Archivio mensile:luglio 2014

Solitudine papà. I Nostri Padri: “Il sottile spazio lasciato ai genitori per educare”

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Riflessione sulla vita, sulla morte, sul significato di educare i nostri figli. Tutti noi siamo chiamati a lasciare una traccia nel mondo, attraverso i nostri figli, prendendoci le nostre responsabilità di uomini e donne adulti.

 

 

di Padre Maurizio Patriciello,  coraggioso prete che lotta contro la camorra in Campania

 

(…)  Maria ha da poco raggiunto la maggiore età. Sul volto porta i segni di un dolore e di una delusione grandi. Maria è incinta e deve abortire. La intercettiamo per caso. Ha conosciuto il padre del suo bambino solo pochi mesi fa. Un amore a prima vista. Maria gli dona il meglio di se stessa. Gli offre il suo cuore e anche il suo corpo. La menzogna che “ quando si ama tutto è permesso” prende sempre più piede nel mondo giovanile. Maria si accorge di aspettare un figlio e, felice, lo rivela al suo grande amore. Lui, il grande amore, udita la notizia sbianca in volto. Balbetta. Lui voleva solo “ scherzare” un poco, come fanno tutti. Lui il figlio non lo vuole. Anzi, a dire il vero, non vuole nemmeno Maria. Ed eccola qua, la povera ragazza, delusa e disperata. Che fare? L’aborto è l’unica ancora di salvezza. Lei lo sa che è una cosa orribile. Lo sa che l’ombra di quel bambino mai nato le tormenterà la vita. Maria sa tutto. Ma non vuole assolutamente quel figlio che le ricorderebbe e la legherebbe in qualche modo a quel giovane che tanto l’ha ingannata.

Il bambino non è nato. Come tanti altri è stato gettato via. Ancora una volta gli innocenti pagano colpe mai commesse. Una riflessione si impone. Una riflessione senza sconti. Senza ipocrisie. Senza inutili giri di parole. Occorre essere con i giovani onesti fino a farci male. Ricordando, però, che loro – i bambini, gli adolescenti, i giovani – badano poco alle chiacchiere e guardano molto alla vita di chi si propone di fare da maestro. Non sono disposti a perdonare chi li prende in giro. Vanno alla ricerca di testimoni credibili. Succede invece che gli adulti chiedono loro ciò che non son disposti a fare. Il padre che non vuole smettere di fumare sigarette, pretende dal figlio che la smetta di fumare l’erba. Il padre che non sa essere fedele alla sua donna, pretende fedeltà dal marito della figlia. Gli adulti del mio paese che all’imbrunire riempivano la sala cinematografica con le falde del cappello abbassate, non volevano che in quel luogo vi andassero i figli.

Educare è cosa del cuore, diceva san Giovanni Bosco. Possibile che non riusciamo a far comprendere ai nostri ragazzi che un incontro può rovinare o rendere felice una vita? Possibile che ancora non riusciamo a insegnare ai figli che per la strada si trova di tutto? Dal giovane drogato all’alcolista, dall’ipocrita all’egoista. Da chi ha un progetto da realizzare nella vita a chi invece vive alla giornata? Possibile che tanti, invece di reagire, tirano i remi in barca e depongono le armi? Aiutiamo i giovani a convincersi che per capire chi è e che vuole la persona che sta loro accanto ci vuole tempo, pazienza e intelligenza. Gli uomini sono immensi come Dio e miserabili come il suo peggior nemico. Ricordarlo non può che fare bene a tutti.

(fonte: facebook 2014)

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Solitudine papà. Papà Flavio: “Gli errori di gioventù li puoi pagare per una vita”

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“Siamo una famiglia composta da tre persone, io (padre) ho 52 anni, mia moglie 42 e nostro figlio 14, vive in Italia da 8 anni.

Essere un “buon padre” per me significa essere una persona consapevole delle proprie responsabilità verso la famiglia, essere un  modello di comportamento nei confronti della prole senza per questo patteggiare, con finte amicizie, ogni decisione per il bene dei figli.

