Solitudine papà: “Il modello paterno nei figli adottivi

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La paternità di un uomo adottato, come la maternità, può rappresentare un momento di riflessione sul passato e mettere insieme i punti della propria vita per costruire un futuro più forte e stabile.

Crediamo che non sia un caso se i figli maschi, nella ricerca dei propri genitori biologici, trascurano meno la figura paterna. Attraverso l’attesa e la nascita del figlio si può cercare di ripercorrere ciò che può aver provato/pensato il papà sconosciuto. Ci auguriamo che non ci sia molto in comune con certi uomini. Ci riferiamo a quelli che ingravidano una donna e la lasciano subito dopo per non prendersi responsabilità. Purtroppo, ciò succede in molto paesi da cui provengono i nostri figli dove spesso imperversa una cultura machista, vuoi per ignoranza, vuoi per comodità. 

Sarebbe auspicabile che, pensando alla figura paterna non avuta, il figlio padre cercasse di mostrarsi migliore. Ricorrente è il desiderio dei giovani padri di voler trascorrere più tempo con i bambini per poter condividere le esperienze che non hanno avuto da piccoli, specie se istituzionalizzati o adottati grandi. (Vedi Convegno ICYC 2014).

Più tenero è invece pensare che attraverso il viso del proprio bambino si possa leggere una storia più ampia, dove famiglia di nascita e famiglia adottiva si ritrovano insieme nei tratti somatici e nell’educazione di una nuova vita tutta da costruire. 

Di seguito un estratto che parla di figure maschili e paternità assente, quella che tanti dei nostri figli, purtroppo, hanno subito.

 (…) Ero un bambino, e come tutti i bambini avevo bisogno di essere curato, nutrito, educato e …amato. Amato. Che parola magica.

Mio nonno mi amava? Dopo tutte le frustrate e l’odio che ogni giorno aveva riversato su di me, mi chiedevo se egli potesse volermi bene, come un genitore. In quell’istante avevo già smesso di odiarlo; anzi, mi sentivo ancora attratto da lui, perché non c’è sentimento più forte di quello che lega un bimbo a chi gli ha dato la vita, alla sua famiglia. Il figlio di un alcolizzato non rinnega mai suo padre, nemmeno se costui rende la sua vita un inferno tempestato di insulti, botte e angherie. Talvolta scappa o viene messo in orfanatrofio, ma torna sempre da lui, fedele e con lo sguardo sovente adorante, mosso da un impulso irrazionale oppure insopprimibile. Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.

Solo raggiunta la pubertà quella necessità svanisce e l’uomo riesce a staccarsi, dimenticandosi, per una strana legge del contrappasso, di essere stato bambino. E quando diventa a propria volta padre, i sentimenti vissuti nell’infanzia riaffiorano inconsapevolmente ed egli educherà i suoi figli come lui è stato educato. Se è stato amato, amerà. Se è stato picchiato, picchierà, scordandosi delle sofferenze subite e pretendendo, anzi, di essere stato felice da piccolo. A meno che il suo cuore non batta così forte da liberarlo dal rancore riaprendolo allo stupore della vita. (…)

(fonte: estratto da “Il bambino invisibile” di Marcello Foa)

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