Archivio mensile:maggio 2014

Comunicazione CEI: “Convegno estivo su adozione e famiglia” – Puglia 18/22 giugno 2014

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La famiglia grembo della vita: quali vie per l’adozione e l’affido”

18-22 giugno 2014

Centro di Spiritualità

via Anna Frank – S. Giovanni Rotondo – Foggia (Puglia)

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In Italia il calo demografico sta diventando sempre più evidente. Secondo la CEI – Conferenza Episcopale Italiana –  è il segnale di una scarsa vitalità del nostro paese. Anche Papa Francesco elogia il dono della famiglia:  “È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo i figli diventano custodi dei genitori” – Omelia  del 19 marzo 2013.

Lo scopo del convegno è quello di allargare gli orizzonti e invitare le coppie ad accogliere nelle famiglie minori, in adozione o affidamento, e fare loro dono di una mamma e di un papà. D’altro lato è un invito alle istituzione a rendere tali iter più agevoli e meno dispendiosi di energie e risorse.

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Per chi volesse saperne di più:

Sito di riferimento: http://www.chiesacattolica.it/…
E-mail:famiglia@chiesacattolica.it

 

 

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Solitudine papà. Papà Giorgio: “Vieni, piccolo mio, ti mostrerò il mondo”

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Giorgio è marito di una donna adottata e padre di due “bimbi di pancia e di cuore”. La riflessione di un giovane padre di fronte alla continua sfida a non sentirsi solo. 

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Dall’oggi all’indomani ti ritrovi papà. La gestazione vissuta in modo indiretto, come una narrazione lunga qualche mese, di cui ti senti, ogni tanto, autore marginale. Ed è normale che sia così, intendiamoci. Non provi quella gioia e dolore viscerale nel sentire crescere ed uscire dal grembo il frutto dell’amore, e non è poco. Non sai come maneggiare quella pallina di carne e ossa che grida e fa smorfie strane. “Ha fame, si vede…”, dice la mamma. Da che si vede non saprei dire. È un continuo apprendere, giorno dopo giorno, attraverso l’osservazione di quello che fa la mamma, di come parla e accarezza il figlio, di come lo tiene e lo nutre. Anche in quei primi giorni non mi sono sentito propriamente solo, ma spesso ho avuto la naturale sensazione di essere inopportuno e di sbagliare.

Sono un papà che per i canoni occidentali è ritenuto giovane. Il mio primo figlio mi è stato donato a 28 anni, ed è stata una palestra fisica e psicologica che ha avuto, lungo il tempo, un impatto forte. Ho avuto la fortuna di avere accanto una moglie che, principiante anche lei, ha messo a disposizione la sua capacità di empatia materna per aiutarmi a decodificare meglio anche il mio ruolo di padre.

La solitudine dei papà è come la saudade per un brasiliano: ogni tanto si fa sentire. Affiora quando ci sentiamo iper responsabilizzati dalla gestione della famiglia, dai doveri ai quali siamo chiamati a fare fronte, quando ci sentiamo gli “uomini che non devono chiedere mai” e non condividiamo in modo equo la torta di responsabilità che abbiamo fra le mani, e crediamo che siamo “condannati” a prenderci sulle spalle il peso della quotidianità della vita familiare, non poche volte a scapito della nostra libertà (siamo i primi a negarcela). Questo ci fa sentire soli, poco apprezzati, confusi e arrabbiati. E anche le gioie più grandi, quelle di essere partner, genitori, ed educatori diventano più un fardello che un tesoro fra le nostre mani.

Mi permetto, con questo breve identikit, di generalizzare il profilo del “papà solo” ipotizzando, forse in modo presuntuoso, che molti altri “papà di pancia” o “papà di cuore” (parafrasando il titolo di un libro scritto dalla sociologa Anna Genni Miliotti, Mamma di pancia, Mamma di cuore), possano in qualche modo riscontrare delle analogie.

