Archivio mensile:novembre 2014

Comunicazione VenetoAdozioni: “Incontro sull’adozione a S.Martino BA – VR – 19 dic 2014”

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L’ADOZIONE IN MOVIMENTO

MAMME E PAPÀ… RACCONTIAMOCI !

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L’AUTOSTIMA E IL RAPPORTO AFFETTIVO 

19 dic 2014  –  ore 20.00 

sede F.ne Nidoli – Viale del Lavoro 45 – S.Martino B.A. (Vr)

conduce la dott.ssa Paola Bontempo, psicologa

Per informazioni o adesione:  verona@fondazionenidoli.org – 045 8103297.

Per altri incontri in Veneto vedi:  http://www.venetoadozioni.it/venetoadozioni/eventi.html

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Giornata contro la violenza sulle donne 2014: “Progetti in difesa delle donne a Verona, Roma e Bologna”

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Quest’anno ricorre il decennale dell’apertura del Centro Antiviolenza comunale P.e.t.r.a.
Nato per dare aiuto alle donne vittime di violenze e di maltrattamenti all’interno di relazioni affettive, ha poi allargato il suo raggio d’azione con l’apertura della casa rifugio e con percorsi di affiancamento per il recupero dell’autonomia personale.

La costituzione di una rete territoriale provinciale ha poi garantito la qualità e l’efficacia di progetti quali Verona libera  e Clara, che hanno evidenziato l’importanza di un diretto coinvolgimento degli uomini nella riflessione e di un intervento sugli autori della violenza. Ecco dunque la promozione a tutta la città della Campagna del Fiocco Bianco e l’apertura dello Spazio per uomini Non agire violenza.

L’azione prosegue con iniziative dedicate ai ragazzi e alle ragazze nelle scuole, con attività di prevenzione che operino nella sfera delle dinamiche relazionali e affrontino le modalità culturali di relazione tra uomini e donne. In questa azione da quest’anno sono state coinvolte anche le associazioni di genitori.

L’auspicio è che si rafforzi una consapevolezza comune: la violenza maschile sulle donne riguarda tutti.

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A Roma, l’Istituto di Sessuologia Clinica partecipa a questa importante campagna di sensibilizzazione offrendo il suo servizio di consulenza telefonica gratuita. Il 25 novembre dalle 15:00 alle 19:00, chiamando i numeri 0685356211 e 0685355507, i consulenti dell’Istituto forniranno orientamento, informazioni e supporto su questo tema. Inoltre, proprio martedì 25 novembre, si svolgerà presso l’Istituto un seminario d’approfondimento gratuito e aperto a tutti gli interessati che tratterà la violenza di genere e i sex offenders.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito internet:  sessuologiaclinicaroma.it

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E’ all’università di Bologna l’unico seminario in Italia che parla di violenza alle donne. Praticamente obbligatorio (l’alternativa è un tirocinio) è stato istituito l’anno scorso al Corso di laurea in Filosofia. Affronta il problema con l’idea che la violenza di genere è una violazione dei diritti civili. Che sono di tutti, non solo delle donne.

Gli uomini al corso ci sono andati: sui 250 che arrivavano in aula, la metà era uomo. Quest’anno si replica. Martedì, Giornata internazionale contro la violenza alle donne, sarà presentato il nuovo calendario che si intitola “La violenza contro le donne – Problematiche dei sessi e diritti umani”. Come docenti, tra gli altri, Gherardo Colombo, Massimo Recalcati, Lea Melandri. Tutti lo fanno gratis. Una fortuna, visto che trovare uno sponsor per un corso del genere è impresa impossibile. (fonte: ANSA 22 NOV 2014).

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La violenza domestica in Europa e nel Mondo: un’emergenza sociale sottovalutata

di Stefano Consiglio 

La violenza domestica rappresenta un incubo per molte donne e bambini, costretti a vivere in un regime di terrore proprio nel luogo in cui dovrebbero essere più al sicuro: la propria casa. Alla base della violenza domestica c’è un rapporto impari, in cui l’uomo sfrutta la propria superiorità fisica e spesso economica per prevaricare gli altri componenti della famiglia ed imporre i propri interessi. Lo scopo ultimo dell’autore della violenza è di affermare il proprio potere sulle vittime, controllandole sia psicologicamente sia fisicamente. Al fine di comprendere la portata di questa emergenza sociale, la cui gravità viene spesso sottovaluta, esamineremo le vittime della violenza domestica, le sue caratteristiche, effettuando infine un’analisi spaziale atta a determinarne la diffusione in Europa e nel Mondo.

