Archivio mensile:ottobre 2014

Solitudine papà. L’esperta: “Un nuovo ruolo di uomo”

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I fatti di cronaca ci lasciano sgomenti e ci dicono che questi uomini sono sempre più in crisi alla ricerca di un nuovo ruolo che non sempre riescono a focalizzare e raggiungere.

L’ITALIA SUL LETTINO / Padri contro figli: la violenza definitiva

L’amore per l’amore è la condanna del nostro secolo: l’analisi della psicologa Vera Slepoj

PADOVA. L’amore non è ciò che prendi, non è ciò che dai, è ciò che sei, la capacità di trasferire te stesso al mondo esterno. L’amore per l’amore è la condanna del nostro secolo, l’illusione di vivere sospesi nell’emozione perenne, nei sentimenti dilatati, nell’esaltazione emotiva che priva l’individuo della capacità di elaborare una sana consapevolezza e la corretta responsabilità delle conseguenze delle azioni. È l’agonia della sottrazione dell’amore dalla sua vera origine – l’elaborazione libidica – a far sì che nell’incontro con la altro ci si trasformi, si migliori, si mantenga un equilibrio.

Oggi l’amore è carico di una sorta di mancata redenzione, confusa dalla difficoltà di gestione delle pulsioni. La perdita del significato dell’amore riguarda soprattutto il mancato rispetto dell’altro, la sopraffazione verso il più debole e indifeso. Ciò che sta accadendo è l’evidenziazione di un maschile che perde di dignità e di coraggio, caratteristiche che da sempre il maschile ha avocato a sé: maschi che abbandonano le proprie donne perché invecchiano, maschi che uccidono le donne perché decidono o pensano. Maschi che uccidono i propri figli perché in preda a un incontrollabile delirio che è il risultato di quella forma di infantilismo che fa precipitare la mente di fronte alle difficoltà e più in particolare di fronte a una separazione o a un rifiuto.

La paternità oggi passa dall’azione maschile alla scissione sociale dove i padri perdono il senno perché incapaci di gestire un destino non programmato. Si sopprimono e si uccidono i propri figli come condanna: una punizione, un giudizio determinato da una sorta di onnipotenza verso ciò che si è trasformato a prescindere dalla propria volontà. È un maschile punitivo quello che riguarda gli omicidi efferati di questi giorni, padri immaturi e incapaci di gestire l’ansia del cambiamento o la fatica della genitorialità.

I padri venivano visti dai figli, dalle mogli, dalle madri come capaci di difendere la prole, difendere il legame, difendere in sintesi il futuro della propria progenie. Oggi si stanno trasformando in figure mitologiche imperfette perché prive persino di un significato simbolico. La solitudine emotiva trasforma anche l’amore più puro, quello di un genitore che va verso il baratro del narcisismo che toglie in questo modo persino il fiato al destino dell’umanità. È la violenza definitiva e senza speranza, tragica e inutile alla base di tutti questi ultimi delitti, dalle donne ai bambini, padri superegoici privati del filo conduttore del significato etico e morale dell’esistenza. È il nostro Iraq e sembra che nessuno voglia saperlo.

(fonte: Il mattino – 24 agosto 2014)

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Comunicazione Italiadozioni: “Parlare di adozione a scuola coinvolgendo famiglie e insegnanti”

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 L’ADOZIONE TRA I BANCHI DI SCUOLA

Ci siamo mai chiesti come si può sentire a scuola un bambino? Non un bambino qualunque, ma un bambino arrivato da poco in una città diversa, spesso da un paese lontano. Un bambino che ha appena conosciuto i suoi genitori che gli parlano una lingua che non è la sua e qualche volta hanno tratti somatici differenti dalle persone che conosceva.

Ci sono poi bambini che diventano grandi ma non si lasciano andare, chiusi nelle loro insicurezze. Bambini che non tengono i ritmi della scuola perchè i testi scolastici sono troppo difficili per chi ha parlato, fino a qualche anno prima, una lingua diversa. Bambini intelligenti, che senza una figura di riferimento significativa in classe, rischiano di bloccarsi perchè hanno paura di sbagliare.

Come accolgono i compagni questi bambini? Come gestisce la graduale integrazione la struttura scolastica? La famiglia adottiva viene supportata e coinvolta?