Eppure, cari papà, pochi ci dicono che uno dei nostri compiti a cui siamo chiamati è quello di prendere per mano i nostri figli e condurli verso la scoperta del mondo. Proprio così. Quel nostro essere differenti dalle mamme accoglienti e empatiche, già offre ai nostri piccoli una prima avvisaglia che il mondo forse inizia, ma di certo non finisce nel rapporto madre/figlio.

Quando sento parlare alcuni esperti e professionisti che insistono sull’importantissimo argomento legato all’ “attaccamento”, onestamente mi sento escluso. Hai voglia a sentirti utile e cercare un ruolo chiaro, quando il papà viene, anche in molti manuali di psicologia, estromesso d’ufficio dalla relazione con il figlio. Al massimo ci viene detto che i papà servono per “giocare con i figli”. Quindi davvero non c’è differenza fra noi e un cane!

Allora ci sono due strade che, secondo alcune mie considerazioni, i papà possono percorrere: o si sentono esclusi, quindi si tirano fuori anche da alcune dinamiche relazionali, delegandole totalmente alla mamma ed eclissandosi così in una realtà parallela. Oppure si sentono “mammi” facendo invasione di campo, di ruoli, pestandosi i piedi continuamente con la propria partner.

Posso dire che in alcuni momenti anche io ho percorso una di queste due strade, e mi ha fatto bene attraversarla per capire meglio come posizionarmi all’interno del mio ruolo e non sentirmi solo o un inutile doppione.

Ciò nonostante vivo ancora la continua tensione fra la figura di padre che vorrei essere e quella che ho appreso. Fra il senso del “dovere” che si declina con un certo imprinting autoritario che ho interiorizzato, e il valore dell’autorevolezza, della negoziazione che libera dai SI e i NO assoluti. Negoziazione non certo di ruoli, sia ben chiaro. Ma come strumento ed esercizio costante per stare in relazione, nel qui ed ora, con un figlio che non è un tuo prolungamento, bensì un “altro da te” che un giorno vedrai camminare nei sentieri della vita, e girandosi ti sorriderà. Proprio come fece tanto tempo addietro quando, alzandosi dal pavimento, allineò i suoi piedini tenendosi in equilibrio per la prima volta.

 

 

Comunicazione La Casa dei Sogni: “Incontro sull’adolescenza a Faenza – 27 maggio”

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 In collaborazione con il Centro per le Famiglie di Faenza.

 ADOLESCENZA E ADOZIONE: alla ricerca delle reciproche identità
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Relatore: Dott. Marco CHISTOLINI 
(Psicologo e psicoterapeuta, consulente e responsabile scientifico di CIAI)

AULA 5 – FAVENTIA SALES (ex salesiani)

Via San Giovanni Bosco, 1 FAENZA (Ravenna)

Ingresso parcheggio da Via Mura Diamante Torelli

L’incontro è aperto a tutti

 

– Quando la famiglia è messa alla prova e perché?
– Quando i ragazzi non si riconoscono nei loro genitori e perché?
– Provocazione e rabbia dei ragazzi adottivi
– Quando i genitori sono costretti a rimettere in discussione tutto

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Vedi: http://www.leradicieleali.com/faenza/faenza.html#incontri_faenza

 

Fuori dal coro: “Un’Europa attenta al mondo dell’adozione”

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Proponiamo questo articolo del giornale “L’Arena” dove vengono sintetizzate le richieste dell’Europarlamento in difesa dei diritti dei minori adottati e l’attività portata avanti dalle famiglie adottive in sede CAI rappresentate da Francesco Mennillo (Associazione Coordinamento Nazionale Adozioni).