La violenza sulle donne

Fino agli anni 90′ la violenza sulle donne veniva considerata una questione rientrante nella giurisdizione domestica degli Stati. Nel 1993, tuttavia, l’Assemblea Generale dell’Onu adottò la Dichiarazione per l’eliminazione della violenza contro le donne, qualificando questo fenomeno come una violazione dei diritti umani. L’articolo 1 di questa dichiarazione offre una chiara definizione di violenza sulle donne, qualificata come: “Ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”. Dalla lettura di questa definizione è evidente che non esiste una sola forma di violenza contro le donne, le quali possono essere oggetto di violenza psicologica, violenza sessuale e violenza fisica. Come precisato dall’Assemblea Generale questa lista non è esaustiva, il che è stato dimostrato recentemente in Italia a livello legislativo attraverso la creazione del reato di stalking.

La violenza psicologica

La violenza psicologica è, probabilmente, quella che più difficilmente può essere definita ed identificata. Un’indicazione delle varie forme di aggressione psicologica è stata fornita dal Dipartimento per le pari opportunità, che ha pubblicato una sorta di “guida” il cui scopo è quello di facilitarne l’identificazione.  

In questo fenomeno vengono ricompresi tutti quei tentativi di isolamento (divieto di comunicare con altre persone, di uscire senza essere accompagnata), gli strumenti di controllo(particolarmente diffuso attualmente è il controllo del cellulare, dei social network e più in generale di ogni strumento capace di garantire una comunicazione con l’esterno), la violenza economica (la cui portata è più accentuata in quei paesi caratterizzati da una marca diseguaglianza di genere nella retribuzione), la svalorizzazione (attraverso critiche pubbliche o private, reiterate nel tempo al fine di accentuare le insicurezze e utilizzarle come uno strumento di controllo) e le intimidazioni (minacce rivolte sia contro la donna sia, sempre più spesso, contro i figli).

Stando ai dati forniti dal Dipartimento per le pari opportunità solamente in Italia nel 2013 oltre 7 milioni di donne sono state vittime di violenza psicologica, che nel 43,2 percento dei casi è stata perpetrata dal partner qualificandosi dunque come una forma di violenza domestica. Le statistiche sulla diffusione mondiale della violenza psicologica sono contrastanti, con alcune agenzie come StatsCan che parlano di una diffusione pari al 53 percento mentre altre, tra le quali Alexander, riferiscono di valori che si aggirano intorno all’88 percento.

A differenza della violenza fisica e sessuale, rispetto alla quale sono stati pubblicati diversi report, la violenza psicologica è difficile da rilevare anche a causa della tendenza delle vittime ad accettare i comportamenti che ne costituiscono il fondamento. Infine occorre sottolineare che la violenza psicologica è spesso perpetrata anche dalle donne nei confronti dei propri partner. Uno studio condotto nel 2005 da John Hamel, intitolato “Gender-Inclusive Treatment of Intimate Partner Abuse”, stabilisce che in una relazione la violenza psicologica è compiuta in egual misura sia dagli uomini che dalle donne”.

La violenza sessuale

Stando ai dati forniti in un report pubblicato nel 2013 dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (WHO), circa il 30 percento delle donne nel mondo ha subito violenza sessuale e/o fisica dal proprio partner con valori maggiori registrati in Africa, Mediterraneo orientale e Asia in cui si raggiungono percentuali pari al 37 percento.

È importante sottolineare che sia negli Stati Uniti sia in Europa sono stati registrati dei valori significativi, pari rispettivamente al 29,8 percento e al 25,4 percento delle donne oggetto dello studio. Per quanto riguarda le fasce d’età maggiormente colpite da questo fenomeno, i risultati mostrano drammaticamente come la violenza sessuale inizi molto presto, con una concentrazione pari al 29,4 percento delle violenze nella fascia di età 15-19 anni. Il picco massimo viene registrato tra le donne aventi un’età compresa tra 40 e 44 anni, per poi subire una lenta diminuzione.

È interessante notare che la violenza sessuale risulta molto più diffusa all’interno delle mura domestiche piuttosto che all’esterno. In Europa, ad esempio, solamente il 5,2 percento delle donne ha subito violenze sessuali extra-relazionali, un valore che raggiunge quota 10,2 percento nel caso degli Stati Uniti.

