Archivio mensile:settembre 2014

Solitudine papà. Film: “Mio figlio professore” di Renato Castellani (Ita 1946)

Standard

Un sorprendente Aldo Fabrizi nelle vesti di un padre vedovo, bidello di un liceo a Roma che cresce il figlio con il sogno di vederlo un giorno professore di greco e di latino. La gratitudine è una dote rara e non si impara sui banchi di scuola. Una volta cresciuto il ragazzo si dimentica del padre e laureatosi rinnega le sue origini anteponendo le proprie ambizioni ai sacrifici del genitore.

Renato Castellani racconta con eleganza e con misura una vicenda in cui i sentimenti hanno un peso determinante. Sobria ed efficace l’interpretazione di Fabrizi. Sullo sfondo l’Italia durante il periodo fascista.

Per chi vuole meditare sull’amore paterno.

Annunci

Solitudine papà. I Nostri Padri: “La parabola del buon Samaritano e l’invito di Gesù ad immergerci nel mondo”

Standard

Ci sembra questo il giusto luogo d’inserire la spiegazione della parabola del buon Samaritano per le conclusioni a cui arrivano i nostri due sacerdoti: bisogna educare lo sguardo se vogliamo vedere. E’ l’augurio che facciamo a tutti i genitori che si avvicinano al mondo dell’adozione, educare lo sguardo e il cuore a prendersi cura dell’altro nel modo giusto, senza pietismi, mettendoci in gioco, come ci viene spiegato nel testo che segue.


di don Roberto e don Marco – sacerdoti ed educatori.

.
E’ una parabola quella del Buon Sammaritano tra le più belle del Vangelo. Chissà quante volte è risuonata nei nostri orecchi. Al punto tale da abituarci forse alla sua rivoluzionaria novità. (…)
Gesù racconta questa parabola a seguito di una domanda di uno zelante dottore della legge. Tale dottore sembra preoccupato di come si possa “avere la vita eterna”.
La risposta finale di Gesù: “Fa questo e vivrai” sembra inaugurare un’ottica diversa: il passaggio dalla preoccupazione per sé stessi, fosse altro per la “propria vita eterna”, al volto dell’altro per trovare in questo viaggio sulla terra il senso della propria vita.

Nella parabola possiamo notare, nella traiettoria che va dall’inizio alla fine, un passaggio dall’oggetto dell’amore (chi è il mio prossimo) al soggetto dell’amore (chi di questi è stato il prossimo per…).
La parabola è plastica e si svolge come un dramma dentro il quale gli ascoltatori si possono facilmente identificare. Un uomo (l’umanità, nuda e cruda senza titoli e privilegi) passa per la strada. Dei briganti lo assalgono (c’è tutta un’ “accurata” operazione di sottrazione nei confronti del malcapitato). Ed ecco tre figure che passando una dopo l’altra.
-Il sacerdote: l’uomo della religione. Che sta andando al tempio. Non può contaminarsi il sacerdote toccando un cadavere o un candidato a diventarlo… e tira diritto. Sembra, il primo passante, espressione di una religione che anestetizza la vita. Un sistema religioso che fornisce molte giustificazioni rigorosamente religiose per stare lontano dalla vita.
– Il levita: E’ l’uomo che conosce le regole ma non vive la vita, la giustizia (i centinaia di precetti saputi a memoria sono tutti nella “testa” ma scollegati dal cuore). E’ il burocrate che sa trovare mille giustificazioni “legali” per non intervenire dove la sua coscienza dovrebbe rispondere. Come a dire “ dura lex sed lex” ….)
– Il samaritano (non possiamo dimenticare che era considerato un eretico, un irreligioso, uno “di fuori” dal cerchio religioso). E’ quello più fuori ma che sorprendentemente si rivela più dentro al Vangelo.

Anche noi come il dottore della legge possiamo essere sollecitati ad identificarci con uno dei personaggi.
A parte chi colto da permanente pessimismo si ritrova sempre in quello “battuto” dai briganti, tutti possiamo ritrovarci un po’ nei tre passanti…In ciascuno di noi c’è qualcosa di tutti e tre….
Questi tre passanti fanno la stessa strada, tutti e tre vedono… qual è allora la differenza?
Chi di questi tre è stato compagno, prossimo per l’altro? Dirà Gesù capovolgendo la prospettiva dall’io al tu.
Forse la prima differenza è proprio nello sguardo … tutti e tre infatti passano per la strada, tutti e tre vedono ma è diverso lo sguardo, l’orizzonte che le persone hanno davanti.

L’uomo “religioso” meglio l’uomo “clericale”, il prete, non vede; l’uomo della ideologia, della burocrazia, del sistema (il levita) non vede…Il samaritano vede con compassione…La compassione si potrebbe dire è già nello sguardo. La cura prima che “arrivare alla mani” tracima già dagli occhi.
Il termine …. compassione (viscere materne) dice il sentimento più profondo di Dio per l’umanità. Bella coincidenza che il sentimento più profondo di Dio coincida con quello più profondo dell’umanità, in particolare della dimensione femminile dell’umanità.

