Solitudine papà. Papà Giorgio: “Vieni, piccolo mio, ti mostrerò il mondo”

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Giorgio è marito di una donna adottata e padre di due “bimbi di pancia e di cuore”. La riflessione di un giovane padre di fronte alla continua sfida a non sentirsi solo. 

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Dall’oggi all’indomani ti ritrovi papà. La gestazione vissuta in modo indiretto, come una narrazione lunga qualche mese, di cui ti senti, ogni tanto, autore marginale. Ed è normale che sia così, intendiamoci. Non provi quella gioia e dolore viscerale nel sentire crescere ed uscire dal grembo il frutto dell’amore, e non è poco. Non sai come maneggiare quella pallina di carne e ossa che grida e fa smorfie strane. “Ha fame, si vede…”, dice la mamma. Da che si vede non saprei dire. È un continuo apprendere, giorno dopo giorno, attraverso l’osservazione di quello che fa la mamma, di come parla e accarezza il figlio, di come lo tiene e lo nutre. Anche in quei primi giorni non mi sono sentito propriamente solo, ma spesso ho avuto la naturale sensazione di essere inopportuno e di sbagliare.

Sono un papà che per i canoni occidentali è ritenuto giovane. Il mio primo figlio mi è stato donato a 28 anni, ed è stata una palestra fisica e psicologica che ha avuto, lungo il tempo, un impatto forte. Ho avuto la fortuna di avere accanto una moglie che, principiante anche lei, ha messo a disposizione la sua capacità di empatia materna per aiutarmi a decodificare meglio anche il mio ruolo di padre.

La solitudine dei papà è come la saudade per un brasiliano: ogni tanto si fa sentire. Affiora quando ci sentiamo iper responsabilizzati dalla gestione della famiglia, dai doveri ai quali siamo chiamati a fare fronte, quando ci sentiamo gli “uomini che non devono chiedere mai” e non condividiamo in modo equo la torta di responsabilità che abbiamo fra le mani, e crediamo che siamo “condannati” a prenderci sulle spalle il peso della quotidianità della vita familiare, non poche volte a scapito della nostra libertà (siamo i primi a negarcela). Questo ci fa sentire soli, poco apprezzati, confusi e arrabbiati. E anche le gioie più grandi, quelle di essere partner, genitori, ed educatori diventano più un fardello che un tesoro fra le nostre mani.

Mi permetto, con questo breve identikit, di generalizzare il profilo del “papà solo” ipotizzando, forse in modo presuntuoso, che molti altri “papà di pancia” o “papà di cuore” (parafrasando il titolo di un libro scritto dalla sociologa Anna Genni Miliotti, Mamma di pancia, Mamma di cuore), possano in qualche modo riscontrare delle analogie.

Eppure, cari papà, pochi ci dicono che uno dei nostri compiti a cui siamo chiamati è quello di prendere per mano i nostri figli e condurli verso la scoperta del mondo. Proprio così. Quel nostro essere differenti dalle mamme accoglienti e empatiche, già offre ai nostri piccoli una prima avvisaglia che il mondo forse inizia, ma di certo non finisce nel rapporto madre/figlio.

Quando sento parlare alcuni esperti e professionisti che insistono sull’importantissimo argomento legato all’ “attaccamento”, onestamente mi sento escluso. Hai voglia a sentirti utile e cercare un ruolo chiaro, quando il papà viene, anche in molti manuali di psicologia, estromesso d’ufficio dalla relazione con il figlio. Al massimo ci viene detto che i papà servono per “giocare con i figli”. Quindi davvero non c’è differenza fra noi e un cane!

Allora ci sono due strade che, secondo alcune mie considerazioni, i papà possono percorrere: o si sentono esclusi, quindi si tirano fuori anche da alcune dinamiche relazionali, delegandole totalmente alla mamma ed eclissandosi così in una realtà parallela. Oppure si sentono “mammi” facendo invasione di campo, di ruoli, pestandosi i piedi continuamente con la propria partner.

Posso dire che in alcuni momenti anche io ho percorso una di queste due strade, e mi ha fatto bene attraversarla per capire meglio come posizionarmi all’interno del mio ruolo e non sentirmi solo o un inutile doppione.

Ciò nonostante vivo ancora la continua tensione fra la figura di padre che vorrei essere e quella che ho appreso. Fra il senso del “dovere” che si declina con un certo imprinting autoritario che ho interiorizzato, e il valore dell’autorevolezza, della negoziazione che libera dai SI e i NO assoluti. Negoziazione non certo di ruoli, sia ben chiaro. Ma come strumento ed esercizio costante per stare in relazione, nel qui ed ora, con un figlio che non è un tuo prolungamento, bensì un “altro da te” che un giorno vedrai camminare nei sentieri della vita, e girandosi ti sorriderà. Proprio come fece tanto tempo addietro quando, alzandosi dal pavimento, allineò i suoi piedini tenendosi in equilibrio per la prima volta.

 

 

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