Passando ad analizzare gli effetti della violenza sessuale, le donne che la subiscono hanno anzitutto una maggiore probabilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, tra cui ovviamente l’HIV. Ciò dipende dai danni fisici causati alla donna dal rapporto, dal mancato utilizzo di precauzioni atte ad evitare la diffusione di malattie, dalla tendenza dei partner che operano la violenza ad avere rapporti extra-coniugali.

Oltre ai danni fisici causati dalla violenza sessuale occorre considerare le conseguenze psicologiche, che inducono le donne a soffrire di una forma patologica di stress che si ripercuote sulla loro capacità riproduttiva aumentando inoltre la possibilità di aborti spontanei. Nel tempo le violenze sessuali possono indurre la donna a comportamenti autodistruttivi, quali l’abuso di alcol e droghe, per poi portare a forme croniche di depressione che possono “sfociare” nel suicidio. Gli studi compiuti sulla correlazione esistente tra violenza sessuale e suicidio sono eterogenei, tuttavia un valore medio pari al 4,54 percento dei casi è stato ricavato dalla WHO.

La violenza fisica

Questa violenza si manifesta in ogni forma di aggressione fisica, sia essa perpetrata con il proprio corpo o con strumenti atti ad offendere (oggetti contundenti, armi da taglio, armi da fuoco). La violenza fisica può degenerare fino ad arrivare alla menomazione o all’uccisione della vittima. Uno studio condotto nel 2012 dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e della criminalità ha attestato che circa il 50 percento delle donne uccise nel 2012 hanno il partner o un familiare come “carnefice”.

Un dato leggermente diverso è stato fornito dall’Organizzazione Mondiale della sanità che ha eseguito uno studio su 226 report pubblicati tra il 1982 e il 2011. La conclusione finale è che in questo arco temporale il 38 percento delle donne assassinate sono state uccise dal proprio partner. Un dato che raggiunge valori pari al 55 percento nei paesi dell’Asia sud-orientale, 41 percento in Africa e 38 percento nelle Americhe.

Oltre a queste forme estreme di violenza fisica, che determinando la morte della donna sia su base intenzionale che accidentale, vi sono forme “lievi” che spesso si accompagnano ad episodi di violenza psicologica o sessuale. Il 42 percento delle donne che ha subito violenza sessuale dal proprio partner, infatti, è stato anche oggetto di violenza fisica.   

LEGGI ANCHE: Una ragazza su dieci subisce violenze sessuali entro i vent’anni: il report agghiacciante presentato dall’UNICEF

(Fonte: international business time 11/2014)

Solitudine papà. Il punto

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http://ilpostadozione.org/2012/08/24/famiglie-imperfette-essere-padre-per-chi-non-ha-padre/

http://ilpostadozione.org/2012/08/26/famiglie-imperfette-essere-padre-2-per-poter-dare-bisogna-essere/

http://ilpostadozione.org/2012/08/26/famiglie-imperfette-essere-padre-3-padre-non-si-nasce-ma-si-diventa/

http://ilpostadozione.org/2012/08/28/famiglie-imperfette-essere-padre-4-la-gratuita/

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Tra qualche giorno iniziamo una nuova sezione sulla Colombia.

Solitudine papà: “Decalogo per i papà”

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Di padri parlano psicologi, sociologi….quello che ci ha colpito è che anche molti sacerdoti si interessano della materia. Sebbene non siano padri, sono stati figli. Un osservatore staccato, a volte, può servire. Quello che segue è appunto un decalogo scritto da don Bruno Ferrero, sacerdote e scrittore. A noi pare di buon senso.

1- Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull’amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare. Non si può fare i genitori “per dovere”. E l’educazione è sempre un “gioco di squadra”. Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un’intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in “cambio”, il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po’ di spazio per sé.

2- Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa “voi siete il primo interesse della mia vita”. Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l’assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l’aggressività. Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E’ anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.

3 – Un padre è un modello, che lo voglia o no. Oggi la figura del padre ha un enorme importanza come appoggio e guida del figlio. In primo luogo come esempio di comportamenti, come stimolo a scegliere determinate condotte in accordo con i principi di correttezza e civiltà. In breve, come modello di onestà, di lealtà e di benevolenza. Anche se non lo dimostrano, anche se persino lo negano, i ragazzi badano molto di più a ciò che il padre fa, alle ragioni per cui lo fa. La dimostrazione di ciò che chiamiamo “coscienza” ha un notevole peso quando venga fornita dalla figura paterna.