Ma che rapporto c’è tra le viscere e lo sguardo, tra il cuore e gli occhi? Solo se si educa il cuore si può vedere l’altro…. Solo se si educano gli occhi si può “sentire” l’altro….

“La compassione richiede anzitutto la disponibilità alla conversione della sguardo – ossia quel cambiamento di sguardo al quale le storie bibliche e in particolare le storie di Gesù invitano continuante tutti noi” ( JB Metz)
Questa parabola è un capolavoro di laicità. Dio non è ostaggio delle lobby religiose. Nell’amore gratuito, nella compassione autentica, nell’azione politica di prendersi cura dell’altro c’è il sentire e l’agire di Dio.
Questa parabola non parla solo di un corpo messo di traverso sulla strada, quello del malcapitato… parla anche di un altro corpo, quello del samaritano che si mette di traverso rispetto a noi che leggiamo e ci chiede di dare carne alla Parola, di non trasformare tutto in principi, ideologie, sistemi….(…)

Cosa dice a noi oggi questa parabola? Quale messaggio per il mondo?
Il libro del Deuteronomio da cui abbiamo letto oggi la prima lettura dice che la Parola non è lontana… non nell’alto dei cieli, non al di là del mare… ma sulla nostra bocca, nel nostro cuore, affinché possiamo metterla in pratica.…La parabola del samaritano oggi sottolinea una cosa ancora più rivoluzionaria: la Parola oggi è nell’altro… negli occhi di chi incontri …. Ma anche: questa parabola inizia dagli occhi, dal modo di vedere il mondo…Sembra ricordarci che l’altro è la dimora di Dio, la casa lungo la via, dove egli ci invita a stare …

Comunicazione ItaliaAdozioni: “Racconti di un’adozione” – 1 ott.2014 – Milano

Standard

 

 

.

RACCONTI DI UN’ADOZIONE

Teatro Litta di Milano

Mercoledì 1 ottobre – ore 15.30

Ingresso libero ma è gradita la prenotazione per un migliore coordinamento dei lavori

.

Nel corso del pomeriggio si alterneranno interventi sul tema della narrazione con la partecipazione di Anna Genni Miliotti, scrittrice ed esperta di adozione.

Al termine, lettura delle lettere finaliste del Festival delle Lettere 2014 nella categoria “Lettera d un’adozione”.

Vedi il programma per la prenotazione e i contenuti dell’incontro: scarica il programma

Resoconto convegno ICYC 2014: “Conclusioni dalla platea”

Standard

Ci sembra importante riportare le considerazioni di alcuni presenti in sala alla fine del Convegno.
.
Michele (papà e nonno)- Siete ancora in pochi. Il Convegno, secondo me, dovrebbe coinvolgere i ragazzi più piccoli. Devono sapere che quello che sentono e stanno vivendo non è un’anomalia, che altri stanno provando quello che stanno vivendo, che non devono aver paura delle loro reazioni, che un giorno potranno trovare il loro equilibrio e giusta dimensione.
.
Manuel (figlio e papà; vedi http://ilpostadozione.org/2014/01/29/cile-libro-il-bambino-invisibile/) – Sono stupito di questa vostra libertà nell’esprimervi. E’ la prima volta che mi capita. Giro da due anni per le associazioni. Di solito mi trovavo da solo ad affrontare la platea di genitori. Questa volontà di capirsi tra genitori e figli è nuova per me. Posso solo aggiungere che i genitori hanno paura. Hanno bisogno di esempi positivi per essere rassicurati.
.
Alan (figlio e papà) – Abbiamo bisogno di trovarci ed aprirci, ce l’hanno insegnato i nostri genitori. Qui possiamo trovare delle risposte. Anche per essere noi genitori un giorno e riproporre quello che abbiamo imparato in famiglia. Tutto ciò che ho ricevuto lo trasmetto a mio figlio. L’amore si impara da chi ti dà amore. L’ho imparato poi, dopo una fase in cui non l’ho ricevuto. L’ho imparato dai miei genitori e amici.
.
Alberto (marito) – La vostra testimonianza mi aiuta a capire mia moglie, i suoi pensieri e il rapporto con la sua famiglia.

Resoconto Convegno ICYC 2014: “Adozione, come la vedono i figli”