 

 

NELLE ADOZIONI REGOLE A TUTELA DEI BAMBINI – di Maurizio Corte

La Repubblica di Polonia è in testa alla classifica dei Paesi dell’Unione europea per adozioni internazionali da parte di coppie adottive italiane. Dall’anno 2000 a oggi sono stati 2.476 i bambini polacchi adottati da italiani (43 sono stati adottati nel 2014); seguiti dalla Bulgaria con 1.576 bambini. Nel gennaio 2011, con una Risoluzione sull’adozione internazionale nella Unione europea, il Parlamento europeo ha invitato Commissione Ue e Stati membri a «esaminare la possibilità di coordinare, a livello europeo, le strategie relative allo strumento di adozione internazionale, conformemente alle convenzioni internazionali, al fine di migliorare l’assistenza nei servizi di informazione, la preparazione per l’adozione internazionale, il trattamento delle procedure di candidatura all’adozione internazionale e i servizi post-adozione ». Servizi, come sottolinea il blog italiano http://www.ilpostadozione.org, che sono di primaria importanza per chi ha adottato.

TUTELARE I BAMBINI. L’Europarlamento ritiene poi «che occorra dare priorità all’adozione di un minore nel suo Paese di origine o, in alternativa, a soluzioni di custodia in famiglia, quali l’affido o strutture di accoglienza, oppure trovando una famiglia attraverso l’adozione internazionale conformemente alla legislazione nazionale e alle convenzioni internazionali pertinenti; e che la collocazione in un istituto debba essere utilizzata soltanto come soluzione temporanea ». L’Europarlamento chiede anche alle istituzioni dell’Ue «di svolgere un ruolo più attivo in seno alla Conferenza dell’Aia per esercitare pressioni in tale sede al fine di migliorare, semplificare e agevolare le procedure di adozione internazionale; ed eliminare gli inutili intralci burocratici, pur impegnandosi a salvaguardare i diritti dei minori provenienti da paesi terzi». Chiede inoltre «agli Stati membri di riconoscere le implicazioni psicologiche, emozionali, fisiche e socio-educative che possono verificarsi allorché un bambino viene allontanato dal proprio luogo d’origine e a fornire adeguata assistenza ai genitori adottivi e al bambino adottato ». E di partecipare alla lotta contro la tratta dei minori.

FAMIGLIE ADOTTIVE ITALIANE. Su questa linea si muovono peraltro le famiglie adottive italiane, rappresentate a livello nazionale, nella Commissione per le adozioni internazionali (Cai), da Francesco Mennillo (Associazione coordinamento nazionale adozioni), padre adottivo di due figli originari della Bielorussia. «Stiamo raccogliendo le firme fra i cittadini, genitori adottivi e non, affinché la normativa italiana sia migliorata in un’ottica di trasparenza, equità e considerazione dei diritti dei minori e delle famiglie », spiega Mennillo (f.mennillo.cai@gmail.com). «Proprio nell’ottica della pronuncia del Parlamento europeo, fra le richieste che rivolgiamo al governo e al Parlamento italiano, vi sono quelle di semplificare l’iter per ottenere il decreto di idoneità ad adottare; di riorganizzare la Commissione per le adozioni internazionali, in modo da renderla più efficace nelle attività di controllo e di promozione delle adozioni all’estero; di rendere più trasparenti i costi a carico delle famiglie adottanti; di assicurare la gratuità dell’adozione o il rifanziamento dei fondi per il rimborso delle spese adottive; di sviluppare il sistema dei permessi di studio per minori stranieri; di istituire una giornata nazionale sull’adozione. E di costituire una Unità di Crisi e avviare accordi bilaterali per gestire in tempi rapidi situazioni di difficoltà come quelle delle coppie adottive in Congo o in Bielorussia ».

(fonte: L’Arena – 21/05/2014)

La solitudine dei padri. L’esperto: “I padri che si mettono in gioco trasmettono la speranza nel futuro”

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Conferenza sul tema: “Chi è mio padre? La paternità come fattore educativo nella famiglia e nella società” – Family Happening Verona 2012. Sintesi dell’intervento della Dott.Anna Marazza – psicologa.

 

“Qual è il ruolo del padre in questo momento di emergenza educativa?”

La dott.ssa Marazza ha risposto che nella sua esperienza lavorativa incontra tanti padri di 40/50/60 anni che non riescono a guardare in faccia i loro figli. Forse perché anche gli adulti hanno bisogno di sentirsi contenuti in un rapporto più grande, ma non lo trovano e si sentono smarriti.