4 – Un padre dà sicurezza. Il papà è il custode. Tutti in famiglia si aspettano protezione dal papà. Un papà protegge anche imponendo delle regole e dei limiti di spazio e di tempo, dicendo ogni tanto “no”, che è il modo migliore per comunicare: “ho cura di te”.

5 – Un padre incoraggia e dà forza. Il papà dimostra il suo amore con la stima, il rispetto, l’ascolto, l’accettazione. Ha la vera tenerezza di chi dice: “Qualunque cosa capiti, sono qui per te!”. Di qui nasce nei figli quell’atteggiamento vitale che è la fiducia in se stessi. Un papà è sempre pronto ad aiutare i figli, a compensare i punti deboli.

6 – Un padre ricorda e racconta. Paternità è essere l’isola accogliente per i “naufraghi della giornata”. E’ fare di qualche momento particolare, la cena per esempio, un punto d’incontro per la famiglia, dove si possa conversare in un clima sereno. Un buon papà sa creare la magia dei ricordi, attraverso i piccoli rituali dell’affetto. Nel passato il padre era il portatore dei “valori”, e per trasmettere i valori ai figli bastava imporli. Ora bisogna dimostrarli. E la vita moderna ci impedisce di farlo. Come si fa a dimostrare qualcosa ai figli, quando non si ha neppure il tempo di parlare con loro, di stare insieme tranquillamente, di scambiare idee, progetti, opinioni, di palesare speranze, gioie o delusioni?

7 – Un padre insegna a risolvere i problemi. Un papà è il miglior passaporto per il mondo ” di fuori”. Il punto sul quale influisce fortemente il padre è la capacità di dominio della realtà, l’attitudine ad affrontare e controllare il mondo in cui si vive. Elemento anche questo che contribuisce non poco alla strutturazione della personalità del figlio. Il papà è la persona che fornisce ai figli la mappa della vita.

8 – Un padre perdona. Il perdono del papà è la qualità più grande, più attesa, più sentita da un figlio. Un giovane rinchiuso in un carcere minorile confida: “Mio padre con me è sempre stato freddo di amore e di comprensione. Quand’ero piccolo mi voleva un gran bene; ci fu un giorno che commisi uno sbaglio; da allora non ebbe più il coraggio di avvicinarmi e di baciarmi come faceva prima. L’amore che nutriva per me scomparve: ero sui tredici anni… Mi ha tolto l’affetto proprio quando ne avevo estremamente bisogno. Non avevo uno a cui confidare le mie pene. La colpa è anche sua se sono finito così in basso. Se fossi stato al suo posto, mi sarei comportato diversamente. Non avrei abbandonato mio figlio nel momento più delicato della sua vita. Lo avrei incoraggiato a ritornare sulla retta via con la comprensione di un vero padre. A me è mancato tutto questo”.

9 – Il padre è sempre il padre. Anche se vive lontano. Ogni figlio ha il diritto di avere il suo papà. Essere trascurati o abbandonati dal proprio padre è una ferita che non si rimargina mai.

10 – Un padre è immagine di Dio. Essere padre è una vocazione, non solo una scelta personale. Tutte le ricerche psicologiche dicono che i bambini si fanno l’immagine di Dio sul modello del loro papà. La preghiera che Gesù ci ha insegnato è il Padre Nostro. Una mamma che prega con i propri figli è una cosa bella, ma quasi normale. Un papà che prega con i propri figli lascerà in loro un’impronta indelebile.

Solitudine dei papà: “C’è chi dice che papà non è mamma”

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  • A seguito della recente sentenza del TdM di Roma sull’adozione di una bambina alla partner di una mamma lesbica. proponiamo questa riflessione sul diverso ruolo di padre e madre.

di Roberto Colombo, professore dell’università Cattolica del Sacro Cuore, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Ciò che sorprende maggiormente nell’inconcluso dibattito pubblico sull’adozione da parte di coppie omosessuali – riacceso in questi giorni dalla sentenza del Tribunale dei minorenni di Roma – è la latitanza di una riflessione che (re)introduca a pensare la paternità e la maternità non soltanto come ruolo familiare o sociale e come funzione biologica o psicologica, bensì anche e anzitutto come elemento di una struttura antropologica duale e come paradigma dell’umano che permette una (ri)comprensione delle dinamiche plurali del vivere personale, familiare e sociale. Ad essere in gioco nella questione della bambina di cinque anni che fissa contemporaneamente lo sguardo su due “mamme” non è primariamente un interrogativo etico o un problema giuridico, e neppure uno statuto della famiglia e un concetto di adozione.