Standard

6. E NOI ADOTTATI SAPETE COME CI SIAMO SENTITI DOPO L’ADOZIONE?
P. Mio figlio non ce l’ha fatta a rimanere qui a confrontarsi con gli altri. Mio figlio ha tanto bisogno di parlare con voi ragazzi. Quella che proponete è una domanda fondamentale per le nostre famiglie che dobbiamo imparare a conoscere i nostri figli.
.
F. Se ti può consolare io ero sempre arrabbiata, non parlavo con i miei genitori. Non mi facevo avvicinare da loro. Non accettavo di avere una mamma. Non sapevo cosa fosse. Volevo delle risposte. A volte si ha molta paura delle risposte. Vi mettiamo alla prova tanto. E’ il nostro modo di dirvi “Ci sei?”. Ognuno ha i suoi tempi. Piano piano tuo figlio avrà le sue risposte.
.
F. Ero triste quando sono arrivato in Italia perché l’istituto era la mia famiglia. Qui, d’altro lato era bello perché avevo una famiglia vera. Un anno fa sono tornato in Cile e ho provato di nuovo una grande tristezza. Sono tornato al mio istituto e tutti i bambini mi venivano addosso per ricevere una carezza o una caramella. Erano bambini soli. Allora ho capito che avere una famiglia è una cosa spettacolare.
.
F. Non ho vissuto in istituto. Sono passato dalla solitudine ad una città come Milano. Ho avuto un’infanzia molto difficile. Per questo mi sento di dire che prima del “Perché viviamo?” viene un’altra domanda: “Chi sono io?”.
.
F. Padre Pier mi ha chiamata e mi ha detto: “Avrai una mamma e un papà tutti per te”. All’aeroporto, all’arrivo dei miei genitori sono scappata perché avevo paura. Una volta che mi hanno recuperata confrontavo le foto con i loro volti per vedere che cosa combaciava e cosa no. Poi li ho abbracciati. Io sono nata in quell’istante. Una volta in Italia, però, non ero tranquilla. Temevo che la mia mamma cilena venisse a riprendermi. La mia mamma N. mi rassicurava. Sapevo che lei era lì per me. E’ molto importante la presenza della mamma per calmare le paure.
.
F. Io invece vivo ancora male qui in Italia. Ora sto meglio ma non del tutto. Per un anno, dal mio arrivo, pensavo di tradire la mia famiglia biologica. A casa mi sentivo sola. Scrivevo lettere in Cile, di nascosto. Poi i miei genitori l’hanno scoperto. E’ stato solo attorno ai 12/13 anni che ho deciso di vivere in Italia. Ma non mi ha ancora abbandonato la sensazione di tradire la mia famiglia di origine. Non riesco a dare delle risposte concrete. La partenza dal Cile rimane per me un avvenimento negativo che mi porto dentro.
.
F. Per me l’adozione è stata facile perché avevo una sorella e un punto di riferimento a cui appoggiarmi. Per me è stato un ricongiungimento familiare.
.
7. ADOTTARE, ULTIMA SPIAGGIA O BISOGNA CREDERCI?
P. Per me ”ultima spiaggia” significa: passa il tempo e non accade niente. Ma c’è una possibilità che colma una mancanza per recuperare qualcosa che la natura non ci ha dato. C’è la speranza di recuperare su questa assenza di genitorialità. La speranza ti avvicina all’adozione. Per molti è l’ultima spiaggia ma è collegata al bisogno di “crederci”. Per superare il negativo devi crederci.
.
Psic. La spiaggia non ha solo una connotazione negativa. Può rappresentare il luogo del naufragio, ma anche il luogo da dove si parte per esplorare altri paesi. Davanti alla spiaggia c’è un mare per arrivare a qualcosa d’altro.
.
8. CONFRONTIAMOCI: LUCI ED OMBRE DELL’ADOZIONE
F. Per quanto riguarda l’attesa delle nuove coppie. Sappiate che sono ritornata in Cile e ho vissuto con i bambini e ho dormito con loro. La cosa che mi ha colpita di più è la domenica. Li pettini, li vesti a festa perché è il giorno delle visite dei parenti. A volte arrivano, molte volte no. Allora la domanda ricorrente diventa “Quando avrò una mamma, quando avrò un papà?” Ricordate che loro non hanno nessuno con cui condividere le loro paure, con cui parlare dei loro desideri. Voi avete la coppia, la famiglia, gli amici. Non siete soli.
.
Psic. Focalizzando quanto si è detto:
– la sensazione di non sentirsi del tutto legittimati ad essere genitori va di pari passo con il mettere alla prova dei ragazzi.
– in quale momento di crescita pensate di trovarvi? C’è un tempo per rispondere che non è uguale per tutti.
– alla base di questa crescita c’è una domanda a cui si deve necessariamente rispondere: “Chi sono?”
– la solitudine intesa come processo di crescita dell’individuo.
.
P. Non sono un genitore adottivo, ma un marito di una figlia adottata. Mi sento di dire che l’inadeguatezza fa parte della vita. Voi genitori non dovete aver paura di sentirvi inadeguati. Anch’io che sono padre biologico mi sento a volte inadeguato. In questi casi dovete usare la stessa determinazione con cui li avete cercati questi figli.
.
M. Per me quando parlo di inadeguatezza intendo non sentirsi adeguati di fronte al dolore e alla sofferenza. C’è uno sforzo davvero grande in questo. Sono mamma biologica e adottiva. Anch’io mi sento inadeguata di fronte al figlio naturale. Ma le circostanze e le sensazioni sono diverse.
.
Psic. Consideriamo che i genitori adottivi iniziano un percorso in salita con tutto ciò che precede l’adozione. C’è una stanchezza che i genitori biologici non hanno. La determinazione unisce le luci e ombre dell’adozione. Quando uno si sente fragile si sente anche inadeguato. L’impotenza e l’inadeguatezza bisogna trasformarle in potenzialità.
.
F. L’ombra mette in moto, non è negativa.
.
F. Mi sento impreparato come le coppie in attesa. Ho paura del nuovo, ho tante domande. Ma allo stesso tempo non ho il desiderio di tornare a cercare le mie origini. Non mi frega niente della mia mamma di nascita. Perché sto bene qui, nella mia famiglia. Io una famiglia ce l’ho già. La mia storia passata desidero lasciarmela dietro. E le domande me le faccio ma non aspetto le risposte. Forse perché devo ancora mettere dei punti fermi, sto ancora crescendo.