Per i padri, in particolare, mancano dei modelli di riferimento. La modernità sembra aver distrutto questa figura. Tutto il progetto educativo è in mano alle madri che sono bravissime, ma vanno oltre il loro ruolo di dare la vita e prendersi cura nei primi anni del bambino. La loro presenza è castrante quando il ragazzo cresce e deve essere accompagnato nel mondo. Questo ruolo è dei papà.

I padri, purtroppo, stanno rinunciando all’impresa perché sono incastrati nella loro piccola personalità, nel loro io. Hanno, insomma, difficoltà a rinunciare a loro stessi e non sono disponibili a “morire”un po’ per loro figlio. L’espressione “ti amo da morire” non è una banalità: significa che pur di andare incontro all’altro sono disponibile a rinunciare ad una parte di me. Ebbene questo i padri non lo fanno. Ed è una perdita duplice: perdita del padre che non crea un rapporto significativo con il figlio, perdita per il giovane che non trova nessuno che gli insegni il senso della vita.

Il compito del padre è, infatti, quello di trasmettere la fiducia nel futuro, che vale la pena vivere e mettersi in gioco, qualsiasi cosa accada. Se gli stessi padri sono sfiduciati, il messaggio che viene assorbito è negativo e crea un grande vuoto. Ciò giustifica il tremendo aumento della depressione infantile e l’immobilismo degli adolescenti.

 

Mi prendo io cura di te, ti do il senso per cui vale la pena di muoversi.

I ragazzi segnati dal disagio molto spesso hanno una carenza di padre. Che cosa dire ai padri? Che cosa dire ai figli?

Sono in forte crescita le coppie senza figli. Sono di solito coppie alla ricerca di un benessere materiale e al soddisfacimento nella carriera. In questo caso un figlio può essere un elemento di disturbo. Aumentano anche i single. Si tratta per lo più di uomini. Il figlio non lo vogliono perché sono concentrati sulla realizzazione di sé stessi. Le donne si salvano grazie al naturale istinto materno che le spinge ad esplorare il terreno della maternità. Ebbene questi uomini non hanno capito che un figlio è una delle occasioni più grandi per uscire dalla solita vita.

I figli non vogliono padri perfetti, ma solo adulti che ci siano e si mettano in gioco. Certo è più facile relazionarsi con un bambino piccolo, quello i tuoi difetti non li vede. I limiti aumentano con la crescita del figlio che ti inchioda di fronte alle tue responsabilità. Non bisogna avere paura dei propri limiti. Il ruolo dei padri è solo un accompagnamento per un certo tratto del percorso fino a che il ragazzo non troverà la sua strada e magari incontrerà altri adulti che lo accompagneranno in quel tratto in cui il padre non è in grado di farlo. In questo senso i padri biologici o adottivi che si mettono in gioco sono padri coraggiosi.

Tutti cercano l’appoggio di un padre e questi padri, ripeto, non devono essere perfetti. Anzi è guardando ai limiti del padre che il figlio cresce, è perdonando i difetti del padre che potrà diventare grande.

Dentro alle mamme si sta benissimo, ma c’è il rischio di morirci.

Il padre invece chiama alla vita: guarda me, ti insegno io come si fa. Senza il padre il figlio non vede l’orizzonte della vita.

Il neonato ci sta bene nella pancia della mamma, ma ad un certo punto cresce e lo spazio non è più sufficiente. Sente che è il momento di uscire. Ha paura dell’ignoto, ma spera che ci sia qualcuno ad attenderlo fuori. Così quando il figlio è adolescente ha bisogno di maggiore spazio oltre all’ambito familiare protettivo della mamma. Nella sua avventura fuori casa si aspetta che qualcuno ci sia ad accompagnarlo. Questo qualcuno è il padre. I padri garantiscono l’orizzonte, la speranza.

 

I figli hanno bisogno di padri che dicano: “Andiamo, vieni con me, ti farò vedere il mondo!”