C’è qualcosa che viene prima e sta a fondamento del resto. Lo esprimo con un interrogativo: è ancora possibile pensare il padre e la madre?

A ben vedere, in questo caso ad essere assente non è solo il padre, ma la stessa madre, perché nessuna delle due “madri” è in realtà madre. Si può essere madre solo in relazione ad un padre e si può essere padre solo in relazione ad una madre. Relazione ontologica, fondativa dell’esistenza – non meramente biologica, psicologica, affettiva – e accolta dalla libertà dell’uomo e della donna, che riconosce in questo accadimento relazionale il dispiegarsi dell’orizzonte della vita, come vocazione e come destino. Relazione data una volta per tutte (si è madri e padri per sempre se lo si è stati veramente una volta), che né la separazione fisica, né l’odio, il rancore o il disprezzo per l’altro(a), e neppure la stessa morte possono cancellare. Qui no: il riferimento alla “madre” è puramente autoreferenziale perché esclude di principio e di fatto il riconoscimento del padre come elemento coessenziale della dualità antropologica che rende possibile la figura genitoriale.

Anche nel bizzarro surrogato semantico di un discorso che diventa antropologicamente “neutro” pur di essere “politicamente corretto” – quello del “genitore A” e del “genitore B” in luogo di padre e madre – vi è la necessità di identificare con due diverse lettere dell’alfabeto ciò che, altrimenti, non sarebbe identificabile come genitore proprio per l’assenza di un referente che sia altro da sé, ma non senza riferimento a sé.

Per l’essere umano non si dà identità se non nella differenza e differenza se non nell’unità. Del resto, tutta l’esperienza – e la testimonianza che ne trasuda – dell’essere generato e del generare, dell’essere accolto e dell’accogliere, e, ancor prima, dell’essere amato e dell’amare, diventa intelligibile solo dentro alla dinamica della relazione all’altro da sé e della differenza nell’identità di sé che la presuppone.

Con il lessico più familiare, un bambino può chiamare qualcuno “papà” solo perché dice o ha detto “mamma” a una donna che lo ha generato o accolto attraverso una relazione con lui, e può riconoscersi nel rapporto con una mamma solo perché essa non è semplicemente una donna, ma quella donna che lo ha generato o accolto insieme all’uomo che chiama “papà”.

Non si costruisce una figura genitoriale dal nulla, da un’affermazione astratta che proietta sulla realtà un desiderio o una pretesa, e neppure da una sentenza che cristallizza nel diritto quello che è ancora fluido nella cultura e nella prassi. L’origine di ogni identità sorge da una differenza e non si afferma nella negazione di essa attraverso un’emancipazione dalla relazione costitutiva che la pone in essere.  A dispetto delle apparenze, la consistenza dell’identità non è subordinata alla negazione, alla propria negazione o a quella dell’altro. Ogni genitore (naturale o adottivo) può dire paternamente “tu” a suo figlio solo perché dice “tu” alla donna che si rivolge maternamente con lo stesso “tu” al figlio, e viceversa. I due “tu” restano asimmetrici, senza confondersi né annullarsi a vicenda. La relazione materna e paterna manifesta un’esperienza dell’asimmetria costitutiva del vivere personale e sociale, e il padre si presenta come simbolo di alterità rispetto alla madre. Nella dinamica familiare, la figura del padre acquista una valenza metaforica assolutamente originale e insostituibile rispetto a quella della madre. Il padre, nella metafora della differenza originale e originante, diviene catalizzatore della relazionalità dell’esistenza, testimone di una gratuità dell’esistere che è al tempo stesso grazia e grazie: il padre non è gestazionalmente né nutrizionalmente necessario al figlio, meno dipendente da lui che dalla madre. Ma non per questo meno grato al padre per il suo esserci, condizione di possibilità dell’esistere della madre in quanto madre.