F. Sono felice oggi. Cercare le mie origini per me è stato importante. Ho fatto il viaggio di ritorno in un momento in cui non sapevo più chi ero. La morte di padre Pier mi ha destabilizzata. Lui stesso mi aveva invitata a tornare in Cile per trovare le risposte che non avevo. “Chi sono?” – per me è stato importante tornare. Nella mia infanzia, a scuola, i bambini dicevano: “Io assomiglio alla mamma. E tu, a chi assomigli?”. Non lo sapevo. Ebbene una volta in Cile ho scoperto che mia nonna era la mia copia con i capelli bianchi. La mia famiglia era una tribù, tanti erano i cugini. Ho anche un fratello e una sorella. Non ero interessata al contatto con la famiglia. La mia famiglia ce l’avevo in Italia. Ma lì ho capito che la mia famiglia di origine aveva continuato la sua vita. Ho incontrato una dura verità. Come mai è successo a me questo? Ebbene ho inteso in quel momento che sono stata fortunata, che ho una famiglia, che sono viva. Adesso avevo le risposte. Adesso sapevo cosa dovevo fare. Ho anche capito mia mamma adottiva. Sono quella che sono grazie a lei che mi ha sempre appoggiata e aiutata quando ne avevo bisogno. Lei c’era sempre. Da quel viaggio ho cominciato ad abbracciare mia mamma. Prima non glielo permettevo. Adesso sono contenta. Ho capito cos’è l’amore di una famiglia.
Vi ho raccontato la mia esperienza perché volevo incitarvi ad “esserci” con i vostri figli. Non mollate.

(continua…)

Resoconto del Convegno ICYC 2014: “Le domande dei nostri ragazzi”

Standard

La voce dei ragazzi è stata la novità del Convegno ICYC tenuto a Gabicce sabato 6 settembre 2014. In occasione del XXV anniversario della fondazione, l’Associazione ha voluto dare una nuova impronta al raduno nazionale annuale delle Famiglie Adottive pro ICYC. Già il titolo “Rott-Amiamoci” esprimeva un cambio di rotta rispetto agli ultimi incontri, però sempre mantenendo la tradizione di amicizia che caratterizza le famiglie dell’Associazione.
I due rappresentanti dei ragazzi, Cesar e Maribel, hanno coordinato i lavori secondo una scaletta studiata nei mesi precedenti e scaturita dagli incontri che i nostri figli più grandi hanno avuto a Milano, Pesaro e Roma. Sono state proposte alla platea delle domande. I genitori presenti hanno accettato la sfida. In questo botta e risposta non sono mancati gli interventi dei ragazzi che sulle diverse tematiche hanno espresso perplessità, paure e titubanze, ma anche evidenziato gli obiettivi raggiunti. Solo poche volte è intervenuta la psicologa dell’ente senza risultare invadente.
Di seguito riportiamo le domande ed alcuni passaggi che riteniamo significativi. Davanti alle sintesi degli interventi porremmo una P per papà, M per mamma, F per figlio/a e Psic per psicologa. Il post sarà diviso in tre parti.

F. Ci sono delle domande importanti che ogni essere umano si pone. Una di queste è “Perché viviamo?” Una possibile risposta potrebbe essere “Viviamo per poter crescere”. A volte gli adulti di fronte a queste domande non hanno risposte. Oggi vogliamo raccontare e condividere le nostre esperienze. Per avere e dare risposte.

1.PERCHE’ MI AVETE ADOTTATO?
Avete mai detto ai vostri figli perché avete adottato?
.
P. La molla è stata una grande voglia di metter su famiglia
.
F. La domanda che spesso mi sono fatta è: “Perché ha scelto proprio me?” Allora mia mamma mi spiegava che i bambini nascono dal cuore e che la mamma è quella che ti sta vicino.
.
M. Ho un figlio biologico. Nel nostro caso l’adozione è partita dal desiderio di prendersi cura di un bambino che non ha avuto queste attenzioni nella famiglia di origine. Per me adozione è trasmettere il senso dell’amore gratuito.
.
M. Ho adottato perché avevo tanto amore da dare e perché credo nella famiglia.
.
P. L’adozione nasce dalla consapevolezza di essere stati fortunati, di essere cresciuti in una famiglia che ti ha dato amore. Trasmettiamo ciò che ci è stato regalato in quanto queste risorse ci sono all’interno di noi come un di più che la vita ci ha regalato.
.
P. Per me nasce da un bisogno di colmare un vuoto. Un bisogno da dentro.
.
P. C’è uno “spazio per amare” che ti avvicina all’adozione.

