Archivio mensile:aprile 2014

Solitudine papà. Film: “Un gelido inverno” di  Debra Granik (USA 2010)

Standard

 

 

 

Un papà da sempre assente perché in prigione e una figlia diciasettenne che lo cerca per evitare l’esproprio della casa ipotecata per pagare la cauzione. Ree, così si chiama la ragazzina, ha sulle spalle la mamma malata e due fratellini più piccoli. Senza soldi, senza affetti la famiglia catalizza la pietà di una vicina di casa che ogni tanto li aiuta e la collaborazione di una coetanea già madre e moglie. Il film si svolge con ritmo lento nella desolata provincia America. Quello che rimane alla fine è un profondo senso di desolazione. Lo squallore dell’America emarginata non è meglio di certi paesi da dove vengono i nostri figli. La povertà e il degrado colpiscono allo stomaco. Droga, bugie e violenza…un mondo chiuso dove le donne sfornano figli e gli uomini trascorrono le serate a bere per annegare qualsiasi sogno. Film rivelazione di Jennifer Lawrence che si conferma per la sua intensità in un altro film più recente “La parte positiva”.

 

Per conoscere il vuoto derivante dalla mancanza di una figura paterna o di adulti significativi di riferimento.

Annunci

Comunicazione CIAI: “2° meeting degli adottivi adulti” – 14 giugno 2014

Standard

 

“PONTI TRA PASSATO E PRESENTE”

Firenze – Istituto degli Innocenti

La partecipazione è gratuita previa iscrizione

.

Il Programma di massima è il seguente:

Mattina 8.30: registrazione partecipanti

9.15–10.00: saluti di apertura

10.00 – 10.30: “Come e quanto l’esperienza dell’abbandono incide sulla costruzione della propria identità personale” di Marco Chistolini, psicologo psicoterapeuta, Responsabile Scientifico e coordinatore Gruppo Adottivi Adulti CIAI.

10.30 – 13.00: workshop sui seguenti temi:  

1.    Il viaggio alle origini: l’importanza delle radici Quanto conta l’esperienza del viaggio nella rielaborazione delle propria storia adottiva?

2.    La propria storia adottiva: la condivisione nella coppia e nella genitorialità Quanto l’esperienza dell’abbandono influisce nella scelta del partner e nel progetto di genitorialità?

3.    La famiglia adottiva: legame tra passato e futuro Quanto i legami pregressi all’adozione incidono nella costruzione dei nuovi legami? Coordinati dal Gruppo Adottivi Adulti e dagli psicologi Marco Chistolini, Daria Vettori e Gregorio Mazzonis.

13.00-14.30 : pausa

 

.

Pomeriggio: 14.30 – 15.15 : restituzione dei 3 workshop

15.15-16.00 : interviste

– Niluka Telli, adottiva internazionale

– Graziano Cavallini, adottivo nazionale

– Alessandro Antonelli, adottivo nazionale e genitore adottivo internazionale

.

16.00 – 18.00: dibattito

.

Per Programma e Scheda di adesione (solo figli adottivi maggiorenni) vedi  http://www2.ciai.it/2-meeting-adottivi-adulti/

o contattare:  Maria Forte Referente Gruppo Adottivi Adulti CIAI – CIAI Onlus

via Bordighera, 6 20142 Milano

tel 0284844428 fax 028467715

maria.forte@ciai.it  – Sito internet: www.ciai.it

Comunicazione ilnuovonido: “Seminario sull’adolescenza” – 10 maggio 2014

Standard

ADOLESCENZA, UN LIMBO VERSO L’ETA’ ADULTA

Relatore della serata: Dott.ssa Elena Barbato , esperta psicologa dell’ente CIFA ONG.

sabato 10 Maggio – ore  15.30

Sala polifunzionale in Ospitaletto (BS) 

via Martiri della libertà 40/a – nello stabile del centro anziani, sopra il bar.

seminario gratuito

.

L’incontro intende porsi come uno spazio di “riflessione condivisa” rispetto al tema dell’adolescenza, con particolare attenzione alle peculiarità che questa fase di vita può venire ad assumere quando l’adolescente è figlio adottivo.

Per maggiori informazioni Associazione IL NUOVO NIDO – guarda il sito

Per una corretta preparazione dell’incontro è indispensabile confermare la propria presenza (Mail o telefono).

Nel caso in cui non si raggiungesse un numero minimo di adesioni, l’incontro verrà annullato.