Mettersi nei panni del bambino, della famiglia, dei compagni di classe, dell’insegnante è lo scopo del Concorso ideato da ItaliAAdozioni.  Un momento di riflessione per tutti gli attori che determinano la riuscita di un’adozione. Perché nessun adulto, di fronte alle curiosità o alle difficoltà di un bambino, in particolare a scuola, può voltarsi dall’altra parte dicendo “non mi riguarda”.

Il concorso “L’adozione fra i banchi di scuola” intende avvicinare le persone ad una vera conoscenza dell’essere famiglia adottiva superando stereotipi e facili pregiudizi. E’ rivolto alle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo livello, in particolare a quelle classi che non hanno avuto la fortuna di conoscere una famiglia adottiva.

Se l’insegnante decidesse di partecipare all’iniziativa avendo bambini adottati tra i suoi alunni, è indispensabile il coinvolgimento delle famiglie adottive, sondando sensibilità e eventuali preoccupazioni, per portare avanti un progetto comune che protegga la privacy dei ragazzini coinvolti. Lo scopo non è quello di curiosare nella vita delle persone ma di presentare, tra le diverse famiglie possibili, anche quelle adottive. Sarebbe bello se fossero le famiglie a proporre il percorso agli insegnanti proprio per rompere quell’omertà sul tema, omertà che nasce spesso dall’ignoranza.

A questo fine gli insegnati sono invitati ad avvicinarsi alla tematica dell’adozione attraverso il materiale disponibile sul sito. Le famiglie sono invitate a collaborare.

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Per ulteriori informazioni e/o assistenza scrivete a concorso.italiaadozioni@gmail.com.

Potrete seguire il dibattito alla pagina Facebook “L’adozione fra i banchi di scuola”.

Per scaricare il bando del concorso con relativa scheda di adesione  clicca qui “ Bando concorso scuola

Solitudine papà. L’esperto: “Essere genitore in una società articolata“

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Quando si parla di genitorialità non sono importanti i legami biologici. Nella genitorialità, un adulto con la sua storia si pone davanti ad un bambino e fa delle proposte adatte a quel bambino, cerca di farne un uomo o una donna. Un genitore si può considerare efficace quando è sufficientemente sano e forte, quando già prima di diventare genitore era in grado di guardare dentro di sé e impostare rapporti chiari con gli altri.

di Gabriella Cappellaro – psicologa

(…) che cosa significa diventare genitori in una società, quella attuale, in cui il concetto di famiglia è tanto articolato? E infatti riconosciamo, oltre la famiglia d’origine, quella adottiva, quella affidataria, quella ricomposta, e anche quella costituita dalla famiglia allargata, tutte come famiglie proponibili, a determinate condizioni, all’allevamento e all’educazione dei bambini. Anche da qui dunque un richiamo al tema della genitorialità. Un primo pensiero allora: per la genitorialità può non essere sufficiente il legame di sangue e contemporaneamente si può raggiungere una genitorialità piena senza alcun legame biologico.

Il legame di sangue può essere la premessa di un vincolo di genitorialità, una premessa straordinariamente efficace, in quanto biologicamente fondata, ma solo comunque una premessa, perché il vincolo di genitorialità, quale patto di alleanza adulto/bambino, va mantenuto e dimostrato nel tempo della crescita del figlio attraverso continui comportamenti di genitorialità, che la sola biologia non è in grado di promuovere. (…) E così come si sottolineano le esigenze di crescita del bambino, parallelamente si deve riflettere sulla capacità della genitorialità ad allargare la propria competenza. Via via che il figlio cresce, ecco che il vincolo di sangue perde comunque quel significato assoluto che molti vorrebbero ancora attribuirgli e comunque non basta più dire ad un figlio “sono tuo padre, siamo dello stesso sangue!” per essere credibili, bisogna dimostrarlo.