2. L’AVETE MAI SPIEGATO?
M. Non ho mai usato una formula. Ritengo che dalle azioni si dovrebbe capire. Ho adottato mia figlia molto piccola. Da quando l’ho presa in braccio l’ho sentita figlia e non ho ritenuto importante spiegarlo. Mi sembrava una cosa del tutto naturale non dirle niente. E lei non mi ha mai chiesto niente.
.
P. Il concetto “papà adottivo” non mi piace. Preferisco pensare che quando si fa famiglia non occorre dare spiegazioni perché il rapporto padre figlio è qualcosa che cresce in modo naturale.
.
F. Ognuno la gestisce in maniera diversa.
.
P. L’adozione non è stato affatto un ripiego, ma non riesco a spiegarglielo. Come faccio? Forse è ancora piccola.
.
M. Adottare significa “scegliere”, quindi non nasce, secondo me, da un bisogno. Mi piace comunicare a mio figlio che la nostra è stata una scelta. Ci sono tante coppie che non possono avere figli e hanno scelto di non adottare. Noi abbiamo scelto di adottare, invece. Noi abbiamo scelto lui e lui ci ha scelti. Ci scegliamo tutti i giorni. Cerchiamo di parlare con lui e di trasmettere gli strumenti perché si senta bene.
.
M. Dai miei figli ho imparato che il problema di comunicare è nostro. Chi mi conosce sa che ho due figli grandi molto profondi che formulano domande che mettono in crisi. Una di queste è stata: “Mamma, cosa si prova ad essere genitori adottivi?” Sono dell’opinione che dove ci sono domande occorre rispondere. E le risposte arrivano più facilmente se si è stati bambini felici e amati nella famiglia di origine.
.
Psic. L’adozione è un incontro tra due desideri e due bisogni. I bambini fanno domande non solo con la voce. Essi chiedono anche con il loro comportamento o con i loro silenzi. Sta a noi decodificare. Sicuro sentono la disponibilità ad affrontare argomenti importanti. Se questo spazio c’è all’interno della famiglia, le domande vengono. Ogni famiglia costruisce un diverso senso dell’adozione. L’età del bambino porta a cambiare parole e spiegazioni.
.
3. COM’ERA LA VOSTRA VITA PRIMA DELLA SCELTA DI ADOTTARE?
P. Sono otto mesi che abbiamo adottato. Prima avevamo un sacco di tempo libero. Oggi c’è R., ma posso affermare che la nostra vita è cambiata decisamente in meglio.
.
P. Non ho lasciato i miei hobby che cerco di condividere con i miei figli. Direi che la mia vita è cambiata da un punto di vista fisico. E’ più faticosa, ma più bella.
.
M. Anch’io ho cercato di condividere il mio impegno politico con mia figlia ma lei ha un rifiuto totale. Credo che sia perchè ho sottratto molto tempo alla famiglia per questo mio interesse. Così lei ha una totale avversione per la mia attività. Forse la vede come un elemento che ci separa.
.
F. Sono adottato e ho due figli. A me piace condividere tutto con i miei figli. Non avendo avuto una famiglia non sono mai stato con mio padre. Se trasmetti amore ai bambini, loro faranno altrettanto. Mi piace essere genitore, mi piace dare amore e avere amore.
.
P. Per noi è stata molto duro il pre adozione. Dura l’analisi degli operatori, ma noi non ci siamo scoraggiati. E andremo a prendere i nostri figli perché siamo convinti di questa scelta e niente ci può abbattere.
.
M. Abbiamo adottato due anni e mezzo fa. E’ scoppiata una bomba in casa e stiamo mettendo a posto i pezzi. Le domande da parte di nostra figlia ci sono. Una sua espressione significativa è quando mi dice:“ Tu sei quasi mamma, ancora devi lavorare per guadagnartelo”. Certo, mamma è un ruolo che ci dobbiamo conquistare. Tutto si muove verso il cambiamento. Per quanto ti sia preparato attraverso letture, frequentazioni, corsi, incontri etc, la vita reale è tutta un’altra cosa.
.
P. La casa era vuota e silenziosa. Ora la mia vita ha un senso.
.
P. Noi siamo una coppia in attesa. La nostra vita è bella, ci divertiamo. Ma manca qualcosa.
.
P. L’amore di un figlio illumina la casa.
.
4. E NEL PERIODO DELLA SCELTA DI ADOTTARE COME VI SENTIVATE?
M. Paura, non sappiamo come andrà, il bambino come sarà, come reagirà…
.
P. Vorrei io fare una domanda ai figli. Durante il vostro percorso di crescita familiare i vostri genitori vi hanno proposto di adottare un nuovo bambino?
.
F. Quando i miei genitori mi hanno fatto questa proposta, mi ha preso il panico. Ma come, ci sono io, io non ti basto? Tu, mamma, sei mia, e di nessun altro!
.
F. Per me è il contrario. Io mi sentivo sola con due estranei e volevo un fratello o una sorella con cui parlare e condividere i miei pensieri. Ma mia mamma non ha voluto adottare di nuovo. Ho sofferto molto di solitudine.