.
In occasione dell’incontro ci sarà uno spazio dedicato ai bambini (www.facebook.com/LoScatoloneRiciclone)

Comunicazione ilpostadozione: “Buona Pasqua!”

Standard

Riflessioni di don Roberto e don Marco sulla Pasqua, la nostra, nella vita di tutti i giorni.

Questa domenica non abbiamo fatto l’omelia.

Più che alle parole abbiamo lasciato spazio al silenzio e alla meditazione.

Il lungo racconto della Passione di Gesù parla da solo.

Abbiamo invitato tutti, durante la  “Settimana santa”, a trovare qualche momento per rileggersi alcuni passi di quelle pagine che sono il “cuore” di tutto il Vangelo.

Il racconto della Passione non è una semplice cronaca di avvenimenti accaduti più di duemila anni fa.

E’ invece il “fare memoria” di fatti che ancora oggi riguardano ognuno di noi.

.

La Passione continua. I protagonisti della Passione siamo noi.

Dietro le figure di Pietro, di Pilato, di Giuda, dei Sommi sacerdoti, della folla, possiamo vedere il volto di ognuno di noi.

Anche oggi ci sono ancora tanti “poveri cristi innocenti” che soffrono e muoiono ingiustamente.

Pensiamo …

agli anziani soli e abbandonati,

alle tante donne vittime della violenza,

ai nostri giovani senza lavoro e senza futuro,

alle migliaia di disperati che finiscono annegati in mare … ,

E noi quale ruolo abbiamo nella Passione di oggi?

Da che parte stiamo?

Forse anche noi, come Pietro qualche volta siamo presi dalla paura.

Forse spesso come Pilato ce ne laviamo le mani e rimaniamo nella nostra indifferenza.

Ma possiamo fare anche noi come “le donne” che si sono prese cura del corpo di Gesù.

Cercare di stare accanto ai “poveri cristi” che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada.

Cercare di tener viva la speranza di poter rendere un po’ più bella e più vivibile questa nostra vita.

.

.

“M’immagino che certe persone

preghino con gli occhi rivolti al cielo:

esse cercano Dio fuori di sè.

Ce ne sono altre che chinano il capo

nascondendolo fra le mani,

credo che cerchino Dio dentro di sè”.

 

Etty Hillesum – Diario 1941 – 1943

Solitudine papà. L’esperto: “Il papà ha il diritto di sbagliare”

Standard

 

Tratto da “Il padre non è perfetto” di Gilberto Gobbi, Vitanuova Editrice 2004

“Gli psicologi parlano, analizzano, ma sono i genitori  a vivere la realtà educativa quotidiana” – Gilberto Gobbi, psicologo-psicoterapeuta-sessuologoclinico.

 

.

Di deprivazione del padre non possono parlare solo i nostri figli. Ci sono vari tipi si presenza/assenza.

La presenza ideale è quella dove il padre partecipa ai vari livelli di vita della famiglia ponendosi in giusta relazione con moglie e figli per la creazione di un clima psicoaffettivo dove ognuno trova il suo ruolo e senso di coesione.

Ma ci sono casi in cui il bambino non potrà mai conoscere il suo papà come in caso di morte o altre circostante. Il bambini si porterà comunque un’immagine idealizzata del padre. E‘ molto importante il periodo in cui il bambino perde il papà. Se ciò accade nella prima o seconda infanzia gli effetti si renderanno visibili nelle fasi successive della crescita: il bambino potrebbe avere problemi di autostima e difficoltà di identificazione psicosessuale.

Se la perdita del padre avviene nella pubertà, invece, il danno psicosociale a lungo termine si presenta con minore intensità anche se si possono rilevare stati di sofferenza e una sensazione d’incompletezza.

 

La ricerca delle origini e il perdono.

Nel caso dell’adozione è molto importante conciliarsi con il passato.

“Chi sono io? La persona è il prodotto delle sue radici, della sua origine e perviene alla consapevolezza di se stessa se riesce a percepirsi e a sentirsi parte integrante di una tradizione, di un passato che è prima di lei, ma che continua in lei e si prospetta in futuro. (…) All’origine stanno il padre e la madre, e prima di loro altri padri e altre madri. Sembra esserci una legge inscritta nel profondo della persona, come tendenza, secondo cui nessuno debba sentirsi ingannato sulle proprie origini. Sapere, conoscere, sentire le proprie origini, accettarle come parte di sé, metabolizzarle come essenza di sé. Garantiscono la possibilità di vivere in armonia con se stessi, attraverso le trasformazioni delle situazioni, utilizzandole come dinamismo per vivere bene come unità.”