Solitudine papà. Papà Paolo: ”La vita? Un gioco meraviglioso”

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“In famiglia siamo in quattro: Paolo, padre 53 anni, Rita, moglie 51 anni, Celine figlia 21 anni, Andrea, figlio 18 anni. Celine è italiana ed è stata adottata da noi a Roma quando aveva 40 giorni. Andrea è russo ed è stato adottato nel 1996, quando aveva poco più di due anni.

Non è facile rispondere a che cosa vuol dire essere un buon padre. E’ una domanda da un miliardo… Forse riuscire a infondere fiducia e a dare serenità, autonomia e stima dei propri mezzi ai figli… Non sempre ci si riesce.
Come mio padre credo di essere un padre presente, attento anche ai piccoli aspetti quotidiani della vita dei figli. Rispetto a lui penso di essere meno rigido nelle mie convinzioni e nelle necessità di trasmetterle loro…
Non ho punti di vista assoluti da proporre … forse più esempi da prospettare … ma ciò potrebbe non essere necessariamente un bene.

Quando qualcuno parla della “crisi dei padri”, penso al fatto di essere sballottati tra troppe esigenze, oltre  all’incapacità di cogliere fino in fondo le trasformazioni anche sociali che loro stanno affrontando.

Mi è capitato a volte, per motivi <superiori>, di non riuscire a spiegare il perché di alcune mie richieste o decisioni, creando incomprensioni e mettendomi in difficoltà. Il punto di riferimento per un confronto generalmente è mia moglie. Mettendo insieme i due punti di vista a volte è più facile trovare la soluzione. Mi è capitato anche di sentirmi solo, credo come tutti… anche se poi se metti a fuoco le sensazioni capisci che talvolta  è solo un’illusione ottica.

Ai miei figli, ormai grandi direi di aver fiducia in sé stessi e nelle loro capacità… Non scoraggiarsi davanti alle difficoltà e anche di prendere la vita per quel che è …. Un gioco meraviglioso.”

La musica del cuore: “Figlio, figlio, figlio”

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I padri vanno a tentativi, a volte la loro saggezza è una luce per illuminare la strada, altre sbagliano nell’affrontare un mondo tanto complicato anche per loro. I figli devono capire che siamo tutti su questo mondo per imparare e fare tesoro delle nostre esperienze. I figli imparano dai padri, i padri dai figli.

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Figlio, figlio, figlio

Roberto Vecchioni

R. Vecchioni

(2002)

Figlio chi t’insegnerà le stelle
se da questa nave non potrai vederle?
Chi t’indicherà le luci dalla riva?
Figlio, quante volte non si arriva!
Chi t’insegnerà a guardare il cielo
fino a rimanere senza respiro?
A guardare un quadro per ore e ore
fino a avere i brividi dentro il cuore?
Che al di là del torto e la ragione
contano soltanto le persone?
Che non basta premere un bottone
per un’ emozione?

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Figlio, figlio, figlio,
disperato giglio, giglio, giglio,
luce di purissimo smeriglio,
corro nel tuo cuore e non ti piglio,
dimmi dove ti assomiglio
figlio, figlio, figlio,
soffocato giglio, giglio, giglio,
figlio della rabbia e dell’ imbroglio,
figlio della noia e lo sbadiglio,
disperato figlio, figlio, figlio.

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Figlio, chi si è preso il tuo domani?
Quelli che hanno il mondo nelle mani.
Figlio, chi ha cambiato il tuo sorriso?
Quelli che oggi vanno in Paradiso.
Chi ti ha messo questo freddo in cuore?
Una madre col suo poco amore.
Chi t’ ha mantenuto questo freddo in cuore?
Una madre col suo troppo amore.
Figlio, chi ti ha tolto il sentimento?
Non so di che parli, non lo sento.
Cosa sta passando per la tua mente?
Che non credo a niente.