.
F. All’inizio ero gelosa e non volevo. Adesso rimpiango un po’ di non aver avuto una sorella. Ma quando mi sono sentita pronta per la seconda adozione mia mamma mi ha risposto “Ormai no”.
.
F. Vivo nella solitudine ancora adesso. Penso che un fratello o una sorella potrebbe essere utile per parlare dei propri problemi. Io vorrei adottare almeno due bambini.
.
5.DOPO AVER ADOTTATO IN CHE COSA VI SENTITE DIVERSI?

M. Prima di avere figli mi sentivo molto triste. Una volta arrivata mia figlia ho imparato a spostare il baricentro da me a lei. Lei prima di me.
.
M. Vedo una luce particolare nei genitori che hanno adottato, quando arrivano i figli.
.
(continua…)

Comunicazione AFAIV: “Adozione, la rete che accompagna” – Autunno 2014

Standard

Nella provincia di Varese è  attivo il progetto “ADOZIONE: LA RETE CHE ACCOMPAGNA” cofinanziato da Regione Lombardia ai sensi della LR23/99 bando 2013 che vede impegnati in rete per la sua realizzazione numerose realtà pubbliche e private che si occupano a vario titolo  di famiglie, di minori, di infanzia in difficoltà, di adozione e di affido.

Il progetto è stato fortemente voluto dai soggetti promotori al fine di realizzare una rete di accompagnamento e sostegno alle famiglie adottive del territorio volta ad offrire interventi mirati a favore dei minori in stato di difficoltà e delle famiglie in tutte le fasi del percorso adottivo, in un’ottica preventiva e non solo di cura.

Il progetto intende valorizzare le risorse presenti sul territorio attraverso una rete che promuova interventi condivisi e integrati.

il prossimo ottobre inizieranno le attività. In particolare si segnala un laboratorio di psicomotricità rivolto a famiglie adottive con bambini dai 3 ai 6 anni che verrà tenuto a Cittiglio, un ciclo di serata tematiche sull’adozione che si terrà a Cassano Magnago e un ciclo di incontri sul tema Scuola e adozione che si terrà ad Arcisate.

Per informazioni:

Antonella Miozzo Rossi
Presidente
Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita Onlus
Sede:Via Matteotti 20 – 21051 Arcisate (Va)
Tel. e fax 0332 475333 – e-mail: info@afaiv.it

sito web: http://www.afaiv.it

Solitudine papà. Ricerca antropologica: “Cosa vuol dire educare, confronto tra due culture”

Standard

Ancora sull’educazione dei figli. Si tratta di uno studio condotto su ragazzini senza deprivazioni. Nel nostro caso specifico non va preso alla lettera, ma come base per riflettere su che tipo di educatori intendiamo essere, quesito rivolto sia alle mamme che ai papà.

di Elisabeth Kolbert – articolo tratto da Internazionale 7/06/2013

Sono stati fatti degli studi antropologici (Università Carolina – Los Angelse) su una tribù amazzonica del Perù (matsigenka) e su un campione di famiglie residenti nell’area di Los Angeles della media borgesia. Dalla comparazione è risultato che i matsigenka adolescenti sono in grado di cavarsela meglio degli adolescenti USA. L’approccio dei genitori è diverso perché diversi sono gli obiettivi. Mentre nel primo gruppo i bambini vengono responsabilizzati sin dalla tenera età aiutando in casa, seguendo il papà a caccia o nei lavori dei campi, nel secondo gruppo sono i genitori che si mettono al servizio dei figli ribaltando regole di tradizione educativa.

“I ragazzini statunitensi di oggi sono probabilmente i più viziati nella storia dell’umanità. (…) Viene data loro un’autorità senza precedenti. I genitori vogliono l’approvazione di figli. E’ l’opposto dell’ideale di un tempo, quando i figli si sforzavano di essere approvati dai genitori. In molti casi il modo migliore per dimostrare che vogliamo bene ai nostri figli è imparare a essere meno materne e meno paterni (…) ci diamo troppo da fare per i figli perchè sopravalutiamo la nostra influenza (…) più ci sforziamo di aiutarli e più li ostacoliamo. (…) I genitori controllano il lavoro e i risultati dei figli, che di conseguenza si sentono meno competenti e meno sicuri di sé, il che rende ancora più necessario il controllo dei genitori.”

