparsi definitivamente, chi ha promosso da sempre progetti politici ed economici che hanno scavato solchi sempre più profondi tra poveri e ricchi, nella maggior parte dei casi, ha avuto formazione cristiana.

E, come se non bastasse, i suoi persecutori, oltre ad agire in maniera totalmente contraria al Vangelo, hanno avuto il coraggio di presentarsi come paladini di Dio e difensori della verità e, attarverso il terrorismo delle chiacchiere, hanno infangato il nome di Mons. Romero e di tutte le altre vittime accusandoli di sovversione e di tradimento della Chiesa. Il martirio dell’arcivescovo Oscar Romero è quindi un atto di odio alla fede vissuta secondo il Vangelo delle Beatitudini. Mons. Romero è stato ucciso perché è stato un autentico discepolo di Gesù. Non è mai andato dietro al prestigio personale e alla carriera, come anche non è mai stato a servizio di interessi politici. Come ha affermato monsignor Paglia, “ha cercato la giustizia, la riconciliazione e la pace sociale. Sentiva l’urgenza di annunciare la buona notizia e proclamare la Parola di Dio ogni giorno. Amava la chiesa povera con i poveri, viveva con loro, soffrì con loro. Ha servito Cristo nelle persone del suo popolo.”

Paradossalmente è stato ucciso per fedeltà al Vangelo. Sua unica colpa è stata quella di aver ridisegnato la sua vita secondo gli insegnamenti di Gesù. La sua maniera radicale di seguire il Maestro smascheró quelli che avevano sempre desiderato destinare al Vangelo un ruolo marginale nella vita delle persone, restringendo la sua azione alla periferia dell´esistenza senza raggiungere i cuori dei credenti, senza muovere le strutture e senza mettere in discussione i comportamenti. Mons. Romero fece scatenare l´ira di chi voleva relegare l’influenza del Vangelo all´ambito del privato, chi desiderava trasformarLo in un addobbo esteriore, chi intendeva utilizzarLo solo per addomesticare le coscienze, benedire i privilegi di pochi e giustificare la miseria delle masse. Mons. Romero ricucí il rapporto tra fede e vita e seminò il Vangelo come fermento di una nuova storia.

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La testimonianza di Mons. Romero è una provocazione a vivere con il profumo del Vangelo

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Nonostante i grandi cambiamenti, l’America Latina è ancora la parte del mondo con la più alta percentuale di cristiani. Ma la vita del continente non esala il profumo del Vangelo. Gli alti tassi di violenza, l’opzione per i progetti economici e politici che approfondiscono sempre di più le disuguaglianze, la devastazione dell´ambiente, la corruzione dilagante, l’affermazione della cultura della morte e la persecuzione sistematica contro coloro che ostinatamente difendeno i diritti umani sono alcuni dei sintomi di uno stile di vita che non prende sul serio i valori del Vangelo.

Lo stesso avviene nel continente europeo, dove ai fenomeni sopra elencati, si aggiungono l´individualismo, l´indifferenza, la chiusura alla differenza, l´inospitalità e l´egoismo. Viene voglia di cheidersi “dove siamo, come cristiani, che cosa stiamo combinando e dove stiamo andando?”. È scandaloso ammettere che molti di coloro che si professano cristiani non vivono come cristiani. L´arcivescovo Oscar Romero era un esempio di coerenza. Si identificò tanto con il Vangelo che la sua vita divenne una teofania, una manifestazione concreta di Dio in mezzo al popolo il Vangelo. Smise di fare discorsi su Dio per essere un segno concreto del suo amore. Non fu più la bocca a spiegare il misterioso disegno del Padre, ma fu la vita a raccontare le meraviglie che Dio compie, quando abbatte i potenti di troni e innalza gli umili, svuota le mani dei ricchi per sfamare i poveri.