Il tentativo di dare stabilità educativa, sicurezza e prospettive di benessere e “felicità” ad un bambino che non può crescere insieme alla donna e all’uomo che lo hanno generato non si realizza attraverso la cancellazione della drammaticità insita nella differenza antropologica uomo-donna cui fanno riferimento la figura paterna e materna. Al contrario, solo assumendo fino in fondo questa intrinseca e irriducibile drammaticità è possibile accogliere il bisogno del bambino di crescere come figlio (si è sempre figli, anche quando si nasce o si diventa orfani, ma è bene vivere da figli).

Una società senza madre non è sinora possibile: potrebbe diventarlo con la gestazione ectobiotica, un azzardo biologico oltre che una mostruosità etica. Una società senza padre è tecnicamente realizzabile (il donatore anonimo del seme è puro strumento di riproduzione) ma antropologicamente inconcepibile, perché viene meno la condizione di possibilità del sorgere della consapevolezza del figlio come figlio e dell’uomo come fratello di altri uomini.

(fonte: ilsussidiario.net – 09/2014)

Solitudine papà. Zac, 15 anni: “Due papà”

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Non è questa la sede per discutere di adozione agli omossessuali si o no. La lettera che presentiamo è il punto di vista di un ragazzino di 15 anni che vive negli Stati Uniti e quindi in un clima culturale diverso dal nostro. Ci ha colpito la iniziale confusione di Zac e la successiva accettazione di avere due padri. Ma più che altro ci sembra interessante veder come si è evoluto il rapporto nel tempo. E’ entrato in famiglia a 8 anni, una famiglia composta oltre che dai due papà anche dai fratelli Derreck e Nick. Ricordiamo che alla Conferenza di Bilbao (Spagna), tenutasi nel luglio 2013, molte tavole rotonde erano incentrate sull’adozione nella famiglia omosessuale.

“Alla mia famiglia,

Questa è la prima lettera di Natale che abbia mai scritto. Da quando ho iniziato a crescere un po’, ho sempre avuto il desiderio di scrivere una lettera alla mia famiglia o, semplicemente, parlare di come è andato l’anno fino a Natale nella mia famiglia.

Da quando sono arrivato in questa famiglia mi hanno sempre detto che sono fortunato. Ho sempre saputo di esserlo, soprattutto sapendo di avere due padri come Dad e Dadio che mi amano così tanto. La mia famiglia è molto importante per me. Anche quando litighiamo o discutiamo, so che loro mi ameranno per sempre. Sì, sono fortunato ad avere questa famiglia, dopo aver passato così tanti anni in affidamento, senza mai sapere se avrei mai avuto un giorno una famiglia.

Sono cresciuto senza padre. Mia madre naturale ha sempre avuto tanti ragazzi, faceva uso di droga e andava sempre a delle feste. Io e mia sorella siamo stati allontanati da lei a 8 anni. Non è stato bello avere la polizia in camera mia quel giorno. Mi rese triste e questa tristezza che porto da troppi anni mi ha causato molti problemi. Alla fine mi hanno dato in affidamento in un’ottima famiglia, dopo esser passato tra 12 case in 3 anni. E fu proprio quando arrivai in questa casa che l’assistente sociale e la mia nuova madre in affidamento mi dissero che c’era una famiglia che mi voleva. C’era un problema: erano due papà!

Onestamente, non mi importava. Gli dissi: ”Beh, non ho mai avuto un papà, adesso ne avrò due !

All’inizio è stata veramente difficile e gli diedi filo da torcere fino allo stremo delle forze. Mi comportai davvero male con entrambi. Rubai le loro carte di credito e spesi migliaia di euro online. Quando siamo andati in vacanza all’estero per la prima volta, ho rubato della roba da un negozio di souvenir: loro due mi scoprirono e mi fecero tornare indietro al negozio per restituire ciò che avevo rubato e mi fecero pagare ciò che dovevo alla proprietaria del negozio per furto di proprietà. Non riuscivo a capire e pensavo fossero cattivi.

Quando rubai la loro American Express e consumai il plafond in acquisti online avevo 12 anni. Erano davvero arrabbiati, ma Dad si accertò di farmi rendere conto della gravità di ciò che stavo facendo. Mi portò alla polizia locale e dichiararono all’ufficiale di polizia che avevo rubato di nuovo. Mi fecero l’interrogatorio e parlai con tre ufficiali di polizia. Per tutto il tempo in cui stavo lì volevo solo che mio padre arrivasse mi portasse via. Volevo riportare indietro il tempo, a prima di aver commesso il furto, in modo da non esser lì dove mi trovavo e in modo tale da non aver fatto del male a miei genitori. Imparai la mia lezione e non rubai mai più.