Mi riconosco completamente con la figura di mio padre specialmente oggi a questa età. L’età appiana le distanze della gioventù nella consapevolezza del bene per i figli.

La crisi dei padri penso che sia causata da un approccio sbagliato con i figli. I padri devono fare i padri e non gli amici, necessita sempre fare distinzione fra le due figure onde evitare cattive interpretazioni specialmente da parte dei minori. Questo non vuol dire che bisogna essere burberi e “orsi” ma responsabili e pronti alla comprensione, avendo sempre in mente il bene per i figli.

Per adesso non ho ancora avuto difficoltà così insormontabili anche se l’adolescenza di mio figlio comincia “sensibilmente” ad avanzare. Forse è anche per questo che ancora non ho sentito un grande senso di solitudine anche se qualche volta ci sono andato molto vicino. I confronti con mio figlio sono quotidiani, bisogna inculcargli spesso e ricordargli  le regole di vita e i comportamenti da seguire per essere sempre una persona libera, stimata e amata.

Il messaggio che cerco quotidianamente di far capire a mio figlio e che gli errori che si fanno in gioventù possono compromettere il suo futuro in maniera devastante. Questo un domani gli peserà come un macigno e non lo farà vivere serenamente. Capisco che alla sua età ciò possa non essere ben compreso e percepito.”

Corso per operatori: “Effetti a medio e lungo termine del trauma infantile” – 12 dic 2014

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Giornata di studio con Marie Rose Moro*

“CLINICA TRANSCULTURALE: EFFETTI A MEDIO E LUNGO TERMINE DEL TRAUMA INFANTILE”

Venerdì 12 dicembre 2014 – ore 9.00-18.00

Auditorium Stella Maris

Viale del Tirreno 341 A/B/C – Calambrone (Pisa)

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Le ricerche sull’impatto a medio e lungo termine del trauma infantile sono relativamente recenti e mostrano gli effetti delle violenze sulla costruzione psichica della soggettività. Partendo da situazioni traumatiche nel periodo infantile e nell’adolescenza è oggi possibile capire come queste si iscrivano nel vissuto dei bambini e nel loro sviluppo, quali siano i legami con le loro storie familiari e con le storie dei paesi da cui le famiglie provengono.

L’etnopsicoterapia offre strumenti utili per riconoscere, curare e trasformare gli eventi traumatici in conoscenza e creatività.

La pratica clinica con bambini e adolescenti offre anche possibilità di prevenzione, cura e prospettive per la presa in carico sociale delle situazioni traumatiche.

 

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Costo del seminario: € 60 (€ 50 per studenti)

Per info e iscrizioni: info@centrosagara.it

cell. 349.4504186

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*Marie Rose Moro (Università Paris Descartes; Ospedale Cochin, Parigi)

Psichiatra dell’età evolutiva, ricercatrice nel campo della psicopatologia transculturale propone un modo diverso di

capire e curare bambini e adolescenti in situazioni traumatiche individuali o collettive, qui e altrove.

 

ORISS

Organizzazione Interdisciplinare Sviluppo e Salute

Solitudine papà. Film: “Una famiglia all’improvviso” di Alex Kurtzman (USA 2012)

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Abbiamo parlato di padri assenti. Questo film, il cui titolo originale è “People like us”, parla di un padre che ha dovuto scegliere tra due potenziali famiglie, trascurando, alla fine, entrambi i figli, uno per ciascun nucleo, con effetti pesanti sulle loro vite. Alla sua morte i due fratelli si conoscono e ricostruiscono la trama delle loro esperienze e fallimenti. Finale a sorpresa quasi a voler assolvere un padre sfuggente, vissuto nel rimorso di non aver potuto/voluto comportarsi da vero padre. Il film non ha la profondità del cinema europeo, ma è piacevole da vedere e lascia comunque un messaggio su cui riflettere.

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Per chi crede che la figura del padre sia un optional.

Solitudine papà. Papà Vito: “La curiosità per il nuovo mi avvicina a mia figlia”

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“La mia famiglia è composta da me e mia moglie, entrambi sessantenni, da una nonna novantenne  e da un’unica figlia adottiva di 26 anni, arrivata in Italia dal Cile quando aveva 6 mesi.