L’esigenza della ricerca delle origini è molto forte nei ragazzi adottati: “Anche se cercano di capire  e di giustificare, si sentono respinti…” e aumentano le tensioni in famiglia. “Nell’adolescenza ci fu una crescente tensione con esplosioni conflittuali nei confronti dei genitori adottivi ed Angela manifestò una volontà ossessiva di voler ricercare i suoi genitori naturali (…) la sua instabilità riusciva a destabilizzare qualunque ambiente da lei frequentato. In casa vi era l’inferno.”

Dove c’è un bimbo c’è un padre. Le due figure sono interdipendenti. Ogni generazione ha un debito con quella precedente. L’io chiama alla responsabilità adulta di accettare e accettarsi, alla consapevolezza dei propri limiti e alla fantasia del loro superamento. Possiamo quindi dire che il momento di passaggio all’età adulta si ha quando al padre immaginario interno a ciascuno di noi si sovrappone il papà reale con tutti i suoi limiti.

“Il padre va ridimensionato come realtà oggettuale interna, va visto nei suoi aspetti positivi e negativi: spesso sono quelli positivi che vanno scoperti, per accettarlo così com’è, attraverso l’accettazione della propria storia e delle proprie radici. (…) Anche i padri, come per i figli, vanno accettati e amati per come sono.”

 

Il padre nella coppia

“Di norma, una madre che vuole fare anche da padre al figlio, non svolge bene né la funzione di madre né quella di padre.” 

Quando il figlio arriva si inserisce in un rapporto di coppia preesistente dove le dinamiche relazionali sono già strutturate: “Nel processo di maturazione della coppia i due, come dovrebbero confermarsi nel ruolo differenziale di marito e di moglie, così dovrebbero riconfermarsi nel ruolo di padre di madre.”

Ci siamo focalizzati sul ruolo che dovrebbe avere il papà. La cultura di oggi indica un padre affettivo che supera i vecchi canoni dell’autoritarismo per essere un padre autorevole. I contenuti di tale ruolo cambiano a seconda del contesto sociale e culturale. Vi è però un istinto interiore all’uomo che lo porta ad assumere una certa funzione paterna che esula dai modelli esterni. Secondo Gobbi  le due predisposizioni materna e paterna fanno parte dell’essenza stessa di essere donna o uomo: “ La storia dei vissuti personali può determinare una diminuzione dell’intensità, un soffocamento, ma mai un  annullamento di tali predisposizioni.  (,,,) E’ a questa radice che si rivolge il figlio per la conoscenza della sua storia ed è a questa predisposizione che chiede l’attuazione della funzione paterna. Non per nulla quando il padre manca, il bambino si rivolge ad altre figure, che svolgano la funzione paterna sostitutiva o vicaria e che diano le risposte emotive ed affettive di cui ha bisogno.” Si parla quindi della confusione creata nel figlio in un contesto di inversione dei ruoli: “L’inversione dei ruoli dà costantemente un rimando conflittuale al figlio, che non riesce ad identificare le figure parentali e incontra difficoltà nella propria identificazione.

“Alla base della soggettività paterna vi è il rapporto che lega il genitore alla donna, madre del proprio figlio.“ Questo perché, mentre tra madre e bambino non vi è alcuna mediazione, tra papà e bambino il ruolo paterno è mediato dalla moglie. In questo senso i papà devono trovare una loro collocazione affettiva e fisica nel rapporto mamma-bimbo.

 

Crisi dei padri

E’ ferma opinione di Gobbi che i padri debbano riappropriarsi del diritto di sbagliare. 

Esiste un modello di padre legato alla cultura del momento e un modello di padre interiorizzato che si stacca dai modelli circostanti e diventa personalizzato. La crisi dei padri si colloca in questa mancanza d’incontro tra i due modi di essere padre, per cui un padre si può sentire giudicato, diminuito nel suo ruolo e della sua funzione perchè i nuovi orientamenti vanno a complicare la sua relazione col figlio. I padri di oggi si sono trovati impreparati e gestire critiche  e non sono capaci di mettersi in discussione. Per questo in molti casi preferiscono l’assenza  e rinunciano al loro ruolo. Una cosa è certa: anche se il figlio rifiuta il padre, in realtà lo cerca e lo vuole, ha necessità di ricevere attenzioni, indicazioni, orientamenti e ordini.