Diverso è l’atteggiamento dei genitori francesi che adottano il metodo di “ignorare i figli” perché così imparano a gestire la frustrazione. Anche i “no” sono importanti perché li aiutano a capire che al mondo ci sono altre persone con uguali esigenze da rispettare. I genitori “spazzaneve”, invece, sono quelli che rimuovono tutti gli ostacoli dalla vita dei loro figli. Lo scopo ultimo è quello di farli accedere a prestigiose università per garantire loro un futuro ricco e di successo. Non si chiedono a cosa serva un figlio che bighellona per casa con un diploma o una laurea in tasca.

Abbiamo trovato illuminante che i bambini dell’Amazzonia vengano educati tramite favole che mettono in risalto il ruolo positivo di personaggi che combattono la pigrizia. I ragazzi americani, invece, vengono stimolati a ritardare il raggiungimento della maturità. “Da un punto di vista evolutivo, questo ritardo non è così irragionevole. In un mondo sempre più complesso e instabile, ritardare la maturità potrebbe essere un modo per adattarsi. Rimanere per sempre giovani vuol dire essere sempre pronti alla prossima grande novità. O forse l’adultescenza è l’esatto contrario: non seguo il progresso ma la prova di una regressione generale. Lasciar correre è sempre la soluzione più semplice, nell’educazione dei figli come nel mondo bancario, nell’istruzione pubblica e come nella difesa dell’ambiente. L’assenza di disciplina è evidente in quasi tutti gli aspetti della società statunitense di oggi. E’ un problema molto più ampio, su cui meditare mentre portiamo fuori la spazzatura al posto dei nostri figli e allacciamo loro le scarpe anche se sono in grado di farlo da soli.”

Solitudine papà. Poesia: “Il faro”

Standard

 

di Giusy Rombi, mamma ed educatrice

 

IL FARO

.

Il faro,

l’ho visto per la prima volta quando avevo 5 o 6 anni.

Mio padre sulla sua vespa e io aggrappata a lui:

“Ti porto a vedere il faro”, mi disse.

 Ho visto la scogliera sotto di noi

e il mare così vasto, e

sopra tutto, dominava lui,

con le sue mura di pietra e la sua torre fiera.

“Vedi là”, mi disse, indicando un punto invisibile all’orizzonte,

“là c’è la Spagna, e questo è il primo faro che una nave vede

dopo lo Stretto di Gibilterra”.

Ma in quel momento il mio faro era solo lui:

mio padre!

Solitudine papà. La sfida di educare: “Guardami, ti indicherò la strada”

Standard

 

I papà hanno un ruolo importante per i nostri figli, adottivi e non. In particolare nella fase dell’adolescenza hanno il difficile compito di indicare la via. E’ più facile fuggire di fronte a questa responsabilità, ma si perde l’opportunità di lasciare una traccia indelebile e positiva nella loro vita.

Ci sembra di buon senso affermare che, nonostante ci sforziamo di cercare la perfezione, saremo sempre e comunque genitori imperfetti. Anche i padri. Sembra che la ricerca di questa perfezione sia una delle cause che portano i padri ad allontanarsi dalla famiglia e a non impegnarsi con i figli. Quasi che ci fosse la paura di sfigurare. Tranquilli. I ragazzi hanno solo bisogno di adulti di riferimento, non di eroi. Noi per primi dovremmo solo interrogarci sul significato della nostra vita per trasmettere un valore positivo ai figli.

In un momento di crisi come questo crediamo che il primo compito di un genitore sia di tramettere speranza. Possiamo parlare tra noi delle nostre delusioni e fatiche, ma i ragazzi hanno il diritto di avere un futuro davanti, una luce che li guidi. Per dirla come Nembrini (“Di padre in Figlio”, Ed Ares 2011) i ragazzi hanno bisogno di adulti che amino la loro libertà e, aggiungeremmo, il loro entusiasmo.

E’ in questo contesto che va valorizzata la figura del padre come colui che, con sguardo sicuro, li guida verso le scelte più consone. Questa mansione del padre, come supporto e porto sicuro a cui tornare in caso di tempesta, è già stata proposta dalla mitologia greca con Atena. Atena nacque dalla testa di Zeus quasi a significare uno stretto connubio tra padre e figlia. Per farsi strada i ragazzi hanno bisogno di mentori che li guidino, li sostengano e siano dalla loro parte. Atena è sempre stata sostenuta da Zeus. Grazie all’acutezza della sua intelligenza e ad una giusta dose di autostima, Atena rappresenta quelle figlie che riescono nella vita perché hanno una buona immagine di sé grazie alla sicurezza trasmessa dal padre.

Che cos’è allora l’educazione? Sempre Nembrini: “L’educazione non è una serie di prediche, non è una preoccupazione da avere. E’ un uomo che vive. (…) L’educazione è la capacità che hai o non hai di rendere testimonianza (…) di una certezza e di una positività che i figli possono guardare.”

I ragazzi ci osservano, imparano da noi, dalle nostre reazioni. Le parole contano pochissimo. Secondo molti studiosi l‘emergenza educativa è data dalla mancanza di adulti che si prendono le loro responsabilità, che rifuggono il ruolo di coloro che devono indicare la strada. “Abbiamo ragazzi che crescono pieni di paura e di incertezza: come sulle sabbie mobili perché non hanno davanti adulti capaci di testimoniare certezze….”

