Solitudine papà. La sfida di educare: “Guardami, ti indicherò la strada”

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I papà hanno un ruolo importante per i nostri figli, adottivi e non. In particolare nella fase dell’adolescenza hanno il difficile compito di indicare la via. E’ più facile fuggire di fronte a questa responsabilità, ma si perde l’opportunità di lasciare una traccia indelebile e positiva nella loro vita.

Ci sembra di buon senso affermare che, nonostante ci sforziamo di cercare la perfezione, saremo sempre e comunque genitori imperfetti. Anche i padri. Sembra che la ricerca di questa perfezione sia una delle cause che portano i padri ad allontanarsi dalla famiglia e a non impegnarsi con i figli. Quasi che ci fosse la paura di sfigurare. Tranquilli. I ragazzi hanno solo bisogno di adulti di riferimento, non di eroi. Noi per primi dovremmo solo interrogarci sul significato della nostra vita per trasmettere un valore positivo ai figli.

In un momento di crisi come questo crediamo che il primo compito di un genitore sia di tramettere speranza. Possiamo parlare tra noi delle nostre delusioni e fatiche, ma i ragazzi hanno il diritto di avere un futuro davanti, una luce che li guidi. Per dirla come Nembrini (“Di padre in Figlio”, Ed Ares 2011) i ragazzi hanno bisogno di adulti che amino la loro libertà e, aggiungeremmo, il loro entusiasmo.

E’ in questo contesto che va valorizzata la figura del padre come colui che, con sguardo sicuro, li guida verso le scelte più consone. Questa mansione del padre, come supporto e porto sicuro a cui tornare in caso di tempesta, è già stata proposta dalla mitologia greca con Atena. Atena nacque dalla testa di Zeus quasi a significare uno stretto connubio tra padre e figlia. Per farsi strada i ragazzi hanno bisogno di mentori che li guidino, li sostengano e siano dalla loro parte. Atena è sempre stata sostenuta da Zeus. Grazie all’acutezza della sua intelligenza e ad una giusta dose di autostima, Atena rappresenta quelle figlie che riescono nella vita perché hanno una buona immagine di sé grazie alla sicurezza trasmessa dal padre.

Che cos’è allora l’educazione? Sempre Nembrini: “L’educazione non è una serie di prediche, non è una preoccupazione da avere. E’ un uomo che vive. (…) L’educazione è la capacità che hai o non hai di rendere testimonianza (…) di una certezza e di una positività che i figli possono guardare.”

I ragazzi ci osservano, imparano da noi, dalle nostre reazioni. Le parole contano pochissimo. Secondo molti studiosi l‘emergenza educativa è data dalla mancanza di adulti che si prendono le loro responsabilità, che rifuggono il ruolo di coloro che devono indicare la strada. “Abbiamo ragazzi che crescono pieni di paura e di incertezza: come sulle sabbie mobili perché non hanno davanti adulti capaci di testimoniare certezze….”

Quando ci sentiamo in difficoltà rammentiamoci le parole agli educatori di Baden Powell, il fondatore del movimento scout: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancor di più attraverso ciò che si è.” Ai ragazzi, invece, viene detto: “ Ti hanno insegnato gli elementi generali del sapere e ti è stato insegnato come imparare. Ora spetta a te, come individuo, di andare avanti e di imparare da solo quelle cose che daranno più forza al tuo carattere e ti permetteranno di riuscire nella vita facendo di te un uomo.”

Il grande segreto dell’educazione è quello di non aver paura di sbagliare. E’ la qualità del rapporto che conta L’uomo vale per quello che è nell’azione, perché è nell’azione che dimostra a cosa tiene: l’uso del tempo, della casa, dei soldi, delle energie, come gestisce i rapporti… L’invito al disimpegno per essere felici in realtà castra la curiosità innata dei nostri ragazzi.