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Figlio, figlio, figlio,
disperato giglio, giglio, giglio,
luce di purissimo smeriglio,
corro nel tuo cuore e non ti piglio,
dimmi dove ti assomiglio
figlio, figlio, figlio;
spaventato giglio, giglio, giglio,
figlio della rabbia e dell’ imbroglio,
figlio della noia e lo sbadiglio,
disperato figlio, figlio, figlio.

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Figlio, qui la notte è molto scura,
non sei mica il primo ad aver paura;
non sei mica il solo a nuotare sotto
tutt’e due ci abbiamo il culo rotto;
non ci sono regole molto chiare,
tiro quasi sempre ad indovinare;
figlio, questo nodo ci lega al mondo;
devo dirti no e tu andarmi contro,
tu che hai l’ infinito nella mano,
io che rendo nobile il primo piano;
figlio, so che devi colpirmi a morte
e colpire forte.

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Figlio, figlio, figlio,
disperato giglio, giglio, giglio,
luce di purissimo smeriglio,
corro nel tuo cuore e non ti piglio,
dimmi dove ti assomiglio
figlio, figlio, figlio,
calpestato giglio, giglio, giglio,
figlio della rabbia e dell’ imbroglio,
figlio della noia e lo sbadiglio,
adorato figlio,figlio, figlio.

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Dimmi, dimmi, dimmi
cosa ne sarà di te?
Dimmi, dimmi, dimmi
cosa ne sarà di te?
Dimmi, dimmi, dimmi
cosa ne sarà di me?

 

Solitudine papà: “Ricordi e valori: padri e figli di un paese serio”

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Uno scorcio d’Italia, piccoli valori e grandi uomini. Trasferire la speranza è la più grande eredità che possiamo lasciare ai nostri figli.

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di Roberto Napoletano – giornalista

Mio padre (classe 1926) per andare a scuola faceva sette chilometri a piedi ad andare e sette a tornare ogni giorno e si sentiva un fortunato perché nella sua famiglia «il pane non era mai mancato». La domenica, intorno al tavolo da pranzo, ripercorreva gli anni di liceo e di università, prima e dopo la guerra, e attraverso i suoi ricordi mi trasmetteva tante cose: il senso del sacrificio e la speranza, la voglia di riscatto, un patrimonio di valori (il primo era il lavoro) che porto dentro di me.

(…) Piccoli valori che riempiono le grandi storie, tengono insieme una comunità, e fanno interrogare su che cosa ci insegnano oggi, ad esempio, il volto scavato di Eduardo de Filippo, il sorriso amaro di Peppo Pontiggia, i sogni a colori di Fellini. La forza dell’amore di Carlo Ponti consente a sua moglie, Sophia Loren, di superare le ansie di una giovane donna di 26 anni chiamata a interpretare il ruolo di una madre (Cesira) con una figlia di 14 anni che lotta contro i bombardamenti e ci regala un capolavoro, La ciociara, la trama familiare di un Paese in macerie ma non disperato. Carlo Ponti e Sophia Loren appartengono alla storia contemporanea del grande cinema d’autore ma l’episodio rivelato parla agli italiani, fa parte della (nostra) storia, dimostra che siamo capaci (se lo vogliamo) di superare qualsiasi ostacolo.

Molti dei figli dei padri e delle madri del Dopoguerra sono diventati padri a loro volta. Mi domando: quanti riescono oggi a trasferire ai propri figli i valori di speranza, di dura fatica e voglia di riscatto che hanno segnato quella stagione? Paradossalmente, per i padri del Dopoguerra era più facile: tutti la pensavano così. Oggi è più difficile, perché il mondo dà messaggi diversi, si è alterata la scala dei valori, e ci si trova a muoversi tra i detriti della finanza allegra e l’idea malsana di una ricchezza garantita (che non c’è più) e una realtà fatta di inquietudini che toccano i nostri risparmi e di un lavoro che si rivela merce rara, quasi irraggiungibile. Mancano i bombardamenti, ma le macerie da cui dobbiamo risollevarci richiedono la stessa forza e determinazione di quegli anni. So quello che mio padre ha insegnato a me, con il detto e il non detto, l’esempio e (a volte) uno sguardo valgono più di tante parole. Vorrei essere capace (e ci provo tutti i giorni) di fare altrettanto con mio figlio, sarebbe il modo migliore per ringraziarlo.