 

Le esigenze dei bambini dai 6-10 anni.

E’ il periodo della scuola elementare dove si affrontano i primi impegni sociali e personali. Non spetterebbe solo alla madre il ruolo di seguirlo nei compiti, ma ci vorrebbe corresponsabilità.  E’ una continua rielaborazione degli obiettivi educativi e confronto con la moglie. Il bambino critica e confronta i papà dei suoi amici. “Il padre può essere quella figura altra  – ancora onnipotente  in questa età del figlio, che prende per mano, accoglie, contiene, comprende, spiega, facilita l’avvio e il percorso, affinchè il figlio dia un nome alle proprie emozioni, nei loro aspetti positivi e negativi.“

 

Le esigenze degli adolescenti

Siamo nel periodo che oscilla tra il senso di inadeguatezza e adeguatezza e la frequentazione dei vari sistemi di appartenenza: famiglia, pari, adulti. “Lasciare fare tutto, leggere tutto, vedere tutto, gestire i propri orari, permettere di rispondere in malo modo e aver paura degli eventuali comportamenti aggressivi o che se ne vadano di casa sono una chiara abdicazione dei genitori alla loro funzione e al loro ruolo.”

Aggiunge Gobbi: “ Il padre di fronte a comportamenti e atteggiamenti del figlio che ritiene disfunzionali deve essere esplicito nel manifestare il suo pensiero, che può divergere da quello del figlio, avendo presente che comprendere non significa approvare. (…) Il non detto, il tacere, il mugugnare sono la base dei fraintendimenti e invischiano le persone in relazioni confuse che sfociano in malintesi e conflitti. Occorre chiarezza nel positivo e nel negativo.

 

“L’esser padre è un valore e avere un padre è un valore”

Solitudine papà. Papà Michele: “Voi siete i miei figli ed io sarò sempre il vostro papà”

Standard

.

“La famiglia si è allargata giusto dieci anni fa ed ora i miei tre figli, tutti adottati, hanno rispettivamente 14, 12 e 11 anni. Mia moglie ed io superiamo la quarantina, ma quando abbiamo adottato eravamo una coppia giovane rispetto alla media delle coppie che si avvicinano all’adozione.

Con la mia squadra cerco di esser un buon timoniere. Cosa intendo? Spiegare in maniera chiara che cosa si può fare e che cosa no. In particolare, con il primogenito maschio, ora pre-adolescente, indico la via cercando di fargli capire pro e contro. Nel momento in cui sgarra, intervengo in modo da fermare l’azione che considero dannosa. Adesso posso farlo perché è piccolo e minorenne. Il discorso sarà differente quando raggiungerà la maggiore età. Allora le regole cambieranno: ti dico che cosa ritengo giusto o sbagliato, poi sarai tu a scegliere. Ciò non toglie che se una cosa la riterrò sbagliata continuerò a ripeterlo. Sono sicuro che prima o poi mi ringrazierà perché certi consigli li capisci più tardi, quando sei già un uomo. Al momento posso solo dare delle direttive e degli stop.

La figura di mio padre aveva dei limiti che penso di aver superato. Non scopro niente dicendo che anche i limiti sono una fonte d’insegnamento. Personalmente credo di aver superato quel distacco che mio padre aveva con me, sono molto più vicino ai miei figli. Non voglio dire che sono più amico perché il mio ruolo di padre me lo impedisce, ma mi ritengo più empatico e più vicino ai loro problemi ed esigenze. Per lo meno ci provo.

Nel mio crescere come padre mi sono accorto che certi uomini della mia età, per paura di mostrare la loro vulnerabilità, non prendono posizione con i figli. Prendere posizione significa fare delle scelte e la scelta implica che certe volte puoi sbagliare. Ebbene ho la sensazione che certi papà non vogliano correre il rischio di sbagliare evitando qualsiasi azione. Insomma per non mostrare la loro vulnerabilità non si mettono in gioco. Come fai ad insegnare a vivere a tuo figlio se tu per primo non vivi?

E qui si inserisce la difficoltà di gestire il ragazzino che vuole il cellulare, che fuma di nascosto, vuole provare tutto perché anche i suoi amici fanno così. E dall’altra parte trovi famiglie sempre consenzienti. Puoi spiegarglielo mille volte che il cellulare non gli serve….subito accetta, ma poi cosa fa? Sottrae il cellulare alla mamma per messaggiare con i suoi amici. Subito ti infuri perché non te l’ha chiesto, poi ti incavoli con gli altri genitori che concedono tutto, arrivi al compromesso di fargli usare il tuo, infine arrivi a compragliene uno modello base. Cosa farò quando mi chiederà l’ultimo tipo che costa eur 700?