Per me essere un buon padre vuol dire essere sempre disponibile al dialogo con mia figlia, ascoltarla veramente, esserne il confidente ma senza invadenza, condividere con lei tutto ciò che lei desidera condividere, dare spazio ai suoi sogni e progetti, avere fiducia in lei, ma anche cercare di darle una visione realistica delle sue capacità e delle opportunità che la realtà le offre, responsabilizzarla nei confronti dei suoi doveri e del futuro che deve costruirsi, bilanciare l’atteggiamento eccessivamente protettivo di sua madre, favorirne l’autonomia, farle sentire sempre il calore del mio affetto.

Se penso alla figura di mio padre, penso ad un uomo amorevole ed affettuoso, che aveva fiducia in me e ha sempre cercato di far crescere la mia autostima, colto, intelligente e stimolante, ma anche ad una persona con debolezze caratteriali che lo hanno portato a scelte poco responsabili nei confronti della famiglia: in questo sono e voglio essere totalmente diverso da lui.

Quando sento parlare di “crisi dei padri”, non mi sento molto coinvolto dal problema: se, infatti, con questa definizione si intende la difficoltà a tenere il passo con i tempi che cambiano o a far sentire ai figli la propria autorevolezza, io, che sono molto curioso del nuovo in ogni campo e amo tenermi aggiornato, credo di  comprendere, almeno in genere, ciò di cui mia figlia parla e sento che tuttavia, fortunatamente, lei non mi percepisce come un suo pari, ovvero che sente molto la mia autorità paterna.

In una circostanza mi sono sentito in difficoltà nei confronti di mia figlia: quando lei ha fatto una scelta sentimentale che né io né mia moglie condividiamo; la situazione permane attualmente; con mia moglie ci siamo confrontati sull’argomento in svariate occasioni; la nostra scelta è stata quella di non porci in un atteggiamento di totale opposizione nei confronti del ragazzo e della relazione, ma di far riflettere nostra figlia, di volta in volta, su specifici aspetti, per stimolarne la riflessione, restando anche noi, per quanto ci è  possibile, in una posizione di disponibilità a cambiare idea; è un equilibrio difficile da mantenere, ma per il momento siamo riusciti ad evitare frizioni troppo traumatiche.

A mia figlia non vorrei lasciare uno specifico messaggio; vorrei piuttosto che tutta la vita mia e di mia moglie, che siamo persone comuni ma intellettualmente ed affettivamente oneste, fosse per lei un messaggio di correttezza e di amore.”

Comunicazione Ist.Innocenti. Corso per operatori: “Una formazione specifica per professionisti dell’affido e dell’adozione”

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Master universitario di II livello

Alta scuola di Psicologia Agostino Gemelli dell’Università del Sacro Cuore di Milano in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti.

Il lavoro clinico e sociale con le famiglie accoglienti: affido e adozione

 

Sono aperte le iscrizioni.

Durata. Il Master, della durata di due anni.

Obiettivo. Formazione d’eccellenza per la costruzione di una competenza specifica nel campo dell’affido e dell’adozione. Il contatto con le più innovative esperienze italiane e la conoscenza dei più recenti contributi di ricerca internazionale favoriranno lo sviluppo delle capacità di leggere ed intervenire in queste situazioni complesse. Il percorso formativo inoltre prevede anche l’apporto di studiosi riconosciuti in campo internazionale, come J. Palacios (Spagna), D. Brodzinsky (Stati Uniti) e F.Juffer (Olanda). La didattica del Master si fonda sull’attivazione personale, volta a stimolare la riflessione e a favorire l’apprendimento dall’esperienza e dal confronto in gruppo.

Patrocinio. Il Master è patrocinato dal Coordinamento Nazionale Servizi d’Affido (CNSA) e dalla Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI) e si avvale di costanti collaborazioni con importanti realtà del sistema dei servizi italiano, offrendo interessanti esperienze di stage utili a costruire competenze da spendere nel mondo del lavoro.