Non tutti i genitori sono all’altezza del compito: “Al compito genitoriale è necessaria la maturità psicologica, l’adultità.” (…)

In che cosa consiste la funzione genitoriale? Funzione genitoriale è il diritto di attuare proposte educative con uno specifico individuo-bambino. L’adulto in grado di esprimere una funzione genitoriale compiuta è l’adulto che ha raggiunto l’adultità, ha raggiunto una propria competenza autobiografica, ed è perciò capace di prendere in mano la propria personale esperienza di infanzia, il proprio essere stato bambino, con le rabbie, i dolori, le umiliazioni patite, le attese deluse, per essere sereno, riconciliato, se del caso, con il proprio passato e non correre il rischio di farlo rivivere sul bambino di cui si occupa.

Chi è il genitore educatore? Perché e come si è educatori? Se educare nel suo significato di “trarre fuori”, va inteso sia come “venir fuori” che “menar fuori” partendo da quello che ciascuno è per sé, bisogna convenire che l’atto educativo è scambio, rapporto, in cui entrambi gli attori sono contemporaneamente, anche se a livelli diversi, protagonisti del ruolo di educatore ed educando. L’adulto educa se, prima ancora di sentirne l’attitudine, di conoscerne le strategie, è una persona dinamica, in crescita, in grado di guardare dentro se stessa e di impostare rapporti chiari con gli altri. L’educazione si riconosce come dialogo che impegna reciprocamente, che vive e si alimenta nella reciprocità delle relazioni, dove il dare e l’avere non sono da una parte o dall’altra, ma si intersecano continuamente in un processo di crescita scambievole.

(…) Ma è ancora più importante capire gli aspetti positivi della genitorialità, e non solo fare una stima dei danni inflitti ad un figlio. Proprio il ritenere che è l’accertamento del danno inflitto al bambino a sconfermare la genitorialità ha portato per lungo tempo, e ancora porta, ad un concetto molto riduttivo dei diritti del bambino. Così, per esempio, non è ancora per nulla chiaro e/o condiviso che il più grave maltrattamento cui può essere sottoposto un figlio è la mancanza di una figura materna nei primi giorni di vita. Si pensa che le cure di allevamento (quelle dirette alla specie) siano bastevoli, mentre fin dal primo giorno il bambino, che peraltro non è in grado di protestare il pregiudizio che patisce, ha bisogno di cure di accudimento, di genitorialità (quelle dirette alla persona).

Valutare l’adeguatezza di una “relazione di cura” diventa molto di più che accertare come stanno i singoli individui, diventa l’accertamento del livello di positività dell’intreccio relazionale degli individui. (…) Il modello teorico di riferimento è quindi relazionale. Per inquadrarlo valgano le parole di Winnicott secondo cui «non esiste qualcosa come un neonato», vale a dire genitori e figli esistono solo in relazione reciproca: i sentimenti e i comportamenti degli uni influenzano i sentimenti e i comportamenti degli altri secondo un modello di causalità circolare. D’altra parte, se è vero che ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da genitore e i bambini hanno la capacità di innescarla, è anche vero che la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (Bowlby). Innanzi tutto per assumere la funzione di genitore è importante attuare un passaggio di identità, da quello di figlio (dei propri genitori) a quello di genitore (dei propri figli). Questo passaggio non è detto si compia pacificamente, perché a volte risveglia alcuni conflitti irrisolti relativi alla propria famiglia di origine, e questo avrà sicuramente una ricaduta sulla relazione di coppia dei genitori. Inoltre se il bambino reale, con i suoi bisogni, non corrisponde al bambino atteso, possono nascere altri gravi conflitti psicologici.

Segue una spiegazione del concetto di “base sicura” e delle teorie di attaccamento che influenzano tutta la vita dei singoli individui.

Genitorialità come attribuzione di senso al bambino. Il tracciato della genitorialità, che parte dal riconoscimento della qualità della relazione sperimentata nella propria infanzia, si indirizza verso un figlio come occasione privilegiata, dotata di stile proprio, di relazionalità, perché sicuramente a quel figlio si attribuisce un significato psicologico. (…) Attribuire un significato al proprio figlio è operazione molto delicata, alla quale tuttavia non ci si può sottrarre, perché comunque viene svolta. Attribuire un senso al figlio (biologico, adottato, affidato: è lo stesso) è infatti, nell’accezione letterale del termine, dare una direzione alla sua vita, e questo lo si fa senza bisogno di rifletterci. Ma se non ci si riflette, si può correre il rischio di sbagliare direzione. Il che è tanto più grave, in quanto le direzioni sono solo due. Nel primo caso il figlio cresce per dare soddisfazione al genitore, nel secondo caso il figlio cresce per essere pienamente se stesso. (…) Genitorialità, allora, come patto di alleanza adulto/bambino che è molto di più della capacità di procreare, perché si sostanzia della propria raggiunta adultità, si declina via via nel tempo della crescita del figlio, si qualifica come legame che affronta le transizioni, si giustifica nel compito di aiutare il figlio a diventare Se stesso.