“Con Mons. Romero, Dio è passato per El Salvador” disse pochi giorni dopo la sua morte padre Ellacuría. Il popolo latino-americano, anzi, il mondo ha bisogno di persone come Romero, che, ovunque vadano, proclamino la verità, seminino speranza, construiscano la pace, diffondano la tenereza e distribuiscano con giustizia. La Chiesa stessa ha bisogno di ispirarsi nella sua testimonianza per non perdere la sua identità. Non non c’è cristianesimo senza un cambiamento profondo della realtà in linea con la solidarietà e l´impegno per la vita, che comincia dalla conversione personale e trova il suo culmine nell´assumere la proposta di Gesù come progetto di vita, fino al punto di poter dire con l´apostolo Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

“Il cristiano – diceva Mons.Romero -, se non vive questo impegno di solidarietà con i poveri, non è degno di essere chiamato cristiano” e continuava: “Per questo i poveri hanno segnato il vero sentiero della Chiesa. Una Chiesa che non si unisce ai poveri per denunciare, a partire da loro, le ingiustizie commesse contro di loro, non è la vera Chiesa di Gesù Cristo” (omelia, 23 settembre 1979). In questo, ha riconosciuto la sua missione come arcivescovo: “credo che fare questa denuncia, nella mia condizione di pastore di gente che soffre ingiustizie, sia mio dovere. È questo ció che mi impone il Vangelo, per cui sono disposto ad affrontare il processo e il carcere” (omelia, 14 maggio 1978). Con molta chiarezza, l´ 8 luglio 1979 omelia disse: “Se zittiscono la radio, se chiudono il giornale, se non ci lasciano parlare, se uccidono tutti i sacerdoti e anche l’arcivescovo, e rimane un popolo senza sacerdoti, ognuno di voi deve diventare il microfono di Dio, ognuno di voi deve essere un messaggero, un profeta”.

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La memoria di Mons. Romero, finalmente, è un’opportunità per superare lo scoraggiamento, la paura e la disperazione

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Mons. Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di San Felix di Araguaia in Brasile, durante una celebrazione in memoria dei martiri dei nostri tempi, ha detto: “C’è un sacco di amarezza, molta delusione, stanchezza e paralisia: questi atteggiamenti costituiscono un´eresia, un peccato. Siamo il popolo della speranza, il popolo della Pasqua, l’altro mondo possibile siamo noi, dobbiamo fare di tutto per stimolare, agitare, impegnarci, come se ognuno di noi fosse una cellula madre, diffondendo vita, provocando vita.” Desidero, pertanto, che la memoria del Beato Oscar Romero e di tutti gli altri martiri motivi gli attivisti dei diritti umani perché continuino il loro servizio nella difesa e nella promozione della vita.

Che nessuna cosa al mondo ci faccia perdere l’indignazione per   le violazioni dei diritti umani. La fermezza delle nostre posizioni non si curvi davanti a interessi privati. Il coraggio dei nostri atteggiamenti non si lasci intimorire dalle minacce. La generosità della nostra dedicazione non ceda mai il passo a atteggiamenti freddi e burocratici. La profezia delle nostre parole non si faccia ammutolire dall’offerta di posti di lavoro e di stipendi. La nostra ambizione non ci porti mai a tradire la causa e i fratelli. Gli appelli dei deboli e degli oppressi abbiano sempre la meglio sugli argomenti dei potenti. Le storie delle vittime siano preferite alle versioni ufficiali sofisticatamente truccate dagli operatori di marketing. I rischi di emarginazione e isolamento non ci facciano mai rinunciare ai nostri principi. Le calunnie pronunciate dai torturatori e dai loro sostenitori suonino como complimenti alle nostre orecchie. Le incomprensioni da parte di coloro che sono complici del sistema oppressore ci confermino nel nostro cammino. Che in qualsiasi circostanza e nonostante tutto siamo sempre difensori dei diritti umani.

Colombia. Amnesty International: “Le minoranze etniche”

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Il rapporto a cui ci si riferisce è del 2009. Viene citato per far capire i danni provocati dalla guerriglia, e gli effetti che ancora permangono, sui gruppi etnici della zona.

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(…) “Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato “La lotta per la sopravvivenza e la dignità: le violazioni dei diritti umani contro le popolazioni native della Colombia” (2009), chiama in causa i gruppi della guerriglia, le forze di sicurezza e i paramilitari, responsabili di omicidi, sparizioni, sequestri di persona, minacce, abusi sessuali contro le donne, arruolamento di bambini soldato, espulsioni dalle terre e persecuzione ai danni degli attivisti.

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Secondo i dati forniti dall’Organizzazione nazionale indigena della Colombia, solo nel 2009 almeno 114 nativi, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e migliaia costretti a lasciare le proprie terre. I crimini commessi nei loro confronti vengono raramente sottoposti a indagini da parte delle autorità. Le migliaia di nativi espulsi dalle terre vivevano spesso in aree dove erano in corso violenti scontri militari o su terre ricche dal punto di vista della biodiversità e delle riserve minerarie e petrolifere. Molti altri nativi sono stati costretti a rimanere perché i gruppi armati hanno minato le zone circostanti.