Tirocini. Nelle edizioni precedenti sono stati organizzati tirocini presso CIAI, Cometa, Cifa Onlus, AiBi, C.ED.Ro e alcune ASL, Regioni e Comuni.

Target. Il percorso è rivolto a laureati con laurea magistrale o di vecchio ordinamento, provenienti da diverse culture professionali (psicologica, pedagogica, sociologica, sociale, giuridica…) e a professionisti che già operano nel settore. L’inizio del master è previsto nell’autunno del 2014. I moduli avranno cadenza mensile nelle giornate di venerdì e sabato.

Dove. La maggior parte dei moduli si terrà presso la sede dell’Università Cattolica di Milano (via Nirone 15), gli altri presso la sede dell’Istituto degli Innocenti a Firenze, Piazza ss. Annunziata, 12.

Per informazioni Università Cattolica del Sacro Cuore
Mail: master.affidoadozione@unicatt.it, dott.ssa Luisa Roncari

Solitudine papà: “Di che cosa hanno bisogno le mogli”

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Queste sono in sintesi le frasi uscite da un gruppo di mutuo aiuto di mamme arrabbiate e la conclusione a cui ci vuole portare la dott.ssa Alba Marcoli (“La rabbia delle mamme. Perdersi per ritrovarsi” – saggi Mondadori 2011) è quella di valorizzare il ruolo del padre nella coppia chiusa madre-bambino/a, madre-ragazzo/a  che altrimenti rischia di implodere e non aprirsi al mondo.

Dice la dottssa Marcoli: “La figura del padre rinforza la famiglia e la rende più solida di fronte alle difficoltà.” Ancora: “L’immagine mentale che il padre ha del bambino/ragazzo è di solito differente da quella della madre e spesso meno influenzata e deformata da ansie e protezione e in genere è più positiva e ottimista rispetto alle difficoltà della vita e alle risorse dei figli.”

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Abbiamo spulciato qua e là e abbiamo trovato queste riflessioni:

 

–      Mio marito è fondamentale. Rappresenta un elemento di confronto continuo, un valido appoggio per me e un importante punto di riferimento per il bimbo.

 

–      Ho bisogno di condividere con mio marito le decisioni da prendere per i figli. E’ anche importante che capisca che ogni tanto ho bisogno di spazi per me.

 

–      Di mio marito apprezzo il supporto morale, l’amore e il fatto che piaccio ancora come donna.

 

–      Per me è importante sostenerci a vicenda col mio compagno, sapendo che se uno dei due ha un attimo di cedimento c’è l’altro pronto a prendere in mano la situazione.

 

–      Quando entro in conflitto con i figli è mio marito che in genere interviene a riportare la pace e a farci ragionare tutti

 

–      E’ soprattutto quando è assente il papà che avvengono questi scontri. Quando lui è presente è un elemento equilibratore

 

–      Per fortuna c’è il papà a contenere la mia ansia debordante e a fare da paciere. La sua presenza è fondamentale

Solitudine papà. Il punto di vista di alcune mogli: “Papà part time”

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Elena: “Bisogna pur lavorare per vivere e mio marito, per questo, è perennemente in trasferta. Torna a casa solo il fine settimana. Per me è un grande carico con un figlio adolescente che non riesco a controllare. Quando mio marito rientra non può sapere cosa è accaduto in famiglia nei dettagli, le dinamiche e il dialogo costruito per ottenere il rispetto delle regole. Così a volte succede che, invece di aiutarmi, con i suoi interventi inopportuni distrugge il lavoro di mesi di trattative. Sono arrivata alla conclusione che se ci fosse un referendum voterei contro l’adozione dei single. Una donna sola fa molta fatica. Mi sento molto stanca. Per fortuna in questo periodo ho fatto una scelta drastica, non sto lavorando per seguire mio figlio. Immaginate una donna sola che oltre tutto deve anche lavorare! Quelli che parlano non si rendono conto del peso. Avete mai provato a seguire un figlio che frequenta compagnie poco opportune, che devi andare a riprendere a notte tarda in posti sconosciuti della città? Prima di parlare di adozione da parte dei single, apriamo un dibattito e valutiamo pro e contro, per favore.”