Ma Dad e Dadio non adottarono solo me, ma anche mio fratello Derrick. Cosa potrei dire riguardo Derrick? E’ un bravo ragazzo, divertente, un fantastico ragazzo gay, è uno di quei ragazzi fighetti, è il mio fratellone ! Dopo adottarono anche Nick. Lui riesce a farmi innervosire a volte, ma alla fine anche lui è un bravo ragazzo. Impara in fretta se si parla di matematica o moltiplicare numeri. E detto ciò parlerò della routine della mia famiglia.

Dad e Dadio. Sono i miei genitori e ci sono sempre quando ho bisogno di loro.
Nei miei periodi bui loro sono la luce, quando mi sento ansioso e ho paura loro sono il calore,
quando ho fame loro preparano il mio pasto.

Non ho dedicato molto tempo a scrivere questa lettera, ma dentro ci trovate i miei genitori. Le persone che riescono a darmi la luce. Le persone che riscaldano il mio cuore, quando si fa buio. Le persone che mi preparano da mangiare. Se potessi chiedere solo una cosa per Natale, chiederei solo la mia famiglia.

Zac ”

(fonte: huffingtonpost – 01/2012)

Comunicazione Antanati: “Un pomeriggio per le famiglie” – Mezzane di Sotto (VR) 16 nov 2014

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 Sono invitati i bambini, i genitori e i nonni per i festeggiamenti

del decennale dell’Asilo Nido Integrato di Mezzane di Sotto

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BIMBINVILLA 2014

Gruppo amatoriale gli Antanati replica

“Mary Poppins”

domenica 16 novembre 2014

Villa Maffei – Mezzane di Sotto (VR)

dalle ore 14.30

seguirà merenda

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Associazione Culturale e Gruppo Teatrale

“Gli AntaNati…..genitori allo sbaraglio”

 Email : gruppoteatralegliantanati@gmail.com

Facebook : Associazione Culturale Gli Anta Nati

Comunicazione Fam Accoglienza: “Tre incontri sull’affido” – MI dal 10 al 17 nov 2014

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Settimana dell’affido

Al via dal 10 al 17 novembre 2014 la Settimana sull’affido, promossa dal Tavolo Affido al quale partecipano il Servizio Affidi del Comune di Milano, le realtà del Terzo Settore e le Reti di Famiglie, compresa Famiglie per l’Accoglienza.

L’Associazione parteciperà ad alcuni eventi:

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  • Famiglie per l’Accoglienza propone un incontro del Gruppo Affido aperto a tutti, un “open day” dalle 18.30 alle 21.30 di lunedì 10 novembre 2014 presso una sala che il Comune ha messo a disposizione in via de Amicis, 10 – Milano (Casa dei diritti).
    Dettagli Incontro 10 novembre
  • 11 novembre dalle 15.30 alle 20.00
    Martedì 11 novembre dalle 15.30 alle 20.00, per incontrare tutte le persone interessate all’affido, Famiglie per l’Accoglienza sar à presente con uno stand/banchetto presso l’Ikea di Carugate: video, materiali informativi e conversazioni con famiglie affidatarie
  • 14 novembre dalle 9.00 alle 16.30
    Seminario sull’affido presso Palazzo Marino, Sala Alessi. Partecipano 4 genitori e 2 operatori di Famiglie per l’Accoglienza

Altre informazioni
Famiglie per l’Accoglienza – Segreteria Affido
Giovedì ore 15.30-17.30
Tel. 02/45493200
affido@famiglieperaccoglienza.it

L’affido familiare
www.affidomilano.it
www.tavolonazionaleaffido.it

Solitudine papà: “Manuel Antonio Bragonzi scrive ad ilpostadozione”

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Abbiamo raggiunto Manuel Antonio Bragonzi, protagonista del libro “Il Bambino invisibile” (vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/). Facendo seguito al post precedente, dove abbiamo estratto una parte dal suo libro che parla di paternità e modelli maschili, ci ha risposto come segue:

“Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.”