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L’accesso al cibo e alle cure mediche essenziali è stato a sua volta bloccato dalle forze in conflitto, con l’argomento che altrimenti sarebbero stati consegnati al “nemico”. Tutti i protagonisti di questo scontro hanno occupato scuole usandole come basi militari, negando l’accesso all’istruzione alle comunità native e mettendo in pericolo l’incolumità degli insegnanti. (…)
Oltre la metà dei nativi uccisi nel 2009 apparteneva alla comunità awá. Questa comunità possiede collettivamente il terreno e i fiumi del “resguardo” (riserva indigena) di El Gran Rosario, situato nella municipalità di Tumaco, nel dipartimento sudoccidentale di Nariño. La zona riveste un’importanza strategica per le parti in conflitto e vede l’attiva presenza dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) e dell’Esercito di liberazione nazionale, delle forze di sicurezza e dei narcotrafficanti.

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(fonte: Amnesty International.it 23/02/2010)

Incontro con le famiglie adottive: “L’adozione ai tempi dei social network” – BO 25 mag 2015

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CITTÀ METROPOLITANA DI BOLOGNA
Coordinamento adozione Città metropolitana di Bologna
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Adolescenti nativi digitali: l’adozione ai tempi dei social network
25 maggio 2015 – ore 16.00/18.00
Sala Zodiaco – Via Zamboni, 13 Bologna
Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta
L’incontro, gratuito, è rivolto a tutti i genitori adottivi interessati ad approfondire le tematiche legate all’adolescenza e al mondo dei social network in relazione alla costruzione dell’identità dei figli.
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Locandina: adolesc ado genitori def (2) (1)

Info: ilaria.folli@cittàmetropolitana.bo.it

Comunicazione SpazioIris. Corso per operatori: “Disturbi specifici dell’apprendimento ” – Mi 13 giu 2015

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CORSO: DIAGNOSI DEI DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO
Sede e data di inizio: Milano, sabato 13 giugno 2015

50 crediti ECM.

Scopo del corso: il Corso prepara lo Psicologo a utilizzare strumenti di valutazione e di intervento relativi a:

dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia, difficoltà di comprensione del testo scritto,

negli apprendimenti complessi e nel metodo di studio.

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Durata:  50 ore (utili ai fini dell’iscrizione negli elenchi, costituiti in ogni ASL Regione Lombardia,

dei soggetti autorizzati a effettuare attività di prima certificazione diagnostica valida ai fini

scolastici secondo quanto previsto dalla L. 170/2010).

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Agevolazioni per iscrizioni entro il 31 maggio

Per info: Corso: Diagnosi dei Disturbi Specifici dell’ApprendimentoPDF

Tel. 02.39523227 – cell. 320.9129259formazione@spazioiris.it

Colombia. Il personaggio: “Ana Angelica Bello Agudelo”

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È avvolta ancora in un mistero la vicenda della morte di Ana Angélica Bello Agudelo, avvocata e attivista per i diritti delle donne vittime della violenza dei gruppi armati colombiani, dove gli abusi, le aggressioni e la sottrazione dei terreni sono all’ordine del giorno nel silenzio più totale.

Ha lottato per difendere circa seicento donne vittime di violenza in Colombia ma anche lei non ce l’ha fatta. Ana Angélica Bello Agudelo è stata trovata morta nella sua abitazione nel comune di Codazzi, nel distretto di César, a metà febbraio 2013 e il mistero sulle cause della tragica scomparsa deve ancora essere sciolto.

Ana Angélica Bello Agudelo era un’attivista colombiana, direttrice nazionale di Fundhefem ( Fundación Nacional Defensora de los Derechos Humanos de la Mujer), un’organizzazione per la difesa dei diritti umani e delle donne vittime del conflitto armato che dura ormai da mezzo secolo in un silenzio assordante. Dal 2006 si batteva per la restituzione delle terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Una vita spesa per le donne, in un Paese dove la prima forma di aiuto si è rivelata essere la consapevolezza di non essere sole e l’opportunità di rompere il silenzio attraverso la denuncia delle aggressioni subite per cercare giustizia. Tanti i dipartimenti in cui è arrivato il suo contributo: Cartago, Ansermanuevo, Alcalá, El Cairo, Tuluá e San José del Palmar, Meta, Cauca, Nariño, Chocó, Risaralda, Tolima, Quindío, Caldas e Cundinamarca, dove è riuscita a far restituire le terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione Nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca.