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Patrizia: “Non intendo lamentarmi, rilevo solo una cosa. Gli anni scorsi, mio marito tornava a casa alle sei del pomeriggio. Adesso, che in famiglia ci sono problemi seri, ritarda sempre più il rientro. Come faccio a biasimarlo? Ho preso un permesso dal lavoro per seguire nostra figlia pre adolescente con problemi di iperattività, la sera sono spompata. Lui ha lavorato tutto il giorno ed è più stanco di me. Pover’uomo avrebbe anche lui il diritto di rilassarsi un po’, ma in questo momento non è possibile: nostra figlia è in eterno movimento. Quanto resisteremo?”

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Daniela: “No, le cose non sono cambiate. Sergio ha bisogno di rilassarsi. Piuttosto di venire a darmi una mano con bambina e figlia (sono nonna di una splendida stella) va nell’orto. Per carità, mangiamo verdura e ortaggi freschi e gustosi tutti i giorni. Però anch’io avrei bisogno di staccare un attimo. Mia figlia, giovane ragazza madre, non è in grado di seguire da sola la piccola e la devo tener d’occhio. In più ho i miei genitori anziani che desiderano la mia presenza, almeno una volta al dì. Ah, tanto per completare il quadro, la mattina lavoro.”

Solitudine papà. Papà Vincenzo: ”La difficoltà di essere padre adottivo“

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“Sono un padre bio e ado per usare una terminologia da blog. Secondo la mia esperienza ciò che rende differente il mio rapporto con i miei tre figli, due bio e uno ado, è “il senso del limite”. Mi spiego. Con entrambi i figli bio, pur con due caratteri diversi, anche durante l’adolescenza bastava uno sguardo o una posizione forte per farli ridimensionare. Con l’adottato non ci sono argini. Puoi trattare, puoi incavolarti finchè vuoi, non c’è il senso del limite nello sfidarti. Le insubordinazioni sono tante e sempre più numerose. Il paletto della tensione si alza sempre più in alto, senza fine…”

Solitudine papà: “Papà bio e papà adottivo: quali differenze?“

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Come si inseriscono i papà adottivi in tutti questi cambiamenti sociali e culturali? Abbiamo ripreso il punto di vista di una mamma perché ci accomuna la convinzione che i papà adottivi siano già più coinvolti nella gestione dei figli. Sebbene facciano parte della schiera dei padri un po’ “attempati” (ricordiamo che lo studio CAI ci parla di una media di età sopra i 40 anni) che dovrebbe trovare affinità con la fascia maschile che difende l’irrigidimento dei ruoli (e di potere), di fatto si mostrano più disponibili e responsabili di altri. Tuttavia non manca chi glissa, anche per sopravvivenza, come vedremo nel post dove alcune mogli parleranno di questo.

 

 

“Ebbene sì, il papà adottivo è più fortunato di quello biologico.” Così scrive Ivana, mamma di due bambini, una adottata in Italia ed un’altro in Vietnam. “Sono convinta di quello che affermo, non solo per esperienza diretta, ma per averlo constatato personalmente ogni volta che si forma una famiglia adottiva. Mi spiego meglio. Durante la gravidanza, la mamma vive in simbiosi con il bimbo che porta in grembo e generalmente si informa, si documenta, partecipa ai corsi e si confronta con le altre mamme. Coinvolge il papà, che partecipa con entusiasmo, ma per la stragrande maggioranza dei 9 mesi, è la donna che si prepara fisicamente e psicologicamente a diventare madre. Il padre è presente, attivo, partecipe, ma limitato dal corso della natura ad un ruolo di sostegno e di accompagnamento all’evento. Quando il bebè arriva il papà se ne occupa molto volentieri e con grande capacità, ma per ovvi motivi l’allattamento e l’accudimento sono prevalentemente di competenza femminile.