(fonte: http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/137/137_i_fondamenti_della_genito.htm)

Comunicazione Unicatt: “Allargare lo spazio familiare, adozione e affido” – 24 ott 2014 (MI)

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Allargare lo spazio familiare: adozione e affido

Presentazione  del  numero 27 di

Studi interdisciplinari sulla Famiglia

Allargare lo spazio familiare: adozione e affido

(a cura di E. Scabini e G. Rossi, edizioni Vita e Pensiero)

 venerdì 24 ottobre – ore 17.00

Università Cattolica (Aula Maria Immacolata).

 

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Si ricorda che il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia sta organizzando:

Convegno Internazionale –  13-14 febbraio 2015

“Allargare lo spazio familiare: essere figli nell’adozione e nell’affido”.

Tale iniziativa mette a frutto il patrimonio culturale del Centro di Ateneo che si pone come autorevole punto di riferimento a livello nazionale e internazionale per quanto riguarda lo studio dei legami familiari nell’adozione (in particolare internazionale) e nell’affido.

Per la partecipazione vedi: http://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-2394.html

Solitudine papà. Papà Rocco: “Nessuno nasce imparato nel ruolo di padre”

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Rocco è uno degli adulti che supporta la petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini” per consentire la ricerca dei genitori naturali da parte di quei bambini non riconosciuti alla nascita. Abbiamo dato ampio spazio a questo tema su questo blog nella sezione “ricerca delle origini”. Lo abbiamo raggiunto e ci ha parlato della sua esperienza di figlio diventato a sua volta padre.

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“Sono stato adottato già piuttosto grandicello, quindi come si può dimenticare il proprio passato pieno di solitudine e fame di affetto!?

Quando sono diventato papà di due figli, maschio e femmina, nati a 20 mesi di distanza, mi sono semplicemente reso conto di quanto ho sicuramente perso in modo irreparabile nel non esser potuto crescere insieme ai miei fratelli e sorelle di sangue. Per fortuna, in quel periodo mi ero già ricongiunto con una sorellina che era stata in collegio con me e che era stata adottata da un’altra famiglia separandoci. E’ stato un ricongiungimento, definiamolo, “tardivo”, dopo ben 16 anni. Infatti, nonostante i genitori di mia sorella fossero informati della mia esistenza sin dall’inizio, ci hanno tenuti volutamente separati con mio grande rammarico. Così quando ci siamo rivisti mia sorella era in piena adolescenza e per me ormai una perfetta sconosciuta, come del resto io per lei!

Quando ti nasce un figlio, quando diventi papà per la prima volta, nessuno nasce imparato ed è a parer mio assolutamente normale sentirsi scombussolati, quasi impauriti da questo nuovo ruolo di grande responsabilità. Chi in un primo momento non prova certe emozioni, ahimè, forse non riuscirà mai ad essere un buon padre.

I miei genitori adottivi, ma anche i miei suoceri, sono stati molto presenti dopo la nascita dei nostri figli. Non potevo pretendere di più. Davano, sia fisicamente sia economicamente, tutto il supporto necessario. Nonni fantastici. In quel periodo ero impegnato sul lavoro per cercare di portare un buono stipendio a casa visto che mia moglie aveva il suo bel da fare con due figli a distanza di venti mesi. La mia consolazione era che i figli, da piccini, hanno molto più bisogno degli accudimenti materni. Comunque al mio rientro a casa non mi risparmiavo mai per i miei bimbi, nei momenti critici anche di notte: la stanchezza svaniva, come per magia, e me li coccolavo ben bene. Molto spesso si addormentavano con me nel letto matrimoniale. Una bellissima esperienza che ti permette di giorno in giorno di crescere insieme ai propri figli!