(fonte: Sole24Ore 28/10/2012)

Comunicazione Ist Innocenti: “Dire, fare, affidare! Eventi per scoprire l’affidamento familiare” – 13/31 maggio 2014

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INAUGURAZIONI, PREMIAZIONI, TESTIMONIANZE

RASSEGNE CINEMATOGRAFICHE, TEATRO, SPORT

 MOSTRE, PERCORSI EDUCATIVI, VISITE GUIDATE

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Due settimane di eventi, mostre, spettacoli e giochi per scoprire il mondo dell’affidamento familiare. Da martedì 13 maggio fino alla fine del mese Firenze festeggia questo istituto ancora troppo poco conosciuto con un programma ricco di appuntamenti organizzato dal Centro Affidi del Comune e dall’assessorato al welfare in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti e la Regione Toscana.

Obiettivo dell’iniziativa sensibilizzare i cittadini sull’affidamento familiare, massima espressione di solidarietà e generosità che consente al bambino proveniente da una famiglia in difficoltà di vivere in un ambiente favorevole e al tempo stesso al nucleo di origine di avere il tempo per superare la fase di disagio.
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LA PARTECIPAZIONE A TUTTI GLI EVENTI
DELLA MANIFESTAZIONE È GRATUITA,
PER ALCUNI DI ESSI, DOVE SEGNALATO,
È NECESSARIA LA PRENOTAZIONE.
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Info e programma su http://www.istitutodeglinnocenti.it

Solitudine papà. L’esperto: “Il padre maturo è un padre che impara”

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di Elisabetta Baldo e Veronica Rossi – psicologhe

I padri imparano sempre qualcosa dai figli e conseguono una maggiore maturità. La paternità può accrescere il livello della propria autostima quando ci si rende conto di rispondere in modo appropriato e valido ai compiti e alle responsabilità che essa comporta. Può, per contro, mettere in luce e in risalto i limiti e la propria debolezza, determinando momentanee condizioni di disagio e di disorientamento. Una delle prime cose che un padre impara dai figli è la capacità di mettere a confronto e di adattare i propri bisogni con i loro.  (…)

Diventare padri è un processo graduale che fa prendere coscienza degli impegni e delle gioie che scaturiscono dalla decisione di assumere un nuovo ruolo familiare. Le decisioni che riguardano il fatto di avere o no un figlio, di provare ad averlo o di adottarlo, sono decisioni che si prendono ancor prima della gravidanza biologica o adottiva e sono tutti aspetti di un periodo di transizione che porta alla paternità.

Il desiderio di paternità può essere visto come un tentativo di sopravvivenza sia della persona stessa sia della stirpe (..) L’uomo riattualizza così i bisogni infantili frustrati di riproduzione sotto l’impulso di un atto socialmente maturo quale quello del matrimonio.

Affinchè l’uomo strutturi una buona relazione con il proprio figlio, deve avere la capacità di trasformare le fantasie infantili e narcisistiche in una relazione paterna matura.

(fonte:” L’importanza della figura paterna” – in “Storie di padri adottivi”, L’Ancora 2000)

Solitudine papà. Papà Francesco: “Spendersi per la propria famiglia e per i figli”

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“Sono un papà biologico attempato, mia moglie ed io facciamo parte di quella generazione che ha vissuto la II guerra mondiale da bambini. Adesso viviamo soli, ma c’è stato un tempo in cui avevamo due figli maschi che giravano per casa. Ora hanno le loro famiglie e sono uomini di mezza età. Sì due figli, due esperienze di relazione completamente diversa. Con il maggiore il rapporto è sempre stato conflittuale. Due caratteri diversi il mio e il suo, due modi di vedere le cose agli antipodi. Ci siamo riavvicinati con la maturità ma ancora oggi abbiamo le nostre discussioni e diverbi anche se il rapporto lo considero nel complesso soddisfacente perché parliamo molto, e non è una cosa da poco tra padre e figlio. Il secondo ci ha dato meno problemi anche se ha sempre manifestato un carattere più introverso e difficile da interpretare. Gli riconosco una maggiore concretezza e visione chiara di dove sta andando anche se il nostro dialogo è limitato.