È questo il senso vero del messaggio che volevo esprimere in questo pezzo. Quando guardo i miei bambini penso proprio a questo, potrei fare loro qualsiasi male, picchiarli, percuoterli, urlare, ma loro mi ameranno sempre, come io amavo mio nonno che ammazzò mia madre e mi frustava tutti i giorni. Come posso quindi io tradire la loro fiducia, come posso io quindi approfittare del loro bene? Come posso fregarmene del loro amore incondizionato? Sarei disumano a farlo, non umano, perciò malato. Non penso al male che ho ricevuto io per non fare loro la stessa cosa, ma penso a quanto volevo bene a mio nonno nonostante tutto.
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Purtroppo non ho mai conosciuto mio padre e non ho mai sentito la sua mancanza. Per i miei figli vorrei essere presente, ma non come il padre possessivo che pensa di amare il figlio proteggendolo da ogni esperienza negativa ma accompagnandolo, dando a lui gli strumenti per superare gli ostacoli che incontrerà sulla SUA strada cercando di essere un maestro, poco invadente ma presente. Un amorevole distacco.

Solitudine papà: “Il modello paterno nei figli adottivi

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La paternità di un uomo adottato, come la maternità, può rappresentare un momento di riflessione sul passato e mettere insieme i punti della propria vita per costruire un futuro più forte e stabile.

Crediamo che non sia un caso se i figli maschi, nella ricerca dei propri genitori biologici, trascurano meno la figura paterna. Attraverso l’attesa e la nascita del figlio si può cercare di ripercorrere ciò che può aver provato/pensato il papà sconosciuto. Ci auguriamo che non ci sia molto in comune con certi uomini. Ci riferiamo a quelli che ingravidano una donna e la lasciano subito dopo per non prendersi responsabilità. Purtroppo, ciò succede in molto paesi da cui provengono i nostri figli dove spesso imperversa una cultura machista, vuoi per ignoranza, vuoi per comodità. 

Sarebbe auspicabile che, pensando alla figura paterna non avuta, il figlio padre cercasse di mostrarsi migliore. Ricorrente è il desiderio dei giovani padri di voler trascorrere più tempo con i bambini per poter condividere le esperienze che non hanno avuto da piccoli, specie se istituzionalizzati o adottati grandi. (Vedi Convegno ICYC 2014).

Più tenero è invece pensare che attraverso il viso del proprio bambino si possa leggere una storia più ampia, dove famiglia di nascita e famiglia adottiva si ritrovano insieme nei tratti somatici e nell’educazione di una nuova vita tutta da costruire. 

Di seguito un estratto che parla di figure maschili e paternità assente, quella che tanti dei nostri figli, purtroppo, hanno subito.

 (…) Ero un bambino, e come tutti i bambini avevo bisogno di essere curato, nutrito, educato e …amato. Amato. Che parola magica.

Mio nonno mi amava? Dopo tutte le frustrate e l’odio che ogni giorno aveva riversato su di me, mi chiedevo se egli potesse volermi bene, come un genitore. In quell’istante avevo già smesso di odiarlo; anzi, mi sentivo ancora attratto da lui, perché non c’è sentimento più forte di quello che lega un bimbo a chi gli ha dato la vita, alla sua famiglia. Il figlio di un alcolizzato non rinnega mai suo padre, nemmeno se costui rende la sua vita un inferno tempestato di insulti, botte e angherie. Talvolta scappa o viene messo in orfanatrofio, ma torna sempre da lui, fedele e con lo sguardo sovente adorante, mosso da un impulso irrazionale oppure insopprimibile. Nulla è più irresistibile del bisogno di appartenere a qualcuno, a una famiglia, di avere radici.

Solo raggiunta la pubertà quella necessità svanisce e l’uomo riesce a staccarsi, dimenticandosi, per una strana legge del contrappasso, di essere stato bambino. E quando diventa a propria volta padre, i sentimenti vissuti nell’infanzia riaffiorano inconsapevolmente ed egli educherà i suoi figli come lui è stato educato. Se è stato amato, amerà. Se è stato picchiato, picchierà, scordandosi delle sofferenze subite e pretendendo, anzi, di essere stato felice da piccolo. A meno che il suo cuore non batta così forte da liberarlo dal rancore riaprendolo allo stupore della vita. (…)

(fonte: estratto da “Il bambino invisibile” di Marcello Foa)