Quando ci sentiamo in difficoltà rammentiamoci le parole agli educatori di Baden Powell, il fondatore del movimento scout: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancor di più attraverso ciò che si è.” Ai ragazzi, invece, viene detto: “ Ti hanno insegnato gli elementi generali del sapere e ti è stato insegnato come imparare. Ora spetta a te, come individuo, di andare avanti e di imparare da solo quelle cose che daranno più forza al tuo carattere e ti permetteranno di riuscire nella vita facendo di te un uomo.”

Il grande segreto dell’educazione è quello di non aver paura di sbagliare. E’ la qualità del rapporto che conta L’uomo vale per quello che è nell’azione, perché è nell’azione che dimostra a cosa tiene: l’uso del tempo, della casa, dei soldi, delle energie, come gestisce i rapporti… L’invito al disimpegno per essere felici in realtà castra la curiosità innata dei nostri ragazzi.

Per citare Bauman, filosofo del nostro tempo e della società liquida (“Modernità liquida”,  Laterza 2002): “Nel nostro tempo ci sono troppi modelli, in contrasto tra loro. (…) Mancano punti di riferimento certi, tutto appare giustificabile in rapporto all’onda del momento. (…) Mancando un sogno che accomuni tutti, l’individuo annega nella folla delle solitudini, incapaci di comunicare tra loro, e l’ambizione dell’emancipazione cede il posto alla rinuncia del senso del vivere. Trovare punti di riferimento, indicare le linee affidabili è la sfida titanica per governanti e amministratori.”   E noi aggiungiamo: sfida titanica anche per gli educatori!

I figli non diventano grandi da soli. Il rischio di educare consiste nel seguire i figli lasciando la loro libertà di scelta. Non sono le regole e l’osservanza delle regole che fanno il buon educatore o il buon figlio. Il risultato potrebbe essere un figlio adulto che non sa gestire la sua libertà. In questo caso ho creato un burattino non un uomo. Lasciare libertà di scelta non significa buonismo. A questo riguardo Nembrini è molto chiaro: “Il buonismo, il sentimentalismo, le pacche sulle spalle non portano da nessuna parte, bloccano. Sembra bontà e invece è una cattiveria perché impedisce la correzione reale, cioè impedisce di fare dei passi, impedisce il cammino. E’ la malattia più grave. Mi sembra più diffusa nelle famiglie di oggi. Timorosi del proprio compito, spaventati del proprio compito, i genitori sembrano avere il ruolo di eliminare ogni occasione di fatica, e così facendo impediscono la crescita dei figli che restano bambini fino a trent’anni. Il buonismo non paga, il buonismo non c’entra niente con l’educazione.”

Ancora:

“Che i bambini di oggi siano più intelligenti è una menzogna, sono solo iperstimolati ma sono superficiali, non interiorizzano nulla, non hanno giudizi o criteri propri, sono totalmente nelle mani del potere, di chi grida di più, dei giornali che leggono, di quello che ascoltano.”

Anche negli errori educativi non è mai tardi. Si può sempre cominciare da capo. La sfida è di fare la nostra parte. Poi sarà quel che sarà. La partita della vita ognuno la gioca da solo e a modo suo. Non possiamo sostituirci ai nostri figli. Se non ci seguono, pazienza.

Possiamo allora affermare che l’educazione è un modo di essere di fronte alla vita. Ma è anche un trasferimento di conoscenza e testimonianza perché non vada perduto lo sforzo nostro e dei nostri antenati. Nel film Amistad di Spielberg (1997) lo schiavo capo dei ribelli, nel momento in cui deve prendere una decisione importante, esclama. “Allora io chiedo aiuto allo spirito dei miei antenati. Ed essi devono venire in mio aiuto, perchè in questo momento io sono l’unica ragione per cui essi sono esistiti!”

E’ di fronte alla morte del padre che un figlio/una figlia diventano adulti davvero. Ci vuole coraggio per educare e un buon educatore educa continuamente se stesso. Ma un buon padre ha anche il grande compito di lasciare un’importante eredità: “Guarda più lontano, guarda più in alto, guarda più avanti e vedrai una via,…. Ma sappi anche voltarti indietro per guardare il cammino percorso da altri che ti hanno preceduto, essi sono in marcia con noi sulla strada” – Baden Powell.

::::::::

Sempre sull’educazione alla libertà e alla voglia dei bambini / ragazzi di vivere attraverso l’esperienza vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-07-14/educare-bambini-liberta-140956_PRN.shtml.

Interessante il passaggio dove si parla del gioco: buona parte dei bambini sa giocare solo con giochi preconfezionati dagli adulti e non è allenata ad inventare nuovi giochi, nuove regole e nuove soluzioni. Che cittadini avremo domani? Forse, in questo senso, i nostri ragazzi sono facilitati nel problem solving visto le loro esperienze variegate, soprattutto quelli che arrivano in Italia già grandi.