Potrebbe portare il suo nome la futura legge contro la violenza sessuale al vaglio del Congresso, una norma che aveva fortemente sostenuto fino al giorno della sua morte. Lei stessa e una delle sue tre figlie erano state vittima di abusi, ma ebbe il coraggio di portare alla luce la sua storia personale attraverso i media, incitando le donne a fare altrettanto. Ana Angélica beneficiava di misure cautelari e di uno schema di sicurezza messo a disposizione dal governo perché aveva già denunciato minacce e azioni intimidatorie di cui era vittima in modo sistematico, in particolare da gruppi paramilitari. La chiarezza sulla fine di Ana Angélica è doverosa per tutte le vittime di genere, non solo del Paese che ha perso l’angelo delle sue donne.

(fonte: combonifem.it – 03/2013)

Colombia. Elda, ex guerrigliera delle FARC: “Una vita dopo la guerriglia”

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Sono in stato di avanzamento i negoziati tra le FARC e il governo colombiano, ma nessuno parla delle difficoltà di reinserimento degli ex guerriglieri nella società. Il Programma per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei guerriglieri era stato presentato a Bogotà ancora nel 2003  Di seguito la testimonianza di una ex guerrigliera.

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di Anne Phillips – pseudonimo di una giornalista esperta di diritti umani.

(…) Elda ha deposto le armi nel 2008 consegnandosi volontariamente alle autorità: aveva 45 anni e ne aveva trascorsi ventiquattro nelle FARC. E’ l’unica donna ad aver raggiunto a suo tempo il grado di comandante del fronte, è accusata di aver ucciso duecento persone tra ufficiali, poliziotti e civili, di aver trattato in modo disumano i suoi prigionieri e di aver fatto a pezzi dei cadaveri.

Considerando il maschilismo, il razzismo e il classismo presenti nella società colombiana, il fatto che Elda sia nera e “poco attraente” ha consentito alla stampa colombiana di dipingerla come un mostro. E’ per questo, forse, che la sua presunta crudeltà fa parte della leggenda, mentre quella dei suoi colleghi e superiori maschi no. Conoscendola di persona mi accorgo che Elda non è né pazza né brutta, anche se ha perso un occhio in combattimento.

(…) Quando aveva sei anni i genitori, militanti del Partido Comunista de Colombia (PCC) la mandavano a vendere arepas (focacce di mais) per le strade del suo villaggio nel dipartimento di Antioquia. Con il ricavato Elda si comprava quaderni e matite per la scuola. All’età di 12 anni il padre le disse che, a causa del colore della sua pelle e del suo aspetto fisico, nessun uomo l’avrebbe voluta. Quindi, per sopravvivere, Elda avrebbe dovuto lavorare più degli uomini. Per questo la mando in una finca per l’addestramento della gioventù comunista, pensando che così sarebbe diventata qualcuno. Quando a 15 anni fu reclutata dalle FARC, che all’epoca erano il braccio militare del PCC, ricevette la benedizione dei genitori.

(…) Finora il programma di mobilitazione ha aiutato più di 53mila ex combattenti, ma non ci sono statistiche sulle percentuali di successo. (…) le donne vanno avanti perché possono contare sulla forza della determinazione che hanno sviluppato per sopravvivere nella cultura maschilista delle FARC. Ma purtroppo gli uomini e le donne che non completano il programma sono più numerosi. (…) Molti guerriglieri smobilitati lasciano gli hogares de paz psicologicamente impreparati al trauma della transizione alla vita civile. La conseguenza è che molti spendono il sussidio in alcool e droga.

Alcune donne, soprattutto le più giovani, hanno paura e cercano soldi e protezione lavorando come prostitute per uno sfruttatore. Gli uomini privati delle armi e della loro identità maschilista, entrano nelle bande di narcotrafficanti.

(…) Il programma di disarmo e reinserimento degli ex guerriglieri può rivelarsi esemplare se il paese farà gli investimenti giusti per renderlo più efficace. Servono più consulenti, per affrontare le esigenze degli ex combattenti neri e indigeni.

(fonte: Internazionale 16/11/2012)