Il messaggio che cerco di trasmettere è che provare tutto e a tutti i costi è sbagliato. Che se lo fanno tutti non è detto che sia la scelta giusta, che bisogna usare la testa. Di solito agisco d’istinto, parlo, dialogo, mi arrabbio ma i miei figli devono sapere, per lo meno questo è il mio intento, che quando hanno voglia c’è qualcuno, loro padre, disposto ad ascoltarli. Sempre.

Ho un buon rapporto con i miei cognati, più che con i miei fratelli con i quali non riesco ad aprirmi completamente. Con i miei cognati è più facile anche perché hanno parecchi figli, con caratteri diversi. Il confronto con loro mi consente di capire che ci sono punti di contatto tra genitorialità adottiva e biologica, s’incontrano le stesse difficoltà, figli che si lasciano trascinare dalle mode e genitori degli amichetti troppo accondiscendenti che rovinano la piazza a chi vorrebbe mettere un freno.

Il messaggio che vorrei lasciare ai miei figli è il seguente: “Cari amati figli miei, io ci sarò sempre. Qualsiasi scelta voi facciate, anche quelle che non potrò mai condividere, non mi allontanerà da voi. Sappiate comunque che non sarete difesi a tutti i costi. Se sbaglierete pagherete in prima persona. Non godrò certo della vostra sofferenza, ma la considererò un grande insegnamento per voi. Qualsiasi cosa accada vi sarò sempre vicino perché voi siete i miei figli ed io il vostro papà.”

Solitudine papà. Sandra Vergamini: “L’ora cercata”

Standard

Sandra Vergamini – poetessa – ci ha mandato questa poesia e ci ha detto: “Non vi dico il significato che ha per me e neppure in quale circostanza l’ho scritta perché ognuno deve essere libero di sentire e interpretare il messaggio profondo attraverso le emozioni che prova”. Ebbene a noi è sembrato giusto inserirla in questa sezione perché c’è come una resa dei conti, un guardarsi dentro che avviene solo quando siamo immersi nella profonda solitudine. E può far paura.

.

Quando arriva davvero

l’ora cercata e temuta

nelle notti di luna piena

quell’ora

che può riempire la pagina bianca

spaccare il nocciolo

e mostrarti l’essenza del frutto

dare un senso ai tormenti

al cielo al mare e allo sfarsi dell’onda

allora ci vuole coraggio

per lasciarsi attraversare.

Ci vuole coraggio.

Solitudine papà. L’esperto: “Come cambia il ruolo dei padri”

Standard

 

I papà di oggi sono diversi dai papà di ieri. La solitudine dei padri è nella mancanza di modelli che gli uomini hanno per affrontare la paternità in maniera consapevole. C’è tutto da inventare. In questo senso i papà adottivi sono sullo stesso piano dei papà biologici. Anzi, spesso la traversia della sterilità di coppia li rende da subito più consapevoli del loro compito di sostegno alla compagna e di educazione del bambino che entrerà in famiglia. Lo studio che segue è in alcune parti riportato integralmente, in altre abbiamo preferito fare una sintesi.

di Tamara Marchetti – da Psico-Pratika anno 2012

 

Definizione di padre e paternità

“Il padre è quell’uomo che, insieme a una donna, procrea un figlio oppure quell’uomo che, facendo richiesta insieme alla propria consorte, ottiene dalla legge l’affido e/o l’adozione di un minore.

La paternità invece è un processo inter e intra-soggettivo che si costruisce prima sul rapporto intrapsichico del padre nei confronti del figlio, poi nella relazione interpersonale che egli instaura con la prole. Possiamo pertanto affermare che la paternità inizia con la gestazione della compagna, o comunque con l’attesa del figlio; ad esempio quando non è un figlio naturale la paternità si costruisce a partire dal principio dell’iter burocratico (facendo domanda di affido e adozione).

L’uomo prossimo a diventare padre non “vive” le modificazioni corporee legate alla gravidanza. Tuttavia, dal momento in cui riceve la comunicazione dell’attesa del nascituro, comincia a percepire che il figlio “cresce” dentro di sé. È nel solco di questa attesa che va via via costruendosi la paternità.