La gravidanza adottiva vede invece coinvolti, partecipi, attivi entrambi i genitori sin dall’inizio. Non c’è nulla che non venga affrontato e vissuto allo stesso tempo sia dalla mamma che dal papà: i colloqui, i corsi, il mandato, l’attesa, il viaggio, l’incontro… Il percorso che si compie per diventare genitori è il medesimo, la formazione e la preparazione sono richiesti in ugual misura ad entrambi. I papà non perdono nulla di questo cammino, ogni tappa è condivisa e convissuta con le mamme. Di solito i papà biologici durante la gravidanza partecipano alle ecografie e ai corsi pre-parto, ma sono le mamme che frequentano i dottori regolarmente. Nel percorso adottivo, invece, sin dal principio si è incinti in due: gli esami di laboratorio, le visite, i certificati medici… vengono fatti da entrambi i genitori a cui viene chiesto in egual modo di prepararsi fisicamente e psicologicamente al figlio che adotteranno.

Quindi, riassumendo, il papà adottivo non perde proprio nulla dell’arrivo di suo figlio e questa trovo sia un grande fortuna, oltre che un grande coinvolgimento che lo porterà ad essere poi un padre particolarmente presente. Ma, a mio giudizio, la fortuna dei papà adottivi non si ferma qui. In natura a volte accade che nato il bebè, le mamme vivano in simbiosi con i nuovi arrivati e che i papà si sentano un po’ esclusi dalla diade neonato-madre   siano un po’ gelosi di dover stare in disparte e di ricevere meno attenzioni dalle mogli. Nell’adozione a volte succede esattamente il contrario. I bimbi cresciuti negli istituti e accuditi soprattutto o quasi esclusivamente da personale femminile, hanno spesso con il papà un attaccamento immediato e privilegiato. Dopo tante educatrici, balie, istitutrici, suore, inservienti… a questi bambini non sembra vero avere finalmente un maschio, il papà, tutto per loro.

Con alcuni papà, che mi hanno raccontato la loro esperienza, abbiamo denominato affettuosamente effetto koala, questo vivere appiccicati dei primi tempi: in braccio solo a papà, mi imbocca solo papà, papà mi fa addormentare, giochiamo io e papà… In questo primo periodo, che solitamente coincide nell’adozione internazionale con la permanenza all’estero, sono i papà che gongolano e le mamme, invece, devono saper stare un po’ in ombra. Il tempo, la pazienza, la presenza discreta della mamma che ama il proprio figlio affetto da papite comunque vincono. Dopo la fase di innamoramento con il papà, sono la forza dei sentimenti, la stabilità dei rapporti che si sono creati e lo stare insieme della nuova famiglia che riportano le cose alla loro normalità; normalità che vede i nostri figli crescere sostenuti dall’amore di mamma e papà.”

(fonte: italiaadozioni.it)

Comunicazione UniCatt.: “Convegno sull’adozione e affido” – 13/14 feb 2015

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il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia sta organizzando per il 13-14 febbraio 2015 il Convegno Internazionale dal titolo “Allargare lo spazio familiare: essere figli nell’adozione e nell’affido “.
Tale iniziativa mette a frutto il patrimonio culturale del Centro di Ateneo che si pone come autorevole punto di riferimento a livello nazionale e internazionale per quanto riguarda lo studio dei legami familiari nell’adozione (in particolare internazionale) e nell’affido. Ricercatori ed operatori direttamente impegnati sul campo avranno modo di confrontarsi sui risultati delle ricerche nazionali e internazionali e sulle implicazioni pratiche che ne derivano rispetto alle modalità di intervento e supporto nelle diverse fasi dell’itinerario dell’adozione e dell’affido.

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Parteciperanno al Convegno anche relatori di fama internazionale:  J. Palacios (Università si Siviglia, Spagna) e W. Tieman (Università di Rotterdam, Paesi Bassi) hanno già  confermato la propria presenza.
Vorremmo che questa occasione possa costituire una effettiva opportunità di scambio per quanti sono coinvolti nella ricerca e/o nell’intervento nel campo dell’adozione e dell’affido e in modo da creare un network e avviare contatti e collaborazioni.
Per questo abbiamo pensato di  organizzare una sessione poster, in cui poter presentare progetti di intervento particolarmente innovativi e  lavori di ricerca conclusi o avviati.
I poster resteranno esposti per tutta la durata del convegno.