Mio papà naturale l’ho cercato più tardi, ormai sepolto dal 1990. Mia madre naturale, un fratello e una sorella che vivono ancora con lei, invece, li sento di tanto in tanto per telefono e quando capita l’occasione vado a trovarli.

Non ho la presunzione di dare consigli. Nella vita, lo sappiamo bene, si apprende tutti i giorni. Forse l’unico che posso dare, anche per esperienza di padre naturale con figli ormai adulti, è quello di saper fare sempre autocritica del proprio operato. Un altro elemento importante è la responsabilità e il rispetto verso i figli, cercando soprattutto il dialogo nel quale non deve mai mancare il confronto e il consiglio basato sulla propria esperienza di vita.

Serve anche sapersi imporre quando si tratta di sane regole da rispettare. Ciò non significa escludere l’essere amici con la A maiuscola. Che siano figli adottati o naturali non fa nessuna differenza. E’ sempre compito degli adulti saper ascoltare e saper rispettare opinioni diverse per insegnare lo stesso comportamento a loro.”

Solitudine papà. “Dialogo di due papà sull’adozione”

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Sul web abbiamo trovato questo dialogo che ci sembra illuminante per chi si sta avvicinando all’adozione ma anche per chi la vive con “imbarazzo”, nel senso che pensa di essere un perseguitato dagli eventi. Tocca i punti cardine che ci siamo prefissati in questo blog: dire la verità, informare su luci ed ombre del rapporto con i figli, non prendere paura, ricordare che gli adulti siamo noi. Siamo noi che dobbiamo dare delle risposte.

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– A casa come va?

– alti e bassi. Lei è sempre nervosa e arrabbiata, fa polemiche per ogni cosa. Per dirti…..ieri sera ho sgridato il piccolo; la sorella era andata da una vicina di casa e quando è rientrata e ha saputo che il fratello era in punizione mi ha detto “meno male che non c’ero, sennò mamma diceva che era colpa mia” e quando gli dico che con loro esagera e non ha misura mi dice che sono io che mi invento le cose.

– capisco….essere genitori è difficile. Io ho un pensiero per la testa….

– quale?

– io credo che l’adozione ci abbia messo con il culo in terra

– che vuoi dire?

– parlo per me, o forse no…. vedo che chi più’ chi meno siamo tutti in crisi. Secondo me non eravamo pronti…o preparati: avere un figlio in età avanzata dopo anni di convivenza e già con una sua personalità… destabilizza…..credo….

– hai ragione, ma quand’è che si è pronti per avere dei figli? Quando finisce la scuola che ti da la patente per adottarne uno? Non ne esistono, amico mio! Tu sei la scuola, tu sei il tuo insegnante, la tua pazienza e la tua voglia di far essere felice tuo figlio è quello che ti muove. Certo, è stancante, snervante, ti succhia l’energia, ti lascia vuoto….ma pensavi potesse essere diverso?

– no io no…. sapevo che era così ma leggendo gli sfoghi di tante persone e raccogliendoli mi son reso conto che tutti credevano una cosa e poi era un’altra… avere i figli è la cosa più bella e stancante del mondo, ci consumiamo per loro ed è giusto così…. però credo che, viste le cose che via via mi son state dette e viste le mie, molto pochi eravamo realmente pronti per adottare.

– credo che il problema sia la paura di sbagliare che ti fa impazzire di ansie e angosce. La chiave sta nel convincersi che non esiste LA SOLUZIONE al problema, ma che l’importante è che uno scelga la SUA soluzione, non quella che forse potrebbe essere giusta. Si cercano in tutti i modi soluzioni da fotocopiare invece di dirsi: “Ok, tocca a me! Il genitore sono io e secondo me si deve fare cosi”. Bisogna non aver paura della responsabilità di essere padre e madre, di scegliere quello che secondo noi è bene per loro in tutta coscienza ed onestà; a quel punto non ci devono essere più ansie o preoccupazioni perché le scelte saranno state fatte, nel bene o nel male, secondo i nostri principi, la nostra esperienza, le nostre convinzioni. Se non abbiamo fiducia in noi stessi, come possiamo pensare di trasmettere serenità e fiducia ai nostri figli?