Il momento della nascita del figlio (o dell’incontro con lo stesso in caso di affido e adozione) coincide, e determina, la nascita del padre.

In altri casi ancora, il padre è solamente biologico, ovvero colui che contribuisce alla procreazione, senza poi assumersi altre responsabilità sul piano relazionale. Sono questi i casi in cui un padre non vive la propria paternità.

 

Le difficoltà nella paternità (sintesi)

Si parla molto della depressione post partum per la donna. Poco si dice del passaggio dell’uomo da compagno a papà, fase che fa parte del ciclo vitale e di una nuova redifinizione del sé. La maggior partecipazione dell’uomo nella gestione del figlio gli può far vivere un profondo senso di inadeguatezza: “Sono paure del cambiamento, ansie di invischiamento, gelosie nei confronti della compagna o difficoltà legate all’assunzione di un nuovo e complesso ruolo che va lasciando alle spalle la leggerezza della giovane età.” Il problema è che nessuno gli ha mai insegnato a prendere contatto con i propri sentimenti ed emozioni.

 

L’identità paterna e i cambiamenti all’interno della coppia e nella famiglia allargata (sintesi)

Continua la dott.ssa Marchetti: “La paternità oggi non è più esclusivamente definita e costretta all’interno di una rigida separazione dei ruoli.” Da subito il padre si prende cura del cucciolo, biologico o adottivo, assumendo molteplici funzioni, non più solo punitive educative o ludico ricreative come in passato.

L’arrivo di un bambino per quella coppia diventa un momento unico e irripetibili che fa scaturire flussi di emozioni: “Diventare genitori significa affrontare una costellazione di cambiamenti che riguardano se stessi, la coppia e la famiglia di origine.

Nel rapporto con se stessi vanno emergendo nuove responsabilità: d’ora in poi non si crescerà più solo per se stessi ma lo si dovrà fare anche “nel nome del figlio”. Questa nuova e piccola vita dipenderà totalmente da noi.

Il rapporto di coppia cambia pelle, da diadico diviene triadico. Lo spazio relazionale si arricchisce di un “terzo” che determina l’assunzione di un nuovo ruolo da parte dei due partner: quello di padre e quello di madre. Il rapporto tra i due diverrà più articolato e complesso, muovendosi lungo le direttrici dell’essere genitori e dell’essere coppia, nella consapevolezza che l’equilibrio tra i due ruoli non deve mai vacillare (né i confini sfumare).

Infine nel rapporto con la propria famiglia d’origine vanno rimodulati gli assetti relazionali. D’ora in poi non si è più solo figli ma anche genitori a propria volta. Tale passaggio evolutivo richiede nuovi “spazi di manovra” in quanto ad autonomia e maturità.”

Inoltre non esiste più una netta suddivisione dei ruoli e i due genitori sono in molti casi intercambiabili nella cura del bambino: “Il biologico prevede che la maternità sia territorio esclusivamente riservato al femminile. L’asse psicologico invece sposta l’attenzione dall’individuo “madre” alla coppia madre-padre. In questa nuova configurazione familiare il padre diventa coprotagonista, insieme alla madre nello stabilire regole intrafamiliari e nella scelta del tipo di educazione da impartire al figlio.”

 

Cosa s’intende allora per “solitudine dei padri”?

Manca un modello a cui rifarsi. La paternità si costruisce allora per tentativi ed errori. Riportiamo l’intera riflessione della dottssa Marchetti : “Il padre di oggi, emotivamente e fisicamente più presente e partecipe fin dal principio nei confronti dei figli, non trova nel proprio padre e nel rapporto avuto con lui uno stile relazionale imitabile, che funga cioè da modello di riferimento. Diventare padri è frutto di un percorso psicologico che si compie attraverso la costruzione del ruolo genitoriale. Questo si tratteggia sulla base di un processo di apprendimento. In tale contesto apprendere significa acquisire modelli comportamentali e far proprie capacità interattive e di pensiero.

L’apprendimento può avvenire attraverso l’insegnamento, nel rapporto “padre-figlio” o “maestro-allievo”, oppure per prove ed errori, quindi per tentativi.
Mettersi alla prova e imparare dai propri errori per acquisire comportamenti adeguati. Inoltre si può apprendere per imitazione. Prendere spunto da quanto visto fare da qualcun per replicare il “modello osservato”.