Li guardo mentre gestiscono i loro figli e ho più perplessità per il maggiore che non per il secondo. Essere un buon padre, secondo me, significa vivere la giornata per la famiglia. Invece per il primo essere padre è uno dei tanti momenti della giornata, assieme ai suoi hobby e mille impegni. Secondo me non è così: la famiglia è un valore importante nella vita di un uomo. Ricordo che, quando ancora lavoravo, il mio pensiero per la casa e i vari problemi e incombenze continuavano a girarmi per la testa finchè trovavo le soluzioni. Un uomo, secondo me, trova la sua maturazione nella famiglia.

Mio padre è stato molto importante. Uomo energico e forte ho appreso da lui la manualità e il piacere d’imparare e migliorarmi. Lui era un artigiano e gli piaceva fare. Ho cercato, invece di smussarmi sul piano del carattere. A volte mi sono ritrovato a fare i suoi stessi errori, gli errori che aveva fatto con me da ragazzo, quando il nostro dialogo era pari allo zero perché troppo diversi caratterialmente, un po’ come con mio figlio maggiore. Mio padre era molto poco presente in famiglia e la giustificazione era il lavoro. Sulla mia esperienza posso affermare che, pur avendo un lavoro che mi portava spesso fuori casa, si può cercare di garantire la presenza in famiglia anche quando si è molto stanchi. Ricordo dei bei momenti di fronte alla TV, la sera, con i due figli, uno su un ginocchio, uno sull’altro, con in mezzo un album da disegno per tenerli occupati e interagire con loro.

Quando sento parlare della “crisi dei padri” penso che sia un po’ un alibi. Credo che fuggano per coprire la loro immaturità. Un po’ di responsabilità va a come li abbiamo cresciuti, in un mondo pieno di proposte e svaghi che li porta fuori casa. Manca il momento della riflessione.  Anche una volta c’erano i papà che si assentavano e andavano al bar, ma erano un numero limitato, come erano limitati quelli che tradivano le proprie mogli. Adesso è diventato quasi una cosa di ordinaria amministrazione, fa parte del gioco.

La scuola è sempre stato un punto dolente con mio figlio maggiore, problema che si è accentuato con l’adolescenza. Lui era un tipo autonomo, già indipendente a 12 anni. Non c’è stato verso di inquadrarlo verso un certo tipo di professione. Lo abbiamo iscritto all’istituto tecnico ma sfuggiva da tutte le parti. Lo abbiamo così indirizzato verso un professionale ma anche là sono stati dolori. Alla fine, per fargli prendere il diploma, lo abbiamo supportato in tutti i modi, anche per l’esame finale. Sono contento di averlo aiutato perché il ragazzo era intelligente e molto bravo manualmente. Era, a mio avviso, stupido precludergli la possibilità di intraprendere un certo lavoro, dove per lo più adesso eccelle, per un’eventuale prova d’italiano andata male! In questa fase ho avuto l’appoggio del mio migliore amico. Ho trovato appoggio più sui miei amici e colleghi con figli dai problemi similari, che non con mia moglie. Sì, gli amici sono stati molto importanti, Oggi non vedo questo buon rapporto tra uomini. Risulterò banale, ma non ci sono più valori radicati in noi.

Ho sempre cercato di esserci per la mia famiglia, la famiglia prima di tutto. E’ questo il messaggio che vorrei lasciare ai miei figli: essere il più possibile presenti in casa. Solo spendendosi i genitori possono essere apprezzati e ricordati dai propri figli come buoni genitori.”