– giusto secondo me si può anche aggiungere che bisogna anche accettare il fatto che commetteremo inevitabilmente degli sbagli …e se crediamo di poter essere dei genitori infallibili sbagliamo di grosso.

– è tutto lì: avere fiducia in noi significa sapere, essere consapevoli di poter fare degli errori: ma saranno i NOSTRI errori e non quelli di qualcun altro. Certo, se diamo retta agli altri abbiamo qualcuno a cui dare la colpa se le cose non vanno, ma così non stiamo crescendo figli nostri, torneranno a essere i figli di qualcun’altro!

– bravo. per questo non ritengo tanto utile l’ascoltare gli altri e basta…ma semmai il confrontarsi e il mettersi in gioco….pero’ ripeto….credo che l’adozione sia un impegno veramente grosso e totalizzante…

– Il fatto è che comunque è il rapporto fra moglie e marito che viene messo in gioco. Inevitabilmente si pensa che tutta l’attenzione si deve focalizzare sui figli e che la moglie, o il marito, possono aspettare che tutto si tranquillizzi. E invece no, perché non si normalizzerà più nulla secondo quello che pensavamo o facevamo prima. Il modo di vivere è cambiato e bisogna riadeguare tutto: ritmi e attenzioni. Amare questi bambini più di noi stessi non basta! Essere padri e madri non basta! dobbiamo imparare a essere “famiglia” per il nostro e per il loro bene

– si giusto…………..pero’ tutto questo non mi leva il dubbio che forse dovevamo pensarci meglio……ti e’ mai venuto a te?

– Si, spessissimo. Però mi viene anche da pensare che forse potevano capitare peggio. Oramai di persone ne abbiamo conosciute tante e bene o male tutte, tutte, parlano o raccontano le stesse sensazioni di disagio. Se vai a vedere bene, però, né le nostre né le loro sono situazioni limite. Allora forse siamo persone normali con paure e incertezze normali. E se ci avessimo pensato meglio non saremmo diventati padri di questi figli meravigliosi

– si sono d’accordo…pero’ credo che la si debba smettere di parlare di nuvoline rosa e spiegare invece che è un splendido casino da affrontare …ma sempre casino e che quindi è bene premunirsi….

– lo dici a me? l’ho sempre detto che i vari forum dovrebbero servire a questo: a mettere sul piatto tutti gli aspetti dell’adozione; quelli belli, quelli rosa, quelli teneri, le emozioni ma anche i riflessi sulla vita di coppia, sul dover imparare a comportarsi da genitore, sul far capire cosa vuol dire “responsabilizzarsi sul serio”

– appunto…dovrebbero servire a questo invece servono ad illudere e poi ci si trova in crisi…..

– bravo! parole sante…………e bisognerebbe dire le cose come stanno realmente….che quando arrivi a casa con il ”pupo” o la ”pupa” o tutti e due ed incominciano ad urlare e darti calci non è niente di strano ma è fisiologico e normale….invece non lo dicono e questo secondo me è delinquenziale perché porti ad andare avanti anche chi non riuscirebbe a portare sto fardello…

– Eh già….è stupendo quando ti abbracciano, ti cercano, quando SAI di essere il loro punto fermo. Però come fa male quando li vedi rivoltartisi contro per una sciocchezza, per un capriccio. Quando sono arrabbiati e cercano di tirar fuori le cattiverie che potrebbero ferirti di più. E un conto è sentirsi dire, così, quasi sottovoce, che queste cose accadono e che sono normali, un altro è invece vedere e vivere la rabbia di quei momenti e imparare a gestirla, ad assorbirla e a dimenticarla perché sai che non è per colpa tua che sono arrabbiati ma per colpa della vita e tu sei quello che, in quel momento, gli permette di sfogarsi

– appunto…io dico sempre che bisogna farsi pane…hanno fame e per mangiare devono per forza morderci….fino al sangue….