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Gli abstract (vedi regole allegate) dovranno pervenire alla segreteria organizzativa entro e non oltre martedì 21 ottobre, inviandoli a:laura.ferrari1@unicatt.it.
Entro il 28 novembre sarà comunicata l’eventuale accettazione.

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Per qualsiasi informazione potete rivolgervi a: laura.ferrari1@unicatt.it
Nella segreteria scientifica: Rosa Rosnati e Raffaella Iafrate

Regole per l’invio delle proposte
Gli abstract andranno redatti secondo le seguenti regole:
1)  Formato Microsoft Word o Open Office;
2)  Carattere Times New Roman, corpo 12;
3) Interlinea singola;
4) Titolo Abstract  in CARATTERI MAIUSCOLI
5)  Autori: Nome puntato, Cognome, Ente di Appartenenza, Città
6) Testo dell’abstract: non più di 500 parole
7)  Struttura per gli abstract di ricerca: Introduzione, Obiettivi,  Metodi, Risultati, Conclusioni
Struttura per gli abstract di intervento: Introduzione, Obiettivi,  Partecipanti, Descrizione dell’intervento e di eventuali strumenti utilizzati, Valutazione.

Solitudine papà. L’esperto: “La rielaborazione dell’infertilità”

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di Elisabetta Baldo e Veronica Rossi – psicologhe

 (…) Quando il bambino non arriva, si apre una ferita molto dolorosa, e una impotenza di fronte alle fonti biologiche della vita. L’adozione si pone quindi come  una possibilità di continuare la specie su un piano mentale e culturale, ad altri livelli. Tutto ciò per un padre è molto difficile: se già a livello biologico egli contribuisce poco nella generatività, con la sterilità, specie se è a suo carico, può apparire meno motivato rispetto alla donna nella scelta adottiva. Ci vorrà per lui un’elaborazione più faticosa delle sue componenti invidiose e narcisistiche, mediante la quale, assieme ad una buona integrazione di coppia, cerchi di superare una visione limitata di sé, che rischia altrimenti di relegarlo a una posizione marginale nell’ambito dell’iter adottivo. (…) Questo eccesso di attività può essere letto come ansia e preoccupazione, non sapendo in altro modo esprimere un sostegno alla partner che condivide il progetto figlio.

(…) Dall’osservazione dei genitori adottivi il padre esercita un’importante funzione come compagno di giochi per il figlio, sicuramente diversa da quella materna. La stimolazione ludica è più fisica, compensando quella prevalentemente verbale della madre. (…) La qualità del rapporti padre figlio influirà sulle interazioni sociali che il piccolo avrà nel mondo dei coetanei a scuola, degli adulti appartenenti o meno al proprio mondo parentale allargato. Via via che i piccoli crescono, guardano sempre più al padre come modello rilevante per la loro abilità  a entrare in rapporto con persone estranee e affrontare situazioni nuove.  (…) Sembra infatti che quelli che hanno avuto l’occasione  di godere maggiormente di frequenti contatti con il padre siano anche quelli che in seguito riescono meglio ad affrontare situazioni nuove.

I bambini adottivi (…) non hanno a volte potuto sviluppare affatto l’attaccamento di sicurezza con i genitori. Proprio per questa loro esperienza pregressa a livello di compensazione, ricercano un più ricco rapporto proprio con quel genitore, il padre, che non hanno magari mai visto e conosciuto e che pertanto può essere fantasticato e vissuto come quello tra i due come il meno pericoloso riguardo al ripetersi dell’esperienza di abbandono subita. Nel ricordo dei più grandicelli ci può essere una figura maschile, solitamente negativa perché violenta o totalmente assente, ed allora è la madre ad essere ricercata…(…) Nell’esperienza di istituzionalizzazione è per giunta raro l’aver incontrato figure maschili…

“Al di là di ogni situazione, è comunque la serenità tra i coniugi nella loro relazione di coppia la determinante per una reazione affettiva positiva.”

 

(fonte:” L’importanza della figura paterna” – in “Storie di padri adottivi”, L’Ancora 2000)