Nel corso del tempo la paternità si è principalmente sorretta sul modello imitativo: “Sono con te, quello che è stato con me mio padre”. Oggi questo modello di paternità non è più realizzabile in quanto anacronistico. Certamente la nuova generazione dei padri sta sensibilmente prendendone le distanze.
D’altro canto la mancanza di un modello di riferimento esterno (e interiorizzato) da imitare comporta un importante vissuto di solitudine per il neo padre.”

 

Paternità consapevole (sintesi)

“Diventare padri da un punto di vista biologico ha poco a che fare con la maturità psicologica di un uomo. Assumere invece con consapevolezza il ruolo paterno sancisce il passaggio verso la maturità e l’affermazione della propria condizione adulta.”

Per un eventuale aiuto all’uomo in questa fase di passaggio è utile lavorare sull’intrapsichico, partendo dal suo vissuto da bambino. Si invita la persona a immaginare che cosa pensasse suo padre quando lo stava aspettando. In questo modo l’uomo esplora le aspettative, preoccupazioni e paure nel diventare padre e acquista una nuova consapevolezza. (Segue un caso clinico di una paternità difficile).

Per leggere l’articolo completo:  http://www.humantrainer.com/articoli/nascita-del-padre-biologia-psicologia.html

Solitudine papà: “Uno spazio per i padri che si interrogano”

Standard

Dopo la “solitudine delle mamme”, uno dei primi temi trattati dal blog, ci è sembrato corretto bilanciare con la “solitudine dei papà”.

Abbiamo così intervistato alcuni papà, adottivi e non, sul loro intendimento di paternità. Ne è uscito un quadro dove a papà più anziani si sono sovrapposti papà più giovami, ognuno con la sua visione delle cose. Abbiamo notato una maggiore rilassatezza nei papà collaudati che non hanno avuto problemi a rispondere alla domanda “quando ti sei sentito solo?”. I più giovani, invece, hanno il più delle volte glissato.

Eppure, da quel che ne sappiamo, non è facile il ruolo del padre e il confronto tra padri. Come non è facile la nuova relazione con compagne sempre più intraprendenti e attive. Rimane quindi un vuoto da colmare, quella nudità che per pudore, a volte, è difficile ammettere.

Che cosa ne pensate?

Comunicazione Batya: “Corso per genitori sul tema dell’adolescenza” – 9 apr 2014

Standard

Corso Batya di approfondimento sulla tematica dell’educazione di adolescenti adottati

9 aprile 2014

Il passaggio dall’età della latenza all’adolescenza: il nuovo codice comunicativo e i riti di passaggio

.

Il comunicato non indica la sede, ma basta contattare direttamente l’associazione ai recapiti indicati sotto.

BATYA – associazione per l’accoglienza, l’affidamento e l’adozione – Passo Frugoni, 4/5 – 16121 Genova
 GENOVA  SEDE  Tel. 010/56.48.37, Fax 010/58.89.19
 Biella   Tel. 015/8490730
e-mail:   

Anna Genni Miliotti: “Una famiglia un po’ diversa tra realtà e luoghi comuni”

Standard

Anna Genni Miliotti,  scrittrice ed esperta di adozione,  ha il grande pregio di semplificare le cose e di mostrare quel lato dell’adozione luminoso che c’è all’interno di buona parte delle nostre famiglie. E’ un invito ad essere positivi anche nei momento bui, senza drammatizzare, consapevoli  che nell’ordinario rapporto genitori e figli può succedere anche questo.

Di seguito la sintesi dell’intervento della dottssa Miliotti in occasione Convegno CEA tenutosi alla Camera dei Deputati – Roma – il 24 febbraio 2013.

Quando mi chiedono, in TV o per qualche rivista o giornale, di definire la famiglia adottiva in poche parole, non è difficile: “una famiglia un po’ diversa” dico, citando il titolo di uno dei miei primi libri. Perché di famiglia si tratta, una famiglia al pari delle altre, ma diversa in quanto i legami tra genitori e figli sono affettivi e non di sangue. Facile? No, perché l’interlocutore se ne esce poi, immancabilmente con il solito: “Bravi! Voi sì che avete fatto una bella azione!”. Bella azione? Io parlavo di “famiglia” e non di un’opera di beneficenza.