– è quello che abbiamo scelto di essere

– appunto…

(fonte: l’adozioneconimieiocchi.myblog.it)

Comunicazione GenitoriChe: “Gruppo di mutuo aiuto per genitori di adolescenti” – Roma 18 ott 2014

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Associazione GenitoriChe

GRUPPO MUTUO AIUTO PER GENITORI DI ADOLESCENTI

sabato 18 ottobre – 11.00 12.30

Roma – zona Montesacro – Piazzale Jonio

la partecipazione è gratuita ma è necessaria la prenotazione

mail info@associazionegenitoriche.org oppure tel. 342.811.4789

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Perchè un gruppo di auto-aiuto per genitori di adolescenti? 

 

A volte i genitori di adolescenti vivono con disagio il cambiamento dei figli e non riescono a “tararsi” sulle nuove necessità che la crescita richiede, aumentando, in questo modo le occasioni di scontro e vedendo diminuire quelle di dialogo e incontro. L’adolescenza, infatti, è una fase evolutiva articolata e complessa caratterizzata da rapide modificazioni fisiche, emotive e cognitive che hanno un impatto evidente e a volte critico sulla famiglia. Questa fase di passaggio esige, da parte dei genitori, la trasformazione del rapporto con i figli senza lasciarsi sopraffare da sentimenti di rabbia, impotenza o sconcerto di fronte ad alcuni comportamenti adolescenziali (desiderio di autonomia, sbalzi di umore, comportamenti provocatori, silenzi e isolamento).

Il presupposto del lavoro in gruppo di auto-aiuto, è rappresentato dall’idea che tutti hanno dentro di sé le risorse personali necessarie per assolvere il ruolo genitoriale. Grazie all’aiuto e al dialogo con altre coppie i genitori possono recuperare ed imparare ad usare al meglio queste abilità, ripristinando e potenziando la relazione con i figli. 

 

Comunicazione: “Giornata di etnopsicologia” – Padova 29 ott.2014

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In un mondo sempre più multietnico è importante avere gli strumenti per dialogare con “gli altri diversi da noi”.

Agli educatori, operatori sociali e genitori proponiamo questo incontro organizzato

da alcune Associazioni di Volontariato che gravitano a Padova. 

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GIORNATA DI ETNOPSICOLOGIA

Mercoledì 29 ottobre. Ore 9:00 – 17:00
Padova, Via San Giovanni da Verdara, Sala Comboni

Ingresso libero

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PROGRAMMA

Mattino
– Percorsi di salute
Dirigente medico da confermare, Ulss 16 Padova

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– Maternità e decentramento culturale
Gabriella Coppola, Associazione Unica Terra

– Adolescenti di origine straniera: costruzione dell’identità negli adolescenti G2
Maria Cosentino, psicologa, psicoterapeuta, Associazione Unica Terra

– Arteterapia e creatività: Un’esperienza con alcune ospiti di Mondo Donna a Bologna
Annalisa Fabbri Bombi, psicologa, psicoterapeuta

Pomeriggio
– Donne immigrate: percorsi migratori e pratiche d’adattamento
Cadigia Hassan, giornalista, Associazione Ridim

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– Antropologia Medica ed Etnopsichiatria: metodologie e impegno civile
Francesco Spagna, Università di Padova

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Buffet etnico a cura dell’Associazione Unica Terra

AI PARTECIPANTI VERRÀ RILASCIATO UN ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE

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Per partecipare alla Giornata è necessario iscriversi inviando l’adesione per mail a:
segreteria@psicologodistrada.it. Le iscrizioni chiuderanno lunedì 27 ottobre.

locandina _etnopsicologia

Solitudine papà. Papà Antonio: ”La paternità non era per me”

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Antonio è una papà biologico. Ha avuto un figlio a 46 anni. La fatica a procreare prima e l’età non più giovane poi lo portano ad allontanarsi dal ruolo di padre, per lo meno per come lo intende lui.

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“Sono papà da tre anni di un bel maschietto vivace e birichino. Ho 49 anni. Mia moglie è più giovane di me. Lei ha insistito molto per avere un figlio. Ci siamo sposati dieci anni fa. Pensavo di poter realizzare il sogno di una famiglia da subito, invece le cose sono andate per le lunghe. E’ arrivato un momento in cui non ne ho più avuto voglia di avere un figlio. L’ho fatto solo per lei, per accontentarla. Ritengo infatti che i figli vadano cercati ad un’età più giovane. Personalmente faccio fatica a seguire il piccolo. Con lui ho un rapporto particolare ma ciò non toglie che il ritmo non sia propriamente alla mia portata. Anche il rapporto con mia moglie si è incrinato.”