Per citare Bauman, filosofo del nostro tempo e della società liquida (“Modernità liquida”,  Laterza 2002): “Nel nostro tempo ci sono troppi modelli, in contrasto tra loro. (…) Mancano punti di riferimento certi, tutto appare giustificabile in rapporto all’onda del momento. (…) Mancando un sogno che accomuni tutti, l’individuo annega nella folla delle solitudini, incapaci di comunicare tra loro, e l’ambizione dell’emancipazione cede il posto alla rinuncia del senso del vivere. Trovare punti di riferimento, indicare le linee affidabili è la sfida titanica per governanti e amministratori.”   E noi aggiungiamo: sfida titanica anche per gli educatori!

I figli non diventano grandi da soli. Il rischio di educare consiste nel seguire i figli lasciando la loro libertà di scelta. Non sono le regole e l’osservanza delle regole che fanno il buon educatore o il buon figlio. Il risultato potrebbe essere un figlio adulto che non sa gestire la sua libertà. In questo caso ho creato un burattino non un uomo. Lasciare libertà di scelta non significa buonismo. A questo riguardo Nembrini è molto chiaro: “Il buonismo, il sentimentalismo, le pacche sulle spalle non portano da nessuna parte, bloccano. Sembra bontà e invece è una cattiveria perché impedisce la correzione reale, cioè impedisce di fare dei passi, impedisce il cammino. E’ la malattia più grave. Mi sembra più diffusa nelle famiglie di oggi. Timorosi del proprio compito, spaventati del proprio compito, i genitori sembrano avere il ruolo di eliminare ogni occasione di fatica, e così facendo impediscono la crescita dei figli che restano bambini fino a trent’anni. Il buonismo non paga, il buonismo non c’entra niente con l’educazione.”

Ancora:

“Che i bambini di oggi siano più intelligenti è una menzogna, sono solo iperstimolati ma sono superficiali, non interiorizzano nulla, non hanno giudizi o criteri propri, sono totalmente nelle mani del potere, di chi grida di più, dei giornali che leggono, di quello che ascoltano.”

Anche negli errori educativi non è mai tardi. Si può sempre cominciare da capo. La sfida è di fare la nostra parte. Poi sarà quel che sarà. La partita della vita ognuno la gioca da solo e a modo suo. Non possiamo sostituirci ai nostri figli. Se non ci seguono, pazienza.

Possiamo allora affermare che l’educazione è un modo di essere di fronte alla vita. Ma è anche un trasferimento di conoscenza e testimonianza perché non vada perduto lo sforzo nostro e dei nostri antenati. Nel film Amistad di Spielberg (1997) lo schiavo capo dei ribelli, nel momento in cui deve prendere una decisione importante, esclama. “Allora io chiedo aiuto allo spirito dei miei antenati. Ed essi devono venire in mio aiuto, perchè in questo momento io sono l’unica ragione per cui essi sono esistiti!”

E’ di fronte alla morte del padre che un figlio/una figlia diventano adulti davvero. Ci vuole coraggio per educare e un buon educatore educa continuamente se stesso. Ma un buon padre ha anche il grande compito di lasciare un’importante eredità: “Guarda più lontano, guarda più in alto, guarda più avanti e vedrai una via,…. Ma sappi anche voltarti indietro per guardare il cammino percorso da altri che ti hanno preceduto, essi sono in marcia con noi sulla strada” – Baden Powell.

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Sempre sull’educazione alla libertà e alla voglia dei bambini / ragazzi di vivere attraverso l’esperienza vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-07-14/educare-bambini-liberta-140956_PRN.shtml.

Interessante il passaggio dove si parla del gioco: buona parte dei bambini sa giocare solo con giochi preconfezionati dagli adulti e non è allenata ad inventare nuovi giochi, nuove regole e nuove soluzioni. Che cittadini avremo domani? Forse, in questo senso, i nostri ragazzi sono facilitati nel problem solving visto le loro esperienze variegate, soprattutto quelli che arrivano in Italia già grandi.

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