Questo la dice lunga sulla comprensione ma anche sul grado di cultura diffusa che c’è intorno alla realtà dell’adozione. Per lo più i genitori adottivi sono visti come dei “benefattori” ed i figli adottati come dei “salvati”; il che significa che dovrebbero dire “grazie” ed essere riconoscenti tutta la vita! Non sarebbe certo una partenza adatta per costruire una famiglia “sana”, come tutte le altre, dove i conflitti generazionali o no, sono all’ordine del giorno. Eppure siamo tanti: si parla di 150.000 adottati. Ma se allarghiamo il conto a tutte le persone “touched by adoption”, ossia ai familiari (nonni, zii, cugini, ecc.) e agli amici più stretti, si può arrivare anche a più di un milione di persone che potrebbero insegnare al mondo intero cosa si intende quando si parla di famiglia adottiva.

E’ quella che nasce per un progetto di genitorialità, ma anche di famiglia allargata. Nessuno ne parla, ma nelle mie lezioni all’università mi piace sottolinearlo: la percentuale di chi adotta avendo già un figlio o più, è salita costantemente negli ultimi anni fino a raggiungere il 15,4% del totale. E invece si continua a parlare di infertilità, di necessità di “elaborazione del lutto”… Ma lutto di cosa? Nessuno è morto!

In alcuni casi potremmo parlare di perdite, ma in altri casi semplicemente di un progetto genitoriale diverso, basato anche sull’accoglienza. Purtroppo non abbiamo ricerche che scavino in profondità nel fenomeno. Tutto, e lo dico da sociologa, è solo e sempre in mano ai terapisti. Così che i media e l’opinione pubblica ci sguazzano: chi adotta è pieno di traumi, e chi viene adottato pure. Ne consegue una famiglia che avrà bisogno di terapia per tutta la vita!

Ed è l’immagine che vediamo sulla stampa, e continua a non piacerci perché non corrisponde al vero. Non leggiamo mai che gli adottati (come dimostra una ricerca inglese) sono tra le persone più determinate nella vita, quelle che riescono a raggiungere veri successi nello studio e nella professione. Ma ci leggiamo invece dei fallimenti, dei ragazzi che finiscono per essere rifiutati e finiscono in comunità.

Forse una maggiore cultura potrebbe dare una visione più corretta e positiva del “fenomeno”, perché positivo lo è. Adottare non significa risolvere i problemi dell’infanzia abbandonata nel mondo, ma aprire il proprio cuore, la propria casa, a un bambino che una famiglia non l’ha più. Significa accogliere ed amare come proprio un figlio che non è nato dalla tua pancia, ma da quella di un’altra mamma. Sarebbe bello, quando mi intervistano e mi fanno la solita domanda: “Ha delle storie dure di adozione?” Poter rispondere semplicemente. “No, perché non ce ne sono più che nelle altre famiglie.”

Certo la complessità esiste, l’adozione non è un progetto facile. Talvolta c’è bisogno di accompagnamento, ma i genitori adottivi lo sanno, e sono quelli che più cercano una risposta nei momenti difficili. Ma talvolta la cercano troppo lontano, e si scordano di attivare quelle risorse genitoriali che possiedono naturalmente, come tutti i buoni genitori. L’abitudine a mettersi in discussione, ad essere più esaminati che accompagnati, tipica del percorso adottivo nel nostro paese, finisce con l’addormentare quell’istinto di maternità e paternità latente, che attende solo di essere attivato.

Cito il caso di una mamma, che avendo adottato una bambina piccola, che non voleva mangiare e cresceva poco, se la mise, legata con una forte sciarpa, sulla schiena. La teneva così, sempre attaccata a sé, tutto il giorno, per molti giorni, finché i disturbi che aveva non scomparvero naturalmente. La bambina aveva solo bisogno di contatto fisico, e la mamma, senza saperlo, aveva utilizzato una tecnica che viene insegnata per aiutare i bambini nati prematuramente. Ma lei non l’aveva imparato in nessun libro e in nessun corso:  aveva semplicemente ascoltato il suo forte istinto materno.

Sarebbe davvero importante poter abbandonare i luoghi comuni, che difficilmente corrispondono alla realtà dell’adozione, per poter costruire una vera cultura, che ancora manca, e per la quale in tanti lavoriamo. Quella cultura che farebbe star bene tutti i componenti di una storia di adozione, e soprattutto i figli adottivi, che non dovrebbero, tutte le volte, star lì a spiegare da dove vengono e perché. Finalmente si sentirebbero meno soli ed incompresi. E’ importante per una crescita armoniosa e sana.

Per questo progetto, lo sapete, io ci sono!