Solitudine papà. Papà Maurizio: “Adottare quasi a 50 anni”

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Maurizio è un papà adottivo da dieci anni. Nonostante non si possa definire un papà giovane è convinto che nel rapporto con un figlio la maturità abbia molto da insegnare.


“Sono diventato padre di Svetli quando ormai non ero più proprio considerabile giovane. Avevo quarantasette anni ed una voglia incommensurabile di avere un figlio. Le tensioni, il mancato decreto di idoneità poi il successivo ricorso in corte d’appello e tutti gli ostacoli superati nel percorso adottivo, avevano ulteriormente accresciuto le mie motivazioni. Quindi, quando con mia moglie arrivammo a conoscere il nostro Svetlino, che allora aveva solo due anni, mi accorsi di essere diventato padre solo dopo alcuni giorni. Forse per uno strano processo di autodifesa, mi ero abituato a non considerare l’evento della mia paternità così realizzabile. Ricordo il primo giorno d’incontro in Bulgaria con quell’esserino che finalmente sarebbe diventato mio figlio e che pretese fin da subito di essere il naturale possessore di ogni cosa che mi apparteneva: dalla scheda fotografica, alla telecamera, ai vari attrezzi che continuavo ad armeggiare per rendere indimenticabile il momento del nostro incontro.
Solo dopo un po’ di tempo mi resi veramente conto di essere diventato padre, sia dentro di me che agli occhi della famiglia che finalmente stavo costruendo. Devo confessare che il primo sentimento nei confronti di quelli, che padri lo erano già diventati, molto prima di me, magari anche dieci o venti anni prima, fu una certa invidia. Avevo perso un mucchio di tempo a far che? Anche l’ambiente mi era in un certo senso ostile. Ricordo quel tipo al mercato che un sabato disse al mio Svetli: – Bello eh, andare in giro con il nonno a fare la spesa? – Mi fece provare ulteriore rammarico, ma mi fece anche capire quanto poco valga il commento della gente che non conosci (in fondo avevo solo cinquant’anni e nemmeno portati male…).
Ora che mio figlio è molto malato… di papite acuta, vivo il periodo più bello della mia vita di uomo adulto, come papà, attraversando momenti di grande soddisfazione ed anche periodi di difficoltà e magari scoramento, ma sempre con l’impegno, che questo ruolo comporta. Se è vero, come ho letto da qualche parte, che i figli servono agli adulti per poter maturare, credo anche che diventare padre in età matura, possa essere un valore aggiunto per un figlio arrivato magari un po’ in ritardo. Per questo ho sempre fatto in modo di vivere più tempo possibile con mio figlio, anche sacrificandolo alla mia attività lavorativa. Non mi sono perso un minuto dei suoi anni di piccolo esploratore ed abbiamo scoperto ed osservato insieme le tante novità che apparivano nel suo giovane mondo. Sono orgoglioso del fatto che lui le abbia potute maggiormente apprezzare con l’aiuto del suo papà. Ora che lui è ormai adolescente, sono consapevole che i tempi del distacco sono maturi, ma cercherò di continuare ad essere un padre disponibile, cercando, magari con difficoltà, di non essere troppo presente nella sua futura vita di giovane uomo.
Desidero dire a tutti i papà, che l’arrivo di un figlio è un dono fantastico, che va vissuto nel momento in cui ci viene concesso. Alcune volte altre distrazioni della vita allontanano i padri da questa esperienza unica anche per un uomo: per motivi di carriera o per altri motivi che alla fine non si rivelano così importanti. E di questo quando sei troppo giovane, spesso non te ne rendi conto, come non ti rendi nemmeno conto delle tante cose che si possono rimandare più avanti. Un figlio no, un figlio va vissuto ed accompagnato per mano fino al momento in cui, indicata la strada, correrà con le sue gambe incontro alla vita. Ed oggi fortunatamente, sono sempre di più i papà presenti nelle vite dei propri figli e che non vogliono avere alcun rimpianto, per essersi persi una avventura così meravigliosa”.

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(fonte: italiaadozioni.it – 03/2013)